Marchionne, lo “straniero” che Torino non capì

Stefano Rizzi Giovedì 13 Settembre 2018 lo spiffero.com

A quasi due mesi dalla morte Fca e istituzioni ricordano il manager col maglioncino che salvò la Fiat. In una città che mostrò molta diffidenza verso chi ne mise a nudo, con la sola presenza, inadeguatezze e provincialismo. Il profilo nel libro di Bricco

Parlava una lingua che l’Italia e la stessa Torino, dove arrivò al capezzale di una Fiatmorente riuscendo a riportarla a una nuova vita, non erano stati in grado di imparare e, forse, ancora non lo sono. Per questo, Sergio Marchionne è stato sempre straniero. E forse lo rimarrà nella memoria riconoscente, ma non del tutto consapevole dell’importanza rivoluzionaria di un approccio, uno stile (troppe volte liquidato nel feticcio del maglioncino) e, appunto, un linguaggio industriale e sociale incompresi appieno non per colpa del manager, ma per inadeguatezza e distanza del Paese e della città, che pure fu capitale della modernità.

Un rivoluzione quella di Marchionne non solo industriale e finanziaria ma ancor prima culturale e politica, anche se da quest’ultima – intesa come stretto rapporto con i partiti  – si tenne sempre a distanza, quasi a rimarcare la sua formazione nordamericana. E poi l’esperienza in Svizzera, inducendo a immaginare su di lui un che di calvinista e dunque assai lontano dal potere dinastico ancora pervasivo nella città sabauda in cui avrebbe compiuto il miracolo. Ma anche la città di cui, involontariamente, avrebbe messo a nudo le fragilità e i ritardi rispetto ai suoi ritmi

“Se Torino negli anni Novanta avesse compiuto veramente un cambiamento profondo, aldilà delle prospettive e dei passi in avanti grazie alle Olimpiadi e a una visione non più limitata da one company town, Marchionne sarebbe stato certamente meno straniero” osserva Paolo Bricco, inviato ed editorialista del Sole 24Ore, autore di un recentissimo libro sul manager italo-candese, intitolato non a caso Marchionne lo straniero (304 pagine, Rizzoli). “Lo è stato nel mondo dell’automobile al quale approdò quando la sua carriera di manager era già affermata in altri settori. Straniero anche per il mondo degli affari americano dove la provenienza dalle più prestigiose università conta ancora molto e lui non arrivava da lì. E straniero Marchionne è stato e rimasto anche in Italia e a Torino”, in un alternarsi e fondersi di stupore, ammirazione, fiducia e diffidenza verso “quell’alieno anche per il piccolo mondo antico torinese”.

Quel mondo che ci sarà, domani alle 11 in Duomo, alla funzione officiata dall’arcivescovo, Cesare Nosiglia. L’ultimo saluto gli era stato dato in Canada dai familiari, tra cui la compagna Manuela Battezzato e i figli di primo letto, Alessio Giacomo Jonathan Tyler, in forma strettamente privata. Domani a Torino oltre ai familiari e i vertici di Fca, John Elkann e Mike Manley, alle personalità politiche, dell’industria e dello sport, sono attese anche alcune delegazioni operaie. È previsto anche uno spazio all’interno della cattedrale per i cittadini e quanti vorranno partecipare alla funzione. Ci sarà la sindaca Chiara Appendino e il presidente della Regione Sergio Chiamparino. Fonti vicine al Pd confermano la partecipazione dell’ex premier, Matteo Renzi, atteso nel capoluogo piemontese per partecipare alla Festa dell’Unità. Al saluto pubblico italiano si unirà anche quello americano che avverrà il 27 settembre ad Auburn Hills, in Michigan, sede della divisione statunitense di Fca.

Quel piccolo mondo antico, insieme a gran parte della classe politica cittadina con l’arrivo di Marchionne non riuscì a celare dietro il paravento glorioso della storia un provincialismo spesso pervasivo, un passo troppo indietro e asincrono rispetto a quelli rapidissimi del manager di origini italiane, ma ormai straniero in tutto il resto.

Quando arrivò comprese subito che uno dei mali del gruppo era quel management che agiva con vecchie logiche di un riporto dietro l’altro in una catena decisionale infinita e arrugginita. Marchionne ne fece fuori gran parte. “Alcuni di coloro che rimasero faticavano a tenere il passo e andarono in analisi, come mi ha confidato un terapista torinese” racconta Bricco. Non pochi altri trovarono rifugio dorato nelle aziende pubbliche, nel sottogoverno cittadino e regionale, a ulteriore dimostrazione di quella distanza del sistema che governava la cosa pubblica e da chi gestiva un gruppo, risollevandolo dal baratro del fallimento.

Di Chiamparino Marchionne sarebbe diventato presto amico e compagno di partite a scopone. Nel libro di Bricco, l’allora sindaco e poi presidente della Regione ricorda come “nelle visite agli stabilimenti mi colpirono alcuni aspetti elementari. Una sorta di ritorno ai fondamentali che davano il senso della differenza e dello stacco rispetto al periodo precedente: a Mirafiori, Marchionne mi fece notare con grande fastidio mucchi di calcinacci nelle officine. Rimise all’onore del mondo la decenza e la pulizia di quelle fabbriche. Sembra poco. Ma, in quel frangente, contò molto”. Allora “piacque alla sinistra, agli operai, anche ai sindacati”, tuttavia non scalfendo più di tanto quel muro invisibile ma alto fatto di “riti, ideee visioni del Novecento” che aveva trovato arrivando in città e in azienda. E che non gli erano affatto piaciuti, essendogli lontani anni luce.

“Chi avrebbe immaginato uno dei suoi predecessori in pizzeria a mangiare insieme ai ragazzi della scorta?”. Marchionne lo ha fatto più di una volta, in Corso Palermo, dove capitava cenasse anche con l’amico Chiamparino. Un marziano a Torino, come emerge da un altro recente ritratto, quello di Marco Ferrante in Marchionne l’uomo dell’impossibile (Mondadori).

Marziano, straniero: forse solo un uomo troppo avanti rispetto al Paese e alla città che oggi lo ricordano. Probabilmente senza averlo mai compreso del tutto.

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