Metti che l’Italia esce dall’euro nel 2020

Il post.it 12.9.18

È l’ipotesi del romanzo di Sergio Rizzo: ci sono un Partito del Nord e un Partito populista che si sono fusi in un Partito sovranista italiano e altre di queste cose immaginarie

Sergio Rizzo, giornalista, vicedirettore di Repubblica e famoso soprattutto per il bestseller del 2007 La casta scritto con Gian Antonio Stella quando entrambi erano al Corriere della Sera, ha pubblicato in questi giorni un romanzo per Feltrinelli: che immagina cosa succederebbe se nei prossimi anni l’Italia smettesse di usare la sua moneta, l’euro. Si intitola 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro e prova appunto a spostare in un futuro molto prossimo le discussioni che si sono fatte in questi ultimi anni sull’ipotesi in questione. Non sono citati né Matteo Salvini né Giuseppe Conte o Luigi Di Maio, ma ci sono un ministro dell’Interno e un presidente del Consiglio senza nome facilmente riconoscibili, entrambi membri di un “Partito sovranista italiano (PSI)” nato dalla fusione di due forze di governo: un “ex Partito del Nord” e un “Partito populista”.

Tutto inizia con la ricostruzione dei primi mesi di governo del Partito sovranista, con politiche aggressive sull’immigrazione (ok, più aggressive di quelle attuali), e il raggiungimento del 72 per cento dei consensi alle elezioni europee del 2019. Nel libro ci sono anche altri personaggi, oltre ai politici protagonisti, prima fra tutti Chiara, una donna di mezza età capo delle gestioni patrimoniali di una banca. La sua storia personale si svolge durante il progressivo allontanamento dell’Italia dall’Unione Europea e i grossi guai economici che ne conseguono. Al centro del romanzo, che in un’intervista a Vanity Fair Rizzo ha definito “un gioco”, ci sono però soprattutto le ipotesi sulle conseguenze dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona.

Queste sono alcune pagine del libro tratte dal secondo capitolo, “Il colore verde”. Il protagonista qui è un incisore incaricato di disegnare le banconote della Lira Nuova e in particolare di trovare il giusto tono di verde.

***

A un tratto il ministro si era alzato e con un’aria grave aveva sentenziato: “Ne abbiamo discusso, e siamo arrivati alla conclusione che è ora di cambiare tutto, anche rispetto alla vecchia lira. Basta con i poeti, gli artisti, i navigatori. Basta pure con gli scienziati. Dante, Leonardo, Michelangelo… Manzoni, Galileo Galilei, Caravaggio, Raffaello… Alessandro Volta… Quelli rappresentavano le élite. Noi vogliamo invece che le nostre banconote rappresentino il popolo”. E poi aveva congedato gli ospiti porgendo loro una mano invertebrata, mentre il suggeritore restava lì, in piedi accanto al camino.

Il ministro dell’Economia fece recapitare l’elenco il giorno di Capodanno in una cartella sigillata.

Delle vecchie facce era stata risparmiata solo quella di Giuseppe Verdi, già usata negli anni settanta per la banconota da mille lire, ma unicamente perché autore del Nabucco e di quell’aria, Va’, pensiero, candidata a soppiantare la marcetta di Goffredo Mameli e Michele Novaro come inno nazionale. L’avrebbero messo su uno dei tagli più piccoli.

Il biglietto gigante, quello da un milione di Lire Nuove, toccava invece ad Alberto da Giussano con lo spadone sguainato nell’atto di lanciare la carica contro il Barbarossa. Nel retro, il Carroccio con le campane che suonano a distesa nel furore del combattimento. Già, ma che faccia poteva avere il prode Alberto da Giussano, uno che a quanto pare non è mai esistito? Non con quel nome, almeno. Si chiamava, sembra, Guido da Landriano: che dopo attenta ricerca storiografica venne associato alla battaglia di Legnano. Scovarne il ritratto, o quello che poteva assomigliare alle fattezze reali del valoroso condottiero padano, si rivelò un’impresa.

Dal taglio da 500mila, invece, si sporgeva il volto indecifrabile, ornato con radi e lunghi capelli, del guru dei populisti prematuramente scomparso, che aveva lasciato un vuoto incolmabile nei dirigenti del movimento, prima che questo confluisse nel Partito sovranista. Gli erano state già intestate strade in vari Comuni amministrati da quella formazione politica. A Roma sarebbe stata dedicata a lui la spettacolare funivia Casalotti-Battistini che si stava costruendo con i soldi prontamente messi a disposizione dal governo centrale.

La banconota da 200mila era stata ritenuta idonea per ricordare la figura del primo martire del Nord, entrato in parlamento nell’ormai lontano 1983, preferendola a quella dell’ideologo del partito. La buonanima di quest’ultimo si sarebbe accontentata del biglietto da 10mila, con il cranio a palla da biliardo, le sopracciglia cispose e l’immancabile giacca tirolese. Surclassato, nell’allegro pantheon della Lira Nuova nella Nuova Italia, perfino da uno chansonnier, un vero eroe delle tradizioni popolari che aveva meritato il lato A del taglio da 50mila, e lo spartito di Montagne del me Piemont, l’inno alla sua terra, il lato B.

Il grafico continuava a sfogliare i bozzetti, cercando l’ispirazione per quel maledetto punto di verde. Ecco l’ex tesoriere del Partito del Nord sorridere dietro un paio di occhiali spessi dal biglietto da 20mila. E l’ex deputato che si presentò in tv con la pistola, morto pochi giorni dopo aver compiuto cinquant’anni in un tragico incidente stradale, ritratto sulle 1000 al posto dell’educatrice Maria Montessori. Figure anonime, di cui la storia a fatica si sarebbe ricordata. Così le immagini scorsero via veloci, fino a incrociare lo sguardo astigmatico di Alcide De Gasperi.

“Che c’entra lui?” si era sempre chiesto il grafico incisore in tutte quelle settimane. “Che c’entra uno dei padri fondatori dell’Europa con l’uscita dall’euro? Qualche anno fa hanno pure coniato una moneta da 10 euro per l’anniversario della sua nascita e adesso le mettiamo sulla Lira Nuova? Boh…” Rammentava che sul retro di quella moneta commemorativa era stato inciso anche un passo di uno dei suoi storici discorsi sull’Europa: “Vi parlerò dell’Europa di domani, di quell’Europa che vogliamo ideare e costruire”.

“Eppure ci dev’essere un nesso,” andava ripetendosi fin dal primo momento, quando aveva aperto la cartellina sigillata spedita dal ministero e sobbalzando aveva letto quel nome “Alcide De Gasperi” accoppiato alla banconota da 100mila. La curiosità l’aveva spinto a chiedere una cauta spiegazione al ministro, sentendosi rispondere: “L’ha chiesto espressamente il vicepresidente del Consiglio”.

Allora aveva fatto un rapido giro su internet, scoprendo che questi un giorno aveva citato una massima di De Gasperi: “Politica vuol dire realizzare”. Ed era già un segnale. Soprattutto, dalla rete saltava fuori un vecchio articolo del quotidiano “la Repubblica”, dove il fondatore del movimento aveva detto al giornalista una cosa sconvolgente: “Noi siamo un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po’ di centro. Possiamo adattarci a qualsiasi cosa”. Eccola dunque la ragione profonda. C’era una radice democristiana.

Improvvisamente, alle quattro del mattino, l’ispirazione si fece strada grazie al visionario fondatore dell’Europa, un politico della primissima repubblica nato a pochi chilometri da Trento nel 1881, da suddito dell’Impero austroungarico. Il suo paese d’origine si chiamava Pieve Tesino e nello stemma comunale erano raffigurate tre torri gialle in campo rosso che poggiavano su tre colline verdi, di un verde mai visto. E il verde della Lira Nuova non poteva essere che quello!

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Prima edizione in “Serie Bianca” settembre 2018

Published by agreement with The Italian Literary Agency

La Terza Guerra Mondiale inizierà questa settimana?

Davide come don Chisciotte.org 12.9.18

DI WILLY B.

turcopolier.typepad.com

Un  articolo pubblicato ieri sera dal Wall Street Journal dà motivo di porre questa domanda. “Assad, riportano funzionari statunitensi, ha approvato l’uso del cloro, in un’offensiva contro l’ultima grande roccaforte ribelle del paese, sollevando le prospettive di un’altra rappresaglia militare americana”, inizia il pezzo. “In una recente discussione sulla Siria, Trump, dicono i bene informati, avrebbe minacciato di compiere un forte attacco contro l’omologo siriano, dovesse questi compiere un massacro ad Idlib…”. Mentre l’esercito ha già esplorato varie opzioni, “Trump non ha ancora deciso cosa esattamente possa scatenare una reazione militare, o se, nel caso, gli Stati Uniti prendereanno di mira le forze militari russe o iraniane, aiutando così Assad”. Potrebbe invece puntare su sanzioni economiche o su non meglio specificati strumenti politici; dubito però che i neo-con che hanno dirottato la politica americana in Medio Oriente sarebbero soddisfatti di tali misure.

