Un altro 11 settembre è possibile?

FEDERICO CENCI interriss.it 11.9.18

Un esperto di terrorismo islamico spiega com’è cambiato il mondo dopo l’attentato del 2001

È difficile trovare qualcuno che non ricordi cosa stesse facendo l’11 settembre 2001. Una data che ha segnato la storia contemporanea, andando ad incidere sulle abitudini, nonché sul pensiero, sulle convinzioni dell’uomo qualunque. Per la prima volta gli Stati Uniti, invincibili nell’immaginario comune occidentale, furono colpiti con un fendente al cuore. Il Paese che seppe sconfiggere il nazismo e chiuse a proprio vantaggio la logorante partita a scacchi contro il gigante sovietico, cedette dinanzi al terrorismo islamico. Una masnada di sconosciuti eversori con passaporti di Paesi mediorientali, seguaci di Osama Bin Laden e militanti di al-Qaeda, riuscì a dirottare quattro aerei di linea degli Stati Uniti: due si annientarono sulle Torri Gemelle, uno cadde sul Pentagono, un quarto avrebbe dovuto colpire Washington ma fu deviato su un campo in Pennsylvania. Intervistato da In Terris, Francesco Bergoglio Errico, antropologo e senior research analyst per Ictyn (International Counter-Terrorism Youth Network), spiega in che modo quell’evento ha cambiato gli scenari geopolitici, la percezione della realtà, i rapporti di forza tra potenze e organizzazioni terroristiche.

Gli attacchi dell’11 settembre 2001 cosa hanno rappresentato per il jihadismo islamico?

“L’apice della potenza dell’organizzazione terroristica di matrice islamica. Il jihadismo diede un duro colpo all’intero Occidente, non per altro il World Trade Center era il simbolo per eccellenza del potere egemonico statunitense e del capitalismo. Con quegli attacchi i talebani capitanati da Osama Bin Laden dimostrarono di essere potenti a livello ideologico, economico e politico, portando, a livello internazionale, la jihad come strumento per eccellenza per combattere la civiltà capitalistica. Da quel momento in poi il jihad divenne globale, divenne il nemico numero uno e allo stesso tempo questo mostro invisibile e nascosto nelle remote montagne dell’Afghanistan sottolineava come la ‘nuova guerra’ non fosse più da combattere soltanto con i missili ma da contrastare anche e soprattutto attraverso la comunicazione e attraverso una contro-narrativa che possa far breccia nelle menti dei sostenitori del jihadismo”.

In questi anni abbiamo assistito all’ascesa di nuove milizie, su tutte l’Isis, che ha forse sottratto ad al Qaeda il primato sul fronte del terrorismo islamico. Oggi cosa ne è dei seguaci di Bin Laden?

“L’Isis in realtà ha rovesciato la strategia di al-Qaeda, ossia: la fondazione del Califfato governato dalla sharia, per al-Qaeda era ed è l’obiettivo da raggiungere, mentre per l’Isis l’instaurazione del Califfato servì per portare a compimento la propria ideologia apocalittica e profetica, creando nel cuore dei musulmani il cosiddetto “Califfato nel cuore”. L’Isis ha voluto sperimentare l’instaurazione dello Stato Islamico, sapendo già dal principio che avrebbero perso la battaglia, ma questo non conta perché il reale fine era quello di instaurare una nuova generazione di jihadisti per il futuro, con la conseguenza che il post-Califfato ha sbrigliato migliaia di Ftf, ossia un esercito, appunto, senza briglie, che si sparge un po’ verso l’Europa, un po’ verso l’Africa, un po’ verso Est e un po’ è rimasto nell’area del Siraq. Al-Qaeda, invece, non è mai scomparsa dalla scena; innanzitutto era ed è presente in Siria con al-Nusra, ma è presente soprattutto in Africa, con al-Mourabitoun oltre che con al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) e al-Shabaab, con un probabile ritorno ad una alleanza con Boko Haram. Insomma, la lotta per il potere jihadista tra Isis e al-Qaeda è in continua evoluzione: oggi l’Isis è in vantaggio ma domani chissà. È tutta questione di dialoghi con i gruppi armati locali o regionali e resta il fatto che sempre di jihadisti si parla”.

Diffusa è l’idea che gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano colpito obiettivi sbagliati dopo l’11 settembre 2001. I veri responsabili sono rimasti impuniti?

“L’invasione in Afghanistan del 2001 è stata un fallimento, tanto che la guerra in quel territorio non è ancora finita. Mi sembra chiaro che i responsabili siano rimasti impuniti nonostante la cattura di Osama Bin Laden e la morte di molti altri capi delle varie fazioni di al-Qaeda. Abbiamo di fronte l’Idra: se tagli una testa gliene crescono delle altre. Al-Qaeda ha colpito molte altre volte in Occidente dopo quell’invasione, di conseguenza restare in Afghanistan con lo scopo di eliminare i talebani non comporta l’annullamento di attentati in Occidente e tanto meno nell’area Mena, che vede quasi ogni giorno dei morti per mano dei jihadisti, senza contare il sud-est asiatico. Poi c’è stato il grande fallimento dell’invasione irachena del 2003 che ha destabilizzato ancora di più quell’area geografica del mondo, cedendo il governo nelle mani delle fazioni politiche opposte al governo di Saddam e del partito Bath, parte dei quali sono confluiti successivamente nelle sponde jihadiste del Daesh. Insomma, non si può eliminare un capo di Stato senza aver bene in mente come sostituirlo ‘democraticamente’, come poi è avvenuto durante la Primavera Araba con la funesta conseguenza che oggi l’Europa si ritrova la sponda Sud del Mediterraneo in completo caos e senza un piano per stabilizzare l’area e qui mi riferisco in particolare alla situazione libica”.

Come giudica che il governo Obama abbia messo il veto al Justice Against Sponsor of Terrorism Act, la legge che permetterebbe alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di far causa a Governi stranieri che fossero responsabili di atti di terrorismo?

