Il Papa: “Servono uomini di amore, non uomini d’onore”

Redazione interris.it 15.9.18

Il Pontefice ricorda il beato don Puglisi nella messa al Foro Italico: “Il giorno della sua morte coronò la sua vittoria con il sorriso”

Il Pontefice al suo arrivo nel Foro Italico di Palermo – Foto © Vatican News

arrivato in Sicilia Papa Francesco, atteso da una visita pastorale innanzitutto dedicata al ricordo di don Pino Puglisi, il sacerdote palermitano assassinato dalla mafia nel 1993 e divenuto emblema della lotta alla criminalità organizzata attraverso un continuo messaggio di speranza per i ragazzi dei quartieri bassi del capoluogo siciliano. Un viaggio, quello del Papa in Sicilia, iniziato da Piazza Armerina, in provincia di Enna, dove il Santo Padre è stato accolto da 40 mila persone: “Sono contento di trovarmi in mezzo a voi. E’ bello il sole della Sicilia!”, ha detto salutando la folla dell’ennese, alla quale ha rivolto un discorso incentrato sulla necessità di costruire un nuovo percorso di evangelizzazione, con il quale rinnovare il volto della Chiesa in seno alla “carità missionaria”: “Di fronte a tanta sofferenza, – ha detto ai giovani presenti – la comunità ecclesiale può apparire, a volte, spaesata e stanca; a volte invece, grazie a Dio, è vivace e profetica, mentre ricerca nuovi modi di annunciare e offrire misericordia soprattutto ai fratelli caduti nella disaffezione, nella diffidenza, nella crisi della fede”.

Vittoria e sconfitta

Ma è stato al Foro Italico di Palermo che il Pontefice ha celebrato la Santa Messa nella memoria liturgica del beato palermitano, ricordando che “oggi Dio ci parla di vittoria e di sconfitta… San Giovanni presenta la fede come ‘la vittoria che ha vinto il mondo’, mentre nel Vangelo riporta la frase di Gesù: ‘Chi ama la propria vita, la perde’. Questa è la sconfitta: perde chi ama la propria vita. Perché? Non certo perché bisogna avere in odio la vita: la vita va amata e difesa, è il primo dono di Dio! Quel che porta alla sconfitta è amare la propria vita, amare il proprio. Chi vive per il proprio perde”. Eppure, spiega il Pontefice, “sembrerebbe il contrario. Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo. La pubblicità ci martella con questa idea, eppure Gesù non è d’accordo e la ribalta. Secondo lui chi vive per sé non perde solo qualcosa, ma la vita intera; mentre chi si dona trova il senso della vita e vince”.

Il vero potere

C’è dunque bisogno di scegliere fra amore ed egoismo: “L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Fa credere che va tutto bene ma in realtà il cuore si anestetizza. Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro. E’ come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie”. Davanti all’obiezione se il “donarsi, vivere per Dio e per gli altri è una grande fatica per nulla”, il Santo Padre ci indica come sia solo un’illusione che, per andare avanti, servano soldi e potere: “Il denaro e il potere non liberano l’uomo, lo rendono schiavo… Solo l’amore libera dentro, dà pace e gioia. Per questo il vero potere, il potere secondo Dio, è il servizio”.

L’esempio di don Pino

E Papa Francesco, nella terra del beato Pino Puglisi, ci ricorda che “oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé o donare la vita. Solo dando la vita si sconfigge il male. Don Pino lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino aveva ragione: la logica del dio-denaro è perdente”. L’invito del Papa è a guardarci dentro, e rammenta che “quando don Pino morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: ‘C’era una specie di luce in quel sorriso’. Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore.

“Ai mafiosi dico: cambiate”

L’esempio del sacerdote siciliano ci ricorda che “che il pericolo vero nella vita è non rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai “piccioli”. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l’ingiustizia. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l’amore, non l’odio; il perdono, non la vendetta”. Non si può credere in Dio ed essere mafiosi, ha ricordato Papa Francesco: “Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini di amore, non di uomini di onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Se la litania mafiosa è: ‘Tu non sai chi sono io’, quella cristiana è: ‘Io ho bisogno di te'”. Il sudario non ha le tasche, come ha spesso ripetuto Papa Francesco durante il suo pontificato e, a coloro affiliati alla mafia, ha chiesto di cambiare: “Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi, convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo”. E chiude con un messaggio: “Servire e sentire il popolo: questo è l’unico populismo possibile, l’unico populismo cristiano”

Macron vuole dividere la Francia?

Margherita Russo vocidallestero.it 15.9.18

Uno degli effetti più inaspettati ed epocali della presidenza Macron potrebbe essere la caduta di uno dei pilastri sui quali si è tradizionalmente basata la nazione francese: il suo fiero e rivendicato laicismo, che fin dall’Illuminismo ha caratterizzato la Francia e l’ha resa un punto di riferimento per altre nazioni. Oggi, con un paio di codicilli apparentemente innocui, si fa strada invece l’idea che le confessioni religiose possano essere indipendenti dallo Stato, e in certi casi persino sovraordinate alle amministrazioni pubbliche. Non è un mistero queste misure siano state pensate per venire incontro alle gerarchie musulmane, poiché l’islam è la religione più intransigente verso qualsiasi ingerenza dello Stato. Nel fare ciò, Macron ha cercato il sostegno di Papa Francesco, anch’egli dichiaratamente favorevole a un’apertura all’islam, e ha designato il laicismo come pericoloso e ostile. Si tratta davvero di una rivoluzione copernicana del rapporto tra Stato e fede in Francia, i cui esiti sono al momento tutt’altro che scontati. Dal Gatestone Institute.

 

di Yves Mamou, 25 agosto 2018

 

 

Nel libro autobiografico, “Un presidente non dovrebbe dire che…“, pubblicato nel 2016 pochi mesi prima delle elezioni presidenziali francesi del 2017, l’allora presidente francese François Hollande ammetteva che la Francia avesse “un problema con l’Islam. Non ci sono dubbi”, scriveva. E anche che la Francia avesse un problema con le donne velate in pubblico e con l’immigrazione di massa. Aggiungendo poi: “Come possiamo evitare una spaccatura? Perché è questo dopo tutto ciò che sta accadendo: una spaccatura”.

 

La “spaccatura” di cui parlava Hollande sarebbe la vera e propria partizione della Francia – una parte per i musulmani e un’altra per i non musulmani.

 

Il successore di Hollande, il presidente Emmanuel Macron eletto nel 2017, sembra considerare questo rischio di spaccatura più come una soluzione. Tenendo conto delle sue esternazioni e delle sue mosse dopo l’incarico, si può dire che la divisione del Paese sia ormai in corso. Ufficialmente, ovviamente, Macron continua a essere il guardiano della Costituzione, che incarna l’unità nazionale. Ma passo dopo passo, sembra profilarsi una strategia di partizione della Francia.

 

Il primo passo di questo processo di partizione è stato, a quanto pare, creare un nuovo avversario. Per Macron, infatti, l’avversario non è l’Islam radicale, che molti ritengono responsabile per l’uccisione di centinaia di persone in Francia negli ultimi anni, ma il laicismo radicale, che di sicuro non ha mai ucciso nessuno. Nel mese di dicembre 2017, per esempio, un paio di mesi dopo la sua elezione, Macron ha organizzato un incontro con i rappresentanti delle sei confessioni principali (cattolici, protestanti, ortodossi orientali, musulmani, ebrei e buddisti) all’Eliseo. Durante questo incontro Macron avrebbecriticato duramente la radicalizzazione del laicismo“. A parte questa piccola citazione, non è trapelato molto altro da questo incontro – e probabilmente non a caso. Nell’ottobre 2016, prima della sua elezione, Macron aveva denunciato i difensori di “una spietata visione del laicismo“. Dopo la sua elezione, tuttavia, il credo presidenziale non è mai cambiato. In base ad esso, l’Islam politico non è un problema; il problema è la resistenza all’Islam.