L’articolo del Journal più avanti ripete fino alla nausea sempre la solita storia riguardo Assad e le armi chimiche, inserendo alcune frasi dall’ultimo libro di Bob Woodward, dimostrando quanto radicata a fondo sia diventata la propaganda. “Non farò commenti sui nostri piani militari, ma l’uso da parte di Assad di armi chimiche, sarin e cloro, ed il disprezzo per la vita civile è ben documentato e contrario alla stabilità nella regione”, ha detto Dana White, portavoce del Pentagono. I terroristi di al-Qaeda che gestiscono Idlib ricevono chiaramente un pass gratuito.

La propaganda e la spinta verso la guerra stanno a quanto pare ottenendo risultati in Germania. Il Bild ha riportato ieri  (qui la versione in inglese) che anche il governo tedesco sta ora valutando la possibilità di aderire ad un’eventuale offensiva franco-britannica-USA contro le truppe del governo siriano. La Merkel aveva in precedenza rifiutato la partecipazione tedesca a tali azioni militari, “ma ora nel ministero si sta discutendo un cambiamento radicale”. Ursula von der Leyen, il Ministro della Difesa, sembra essere pienamente d’accordo. Secondo il racconto di Bild, tutto è iniziato con una richiesta da parte americana, poi si è passati a riunioni di esperti tra il Ministero della Difesa tedesco ed il diplomatico militare degli Stati Uniti. Le due parti hanno discusso varie opzioni relative ad una possibile alleanza militare contro la Siria, tra cui una ricognizione pre e post-attacco e persino missioni di combattimento. “Dovesse Assad usasse verosimilmente armi chimiche contro la sua stessa popolazione, Tornado armati della Bundeswehr [o, meglio, della Luftwaffe] potrebbero compiere attacchi aerei alle infrastrutture militari – caserme, basi aeree, posti di comando, munizioni e depositi di armi, fabbriche e centri di ricerca, ad esempio”, riporta Bild. “In tal modo, la Germania per la prima volta rischierebbe uno scontro diretto con la Russia, alleata siriana”. Il Ministero della Difesa ed il Ministero degli Esteri, in una dichiarazione al giornale, hanno detto soltanto: “La situazione in Siria dà motivo di grande preoccupazione. In questi tempi siamo naturalmente in stretto contatto col nostro alleato americano ed i nostri partner europei”.

Se la Merkel dovesse decidere di avvicinarsi agli Stati Uniti, agli inglesi ed ai francesi in Siria, potrebbe non avere il sostegno del suo partner di coalizione. La presidente dei Socialdemocratici (SPD), Andrea Nahles, ha reagito al report affermando che “l’SPD non approverà che la Germania si unisca alla guerra in Siria, né in parlamento né al governo”.

Non ho ancora visto una risposta russa a queste ultime provocazioni, a meno che non si consideri tale l’intervista a Sputnik del nostro amico Richard Black, senatore della Virginia, che demolisce completamente le asserzioni del pezzo WSJ. “Ho studiato tutti questi presunti attacchi gas e, ad eccezione di Duma, ognuno di loro è stato effettuato dai terroristi, spesso in collaborazione con la Turchia o con altre agenzie di intelligence straniere”, ha detto. Per quanto riguarda l’eccezione, “Non c’è mai stato un attacco di gas a Duma”, perché le unità dell’esercito siriano avevano invaso le scorte di prodotti chimici dei jihadisti, quindi è stata una finta. Black nota che lo sa perché il suo buon amico Pearson Short, che lavora per One America News, si è precipitato a Duma da Damasco dopo che era stato segnalato l’”attacco”: si è trovato davanti persone che rispondevano alle sue domande chiedendo “quale attacco gas?”. Robert Fisk, dell’Independent, si è aggiunto alcuni giorni dopo ed ha scoperto la stessa cosa, che era stato tutto simulato. Short e Fisk sono gli unici due giornalisti occidentali che conosco che sono stati effettivamente sul campo a Duma giorni dopo la sua liberazione.

“È stato tutto messo in scena, è tutto falso, c’è una specie di schema su queste cose. Circa quattro settimane fa ho cominciato a notare sui media britannici il timore che la Siria avrebbe usato il gas. Lo ritengo sempre un segnale che si sta per inscenare uno di questi attacchi. Penso ci sia un pericolo molto reale”, ha detto Black. “Nessun giornalista americano si è mai chiesto se la Siria avesse gas tanto per cominciare. Se erano davvero così disperati da usare il gas, perché non l’hanno usato contro i terroristi? Ce ne sono 50.000 nella provincia di Idlib. Perché lo usano sempre contro donne con passeggini ed anziani? Non c’è risposta, è irrazionale, nessuna persona razionale crederebbe che fosse possibile”.

 

Willy B.

Fonte: http://turcopolier.typepad.com

Link: http://turcopolier.typepad.com/sic_semper_tyrannis/2018/09/will-world-war-iii-start-this-week.html

10.09.2018

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org  a cura di HMG

E se adesso i bond “spazzatura” sono diventati più appetibili con la fine del QE?

Giuseppe Timpone, pubblicato il investire oggi.it

Le obbligazioni “spazzatura” potrebbero essere premiate dalla fine del QE della BCE, anche se tendiamo a immaginare il contrario. Vediamo perché.

Le obbligazioni

Domani, il sesto board dell’anno della BCE non dovrebbe esitare alcuna decisione sulla politica monetaria nell’Eurozona. Molto probabile, infatti, che il governatore Mario Draghi usi parole più chiare sui termini della cessazione del “quantitative easing” alla successiva riunione di fine ottobre, quando dovrà preparare definitivamente i mercati all’una o l’altra direzione. Scontato il mantenimento dei tassi ai livelli attuali, ossia ai minimi storici. La fine degli stimoli, che verranno dimezzati già da ottobre e fino a dicembre a 15 miliardi di euro al mese, non riguarderà i soli titoli di stato, bensì pure i corporate bond. Alla fine di agosto, i rendimenti medi di quelli denominati in euro e con rating “investment grade” si attestavano in area 1,35%, mentre quelli “high yield”, detti anche “spazzatura”, toccavano il 3,80%. Pertanto, lo spread medio si aggirerebbe sui 245 punti base, in forte rialzo dai 175 bp di un anno prima, ma ancora al di sotto dei livelli pre-crisi del 2007 e antecedenti l’annuncio del varo del QE di inizio 2015 (300 bp).

Obbligazioni europee senza bussola, spazzatura spacciata per titoli di lusso

Inoltre, si assiste a un ridimensionamento delle distanze tra le due classi di bond dal mese di luglio, quando lo spread aveva raggiunto i 280 bp. In sostanza, nelle ultime settimane di estate i bond “spazzatura” hanno sovraperformato quelli di qualità medio-alta. Quale possibile spiegazione per questa apparente, pur ancora debole, inversione di tendenza rispetto agli 8-9 mesi precedenti? Negli ultimi 3 mesi, i mercati sono stati preparati da Draghi alla fine imminente degli stimoli e al primo rialzo dei tassi, che verosimilmente sarà deciso nella seconda metà dell’anno prossimo, data la promessa di non aumentare il costo del denaro “fino all’estate 2019”. L’avvio del “tapering” sta coincidendo, com’è ovvio, con una ripresa dell’inflazione attorno al target della BCE per la prima volta da 5 anni e mezzo. Questo significa che Francoforte presto non acquisterà più nemmeno le obbligazioni emesse dalle società private in euro.

Saranno premiati i titoli “spazzatura”?

In teoria, così come il varo del QE avrebbe contribuito in misura preponderante a dimezzare lo spread tra “investment grade” e “junk”, abbassando al contempo i livelli assoluti dei rendimenti di entrambe le categorie, adesso dovrebbe verificarsi il processo opposto, nel senso che la lievitazione dei tassi sul mercato europeo farebbe venire meno l’esigenza avvertita dagli investitori negli ultimi anni di andare a caccia di rendimento, anche al costo di assumersi rischi maggiori. Insomma, passeremmo dal “hunt for yield” al “fly to quality”. Ma siamo sicuri che sarà così? In fondo, l’inflazione al 2% nell’Eurozona rende ormai un investimento in perdita quello realizzato acquistando titoli a rating elevato fino alle scadenze medio-lunghe, mentre così non è per i titoli meno solidi. Prendiamo il bond Eni 2026 con cedola 1,5%: rendimento lordo all’1,5% e netto di poco superiore all’1%. Con un’inflazione media annua del 2%, da qui alla scadenza subiremmo una perdita cumulata lorda del 4% e netta il doppio. Chiaramente, trattasi di un’obbligazione ad alta qualità. Perché mai un investitore dovrebbe accontentarsi di perdere denaro, quando potrebbe guadagnarne puntando su titoli formalmente poco affidabili, ma che con un’economia in ripresa potrebbero sorprendere in positivo? A titolo di confronto e restando sempre in Italia (stesso rischio sovrano), il bond Telecom 2027 e cedola 2,375% offre un rendimento lordo del 3,1%. Se non temiamo credibilmente nel crac della compagnia, dovremmo optare per le sue emissioni, anziché per quelle più spilorce degli altri colossi industriali.

