Gli eredi di Marchionne

Michele Masneri il foglio.it 27.8.18

27 AGOSTO, 2018

Quando improvvisamente Sergio Marchionne è venuto a mancare, tutti hanno pensato, oltre al dolore per la dipartita e le divisioni su una figura così atipica, alla successione. Sistemata quella, alla Fca, viene però da chiedersi quali siano le figure di manager e/o imprenditori che rappresentano l’Italia. Eccone una carrellata, che non ambisce a essere comprensiva: tra plausibili e meno plausibili, alcuni più fantasiosi, famosi e meno, tutti accomunati però dall’aver meno di sessant’anni, dal rappresentare l’eccellenza nel proprio settore, e aver rilevanza non solo italiana ma internazionale. Rispetto alla generazione precedente dei Romiti, per esempio, questi cinquantenni sono vagamente diversi: parlano le lingue, sono di casa a Londra e New York più che a Roma, non frequentano salotti (qualcuno, quelli televisivi), guardano generalmente alla Borsa sia come pubblico di riferimento che come exit possibile per le loro imprese. Hanno un orizzonte internazionale e spesso hanno fatto un passaggio a McKinsey, la società di consulenza che spesso funziona come scuola e poi club di appartenenza.

Scuola McKinsey, ex capo mondiale di Vodafone, Vittorio Colao è forse il manager italiano ed europeo più blasonato

Risponde a questo profilo per esempio un manager che è stato seriamente contattato per la successione a Marchionne, Vittorio Colao, bresciano, 56 anni, ex capo mondiale di Vodafone. Mamma contessa, scuola McKinsey, tradizione bresciana di “never explain, never complain”, è forse il manager italiano ed europeo su piazza più blasonato. Ha lasciato il gruppo inglese a maggio dopo averlo guidato nella sua branch italiana quando si chiamava ancora Omnitel e una toccata e fuga a Rcs (2004-2006). Una fonte che lo conosce bene dice al Foglio che molto prima dei giorni che precedettero la dipartita di Marchionne fu sondato dalla famiglia Elkann per una successione, ma ha opposto un fermo diniego, non solo per non avere alcuna esperienza nel settore auto (neanche Marchionne ce l’aveva) ma perché dopo aver guidato un colosso internazionale con sede a Londra, l’idea di tornare a guidare un gruppo a trazione italiana pur se internazionale non lo avrebbe sfiorato nemmeno.

Da Colao discendono altri due nomi che vanno in su e in giù: da una parte Corrado Passera, il risanatore di Poste, già assistente di CDB. Passera incrocia un po’ tutti i blasoni del capitalismo italiano (la sua famiglia possiede l’hotel Villa d’Este dove si tengono i Bilderberg nostrani, gli incontri di Cernobbio di Ambrosetti); recentemente Passera, che aveva invano tentato di creare una cordata per rilevare il Monte dei Paschi, ha raccolto seicento milioni e rilevato con una sua società la Banca Intermobiliare tornando a fare il banchiere; mentre la compagna Giovanna Salza si è lanciata nel business del pet food con Cà Zampa, una startup appena lanciata che si occuperà di punti vendita nei centri commerciali dedicati alla salute e al cibo, “la toelettatura, l’ospitalità, l’addestramento e il ricovero di animali; la vendita di oggetti e beni, anche alimentari e farmaceutici, relativi alla cura di animali di piccola taglia; l’organizzazione e la gestione di eventi e di manifestazioni di aggiornamento professionale in materia di medicina veterinaria”.

Corrado Passera, il risanatore di Poste, è tornato a fare il banchiere. Aldo Bisio: la passione dei numeri e dei giornali

Sempre rimanendo in ambito olivettiano, un altro manager solido è Aldo Bisio, cinquantenne ad di Vodafone Italia. Ha la passione dell’arrampicata, dei numeri, e dei giornali. Liceo classico, poi Ingegneria, poi la “solita” McKinsey, Bisio è stato anche direttore generale di Rcs Quotidiani, prima della grande crisi. E’ vero dunque che la carta, come ha detto il ceo del New York Times, sopravvivrà solo altri dieci anni? “Mah”, dice Bisio. “Fra dieci anni ci saranno ancora i giornali, direi. E’ fra trenta che non saprei”. “I magazine sono quelli che soffrono di più. Soprattutto quelli generalisti”. Ha fatto anche lui un passaggio in Rcs quotidiani, prima della grande crisi. Gli piacciono, i media. “Il paradosso è che la domanda di informazione c’è, anzi ce n’è più di prima” , ha detto al Foglio. “E’ una domanda che si è modificata, ma non è che si è spenta. E’ l’offerta che fa fatica a intercettarla. E’ come nel nostro settore. I bisogni ci sono, ma sono molto più articolati e frammentati di prima. Il digitale offre enormi opportunità per personalizzare i contenuti”. E ancora: “in questo il settore dei media è simile al nostro; grande disintermediazione, grande difficoltà a indirizzare una domanda esplosiva. In tutti e due i campi c’è sovraccapacità”. Bisio non ama molto i social (“Ho un profilo Facebook ma non lo uso quasi mai. Ci si trovano due tipi di persone. O i miei amici che fanno foto dei piatti, e a me non interessa molto il cibo. Oppure quelli che polemizzano su qualunque cosa, ed è ancora peggio”). Preferisce Instagram, “lì metto un po’ di foto, soprattutto di sport” (è un furioso esperto di kite surfing e scalata, dall’Antartide alla Sicilia).

Restando nei media, una manager che ha avuto grandi risultati è Monica Mondardini, attualmente ad della Cir, la storica holding dell’Ingegnere. Che a giugno ha presentato ottimi conti (crescita dei ricavi del 4,9 per cento a 1,43 miliardi di euro, utile netto di 25,4 milioni). Mondardini arrivò al gruppo Espresso abbastanza in incognito (come Marchionne alla Fiat).

Una mappa del nuovo potere. Editoria e media, food, moda e startup i settori più frequentati dagli attuali capitani dell’economia. La scuola McKinsey, i risanamenti, l’importanza dello storytelling

Monica Mondardini, ora vicepresidente di Gedi, la società bifronte che incorpora la Stampa e la Repubblica, secondo chi la conosce è “dura”, non stacca mai, “però quello che ti deve dire lo dice in faccia, i tagli li annuncia lei, non si fa scudo dietro il capo del personale”

Romagnola, del 1960, se fossimo nel mondo della canzonetta lei sarebbe la Tigre di Cesena, dopo l’Aquila di Ligonchio e la Pantera di Goro, ma Monica Mondardini, detta “la Monda”, non canta. Iperriservata, non frequenta, è invisibile, non canta quando a Repubblica succede di tutto e di più, la coabitazione, un vicedirettore che dopo qualche mese decide di andare a far politica e lei rimane esterrefatta e imbufalita, dicono. La “Monda”, che entrò all’Espresso e diventò boss di tutto l’impero debenedettiano, non canta neanche quando da amministratore delegato passa a vicepresidente di Gedi, la società bifronte che incorpora la Stampa e la Repubblica (ad aprile, ceo diventa Laura Cioli, ex Rcs). Proprio lei, la Monda, che pure veniva dai numeri (laurea in Scienze statistiche ed economiche) ma che dei giornali aveva fatto presto a innamorarsi. “Ha la malattia”, ci dissero, nel senso della malattia dei giornali, ed era stata proprio lei l’artefice della fusione tra Repubblica e Stampa. Missione compiuta, quindi. La Monda secondo chi la conosce è “dura”, “molto diretta”, non stacca mai, “mangia una fetta di prosciutto o un cracker alla scrivania, non esce dall’ufficio per pranzo”. “Però quello che ti deve dire lo dice in faccia, i tagli li annuncia lei, non si fa scudo dietro il capo del personale, sta a negoziare fino alle quattro di mattina coi sindacati”. Fuma tanto (come Marchionne: a proposito, il suo nome saltò fuori nei mesi scorsi per la successione a Torino, ma lei smentì: “L’amministratore delegato Monica Mondardini è molto soddisfatta per l’operazione che ha portato inizialmente Fca e poi Exor a diventare azioniste del gruppo Gedi, ma ogni ipotesi su un suo futuro professionale in Fca è destituita di fondamento”, disse una rara nota). Politicamente è moderata di area liberale cattolica. Non ha la patente, quindi ha un’Audi con l’autista (che a Milano è parcheggiata accanto alla Smart scalcagnata del presidente Cir Rodolfo De Benedetti, noto pauperista automobilistico), le piacciono molto le scarpe, le aziende (ha una mentalità più da imprenditrice che da manager, si appassiona ai prodotti, specialmente al design e alla moda italiana) e appena può torna a Madrid o Parigi dove ha lavorato e mietuto allori. Odia segretamente le infografiche. Sotto la corazza manageriale, è capace di inaspettata ironia.

Meno nota, ma molto considerata all’estero e soprattutto in Silicon Valley è Paola Bonomo, “business angel” cioè finanziatrice di startup. Dal 2009 Paola è socia di Italian Angels for Growth, all’interno del quale investe in startup tecnologiche e segue le opportunità di investimento in ambito digitale. E’ stata capa di Facebook e di eBay per l’Europa del Sud, siede nei consigli di amministrazione di Axa Assicurazioni e di Piquadro. Soprattutto è presidente dello Stanford Club Italia, è insomma una specie di ambasciatrice della università principale della Silicon Valley in Italia.

