La sfida europea, tra globalismo e identità

di Rodrigo Carrega – 14 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

La civilissima, accogliente e generosa Svezia sembra aver sviluppato, in ampi settori della propria società, meccanismi di rigetto nei confronti del multiculturalismo. Siamo di fronte al fallimento dei modelli d’assimilazione europei?

Il 9 settembre 2018 la Svezia è stata chiamata a rinnovare il Riksdag, in un clima da caccia alle streghe (come ogni qualvolta vi sia una tornata elettorale nella quale chi si presenta come alternativa viene bollato come il maggior pericolo mai visto per la democrazia) ed ha costituito sotto molti punti di vista una sorta di cartina tornasole circa l’intero processo politico al quale stiamo assistendo in questa fase storica nel continente europeo. Il partito dei Democratici Svedesi guidato da Jimmie Åkesson pur non avendo sfondato, nonostante il continuo e progressivo aumento dei consensi, ha ottenuto comunque un 17,4% che lo conferma terza forza del paese. Il partito di governo uscente, socialdemocratico, ha evitato la tragedia politica scongiurando la pericolosa soglia del 25%, aggrappandosi ad un insperato 28,4 che resta comunque il risultato peggiore di sempre. Formare un governo sarà un’operazione praticamente impossibile, visto il sistema proporzionale puro di cui gode la Svezia, ma se c’è un dato certo in queste elezioni è che in Europa gli equilibri stanno cambiando radicalmente.

È il proseguimento di quell’onda lunga iniziata nel 2016 con l’esito referendario della Brexit inglese, proseguita poi con l’affermarsi di un rinnovato Front National francese, focalizzato su istanze di stampo antiglobalista ed identitarie, e culminata con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti che ha sconvolto i movimenti “lib-rad globali”. Da non dimenticare, in questo contesto, da un lato, la bocciatura della consultazione referendaria italiana per la modifica del testo costituzionale (snodo fondamentale per la formazione dell’attuale governo gialloverde) e dall’altro le elezioni olandesi, nelle quali, seppur sconfitto, Geert Wilders ha contribuito a diffondere a livello europeo il dibattito riguardante la questione migratoria. Ma perché è così importante concentrarsi proprio sul risultato Svedese, il civilissimo, accogliente e generoso paese, considerato il modello sociale di riferimento nell’integrazione multiculturale dai fautori del mondo senza confini? Perché l’imponente ascesa di un partito additato come coacervo di neonazisti esaltati e xenofobi è vista come un pericolo per gli equilibri politici?

Jimmie Åkesson

Proprio perché gli svedesi, da anni, stanno pagando sulla propria pelle le conseguenze di un sistema che per volontà o incapacità è stato fallimentare. Nel solo 2015 nel paese si sono riversati 163mila richiedenti asiloin pochi mesi. L’agenzia svedese per le migrazioni si trovò allora a gestire quasi 14mila arrivi al mese entrando nel caos. Il 72% delle richieste furono poi accolte. Ovviamente molti tra i respinti sono rimasti come immigrati irregolari trovando asilo nei numerosi quartieri ghetto, con immaginabili condizioni di vita. Tanto divenne ingestibile la situazione che il 5 gennaio 2016 il governo del paese più accogliente e solidale del mondo si trovò costretto a chiudere le frontiere. In Svezia, quindi, che conta poco meno di 10 milioni di abitanti e che si basa un mercato del lavoro per forza di cose contenuto, ci si è trovati nella situazione in cui molti vivono a spese del sistema sociale e i tassi di disoccupazione tra i rifugiati sono tre volte maggiori di quelli degli svedesi. Si è favorito un sistema che ha portato a un collasso della convivenza civile, dello stato sociale (da sempre fiore all’occhiello dei paesi scandinavi) e all’esasperazione di gran parte della popolazione che si trova a vivere quotidianamente le difficoltà che un simile modello di integrazione comporta.