 

Per questa strategia – isolare il laicismo e rappresentarlo come il nuovo avversario – Macron aveva bisogno di un alleato. Lo ha trovato facilmente nella Chiesa cattolica, la quale era stata penalizzata in Francia dalla legge del 1905 che sanciva la separazione tra Chiesa e Stato. Nell’aprile 2018 Macron ha accettato l’invito della Conferenza dei Vescovi di Francia, e, nei sontuosi ambienti del collegio dei Bernardini, di fronte a più di 400 esponenti della Chiesa cattolica, il Presidente della Repubblica francese ha pronunciato un discorso erudito e lirico, privo di qualsiasi proposizione al di là di un’allusione a “riparare il legame danneggiato” tra la Chiesa e lo Stato. Alla fine del discorso, i 400 funzionari cattolici si sono alzati in piedi per applaudire.

 

Nel giugno 2018, Macron ha ribadito il suo proposito con una visita a Papa Francesco in Vaticano, e accettando da lui il titolo ereditario di Protocanonico d’onore della Basilica di San Giovanni in Laterano. Macron ha anche riaffermato la sua volontà di “approfondire i rapporti di amicizia e fiducia con la Santa Sede“.

 

Con questo potente alleato cattolico dalla sua parte, Macron poteva ormai lanciare la seconda fase di quella che sembra la sua strategia di partizione: avviare un processo di rafforzamento dei musulmani in Francia affidando loro la responsabilità delle “politiche urbane“, che in Francia è un sinonimo delle politiche di integrazione e assimilazione. Negli ultimi 30 anni, lo Stato francese ha versato 48 miliardi di euro in progetti di rinnovamento nelle periferie svantaggiate che ospitano milioni di immigrati – inclusi milioni di immigrati musulmani di prima, seconda e terza generazione. Tuttavia, sembra che costruire nuovi edifici, nuove strade e nuove reti di trasporto pubblico abbiano prodotto l’effetto opposto a quello desiderato: scontri ricorrenti, aggressioni nelle scuole e nei distretti di polizia, spaccio di droga quasi a ogni angolo, una proliferazione di moschee salafite e più di 1700 jihadisti che sono partiti per arruolarsi nell’ISIS.

 

Nel maggio 2018, Macron ha giustamente respinto la raccomandazione del Rapporto Borloo di versare altri 48 miliardi di euro per altri 30 anni, poiché questa politica aveva già fallito. Invece di continuare a comprare una (instabile) pace sociale con miliardi di soldi dei contribuenti, Macron ha fatto di meglio: ha creato il “consiglio presidenziale della città”, una struttura politica composta principalmente da personalità musulmane (due terzi dei membri totali del consiglio) e rappresentanti delle organizzazioni che lavorano nei sobborghi. Questo organismo ha adesso il compito di monitorare la politica urbana. Non vi è denaro in più ma un “comitato consultivo musulmano” che reindirizza i fondi dalle vecchie politiche. Due agenzie sono coinvolte nel finanziamento del ripristino dei quartieri in “aree urbane sensibili”: ANRU (Agenzia nazionale per il rinnovamento urbano) e ACSÉ (Agenzia per la coesione sociale e le pari opportunità). Entrambe queste agenzie saranno presto sostituite dall’Ufficio del Commissario generale per l’uguaglianza territoriale. I fondi destinati alle politiche urbane, dettagliati nel progetto di bilancio, ammontano a 429 milioni di euro per il 2018.

L’idea di affidare la responsabilità delle periferie musulmane alle organizzazioni islamiche non è nuova. Fu formulata per la prima volta dal consigliere di stato Thierry Tuot in un famoso rapporto, “La grande nation: pour une société inclusive” [La grande nazione: per una società inclusiva”], presentata nel 2013 all’allora Primo Ministro Jean-Marc Ayrault. La principale proposta contenuta nella relazione era di assegnare le politiche urbane alle organizzazioni islamiche, limitando il ruolo dello Stato al solo sovvenzionamento.

 

Per completare questo schema di emancipazione dell’Islam politico in Francia, due clausole legislative sono state approvate nella “Legge per uno Stato al servizio di una società sicura“, alla fine di giugno 2018. La prima clausola legislativa ha abolito l’obbligo delle associazioni religiose di dichiararsi come gruppi di pressione. Questa misura apre chiaramente la strada a entità come il movimento dei Fratelli Musulmani per fare pressioni sui membri del Parlamento senza lasciare traccia. La seconda clausola legislativa – contravvenendo alla legge sulla laicità del 1905 – autorizza tutte le organizzazioni religiose ad agire come attori privati nel mercato immobiliare. Secondo il Comité Laïcité République (Comitato per la laicità della Repubblica, CLR), questa clausola legislativa renderebbe impossibile a un comune o una regione appropriarsi di terreni o edifici venduti da una chiesa o da una moschea. “In questo modo, il codice di pianificazione urbanistica e la legge del 1905 verrebbero ad essere modificati a questi fini“, ha affermato CLR. In altre parole, viene legalizzato il finanziamento privato da parte delle confessioni.

 

La terza fase della spaccatura è tuttora in evoluzione. Riguarda il tentativo di costruire un “Islam di Francia” – diverso dal vecchio “Islam in Francia“. In altre parole, la Grande Moschea di Parigi potrebbe non essere più considerata come se fosse l’equivalente dell’ambasciata algerina. “A partire da questo autunno, daremo all’Islam un inquadramento e una disciplina che assicuri che questa religione venga praticata in un modo coerente con le leggi della Repubblica“, ha detto Macron. Si tratta di una dichiarazione sorprendente perché la tradizione in Francia dalla legge del 1905 – una regola accettata da tutte le religioni tranne l’Islam – è che la religione non può imporre le sue regole sulla società laica. Ora sembra però che sia la Francia a doversi adattare all’Islam.

 

La grande moschea di Parigi. (Fonte immagine: LPLT / Wikimedia Commons)

 

Cosa succederà a settembre? Apparentemente il governo intende seguire la stessa strada intrapresa dall’Austria: tagliare i legami finanziari tra le comunità musulmane francesi e i loro paesi di origine (ad esempio Turchia, Algeria, Marocco); creare un’imposta sull’industria dell’halal (con entrate per oltre 6 miliardi di euro l’anno), e quindi utilizzare queste nuove entrate fiscali per formare imam “repubblicani” in Francia.

 

Il governo sembra inoltre intenzionato a creare una sorta di agenzia nazionale per organizzare pellegrinaggi alla Mecca. Stimato in oltre 250 milioni di euro, il business dei pellegrinaggi è affidato a circa 40 agenzie di viaggio musulmane autorizzate dal Ministero dell’Hajj dell’Arabia Saudita a ricevere le loro quote di visti. Sembra che molte agenzie di viaggio musulmane operino illegalmente e facciano pagare prezzi esorbitanti per un pessimo servizio. Quindi, Macron dovrebbe riformare e dare al sistema una sembianza di “normalità”. Sono questi l’”inquadramento” e la “disciplina” di cui parla Macron.

 

La domanda sorge però spontanea: chi dirigerà e gestirà questo inquadramento? La Fratellanza Musulmana, l’organizzazione più potente, che controlla più di 2.000 moschee in Francia? O un nuovo organismo di vigilanza composto da tecnocrati musulmani vicini al presidente ma senza legami con moschee, imam e la comunità musulmana organizzata in generale? Lo sapremo presto. Inoltre, circola voce che Tareq Oubrou, un imam di Bordeaux, e noto per essere una figura di spicco della Fratellanza Musulmana, potrebbe diventare “Grand Imam di France”.

 

Ma è compito dello Stato laico francese organizzare i musulmani e addestrare imam “repubblicani”? No, neanche per sogno. È normale che due terzi degli imam in servizio in Francia non parlino correntemente il francese? Ed è possibile addestrare gli imam islamisti alla maniera “repubblicana”? Magari sì, ma a quale scopo? L’imam di Brest in Bretagna è diventato famoso per un video nel quale spiegava ai bambini che la musica potrebbe trasformare chi la ascolta in un maiale o una scimmia, e si è filmato mentre beveva urina di cammello; è scritto in un Hadith che l’urina di cammello avrebbe proprietà medicinali. Nel 2017, lo stesso imam di Brest si è laureato, come “referente laico” – ossia, un islamista informato su aspetti della laicità, ma senza alcun obbligo di rispettarla – all’Università di Rennes in Bretagna.

 

Nel 1627 il cardinale de Richelieu, primo ministro del re Luigi XIII, aveva preso d’assalto la città di La Rochelle nel sud-ovest della Francia allo scopo di riportare i protestanti in Francia. Ora, nel 2018, Macron si dà da fare in tutti i modi per aiutare i musulmani francesi allo scopo di riportare l’Islam in Francia.