Un altro italiano “di peso” nella Silicon Valley ma poco noto in Italia è Paolo Bergamo, senior vice president globale di Salesforce, la più grande azienda al mondo di software per il commercio (10 miliardi di fatturato annuo). E poi c’è il siliconvallico-bresciano Davide Dattoli. Se fossimo in Silicon Valley sarebbe nato in un garage, ma siccome siamo pur sempre in Italia è venuto su in un ristorante. A Brescia, poi, invece che Palo Alto. Ventotto anni, Dattoli è il fondatore o meglio founder di Talent Garden, la più vasta rete di coworking europea, dove per coworking si intendono quelle moderne botteghe rinascimentali dove c’è l’equivalente dell’artigiano, del fabbro, dello scalpellino, tutto però naturalmente digitale e virtuale, e ci si incuba e ci si contamina tra startup e professionisti, sognando di “scalare” e diventare il nuovo Facebook. Dattoli, figlio di un ristoratore bresciano, mixa la narrativa da start-up con quella di Masterchef – il locale della famiglia vede tra i soci anche Iginio Massari, pasticcere nazionale televisivo. Gli spazi di Talent Garden aprono in continuazione, tra gli ultimi Copenhagen e Vienna. “Le stime prevedono che i coworking costituiranno nei prossimi anni il 30 per cento degli spazi lavorativi nel mondo”, ha detto al Foglio. “Il tema vero però è che ognuno comincerà a specializzarsi. Il mondo del coworking diventerà come quello degli hotel, cioè puoi avere il cinque stelle ma anche la pensione della signora Maria. Noi non puntiamo ad avere tantissimi spazi, ma alla selezione, con un focus sul digitale”. Negli spazi di Talent Garden hanno aperto realtà come Deliveroo, MyTaxy, Uber. A San Francisco, dove Dattoli va spesso, imperversa Wework, colosso da 200 centri e 20 miliardi di valore, ormai con tentacoli in ogni angolo d’America. E’ chiaramente il suo modello da seguire. A San Francisco Dattoli è in prima fila per aprire insieme a Cassa depositi e prestiti un centro di innovazione che faccia da “garage” alle startup italiane insieme al Consolato e all’Ice. Dattoli sa infatti dialogare bene con pubblico e privato (viene dalla città dei Martinazzoli e dei Montini, in fondo, e la sua rete di contatti va da Di Maio a John Elkann a Peter Thiel. Ma non disdegna poteri più old come quello delle Fondazioni bancarie). Ha la passione della montagna.

Molto considerata all’estero e soprattutto in Silicon Valley è Paola Bonomo, finanziatrice di startup. Altro italiano “di peso” nella Silicon Valley è Paolo Bergamo, senior vice president globale di Salesforce. E poi c’è Davide Dattoli, fondatore di Talent Garden, la più vasta rete di coworking europea

Uno dei settori più importanti dell’industria italiana è com’è ovvio la moda. E anche qui, rispetto a una ventina d’anni fa, i protagonisti sono cambiati. Alcuni hanno venduto (come Fendi o Gucci), altri pur rimanendo nella aristocrazia del made in Italy hanno lasciato spazio e rilevanza a una nuova catena alimentare alla cui piramide c’è lei, Miuccia Prada. Ha appena compiuto settant’anni, ed è la signora di Milano su cui torreggia con le sue torri: se la regina di Milano degli anni Sessanta era Anna Bonomi Bolchini coi suoi cinquemila appartamenti e la proprietà del Pirellone, “la Miuccia” ha disseminato Milano sud delle torri della sua Fondazione. Aspira alla verticalità, col torrione dell’ex fabbrica di liquori trasformata in museo, tutta laccata in foglia oro come un alambicco o una torre segnaletica per chi arriva in città e sogna di fare i soldi: sembra il deposito di zio Paperone. Accanto, è appena stata completata l’altra torre, quella dell’architetto di corte Rem Koolhaas, che ha messo su un parallelepipedo che sembra un po’ una pastamatic, e in coppa c’è un ristorante dove si mangia la cotoletta più panoramica di Milano (e le prese Usb accanto ai tavoli, perché la Miuccia è milanese dunque pratica). La storia di Miuccia Prada è iniziata nel 1913, ben prima della sua nascita, quando suo nonno Mario aprì un negozio in galleria Vittorio Emanuele II a Milano: non di pelletteria come si vorrebbe ma piuttosto di sfizi coloniali, di bauli e nécessaire dannunziani – di pelle di elefante, tricheco, serpente e alligatore. E lei lì lei ha voluto aprire oggi una succursalina della sua Fondazione, “Osservatorio”, nel punto più alto della galleria, tanto per ricordare che insomma lei vive e regna non solo nella periferia postindustriale ma anche nel salotto come si dice della città.

Il 2018 è un anno pieno di anniversari per la gran sciura dei dané (come chiamavano Anna Bonomi): nel 1978 subentrò alla madre alla guida dell’azienda; l’anno prima aveva incontrato Patrizio Bertelli, suo compagno, futuro marito, padre dei figli Giulio e Lorenzo. Fu lui a spingerla a disegnare la sua prima collezione, nel 1988, l’anno dopo il loro matrimonio. Come Anna Bonomi che amava circondarsi solo di prodotti “di casa”, possedendo la Mira Lanza (saponi), la Durban’s (dentifrici), il marchio Rimmel (trucchi) e il Lyso Form (detersivi), anche la Miuccia compra talvolta trophy asset da tinello, tipo la pasticceria Marchesi.

L’influenza culturale di Miuccia Prada, signora di Milano. La “Amazon della moda” fondata da Federico Marchetti in un garage. L’entusiasmo americano di Oscar Farinetti. Andrea Guerra, un manager per tutte le ultime stagioni. Daniele Ferrero e il rilancio del cioccolato. I campioni dell’automotive

Sono trent’anni che Prada interpreta Milano, anche quando Milano non tirava tanto come adesso. Per questo la città dovrebbe farle un monumento, se non se lo fosse già fatto da sola con la Fondazione. Chiara Ferragni è considerata la influencer numero uno nella lista di Forbes. Adesso però ha deciso di monetizzare

E mette solo capetti Prada, oppure si fa disegnare qualcosa solo per sé, “ma poi in azienda vengono notati e subito messi in produzione”, ha detto a Silvia Nucini su Vanity Fair. Negli anni Prada (intesa come Miuccia e il marito) ha fatto anche errori (diversificazioni, strategie di crescita) e finanziariamente ha avuto anni traballanti, ma in agosto ha tirato fuori dati buoni: i ricavi sono cresciuti del 9 per cento 1,535 miliardi e gli utili dell’11 per cento a 106 milioni. Il gruppo sta vivendo una fase di rilancio anche strategico e dinastico: da settembre il figlio Lorenzo è diventato capo dell’area della comunicazione digitale, mossa che molti vedono come primo passo verso la successione. Laureato in Filosofia, un passato nelle corse di rally, Bertelli era stato tenuto lontano dai riflettori. La sciura Miuccia intanto continua a guardare avanti: a novembre ci sarà la seconda edizione del programma “Shaping a Future” in collaborazione con Yale School of Management e Politecnico di Milano School of Management. L’incontro – ovviamente “in” fondazione Prada – è intitolato “Shaping a Sustainable Digital Future”. E’ l’ennesima conferma dell’influenza culturale della signora: oltre che il trionfo dell’estetica del brutto-che-piace, del sintetico, del nero, del vestiario da laboriosità piccolo-borghesi-globali; insomma di Milano, che Prada ha interpretato da trent’anni, anche quando Milano non tirava tanto come adesso, nella delicata fase post Tangentopoli, prima dell’Expo e del Milano pride. Per questo la città dovrebbe farle un monumento, se non se lo fosse già fatto da sola con la Fondazione.

Per rimanere nella moda, c’è Chiara Ferragni: nome che potrebbe suonare stonato a chi la considera poco più che un’icona frivola (tapini). 11,6 milioni di follower su Instagram, 500.000 visitatori unici ogni mese sul suo blog (il celebre The Blonde Salade, nato un anno prima della stessa Instagram), è considerata la influencer numero uno nella lista Top Influencers di Forbes. Adesso però (anzi da mò) ha deciso di monetizzare: così, a parte le campagne e le collaborazioni – ultime quelle con Pomellato e Lancome, che l’hanno resa “ambasciatrice” del marchi nel mondo – ha lanciato i suoi negozi monomarca: uno a Milano, due in Cina, e proprio in Cina ha intenzione di intensificare la presenza nei prossimi anni. L’azienda ha siglato una partnership con il gruppo asiatico Riqing per aprire 35 monomarca, dopo l’apertura di una boutique a Shanghai. Per accelerare l’espansione in territorio cinese, il brand ha anche debuttato di recente sulla piattaforma Tmail di Alibaba, il maggiore sito di e-commerce del paese. Il marchio Chiara Ferragni Collection vende già in 400 negozi nel mondo. E forse queste cifre convinceranno al ripensamento chi considera Ferragni come “quella che si fa i selfie”.

Nome in grande ascesa è quello di Federico Marchetti, 49 anni, che ha lanciato forse l’unica startup italiana che abbia fatto una exit degna di questo nome: la sua Yoox, nata nel 2000. Figlio di un dipendente della Fiat e di una della Sip, negli anni Duemila fonda nel suo garage a Casalecchio di Reno la “Amazon della moda”, che prima si fonde con la rivale americana Net-a-Porter e poi vende nel 2015 al colosso del lusso Richemont (quello della Swatch) per 5 miliardi di euro. Marchetti è l’unico italiano della sua generazione ad avere un profilo davvero siliconvallico (il garage, appunto, ma anche la “messa a sistema” di una rete di eccellenze: hanno investito su di lui Elserino Piol, il genio dell’Olivetti, e Renzo Rosso di Diesel. Mentre lui ha investito su Brunello Cucinelli).