“Il Congresso respinse il veto di Obama, cosa che avvenne per la prima volta in otto anni. Per il presidente, il pericolo della legge in questione risiedeva nel fatto che poteva incrinare i rapporti diplomatici con un alleato importante come l’Arabia Saudita, nonché poteva esporre diplomatici, funzionari e aziende a processi fuori dagli Stati Uniti. Il governo saudita si espose moltissimo affinché non passasse quella legge, per cui penso che Obama temesse una fortissima escalation diplomatica tale da provocare con Riad un inasprimento non conveniente sia a livello economico che geopolitico. Una rottura, che poi non avvenne, con Riad avrebbe provocato perdite economiche e geopolitiche ingenti. Di fatti, Trump nel maggio 2017 a Riad firmò un accordo da 110 miliardi di dollari in armi e sistemi di sicurezza, consolidando così l’asse statunitense-saudita”.

Negli anni si è rafforzata la corrente di pensiero che dubita della versione fornita dalle autorità statunitensi su cosa sia accaduto quel giorno. Oltreoceano esiste un movimento di “Architetti e Ingegneri per la verità sull’11 settembre” che attende ancora risposte ad alcune obiezioni sollevate. Che idea si è fatto di questo dibattito?

“Ci sono decine e decine di documentari ‘complottisti’, da quelli più estremi che coinvolgono alieni a quelli più diffusi che sostengono che l’America si sia autocolpita per invadere i Paesi islamici. Di una cosa sono certo: qualcosa non quadra. Di sicuro la strategia della tensione ha una buona fetta della responsabilità di quanto accaduto; il mondo occidentale si è unito contro un unico nemico, il talebano, che mancava visto che l’Urss non esisteva più e la Cina ancora non era una vera e propria minaccia. Tutto ciò ha contribuito a rafforzare i rapporti politici ed economici trans-atlantici e ha consolidato nei Paesi occidentali l’idea dell’interventismo americano”.

In effetti resta ancora inevasa la domanda più banale: come è stato possibile che un gruppo di terroristi per alcuni versi improvvisati sia riuscito a bucare il sistema difensivo della maggiore potenza occidentale?

“C’è da dire che i terroristi dell’11 settembre non erano degli improvvisati. Al-Qaeda ha sempre reclutato persone fornendogli un ampio addestramento e indottrinando teologicamente gli aspiranti terroristi ed è su questo punto che si differenzia notevolmente da Daesh, ma comunque, quei terroristi sapevano molto bene quello che stavano facendo e conoscevano alla perfezione l’obiettivo. Dall’altro lato, presumibilmente, nessuno si aspettava un attacco del genere, tanto meno il Governo americano, il quale si fece trovare impreparato e senza una contro-offensiva adeguata”.

In diciassette anni come è cambiato il terrorismo islamico e come i sistemi d’intelligence occidentali? Un nuovo 11 settembre è un’ipotesi realistica?

“Tenendo fede al motto ‘la storia si ripete’, dico che potrebbe ricapitare un attacco terroristico di quelle dimensioni. Il terrorismo jihadista è mutato notevolmente nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa: siamo passati a dei messaggi videoregistrati in delle caverne a dei video di propaganda che nulla hanno da invidiare ad Hollywood. Anche i sistemi di reclutamento sono drasticamente cambiati: da un reclutamento prettamente face-to-face ad uno prettamente on-line. Vi sono centinaia di persone che si sono convinte di compiere il jihad guardando video on-line e chattando con reclutatori del Daesh che convincevano persone a migliaia di chilometri di distanza che si viveva benissimo nel Califfato e che si poteva trovare l’harem in paradiso una volta compiuto il suicidio in nome di Allah, e non solo, oggigiorno basta giurare davanti una fotocamera del telefonino per diventare jihadisti, cosa che con al-Qaeda non è mai accaduta”.

Lo “scontro di civiltà” profetizzato nel 1996 dallo scienziato politico americano Samuel P. Huntington si è verificato?

“Non credo ci sia uno scontro di civiltà in corso e penso sia banale sostenere che il mondo Occidentale sia contro l’Islam o viceversa. L’Occidente è diviso come dimostra l’attuale Unione europea, gli Stati membri sono divisi al loro interno, con una crescente destra sovranista e anti-europea, gli Stati Uniti sono un’incognita visto che si era prospettata una politica isolazionista con le elezioni di Trump e che, per il momento, non sembra volersi isolare. Dall’altro canto, il mondo musulmano non pensa, come fa al contrario il riconosciuto padre dell’islam radicale Sayyid Qutb, in un mondo diviso tra territori islamici e territori non islamici. Nell’islam radicale non esiste solo al-Qaeda e Daesh, ma esistono salafiti puristi, politici e jihadisti, esistono gli sciiti, i sufi e altre correnti ancora. Quindi, all’interno delle civiltà ci sono altre numerose civiltà o sotto-civiltà, senza dimenticarci che esiste anche la Cina che politicamente ed economicamente è influente come non mai, soprattutto in Africa dove sta investendo miliardi di dollari”.

Dal 2001 ad oggi quasi tutti i maggiori Paesi occidentali hanno subito attentati terroristici nei propri confini. Eccezione è l’Italia. A cosa si deve? Solo all’efficacia della politica di espulsioni?

“Questo strumento è efficace, tanto che siamo ad oltre 300 espulsioni dal gennaio 2015. Se l’Italia non ha mai subito attacchi è per il fatto che i nostri servizi di intelligence funzionano alla perfezione, soprattutto grazie al Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo, invidiato dai servizi di intelligence stranieri, che si riunisce ai massimi vertici per fare il punto della situazione più volte alla settimana e che agglomera le diverse forze dell’ordine, creando una rete di scambio informativo capace di sventare ogni prototipo di attacco. Altra spiegazione è la non presenza di terze e quarte generazioni, come in Francia o in Belgio, e quindi la mancanza di migliaia di giovani musulmani cittadini dello stato vulnerabili alla radicalizzazione e alle narrative jihadiste. Tornando alle espulsioni: se oggi possiamo permetterci di espellere radicalizzati, jihadisti e persone in fase di radicalizzazione, è proprio grazie alla mancanza di quelle terze e quarte generazioni, per cui, dobbiamo tener ben presente, che tra qualche anno, anche in Italia arriveranno, e di conseguenza abbiamo la possibilità di agire fin da subito con delle campagne efficaci atte alla prevenzione della radicalizzazione, a partire dalle scuole fino ad arrivare alle università, cercando di troncare alla radice, la possibilità che dottrine jihadiste possano prender piede tra le prossime generazioni di musulmani”.

