SPY FINANZA/ La nuova Lehman pronta a contagiare l’Europa

Gli Usa hanno trovato il modo di far pagare il conto della nuova crisi anche all’Europa, un po’ come avvenuto dieci anni fa con Lehman Brothers. MAURO BOTTARELLI il sussidiario.net 13.9.18

Lapresse

Prima di tutto, vi devo delle scuse e trovo giusto cospargermi pubblicamente il capo di cenere. Non ho capito, nulla. Come al solito. Non è infatti stato il Governo italiano a cambiare linea e conformarsi ai patti contratti in sede europea dal nostro Paese relativamente ai vincoli sui conti pubblici, bensì l’Europa che – spaventata dal fatto che l’onda sovranista si trasformasse in uno tsunami referendario alle europee di maggio – è giunta a più miti consigli. Dunque, pur di ingraziarsi l’opinione pubblica italiana, nella speranza che non voti a valanga Lega e M5S anche fra nove mesi, l’Europa avrebbe imposto al nostro governo di scordarsi i famosi “sforamenti” o “sfioramenti” del 3% e ragionare in un’ottica massima di rapporto dell’1,6% in sede di manovra economica, come confermato ufficialmente dal ministro Tria.

Siete confusi? Anch’io ma lo ha detto, parlando con ilsussidiario.net ieri, il professor Antonio Maria Rinaldi, quindi potete stare tranquilli del fatto che si tratti sicuramente della verità. Mea culpa, occorre davvero essere degli stolti a non averlo capito: la Roma giallo-verde (o blu) ha spezzato le reni a Bruxelles sul Def, 1 a 0 e palla al centro. Anche perché, francamente, cercare di ragionare in base a numeri e, soprattutto, dati di realtà, appare ormai pratica inutile. E stancante. Io mi chiamo fuori, il Governo faccia ciò che vuole: tanto, grazie al cielo, non sono loro a decidere in ultima istanza. Si sfoghino, vadano in tv a raccontare la loro realtà parallela come certi bambini parlano con l’analista del loro amico immaginario, raccolgano consensi a bizzeffe, col badile: per me, non esistono. E non per colpa loro, sicuramente per colpa mia che non mi adeguo al nuovo corso delle cose, al sovranismo, alla rivoluzione contro le élites.

Volete un esempio di questa clamorosa rivoluzione, ovviamente in arrivo dalla patria primigenia di questa guerra santa dei pezzenti, come la definirebbe Francesco Guccini, contro il capitale globalista e plutoschiavista, per citare un altro Vate di questi tempi moderni, quel Diego Fusaro che parla come un comunicato delle Brigate Rosse e veste come Luca Cordero di Montezemolo in gita a Portofino, ma che è riuscito a irretire anche il pubblico del Meeting? Pronti, guardate questi due grafici, relativi alla miracolosa America di Donald Trump: nei primi undici mesi dell’anno fiscale, il deficit Usa è salito a 895 miliardi di dollari, 222 miliardi (o il 39%) in più rispetto a un anno prima.

Qualche numero? Gli interessi netti sul debito pubblico sono saliti del 25%, la spesa per la Difesa del 10%, mentre quella per la Social Security solo del 5% e quella per il programma sanitario Obamacare del 7%. Direte voi: ma l’abolizione dell’Obamacare non era uno dei punti qualificanti del programma anti-casta di Trump? Sì, peccato che poi – esattamente come in Italia – si sia data una bella occhiata ai conti e si sia scoperto che le spese sanitarie fisse legate a quel programma proto-universalistico garantiscano un sostegno al Pil di cui nessuno governo può fare a meno, essendo non una voce una tantum come il boom dell’export del secondo trimestre dovuto all’anticipazione delle spese pre-dazi ma qualcosa di strutturale. Questo cosa significa? Semplice, che il deficit di budget statunitense raggiungerà quota 1 triliardo di dollari alla fine di questo anno fiscale, ovvero un anno prima delle previsioni ufficiali della CBO! Le quali, fra l’altro, non più tardi di aprile scorso vedevano quella cifra raggiunta addirittura non prima del 2020!

Evviva la Trumpnomics, praticamente una macchina creatrice di deficit da far impallidire l’italico e tanto vituperato Pentapartito, ma, attenzione, agli occhi della mitica opinione pubblica, percepita come amica del popolo e nemica delle maledette élites, del famigerato 1% del mondo che si ingrassa e arricchisce alle spese dei malcapitati cui è stata tolta giocoforza la sovranità. E vagli a spiegare che Argentina e Turchia sono sovrane, con la loro moneta, ma si stanno schiantando come aerei rimasti senza carburante: non la capiscono, perché questi tempi sono quelli della narrativa che conta più della realtà. Anzi, della sostituzione tout-court della realtà con un mondo parallelo.

Sapete, infatti, a cosa è servito l’indebitamento di massa post-2008, soprattutto in America? Ce lo dice il secondo grafico: vi pare un caso che la traiettoria del debito Usa sia identica a quella dell’indice Standard&Poor’s? Ora, per formazione politica e culturale, ritengo in sé antitetico sbandierare i successi degli indici azionari come riprova della bontà di politiche formalmente sovraniste e di lotta alle élites, ma, forse, sono io troppo vecchio e dogmatico. Però, come potete facilmente notare, non è che l’arrivo dell’amministrazione Trump abbia invertito la dinamica: anzi, Wall Street ha messo il turbo. Dipende forse dal fatto che con le corporate taxes calate del 30%, ovvero per circa 71 miliardi di dollari, siano proprio i giganti quotati a Wall Street a godere come pazzi e non l’operaio del Wyoming? Forse sì, cosa ne dite? È così che si combattono le élites, garantendo ai soliti noti profitti d’oro con l’unico obiettivo di non far crollare quel casinò chiamato Wall Street?