Altro nome da esportazione è quello di Pietro Beccari, cinquantenne, parmense, calciatore mancato: gioca in serie C, ma ha in mente un piano B. Arrigo Sacchi gli disse un giorno: “Ti dico la verità, Beccari, non è che io ti veda tanto, in futuro, come calciatore professionista”. A Marianna Rizzini ha detto che il calcio “insegna l’autodisciplina: nulla ti arriva facile. E poi ti insegna che da soli non si vince: inutile far fuori tutti nella corsa verso il potere. Con chi la giochi la partita?”. Lui se la gioca in Parmalat a New York (prima degli scandali), poi a Düsseldorf nella Henkel, poi a Parigi ai vertici di Vuitton. “Creativi si diventa lavorando”, ha detto Beccari, convinto che “il talento non si possa lasciare allo stato brado: puoi improvvisare solo se sei già organizzato”. Con questa convinzione è arrivato alla maison Fendi e poi a Dior.

Anche Remo Ruffini, cinquantasei anni, ha un profilo internazionale ma un orizzonte estetico molto italiano. Nel 2002 ha rilevato Moncler, brand caro ai paninari negli anni Ottanta e poi offuscato, e l’ha trasformato in un marchio di lusso appetibile globalmente. Ruffini ha una storia tra Vanzina e il sogno americano: non brillantissimo a scuola, scappa a New York dopo la sofferta maturità, lì si “inventa” un marchio americano, Old England, di camicie botton down e pantaloni kaki, in un immaginario wasp-kennediano (andò molto bene, poi rivendette tutto perché “volevo una storia vera”, dice. E si compra Moncler).

Dopo la moda, il cibo

Se tra i vecchi imperi industriali rimangono i Barilla e i Ferrero, la stirpe super riservata piemontese che ha inventato la Nutella e il riserbo, i “nuovi” gravitano attorno a Oscar Farinetti, sicuramente la figura di riferimento nel food degli ultimi vent’anni, ideatore anche dello storytelling cibario odierno. A Farinetti l’Expo è piaciuto talmente tanto che se n’è fatto uno tutto per sé. Arrivare a Bologna e filare verso il FICO-Fabbrica Italiana Contadina (che nome!), il suo nuovo regno, la sua Disneyland alimentare, il suo regno dove non tramonta mai il chilometro zero, spiega molto del personaggio. Un’immensa Ikea a filiera corta, circondata da campi, e con animali di tutte le specie che stanno lì a raccontare l’Italian style, muggendo. Sull’immensa superficie, strappata all’università di Agraria, inutilizzata, ripristinata con fondi privati (Farinetti è maestro anche nel ripristino degli spazi urbani), sulle pareti delle “giostre digitali” in pieno stile Expo, appaiono piccoli musei virtuali – in uno si spiegano tutte le specie degli animali domestici, in un altro scorrono immagini di peperoni giganti, in un altro ancora una telecamera riprende senza sosta una typical Italian mamma che prepara un tortellino (film prodotti dal Centro sperimentale di cinematografia con la supervisione di Maurizio Nichetti). Se ci fosse il Nobel per lo storytelling, a Farinetti bisognerebbe subito darglielo, solo lui poteva concepire un luogo così americano in mezzo alla Pianura padana, dove il suo ottimismo commerciale si materializza tra le nebbie di un paese di rosiconi e protestatari.

E infatti poi gli americani si stupiscono che Eataly esista “perfino” in Italia. “Vedi quel mulino? Quindici quintali al giorno di pane, dieci quintali al giorno di pasta, ah, che buono l’odore della farina, mio papà aveva il pastificio, come mio nonno, poi ha aperto una torrefazione che ha chiamato Unieuro, era il tempo dei Trattati di Roma, il sogno dell’Europa”, dice. E’ un Mike Bongiorno, ha il sole in tasca, o un tortellino. “Ah, il tortellino!! Piiiccolo, come un ombelico (Farinetti sogna), a Modena dicono che l’hanno inventato loro e il ripieno dev’essere di prosciutto, a Bologna dicono che l’hanno inventato loro e il ripieno dev’essere di mortadella. A Reggio Emilia dicono che l’hanno inventato loro e dev’essere delle tre carni e si chiama cappelletto! Quando mi chiedono qual è il prodotto che spiega al meglio la biodiversità italiana io non ho dubbi: il tortellino. E’ fantastico!”. Farinetti che già sogna altri campi (l’auto elettrica, i vestiti eco-compatibili) e la sua exit. Starebbe pensando di quotare la sua Eataly in Borsa, e lanciarsi in un altro settore, come già fece con Unieuro nel 2002 incassando mezzo miliardo di euro. Eataly, criticata spesso per i suoi bilanci (come le primarie startup siliconvalliche, spesso la narrativa prevale sui bilanci), oggi va bene, ha fatto un milione di utile contro il rosso pesante dell’anno precedente, quindi sarebbe anche il momento buono. Grazie anche ad Andrea Guerra, capo esecutivo del gruppo, il manager italiano per tutte le ultime stagioni: è passato per i più bei nomi industriali italiani (e no). Inizia negli alberghi, diventando capo marketing di Marriott. Poi va alla Merloni dove diventa amministratore delegato (come lo è stato anche Bisio); poi il salto a Luxottica, il colosso degli occhiali di Leonardo Del Vecchio che lo lancia nell’empireo dei manager internazionali. A Luxottica attraversa le stagioni burrascose di un azionista diverso da tutti gli altri (Del Vecchio), che non sa decidersi tra un ruolo meramente di capofamiglia e quello gestionale. Guerra esce nel 2014 ma nel frattempo diventa “Senior strategic adviser for business, finance and industry”, insomma superconsigliere economico (gratuito e a chiamata) di Matteo Renzi. Poi Eataly: e chissà cosa ci sarà nel suo futuro.

Farinetti ha allevato non solo i migliori animali a terra, ma anche una nidiata di manager e imprenditori specializzati nel rilancio del made in Italy: uno meno noto rispetto alla superstar Guerra è Daniele Ferrero, l’uomo del rilancio di Venchi, uno dei marchi che campeggia in tutti gli Eataly (ma anche in stazioni, aeroporti, eccetera). Milanese, quarantottenne, poliglotta, ha preso una laurea in Economia al Trinity College di Cambridge e un Mba alla prestigiosa Insead: è passato anche lui per McKinsey (prima a Londra poi a Zurigo), parla le lingue e deve avere una passione per il cioccolato e per il rilancio di imprese decotte, oltre che nessuna parentela con la augusta dinastia di Alba. Nel 1997 rileva infatti la maggioranza del glorioso marchio piemontese insieme a Pietro Boroli della De Agostini. “Fino al 2007 abbiamo lavorato per creare una media azienda, fatturavamo 30 milioni, di cui il 95 per cento realizzato in Italia. Poi abbiamo capito che per crescere in un mercato maturo dovevamo cambiare modello di business e creare un nostro canale di vendite”, ha detto al Corriere. Ecco così che nel 2018, in coincidenza con i 140 anni del marchio fondato nel 1878, l’Italia è invasa di punti vendita Venchi: da Porta Nuova a Milano alla stazione Termini all’aeroporto di Fiumicino: punti vendita che siano “la quintessenza del made in Italy”, ha detto (in effetti, a Porta Nuova il negozio Venchi sta vicino a quello di Chiara Ferragni). “Con un’idea in più: oltre al cioccolato, offrire anche il gelato artigianale, per allungare la stagionalità dei prodotti e aggiungere un altro forte connotato di italianità, riconoscibile soprattutto all’estero”. Oggi i monomarca Venchi sono 88, di cui 47 in Italia, e l’obiettivo è arrivare a 100 milioni di fatturato annuo e un giorno andare in Borsa (obiettivo generale di questa nuova generazione di manager e imprenditori rispetto a quella passata). L’ispirazione è stata la belga Godiva, nata come pasticceria artigianale e diventata gigante del cioccolato di qualità. I modelli imprenditoriali di Ferrero invece sono Gianluigi Aponte, l’armatore di Msc Crociere, dove ha fatto uno stage a diciott’anni, e naturalmente Farinetti, “che ci ha aperto gli occhi sul made in Italy”, ha detto.

Un altro gruppo in forte crescita, pur in un settore già saturo come quello della grande distribuzione, è Conad, che ha registrato una crescita nel 2017 superiore alle attese. L’ad Francesco Pugliese ha chiuso l’ultimo esercizio con un fatturato di 13 miliardi di euro: 600 milioni in più rispetto all’anno precedente (+4,9 per cento). Tarantino di nascita ma residente a Parma, Pugliese è stato prima capo della divisione europea di Barilla, poi ad di Yomo e infine dal 2004 a Conad. Interessato alla dimensione sociale e politica d’impresa, di recente ha preso posizione contro il caporalato. “L’Italia è malata di omologazione, di mancanza di semplificazione, di farraginosità e burocrazia imperanti”, ha detto in un’intervista. “In più latita un’élite politica e culturale che sappia accompagnarla sulla strada dell’innovazione, della modernizzazione”.