La situazione analoga si ha sul mercato dei bond sovrani. La curva media delle scadenze nell’area ci dice che per ottenere un rendimento almeno pari all’inflazione bisognerebbe acquistare titoli dai 25 anni in su, mentre fino agli 8,5 anni stiamo ancora sotto l’1% e fino ai 2 anni e mezzo sottozero. Non sembra difficile immaginare che, scontando una inflazione in rialzo e condizioni monetarie meno accomodanti, nei prossimi mesi gli investitori possano finire per premiare i titoli più longevi e fuggire da quelli più corti, appiattendo la curva. Non solo, perché al netto dei rischi sovrani differenti da stato in stato, i capitali potrebbero fluire verso i bond oggi più vituperati, allontanandosi dai mercati “core”. Se l’Italia, ad esempio, si mostrasse fiscalmente responsabile e si allentassero sui BTp le tensioni di questi mesi, sarebbe naturale pensare che un titolo decennale di Roma al 2,8% diventi preferibile a uno tedesco omologo allo 0,4%. Nel primo caso, coperta pure l’inflazione, nel secondo perdite reali cumulate nell’ordine di circa il 16% da qui alla scadenza. In condizioni di assenza di turbolenze finanziarie, lo spread BTp-Bund scenderebbe e così anche quello tra le lunghe e brevi scadenze italiane, visto che a restare penalizzate sarebbero le seconde, ancora con rendimenti reali negativi, per quanto meno che nel resto dell’area, Grecia esclusa.

Il mercato teme il giorno del giudizio per i BTp, rischio rating spazzatura

giuseppe.timpone@investireoggi.it

La profezia di Ratzinger per salvare la Chiesa

FEDERICO CENCI interris.it 12.9.18

Presentato alla Camera il libro “Opzione Benedetto” dell’autore americano Rod Dreher: un filo rosso unisce il Santo di Norcia al Papa emerito

Mont Saint Michel

Mont Saint Michel

Cosa accomuna un guerriero ostrogoto di religione pagana, lancia in pugno e capelli lunghi e ribelli, con un moderno yuppie agnostico, telefonino davanti agli occhi e devoto al “dio denaro” e al diritto individuale? Secondo il giornalista statunitense Rod Dreher, firma del New York Times e dell’American Conservative, entrambi, pur appartenendo ad epoche lontane, hanno provato a sferrare un attacco micidiale al Cristianesimo. Il primo, il barbaro che calava da Nord, lo fece con la forza brutale. Il secondo, nostro contemporaneo, lo fa con l’ideologia relativista che svilisce la verità della fede. E così come, secoli fa, San Benedetto riuscì a creare un fronte di resistenza e reazione al decadimento provocato dalle invasioni barbariche, anche oggi c’è la necessità di praticare una “Opzione Benedetto” per sanare le ferite di una Chiesa assalita a livello culturale.

L’opera di Rod Dreher

“Opzione Benedetto”, del resto, è il titolo del libro che Rod Dreher ha scritto proprio per tracciare questa strada salvifica, per – ha spiegato lui stesso in una conferenza di presentazione alla Camera dei Deputati –“capire come vivere cristianamente in un mondo post-cristiano”. Lo scrittore americano è risalito alla radice dell’attuale situazione: l’illuminismo. In quell’epoca storica si tentò – ha ricordato – di sostituire dei “principi autorevoli condivisi” con il pensiero individuale, è così che, secondo l’autore del libro, “si è scivolati nell’emotivismo per cui ciò che sentiamo noi è la sola verità cui far riferimento”. Per dirla con le parole di un altro Benedetto, Papa Joseph Ratzinger, si è instaurata la “dittatura del relativismo”. E fu proprio Ratzinger, nel lontano 1969, ad indicare la via per poter vivere in maniera piena e proficua la propria fede, creando quelle “minoranze creative” capaci di attrarre. L’allora cardinale bavarese profeticamente intravide la situazione di crisi attuale e la necessità di ripartire da “piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la Fede al centro dell’esperienza”. Certo la Chiesa – la riflessione del card. Ratzinger in pieno periodo di contestazione – “non sarà mai più la forza dominante della società, nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura ed apparirà agli uomini come la patria, che ad essi dà vita e speranza oltre la morte”.

L’esempio di San Benedetto

Da questo invito dell’attuale Papa emerito prende le mosse il libro di Dreher. Egli ha sottolineato che viviamo “fra le rovine di una civiltà che fu grande, ma che oggi è stata sbaragliata da barbari molto sofisticati, che credono soltanto nei loro diritti individuali”. La fede – ha proseguito Dreher – “è stata ceduta in cambio della possibilità di fare ciò che si vuole”. Secondo l’autore americano, i fedeli “non possono restare indifferenti”, perché “l’attacco delle forze della modernità è talmente forte” da diventare distruttivo se non si reagisce. Reazione che si rifà a Benedetto da Norcia. Sconfortato dal caos sociale generato dalla fine dell’impero romano, egli si ritirò alla vita contemplativa in una grotta, ma la sua risposta non si esaurì lì: la contemplazione gli suggerì l’idea di formare una nuova civiltà, il fondamento su cui si regge l’Europa. Benedetto edificò monasteri e creò comunità che vivevano cristianamente. “I suoi seguaci – ha detto Dreher – nel corso dei secoli crearono nuovi luoghi sacri, coltivarono terre incolte, insegnarono alle popolazioni, tramandarono la cultura e la scienza”. Essi rappresentarono un bagliore di luce per illuminare il cammino dell’Europa in un mondo di tenebre. I tempi sono cambiati – osserva oggi Dreher – “ma le sfide sono simili”. Si avverte anche oggi, secondo il giornalista americano, la necessità di “andare controcorrente” per salvare la Chiesa.

Un libro contro Papa Francesco?

Il testo ha fatto discutere, suscitando polemiche in patria ed anche in Europa. Qualcuno, come La Civiltà Cattolica, ha accusato l’autore di promuovere l’eresia donatista, una sorta di ideologia purista cui aderirono alcuni vescovi scismatici nel IV secolo. Il rischio, secondo i detrattori di “Opzione Benedetto”, è che il libro sia un invito ai cristiani a chiudersi in dei ghetti riservati soltanto a chi è puro secondo il criterio della dottrina. Qualcuno, persino, ha interpretato l’opera di Dreher come un attacco a Papa Francesco, in quanto sarebbe agli antipodi dal suo appello a praticare una vita attiva nel mondo. Interpretazioni che l’autore liquida come “completamente false”, perché il suo libro – precisa – “non è un testo politico” e non attacca l’attuale Pontefice. “E comunque – ha aggiunto – se noi veramente vogliamo andare nel mondo per evangelizzarlo, dobbiamo avere un messaggio da portare. Ebbene, le statistiche ci dicono quanto poco ne sanno i cristiani odierni della loro fede. È dunque fondamentale – ha proseguito – la formazione: nelle famiglie, nelle comunità, nella Chiesa”. E da chi può arrivare la scintilla della rinascita cristiana? “Dai giovani cristiani europei”, ha detto Dreher, i quali – ha verificato nei diversi incontri avvenuti per presentare “Opzione Benedetto” – “vedono con maggiore chiarezza la decristianizzazione della società” e si sentono investiti di dover reagire. Il nuovo San Benedetto, quindi, nascerà nell’Europa di cui il frate di Norcia è il patrono?


Da destra a sinistra: Rod Dreher con la traduttrice, on. Antonio Palmieri, mons. George Gaenswein (qui un articolo sulla sua relazione), Angelino Alfano, Lorenzo Malagola (Segretario Generale Fondazione De Gasperi)

 

Rimozione record tumore al fegato: premio mondiale per ospedale italiano

pietro informarexresistere.fr 12.9.18

tumore al fegato

Tumore al fegato rimosso senza aprire l’addome: premio mondiale per intervento record a Torino – di Andrea Centini

All’Ospedale Mauriziano di Torino una equipe di medici chirurghi ha rimosso una grande massa tumorale dal fegato di una donna senza aprirle l’addome.

L’operazione, eseguita mediante tecnica laparoscopica mini-invasiva, ha conquistato anche un prestigioso premio internazionale come miglior intervento presentato in video.

Una donna di 77 anni malata di cancro e in pericolo di vita è stata salvata grazie a un intervento innovativo, la rimozione di una grande massa tumorale al fegato senza praticare l’apertura dell’addome.

L’operazione, che ha conquistato un prestigioso riconoscimento internazionale, è stata condotta da una equipe di medici chirurghi dell’Ospedale Mauriziano di Torino, guidata dal dottor Alessandro Ferrero.

Durante l’intervento, eseguito mediante tecnica laparoscopica mini-invasiva, i medici hanno praticato piccole incisioni attraverso le quali hanno inserito gli strumenti di precisione per asportare il copioso tessuto malato.

Il fegato della donna era stato infatti aggredito da diverse metastasi provenienti da un cancro intestinale, alcune delle quali avevano prodotto tumori epatici secondari di ben 7 centimetri.

Ferrero e colleghi hanno dovuto rimuovere il 70 percento del fegato per salvare la vita alla settantasettenne.

Grazie a questa procedura non solo viene ridotto sensibilmente il dolore dei pazienti trattati, ma si garantisce anche una riduzione della degenza e una più rapida ripresa postoperatoria, come si legge nel comunicato stampa pubblicato dal nosocomio piemontese.