Eh già, perché i favolosi mercati azionari di cui Donald Trump si vanta via Twitter mica stanno in piedi perché sani e basati su fondamentali robusti, lo fanno semplicemente grazie ai buybacks azionari delle stesse grandi aziende che beneficiano degli sconti fiscali monstre di Trump, le quali – tanto per farle vincere facile – quei riacquisti di propri titoli mica li hanno pagati di tasca loro. Eh no, finché la festa è durata, hanno emesso debito con il badile che la Fed comprava senza battere ciglio: ottenuto il malloppo di denaro federale, allora si operava sugli indici. La cosa bella è che lo chiamano anche libero mercato e chi, sul fronte proprio dei sovranisti pro-Trump, vuole farsi bello, denuncia le storture del liberismo selvaggio: ma se siamo all’apice dello statalismo più puro e perverso!

E guardate questi altri due grafici, ci mostrano come i buybacks restino motore immobile degli indici ma anche come i cosiddetti insiders, ovvero chi lavora – e non certo facendo le pulizie negli uffici a fine giornata – in quelle ditte, ad agosto sia tornato a vendere i titoli in proprio possesso. Ormai da trimestri: direte voi, scelta sbagliata, visto che il mercato continua a salire? Vero, hanno perso un po’ di profitto. Ma se ne gli anni della Fed imperante ne hanno fatto a sufficienza, c’è la variabile più importante da prendere in esame: chi si farà trovare con il cerino in mano, domani perderà tutto.

Volete un altro esempio? Pronti, guardate questi grafici: il primo ci mostra come, ormai, nessuno possa più dirsi disinteressato a nulla, nemmeno a ciò che accade dall’altra parte del mondo. Quella che vedete rappresentata nel primo grafico è la performance del Fondo pensione statale del Tennessee, il quale in ossequio alla politica di ricerca del rendimento resa necessaria dai tassi a zero delle Banche centrali, ha incentrato tutto il suo portafoglio sui mercati emergenti, nemmeno fosse un hedge fund. E gli è andata bene, perché il grosso delle detenzioni era in securities sudcoreane, le quali hanno perso solo il 10% da inizio anno: avessero puntato su Argentina e Turchia, come hanno fatto ad esempio gli investitori retail giapponesi, con quale gruzzolo sarebbero andati in pensione i nostri amici di Nashville a dintorni? I quali, somma dell’ironia di questi strani tempi, devono ringraziare per le loro perdite (ancorché contenute) due soggetti: i governi indebitati in dollari di quei Paesi (ma i sovranisti ci dicono che indebitarsi è bello e fa bene), ma, soprattutto, la Fed che ha fatto esplodere in maniera disordinata e a orologeria quelle liabilities legate alla sostenibilità del debito in regime di dollaro in continuo apprezzamento sul mercato dei cambi. Ce lo mostra il secondo grafico: la crisi valutaria emergente è direttamente correlata alla fine dei vari Qe e quindi a una normalizzazione, oltretutto ancora abbastanza blanda (e questo fa capire quanto poco basti per mandare fuori giri un motore completamente impazzito), dei regimi valutari. E la Fed non ha cominciato ad alzare i tassi perché lo stato di salute reale dell’economia lo richiedesse all’epoca, anzi ma solo per sostenere con la sua politica monetaria la narrativa della ripresa economica cominciata con la fine dell’amministrazione Obama, in modo da preparare un comodo terreno per Hillary Clinton. E, di fatto, per creare i prodromi per la nuova crisi, visto che – come vi ho mostrato – Wall Street ha bisogno di debito senza fine per stare in piedi.

Et voilà, non solo Donald Trump ha cominciato a bombardare di tweets la politica monetaria della Fed, usando come scusa il fatto che in regime di guerra commerciale non si può andare in battaglia con un dollaro così forte (mentre i competitor svalutano), ma ora, casualmente, proprio alla vigilia del decimo anniversario del fallimento di Lehman Brothers, saltano fuori documenti “inediti e segreti” che mettono in croce la Banca centrale Usa per quell’epilogo devastante, avendo ceduto alle pressioni politiche in tal senso del governo Bush (da sempre critico verso Trump e la cui presenza da protagonista al funerale di John McCain non è stata affatto gradita dall’attuale presidente). Tu guarda che strano, proprio ora che servirà ancora un po’ di stamperia e che, casualmente, la crisi valutaria dei mercati emergenti è stata designata in modo tale da avere contagio immediata sull’eurozona. Così come Lehman Brothers “distribuì” i danni a livello globale e garantì il precedente per poter salvare AIG, Fannie Mae e Freddie Mac (queste due para-statali, oltretutto e veri motori della politica di mutui per tutti voluta da Bill Clinton) e Bear Stearns, le quali invece erano sistemiche al 90% solo per l’economia Usa e avrebbero messo davvero il Paese in ginocchio.

Fidatevi degli americani in campo economico, vi troverete sempre bene. D’altronde, lo dicono i sovranisti. Gli stessi che hanno piegato l’Europa, costringendola ad “accettare” – proprio un prendere o lasciare ultimativo – una manovra italiana con rapporto all’1,6% invece che sforante (o sfiorante) il 3%.