LAltro nome da esportazione è quello di Pietro Beccari, cinquantenne, parmense, calciatore mancato: è arrivato alla maison Fendi e poi a Dior. Anche Remo Ruffini, cinquantasei anni, ha un profilo internazionale ma un orizzonte estetico molto italiano. Nel 2002 ha rilevato Moncler. Laura Panini, numero uno nella cartoleria

Sempre rimanendo in Emilia, una manager-imprenditrice che non ha a che fare col food ma che è molto radicata sul territorio è una signora emiliana con un cognome famoso, Laura Panini. Figlia di Franco, uno dei soci delle famose figurine (che la famiglia ha ceduto negli anni), si è reinventata e ha preso in mano la Franco Cosimo Panini trasformandola da piccola casa editrice di libri d’arte in numero uno nel settore dei diari scolastici. Centocinquanta dipendenti, trentacinque milioni di euro di fatturato di cui trenta solo dalla cartoleria (astucci, cartelle, e l’idea geniale di trasformare il giornale di fumetti Comix in un diario scolastico, che vende un milione e trecentomila copie l’anno). Diari e affini vanno benissimo. “Si chiama tecnicamente back to school, in Italia ci sono ancora 7-8.000 cartolerie oltre la grande distribuzione”, ha detto al Foglio. “Nei paesi, in provincia, si usa ancora molto la cartoleria. Di diari se ne vendono due milioni di pezzi l’anno”. Lei questo business se l’è inventato venticinque anni fa, quando hanno venduto le figurine. “Siamo un po’ matti, è vero, in famiglia. Quando i nostri genitori hanno venduto, abbiamo preso tanti soldi, ed era l’epoca che c’erano i Bot che rendevano a doppia cifra. Invece ci siamo buttati. Abbiamo anche fatto tanti errori, eh”. “Noi non abbiamo produzione, tutti gli accessori si fanno in Cina, ormai sono bravissimi, naturalmente facciamo un controllo ferreo sulla qualità”. Laura Panini ha 4 figli, due stanno a New York (“la provincia dopo un po’ è soffocante”, dice: ma si vede che non ci crede molto).

Ancora in Emilia, ci spostiamo nel triangolo Bologna-Modena-Reggio ovvero nella “motor valley”: concetto caro a Stefano Domenicali (1965), bolognese, presidente e ad della Lamborghini. L’anno scorso alla presenza dell’ambasciatore italiano Armando Varricchio ha firmato un programma di scambio tra i migliori talenti della Silicon e della Motor Valley (uno dei primi studenti che verranno a studiare in Italia è un giovane Mondavi, della famiglia del vino). Domenicali è stato anche direttore della gestione sportiva della Ferrari. Lamborghini rimane ancorata all’Emilia anche se passata da tempo nel gruppo Volkswagen. E rimanendo in tema automotive, sempre strategico per l’Italia, uomo Volkswagen è anche Luca De Meo, uno dei più stretti collaboratori di Marchionne e considerato “l’unico vero top manager italiano dell’auto insieme a Schillaci di Nissan e Carlucci di Toyota” dice al Foglio un esperto del ramo. De Meo, cinquantadue anni, milanese, bocconiano e poi “bocconiano dell’anno”, ha iniziato in Renault e poi Toyota e poi Fiat, dove è stato a capo dei marchi Lancia, Fiat e Alfa Romeo, poi ad di Abarth e capo marketing di tutta la Fiat. Marchionne arrivò che lui era già in azienda, lo promosse, e poi gli promise di farlo ad di tutti i marchi Fiat. Cosa che non successe e giustifica la fuoriuscita di De Meo nel 2009, che va a guidare il marketing della Audi. Quindi dalla capogruppo Vw è stato promosso a presidente della Seat. Non era – dicono fonti del Foglio – interessato a una successione in Fiat, poiché ha buone chances invece di ritagliarsi un ruolo di prestigio nella casa tedesca, che vive un momento di caos mai visto prima col “dieselgate” che sta stravolgendo le linee di comando: tre anni fa il ceo Martin Winterkorn si dimise per essere sostituito dall’ex capo della Porsche, Matthias Mueller. Mentre a giugno scorso il capo di Audi, Rupert Stadler, è stato addirittura arrestato.

Il Papa dovrebbe imparare dal Dalai Lama? Il suo parere sull’immigrazione

Pietro comedonChisciotte.org 14.9.18

Il Dalai Lama: “Europa agli europei, gli immigrati tornino nei loro Paesi d’origine” – di Chiara Soldani

Roma, 13 set – “L’Europa appartiene agli europei“. Così esordisce, nel suo intervento a Malmö (Svezia), il Dalai Lama.

Ospite del pubblico convegno, tenutosi ieri presso l’Università svedese, il leader spirituale tibetano (già Premio Nobel per la Pace nel 1989) ha offerto una lettura chiara e totalmente condivisibile, circa il tema dell’immigrazione.

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E’ giusto accogliergli, aiutarli, contribuire alla loro educazione. Ma i migranti, dovrebbero contribuire a sviluppare i loro Paesi d’origine e tornarvi per ricostruirli”, ha poi aggiunto.

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Distribuzione di gelati e comizi politici permettendo, ovviamente. Perché, il programma buonista di Francesco, è sempre molto fitto.

Fonte: IL PRIMATO NAZIONALE – Titolo originale: Il Dalai Lama: “Europa agli europei, gli immigrati tornino nei loro Paesi d’origine” – AUTORE: Chiara Soldani

SCARANTINO / ECCO LA VERA STORIA DEL DEPISTAGGIO PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

14 settembre 2018

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Un grave errore deontologico, morale e storico organizzare la festicciola, suonare la fanfara e attribuirsi medagliette autoelogiative. Grave soprattutto nel campo dell’informazione, dove andrebbe rispettato il lavoro di colleghi (che non ci sono più) i quali per primi hanno annusato puzza di bruciato, lo hanno documentato, denunciato, messo nero su bianco assumendosi tutte le responsabilità del caso.

E invece succede che quel minuzioso, preziosissimo lavoro di vero giornalismo investigativo svolto da Sandro Provvisionato per anni sui buchi neri della strage di via D’Amelio venga dimenticato, sepolto sotto altre polveri, prendendo a calci la memoria storica.

Partiamo dalle new. Titola Repubbica di venerdì 14 settembre, gonfiando il petto, a firma di Francesco Patanè. Fiato alle trombe, ecco il titolone: “Ha svelato il grande depistaggio – indagato cronista di Repubblica”. Si tratta di Salvo Palazzolo, la cui abitazione è stata perquisita per otto su ordine della procura di Catania che “contesta a Palazzolo – scrive Patanè – di aver scritto della chiusura dell’indagine su Repubblica.it tre ore e mezzo prima che i difensori dei poliziotti ricevessero la notifica ufficiale del procedimento”.

 

REPUBBLICA SCOPRE L’AMERICA 

Salvo Palazzolo. Nel montaggio di apertura Sandro Provvisionato e, a destra, Vincenzo Scarantino

Spiega ancora: “Palazzolo è finito sotto inchiesta per l’articolo che l’8 marzo scorso (2018, ndr) raccontava la chiusura dell’indagine della procura di Calatanissetta sul depistaggio del caso Borsellino: il prossimo 20 settembre inizierà l’udienza preliminare per il funzionario Mario Bo, per l’ispettore Fabrizio Mattei e per Michele Ribaudo, accusati di aver costruito ad arte, insieme all’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Babera, il falso pentito Scarantino”.

Una storia stradettagliata e superdocumentata da Sandro Provvisionato in tempi non sospetti, almeno a partire dal 2010, il celebre promotore del sito “Misteri d’Italia: per anni ne aveva scritto sulla Voce e in altre inchieste.

Negli ultimi mesi denuncia con la forza più grande che le resta nel cuore Fiammetta Borsellino, la figlia del magistrato Paolo trucidato in via D’Amelio. Fino ad oggi, a quanto pare, le vibrate richieste di Fiammetta non hanno avuto neanche lo straccio di una risposta a livello istituzionale. A riprova, se ce ne fosse ancor bisogno, che di è trattato prima di un “Omicidio di Stato, e poi di un “Depistaggio di Stato”. Ottimo e abbondante…

Ma come mai Repubblica insiste nel negare l’esistenza del lavoro di altri / alti magistrati, come invece ha documentato Sandro Provvisionato, un maestro del giornalismo investigativo e non solo? Come aveva strascritto la Voce e ora urla Fiammetta? Eppure Repubbica ora è sul banco degli imputati per aver anticipato di 3 ore e mezza una notiziola! E chi ne ha scritto anni prima cos’è, il mostro di Londra?

Ad ogni buon conto: non è il caso di ricordare lo sforzo di chi – come Sandro – aveva anticipato di anni e anni l’esistenza di un autentito Golpe istituzionale, capace di coinvolgere forze dell’ordine e magistrati? Quando il mondo è capovolto.

 

PERCHE I NOMI DELLE TOGHE ECCELLENTI MAI ?

Ecco l’altra grave ‘mancanza’. In tutti i suoi reportage Repubblica (ma anche l’altro media di regime, il Corriere della Sera) sbatte in prima (anzi, diciannovesima pagina) sempre i nomi degli uomini di polizia al comando di Arnaldo La Barbera, il quale purtroppo non più rispondere né difendersi, visto che è morto da una dozzina d’anni.

Giuseppe Ayala

Quindi, sui grandi mezzi d’informazione nessuna parola su quei magistrtati hanno avviato l’inchiesta, aperto i fascicoli, iniziato le indagini e con ogni probabilità anche dato gli imput alle forze dell’ordine – in questo caso la polizia – che si è mossa per raccogliere le prime, strategiche prove dopo la strage di via D’Amelio.

A cominciare dall’ancora mai chiarito mistero della Agenda Rossa che Paolo Borsellino portava sempre con sé. Per quante mani è passata, oltre quelle del magistrato Giuseppe Ayala, il quale poi la smista a qualcun altro, per poi finire nelle mani di un colonnello, l’unico processato per la storia dell’agenda ma subito assolto?