Non è un caso che circa la metà degli interventi sul fegato condotti presso il Mauriziano di Torino venga eseguita proprio attraverso questa tecnica, che rende l’ospedale un punto di riferimento nazionale e internazionale per la chirurgia laparoscopica epatica.

L’operazione è stata così brillante ed efficace che l’equipe di specialisti coordinata dal dottor Ferrero ha persino vinto il primo premio come “miglior intervento chirurgico presentato come video” (Best Video Award).

Il prestigioso riconoscimento internazionale è stato conferito ai medici italiani in occasione del XIII° Congresso mondiale dell’IHPBA (acronimo di Associazione Internazionale di Chirurgia Epatobilio-pancreatica) appena conclusosi a Ginevra, in Svizzera.

Quello del Mauriziano è stato soltanto l’ultimo dei rivoluzionari interventi chirurgici eseguiti in Italia negli ultimi mesi: a Reggio Calabria, ad esempio, sono stati salvati due pazienti con un doppio intervento cuore-cervello; a Prato un uomo con sindrome coronarica acuta è stato salvato con le onde d’urto; sempre a Torino è stato invece ricostruito il pene (amputato per un tumore) a un 45enne con parti di avambraccio ed eseguito un trapianto di rene grazie al robot chirurgico “Da Vinci”.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Tumore al fegato rimosso senza aprire l’addome: premio mondiale per intervento record a Torino

Rapporto ONU sulla “Immigrazione Sostitutiva”

Di Carmenthesister – Settembre 11, 2018 vocidallestero.it

Questo Rapporto ONU del 2000 afferma apertamente la “necessità” della cosiddetta “immigrazione sostitutiva” per far fronte al declino e all’invecchiamento della popolazione del vecchio continente, e in particolar modo dell’Italia. Invece di programmare politiche per la crescita e il sostegno della famiglia, si ipotizzano flussi migratori tali da sostituire dal 30 al 40% della popolazione, col risultato non solo di contenere il costo del lavoro grazie a un’abbondanza di lavoratori sbandati e disposti a tutto, ma anche di distruggere le identità nazionali che fanno ancora da argine al disegno liberista del mondialismo. Alla luce della resistenza a questo disegno da parte del nostro governo si può leggere il recente attacco al nostro paese da parte dell’ONU, che vuole mandare ispettori per verificare il livello di violenza razzista in Italia. Ricordiamo che l’Italia non è un paese razzista: è solo un paese comprensibilmente arrabbiato e impaurito dalla ipocrita e pericolosa retorica  dell’accoglienza.

– Nei prossimi 50 anni, è molto probabile che la maggior parte dei paesi sviluppati avrà una popolazione sempre più anziana, come risultato della bassa fertilità e di un aumento della longevità. Al contrario, la popolazione degli Stati Uniti dovrebbe aumentare di quasi un quarto. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite basate su una ipotesi media (medium variant), tra i paesi esaminati nel rapporto l’Italia è destinata a registrare il maggior declino della popolazione in termini relativi, perdendo il 28% della sua popolazione tra il 1995 e il 2050. La popolazione dell’Unione europea, che nel 1995 era maggiore di quella degli Stati Uniti di 105 milioni, nel 2050 diventerà più piccola di 18 milioni.

 

  •  Il declino della popolazione è inevitabile in assenza di immigrazione sostitutiva.La fertilità potrebbe riprendersi nei prossimi decenni, ma è improbabile che sarà in grado di recuperare.
  • – È necessario una certo livello di immigrazione per prevenire il declino della popolazione in tutti i paesi e le regioni esaminati. Tuttavia, il livello di immigrazione in relazione all’esperienza passata può variare notevolmente. Per l’Unione europea, una continuità dei livelli di immigrazione già osservati negli anni ’90 sarebbe appena sufficiente a impedire il declino della popolazione totale, mentre per l’Europa nel suo complesso l’immigrazione dovrebbe raddoppiare. La Repubblica di Corea avrebbe bisogno di un afflusso netto di migranti relativamente modesto – un grande cambiamento, tuttavia, per un paese che fino ad ora è stato un paese di emigranti. L’Italia e il Giappone avrebbero bisogno di registrare aumenti significativi nell’immigrazione netta. Al contrario, Francia, Regno Unito e Stati Uniti sarebbero in grado di mantenere la loro popolazione totale con un numero di immigrati inferiore a quello osservato negli ultimi anni.

 

– Il numero di immigrati necessari per prevenire il declino della popolazione totale è molto maggiore di quello previsto sinora dalle proiezioni delle Nazioni Unite. L’unica eccezione sono gli Stati Uniti.

 

– Il numero di immigrati necessari per prevenire il calo della popolazione attiva è maggiore di quello necessario per evitare un calo della popolazione totale. In alcuni casi, come la Repubblica di Corea, la Francia, il Regno Unito o gli Stati Uniti, molte volte più grande. Se tali flussi dovessero verificarsi, gli immigrati post-1995 e i loro discendenti rappresenterebbero nel 2050 una quota sorprendentemente ampia della popolazione totale – tra il 30 e il 39 per cento nel caso del Giappone, della Germania e dell’Italia.

 

– Rispetto alla dimensione della popolazione, l’Italia e la Germania avrebbero bisogno del maggior numero di migranti per mantenere la dimensione della popolazione in età lavorativa. L’Italia richiederebbe 6.500 migranti ogni milione di abitanti all’anno e la Germania 6.000.Gli Stati Uniti ne avrebbero bisogno meno di tutti gli altri paesi – 1.300 migranti per milione di abitanti all’anno.

 

– I livelli di migrazione necessari per prevenire l’invecchiamento della popolazione sono molto maggiori dei flussi che sarebbero necessari a prevenire semplicemente il declino della popolazione. Mantenere il rapporto tra giovani e anziani richiederebbe in tutti i casi volumi di immigrazione del tutto inusuali rispetto alle esperienze fatte finora e a ogni ragionevole aspettativa.

 

 In assenza di immigrazione, il rapporto tra giovani e anziani potrebbe essere mantenuto ai livelli attuali elevando l’età pensionabile a 75 anni.

 

Le nuove sfide del declino e dell’invecchiamento della popolazione richiederanno una rivalutazione complessiva di molte politiche e programmi consolidati, con una prospettiva a lungo termine. Le questioni critiche che devono essere affrontate includono: (a) un’età pensionabile adeguata (b) i livelli, i tipi e la natura delle pensioni e delle prestazioni sanitarie per gli anziani; (c) la partecipazione alla forza lavoro; (d) l’ammontare dei contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro necessari a sostenere i pensionamenti e le prestazioni sanitarie per gli anziani; e e) politiche e programmi relativi alla migrazione internazionale, in particolare la migrazione sostitutiva e l’integrazione di un grande numero di nuovi migranti e dei loro discendenti.

 

 

 

Comunicato stampa

 

 

NEW YORK, 17 marzo 2000 – La Divisione sulla popolazione del Dipartimento per gli affari economici e sociali (DESA) ha pubblicato un nuovo rapporto intitolato “Migrazione sostitutiva: è una soluzione per l’invecchiamento e il declino delle popolazioni?” La migrazione sostitutiva si riferisce alla migrazione internazionale di cui un paese avrebbe bisogno per prevenire il declino e l’invecchiamento della popolazione risultanti dai bassi livelli di fertilità e di mortalità.

 

Le proiezioni delle Nazioni Unite indicano che tra il 1995 e il 2050 la popolazione del Giappone e praticamente di tutti i paesi europei molto probabilmente diminuirà. In alcuni casi, tra cui Estonia, Bulgaria e Italia, i paesi potrebbero perdere tra un quarto e un terzo della loro popolazione. L’invecchiamento della popolazione sarà pervasivo, portandone l’età mediana a livelli elevati senza precedenti. Per esempio, in Italia, l’età mediana passerà da 41 anni nel 2000 a 53 anni nel 2050. Il rapporto potenziale tra giovani e anziani – vale a dire, il numero delle persone in età lavorativa (15-64 anni) per persona anziana – spesso risulterà dimezzato, da 4 o 5 a 2.

 

Concentrandosi su queste due critiche e impressionanti tendenze, il report esamina in dettaglio il caso di otto paesi a bassa fertilità (Francia, Germania, Italia, Giappone, Repubblica di Corea, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti) e due regioni (Europa e Unione europea). In ciascun caso, vengono considerati scenari alternativi per il periodo 1995-2050, evidenziando l’impatto di diversi livelli di immigrazione sulla dimensione della popolazione e sul suo invecchiamento.

 

Ecco le principali conclusioni di questo rapporto.

Blitz dell’Onu nell’Italia razzista

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Se l’Onu assume un’iniziativa senza precedenti nei confronti di suoi membri, quali sono l’Italia e l’Austria, con l’invio di una task force per indagare sugli episodi razzismo, una ragione ci sarà. Per l’Italia il motivo è esplicitamente dettato dalla cronaca. Nel nostro Paese, piaccia o no a Di Maio e Salvini, racconta da mesi le violenze razziste sui migranti. Ancora ieri a Sassari e Brindisi offese, poi calci e pugni a due ragazzi (17 e 22 anni) della Guinea. Il “ce l’ho duro” di Pontida risponde con l’intenzione razzista di tagliare 10 o 15 euro al contributo per i migranti e con esecrabile testimonianza di mancato rispetto per le istituzioni, manda a dire all’Alto commissariato che “Le lezioncine di un organismo come l’Onu lasciano il tempo che trovano”.