 

Yves Mamou, autore e giornalista basato in Francia, ha lavorato per un ventennio come giornalista per Le Monde. Il suo prossimo libro, “Le grand abandon, les élites françaises et l’islamisme” (Il grande abbandono, l’élite francese e l’islamismo) sarà pubblicato ad ottobre 2018.

 

Come evitare un attacco stile 2011 contro l’Italia?

comedonchisciotte.org 15.9.18

DI MARCO ROCCO

maurizioblondet.it

Osservando gli sviluppi internazionali sembra pericoloso illudersi che prossimamente l’Italia non venga messa sotto l’attacco da parte dei mercati, come fu nel 2011. Forse – in realtà – l’Italia è già sotto attacco e lo spread tra i 250 e i 300 bps ne è la riprova.

I calcoli di Mr. Cottarelli che conducono a circa 6 miliardi di extra costo di interessi in 2 anni causa spread potrebbero infatti essere non molto lontani dalla realtà: se ad esempio nel periodo 2018-2019 si dovessero rinnovare 200 miliardi di BTP, cifra coerente, l’extra costo rispetto ai bund sarebbe di 6 mld di euro, a meno di spostare le scadenze sui BOT ossia prendendosi un rischio ulteriore da ribaltare sui prossimi anni di governo pagando molto meno di interesse a breve. Rispetto invece al costo che si sarebbe avuto con lo spread a 150 bps come era qualche mese fa, beh, i conti di Cottarelli traballerebbero alquanto, secondo chi scrive nell’ipotesi sopra sarebbero circa la metà. Va ricordato che Cottarelli sembra da tempo eccessivamente pessimista in riguardo ai conti nazionali, forse più del dovuto (probabilmente ancora spera di rientrare in gioco in politica, chissà).

Il problema infatti è come da incipit: l’Italia probabilmente è già sotto l’attacco, una pistola alla tempia dell’esecutivo: se infatti il governo gialloverde cercherà di forzare la mano approvando quanto promesso in campagna elettorale – flat tax, reddito di cittadinanza e cancellazione anche solo parziale della legge Fornero – partirà il colpo mortale, altrimenti lo spread si assesterà su questi livelli per qualche trimestre.

Alla fine si sta vivendo una specie di dilemma del prigioniero: faccio quanto richiesto da chi “comanda” o mi attivo per fare quello che “dovrei fare” nel supposto interesse del Paese?

Di Maio e Salvini, che hanno tutta la mia simpatia, da una parte in caso di attacco dello spread verrebbero messi sul banco degli imputati per i danni causati all’Italia in forza delle loro ipoteticamente (come leggereste sui media) “scellerate politiche economiche populiste”. Dall’altro, in caso di accondiscendenza con l’EU, non riuscirebbero a mantenere le promesse elettorali rischiando a termine un aumento delle tasse e non una discesa.

Ed ecco quindi nascere il più classico esempio di doublespeak: “Non ci sarà attacco speculativo contro l’Italia come nel 2011”, proprio per negare l’evidenza dei fatti che va in senso opposto, forse trasposta in un eventuale ricatto dei mercati nei confronti di Roma. Vedremo a breve la riprova di quanto esposto.

Dopo l’analisi, vediamo le alternative a disposizione per uscire dal cul de sac fatto di promesse elettorali e di vincoli di bilancio euroimposti. In soldoni, il governo ha solo una possibilità: trovare fondi per fare crescita. E trovare fondi – nelle more dell’impossibilità di incrementare il debito pubblico, che secondo FMI, EU e Germania, va comunque ridotto, notando che chi scrive non è assolutamente d’accordo con le istituzioni sovranazionali – significa:

1. o aumentare le entrate ossia le tasse (come faceva il PD)

2. o accedere a fondi straordinari, per investimenti straordinari. Ad esempio in infrastrutture, leggasi, proprio quegli investimenti che dovrebbero almeno in teoria garantire alto moltiplicatore di crescita.

Alla fine molto probabilmente sarà un mix, tasse ma non troppe, attaccare privilegi evidenti e soprattutto trovare fondi straordinari.

I cosiddetti “BTP riservati” ipotizzati alcune settimane fa da Armando Siri sembrerebbero una possibile rappresentazione dell’ultimo aspetto: trovare fondi convincendo gli italiani, non si capisce se forzosamente o meno, ad investire in una nuova forma di BTP “riservata solo agli italiani”. Ossia, BTP esclusi dalle negoziazioni internazionali che dovranno invece essere – proprio come la detenzione fisica – solo nazionali. Una moderna moneta parallela, anzi un’unità di conto capitale che, come tutti gli omologhi esempi storici, avrà necessariamente un valore DIVERSO da quella ufficiale, ossia dai BTP senza riservazione espressi in euro (…). Con tutti i problemi del caso, prima di tutto di monetizzazione e liquidità del prodotto prima della scadenza ovvero di sconto in caso di vendita ante scadenza per incassare euro. Quello che si può dedurre dalle parole di Siri è che tali BTP saranno di fatto degli strumenti assimilabili alle future lire senza necessariamente esserlo; ovvero – indovino – se andrà per il verso giusto, ossia se l’economia italiana si riprenderà, tutto andrà bene e la restituzione sarà come da attese. Altrimenti, beh, si vedrà…

Mi sono posto ripetute domande su come sia possibile conciliare la giusta necessità del governo di trovare fondi per fare crescita con quello di non approfittarsi indebitamente di coloro che in Italia i soldi ce li hanno, le famiglie italiane (che poi sono gli stessi soggetti che più hanno sofferto per la crisi ormai decennale dell’euro). Infatti sarebbe inaccettabile che siano proprio le famiglie italiane a doversi sobbarcare l’onere di un surrogato dell’uscita dall’euro, senza però ottenere in cambio alcun vantaggio.

Guardando e riguardando gli esempi internazionali, avendo più possibilità ad accedere ad archivi esteri che italiani, mi sono reso conto che l’unica possibilità di successo dello strumento dei “BTP riservati” sta nel permettere che tali buoni del tesoro riservati ai soli italiani possano essere usati per pagare le tasse in Italia monetizzandoli alla bisogna ossia liberamente al valore nominale di emissione, facendoli dunque diventare un ibrido tra uno strumento di investimento ed un miniassegno/minibot. Pensate che questo suggerimento mi è arrivato da un amico, che lo ha colto da un commento in rete (alla fine le risposte arrivano sempre da dove meno te l’aspetti).

In tale caso i BTP riservati avrebbero un senso compiuto: un interesse solo leggermente più alto dei BTP normali ma a fronte di una speranza di crescita per l’Italia. Ed in ogni caso la possibilità di usarli liberamente ed in qualsiasi momento per pagare le tasse – qualsiasi tassa dovuta allo stato o a sua entità correlata, inclusi gli enti locali – al valore nominale, 1:1, dunque con garanzia di liquidità al 100% dello strumento (sempre al valore nominale, ossia di emissione).

Se Paolo Savona percorrerà questa strada potrà avere successo, provvisto che la blindatura presente e soprattutto futura sull’utilizzabilità a nominale dei BTP riservati per pagare le tasse sia robustissima se non totale. Se invece non ci sarà tale clausola di utilizzabilità a valore nominale per pagare le tasse, beh, significherà che lo scopo è diverso rispetto ad una compenetrazione dei rispettivi interessi tra Stato e cittadini. Ossia qualcosa è stato taciuto (…).

L’alternativa nucleare, più una chimera in realtà, è che l’Italia sfori bellamente i parametri di Masstricht facendo debito in forza di un uno sforzo all’unisono con gli USA di Trump, sempre più in guerra con l’EU. Certo, è una possibilità, ma che resta assai remota. Possibilità che – va notato – per essere sdoganata dovrà necessariamente passare attraverso un macro evento travolgente, che comporterebbe probabilmente danni collaterali molto superiori rispetto all’obiettivo sperato dai gialloverdi.

 

Marco Rocco

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/

Link: https://www.maurizioblondet.it/come-evitare-un-attacco-stile-2011-contro-litalia/

6.09.2018

Carige. Malacalza vuole inibire Mincione. Ma il giudice prende tempo

farodiroma.it 15.8.18

Il giudice del Tribunale di Genova si è riservato sul ricorso d’urgenza presentato da Malacalza Investimenti per inibire l’ammissione della lista di Raffaele Mincione per il cda di Banca Carige che verrà definito nell’assemblea del 20 settembre. Proprio entro quella data il giudice dovrà decidere se accogliere la richiesta presentata da Malacalza o invece respingere la domanda.