Casa Bianca, qualcuno ha tradito il re

SIMONA SIRI vanityfair.it 11.9.18

Casa Bianca, qualcuno ha tradito il re

Un nuovo libro con indiscrezioni dallo staff di Donald Trump, una «talpa» che lo racconta come un «despota» e svela retroscena imbarazzanti: il «cerchio magico» del presidente è sempre più pericoloso

È caccia aperta alla Casa Bianca: chi ha scritto l’articolo pubblicato in forma anonima dal New York Times in cui si parla di Trump come di un despota quasi sull’orlo della pazzia, irascibile e non in grado di prendere decisioni per il bene del Paese? Insieme con il libro di Bob Woodward appena uscito, Fear, l’articolo rappresenta l’attacco più duro che Trump abbia ricevuto in questi anni. Soprattutto il più credibile, perché arriva da una persona che lavora a stretto contatto con lui, identificata dal giornale come un «senior official».

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Nel famoso libro di Michael Wolff, Fuoco e furia, c’era già tutto: le crisi d’ira, l’attenzione labile, il fatto che il presidente non legga i documenti, la Casa Bianca come un covo di vipere dove tutti odiano tutti. In quello fresco di stampa di Woodward – uno dei giornalisti che al Washington Post scoperchiarono il Watergate, molto rispettato – c’è anche di più ed è raccontato, questa volta, da una fonte autorevole, con tanto di date, ricevute, registrazioni. Difficile da smentire. Woodward per esempio scrive che i collaboratori di Trump sono arrivati anche a sottrargli dei documenti dalla scrivania, senza che lui se ne rendesse conto, per evitare che li firmasse.

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Gary Cohn, suo principale consigliere economico, avrebbe fatto sparire dalla scrivania una lettera, già pronta alla firma, in cui Trump rendeva effettiva la cancellazione dell’accordo di libero scambio con la Corea del Sud proprio mentre stava negoziando la pace con quella del Nord. Una copia della lettera è riportata nel libro di Woodward. Un altro esempio riguarda l’ordine che il generale James Mattis avrebbe ricevuto da Trump: uccidere Bashar al-Assad. Mai eseguito. L’articolo del New York Timesmanca di dettagli così specifici, ma sembra confermare il tono generale del libro: Trump non è in grado di guidare il Paese.

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Tra i collaboratori si è parlato apertamente di invocare il 25esimo emendamento della Costituzione, per il quale un presidente può essere rimosso se non è più in grado di operare come tale, fisicamente o psicologicamente. All’interno della West Wing si sarebbe formata una sorta di resistenza interna con lo scopo di controllarne gli istinti più pericolosi e di limitarne il potere decisionale. «L’imprevedibile comportamento del presidente sarebbe più preoccupante se non fosse per gli oscuri eroi dentro e intorno alla Casa Bianca. Alcuni dei suoi collaboratori sono stati descritti dai media come cattivi, ma in privato si sono spinti molto in là per trattenere all’interno della Casa Bianca le decisioni sbagliate, anche se non ci sono evidentemente sempre riusciti. Può suonare come una magra consolazione in quest’era confusa, ma gli americani devono sapere che ci sono degli adulti in queste stanze. Ci rendiamo conto esattamente di cosa sta succedendo. E cerchiamo di fare ciò che è giusto anche quando Donald Trump non lo fa».

La pubblicazione dell’articolo ha ovviamente scatenato la caccia all’autore. All’inizio si è fatto il nome di Mike Pence, il vicepresidente, individuato grazie all’uso di una parola da lui usata spesso nei suoi discorsi. Ma ha smentito. Così come hanno fatto molti altri funzionari: il segretario della Difesa James Mattis, quello di Stato Mike Pompeo, quello del Tesoro Steven Mnuchin, l’ambasciatore alle Nazioni Unite Nikki Haley, il segretario della Sicurezza interna Kirstjen Nielsen, l’ambasciatore in Russia Jon Huntsman. Addirittura anche Melania, con una lettera in cui condanna l’articolo come l’opera di un codardo.

Trump ha prima risposto con un tweet: tradimento. Poi, durante un comizio, ha invocato un’indagine per scoprire chi sia l’autore. Forse non si saprà mai. Forse si saprà più avanti quando l’anonimo autore uscirà con il suo libro. Trump per ora resiste, ma in molti ormai si chiedono per quanto un presidente così delegittimato possa resistere. E senza contare che c’è sempre l’inchiesta sul Russiagate (quella che indaga sulle interferenze di Mosca nella campagna elettorale del 2016, dove è indagato anche il presidente) lì in agguato. La prima testa a cadere, sotto la scure del procuratore speciale Robert Mueller, è stata quella di George Papadopoulos, ex consigliere per la Politica estera di Donald Trump, condannato a 14 giorni di carcere.

Il Sole 24 Ore, ribaltone: Tamburini direttore al posto di Gentili

firstonline.info 11.9.18

Il cda presieduto da Edoardo Garrone ha sostituito il direttore del Sole 24 Ore Gentili – Fatale il calo delle copie vendute in edicola che ha ridotto i ricavi del gruppo – A Tamburini, fino a poche ore fa vicedirettore dell’Ansa, il compito di rilanciare il quotidiano della Confindustria – Gentili diventa direttore editoriale del gruppo

Il Sole 24 Ore, ribaltone: Tamburini direttore al posto di Gentili

Non è bastata nemmeno l’intervista in esclusiva della scorsa settimana a Papa Francesco a salvare la poltrona del Direttore del Sole 24 oreGuido Gentili,che traballava da tempo, come FIRSTonline aveva puntualmente segnalato. Oggi il consiglio d’amministrazione del giornale economico della Confindustria, presieduto da Edoardo Garrone, lo ha sostituito da subito chiamando alla direzione Fabio Tamburini, fino a poche ore fa vicedirettore dell’Ansa con delega per l’economia. Gentili diventa direttore editoriale del gruppo

A Gentili, che era stato richiamato a metà dell’anno scorso alla direzione del Sole 24 Ore al posto di Roberto Napoletano, su cui come su sei manager del Sole la Procura di Milano deve pronunciarsi ad horas sui reati ipotizzati di falso in bilancio e manipolazione del mercato, è stato fatale il calo delle copie vendute in edicola che ha fortemente abbassato i ricavi del gruppo mettendone nuovamente a repentaglio l’equilibrio dei conti. Nell’ultima rilevazione resa nota da Prima comunicazione qualche giorno fa e relativa alla diffusione totale (carta più digitale), il dato di luglio 2018 (169.712) è risultato in calo del 5,47% rispetto a quello di giugno 2018 (160.426). A livello annuale, rispetto a luglio 2017, il ribasso è del 3,9%. Prendendo in considerazione solo il quotidiano cartaceo, a luglio 2018 le vendite in edicola sono scese del 10,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, passando da 50.591 a 45.125.