Il parlamento europeo vota le sanzioni contro il governo razzista di Orbàn e l’evento vede di nuovo confliggere 5Stelle e Lega. I sudditi di Salvini voteranno no (“Orbàn è un amico”), in vista di un sodalizio antagonista della Ue, i grillini diranno (forse) sì, pur se divisi tra posizioni anti Lega della base e di alcuni esponenti (leggi il Di Battista balneare che teme per il Movimento il protagonismo leghista) e linee di tendenza a non acuire i contrasti con gli alleati di governo per non allontanarsi dal progetto sovranista di Salvini-Orbàn. Giallo-verdi su fronti opposti, in ogni caso, ma il ministro dell’Interno assicura, che non esistono contrasti con i grillini, che il dissenso non avrà conseguenze sui rapporti di alleanza. Come non ricordare la vignetta che mostrava Andreotti avvitato alla poltrona del potere?

E poco fa Strasburgo ha approvato  la risoluzione dell’europarlamentare olandese dei Verdi Judith Sargentin che accusa l’Ungheria di violare i principi della democrazia. Il testo è stato approvato con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti con 693 votanti. Ora tocca al Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Ue decidere se attivare la procedura dell’articolo 7 del Trattato dell’Unione Europea che, dopo una lunga procedura, potrebbe portare a sanzioni, come la sospensione del diritto di voto.

L’ultra senescente e acciaccato Berlusconi riemerge dall’ombra e si schiera con Salvini. Voterà contro le sanzioni per Orbàn. Chi non ricorda la storiella della sua generosità nei confronti di povero migrante. “Vieni ad Arcore, nel mio prato c’è tanta erba, puoi sfamarti a piacimento”. E poi, l’amica di Casa Pound e Forza Nuova, al secolo la Meloni, a suo tempo immortalata in un selfie con Orbàn, azzarda un “condannarlo sarebbe una follia”. Sarebbe utile chiarire se ha l’esternazione nasce da nascoste competenze psichiatriche della Fratelli d’Italia.

Il movimento del comico genovese e dell’“incompiuto” Di Maio continua a perdere pezzi e stavolta è colpa del caso Ilva di Taranto: L’accordo per il passaggio di proprietà alla Mittal, avvenuto nonostante fosse illegittima la gara, porta con sè lo strascico della mancata tutela della salute degli abitanti della città , nonostante le promesse di Di Maio in tema di garanzie ambientali. Massimo Battista, operaio dell’acciaieria, poi consigliere comunale di 5Stelle, lascia il gruppo grillino: “Di Maio nel 2017 parlava di chiusura dello stabilimento, di riconversione economica e bonifiche, come dimostrano i 600.000 volantini che abbiamo distribuito all’epoca. Se viene qui avrà solo fischi”.

Polizia solerte e in una sua componente malata stoltamente repressiva. Succede che l’attrice Ottavia Piccolo, nell’atto di accedere al palazzo del Cinema di Venezia, venga bloccata dalla polizia, come fosse un’eversiva. Il motivo? Aveva annodato al collo un fazzoletto dell’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, indossato durante una manifestazione contro i morti sul lavoro. Dopo “intelligenti” consultazioni tra funzionari l’attrice è stata “liberata”. Proteste della sinistra e interrogazioni parlamentari.

Ecco cosa fece Ciampi nel ’92 e poi diventò Presidente della Repubblica

Maurizio informarexresistere.fr 12.9.18

lira

Craxi: la svalutazione della lira nel 1992 fu opera a di Soros – Un anno da ricordare per il nostro paese massonico è il 1992.

Nei primi anni 90 la lira era una delle monete forti in Europa, ma quando si alzarono i tassi di interesse (senza un reale motivo per farlo e l’economia andava fin troppo bene) sotto decisione Carlo Azeglio Ciampi ai tempi governatore della Banca d’Italia, le cose sono cambiate.

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Fu un caso che Carlo Azeglio Ciampi creò le basi per il crollo della lira? La domanda è lecita perché d’allora la moody’s declassò la lira.

Nel settembre dello stesso anno iniziò un violento attacco alla lira che per correre ai ripari venne svalutata del 30% dall’allora governo Amato.

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l soliti squali della finanza tra i quali l’immancabile George Soros, approfittarono della ghiotta situazione trasferendo in valuta estera, in quel caso dollari USA, ben 30000 miliardi di lire, in seguito con un successivo crollo della lira del 30% rispetto al dollaro, si ritrovarono 9000 miliardi di plusvalenza esentasse!!!

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Sembra proprio una bella speculazione organizzata a dovere con la complicità di Banca d’Italia e del suo governatore (nel caso fosse provato, un vero traditore della patria) che in seguito divenne addirittura Presidente della Repubblica Italiana!

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L’articolo Craxi: la svalutazione della lira nel 1992 fu opera a di Soros è stato tratto dal sito Stopeuro – Fonte

Paragone: ‘Anche al Senato è arrivato il momento del taglio dei vitalizi’

silenziefalsita.it 12.9.18

Anche al Senato è arrivato il momento del taglio dei vitalizi. A fine agosto la presidente Casellati lo aveva detto al telefono al nostro capogruppo Patuanelli, anche perché era stata sollecitata da una sua dichiarazione. Patuanelli lo ha raccontato sul Fatto Quotidiano proprio domenica scorsa”.

Così Gianluigi Paragone in un video pubblicato sulla pagina Facebook del Movimento 5 Stelle.

“Con la ripresa dei lavori di settembre, – fa sapere il senatore pentastellato – parte il tavolo di vitalizi. Da inizio agosto abbiamo già il parere del Consiglio di Stato che è una conferma importante. I vitalizi si possono tagliare con provvedimento del Consiglio di Presidenza del Senato. Altro che ‘non si può fare”, “sono diritti acquisiti’, etc. etc”.

“Ora, – prosegue – noi abbiamo questo bel tavolo del Consiglio di Presidenza del Senato. C’è la presidente Casellati, Forza Italia, che ci ha garantito che lei vuole tagliare i vitalizi. Con lei poi ci sono altri componenti di Forza Italia”.

Pensate – spiega Paragone – che uno dei loro esponenti più autorevoli, il Presidente dell’Europarlamento Tajani, ha recentemente devoluto in beneficienza la sua pensione da ex-vicepresidente della Commissione Europea, quindi un bel gesto, coerente con il taglio dei vitalizi. La Lega poi è nostra alleata, ci ha già detto di si, e alla Camera, quindi ci ha aiutato”.

“Il PD – ricorda il senatore pentastellato – nella scorsa legislatura aveva presentato il ddl Richetti, quindi volete che non sia d’accordo a tagliare i vitalizi? Insomma, ci aspettiamo una sostanziale unanimità per dire bye bye a questo privilegio. E anche le altre minoranze sicuramente rappresentate al tavolo non possono che essere d’accordo”.

“Adesso si terrà un’audizione del presidente dell’INPS, Boeri, soprattutto per i coefficienti di ricalcolo, poi si potrà esaminare e approvare la delibera. La data da fissare nel calendario è il 1 gennaio 2019. Quel giorno, grazie a un impegno senza sosta del MoVimento 5 Stelle, finalmente i vitalizi saranno andati in pensione,” conclude.

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Pubblicato da MoVimento 5 Stelle

Perché l’Ue ha sbagliato a condannare Viktor Orban

LORENZO VITA occhi della guerra.it 12.9.18

Il Parlamento europeo dà il via libera alla procedura di sanzioni contro Viktor Orban. Un precedente storico: mai l’Europarlamento aveva votato a favore dell’applicazione dell’art. 7 del Trattato. Ed è un precedente che può minare i già difficili equilibri che reggono la fragile struttura dell’Unione europea.

Orban è considerato da molto tempo la bestia nera dell’Europa. Il Partito popolare europeo, famiglia di cui fa parte lo stesso premier ungherese, da tempo accusa Budapest di aver intrapreso una strada contraria ai principi dell’Unione. E molti considerano il leader ungherese l’artefice dell’ascesa delle destre europee e fautore di quel “populismo” che sta rivoluzionando il quadro politico del Vecchio Continente.

Ma se Orban è un problema, sanzionarlo è la soluzione? Secondo l’Europarlamento sì. Ed è per questo che ha chiesto al Consiglio di valutare le sanzioni a Budapest per violazione dello Stato di diritto da parte dell’esecutivo di destra.

Ma politicamente potrebbe essere un errore. Condannare l’Ungheria, in questo momento, è una pericolosa arma a doppio taglio.Vero è che questo voto conferma la volontà dell’Ue di mostrarsi ferma nei confronti di un Paese che sta deragliando rispetto ai principi di diritto comunitari. Ma la sanzione, per quanto giuridicamente corretta, potrebbe rendere Orban un martire e trasformarsi in un boomerang in grado di colpire l’Europa proprio alla vigilia delle elezioni europee del 2019.