La sfida europea, tra globalismo e identità

di Rodrigo Carrega – 14 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

La civilissima, accogliente e generosa Svezia sembra aver sviluppato, in ampi settori della propria società, meccanismi di rigetto nei confronti del multiculturalismo. Siamo di fronte al fallimento dei modelli d’assimilazione europei?

l 9 settembre 2018 la Svezia è stata chiamata a rinnovare il Riksdag, in un clima da caccia alle streghe (come ogni qualvolta vi sia una tornata elettorale nella quale chi si presenta come alternativa viene bollato come il maggior pericolo mai visto per la democrazia) ed ha costituito sotto molti punti di vista una sorta di cartina tornasole circa l’intero processo politico al quale stiamo assistendo in questa fase storica nel continente europeo. Il partito dei Democratici Svedesi guidato da Jimmie Åkesson pur non avendo sfondato, nonostante il continuo e progressivo aumento dei consensi, ha ottenuto comunque un 17,4% che lo conferma terza forza del paese. Il partito di governo uscente, socialdemocratico, ha evitato la tragedia politica scongiurando la pericolosa soglia del 25%, aggrappandosi ad un insperato 28,4 che resta comunque il risultato peggiore di sempre. Formare un governo sarà un’operazione praticamente impossibile, visto il sistema proporzionale puro di cui gode la Svezia, ma se c’è un dato certo in queste elezioni è che in Europa gli equilibri stanno cambiando radicalmente.

È il proseguimento di quell’onda lunga iniziata nel 2016 con l’esito referendario della Brexit inglese, proseguita poi con l’affermarsi di un rinnovato Front National francese, focalizzato su istanze di stampo antiglobalista ed identitarie, e culminata con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti che ha sconvolto i movimenti “lib-rad globali”. Da non dimenticare, in questo contesto, da un lato, la bocciatura della consultazione referendaria italiana per la modifica del testo costituzionale (snodo fondamentale per la formazione dell’attuale governo gialloverde) e dall’altro le elezioni olandesi, nelle quali, seppur sconfitto, Geert Wilders ha contribuito a diffondere a livello europeo il dibattito riguardante la questione migratoria. Ma perché è così importante concentrarsi proprio sul risultato Svedese, il civilissimo, accogliente e generoso paese, considerato il modello sociale di riferimento nell’integrazione multiculturale dai fautori del mondo senza confini? Perché l’imponente ascesa di un partito additato come coacervo di neonazisti esaltati e xenofobi è vista come un pericolo per gli equilibri politici?

Jimmie Åkesson

Proprio perché gli svedesi, da anni, stanno pagando sulla propria pelle le conseguenze di un sistema che per volontà o incapacità è stato fallimentare. Nel solo 2015 nel paese si sono riversati 163mila richiedenti asiloin pochi mesi. L’agenzia svedese per le migrazioni si trovò allora a gestire quasi 14mila arrivi al mese entrando nel caos. Il 72% delle richieste furono poi accolte. Ovviamente molti tra i respinti sono rimasti come immigrati irregolari trovando asilo nei numerosi quartieri ghetto, con immaginabili condizioni di vita. Tanto divenne ingestibile la situazione che il 5 gennaio 2016 il governo del paese più accogliente e solidale del mondo si trovò costretto a chiudere le frontiere. In Svezia, quindi, che conta poco meno di 10 milioni di abitanti e che si basa un mercato del lavoro per forza di cose contenuto, ci si è trovati nella situazione in cui molti vivono a spese del sistema sociale e i tassi di disoccupazione tra i rifugiati sono tre volte maggiori di quelli degli svedesi. Si è favorito un sistema che ha portato a un collasso della convivenza civile, dello stato sociale (da sempre fiore all’occhiello dei paesi scandinavi) e all’esasperazione di gran parte della popolazione che si trova a vivere quotidianamente le difficoltà che un simile modello di integrazione comporta.

La convivenza forzata tra le culture più disparate, anziché apportare un arricchimento sta conducendo il paese a un crescente conflitto sociale fra autoctoni e ospitati. Ormai la situazione sembra essere fuori controllo e si sono costituite aree definite “zone di alta pericolosità” nelle quali neanche la polizia riesce ad avere accesso. Nella sola Stoccolma nel 2017 ne sono state determinate 62. In queste aree la percentuale di popolazione straniera supera il 70%, il tasso di disoccupazione mediamente si attesta sull’11% (cifre astronomiche per la Svezia) e l’abbandono scolastico dei minori è drammatico. Si tratta di zone ormai fuori dal controllo dello stato in cui l’immigrazione di genti provenienti da varie parti del mondo ma nella maggior parte dei casi accomunate dalla fede religiosa, ha comportato la prevaricazione delle leggi criminali, nel migliore dei casi e la legge islamica sullo stato di diritto, nel peggiore. Luoghi come la periferia di Göteborgdove la moschea Bellevue è rinomata per gli stretti legami con varie associazioni islamiste e organizzazioni filo terroristiche, nonché per essere stata il punto di partenza di numerosi foreign fighters (si stima che almeno 300 si sono uniti allo Stato Islamico tra Siria ed Iraq).

Il distretto di Rinkeby, sobborgo residenziale di Stoccolma: l'89.1% della popolazione

La questione identitario-religiosa costituisce indubbiamente il fulcro e il collante di queste società parallele, semi-autonome e parastatali. Il multiculturalismo, in Svezia come nel resto dei paesi europei, non solo si è dimostrato un modello sociale fortemente destabilizzante dal punto di vista economico e culturale ma è sul punto di invalidare il nostro stesso concetto di democrazia, in quanto se ne presuppone l’accettazione passiva, senza alcuna possibilità di dibattimento parlamentare o di qualunque forma di consultazione popolare. Allo stesso modo non sono previsti meccanismi di tutela del complesso di valori civili e culturali costruiti attraverso processi storici millenari che costituiscono l’asse portante della nostra coesione sociale e che spesso sono incompatibili con la mentalità dei nuovi arrivati. Non pretendere il riconoscimento e l’osservanza di questi princìpi e permettere che si costituiscano in comunità auto organizzate e distinte dal resto della popolazione, per giunta nel disconoscimento e sovente nel disprezzo dei valori democratici, vuol dire distruggere la democrazia stessa e i suoi valori umani costitutivi, generando le condizioni perfette per il sorgere di meccanismi difensivi di intolleranza e rigetto in ampi settori della società ricevente. Il multiculturalismo è un’ideologia profondamente nichilista e distruttrice con la quale stiamo introducendo i presupposti virali per la morte della nostra identità culturale occidentale.

Uno degli obiettivi fondamentali che l’Europa deve porsi è quello di recuperare e far rispettare il principio della cittadinanza come norma sociale e dovere legale, oltre che morale. La religione deve costituire un ambito soggettivo, distinto dalla legge dello Stato e dalla morale politica. Senza queste elementari condizioni è impossibile praticare qualsiasi convivenza e vivere in una democrazia compiuta. Poiché proprio l’identità si pone nello spazio della reciprocità relazionale. Attualmente, in nome di un’astratta e mal digerita neutralità etica delle istituzioni, stiamo trasformando le nostre comunità di tradizioni storicamente liberali in luoghi in cui si espande il fondamentalismo come mentalità culturale, prima ancora che religiosa: si tratta di una scelta regressiva e intrisa di masochismo. Ma qualunque forma di critica è etichettata come razzismo, gretta ignoranza, incapacità di adeguarsi ai nuovi modelli di società che la globalizzazione finanziaria deve imporre. No, non è così. Essere critici significa essere in grado di distinguere. Se non si fanno rispettare i valori culturali che marcano il senso della nostra storia, quali la laicità, l’uguaglianza fra uomo e donna, il rispetto della dignità umana in ogni sua forma e della nostra identità, ben presto perderemo la nostra libertà e la laicità alla radice del nostro umanesimo. Il rischio è quello di soccombere culturalmente, schiacciati dal folle senso di colpa verso quella parte di mondo alla quale i paladini della società multietnica hanno arbitrariamente e irrazionalmente attribuito una sorta superiorità antropologica e il compito storico di redimere e conquistare l’Occidente, annichilendo il patrimonio di storia, cultura e identità che lo hanno da sempre contraddistinto.