Per Fabio Tamburini è un ritorno a casa. Già inviato di finanza del Sole nei primi anni Novanta e poi Direttore dell’agenzia Radiocor e di Radio 24, Tamburini è un giornalista economico di lungo corso che conosce perfettamente pregi e difetti del gruppo editoriale della Confindustria che proverà a rilanciare da subito.

VIDEO. 1991-2018: 27 anni di crimini della Nato (e suoi vassalli) in unico documentario

lantidiplomatico.it 10.9.18

VIDEO. 1991-2018: 27 anni di crimini della Nato (e suoi vassalli) in unico documentario

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fwww.lantidiplomatico.it%2Fvideos%2F476212839544117%2F&show_text=0&width=560

Un gruppo di attivisti contro le guerre di aggressione ha realizzato in modo collettivo il video Tutto sarà dimenticato?, nel quadro del progetto “Verità contro le guerre”, in occasione del centesimo anniversario della fine della Prima guerra mondiale. Intanto la tragica situazione in Libia mette sotto gli occhi di tutti l’effetto standard degli interventi armati imperialisti, avviati e portati avanti grazie anche al carburante delle fake news: circoli viziosi di menzogne e omissioni che hanno coinvolto attori svariati.

Tutto sarà dimenticato?” si riferisce alla storia recente, alle ultime aggressioni internazionali a partire dal 1991, provocate da fake news di guerra e causa di immani tragedie, rapidamente dimenticate.

L’Asse delle guerre (i paesi della Nato e i suoi stretti alleati mediorientali) è riuscito a neutralizzare gli sforzi di altri paesi e del movimento pacifista – negli ultimi anni decisamente minoritario quando non incapace di comprendere gli accadimenti -, e a procurarsi una durevole immunità, l’altro nome dell’impunità.

Le aggressioni belliche sulle quali è stata concentrata l’attenzione si riferiscono ai seguenti paesi: Libia, Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, Jugoslavia.

Ma non vengono dimenticate le destabilizzazioni, quelle tentate e quelle riuscite.

Buona Visione:

Sibialiria

L’ONU è un organismo partitico o un’Istituzione imparziale?

Marco Fontana sputniknews.com 11.9.18

ONU peacekeepers

La condizione di deterioramento delle Istituzioni occidentali è ormai sotto gli occhi di tutti.

Non può essere un caso che per ogni batosta subita dai partiti tradizionali, il circo mediatico ufficiale si arrovelli a giustificare tali sconfitte usando metodi indegni, come etichettare quali ignoranti o falliti quegli elettori “traditori” che hanno voltato le spalle al partito di riferimento. L’apoteosi di tale vittimismo dell’intellighenzia italica viene incarnata alla perfezione da Ernesto Galli della Loggia, che sulle colonne del Corriere della Sera afferma che il Belpaese è ormai più brutto e gli italiani sono diventati un popolo di incivili, maleducati e aggressivi. Tutto giusto, non fosse che a imbarbarire il nostro popolo ci abbia pensato almeno un paio di generazioni di politici, magistrati e insegnanti provenienti proprio dalla piazza ideologica di Galli Della Loggia.

D’altra parte, tutto il mondo è paese (per dirla con una frase qualunquista da far inorridire gli intellettuali salottieri) e dalla Brexit in poi i circoli dei pensatori sopraffini hanno reagito sputando velendo e sparando insulti contro chiunque abbia osato discostarsi dal Pensiero Unico. Talmente profondi e raffinati, codesti soloni, da non essere capaci in nessun modo né a metabolizzare gli insuccessi elettorali dei loro mecenati né a tentare di comprendere le ragioni della scelta fatta dai cittadini. E non si può certamente sperare che  vedano come sia cambiato l’intero panorama politico: l’arroccamento sulle posizioni garantite ha scavato un solco ancor maggiore tra i nuovi “barbari” e i centri di potere nazionali, i quali hanno attuato il più lento cambio generazionale conosciuto nella storia dell’Occidente.

Il parlamento italiano
© AFP 2018 / ANDREAS SOLARO

E allora non ci stupiamo affatto per il successo appena ottenuto dal partito dei Democratici Svedesi, capaci di raggiungere quasi il 18% dei suffragi, con un aumento di oltre 4 punti percentuali rispetto alle precedenti tornate elettorali. Anche il Paese scandinavo, da sempre celebrato come il più accogliente e il più evoluto, ha ora nel suo Parlamento una rappresentanza sovranista significativa e allineata alle altre nel resto dell’Europa. Quasi sicuramente resteranno all’opposizione, come è accaduto anche ai Popolari Danesi (21,1%), agli olandesi di Per la Libertà (13,1%), ai francesi del Front Nazional (13,2%), agli Alternativi per la Germania (13%), ai Nazionalisti della Slovacchia (8%) e ai greci di Alba Dorata (7%). Finora, privilegio di governare è stato concesso in Ungheria all’Unione Civica di Orban (44,5%), ai polacchi di Giustizia e Libertà (37,6%), ai cechi di Azione dei Cittadini Insoddisfatti (30%), agli austriaci di Per La Libertà (26%) e ai Veri Finlandesi (17,7%), e infine in Italia a Movimento Cinque Stelle (32,6%) e Lega (17,4%), Pare incredibile che nonostante i sovranisti partecipino al Governo di 6 Paesi europei e siano presenti in modo stabile e attivo nell’agone politico in altri 7, l’establishment e l’intellighenzia continuino a ignorare gli errori accumulati in tutti in questi anni.

Una zingara con suo bambino
© SPUTNIK . PAVEL LISITSYN

E si arriva così al caso emblematico del paventato intervento dell’ONU. Contro questi italiani abbrutiti e degradati si scomodano addirittura le Nazioni Unite! Michelle Bachelet, il nuovo Alto commissario per i diritti umani, ha dichiaratoAbbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom. Questa è palesemente una scelta politica intrecciata non più soltanto con la prevalenza ormai perduta di certi partiti, ma anche con le lobby europee e italiane che si arricchiscono con l’accoglienza e la (presunta) integrazione.