Il voto di oggi, se doveva essere una soluzione, rischia quindi di creare un ulteriore problema. Perché il leader di Fidesz è un personaggio che raccoglie consenso, non solo in Ungheria, ma in tutta Europa. Il suo è un metodo che affascina e molti partiti euroscettici lo considerano il vero leader politico non solo del cosiddetto Gruppo di Visegrad, ma anche di tutto coloro che disprezzano i metodi dell’Unione europea o sono critici nei confronti della sua struttura.

Il messaggio che passa da questo voto non è un’organizzazione che sanziona chi ne viola le regole, ma di un’organizzazione sempre più incompresa che condanna chi dice cose che la maggioranza dell’elettorato europeo inizia a ritenere quantomeno comprensibili, se non totalmente giuste. E le ultime tornate elettorali in tutto il continente lo stanno dimostrando.

Oggi, paradossalmente, tutto ciò che l’Europa condanna attrae consenso. E in un momento storico in cui Bruxelles non riesce più a far passare i suoi messaggi, escludere un avversario, sanzionandolo, rappresenta più un assist che un avvertimento. E adesso il problema è capire come si muoverà Orban, visto che è la stessa Ue ad avergli dato la possibilità di alzare il tiro chiedendone la condanna.

Da questo punto di vista, il dilemma Orban che da tempo dilania l’intera Europa assume i connotati di un vero e proprio rebus senza soluzione, a cui l’Europarlamento ha dato forse la risposta meno adatta. Il premier magiaro adesso ha dalla sua parte il fatto che l’Ue vuole escluderlo: e può radicalizzare la sua linea politica anche creando un gruppo esterno al Partito popolare europeo. Per adesso, Fidesz sembra che rimarrà nella famiglia del centrodestra europeo: ma bisognerà aspettare alcuni giorni ed vedere cosa sarà deciso dal quartier generale di Bruxelles.

In questo momento sono tanti i movimenti che chiedono a Orban di creare un fronte sovranista di matrice europea. Lo ha fatto anche l’Fpo austriaco del vice premier Heinz-Christian Strache. E il suo eventuale richiamo alle armi contro l’Unione europea potrebbe estendersi a macchia d’olio in tutto il continente, a cominciare dall’Europa orientale ma arrivando anche a Vienna e, forse, anche in Italia. Uno scenario non impossibile, tanto che è facile pensare che un Orban fuori dal consesso europeo faccia molta più paura di un Orban dentro il sistema europeo e del Partito popolare.

Ora che, politicamente, ha le mani libere, non sono da escludere prese di posizione più forti. Forte del consenso popolare, in Ungheria potrà continuare a governare affermando di essere stato colpito per aver difeso il suo popolo. E all’esterno, potrà diventare realmente il paladino del fronte euroscettico. Del resto, appoggi esterni all’Ue non gli mancano. Donald Trump ha già definito il leader ungherese come uno dei suoi migliori partner europei. Israele lo considera un partner importantissimo, come dimostrato dal suo viaggio a Gerusalemme. E la Cina è pronta a penetrare in Europa proprio partendo da Budapest.

Sulla Tav sfrecciano 37 milioni. Bando Ue all’insaputa del ministero dei Trasporti. Indetta la gara per monitorare la Torino-Lione. Ma Toninelli aveva deciso lo stop all’opera

Redazione la notiziagiornale.it 12.9.18

Un “atto ostile”. Così lo scorso 24 luglio il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli aveva definito qualsiasi provvedimento che avrebbe portato a un avanzamento della Tav Torino-Lione. “Nessuno deve azzardarsi a firmare nulla”, aveva tuonato in un lungo post su Facebook. Prima di ogni decisione, aveva poi spiegato, urge un’analisi costi-benefici. L’ha ribadito, ancora una volta, ieri nel corso di un’audizione alla Camera. “Riguardo al progetto dell’Alta velocità – ha spiegato il ministro – stiamo procedendo ad un’attenta e oggettiva ‘analisi costi-benefici’ per valutare effetti sociali, ambientali ed economici e vedere quanto, e se, i costi superino i benefici. Alla fine di questa valutazione e sulla base di essa faremo la nostra scelta politica”. Data prevista: novembre.

Il maxi affronto – Solo allora conosceremo gli esiti dell’analisi e, dunque, se l’opera verrà o meno realizzata. Prima di allora, però, non si alzi un dito. O, per dirla col ministro, “nessuno deve azzardarsi”. Ecco perché è quanto mai particolare che, nel frattempo, sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea è stato pubblicato un maxi-bando di gara dal valore di ben 37 milioni di euro. Oggetto: “Piano di monitoraggio ambientale in Italia per la sezione transfrontaliera della Torino-Lione”. Il tanto temuto “atto ostile”, insomma, è arrivato. Anche perché a rendere nota l’indizione del bando di gara è stata proprio la Telt, la società che dovrebbe costruire il tunnel, partecipata per metà dallo Stato francese e per metà da quello Italiano (tramite Ferrovie dello Stato). Un affronto vero e proprio, specie se si pensa che la stessa Telt ha in stand-by bandi per l’avvio della super-galleria per un valore di 2,3 miliardi di euro. E, non a caso, nello stesso comunicato pubblicato dalla società si capisce in maniera cristallina come si sia voluto dare un segno specifico: le parole di Toninelli non ci toccano. Il bando, scrive infatti la Telt, “assicura la continuità dei controlli ambientali nella fase preliminare e per l’intero arco delle attività in Italia, procedendo per fasi, a partire dall’ante-operam prima dei cantieri, in coerenza con il planning previsionale”. Come dire: il progetto va avanti. E a pagarlo, ovviamente, saremo noi, considerando che la società è, di fatto, pubblica e godrà dell’incentivo di fondi europei, come specificato nel bando stesso.

Pericolosa inerzia – I tempi ora stringono. Il limite per la ricezione di offerte, fa sapere la società, è fissato a lunedì 5 novembre. Lo stesso periodo, insomma, nel quale a detta del ministro Toninelli conosceremo gli esiti dell’analisi costi-benefici sulla Tav Torino-Lione. La Notizia, ovviamente, ha chiesto conto di quanto sta accadendo alle Infrastrutture. “Abbiamo visto il bando, ma preferiamo rispondere con atti e non con parole”. A breve, ci fanno sapere, arriveranno i “primi fatti e i primi provvedimenti” per replicare a “chi continua ad andare avanti per inerzia”. Ma quest’inerzia, aggiungono dai corridoi ministeriali, “a breve finirà”. Perché in realtà tutti sanno che, al di là, dell’inerzia c’è un vero e proprio affronto cui rispondere.

L’altra gara – Non è, peraltro, nemmeno l’unica gara indetta da Telt sulla Torino-Lione. Scartabellando sul sito della società italo-francese, ne spunta anche un altro piuttosto curioso. Parliamo, in questo caso, di buoni pasto da utilizzare presso ristoranti convenzionati, sia in Francia che in Italia. Il bando, infatti, è suddiviso in due lotti (uno per Paese). In sintesi, nei prossimi 12 mesi è prevista una spesa di 2,2 milioni di euro. Nel dettaglio parliamo di 700mila euro da spendere presso i ristoranti italiani di confine; 1,5 da sborsare invece in territorio francese. E parliamo, peraltro, di una commessa vicina a scadenza dato che il termine ultimo per presentare offerte è fissato al prossimo 20 settembre. In questo caso le date sono piuttosto eloquenti: il bando è stato infatti pubblicato soltanto un mese fa, il 10 agosto. Pochi giorni dopo la dichiarazione di Toninelli sull’“atto ostile”. Appunto.

Copyright: Di Maio, voto Parlamento è vergogna europea

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Una vergogna tutta Europea: il Parlamento Europeo ha introdotto la censura dei contenuti degli utenti su Internet. Stiamo entrando ufficialmente in uno scenario da Grande Fratello di Orwell”.

Lo afferma in un post su Facebook il vicepremier, Luigi Di Maio, commentando il voto del Parlamento europeo sulla riform del copyright. “Rispetto all’ultimo voto di Strasburgo in cui non fu dato il via libera al testo finale – prosegue il ministro – le lobby hanno avuto il tempo di lavorare e influenzare gli europarlamentari, i quali hanno deciso di ricredersi. D’ora in poi, secondo l’Europa, i tuoi contenuti sui social potrebbero essere pubblici solo se superano il vaglio dei super censori”.

“Con la scusa di questa riforma del copyright – continua Di Maio – il Parlamento europeo ha di fatto legalizzato la censura preventiva. Oltre all’introduzione della cosiddetta e folle link tax, la cosa più grave è l’introduzione di questo meccanismo di filtraggio preventivo dei contenuti caricati dagli utenti”.

“Per me è inammissibile – aggiunge Di Maio – la rete deve essere mantenuta libera e indipendente ed è un’infrastruttura fondamentale per il sistema Italia e per la stessa Unione Europea. Per questo ci batteremo nei negoziati tra i governi, in Parlamento europeo e nella Commissione europea per eliminare questi due provvedimenti orwelliani. E, statene certi, alla prossima votazione d’aula la direttiva verrà nuovamente bocciata”.

