GOVERNO CONTE/ 100 giorni in cerca di soldi mentre l’Italia cade a pezzi

Treni fermi e ponti caduti: per mettere in sicurezza il Paese servono investimenti nelle grandi opere. Il governo darà risorse solo a flat tax e reddito di cittadinanza. STEFANO CINGOLANI

Le macerie del ponte Morandi a Genova (LaPresse)Le macerie del ponte Morandi a Genova (LaPresse)

Venerdì 7 settembre, 99esimo giorno del governo populista, l’intera rete ferroviaria da nord a sud rimane bloccata per ore. Treni regionali soppressi, frecce di tutti i colori ferme sui binari soprattutto tra Roma e Firenze e tra Roma e Napoli. Migliaia di viaggiatori intrappolati. Sabato 8 settembre, centesimo giorno del governo populista, un guasto elettrico paralizza la linea a Torino. Crollano ponti che, di chiunque sia la colpa, sono vetusti. Basta un temporale, per far saltare l’alta velocità, anch’essa ormai invecchiata. Non si tratta certo di dar la colpa a Conte, a Salvini o a Di Maio e nemmeno allo smarrito e confuso Toninelli titolare dei Trasporti. Ma la coalizione giallo-verde sembra non rendersi conto di quanto sia debole e fragile il Paese che deve guidare e di quali siano le vere priorità.

Un Paese che funziona — sotto qualsiasi cielo ideologico, populista, liberista, socialista o che altro — assicura ai propri cittadini mobilità, sicurezza, efficienza dei servizi, siano essi gestiti dallo Stato o dai privati. È vero, oggi in Italia si fa un gran parlare di investimenti nelle infrastrutture, ma rischiano di essere soltanto chiacchiere da caffè. Il dibattito ruota sulle colpe degli altri, i precedenti governi innanzitutto, su un contrasto vecchio di un secolo tra Stato e mercato, pubblico e privato, su un pregiudizio ideologico contro “le grandi opere” a favore delle “piccole opere”.

Anche chi, come Giovanni Tria e Paolo Savona, ha detto che l’asse strategico della politica economica deve essere un piano da 50 miliardi di euro per le infrastrutture, si sta perdendo nella schermaglia astratta su euro o non euro (con tanto di piani A, B, C) oppure su una contabilità pubblica il cui obiettivo di fondo è accontentare promesse elettorali che riguardano spese pubbliche correnti, anche quelle che si stanno dimostrando irrealistiche.

Negli ultimi giorni sono arrivati messaggi tranquillizzanti e ora vengono anche dall’annuale incontro di Cernobbio: rispetteremo i vincoli europei, ridurremo il deficit strutturale e il debito pubblico, non faremo mattane come uscire dall’euro. Bene. Ma immediatamente dopo riparte il tam tam sui social media: flat tax subito, reddito di cittadinanza senza ulteriori indugi, da domani tutti in pensione a quota 100 tra anzianità anagrafica ed età lavorativa. Le coperture? Ci sono e se non ci sono si troveranno, se non si troveranno continueremo a indebitarci. E gli investimenti pubblici? Anche loro, certo. Prima però nazionalizziamo le autostrade, quanto ad Alitalia, diamola alle Ferrovie dello Stato, quelle che dovrebbero far funzionare i treni, ammodernare la rete, spendere in binari, centraline, automazione e quant’altro.

Vogliamo tutto e subito, gridavano negli anni 70 i padri e le madri dei populisti di destra e di sinistra, gli interpreti della società narcisista, dei diritti senza doveri, quelli del pasto gratis. Vogliamo più assistenza e lavoro a tempo indeterminato. Se poi qualche noiosissimo tecnico calcola che il “decreto dignità” rischia di creare disoccupati, non importa: meglio meno, ma meglio, come diceva Lenin. Non si contano le giravolte e gli zig-zag nel tentativo di tenere insieme quello che insieme non può stare. Dal 3% (prima da “sfondare” poi da “sfiorare”), alle tasse (una aliquota, due aliquote, ora tre aliquote, ma forse anche quattro invece delle cinque attuali), alla Fornero (da “seppellire”, da “demolire”, ora da “riformare”), fino alla vera e propria pagliacciata sui vaccini, dove un piccolo nucleo di fanatici tiene in scacco non solo il governo, ma la scuola. Così, tra tanto dire, il fare è davvero poco.

A 100 giorni dal giuramento del governo, l’unico provvedimento preso è il decreto dignità, al quale si aggiunge il disegno di legge contro la corruzione che però non trova d’accordo la Lega. Molto, molto meno dei governi precedenti.

E veniamo alla “grande strategia”. Tria e Savona hanno ragione, ma sono profeti disarmati di fronte alle priorità imposte da Salvini e Di Maio alle quali si piega il presidente del Consiglio. La Tav? Si fa, non si fa, si rivede del tutto, si ricomincia da capo. Intanto Toninelli prende tempo. E la Tap? Quando ha incontrato Donald Trump, al di là di rassicurazioni e convenevoli, Giuseppe Conte si è sentito dire una sola cosa: il gasdotto va realizzato. L’altro ieri in Puglia, pressato dai comitati del No, ha tentennato di nuovo: vedremo, sono impegni presi nel passato, ha detto. È sempre così, c’è sempre qualcun altro sul quale gettare la colpa. La verità è che i 5 Stelle sono contro i grandi investimenti infrastrutturali e la stessa Lega è interessata a quelli pedemontani, per il resto parla di piccoli investimenti, perché “portano più lavoro”.

Ma la questione di fondo è un’altra: per mettere “in sicurezza” l’Italia e modernizzare il Paese mancano le grandi reti infrastrutturali, quelle esistenti sono invecchiate, sono piene di falle, rischiano il collasso. La tragedia di Genova o i temporali sulla linea ferroviaria stanno lì a dimostrarlo. Quando Savona parla di 50 miliardi, Salvini e Di Maio immaginano già come distribuirli tra gli elettori; quindi diventa forte il dubbio che le risorse eventualmente recuperate finiscano in prebende elettorali, si chiamino 80 euro, reddito di cittadinanza o flat tax. A pensar male si fa peccato, ma il passato insegna che per lo più ci si azzecca. Sta al governo dimostrare il contrario.

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