La Difesa pronta ad acquistare mezzo miliardo di missili nuovi. Ecco il programma militare che il ministro Trenta ha ereditato dal Pd

14 settembre 2018 di Carmine Gazzanni Lanotiziagiornale.it

Più di mezzo milioni di euro per rifornire il nostro esercito di missili nuovi di zecca. Sarà anche il Governo del cambiamento ma, almeno per ora, non si intravede eccessiva differenza col passato in ambito militare. L’atto – coperto da segreto – è stato consegnato dal ministero della Difesa con tanto di lettera di Elisabetta Trenta alle Camere in attesa del canonico parere delle commissioni parlamentari. Nove pagine in cui si parla dello “sviluppo, qualifica e acquisizione della munizione Camm-Er (Common Anti-air Modular Missile – Extended Range)”.  La ragione del programma militare, stando alla scheda tecnica, sarebbe da imputare alla necessità di sostituire i missili “Aspide” attualmente a disposizione del nostro esercito che, “in considerazione della loro vetustà, non potranno essere più impiegati a partire dal 2021”. Gli Aspide, infatti, sono in servizio da 40 anni e avrebbero palesato “gravi problemi di obsolescenza, soprattutto per la componente ‘attuatori’”. Parliamo, cioè, proprio delle sezioni di fuoco e dei lanciatori. Da qui il programma che avrà un costo stimato di 545 milioni di euro.

Cronoprogramma – A questo punto, però, entriamo nel dettaglio.  Il primo aspetto che salta all’occhio è che parliamo di un lascito del precedente Governo, dato che il decreto fa riferimento a un programma pluriennale di ammodernamento militare approvato nel 2017. Secondo la scheda tecnica ci saranno due fasi. La prima, che sarebbe dovuta partire già l’anno scorso, durerà fino al 2021 e comporterà una spesa di 95 milioni di euro. In questo periodo si lavorerà allo sviluppo del nuovo missile a alla sua integrazione col sistema militare. Soltanto dopo potrà partire la seconda fase, quella relativa alla vera e propria acquisizione dei mezzi: dal 2027 al 2031 verrà spalmata una spesa complessiva di ben 450 milioni di euro. I finanziamenti, previsti già nella legge di Bilancio del 2017 (Governo Gentiloni), saranno ovviamente a carico del ministero della Difesa che, però, godrà di piccoli “aiuti” finanziari da parte del ministero dello Sviluppo economico che “ha parzialmente finanziato costi di sviluppo di varie componenti” e della Regione Campania retta da Vincenzo De Luca, dalla quale sono stati ottenuti “alcuni fondi per la progettazione di tecnologie ‘duali’, impiegabili in campo civile e militare”.

Vendere, vendere, vendere – A realizzare i sistemi d’arma sarà la Mbda, società leader nella costruzione missilistica, grazie a un accordo tra il Governo italiano e quello inglese, grazie alla firma di un accordo nel 2016 che faciliterà collaborazione industriale e scambio di informazioni sensibili. Ma c’è di più. Nel documento ministeriale, infatti, è presente anche una dettagliata analisi delle ricadute industriali e occupazionali. Un richiamo che non convince Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo: “Analisi di questo tipo non hanno alcun senso. La richiesta della Difesa dovrebbe essere basata sul reale fabbisogno di missili in virtù di quella che è la nostra struttura di difesa nazionale. Invece si avanzano focus aziendali che c’entrano poco con la sicurezza nazionale”. Nel documento si parla, al contrario, di “forte ricaduta economica” e “sul sistema Paese”, quasi a voler giustificare il programma. Nel dettaglio si sottolinea che saranno interessate diverse aree geografiche: da Colleferro fino a La Spezia e Aulla. Senza dimenticare, manco a dirlo, la parte occupazionale: sono da considerare, recita la scheda, “1.450.00 ore/uomo nell’arco di 10 anni”. Ci si chiede, però, quanto queste stime siano affidabili, visti i precedenti (su tutte, quelle completamente sballate sugli F-35). Ma c’è un altro aspetto non secondario che lascia più di un dubbio sulla reale esigenza militare in merito ai nuovi missili. In un passaggio del documento si legge: “Il programma ha connotazione internazionale con concrete possibilità di export sia in ambito europeo (interesse manifestato da parte di Spagna e Svizzera) sia extraeuropeo (Qatar)”. “Il giochino è sempre quello: cosa c’entra l’export se parliamo di difesa e sicurezza nazionale?”, sottolinea ancora Vignarca. Senza dimenticare che, di mezzo, c’è il Qatar, Stato non proprio famoso per il rispetto dei diritti umani.

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