“Sarà un piacere vedere, dopo le prossime elezioni europee, una classe dirigente comunitaria interamente rinnovata che non si sognerà nemmeno di far passare porcherie del genere. Un messaggio per le lobby: questi sono gli ultimi vostri colpi di coda, nel 2019 i cittadini vi spazzeranno via”, conclude il ministro.

mat

(END) Dow Jones Newswires

September 12, 2018 08:22 ET (12:22 GMT)

Bavaglio al web in Europa: ce l’hanno fatta, ora sarà legge

Giorgio Cattaneo 12.9.18 libreidee.org

Bavaglio al web: alla fine ce l’hanno fatta. Il Parlamento Europeo ha dato il via libera alla proposta di direttiva sui diritti d’autore nel mercato unico digitale. La proposta sul copyright avanzata da Axel Voss è stata adottata con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni, modificando leggermente i contestatissimi articoli 11 e 13, che furono bersaglio – a luglio – di una rumorosa campagna a favore della libertà di Internet. L’articolo 11, ricorda il “Corriere della Sera”, è quello che coinvolge anche la stampa e introduce l’obbligo del pagamento, da parte delle piattaforme come Google e Facebook, per l’utilizzo delle notizie, anche sotto forma di “snippet”, l’anteprima formata da titolo, sommario e immagini che i motori di ricerca catturano automaticamente. «Quindi: non si tratta più di riconoscere solo i diritti dell’intero testo, ma anche della sua presentazione online, che spesso è l’unica a essere consultata dai lettori». L’articolo 13 introduce invece l’obbligo per le piattaforme di mettere dei filtri per bloccare il caricamento dei contenuti protetti. YouTube, ad esempio, sarà direttamente responsabile delle copie e degli spezzoni pirata che vengono caricati dagli utenti. Il via libera della plenaria (arrivato il 12 settembre) apre ora la strada ai negoziati con il Consiglio.

«Con la scusa della riforma del copyright, il Parlamento Europeo ha di fatto legalizzato la censura preventiva. Una pagina nera per la democrazia e la libertà dei cittadini», protesta Isabella Adinolfi, europarlamentare 5 Stelle. «Il testo approvato oggi dall’aula di Strasburgo contiene l’odiosa “link tax” e filtri ai contenuti pubblicati dagli utenti. È vergognoso, ha vinto il partito del bavaglio». Purtroppo, aggiunge la Adinolfi, sono stati respinti tutti gli emendamenti che il Movimento 5 Stelle aveva presentato, «in particolare l’articolo 11, che prevede l’introduzione della cosiddetta “link tax”, e il 13, che mira a introdurre una responsabilità assoluta per le piattaforme, nonché un meccanismo di filtraggio dei contenuti caricati dagli utenti», conclude. Che tirasse brutta aria, a Strasburgo, lo si capiva dalle premesse, anticipate di prima mattina dal “Blog delle Stelle”: «L’Europa dei banchieri e dei lobbisti ha scelto la sua preda: il web libero. Anziché scardinare i paradisi fiscali e salvare in modo serio il diritto d’autore, il Parlamento Europeo rischia di usare il copyright come una mannaia dei diritti dei cittadini».

Non sono in pochi a ritenere che la riforma – avanzata nel 2016 dall’allora commissario Ue alla Digital Economy Günther Oettinger – potrebbe «distruggere Internet per come lo conosciamo». Per gli europarlamentari rappresentati da Julia Reda, relatrice per il Parlamento Europeo del dossier sulla riforma del copyright e membro del Partito Pirata tedesco, «il progetto limita la libertà di espressione online e mette in difficoltà i piccoli editori e le startup innovative». Di fatto, il divieto di citare liberamente le fonti (con l’introduzione della “link tax”) equivale alla censura preventiva sul web: fine della libera circolazione di contenuti, come finora è stato nella Rete. Gioele Magaldi, massone progressista e presidente del Movimento Roosevelt, punta il dito contro lo stesso Oettinger, il tedesco secondo cui sarebbero stati “i mercati” a “insegnare agli italiani come votare”. Proprio quell’Oettinger, dice Magaldi, milita nei circuiti supermassonici reazionari che hanno trasformato l’Ue in un mostro giuridico, gestito da tecnocrati al soldo di interessi privatistici che mirano a svuotare le democrazie e privatizzare Stati non più sovrani, a cui viene impedito di investire (sotto forma di deficit) per creare occupazione.

Comunque lo si legga, l’attacco al web finisce per colpire uno strumento di comunicazione potentissimo, cercando di riportarlo sotto il completo controllo dei media mainstream, spesso protagonisti di un uso pressoché criminale di autentiche “fake news”. Il voto del Parlamento Europeo è stato salutato con soddisfazione da Antonio Tajani, coinvolto – secondo il saggista Gianfranco Carpeoro – nell’operazione che ha portato (premendo su Berlusconi) a bloccare la nomina, alla presidenza della Rai, di Marcello Foa, autorevole giornalista, autore del volume “Gli stregoni della notizia”, che smaschera le tante imposture del mainstream. Secondo Carpeoro, la manovra anti-Foa è nata dalle parti dell’Eliseo: Jacques Attali (mentore di Macron ed esponente della superloggia reazionaria “Three Eyes”) si sarebbe rivolto al massone Tajani e poi allo stesso Berlusconi, dopo essersi consultato con Giorgio Napolitano, che nel libro “Massoni” lo stesso Magaldi presenta come esponente della “Three Eyes”, la medesima superloggia nella quale milita Attali, contigua al mondo supermassonico di cui fa fa parte, da molti anni, il tedesco Oettinger, vero e proprio “architetto” del bavaglio europeo imposto al web.

E’ noto a tutti che le oligarchie al potere, in Europa e non solo, hanno sviluppato un’enorme diffidenza nei confronti della Rete: un network che si ritiene abbia avuto un ruolo assai rilevante in tutti i “dispiaceri” che gli elettori hanno rifilato, negli ultimi anni, all’establishment – la Brexit e il referendum di Renzi, quindi l’elezione di Trump e infine il boom dei “gialloverdi” in Italia. «Se Grillo vuole fare politica fondi un partito, se ne è capace», disse Piero Fassino, non immaginando che l’ex comico non solo ce l’avrebbe fatta, ma sarebbe finito praticamente al governo, scalzando il Pd. Il Movimento 5 Stelle è stato creato proprio via web, a partire dalle candidature. Colpire il web in Europa, proprio oggi, significa predisporre contromisure in vista delle elezioni europee 2019, in cui i grandi poteri economici e oligarchici che si nascondono dietro la tecnocrazia Ue temono l’exploit dei partiti “sovranisti” e “populisti”, o meglio democratici. Mentre le televisioni sono letteralmente “militarizzate” dall’establishment, le vendite dei giornali sono in caduta libera. Ecco dunque la necessità, per gli oligarchi, di silenziare in ogni modo il web.

FINANZA & POLTRONE/ Quello scambio fra Draghi e Lagarde per costruire “nuovi ordini”

La successione a Mario Draghi al vertice Bce è al centro del rimpasto degli incarichi Ue dopo il voto europeo. E spunta l’ipotesi di una scambio con Christine Lagarde al Fmi. NICOLA BERTI il sussidiario.net 10.9.18

Christine Lagarde (sin.) con Angela Merkel (LaPresse)

Pubblicazione: lunedì 10 settembre 2018 – Ultimo aggiornamento: lunedì 10 settembre 2018, 12.17

Christine Lagarde richiamata da Washington alla presidenza della Bce. E Mario Draghi destinato in rotta incrociata alla direzione generale del Fondo monetario internazionale. L’ipotesi – come molte altre – è certamente prematura e può sembrare perfino poco realistica nel caotico avvio della campagna elettorale per le europee 2019. Ma dal grande rimpasto negli organigrammi Ue dopo il voto si comincia già a parlare seriamente.

Lo ha fatto pochi giorni fa il Financial Times, focalizzando naturalmente la successione a Draghi e accreditando l’ipotesi il prossimo banchiere centrale dell’euro sarà probabilmente un francese. In questo anche il quotidiano della City ha preso atto della prima mossa pesante sullo scacchiere, compiuta da Angela Merkel. Giocando con un certo anticipo, come sua abitudine, il cancelliere tedesco ha avallato l’entrata in campo di Manfred Weber come spitzenkandidat per il rinnovo dell’euro-parlamento: formalmente per il Ppe, di fatto come successore tedesco di Jean Claude Juncker al vertice della Commissione di Bruxelles.

Weber è’ un leader della Csu, l’inquieta gemella bavarese della Cdu: è un democristiano centro-europeo moderato, notoriamente in rapporti con il premier sovranista ungherese Viktor Orbán. E’ un kandidat – si dice già – incaricato di costruire un cartello elettorale “Ppe 2.0”: con a bordo, forse, anche la Lega italiana. (soprattutto se gli sviluppi europei dovessero accelerare in Italia una fusione fra Lega e Fi, con Silvio Berlusconi nel ruolo di garante verso il Ppe).