Ponte Morandi, il Nyt sa tutto. Il video? Ancora top secret

libreidee.org 15.9.18

Invece di rincorrere teorie vertiginosamente fantasiose, sul web, inseguendo vaghi racconti di esplosioni e lampi, perché i tanti “leoni da tastiera” non si decidono, per una volta, a fare un atto di coraggio elementare? Sarebbe questo: pretendere, dal procuratore genovese Francesco Cozzi, che sia finalmente mostrato in pubblico il filmato integrale del crollo del viadotto Morandi, che la procura di Genova dichiara di possedere. Appello firmato da Massimo Mazzucco e rivolto ai blogger, ma anche alla stampa: «Abbiate il coraggio, per una volta, di fare i giornalisti. Pretendere di vedere quelle immagini, visto che ormai è trascorso un mese, dal disastro». In diretta web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”, Mazzucco insiste: gli inquirenti avevano dichiarato di non voler diffondere le immagini per non condizionare i testimoni ancora da sentire. Ora però, a metà settembre, il problema dovrebbe essere superato. Tanto più che – come segnala lo stesso Mazzucco sul blog “Luogo Comune” – il “New York Times” ha dichiarato di averlo potuto visionare, quel video integrale – il “New York Times”, ma non la stampa italiana: perché?

Anziché ostinarsi a cercare le tracce di improbabilissimi attentati, dice Mazzucco, è evidente che quelle immagini contengono l’unica verità davvero imbarazzante: il ponte di Genova era in condizioni miserevoli. Lo dimostra un reportage fotografico Massimo Mazzuccopubblicato da “L’Espresso”, dove si vede benissimo che gli stralli, i tiranti d’acciaio che reggevano l’enorme infrastruttura collassata alla vigilia di ferragosto, necessitavano di manutenzione urgentissima. Lo scoprirono, gli addetti, praticando dei fori negli involucri di cemento che avvolgevano le funi di acciaio. «Questo probabilmente inchioda la società Autostrade alle sue responsabilità: anche non volendo spendere tutti quei soldi per sostituire il ponte con un nuovo viadotto, sembra evidente che i manutentori avessero chiara la situazione: bisognava sostituire urgentemente i vecchi tiranti con nuovi cavi d’acciaio, o comunque – alla peggio – bloccare il traffico, scongiurando in tal modo una tragedia costata oltre 40 vittime». Impossibile, poi, non notare la “stranezza” rappresentata dallo scoop del quotidiano newyorkese, cui è facile immaginare che i Benetton – e gli altri poteri presenti nell’azionariato internazionale di Atlantia – abbiano facile accesso.

A quanto pare, scrive Mazzucco su “Luogo Comune”, i giornalisti del “New York Times” hanno avuto un accesso privilegiato a quello che nessuno italiano è ancora riuscito a vedere: il video integrale del crollo del ponte Morandi. «Basterebbe, da solo, a spegnere l’enorme ridda di voci fantasiose su fantomatici attentati». Nell’articolo, pubblicato l’11 settembre in versione italiana, il “New York Times” presenta una ricostruzione visiva del crollo del ponte, dichiarando di essersi basato «su un elemento cruciale per le indagini, i video registrati dalle telecamere di sicurezza». Nella versione inglese dell’articolo, fa notare Mazzucco, il giornale statunitense dice invece di aver «ricostruito quello che è successo utilizzando la descrizione degli inquirenti del principale elemento probante, le riprese video di una telecamera di sicurezza». Ma la differenza non è poi tanta: Le foto pubblicate da L'Espresso«Che i giornalisti abbiano visionato personalmente la ripresa, oppure che ne abbiano raccolto la descrizione da parte degli inquirenti, il risultato non cambia: loro sanno cosa è successo, e noi no».

Secondo il “Nyt”, che fornisce una ricostruzione grafica, l’accaduto è riassumibile in 6 punti. Primo: il tratto colpito dal cedimento sovrastava il letto (asciutto) del torrente Polcevera – e i binari della ferrovia – a circa 50 metri di altezza. Punto 2: si spezzano i cavi degli stralli a sud, provocando il cedimento repentino degli stralli stessi. Parti dell’impalcato iniziano a ruotare verso sud. Tre: le sezioni dell’impalcato iniziano a cedere e il peso della strada poggia interamente sugli stralli a nord. Quattro: i cavi rimasti e gli stralli di cemento armato si spezzano. Punto 5: le due estremità degli stralli spezzati penzolano dalla pila, mentre parti dell’impalcato finiscono a terra, alcune girate sottosopra. E Infine, punto 6: anche la pila, alta più di 90 metri, crolla sulle sue stesse macerie. A quanto pare, conclude Mazzucco, sarebbe quindi stato il cedimento degli stralli a sud (quelli verso la foce del Polcevera) ad innescare la catena distruttiva che ha portato al crollo completo del ponte. «A questo punto si impone una domanda: perchè i giornalisti del “New York Times” arrivano prima di noi ad avere queste informazioni? Forse questo “leak” del giornale newyorkese fa parte di una strategia dei Benetton, per anticipare in qualche modo la tesi che a Il professor Carmelo Gentileloro farebbe molto comodo, ovvero che il ponte sia crollato per un difetto nel design originale, e non per mancata manutenzione?».

Nell’articolo, infatti, si legge che «i sostegni degli stralli a sud che sembrano aver ceduto per primi sono gli stessi su cui un professore di ingegneria strutturale del Politecnico di Milano, Carmelo Gentile, aveva notato preoccupanti segni di corrosione o altri possibili danni durante dei test effettuati lo scorso ottobre». Sempre il “New York Times” segnala che il professore avvisò il gestore del ponte, Autostrade per l’Italia, che però – secondo Gentile – «non fece mai seguito alla sua raccomandazione di eseguire un accurato modello matematico e attrezzare il ponte con sensori permanenti». Perché? «Probabilmente hanno sottovalutato l’importanza dell’informazione», ha detto il professor Gentile in un’intervista. La società Autostrade non ha mai negato le conclusioni del professore, ribadendo però che «nessuno aveva ravvisato elementi di urgenza». In un comunicato, la società ha precisato che i suggerimenti del professore erano stati inclusi nel progetto di “retrofitting” del viadotto approvato a giugno, e ha accusato il ministero delle infrastrutture di mesi di ritardo nell’autorizzazione dei lavori.

E poi, naturalmente, sul “New York Times” spuntano i famosi “esperti” a dare sostegno alla tesi dell’ineluttabilità: «Secondo gli esperti di queste strutture, è molto difficile misurare l’esatto grado di deterioramento dell’acciaio annegato nel calcestruzzo, come era il caso del ponte Morandi», scrive il giornale. «Non c’è niente di più impreciso del provare a valutare le condizioni dei cavi interni», dice Gary J. Klein, membro dell’Accademia Nazionale di Ingegneria degli Stati Uniti, organo che studia i cedimenti strutturali, e vice presidente dello studio di ingegneria ed architettura Wiss, Janney, Elstner a Northbrook, in Illinois. «E’ una scienza assai imperfetta». Dato che la debolezza potrebbe trovarsi in qualsiasi punto della struttura, dice Klein, «devi essere nel punto giusto al momento giusto, e quindi sono molto scettico sull’accuratezza di stime simili». La tesi difensiva che si sta formando – rileva Mazzucco – sembra quindi la seguente: il problema era strutturale, e stava nella La ricostruzione del Nytconcezione stessa degli stralli, che impedivano di verificare tempestivamente, e in modo accurato, lo stato di corrosione dei tiranti in acciaio. Come dire: noi avevamo incluso il problema nel progetto di “retrofitting”, ma è colpa del ministero se i lavori sono stati ritardati…

L’articolo inoltre aggiunge: «Finora i video delle telecamere di sicurezza, acquisiti dalla Guardia di Finanza di Genova comandata dal colonnello Filippo Ivan Bixio, non sono di pubblico dominio». Ma è possibile – insiste Mazzucco – che non ci sia un solo giornalista italiano che si ribelli al fatto che quelli del “New York Times” abbiano potuto vedere il video crollo, o comunque riceverne una descrizione dettagliata, mentre noi no? Anche per questo, Mazzucco si spazientisce con i “complottisti” che rincorrono le voci – vaghe, imprecise e ovviamente inutilizzabili, sotto qualsiasi profilo – che parlano di strani lampi e misteriosi boati che avrebbero preveduto il crollo del mastodonte genovese. Perché, dunque, nessuno pretende di visionare quel filmato, ancora misterioso per noi italiani ma non più per il “New York Times”? Possibile che il giornalismo italiano debba subire anche questa ennesima, incredibile umiliazione?