È spontaneo domandarsi perché l’ONU non invii subito i suoi angeli in Siria, per verificare l’utilizzo di bombe al fosforo bianco da parte degli esportatori di democrazia. Il silenzio assordante delle autorità internazionali su questo episodio e la protervia delle loro dichiarazioni contro un governo legittimato dal voto popolare mostrano quanto sia meschina questa classe dirigente, completamente scollegata dai problemi reali ma decisa a perseguire i suoi interessi fino all’ultimo.

Lo stesso discorso vale naturalmente per l’uccisione di Alexander Zakharchenko, leader della Repubblica popolare di Donetsk. Nel Palazzo di Vetro a New York nessuno si è indignato, nessuno ha chiesto ispezioni. Da ricordare, infine, le operazioni che la Francia continua a condurre in Libia, nel tentativo malcelato di ridurla a protettorato, con tutte le tragiche conseguenze umanitarie che conosciamo: ma l’ONU resta impassabile. Viene da chiedersi se codesto organismo non sia più un’ente intenazionale creato per risolvere pacificamente le crisi tra gli Stati, ma operi solo come appendice di gruppi che possono fare il brutto e il cattivo tempo all’interno di altri Stati sovrani.

I miliardari pianificano la fuga dall’Apocalisse

comedonChisciotte.org 11.9.18

DI ROBERT HUNZIKER

counterpunch.org

La dura verità sull’integrità e la forza dei miliardari è finalmente allo scoperto per tutti, e la realtà è ripugnante: sono dei vigliacchi. Diversi miliardari della Silicon Valley hanno infatti acquistato enormi bunker sotterranei costruiti a Murchison, Texas, e spediti in Nuova Zelanda, dove ora sono sepolti in nidi sotterranei segreti.

La domanda sorge spontanea: cosa c’è che non va con i capitalisti? Non appena le cose peggiorano, se la squagliano con la coda tra le gambe. Vivono così nei loro viali alberati (ovvero i mercati), ma non appena le cose si surriscaldano un po’, si girano e scappano.

La storia lo dimostra ripetutamente. FDR, ad esempio, salvò il capitalismo, letteralmente, da una certa fine, istituendo programmi di assistenza sociale per tutti i cittadini, mentre i capitalisti fuggivano e/o saltavano giù dagli edifici.

Poi, durante il crollo finanziario del 2008, i capitalisti si sono rannicchiati agli angoli delle stanze mentre scoppiava l’inferno. I contribuenti hanno dovuto salvarli con 700 milioni di dollari in fondi pubblici, e ancor di più dopo. Tutti fondi pubblici! I contribuenti, gli americani medi, li hanno salvati!

I capitalisti non sanno sopportare la pressione, al contrario dei grintosi lavoratori industriali americani che hanno finito per salvarli. Come spiega Allen Sinai, capo economista globale di Decision Economics, Inc: “Il libero mercato non è orientato a prendersi cura delle vittime, perché non ne trae profitto”.

I vigliacchi della Silicon Valley hanno già i G550 Gulfstream (70 milioni di dollari ciascuno) pronti in una pista di atterraggio del Nevada per la fuga verso la Nuova Zelanda.

Fuga da cosa?

Beh, ovviamente dal 99%!

La rivelazione proviene da Robert Vicino, fondatore del Vivos Project, costruttore di enormi bunker sotterranei. Afferma che le élite della Silicon Valley, mentre erano al World Economic Forum di Davos, hanno sviluppato piani dettagliati per fuggire in Nuova Zelanda.

Secondo Vicino: “Hanno previsto una rivoluzione, od un cambiamento, in cui la società andrà contro l’1%. In altre parole, loro” (Fonte: Olivia Carville, I ricchi americani hanno intensificato gli investimenti in Nuova Zelanda. Il Parlamento vota per vietare agli stranieri l’acquisto di case nascondiglio, Bloomberg LP, 5 settembre 2018).

Forse una copia de “Le catene della schiavitù” di Jean-Paul Marat (pubblicato nel 1774) è stata distribuita come materiale da leggere la sera prima a Davos. Un teorico politico radicale come Marat, critico verso “prìncipi/aristocratici”, deve aver sicuramente fatto passar loro una notte insonne o due.

E forse il pacchetto di letture notturne includeva anche “Novantatré” di Victor Hugo (1874), che parla della decapitazione del re Luigi XVI, del Terrore e della rivolta monarchica che venne brutalmente repressa dalla nuova Repubblica. Teste rotolate!

Qualunque sia la fonte o la ragione, qualcosa è accaduto per stanare questi randagi all’aperto; ma, più che all’aperto, in profondità nel sottosuolo, dove vivranno nella costante paura che il 99% li caccerà. Per non dimenticare, quando la folla dominò la Francia, migliaia di aristocratici persero la testa alla ghigliottina. Non una prospettiva divertente, che probabilmente fa agitare i miliardari di oggi. Perché altrimenti tutti questi piani elaborati?

La formula sembra essere che, più denaro uno ha, a più “privilegi” si sente in diritto, a spese di tutti gli altri. In Novantatré di Hugo, la carrozza di un aristocratico colpisce ed investe (ed uccide) il figlio di una famiglia povera. Il ricco, senza esitare, procede nel percorso verso la propria tenuta, andandosi a nascondendere dietro cancelli chiusi a chiave.

Il denaro evidentemente non equivale ad essere dei duri, perché un miliardario con dell’etica rimarrebbe ed aiuterebbe nei momenti difficili, non correrebbe al riparo.

Victor Hugo comprese molto bene la rivoluzione francese. Gli aristocratici, mentre saltellavano vestiti in modo stravagante, spruzzati di profumo e cavalcando in carrozze d’oro, storcevano il naso alle masse, guardandole con disprezzo. Nessun aiuto per gli affamati. La loro arroganza le trasformò in una macchina di omicidi, mentre vagavano per le strade alla ricerca di una certa dignità. Un po’ come avviene oggi nelle povere città industriali americane. La perdita della dignità trasforma le persone in qualcosa di diverso: nulla da perdere, rabbia, elezione di Trump, follia. A Parigi nel 18° secolo uccisero i ricchi, con slancio.