Come mai non sono state effettuate ulteriori indagini? Come mai non è stata interrogata la giornalista Roberta Ruscica, autrice di un dettagliato volume “I Boss delle Stragi”, la quale racconta di un’agenda rossa passata per la mani del pm Anna Maria Palma?

Quest’ultimo è il primo pm delle indagini, strada facendo è stata affiancata da Nino Di Matteo, l’eroe di tutte le mafie, secondo i media: il quale Di Matteo si è profondamente irritato per le dichiarazioni rese da Fiammetta Borsellino, colpevole solo di chiedere Verità e Giustizia e soprattutto di accertare le responsabilità istituzionali del Depistaggio che ha taroccato il pentito Vincenzo Scaramella. Il riferimento, evidentemente, era non solo a La Barbera, ma anche alle toghe eccellenti che hanno svolto le indagini. “Era alle prime armi, Di Matteo”, lo giustificano alcuni colleghi.

E con piglio ribatte Fiammetta: “non era proprio il caso di affidare a uno di primo pelo quelle delicate indagini su mio padre”.

 

ALL’OMBRA DELLA PALMA

Nino Di Matteo

Ma di primo pelo certo non era Anna Maria Palma, ex toga rossa (sic). Conduce a lungo i vari processi Borsellino. Poi, improvivsamente, lascia la magistratura e va ad occupare la poltrona in qualità di capo di gabinetto al Senato presieduto dal berlusconiano Renato Schifani. Le capriole del destino. Ora è rientrata fra i ranghi della magistratura. Boh.

Torniamo a via D’Amelio. Preso in mano il caso del collega morto, Palma abbraccia quasi subito la tesi Scarantino: è lui il mostro da sbattere in prima pagina, e quando poi arriverà Di Matteo avallerà l’operato della Palma, tra l’altro moglie di Adelfio Elio Cardinale, potente radiologo e preside di Medicina a Catania, per alcuni anni presidente del Cerisdi, prima centro studi dei gesuiti sulla collina di Palermo sovrastante piazza D’Amelio poi – a quanto pare – vicino ai Servizi Segreti.

Ilda Boccassini metterà subito in guardia i colleghi sull’attendibilità e la credibiità del pentito Scarantino. Ma Palma e poi Di Matteo vanno avanti come un rullo compressore: è lui la gola profonda che sprigiona solo verità. E quindi 7 persone – che non c’entrano un bel niente – vengono sbattute in galera, accusate, processate, condannate in tutti i tre gradi di giudizio e sconteranno la bellezza d 16 anni, da innocenti.

Stesso copione che è stato messo in scena per il caso di Ilaria Ali e Miran Hrovatin: istruito a tavolino e super taroccato il pentito “Gelle” che accuserà un giovane somalo, il quale sconterà anche lui 16 anni da innocente. Fino a che Chiara Cazzaniga, l’inviata di Chi l’ha visto, lo andrà ad intervistare a Londra e lui – Gelle – dirà che è stata tutta una sceneggiata: la polizia gli ha fatto imparare a memoria il copione, non ha dovuto neanche testimoniare in dibattimento ed è stato accompagnato in aereo fino a Londra. Senza pudore!

Torniamo alla tragedia di via D’Amelio. Sorge spontanea la domanda : come mai fino ad oggi nessun tribunale, nessuna procura del nostro territorio nazionale ha deciso una buona volta di accendere i riflettori non solo sui poliziotti che evidentemente hanno eseguito degli ordini, ma sui magistrati che hanno orchestrato l’inchiesta e su tutti quei livelli istituzionali che sono intervenuti – anche e soprattutto politici – per depistare?

Paolo Borsellino

Possibile che oggi nessuno, dai banchi di quel governo gialloverde che si batte in nome di giustizia e trasparenza, non chiede una vera inchiesta a 360 gradi sull’eccidio e sul depistaggio?

Per il Depistaggi di Stato la situazione, paradossalmente, è meno complessa di quanto possa sembrare. Perchè per fortuna abbiamo nomi, cognomi, indirizzi e cellulari di coloro che sono stati protagonisti in prima linea di quegli episodi che finiscono per uccidere due volte quegli eroi di Stato come Paolo Borsellino o Ilaria Alpi.

Perchè nessuno si muove? Perchè il trasparente vicepremier Luigi Di Maio stavolta si opacizza? Come mai il guardasigilli Alfonso Bonafede sembra non aver in agenda questi giganteschi buchi neri che ammorbano la nostra vita da sempre?

 

LE GRANDI INTUIZIONI INVESTIGATIVE DI PROVVISIONATO

Per favore, fatelo anche in nome di Sandro Provvisionato, un eroe civile che ha dato la sua vita (è morto a soli 67 anni) per scoprire le verità indicibili, per onorare quella giustizia che dovrebbe essere uguale per tutti e non lo è mai.

Alfonso Bonafede

Ecco le parole della Voce – ricordiamolo, di 5 anni fa –  per commentare la ricostruzione di Provvisionato a proposito dal caso Scarantino: “Una vicenda emblematica del depistaggio compiuto da uomini dello Stato e magistrati, tutti rimasti impuniti, per lasciare nell’ombra quel grumo oscuro che ha segnato i destini dello Stato: la trattativa Stato-Mafia. Molti dei quali furono gli stessi. Come affiora da questa lucida, impietosa ricostruzione che con i medesimi scopi provocarono l’eccidio di Paolo Borsellino e della sua scorta in via D’Amelio”.

Ecco le parole di Sandro: “La storia infinita del falso pentitismo di Vincenzo Scarantino, che racchiude in sé tutte le distorsioni della giustizia italiana e, nella migliore delle ipotesi, anche le incapacità, le impreparazioni e la poca professionalità di molti magistrati antimafia, sembra una scelta della primavera 2001, quando il pentito Scarantino è considerato un oracolo dalla procura di Caltanissetta”.

Perchè? E soprattutto perchè è trascorsa da allora inutilmente la bellezza di 17 anni?

NB  Repetita iuvant. In basso il link delle inchieste realizzate nel 2013 da Sandro Provvisionato 

I BUCHI NERI DELLA NOSTRA MALASTORIA – IL FALSO PENTITO SCARANTINO

IN OMAGGIO PER I LETTORI DELLA VOCE, L’E-BOOK  CON LE CINQUE PUNTATE DAL CASO SCARANTINO Il più clamoroso Depistaggio della nostra storia. Che solo adesso emerge in tutta la sua devastante forza ma non smuove più di tanto i palazzi. Nè manda in fibrillazione i media che dovrebbero sfornare inchieste su inchieste, come in ogni … Leggi tutto

I BUCHI NERI DELLA NOSTRA MALASTORIA – IL FALSO PENTITO SCARANTINO

Veneto Banca. Legge di Bilancio prevede fondo per ristoro dei risparmiatori

vcoazzurratv.it 14.9.18

mirella cristina

Mirella Cristina ( Fi ) : ” Oggi manca ancora il decreto per l’attuazione del fondo. La costituzione non deve restare sulla carta “

COMUNICATO STAMPA – La legge di bilancio 2018 ha introdotto un apposito fondo di ristoro finanziario per quei risparmiatori che hanno subìto un danno ingiusto (tra i quali quelli di Veneto banca), ma ad oggi manca un decreto di attuazione per tale fondo, la cui costituzione non deve restare solo sulla carta.

«Alla luce di ciò – spiega la deputata Mirella Cristina – Forza Italia, a difesa dei risparmiatori onesti, ha presentato un ordine del giorno che nella lunga notte di discussione del decreto Milleproroghe ha avuto il parere favorevole del Governo ed oggi in aula ha ottenuto il consenso di tutta la Camera all’unanimità. Abbiamo così impegnato il Governo ad adottare un’iniziativa urgente che tuteli nell’immediatezza tutti i cittadini che a causa dell’azzeramento del valore dei titoli posseduti si trovano in condizioni economiche precarie, azione che prevede per tutti il diritto al rimborso integrale».

«Forza Italia è estremamente contenta del risultato ottenuto dalla battaglia in prima linea in favore dei piccoli risparmiatori – conclude la deputata del Vco – e ora controllerà che il governo mantenga fede all’impegno assunto».

“L’immagine del banchiere insospettabile non esiste più”

Di David Eugster tvsvizzera.it 14.9.18

Gruppo di banchieri per strada
Banchieri davanti alla sede principale della banca UBS sulla Paradeplatz di Zurigo.

(Keystone)

L’etnologo svizzero Stefan Leins ha osservato durante due anni il lavoro degli analisti finanziari di una grande banca svizzera. swissinfo.ch guarda indietro con lui alla sensibilità dei banchieri e alle migliori pratiche degli analisti finanziari – al culmine della più grande crisi della piazza finanziaria svizzera dopo il crollo del 2008.

swissinfo.ch: Perché da etnologo ha deciso di osservare i banchieri svizzeri invece di andare in un paese lontano?

Stefan Leins: La cultura non è più legata alle regioni, ma si esprime a livello globale. Probabilmente ho meno a che fare con qualcuno che lavora nei piani dirigenziali di una banca qui a Zurigo che con un giovane hipster a Manila. Volevo sapere cosa accade davvero nei centri di potere vicini a me.

Ritratto di uomo davanti a un mappamondo
L’etnologo Stefan Leins insegna all’università di Zurigo.

(Universität Zürich)

swissinfo.ch: Che influsso ha avuto la crisi finanziaria sugli ambienti in cui operano i banchieri oggetto delle sue osservazioni?