 

Crollo di ponte Morandi, in arrivo una nuova “black list” con 60 nomi Ieri il dolore e l’orgoglio di Genova

Redazione Web XIX, video Beatrice D’Oria ilsecoloxix.it 15.9.18

Genova – Una “black list” con ben 60 nominativi su cui potrebbero ricadere responsabilità penali per il crollo del Ponte Morandi che ha causato la morte di 43 persone. È quanto hanno predisposto gli uomini del primo gruppo della guardia di finanza, integrando un primo elenco di 25 persone , in una informativa inviata nelle ultime ore ai pm che indagano sul collasso del viadotto. Ai magistrati spetta ora il compito di un eventuale aggiornamento del registro degli indagati, nel quale inizialmente sono state iscritte 20 persone.

nuovi nomi indicati dalle fiamme gialle nell’informativa alla Procura sono di dipendenti, tecnici o dirigenti di Autostrade, del Ministero dei trasporti e di Spea. Si tratta – secondo l’analisi dei documenti e degli organigrammi aziendali condotta dai finanzieri – di quanti erano a conoscenza delle condizioni del ponte e di chi si occupò del progetto di retrofitting che riguardava i lavori di rinforzo delle pila 9, quella crollata, e della 10.

Salvini: «Il commissario deciso con gli enti locali.Deciderà sui lavori
Il nome del Commissario straordinario per la ricostruzione del ponte Morandi sarà scelto insieme agli enti locali e sarà poi lui a decidere se la ricostruzione sarà affidata alla sola Fincantieri o anche ad Autostrade. Mentre il presidente della Regione Liguria e attuale commissario per l’emergenza, Giovanni Toti, torna in pressing sul governo per accelerare i tempi ed avviare subito i lavori, Matteo Salvini ed Edoardo Rixi, viceministro ai Trasporti genovese e leghista anche lui, cominciano a delineare i prossimi passi dell’esecutivo dopo il via libera di giovedì scorso al decreto Genova.

Martedì il sindaco Marco Bucci e lo stesso Toti arriveranno quindi a Roma per discutere a Palazzo Chigi dei dettagli del decreto ma anche del nodo fondamentale rimasto ancora aperto: la nomina del commissario e i poteri da conferirgli. Secondo Rixi la nuova figura potrà avere deroghe sul Codice degli appalti, in modo da accelerare le procedure altrimenti troppo lunghe, con il rischio di rinviare la ricostruzione di 2 o 3 anni. Ma a lui toccherà anche decidere a chi affidare i lavori.

«Questa sarà la scelta che dovrà fare il Commissario», ha scandito il viceministro ai microfoni de L’Intervista su Sky Tg24, lanciando peraltro un messaggio non troppo velato ad Autostrade. «Credo che in questa fase meno Autostrade è presente, più si tiene di lato, e più le convenga. Il Governo ha aperto una procedura, una discussione, per la revoca o la decadenza della concessione, che credo sia anche in funzione di quelli che saranno gli atteggiamenti», ha sottolineato, ricordando che il decreto impone non a caso ad Aspi di pagare la ricostruzione. Per Toti l’importante è però ora fare presto: «se i tempi per la ricostruzione del ponte Morandi non saranno quelli previsti da noi – entro settembre l’inizio della demolizione e entro novembre l’inizio del cantiere – ne risponderanno davanti ai liguri e agli italiani. Non tollereremo un’ora di ritardo», ha avvertito. La replica indiretta è arrivata ancora una volta da Rixi che ha assicurato che l’obiettivo del governo è quello di riportare Genova ad una «vita normale entro Natale».

Ieri il giorno del dolore e dell’orgoglio : Genova ha ricordato, un mese dopo, il crollo del ponte Morandi.

Speciale Il crollo di ponte Morandi |

Soprattutto, ha atteso il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sperando in parole definitive sulla demolizione e la costruzione del nuovo viadotto. Ma sul “supercommissario” e sul decreto, i tempi si allungano: serviranno almeno dieci giorni, e martedì è in programma un nuovo incontro.

Quel che è (abbastanza) certo, comunque, è che il commissario per la ricostruzione, come il premier Conte ha detto e ribadito, non sarà un genovese, ma «un sergente di ferro», come ha spiegato agli industriali e ai terminalisti appena prima di salire sul palco per la commemorazione delle vittime del Morandi. Ancora: «Uno bravo, bravissimo, che consentirà di ricostruire nel minor tempo possibile» (video) , come ha risposto al termine dell’incontro a tre che nei saloni della Prefettura lo ha visto confrontarsi con il presidente della Regione, Giovanni Toti, e il sindaco Bucci, entrambi estremamente preoccupati che le scelte del governo in tema di concessioni possano riverberarsi sulle tempistiche di demolizione del Morandi e sulla costruzione del nuovo viadotto.

Tutte le foto della giornata: Un mese dal crollo del ponte Morandi, il minuto di silenzio nella zona rossa | Ponte Morandi, alle 11.36 Genova avvolta nel silenzio |Ponte Morandi, sul luogo della tragedia a un mese dal crollo Ponte Morandi, il ricordo mano nella mano a De Ferrari Ponte Morandi, Genova ricorda quel tragico 14 agosto 2018 | Ponte Morandi, il minuto di silenzio del Genoa a Pegli |Ponte Morandi, il minuto di silenzio della Sampdoria |

Al via i lavori per la riapertura dei binari

Sono iniziati nella mattinata di oggi nella zona del Campasso, i lavori di rimozione dei detriti sui cento metri di linea ferroviaria bloccata dal crollo di ponte Morandi. La fase propedeutica di messa in sicurezza del cantiere, spiegano da Rfi, durerà circa 5 giorni. Poi partiranno i lavori di ripristino veri e propri su binari, sulla massicciata e sulla linea di elettrificazione. In tutto si prevedono altri 20 giorni. L’obiettivo è di far ripartire due linee su tre entro i primi dieci giorni di ottobre. Il nulla osta della Protezione civile di Genova è arrivato nel pomeriggio di ieri. Al momento sono iniziate le operazioni per mettere il cantiere in sicurezza, con barriere di protezione e altri interventi richiesti dalla stessa protezione civile per dare inizio ai lavori. Gli interventi consentiranno di riattivare la linea `sommergibile´, utilizzata per il traffico di merci tra Sampierdarena e il porto, e la linea `bastioni´, che collega Ovada, Milano e Torino a Sampierdarena e quindi alla stazione Principe. Non sarà possibile, invece, fino alla fine dei lavori di demolizione del troncone Est ripristinare la linea tra Busalla e Rivarolo. Su questa direttrice, utilizzata per il trasporto dei pendolari urbani della Valpolcevera, resterà il blocco con trasbordo su autobus navetta all’altezza di Rivarolo. Da lunedì mattina però sarà attivato, su impulso della Regione Liguria, un treno che da Busalla raggiungerà la stazione di Genova Principe senza interruzioni, con l’obiettivo di agevolare gli spostamenti degli studenti.

La preghiera di monsignor Anselmi: «Genova risorgerà con il ponte»
Apprezzate le parole pronunciate sul palco della cerimonia commemorativa da “don” Nicolò Anselmi, vescovo ausiliario di Genova

Toti: «Non tollereremo ritardi dal governo»
Questa mattina, con un post su Facebook, il governatore della Liguria è tornato sull’argomento: «Grazie Genova, a un mese dal crollo del ponte Morandi abbiamo trovato le case per chi ha dovuto abbandonare la propria. Mercoledì con il sindaco Bucci inaugureremo la nuova “strada a mare”, realizzata in soli 30 giorni. Oggi si lavora al ponte per montare i sensori. Grazie per la fiducia e l’affetto che ci avete dimostrato ieri nella nostra bellissima piazza».