I miliardari di oggi hanno in realtà molto più da temere di una rivolta in stile Rivoluzione Francese contro l’1% (cioè contro di loro). Ci sono altri fattori sul tavolo, come la guerra nucleare, un germe assassino o il clima Armageddon: allora, ogni strada diventerà pericolosa, con bande alla ricerca di cibo, benzina, munizioni e persone ricche.

Soluzione a tutti questi problemi, la Nuova Zelanda consente agli emigrati di prendere la residenza tramite visti per investitori. I super ricchi americani hanno Ddi conseguenza versato una fortuna nel paese e, quando possibile, vi acquisiscono proprietà sontuose. James Cameron, ad esempio, regista del film Titanic, ha acquistato una villa sul lago Pounui.

Sotheby’s sostiene che diversi americani benestanti abbiano acquistato negli ultimi due anni proprietà multimilionarie nella zona di Queenstown. Questi miliardari sono forse al corrente di informazioni su un allarme in arrivo o su un disastro imminente. Chissà?

Peter Thiel, il miliardario di PayPal e rinomato libertario, ha ottenuto la cittadinanza neozelandese in soli 12 giorni, acquistando nel mentre anche una tenuta da 13,8 milioni di dollari a Wanaka, una comunità sul lago.

Secondo un’intervista telefonica con l’ex primo ministro della Nuova Zelanda John Key, “Se sei il tipo di persona che dice di avere un piano alternativo quando avverrà l’Armageddon, allora sceglieresti la posizione più lontana e l’ambiente più sicuro – e questo è il profilo della Nuova Zelanda… È nota come l’ultima fermata dell’autobus sul pianeta, prima di raggiungere l’Antartide. Molte persone mi hanno detto che, se il mondo andasse a rotoli, vorrebbero possedere una proprietà qui” (Ibid).

Quando arriverà l’Armageddon, tutti i miliardari si stringeranno assieme in Nuova Zelanda.

Davvero inquietante!

 

Robert Hunziker

Fonte: http://www.counterpunch.org

Link: https://www.counterpunch.org/2018/09/07/billionaires-plan-escape-from-apocalypse/

7.09.2018

Traduzione per http://www.comedonchiciotte.org  a cura di HMG

Bionda, mai senza i tacchi a spillo e potente: la top manager cresciuta col ministro ( Libero Quotidiano 2012)

Liberoquotidiano 12.9.2012

12 SETTEMBRE, 2012

Il ritratto di Raffaella Mastrofilippo, ai vertici di Banca Intesa e cresciuta nell’istituto ai tempi in cui l’ad era Corradino

Raffaella Mastrofilippo è fra i top manager di Banca Intesa cresciuti sotto Corrado Passera. Bella, biondissima (per scelta), rivela (senza rivelare il cognome, come vi diamo conto nell’articolo) di non disprezzare il nomigliolo “Barbie”, spiega che lei ai tacchi a spillo non ci rinuncerà mai e che “le regole sono fatte per essere trasgredite”. Aggressiva e seducente, la top manager romana. Oggi la Mastrofilippo è responsabile della governance dei sistemi informativi dell’intero gruppo Intesa. Interviene spesso a convegni di settore e rappresenta la banca anche in organismi di categoria. Questo settembre appare semianonima (si fa fotografare, dice il suo vero nome e l’ età, come detto tace il cognome e non dice la banca per cui lavora), sul mensile Myself della Condè Nast. E’ lei ad aprire un servizio su “Bionda si nasce o si diventa?”, mostrandosi in una versione sexy che solo un’intervista di un paio di anni fa all’inserto Job del Sole 24 ore aveva fatto supporre (e vi diamo conto anche di questa). Foto e testo della nuova performance di Raffaella hanno fatto il giro delle stanze del gruppo bancario, suscitando le inevitabili chiacchiere… Ma lei non sembra per nulla imbarazzata.

Evviva le Barbie – Tra le frasi rilasciate dalla signora Mastrofilippo nell’intervista, quella in cui rivela: “Non l’avrei mai detto, un giorno mi hanno chiamata Barbie e non mi sono nemmeno offesa. E’ capitato in ufficio, e se lì per lì stavo per perdere la calma (l’epiteto non è proprio edificante), poi ho capito che agli stereotipi non si sfugge. Il segreto è passarci sopra. Perché sì, io sono bionda e ho i capelli lunghi, e come le Barbie con cui giocavo da piccola mi vesto elegante e porto i tacchi: mi sento femminile, ma di certo non meno competitiva sul lavoro. Sono una dirigente di una grande banca, un ambiente ad alto tasso di testosterone. Credete che potrei farcela se mi facessi influenzare dai giudizi dei miei fratelli maschi?”. E poi la dichiarazione d’amore per la sua “chioma bionda” a cui “non rinuncerei mai. Farmi bionda è stata una dichiarazione d’indipendenza”.

Trasgredire le regole – Ma la donna cresciuta sotto l’ala dell’oggi superministro Corrado Passera, nell’intervista rilasciata nel 2008 al Sole 24 Ore (senza la protezione dell’anonimato) si mostrava già aggressiva. Il titolo? “Mai senza tacchi, sempre in giacca”. Provocante già da diversi anni, insomma. La biondona spiegava che “le regole sono fatte per essere trasgredite”, e che “di tutti i comandamenti del dress code dell’ufficio ne rispetta soltanto uno, la giacca”. Nell’introduzione all’intervista venviva rimarcata la “passione sfrenata (tutta femminile) per il vestire”. A lei, proseguiva il distico, piace “vestire estroso, spiritoso” ma “senza scivoloni di gusto”. Già, perché “in un ambiente molto conservatore come la banca, la sua è una sfida quotidiana (vinta, peraltro) ai manuali del dress for success”. Un manager rampante, dall’aspetto conturbante, che non rinuncia mai all’eleganza.

Apologia del tacco alto – Nell’intervista al Sole 24 Ore, la Mastrofilippo raccontava tutti i segretri del tacco a spillo. Si parla di “tacco alto”: “La donna che lo porta – spiegava -, si dice, sottolinea troppo la sua femminilità, e questo non è visto bene dalle altre donne che mettono i tacchi bassi e dagli uomini che le leggono ancora come un richiamo sessuale, seduttivo”. Ma la super manager, già allora, se ne fergava: “Non ci rinuncio, neanche per sogno. Sono una donna e lo affermo, il tacco alto fa parte del mio stile”. Ma anche per lei ci sono delle “linee rosse” che non possono essere oltrepassate: “Scollature vertiginose, minigonna, il look sexy tipo calze a rete larga”.