S.L.: Ho lavorato lì come analista finanziario tra il 2010 e il 2012 e allo stesso tempo ho osservato il lavoro dei miei colleghi. All’epoca è iniziata la crisi dell’euro, le cifre sulla disoccupazione sono salite alle stelle, il problema dell’indebitamento della Grecia è diventato virulento.

Tutto questo non ha lasciato nessuno indifferente, molti fantasticavano sulla possibilità di lasciare il loro lavoro. A cena con gli amici i banchieri a malapena osavano parlare del loro lavoro e molti si sentivano in colpa. Altri scaricavano la colpa su altri banchieri: “I banchieri d’investimento e i consulenti hanno assunto rischi inutili, non noi”, dicevano.

swissinfo.ch: Cosa intende dire?

S.L.: I banchieri non sono semplicemente banchieri. La maggior parte degli impiegati delle banche sono contabili. Al vertice della gerarchia, abbiamo tre gruppi: i consulenti alla clientela, che forniscono raccomandazioni d’investimento a privati facoltosi e aziende, e i trader, che eseguono le transazioni concrete. Il terzo gruppo è composto dagli analisti finanziari, che supportano gli altri due gruppi con analisi di mercato. Sono stato loro l’oggetto del mio studio.

Gli analisti considerano gli altri collaboratori della banca ingenui, perché non vedono il quadro generale, mentre loro, in quanto esperti, cercano di spiegare l’evoluzione futura dei mercati.

swissinfo.ch: Come fanno gli analisti finanziari ad anticipare l’evoluzione dei mercati?

S.L.: Qui le cose si fanno interessanti. Quando sono stato introdotto nel nuovo lavoro, pensavo di dover acquisire molte conoscenze per tenere il passo. Con mio grande stupore non ho incontrato calcolatori razionali; spesso si operava con una non meglio definita “sensibilità per i mercati”.

Queste persone hanno studiato economia, ma la prima cosa che consigliano apertamente è di dimenticare la teoria. In termini concreti: anche se i modelli matematici indicavano che un’azienda non navigava in buone acque, spesso si dava comunque un parere favorevole a un investimento, semplicemente sulla base di una “buona impressione”.

Gambe e ombra di una persona con caddy
(Keystone)

swissinfo.ch: Nel suo libro, tuttavia, lei descrive anche alcune tecniche concrete per anticipare l’andamento del mercato.

S.L.: Sì, si cercano ad esempio modelli ricorrenti nello sviluppo di una curva dei prezzi delle azioni. Uno di questi modelli è il cosiddetto “Hanging Man”, che ricorda un uomo sul patibolo, un altro è detto “Head and Shoulders”, modello che indica un calo lento del prezzo.

Queste forme vengono interpretate – anche se dal punto di vista economico o scientifico non ha senso che il prezzo di un’azione si sviluppi sempre nello stesso modo.

swissinfo.ch: Eppure queste previsioni sembrano funzionare.

S.L.: Sì e no. Ci sono stati diversi esperimenti in cui gli analisti finanziari hanno gareggiato contro scimmie cappuccine e gatti. Diciamo che le possibilità sono risultate distribuite in modo molto uniforme.

swissinfo.ch: Ma qual è allora la funzione di tali analisi, se non quella di ottenere profitti certi?

S.L.: La mia risposta potrebbe essere che in realtà il futuro non è prevedibile, ma che servono scenari per poter agire e speculare. Gli analisti finanziari sperano che il futuro non sia completamente oscuro.

swissinfo.ch: Detto così sembra che il loro lavoro abbia una funzione quasi religiosa.

S.L.: Tecniche come la divinazione e la stregoneria sono descritte in etnologia in modo molto simile alla previsione dell’evoluzione futura del mercato, sì. Gli analisti finanziari hanno anche spesso un debole per l’esoterico. Per ispirarsi si trascorre un anno sabbatico in Himalaya, si fa yoga, si medita.

A volte il modo di parlare del mercato ricorda la religione: si dice per esempio che il mercato “punisce” le persone. Il mercato è un Dio giusto, a volte anche un po’ lunatico – l’analista finanziario è il profeta che intravvede le sue vie.

swissinfo.ch: E la Paradeplatz (la piazza di Zurigo che corrisponde a Wall Street negli USA) è il Vaticano di questa fede?

S.L.: Qui non ci sono palazzi come a Wall Street o nella City di Londra. Penso che il successo della Svizzera si sia sempre basato anche sul fatto di apparire un po’ provinciale pur essendo un centro di potere. Eppure anche se nella Paradeplatz non ci sono grattacieli, negli ultimi decenni il mondo delle banche svizzere ha subito profondi mutamenti.

Banchieri con ombrello in attesa del tram
(Keystone)

swissinfo.ch: In che senso?

S.L.: Nei film di James Bond la Svizzera è spesso dipinta come rifugio piuttosto equivoco per denari di provenienza internazionale. Negli annunci personali i banchieri a quei tempi si presentavano però come persone solide, fiduciari, contabili, niente di eccitante.

La loro immagine è cambiata quando i salari sono aumentati massicciamente negli anni novanta. I rappresentanti della Porsche e della Ferrari intercettavano le persone fuori dai loro uffici nei giorni in cui venivano versati i bonus. Era perfettamente normale per un trentenne ricevere 150’000 franchi di stipendio annuo e poter contare su altri 100’000 franchi di bonus.

swissinfo.ch: Perché i salari sono aumentati così tanto all’epoca?

S.L.: Negli anni Novanta, la sola gestione patrimoniale non rendeva più. Le gigantesche fusioni che hanno portato alla nascita di UBS e CS sono il prodotto di una crisi economica locale.

Queste fusioni sono state accompagnate da nuove pratiche commerciali e in particolare dall’assunzione di maggiori rischi sui mercati finanziari. Queste pratiche offrivano la prospettiva profitti di gran lunga superiori. Il valore delle azioni delle grandi banche si è triplicato tra la fine degli anni Novanta e la crisi.

Il boomerang è tornato indietro nel 2008: poche settimane dopo il fallimento di Lehman Brothers, una di queste banche, l’UBS, ha dovuto essere salvata ricorrendo a strumenti estranei allo stato di diritto. Le banche svizzere non sono state colpite solo dalla crisi ma hanno anche contribuito in modo massiccio a darle forma.

Stefan Leins è docente presso l’Istituto di antropologia sociale e di studi culturali empirici dell’Università di Zurigo e membro di un programma di ricerca della London School of Economics and Political Science (LSE). In questo momento sta lavorando sul tema del commercio globale delle materie prime.

Le sue ricerche sugli analisti finanziari svizzeri dopo la crisi del 2008 sono sfociate nella pubblicazione di un libro: “Stories of Capitalism, Inside the Role of Financial AnalystsLink esterno“, uscito quest’anno per i tipi dalla University of Chicago Press.

Marchionne, lo “straniero” che Torino non capì

Stefano Rizzi Giovedì 13 Settembre 2018 lo spiffero.com

A quasi due mesi dalla morte Fca e istituzioni ricordano il manager col maglioncino che salvò la Fiat. In una città che mostrò molta diffidenza verso chi ne mise a nudo, con la sola presenza, inadeguatezze e provincialismo. Il profilo nel libro di Bricco

Parlava una lingua che l’Italia e la stessa Torino, dove arrivò al capezzale di una Fiatmorente riuscendo a riportarla a una nuova vita, non erano stati in grado di imparare e, forse, ancora non lo sono. Per questo, Sergio Marchionne è stato sempre straniero. E forse lo rimarrà nella memoria riconoscente, ma non del tutto consapevole dell’importanza rivoluzionaria di un approccio, uno stile (troppe volte liquidato nel feticcio del maglioncino) e, appunto, un linguaggio industriale e sociale incompresi appieno non per colpa del manager, ma per inadeguatezza e distanza del Paese e della città, che pure fu capitale della modernità.

Un rivoluzione quella di Marchionne non solo industriale e finanziaria ma ancor prima culturale e politica, anche se da quest’ultima – intesa come stretto rapporto con i partiti  – si tenne sempre a distanza, quasi a rimarcare la sua formazione nordamericana. E poi l’esperienza in Svizzera, inducendo a immaginare su di lui un che di calvinista e dunque assai lontano dal potere dinastico ancora pervasivo nella città sabauda in cui avrebbe compiuto il miracolo. Ma anche la città di cui, involontariamente, avrebbe messo a nudo le fragilità e i ritardi rispetto ai suoi ritmi

“Se Torino negli anni Novanta avesse compiuto veramente un cambiamento profondo, aldilà delle prospettive e dei passi in avanti grazie alle Olimpiadi e a una visione non più limitata da one company town, Marchionne sarebbe stato certamente meno straniero” osserva Paolo Bricco, inviato ed editorialista del Sole 24Ore, autore di un recentissimo libro sul manager italo-candese, intitolato non a caso Marchionne lo straniero (304 pagine, Rizzoli). “Lo è stato nel mondo dell’automobile al quale approdò quando la sua carriera di manager era già affermata in altri settori. Straniero anche per il mondo degli affari americano dove la provenienza dalle più prestigiose università conta ancora molto e lui non arrivava da lì. E straniero Marchionne è stato e rimasto anche in Italia e a Torino”, in un alternarsi e fondersi di stupore, ammirazione, fiducia e diffidenza verso “quell’alieno anche per il piccolo mondo antico torinese”.

