Metti che l’Italia esce dall’euro nel 2020

Il post.it 12.9.18

È l’ipotesi del romanzo di Sergio Rizzo: ci sono un Partito del Nord e un Partito populista che si sono fusi in un Partito sovranista italiano e altre di queste cose immaginarie

Sergio Rizzo, giornalista, vicedirettore di Repubblica e famoso soprattutto per il bestseller del 2007 La casta scritto con Gian Antonio Stella quando entrambi erano al Corriere della Sera, ha pubblicato in questi giorni un romanzo per Feltrinelli: che immagina cosa succederebbe se nei prossimi anni l’Italia smettesse di usare la sua moneta, l’euro. Si intitola 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro e prova appunto a spostare in un futuro molto prossimo le discussioni che si sono fatte in questi ultimi anni sull’ipotesi in questione. Non sono citati né Matteo Salvini né Giuseppe Conte o Luigi Di Maio, ma ci sono un ministro dell’Interno e un presidente del Consiglio senza nome facilmente riconoscibili, entrambi membri di un “Partito sovranista italiano (PSI)” nato dalla fusione di due forze di governo: un “ex Partito del Nord” e un “Partito populista”.

Tutto inizia con la ricostruzione dei primi mesi di governo del Partito sovranista, con politiche aggressive sull’immigrazione (ok, più aggressive di quelle attuali), e il raggiungimento del 72 per cento dei consensi alle elezioni europee del 2019. Nel libro ci sono anche altri personaggi, oltre ai politici protagonisti, prima fra tutti Chiara, una donna di mezza età capo delle gestioni patrimoniali di una banca. La sua storia personale si svolge durante il progressivo allontanamento dell’Italia dall’Unione Europea e i grossi guai economici che ne conseguono. Al centro del romanzo, che in un’intervista a Vanity Fair Rizzo ha definito “un gioco”, ci sono però soprattutto le ipotesi sulle conseguenze dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona.

Queste sono alcune pagine del libro tratte dal secondo capitolo, “Il colore verde”. Il protagonista qui è un incisore incaricato di disegnare le banconote della Lira Nuova e in particolare di trovare il giusto tono di verde.

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A un tratto il ministro si era alzato e con un’aria grave aveva sentenziato: “Ne abbiamo discusso, e siamo arrivati alla conclusione che è ora di cambiare tutto, anche rispetto alla vecchia lira. Basta con i poeti, gli artisti, i navigatori. Basta pure con gli scienziati. Dante, Leonardo, Michelangelo… Manzoni, Galileo Galilei, Caravaggio, Raffaello… Alessandro Volta… Quelli rappresentavano le élite. Noi vogliamo invece che le nostre banconote rappresentino il popolo”. E poi aveva congedato gli ospiti porgendo loro una mano invertebrata, mentre il suggeritore restava lì, in piedi accanto al camino.

Il ministro dell’Economia fece recapitare l’elenco il giorno di Capodanno in una cartella sigillata.

Delle vecchie facce era stata risparmiata solo quella di Giuseppe Verdi, già usata negli anni settanta per la banconota da mille lire, ma unicamente perché autore del Nabucco e di quell’aria, Va’, pensiero, candidata a soppiantare la marcetta di Goffredo Mameli e Michele Novaro come inno nazionale. L’avrebbero messo su uno dei tagli più piccoli.

Il biglietto gigante, quello da un milione di Lire Nuove, toccava invece ad Alberto da Giussano con lo spadone sguainato nell’atto di lanciare la carica contro il Barbarossa. Nel retro, il Carroccio con le campane che suonano a distesa nel furore del combattimento. Già, ma che faccia poteva avere il prode Alberto da Giussano, uno che a quanto pare non è mai esistito? Non con quel nome, almeno. Si chiamava, sembra, Guido da Landriano: che dopo attenta ricerca storiografica venne associato alla battaglia di Legnano. Scovarne il ritratto, o quello che poteva assomigliare alle fattezze reali del valoroso condottiero padano, si rivelò un’impresa.