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Indice

DICONO AL CAFFÈ

Latex

08:38 Mercoledì 08 Giugno 2016 1 LOSPIFFERO.COM

Correva l’anno 2012 quando un’intervista alla dirigente di Intesa Sanpaolo Raffaella Mastrofilippo provocò un mezzo trambusto ai piani alti della banca. Il servizio, apparso su un noto rotocalco femminile, era corredato dalla fotografia della manager ritratta in un accattivante tubino di latex nero. Un (innocente) peccato di vanità che le costò caro: dopo pochi giorni dall’uscita dell’articolo l’allora Coo Francesco Micheli decise di rimuoverla dalla responsabilità degli acquisti relegandola in una posizione più defilata. Oggi, con una mossa a sorpresa, la Barbie di Intesa viene proposta al direttore della Banca dei Territori Stefano Barrese e al suo riporto Massimo Tessitore a capo della direzione Multicanali quale responsabile del Servizio Mobile Payement. Chissà se nella nuova posizione la bionda Raffaella ritroverà quell’alto tasso di testosterone di cui lei stessa raccontava in quella “storica intervista” e potrà anche rispolverare dall’armadio il completino sexy?

In Intesa sempre meno Sanpaolo

Lo spiffero.com 11.4.18

Nei nuovi organigrammi varati da Messina il ruolo di Torino è sempre più marginale. Con l’infornata di manager Accenture (da Proverbio a Bortolan) molti temono la progressiva esternalizzazione dell’Ict. E a rimetterci sarebbe il centro di Moncalieri

Valzer di poltrone in Intesa Sanpaolo. E il Piemonte rischia, ancora una volta, di rimanere a fare quello che balla con la scopa. Nei giorni scorsi il ceo Carlo Messina e il numero uno della divisione banca dei territori Stefano Barrese hanno formalizzato gli organigrammi definiti già alla fine dell’anno scorso, ma rimasti sospesi per mesi, e che riguardano quello che negli ambienti dell’istituto di credito ormai viene definito, pur con vari significati, il poker d’assi, ovvero Massimo Proverbio, Alfonso Guido, Rosario Strano e Stefano Lucchini.

Proprio guardando a Proverbio emerge come le funzioni attribuite a Proverbio, ex manager di Accenture, la società maggior fornitrice di Intesa per quanto riguarda l’Ict,  sono tante e nuove:  nascono tre strutture chiamate Digital Business Partner destinate a interfacciare le funzioni clienti, ma soprattutto compare il Transformation Center al quale è affidato il compito di governare tutte le strategie e le policy di evoluzione dell’Information Technology nonché gli investimenti, gli Sla di servizio erogato e anche la vendor strategy. Questa funzione è stata affidata dal neo assunto Luca Bortolan che proviene anch’egli come Proverbio da Accenture. La Direzione sistemi informativi di Enrico Bagnasco parrebbe venire relegata a un ruolo meramente esecutivo. E anche in questa scelta c’è chi intravvede lo stile Accenture.

Stile o qualche cosa di più e più pesante, come teme qualcuno? Già, perché il rischio paventato è quello di un progressivo e forse anche rapido indebolimento di quello che resta l’ultimo presidio importante (anche sotto il profilo occupazionale) di Intesa a Torino e in Piemonte, ovvero quella Direzione dei servizi informativi: a breve dei pezzi importanti della Dsi sono destinati a confluire nella nuova Direzione “Trasformation Center” con a capo l’ex manager di Accenture, Proverbio che riferisce direttamente al Ceo Messina. Più che comprensibile, dunque, la preoccupazione che serpeggia a Moncalieri sede della Direzione servizi informativi della banca, dove la spettro che aleggia è quello di una esternalizzazione dei servizi stessi, sul modello di quanto avvenuto in Unicredit con Ibm. E ancora una volta spunta il nome della società di cui due manager sono oggi nei posti strategici della banca cliente. A Moncalieri molti tra i dipendenti paiono ormai convinti che quel fiore all’occhiello (l’ultimo rimasto) per il Piemonte legato alla sua (ex) banca finirà per rimanere poco più o poco meno di un’unità di coordinamento di un lavoro affidato all’esterno. Chissà, magari proprio alla multinazionale americana Accenture.

Non consola certo il fatto che verrà smontato il polo dell’innovazione che tanto lustro aveva dato alla presenza della banca su Torino creando una società esterna dove Maurizio Montagnese mantiene la carica onorifica di presidente e una struttura interna che dipende, comunque, sempre da Proverbio. I cambiamenti riguardano anche l’area Chief cost management officer di Alfonso Guido al cui interno nasce la direzione Cost management per la quale si sta preparando Riccardo Sfondrini, fedelissimo di Raffaella Mastrofilippo, la biondissima manager romana le cui immagini molta glamour pubblicate su una rivista femminile che aveva dedicato un servizio avevano fatto sobbalzare, era il 2012, più d’uno nelle ovattate stanze di Ca’ de Sass. Ora a rischiare di saltare, se i timori di un’esternalizzazione dei servizi informativi della banca trovassero conferma, sarebbero un bel po’ di posti.

DISPOSIZIONI CEO SU ICT

ORGANIGRAMMA ICT

ORGANIGRAMMA BANCA DEI TERRITORI

Fisco: Gdf, truffa di 72,3 mln da falsi promotori finanziari

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dalle prime ore di oggi, 80 finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Venezia, con la collaborazione di militari di altri Reparti del territorio nazionale, stanno dando esecuzione ai provvedimenti cautelari emessi dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Pordenone nei confronti dei responsabili e compartecipi di un’ingente truffa da 72,3 mln di euro perpetrata da falsi promotori finanziari ai danni di centinaia di risparmiatori.

Il decreto ha disposto la custodia cautelare in carcere per il principale indagato, gli arresti domiciliari per 5 persone e l’obbligo di dimora per altri 11 soggetti. Sono anche in corso di esecuzione sequestri preventivi finalizzati alla confisca di beni e disponibilità degli indagati fino all’ammontare di 47 milioni di euro, unitamente a 17 perquisizioni locali di abitazioni, uffici e altri luoghi di interesse investigativo. I reati contestati nell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pordenone e condotta dagli investigatori del Gruppo della Guardia di Finanza di Portogruaro sono quelli di associazione a delinquere, truffa aggravata, esercizio abusivo di attività di gestione del risparmio, autoriciclaggio.