Quel mondo che ci sarà, domani alle 11 in Duomo, alla funzione officiata dall’arcivescovo, Cesare Nosiglia. L’ultimo saluto gli era stato dato in Canada dai familiari, tra cui la compagna Manuela Battezzato e i figli di primo letto, Alessio Giacomo Jonathan Tyler, in forma strettamente privata. Domani a Torino oltre ai familiari e i vertici di Fca, John Elkann e Mike Manley, alle personalità politiche, dell’industria e dello sport, sono attese anche alcune delegazioni operaie. È previsto anche uno spazio all’interno della cattedrale per i cittadini e quanti vorranno partecipare alla funzione. Ci sarà la sindaca Chiara Appendino e il presidente della Regione Sergio Chiamparino. Fonti vicine al Pd confermano la partecipazione dell’ex premier, Matteo Renzi, atteso nel capoluogo piemontese per partecipare alla Festa dell’Unità. Al saluto pubblico italiano si unirà anche quello americano che avverrà il 27 settembre ad Auburn Hills, in Michigan, sede della divisione statunitense di Fca.

Quel piccolo mondo antico, insieme a gran parte della classe politica cittadina con l’arrivo di Marchionne non riuscì a celare dietro il paravento glorioso della storia un provincialismo spesso pervasivo, un passo troppo indietro e asincrono rispetto a quelli rapidissimi del manager di origini italiane, ma ormai straniero in tutto il resto.

Quando arrivò comprese subito che uno dei mali del gruppo era quel management che agiva con vecchie logiche di un riporto dietro l’altro in una catena decisionale infinita e arrugginita. Marchionne ne fece fuori gran parte. “Alcuni di coloro che rimasero faticavano a tenere il passo e andarono in analisi, come mi ha confidato un terapista torinese” racconta Bricco. Non pochi altri trovarono rifugio dorato nelle aziende pubbliche, nel sottogoverno cittadino e regionale, a ulteriore dimostrazione di quella distanza del sistema che governava la cosa pubblica e da chi gestiva un gruppo, risollevandolo dal baratro del fallimento.

Di Chiamparino Marchionne sarebbe diventato presto amico e compagno di partite a scopone. Nel libro di Bricco, l’allora sindaco e poi presidente della Regione ricorda come “nelle visite agli stabilimenti mi colpirono alcuni aspetti elementari. Una sorta di ritorno ai fondamentali che davano il senso della differenza e dello stacco rispetto al periodo precedente: a Mirafiori, Marchionne mi fece notare con grande fastidio mucchi di calcinacci nelle officine. Rimise all’onore del mondo la decenza e la pulizia di quelle fabbriche. Sembra poco. Ma, in quel frangente, contò molto”. Allora “piacque alla sinistra, agli operai, anche ai sindacati”, tuttavia non scalfendo più di tanto quel muro invisibile ma alto fatto di “riti, ideee visioni del Novecento” che aveva trovato arrivando in città e in azienda. E che non gli erano affatto piaciuti, essendogli lontani anni luce.

“Chi avrebbe immaginato uno dei suoi predecessori in pizzeria a mangiare insieme ai ragazzi della scorta?”. Marchionne lo ha fatto più di una volta, in Corso Palermo, dove capitava cenasse anche con l’amico Chiamparino. Un marziano a Torino, come emerge da un altro recente ritratto, quello di Marco Ferrante in Marchionne l’uomo dell’impossibile (Mondadori).

Marziano, straniero: forse solo un uomo troppo avanti rispetto al Paese e alla città che oggi lo ricordano. Probabilmente senza averlo mai compreso del tutto.

Astaldi oramai allo sbando: crollo prosegue anche oggi

di Enzo Lecci, pubblicato il investireoggi.it

Astaldi in caduta libera a Piazza Affari: oggi la quotazione perde oltre il 5%

Astaldi in caduta libera a Piazza Affari: oggi la quotazione perde oltre il 5%

Nuovo crollo per la quotazione Astaldi a Piazza Affari. Il prezzo delle azioni sta segnando un ribasso di oltre il 5%. La raffica di vendite che si sta abbattendo su Astaldi è iniziata questa mattina in avvio di contrattazioni. Il titolo ha infatti subito risentito delle indiscrezioni di stampa sulle possibili evoluzioni negative dell’aumento di capitale. A seguito della mancata cessione della concessione sul Terzo Ponte sul Bosforo, Jp Morgan potrebbe defilarsi dall’operazione di ricapitalizzazione (Astaldi, aumenta il rischio: JP Morgan si defila da un aumento di capitale in bilico?).

 

La Corte di Strasburgo tira le orecchie agli 007 inglesi

UMBERTO RAPETTO interris.it 14.9.18

La Cedu: “Gchq ha violato la privacy e non ha garantito il rispetto di diritti fondamentali”

Il quartier generale di Gchq

Il quartier generale di Gchq
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Bar dello Sport continua ad essere l’epicentro di discussioni ogni giorno più dotte. Dopo aver disquisito per settimane del Ponte Morandi, molti avventori hanno messo da parte le lauree in ingegneria mai conseguite (anticipando il presidente della Commissione Istruzione del Senato secondo il quale – forte della sua terza media – “quello che c’è da sapere non si impara sui polverosi libri”) e hanno cominciato a discettare di intelligence.

Le nomine ai vertici dei Servizi stanno appassionando anche i più distratti, anche quelli che non si sono accorti che tra i designati “in pectore” c’è persino qualcuno che (almeno secondo il sempre ben informato Emiliano Fittipaldi dell’Espresso) vanta tra le proprie esperienze internazionali la partecipazione in misteriose holding lussemburghesi.

Mentre a sei mesi dall’esito elettorale ancora si rincorrono le voci sulla promozione di questo o di quello, la vasta platea degli 007 in pantofole non può perdersi una notizia fondamentale per chi vuole masticare certe cose.

Potrebbe sembrare un risultato calcistico ma Echr – Gchq 4 a 0 ha tutt’altro significato.

Mentre la sigla Cska evoca l’omonima squadra moscovita, gli acronimi precedenti meritano una traduzione. Chi ha vinto l’apparente derby è la European Court of Human Rights, ovvero il supremo tribunale continentale per i diritti umani. Dall’altra parte dell’immaginario campo “giocava” il Government Communications Headquarters, vale a dire la potentissima struttura britannica che – mamma di Echelon – ha storicamente il controllo dei sistemi di telecomunicazione del pianeta e l’orecchio poggiato su cavi ed etere per non perdersi nulla di quanto viene detto o trasmesso.

Il fischio di avvio della “partita” era stato quello del whistleblower Edward Snowden, che – tra tante scottanti questioni – aveva richiamato l’attenzione sul programma d’oltremanica mirato a spiare tutto quel che veniva veicolato con modalità analogiche e digitali.

Il primo tempo di questa sfida si era chiuso a dicembre 2014 con una sorta di nulla di fatto, perche l’Investigatory Powers Tribunal (organo giudiziario indipendente del Regno Unito) aveva sentenziato che il GCHQ non aveva violato alcuna norma della Convenzione Europea a tutela dei diritti umani e che anzi aveva svolto attività perfettamente compatibili con l’articolo 8 in materia di privacy e con il 10 dedicato alla libertà di espressione.

Una coalizione di 14 organismi (una specie di “irriducibili”, come gli ultras negli stadi) ha deciso di non arrendersi dinanzi ad un così deludente risultato. Amnesty International, Liberty, Big Brother Watch, Privacy International e altre compagini alla fine l’hanno spuntata.

A Strasburgo la Corte Europea ha riconosciuto che i metodi – tutt’altro che delicati – adoperati da Gchq per intercettare il traffico di dati online hanno trasgredito le più elementari regole di riservatezza e che non sono state date le benché minime garanzie di rispetto di alcun diritto fondamentale.

La Corte non ha messo in dubbio la legittimità del progetto avviato nel ciclopico centro di elaborazione dati di Cheltenham, riconoscendo l’encomiabile obiettivo di contrastare il terrorismo internazionale e altri gravissimi crimini, ma ha obiettato sul “come” gli specialisti dell’intelligence di Sua Maestà la Regina abbiano finora proceduto.

L’eccessiva discrezionalità nella definizione degli obiettivi da tener d’occhio e gli strumenti impiegati sono risultati debordanti rispetto anche la più elastica interpretazione delle norme vigenti.

Tra le varie azioni contestate c’è lo spionaggio sistematico dei giornalisti, di cui è stato monitorato ogni possibile contatto e di cui è stata tracciata meticolosamente la navigazione sul web minacciando gravemente non solo la privacy dei diretti interessati ma anche la libertà di stampa.

La crisi del 2008 ha distrutto la fiducia dei cittadini

Disoccupati in fila per trovare lavoro a New York, il 12 aprile 2012. (Lucas Jackson, Reuters/Contrasto)

Nel settembre del 2008 cominciava una crisi finanziaria che non ha cambiato solo l’universo della finanza ma anche il mondo in cui viviamo. Questa è la tesi di un autore americano, Adam Tooze, che ha appena pubblicato un libro in occasione del decennale di questa crisi, in piena presidenza Trump.

Steve Bannon, il cane sciolto della destra americana che un tempo è stato consigliere della Casa Bianca, ritiene che il dissesto abbia “acceso il fiammifero” che ha portato all’elezione del presidente statunitense e di Matteo Salvini, l’uomo forte della coalizione al potere in Italia.

La crisi ha distrutto la fiducia delle persone nelle élite politiche, che non hanno saputo evitare la catastrofe, ha aumentato la disuguaglianza – i più ricchi ne sono usciti più velocemente e ancora più ricchi rispetto ai più poveri – e infine ha rovinato gli stati che non sono riusciti ad affrontare il divario sociale e territoriale.

Due fenomeni politici
Il crack finanziario ha fatto emergere due fenomeni politici. Da un lato ci sono state manifestazioni nate sull’esempio del celebre Occupy Wall Street, ma anche delle proteste di Puerta del Sol a Madrid, culminate nella nascita del partito Podemos.