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Poi, l’affondo: «Il governo ha fatto un decreto su Genova, ma se i tempi per la ricostruzione del ponte Morandi non saranno quelli previsti da noi – entro settembre l’inizio della demolizione, entro novembre l’inizio del cantiere – ne risponderanno davanti ai liguri e agli italiani. Non tollereremo un’ora di ritardo, per nessuna ragione al mondo».

Incognita meteo per la posa dei sensori sui monconi del ponte

Iniziate ieri mattina, dopo il nulla osta della procura di Genova e della protezione civile, proseguono le operazioni di posizionamento dei sensori sui tronconi del ponte Morandi. Per ora sono in atto solo operazioni propedeutiche. Per la copertura completa attraverso prismi di super precisione, circa 300, bisognerà attendere qualche giorno. Molto dipenderà anche dalle condizioni meteo: impossibile procedere con l’installazione in caso di pioggia e soprattutto di vento. Le rilevazioni forniranno le informazioni necessarie sulla stabilità della struttura in vista del rientro temporaneo degli sfollati per il recupero dei beni (sotto il troncone Est) e successivamente della demolizione delle parti di viadotto ancora in piedi. Per ora sono stati posizionati alcuni sensori ottici e le prime stazioni topografiche: serviranno ai tecnici per avere la certezza di lavorare in sicurezza. Tra le prime attività effettuate figura anche la rimozione di alcuni impianti che potrebbero fungere da intralcio, oltre al posizionamento delle gru Vernazza per portare fisicamente i vigili del fuoco sui piloni. Sul posto, stamani, a seguire i lavori dei vigili del fuoco, anche alcuni membri della commissione tecnica della struttura commissariale e l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova Paolo Fanghella.

Sospese le fatture telefoniche per le famiglie sfollate

Oltre che per le utenze tradizionali di gas ed energia elettrica, anche per quelle telefoniche saranno sospese le fatturazioni agli sfollati del Ponte Monrandi. Lo rende noto il Corecom della Liguria. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato sul proprio sito le iniziative urgenti messe in campo dai principali operatori. «Ritengo lodevole l’iniziativa assunta da Agcom a livello nazionale – commenta il presidente del Corecom Liguria, Vinicio Tofi – da una prospettiva più vicina al drammatico scenario di questa tragedia, in qualità di presidente di Corecom Liguria non posso che rivolgere un nuovo e più accorato appello afffinché gli operatori partecipino in maniera ancora più incisiva a favore di chi sta cercando faticosamente di risollevarsi».

Salvini: «È giusto che il nome del commissario sia concordato con gli enti locali»

«È giusto che il nome del commissario venga concordato con gli enti locali, c’è un Comune, c’è un Regione ritengo bello e rispettoso che a differenza di governi precedenti questo governo coinvolga i territori, le associazioni prima di fare scelte importanti». A dirlo è il ministro dell’Interno Matteo Salvini rispondendo a una domanda sul decreto Genova e sulla nomina del commissario straordinario dopo il crollo del Ponte Morandi lo scorso 14 agosto.

Domani (domenica) Martina a Genova

Intanto il segretario del Pd Maurizio Martina ha annunciato che sarà domani sera, alle 18.30, a Genova alla Fratellanza di Pontedecimo per un incontro sull’emergenza del Ponte Morandi. Prenderà poi parte ad una cena di sottoscrizione per le famiglie sfollate.

L’Ue: «Analizzeremo il decreto per la ricostruzione del ponte»

La Commissione europea ribadisce il suo «pieno sostegno» all’Italia per la ricostruzione del ponte crollato a Genova e i suoi funzionari stanno avendo «colloqui costruttivi» con le autorità italiane per «chiarire i vari aspetti del quadro normativo europeo che possono entrare in gioco» in questo contesto. Lo ha detto oggi una portavoce dell’esecutivo comunitario dopo l’adozione del decreto per Genova da parte del Consiglio dei ministri di ieri. «Sappiamo che il decreto è stato adottato – ha aggiunto la portavoce – ma non abbiamo ancora avuto l’opportunità di esaminarlo. Naturalmente seguiremo gli sviluppi» della vicenda «compresa l’assegnazione del contratto».

Rixi: «In questo momento è meglio che Aspi si tenga da parte»

«Credo che in questa fase meno Autostrade sia presente, più si tiene di lato, più convenga ad Autostrade stessa». Lo dice il viceministro alla Infrastrutture Edoardo Rixi a «L’Intervista» di Maria Latella in onda su su Sky TG24, parlando della ricostruzione del Ponte Morandi, a Genova. «Il Governo – aggiunge – ha aperto una procedura, una discussione, per la revoca o la decadenza della concessione, che credo sia anche in funzione di quelli che saranno gli atteggiamenti». «Nel decreto – ha ricordato il vice ministro Rixi – è previsto ad esempio che la ricostruzione del ponte sarà, per quanto riguarda la partita finanziaria, a carico completamente di Autostrade che dovrà dare i soldi al commissario per procedere ad appaltare l’opera». Ma per quanto riguarda il lavori di ricostruzione, ha ribadito Rixi, «riterrei inopportuno il coinvolgimento» di Autostrade. Su questo tema, ha comunque precisato «ci sono modi di pensiero differenti».

Rixi: martedì i dettagli finali del Dl con gli enti locali
Sull’argomento, il sottosegretario alle Infrastrutture, il ligure Edoardo Rixi, ha detto questa mattina su Sky di ritenere «una decisione corretta quella del consiglio dei Ministri di consultare il presidente della Regione e il sindaco di Genova», confermando che «martedì discuteremo con loro i dettagli finali del decreto a Palazzo Chigi».

GIALLO SCHWAZER / ALTRE PERIZIE SUL TAROCCAMENTO DELLE URINE

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Maxi udienza al tribunale di Bolzano per il giallo Schwazer, il campione di marcia altoatesino in attesa della sentenza che deve far luce sulla “doping story”, dopo i test sul DNA effettuati dal Ris di Parma.

Una situazione contraddittoria, perchè da un lato il Ris ha effettuato prove solo parziali e di esito poco chiaro, d’altro canto la procura sembra intenzionata a vederci chiaro e ad effettuare ogni sforzo per portare alla luce quella che – agli occhi degli esperti – pare rivelarsi sempre più una vera e propria combine, messa in piedi per delegittimare Alex Schwazer il quale, proprio in un’udienza processuale a Bolzano, aveva osato accusare i vertici di Iaaf Wada (rispettivamente la Federazione Internazionale di Atletica Leggera e l’Agenziale Mondiale Anti Doping) di non essere autentici garanti nel settore del controllo sul doping.

Un settore nel quale girano miliardi a palate, e sul quale regolarmente Iaaf Wada da super controllori si trasformano in complici e corruttori. Gli ultimi, eclatanti esempi sono proprio le Olimpiadi di Rio (alle quali Alex non ha potuto partecipare per il taroccamento delle sue urine) che molti giornalisti d’inchiesta, soprattutto tedeschi e francesi, hanno minuziosamente documentato. 

Alex dava fastidio, era un testimone scomodo e per questo viene – dopo appena due settimane dalla sua testimonianza – organizzato un fantomatico prelievo di urine a casa dell’atleta il 1 gennaio 2016, giorno del tutto irrrituale, perchè è di tutta evidenza che si apre una finestra buia di 24 ore dove tutto può succedere e qualsiasi alterazione verificarsi. 

Solo il 2 gennaio, infatti, il corriere consegna al laboratorio di Colonia, accreditatato dalla Wada, la potente Agenzia Mondiale che dovrebbe (ma solo in teoria) controllare la correttezza e trasparenza nel settore del doping. 

Per mesi e mesi le provette sono rimaste a Colonia e a nulla sono servite le sollecitazione del gip del tribunale di Bolzano per la riconsegna. La Iaaf, in combutta con la Wada (come documentato da una serie di e mail intercorse) si oppose con fermezza. E c’è voluta addirittura una rogatoria internazionale del gip Walter Pellino affinchè, dopo oltre un anno, quella riconsegna avvenisse. 

Il tempo trascorso ha indubbiamente compromesso i campioni di urine. Ma la perizia effettata dal Ris – come è stato dimostrato dagli avvocati di Schwazer – è stata incompleta, manca di una serie di elemente significativi. 

Perfino il gip Pellino, a un certo punto della lunga udienza, ha sbottato: “E’ più tutelato il latte di un allevatore di mucche che le urine di un atleta”. 