Il meccanismo truffaldino messo in atto dall’organizzazione consisteva nell’offerta di investimenti nel mercato “Forex”1 ad altissimo e immediato rendimento. I capitali raccolti, invece di essere investiti, venivano in parte utilizzati per remunerare gli investimenti più risalenti e, in parte, dirottati in conti correnti italiani e stranieri degli indagati. In sostanza, gli interessi degli investimenti dichiaratamente maturati dai finanziatori più risalenti venivano pagati con i soldi versati dai clienti successivi, così da rassicurare coloro che avevano già consegnato denaro all’organizzazione e attirare nella rete truffaldina altri soggetti potenzialmente interessati ai lauti guadagni prospettati.

Per aggirare i controlli delle Autorità di vigilanza finanziaria, il sodalizio si è avvalso di una serie di società estere con sede in Slovenia, Croazia, Gran Bretagna, grazie alle quali, tra l’altro, è stato aggirato il divieto all’esercizio dell’attività di raccolta finanziaria già imposto dalla Consob nel 2016 al principale artefice della truffa e a una sua società italiana. Con questo sistema, che richiama lo “schema Ponzi”, tra il 2016 e il 2018 l’organizzazione ha raccolto abusivamente da circa 3.000 persone per lo più del nord-est d’Italia 72,3 milioni di euro, rimborsati ai finanziatori per soli 28,9 milioni di euro.

Nella rete dei falsi promotori sono finiti imprenditori, pensionati, lavoratori dipendenti, che hanno investito i risparmi, eredità, liquidità ottenute dalla vendita di immobili e, in alcuni casi, denaro preso in prestito pur di poter investire. I proventi delle attività illecite sono stati riciclati dai principali indagati attraverso l’acquisto di numerosi immobili in Veneto, Friuli Venezia Giulia e in Emilia Romagna, per un valore di 3,7 milioni, il cui sequestro è in fase di completamento in queste ore.

pev

(END) Dow Jones Newswires

September 11, 2018 07:04 ET (11:04 GMT)

La maglietta di Levi’s che vedete ovunque è effettivamente ovunque

Med Duc ilpost.it 11.0.18

Il Guardian ha provato a capire perché, senza andare molto lontano (c’entrano forse «questi tempi incerti e spaventosi»?)

Da mesi sembra che tantissime persone indossino la stessa maglietta, quella con il logo Levi’s in varie combinazioni di colori, ma soprattutto bianca col logo rosso: basta farsi una passeggiata di pochi minuti per vederla portata da ragazzini e adulti, uomini e donne, che si tratti di grandi città, comuni di provincia e capitali europee, mentre su Instagram l’hashtag #levistshirt è usato decine di migliaia di volte.

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Al Post – dove tre redattori hanno comprato la maglietta in questione, e uno ne ha due diverse – abbiamo provato a capire il motivo di questo successo contattando direttamente Levi’s: era giugno, la magliette giravano da qualche mese ma erano già molte, anche se non avevano raggiunto l’ubiquità di adesso. Levi’s però non aveva dati che fosse possibile diffondere sulle vendite delle magliette, né una spiegazione sul successo che avevano avuto. Il fenomeno nel frattempo è stato notato anche dal Guardian, tra i più importanti quotidiani britannici, che ha cercato di darsi una spiegazione non potendo contare sull’appiglio concreto dei dati. «Potrebbe essere che, in questi tempi incerti e spaventosi, un marchio classico come Levi’s sia rassicurante?», scrive, ricordando la doppia natura di Levi’s: contemporaneamente un grande classico e un simbolo di indipendenza e ribellione. Aiuta il fatto che le t-shirt sono facili da trovare: nei negozi monomarca e sul sito di Levi’s, e rivenduti da grandi catene di abbigliamento, sia fisiche che online, come Asos e Amazon. In più la maglietta costa relativamente poco: 25 euro.

Secondo il Guardian ha pesato anche il successo dell’ultima campagna pubblicitaria di Levi’s, Circles, uscita nell’agosto del 2017. Mostra persone di tutto il mondo che si divertono ballando: è stato uno dei video più visti dell’anno, 22 milioni di volte.

Inoltre la maglietta, nella sua versione più comune, ricorda un po’ quella celebre dell’azienda di streetwear Supreme, con il logo rosso su sfondo bianco, con la differenza che Levi’s è economicamente più accessibile e più conosciuta.

https://www.instagram.com/p/BngZhFQnnpO/embed/captioned/?cr=1&v=12&wp=548&rd=https%3A%2F%2Fwww.ilpost.it&rp=%2F2018%2F09%2F11%2Fperche-maglietta-levis-moda%2F#%7B%22ci%22%3A1%2C%22os%22%3A2315.999999991618%7D

Levi’s intanto va economicamente molto bene: nel secondo trimestre dell’anno, chiuso il 27 maggio, le entrate sono state di 1,25 miliardi di dollari (circa un miliardo di euro), paragonate al miliardo dello stesso periodo dell’anno precedente (800mila euro); i profitti sono stati 77 milioni di dollari (66 milioni di euro), contro i 17 (14 milioni di euro) del secondo trimestre del 2017. Negli Stati Uniti, il mercato principale di Levi’s, le vendite sono aumentate dell’11 per cento arrivando a 670 milioni di dollari (578 milioni di euro), la metà del totale; segue l’Europa, con un aumento del 31 per cento ed entrate per 367 milioni (316 milioni di euro); e infine l’Asia con il 13 per cento in più e vendite per 209 milioni di dollari (180 milioni di euro). In Cina invece c’è stato un calo del 3 per cento, dovuto alla chiusura, nell’ultimo anno, di 100 negozi in franchising per lasciare il posto ad altri gestiti direttamente dall’azienda. Intanto sempre nel secondo trimestre gli acquisti online sono aumentate del 19 per cento rispetto all’anno precedente. Levi’s non ha comunque trascurato i negozi fisici: nell’ultimo anno ne ha aperti 53 e progetta di aprirne altri 50 entro la fine del 2018.

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