La convivenza forzata tra le culture più disparate, anziché apportare un arricchimento sta conducendo il paese a un crescente conflitto sociale fra autoctoni e ospitati. Ormai la situazione sembra essere fuori controllo e si sono costituite aree definite “zone di alta pericolosità” nelle quali neanche la polizia riesce ad avere accesso. Nella sola Stoccolma nel 2017 ne sono state determinate 62. In queste aree la percentuale di popolazione straniera supera il 70%, il tasso di disoccupazione mediamente si attesta sull’11% (cifre astronomiche per la Svezia) e l’abbandono scolastico dei minori è drammatico. Si tratta di zone ormai fuori dal controllo dello stato in cui l’immigrazione di genti provenienti da varie parti del mondo ma nella maggior parte dei casi accomunate dalla fede religiosa, ha comportato la prevaricazione delle leggi criminali, nel migliore dei casi e la legge islamica sullo stato di diritto, nel peggiore. Luoghi come la periferia di Göteborgdove la moschea Bellevue è rinomata per gli stretti legami con varie associazioni islamiste e organizzazioni filo terroristiche, nonché per essere stata il punto di partenza di numerosi foreign fighters (si stima che almeno 300 si sono uniti allo Stato Islamico tra Siria ed Iraq).

Il distretto di Rinkeby, sobborgo residenziale di Stoccolma: l'89.1% della popolazione

La questione identitario-religiosa costituisce indubbiamente il fulcro e il collante di queste società parallele, semi-autonome e parastatali. Il multiculturalismo, in Svezia come nel resto dei paesi europei, non solo si è dimostrato un modello sociale fortemente destabilizzante dal punto di vista economico e culturale ma è sul punto di invalidare il nostro stesso concetto di democrazia, in quanto se ne presuppone l’accettazione passiva, senza alcuna possibilità di dibattimento parlamentare o di qualunque forma di consultazione popolare. Allo stesso modo non sono previsti meccanismi di tutela del complesso di valori civili e culturali costruiti attraverso processi storici millenari che costituiscono l’asse portante della nostra coesione sociale e che spesso sono incompatibili con la mentalità dei nuovi arrivati. Non pretendere il riconoscimento e l’osservanza di questi princìpi e permettere che si costituiscano in comunità auto organizzate e distinte dal resto della popolazione, per giunta nel disconoscimento e sovente nel disprezzo dei valori democratici, vuol dire distruggere la democrazia stessa e i suoi valori umani costitutivi, generando le condizioni perfette per il sorgere di meccanismi difensivi di intolleranza e rigetto in ampi settori della società ricevente. Il multiculturalismo è un’ideologia profondamente nichilista e distruttrice con la quale stiamo introducendo i presupposti virali per la morte della nostra identità culturale occidentale.

Uno degli obiettivi fondamentali che l’Europa deve porsi è quello di recuperare e far rispettare il principio della cittadinanza come norma sociale e dovere legale, oltre che morale. La religione deve costituire un ambito soggettivo, distinto dalla legge dello Stato e dalla morale politica. Senza queste elementari condizioni è impossibile praticare qualsiasi convivenza e vivere in una democrazia compiuta. Poiché proprio l’identità si pone nello spazio della reciprocità relazionale. Attualmente, in nome di un’astratta e mal digerita neutralità etica delle istituzioni, stiamo trasformando le nostre comunità di tradizioni storicamente liberali in luoghi in cui si espande il fondamentalismo come mentalità culturale, prima ancora che religiosa: si tratta di una scelta regressiva e intrisa di masochismo. Ma qualunque forma di critica è etichettata come razzismo, gretta ignoranza, incapacità di adeguarsi ai nuovi modelli di società che la globalizzazione finanziaria deve imporre. No, non è così. Essere critici significa essere in grado di distinguere. Se non si fanno rispettare i valori culturali che marcano il senso della nostra storia, quali la laicità, l’uguaglianza fra uomo e donna, il rispetto della dignità umana in ogni sua forma e della nostra identità, ben presto perderemo la nostra libertà e la laicità alla radice del nostro umanesimo. Il rischio è quello di soccombere culturalmente, schiacciati dal folle senso di colpa verso quella parte di mondo alla quale i paladini della società multietnica hanno arbitrariamente e irrazionalmente attribuito una sorta superiorità antropologica e il compito storico di redimere e conquistare l’Occidente, annichilendo il patrimonio di storia, cultura e identità che lo hanno da sempre contraddistinto.

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