Weber naturalmente dovrà vincere il prossimo 26 maggio, ma già tra qualche settimana dovrà mostrare di saper far scudo alla Merkel e alla sua “piccola coalizione” nel delicato voto del land bavarese. Per diventare un innovativo capo dell’esecutivo Ue “post-Maastricht” dovrà prima arginare in casa gli estremisti di Afd, poi agganciare in un Ppe “largo” sia leader di governo confinanti come Orbán, Kurz, Salvini, sia moderati storici come i gollisti francesi. L’operazione di “europeizzazione” delle forze populiste si annuncia di grande respiro e ambizione, anche se la scommessa di realpolitik merkeliana suscita parecchio scetticismo: non sono pochi quelli che già intravvedono un “piano B”, più o meno d’emergenza. Che avrebbe ancora trazione tedesca: con la stessa Merkel direttamente in campo a Bruxelles. Per i mercati finanziari, tuttavia, l’esito prevedibile per Bce non cambierebbe: un francese all’Eurotower, otto anni dopo l’uscita di Jean-Claude Trichet.

Benoit Coeuré e François Villeroy de Galhau: questi i primi nomi smazzati da FT aprendo la “pista francese”. Il primo è attualmente membro dell’esecutivo Bce e nessuno, finora, è stato promosso da lì presidente; e poi nel 2015 l’economista transalpino è stato protagonista di un controverso caso di “fuga di notizie” sulla politica monetaria euro. Villeroy, invece, è da tre anni governatore della Banca di Francia e in quanto tale membro senior del “consiglione” di Francoforte. Vanta un impeccabile curriculum parigino (studi alla Polytechnique e all’Ena e poi una brillante carriera al Tesoro): è un potenziale clone di Trichet. Ma nel 2019 le credenziali tecnocratiche nazionali potrebbe non bastare più, anzi.

Già Draghi, nel 2011, ha portato a Francoforte un profilo nuovo, di banchiere centrale accreditato anche nella City, a Washington e Wall Street, a Pechino e negli altri gangli della finanza globale di mercato. E non c’è dubbio che l’eurozona che Draghi ha pilotato in mari tempestosi e inesplorati – spesso assumendosi responsabilità politiche di fatto – sia ormai molto diversa da quella costruita negli anni’80 e ’90 e inaugurata nel decennio che ha preceduto la traumatica discontinuità globale del 2008. Non solo per questo – sempre nella premessa politica che il quarto presidente della Bce avrà nuovamente passaporto francese – l’ombra della Lagarde si allunga già sulla scelta Bce, calendarizzata per l’estate 2019: di fatto il primo impegno della nuova governance Ue dopo il voto.

Avvocato presso Baker & McKenzie a Wall Street, poi ministro delle Finanze nell’amministrazione gollista Sarkozy-Fillon quindi direttore generale del Fmi: al di là del passaporto, Lagarde sembra avere pochi rivali su ogni fronte, non ultimo quello del gender (in sessantun anni l’Europa non ha mai avuto una donna in un top post) . Il suo atout principale sembra in ogni caso essere quello di Draghi: un’esperienza comprovata- e per molti versi unica – nel collocare sempre l’euro e gli interessi della Ue su uno scacchiere globale di multilateralismo economico-finanziario (non manca chi sostiene che la Merkel continui a frenare le ambizioni della Bundesbank sulla Bce per i rischi di irrigidimento della gestione interna ed esterna dell’euro).

Se la Lagarde dovesse spuntarla nella corsa alla poltrona di Draghi, la direzione generale del Fmi diverrebbe vacante proprio quando Draghi si renderebbe disponibile per eventuali nuovi impegni (e prima di diventare presidente Bce, l’allora governatore della Banca d’Italia era a capo del Financial Stability Board, un organo di collegamento strategico fra G20 e Fmi). La regola non scritta secondo cui l’incarico di Washington va a un europeo di alto rango (ministro o banchiere centrale) con il placet vincolante degli Usa appartiene a un ordine internazionale che sembra superato: alla direzione generale del Fmi guardano ormai da fuori del vecchio asse atlantico e il trumpismo soffia notoriamente contro l’Europa. Ma anche nel deep state Usa e nell’establishment finanziario cosmopolita non manca chi è al lavoro per contrastare avvitamenti isolazionisti o fughe in avanti traumatiche. Ad esempio Jerome Powell, il nuovo presidente della Fed, è nel board dal 2011, si è occupato fra l’altro di vigilanza bancaria post-crisi: è stato nominato da Trump ma non è un “trumpiano”. Conosce e stima Draghi al punto da aver copiato, pochi giorni fa, il celebre whatever it takes per segnalare la volontà di tenere sotto controllo l’inflazione. Il segretario al Tesoro, Steven Munchin, dal canto suo, è stato scelto dalla Casa Bianca nelle fila della finanza newyorchese tradizionalmente allevate dalla Goldman Sachs.

Se esistesse davvero un passaporto Ue confrontabile con quello Usa, Draghi sarebbe il primo a poter vantare di possederli entrambi. Subito dopo verrebbe Lagarde.

Fincantieri Infrastructure, cosa fa davvero la società di Bono che punta sul Ponte di Genova grazie al governo Conte

di Michele Arnese e Lorenzo Bernardi

startmag.it 12.9.18

Numeri, attività, dipendenti, business e conti della controllata del gruppo Fincantieri guidato dall’ad, Giuseppe Bono, che si occuperà della ricostruzione del Ponte Morandi a Genova per volontà in particolare di M5S e Lega

Le intenzioni del governo sulla ricostruzione del ponte Morandi di Genova, in particolare del vicepremier Luigi Di Maio, sono chiare: affidare i lavori senza gara a un’azienda di Stato. A Fincantieri, per la precisione, come detto esplicitamente anche ieri dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli (M5S): “Partiremo dalle regole attuali del codice, e sulla base dell’eccezionalità potremo affidare direttamente a una società pubblica, pensiamo a Fincantieri, l’appalto per la ricostruzione del ponte”. L’idea di derogare al codice degli appalti, ha spiegato il ministro pentastellato, è stata sottoposta anche al vaglio di Bruxelles perché arrivi il placet all’assegnazione immediata del cantiere.

IL NUOVO PONTE A GENOVA E LE NORME DEL CODICE

Ok all’affidamento di progetto e lavori senza gara, quindi. Ma secondo Radiocor-Il Sole 24 Ore non sarebbe possibile un affidamento diretto “secco”, una scelta a tavolino di Fincantieri, e sarebbe invece necessario – in base alle norme Ue sulla concorrenza – almeno invitare cinque imprese tra cui scegliere (pur con procedure rapide) l’appaltatore.

Un tema, questo, su cui non sono mancate le schermaglie politiche e le divergenze. Per esempio con il governatore della Liguria Giovanni Toti, che non ha chiuso tutte le porte ad Autostrade, contro cui invece Di Maio fa fuoco di sbarramento da settimane. E non pare intenzionato a cedere.

IL RUOLO DI FINCANTIERI DI BONO

Dunque la predestinata per la realizzazione del nuovo ponte sembra essere Fincantieri (controllata da Fintecna, finanziaria della Cdp del Tesoro). In particolare si parla, come sottolineato nei giorni scorsi dal capo azienda del gruppo Fincantieri, Giuseppe Bono, di Fincantieri Infrastructure spa che, si legge sul suo sito, è “specializzata nella progettazione, realizzazione e montaggio di strutture in acciaio su progetti di grande dimensione quali ponti, stadi, porti oltre a progetti di tipo industriale, commerciale e istituzionale”.

CHE COSA FA LA CONTROLLATA DI FINCANTIERI

La controllata della holding Fincantieri a due sedi, quella legale a Trieste, quella operativa a Verona e il suo motto è “nothing too big, nothing too complex” (nulla è troppo grande, nulla troppo difficile). La società è nata il 28 marzo 2017, dunque ha chiuso un solo bilancio di esercizio. Contava, al 31 dicembre scorso, sette dipendenti (un dirigente, due quadri e quattro impiegati).

I PROGETTI DI FINCANTIERI INFRASTRUCTURE

Fra i progetti cui sta collaborando, pubblicizzati sul sito dell’azienda, troviamo la progettazione e costruzione di alcuni ponti in Belgio. Si tratta di quattro ponti ad arco, due di 123 metri e due di 128 metri, per il peso complessivo di 4mila tonnellate. C’è poi il progetto di un nuovo ponte da 1300 tonnellate sul Ticino nei pressi di Vigevano e un intervento per il dragaggio di sedimenti nel porto di Taranto. Infine, la realizzazione di una piattaforma di perforazione semi sommergibile.

I COSTI, I RICAVI E LE PROSPETTIVE

Il bilancio di Fincantieri Infrastructure indica un valore della produzione di 357.723 euro, a fronte di costi di produzione di 761.025, per un risultato operativo negativo di 403mila euro che sconta – si legge nella relazione allegata al bilancio – “la fase di start-up”. I debiti ammontano a 1 milione e 620mila euro a fronte di 572mila euro di crediti. La perdita di esercizio nel 2017 si attesta a 297mila euro.

Negli allegati al bilancio si individua nel 2018 l’anno di consolidamento, grazie alla partenza di due commesse in Belgio e in Qatar. Si legge che la prevista crescita della produzione dovrebbe portare a un equilibrio economico-finanziario “già nel corso dell’anno”. Senza contare, ora, la ricostruzione del Ponte a Genova.

(CHE COSA E’ SUCCESSO DAVVERO FRA LEONARDO E FINCANTIERI SU VITROCISET)