Dal taglio da 500mila, invece, si sporgeva il volto indecifrabile, ornato con radi e lunghi capelli, del guru dei populisti prematuramente scomparso, che aveva lasciato un vuoto incolmabile nei dirigenti del movimento, prima che questo confluisse nel Partito sovranista. Gli erano state già intestate strade in vari Comuni amministrati da quella formazione politica. A Roma sarebbe stata dedicata a lui la spettacolare funivia Casalotti-Battistini che si stava costruendo con i soldi prontamente messi a disposizione dal governo centrale.

La banconota da 200mila era stata ritenuta idonea per ricordare la figura del primo martire del Nord, entrato in parlamento nell’ormai lontano 1983, preferendola a quella dell’ideologo del partito. La buonanima di quest’ultimo si sarebbe accontentata del biglietto da 10mila, con il cranio a palla da biliardo, le sopracciglia cispose e l’immancabile giacca tirolese. Surclassato, nell’allegro pantheon della Lira Nuova nella Nuova Italia, perfino da uno chansonnier, un vero eroe delle tradizioni popolari che aveva meritato il lato A del taglio da 50mila, e lo spartito di Montagne del me Piemont, l’inno alla sua terra, il lato B.

Il grafico continuava a sfogliare i bozzetti, cercando l’ispirazione per quel maledetto punto di verde. Ecco l’ex tesoriere del Partito del Nord sorridere dietro un paio di occhiali spessi dal biglietto da 20mila. E l’ex deputato che si presentò in tv con la pistola, morto pochi giorni dopo aver compiuto cinquant’anni in un tragico incidente stradale, ritratto sulle 1000 al posto dell’educatrice Maria Montessori. Figure anonime, di cui la storia a fatica si sarebbe ricordata. Così le immagini scorsero via veloci, fino a incrociare lo sguardo astigmatico di Alcide De Gasperi.

“Che c’entra lui?” si era sempre chiesto il grafico incisore in tutte quelle settimane. “Che c’entra uno dei padri fondatori dell’Europa con l’uscita dall’euro? Qualche anno fa hanno pure coniato una moneta da 10 euro per l’anniversario della sua nascita e adesso le mettiamo sulla Lira Nuova? Boh…” Rammentava che sul retro di quella moneta commemorativa era stato inciso anche un passo di uno dei suoi storici discorsi sull’Europa: “Vi parlerò dell’Europa di domani, di quell’Europa che vogliamo ideare e costruire”.

“Eppure ci dev’essere un nesso,” andava ripetendosi fin dal primo momento, quando aveva aperto la cartellina sigillata spedita dal ministero e sobbalzando aveva letto quel nome “Alcide De Gasperi” accoppiato alla banconota da 100mila. La curiosità l’aveva spinto a chiedere una cauta spiegazione al ministro, sentendosi rispondere: “L’ha chiesto espressamente il vicepresidente del Consiglio”.

Allora aveva fatto un rapido giro su internet, scoprendo che questi un giorno aveva citato una massima di De Gasperi: “Politica vuol dire realizzare”. Ed era già un segnale. Soprattutto, dalla rete saltava fuori un vecchio articolo del quotidiano “la Repubblica”, dove il fondatore del movimento aveva detto al giornalista una cosa sconvolgente: “Noi siamo un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po’ di centro. Possiamo adattarci a qualsiasi cosa”. Eccola dunque la ragione profonda. C’era una radice democristiana.

Improvvisamente, alle quattro del mattino, l’ispirazione si fece strada grazie al visionario fondatore dell’Europa, un politico della primissima repubblica nato a pochi chilometri da Trento nel 1881, da suddito dell’Impero austroungarico. Il suo paese d’origine si chiamava Pieve Tesino e nello stemma comunale erano raffigurate tre torri gialle in campo rosso che poggiavano su tre colline verdi, di un verde mai visto. E il verde della Lira Nuova non poteva essere che quello!

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Prima edizione in “Serie Bianca” settembre 2018

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