Dall’altro si sono affermati movimenti e partiti descritti, a seconda dei casi, come populisti o di estrema destra, come il Movimento 5 stelle in Italia, fondato nel 2009. Questa ondata ha coinvolto interi governi, come quello in Ungheria, e ispirato demagoghi come il presidente filippino e soprattutto il più celebre di tutti, Donald Trump, oggi a capo della prima potenza mondiale.

La storia ci insegna che i crolli della finanza possono essere fatali. Secondo lo storico americano Charles Kindleberger quella del 1929 è direttamente responsabile per la seconda guerra mondiale.

Un parallelo inquietante. Le analogie storiche hanno evidentemente i loro limiti e la storia non si ripete mai uguale a se stessa. Ma questo non significa che non possiamo trarne insegnamenti.

Come sottolinea Thierry de Montbrial nel suo rapporto annuale Ramses: “C’è un legame tra la legittimità e l’efficacia di un particolare regime”. Un sistema inefficace finisce per perdere la sua legittimità, anche democratica.

Questo è il dubbio instillato dalla crisi del 2008 nell’animo di molte persone. L’Europa, che in quel periodo si è rivelata così fragile e caotica, oggi deve affrontare le conseguenze di questo dubbio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questa rubrica è uscita su France Inter.

La sfida europea, tra globalismo e identità

di Rodrigo Carrega – 14 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

La civilissima, accogliente e generosa Svezia sembra aver sviluppato, in ampi settori della propria società, meccanismi di rigetto nei confronti del multiculturalismo. Siamo di fronte al fallimento dei modelli d’assimilazione europei?

Il 9 settembre 2018 la Svezia è stata chiamata a rinnovare il Riksdag, in un clima da caccia alle streghe (come ogni qualvolta vi sia una tornata elettorale nella quale chi si presenta come alternativa viene bollato come il maggior pericolo mai visto per la democrazia) ed ha costituito sotto molti punti di vista una sorta di cartina tornasole circa l’intero processo politico al quale stiamo assistendo in questa fase storica nel continente europeo. Il partito dei Democratici Svedesi guidato da Jimmie Åkesson pur non avendo sfondato, nonostante il continuo e progressivo aumento dei consensi, ha ottenuto comunque un 17,4% che lo conferma terza forza del paese. Il partito di governo uscente, socialdemocratico, ha evitato la tragedia politica scongiurando la pericolosa soglia del 25%, aggrappandosi ad un insperato 28,4 che resta comunque il risultato peggiore di sempre. Formare un governo sarà un’operazione praticamente impossibile, visto il sistema proporzionale puro di cui gode la Svezia, ma se c’è un dato certo in queste elezioni è che in Europa gli equilibri stanno cambiando radicalmente.

È il proseguimento di quell’onda lunga iniziata nel 2016 con l’esito referendario della Brexit inglese, proseguita poi con l’affermarsi di un rinnovato Front National francese, focalizzato su istanze di stampo antiglobalista ed identitarie, e culminata con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti che ha sconvolto i movimenti “lib-rad globali”. Da non dimenticare, in questo contesto, da un lato, la bocciatura della consultazione referendaria italiana per la modifica del testo costituzionale (snodo fondamentale per la formazione dell’attuale governo gialloverde) e dall’altro le elezioni olandesi, nelle quali, seppur sconfitto, Geert Wilders ha contribuito a diffondere a livello europeo il dibattito riguardante la questione migratoria. Ma perché è così importante concentrarsi proprio sul risultato Svedese, il civilissimo, accogliente e generoso paese, considerato il modello sociale di riferimento nell’integrazione multiculturale dai fautori del mondo senza confini? Perché l’imponente ascesa di un partito additato come coacervo di neonazisti esaltati e xenofobi è vista come un pericolo per gli equilibri politici?

Jimmie Åkesson

Proprio perché gli svedesi, da anni, stanno pagando sulla propria pelle le conseguenze di un sistema che per volontà o incapacità è stato fallimentare. Nel solo 2015 nel paese si sono riversati 163mila richiedenti asiloin pochi mesi. L’agenzia svedese per le migrazioni si trovò allora a gestire quasi 14mila arrivi al mese entrando nel caos. Il 72% delle richieste furono poi accolte. Ovviamente molti tra i respinti sono rimasti come immigrati irregolari trovando asilo nei numerosi quartieri ghetto, con immaginabili condizioni di vita. Tanto divenne ingestibile la situazione che il 5 gennaio 2016 il governo del paese più accogliente e solidale del mondo si trovò costretto a chiudere le frontiere. In Svezia, quindi, che conta poco meno di 10 milioni di abitanti e che si basa un mercato del lavoro per forza di cose contenuto, ci si è trovati nella situazione in cui molti vivono a spese del sistema sociale e i tassi di disoccupazione tra i rifugiati sono tre volte maggiori di quelli degli svedesi. Si è favorito un sistema che ha portato a un collasso della convivenza civile, dello stato sociale (da sempre fiore all’occhiello dei paesi scandinavi) e all’esasperazione di gran parte della popolazione che si trova a vivere quotidianamente le difficoltà che un simile modello di integrazione comporta.

La convivenza forzata tra le culture più disparate, anziché apportare un arricchimento sta conducendo il paese a un crescente conflitto sociale fra autoctoni e ospitati. Ormai la situazione sembra essere fuori controllo e si sono costituite aree definite “zone di alta pericolosità” nelle quali neanche la polizia riesce ad avere accesso. Nella sola Stoccolma nel 2017 ne sono state determinate 62. In queste aree la percentuale di popolazione straniera supera il 70%, il tasso di disoccupazione mediamente si attesta sull’11% (cifre astronomiche per la Svezia) e l’abbandono scolastico dei minori è drammatico. Si tratta di zone ormai fuori dal controllo dello stato in cui l’immigrazione di genti provenienti da varie parti del mondo ma nella maggior parte dei casi accomunate dalla fede religiosa, ha comportato la prevaricazione delle leggi criminali, nel migliore dei casi e la legge islamica sullo stato di diritto, nel peggiore. Luoghi come la periferia di Göteborgdove la moschea Bellevue è rinomata per gli stretti legami con varie associazioni islamiste e organizzazioni filo terroristiche, nonché per essere stata il punto di partenza di numerosi foreign fighters (si stima che almeno 300 si sono uniti allo Stato Islamico tra Siria ed Iraq).

Il distretto di Rinkeby, sobborgo residenziale di Stoccolma: l'89.1% della popolazione

La questione identitario-religiosa costituisce indubbiamente il fulcro e il collante di queste società parallele, semi-autonome e parastatali. Il multiculturalismo, in Svezia come nel resto dei paesi europei, non solo si è dimostrato un modello sociale fortemente destabilizzante dal punto di vista economico e culturale ma è sul punto di invalidare il nostro stesso concetto di democrazia, in quanto se ne presuppone l’accettazione passiva, senza alcuna possibilità di dibattimento parlamentare o di qualunque forma di consultazione popolare. Allo stesso modo non sono previsti meccanismi di tutela del complesso di valori civili e culturali costruiti attraverso processi storici millenari che costituiscono l’asse portante della nostra coesione sociale e che spesso sono incompatibili con la mentalità dei nuovi arrivati. Non pretendere il riconoscimento e l’osservanza di questi princìpi e permettere che si costituiscano in comunità auto organizzate e distinte dal resto della popolazione, per giunta nel disconoscimento e sovente nel disprezzo dei valori democratici, vuol dire distruggere la democrazia stessa e i suoi valori umani costitutivi, generando le condizioni perfette per il sorgere di meccanismi difensivi di intolleranza e rigetto in ampi settori della società ricevente. Il multiculturalismo è un’ideologia profondamente nichilista e distruttrice con la quale stiamo introducendo i presupposti virali per la morte della nostra identità culturale occidentale.

Uno degli obiettivi fondamentali che l’Europa deve porsi è quello di recuperare e far rispettare il principio della cittadinanza come norma sociale e dovere legale, oltre che morale. La religione deve costituire un ambito soggettivo, distinto dalla legge dello Stato e dalla morale politica. Senza queste elementari condizioni è impossibile praticare qualsiasi convivenza e vivere in una democrazia compiuta. Poiché proprio l’identità si pone nello spazio della reciprocità relazionale. Attualmente, in nome di un’astratta e mal digerita neutralità etica delle istituzioni, stiamo trasformando le nostre comunità di tradizioni storicamente liberali in luoghi in cui si espande il fondamentalismo come mentalità culturale, prima ancora che religiosa: si tratta di una scelta regressiva e intrisa di masochismo. Ma qualunque forma di critica è etichettata come razzismo, gretta ignoranza, incapacità di adeguarsi ai nuovi modelli di società che la globalizzazione finanziaria deve imporre. No, non è così. Essere critici significa essere in grado di distinguere. Se non si fanno rispettare i valori culturali che marcano il senso della nostra storia, quali la laicità, l’uguaglianza fra uomo e donna, il rispetto della dignità umana in ogni sua forma e della nostra identità, ben presto perderemo la nostra libertà e la laicità alla radice del nostro umanesimo. Il rischio è quello di soccombere culturalmente, schiacciati dal folle senso di colpa verso quella parte di mondo alla quale i paladini della società multietnica hanno arbitrariamente e irrazionalmente attribuito una sorta superiorità antropologica e il compito storico di redimere e conquistare l’Occidente, annichilendo il patrimonio di storia, cultura e identità che lo hanno da sempre contraddistinto.

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