Dal canto suo, il pm Giuseppe Bramante, ha autorizzato supplementi di “analisi che potranno essere effettuate in poche settimane e anche meno”, come ha commentato il genetista di Schwazer, Giorgio Portera.

La sentenza, quindi, potrebbe anche essere emanata prima di fine anno. 

Un giallo che fa paura a molti, a partire dai colossi dell’atletica e dell’antidoping, Iaaf e Wada, i quali hanno tutta l’intenzione di delegittimare chi li ha accusati e di insabbiare ogni voce che osi contrastare il loro immenso potere, che si traduce inpotere & miliardi. 

La stessa agenzia Ansa, nel commentare l’udienza processuale del 14 settembre a Bolzano, è stata molto cauta. Prima ha raccolto una breve frase di Alex: “C’e l’avevano con me. Speravo che questa udienza fosse risolutiva invece no. Ma andiamo avanti. Non ho più fretta, posso attendere”. 

Poi il commento della stessa Ansa: “Dall’esame – è stato detto – non sono risultate prove evidenti di manipolazione delle urine. Anche la quantità diversa di DNA delle due prove, secondo i periti, non è significativa. La difesa invece insiste nella tesi complottista e ha chiesto ulteriori perizie”.

Gli altri grossi (sic) organi di d’informazione hanno addirittura silenziato la notizia. 

Meglio non disturbare mai i manovratori. 

  

Aventindrè, che bel divertimento

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Sono quelli del faccio e disfo, del dico e disdico, dell’avanti marc… e del dietro front, quelli del pentimento del giorno dopo. Insomma i grillini. Non manca giorno che in assenza di operatività annuncino “faremo, stiamo lavorando su… e sempre al futuro, tanto che costa pronosticarlo, gli italiani e specialmente chi li ha votati hanno altro a cui pensare, dimenticano le promesse non mantenute, gli impegni evanescenti, finiti nel nulla della loro inconsistenza politica, la loro incapacità a governare. In archivio, per chi ha memoria, sono decine i casi di oracoli svaniti nella nebbia del letargo operativo, ma per stare all’attualità c’è da raccontare l’ultimo, fresco di giornata. Tale Fioramonti, sottosegretario dell’istruzione pentastellato, con un colpo di genio aveva designato tale Giarrusso, ex iena, protagonista di discusse imprese mediatiche con discredito della scienza e della ricerca dell’Italia, a dirigere l’osservatorio proprio sui concorsi universitari negli enti di ricerca. Ora Fioramonti, cinquestelle che dovrebbe essere declassato a un massimo di due stelle, come gli alberghetti di serie C, inghiotte il rospo delle critiche piovute sulla scelta, la rivolta dei docenti universitari e cancella la nomina. Ubaldo Pagano, Pd: “Era la solita bufala targata M5S. Gli hanno semplicemente dato uno stipendio come segretario di un sottosegretario”.

Non cambia niente delle rappresentazioni tragicamente clownesche che mettono in scena il melodramma dei politici azionati come burattini dal burattinaio Vespa di Porta a Porta. Nella stagione del berlusconismo, l’ex direttore del Tg1, poi lautamente retribuito dalla Rai con un contratto milionario, ha tirato la volata dell’ex cavaliere, prono ai suoi piedi, a testimoniare il falso, cioè gli impegni di un virtuale contratto con gli italiani per un milione di posti di lavoro e altre balle. Per rimanere a galla, il conduttore a vita di Porta a Porta, che rimpingua i guadagni con la vendita dei suoi libri, uno all’anno, pubblicizzati da tutte le reti e i programmi Rai, e di più, con il ruolo di moderatore di dibattiti e convegni, ha fiutato l’aria che tira politicamente. E’ immortalato nel fermo immagine che lo ritrae insieme a Toninelli e in mano il modello del ponte di Genova, l’uno e l’altro con un sorriso da dentifricio Durbans, commentato dai social con fischi e pernacchi.

Da non dimenticare, una perla del’“Incompiuto” Di Maio: se non si sarebbe la terra la stella più bella sei tu

Sputtanato dall’Europa, il “Ce l’ho duro” valpadano risponde con insulti e minacce. “Governerò l’Europa con Orbàn”, proclama Salvini. Ovvero, quando il delirio di onnipotenza sconvolge la mente. Ma attenzione, anche Hitler e Mussolini hanno attraversato un’identica fase di megalomania perversa e se la democrazia non si sveglia rapidamente dal torpore di questi anni, il rischio di colpi di Stato e di sovranismo diffuso sono già preoccupanti.

Stati Uniti d’America, l’America di Trump. Stragi nelle scuole, a decine, centinaia di morti, violenze contro giovani di colore e per chi non ne fosse informato, un numero impressionante di vittime della pistola elettrica Taser (oltre cento). Lo ricorda autorevolmente un illustre cardiologo e chiarisce il perché della preoccupazione. La pistola agisce in modo diametralmente opposto al defibrillatore e in condizioni particolari di chi è colpito può causare la morte. Il Taser emana una carica di alta tensione, seppure di basso amperaggio, con impulsi ravvicinati responsabili di aritmia cardiaca. Se il soggetto colpito è cardiopatico o tossico dipendente la pistola potrebbe rivelarsi letale.

Dieci anni fa falliva la Lehman Brothers

tvsvizzera.it 15.9.18

Dieci anni fa Lehman Brothers gettava la spugna, aprendo una crisi mondiale i cui effetti ancora si sentono. Nonostante la ripresa economica in corso ormai da mesi e un mercato del lavoro che continua a rafforzarsi, la crescita ha tagliato fuori una buona fetta della classe media gettando – secondo molti osservatori – i semi di quel populismo che ha preso le forme della Brexit e dell’elezione di Donald Trump.

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Da settembre 2008, l’economia americana ne ha fatta si strada, così come ne hanno fatta le banche statunitensi. Di coloro che erano alla guida dei colossi di Wall Street durante i mesi iniziali della crisi, quelli più convulsi caratterizzati da un susseguirsi di misure di emergenza, sono rimasti solo due ‘volti noti’: Jamie Dimon di JPMorgan e Lloyd Blankfein di Goldman Sachs. Tutti gli altri si sono ricollocati in posizioni meno di primo piano, anche i ‘colpevoli’.

Ne è un esempio ‘il gorilla di Wall Street’ Rick Fuld, amministratore delegato di Lehman al momento del crollo, che pur essendo diventato la faccia dei mali della finanza ha ripreso tranquillamente a lavorare fondando nel 2016 una società di asset management, Matrix Capital Group. Il tutto senza mai un mea culpa.

Il ricordo di quei giorni del 2008, quando la paura per una situazione che precipitava a vista d’occhio, ancora scuote Wall Street, la cui cultura però – ha denunciato il direttore del Fmi Christine Lagarde – stenta a cambiare fra prese di rischio eccessive e innovazione tecnologica che rappresentano le nuove minacce.

Niente è cambiato…

Eppure quel 15 settembre, il giorno della bancarotta di Lehman Brothers, sembrava essere stato in grado di aver cambiato le carte in tavola: lo spavento è stato talmente grande e le perdite talmente forti che un’inversione di rotta sembrava scontata. Ma le abitudini sono dure a morire a così Wall Street resta un club di soli uomini, dove gli eccessi continuano a farla da padroni. L’unica certezza è che lavorare in una delle grandi banche non è più l’ambizione della maggioranza: la Silicon Valley più rilassata e aperta attrae più di Wall Street, in quello che è un evidente scontro culturale.

Con le immagini ancora impresse dei centinaia di dipendenti con gli scatoloni che escono da Lehman, in molti guardano ora alla prossima crisi, cercando di intravederla prima di essere travolti. E in molti puntano ancora una volta il dito sul mercato immobiliare: dopo essersi ripreso di recente sta sperimentando ore un forte aumento dei prezzi che sembra presagire il peggio, complice anche il rialzo dei tassi della Fed che rende i mutui più costosi.

Nuova crisi in vista?

Altri guardano invece alle possibili bolle sul mercato finanziario, con Wall Street che continua a viaggiare su livelli record incurante delle tensioni commerciali e l’incertezza politica. Altri ancora attendono possibili passi falsi da parte delle banche centrali, che dopo anni di mosse coordinate procedono ora in direzioni diverse che riflettono i diversi stadi della ripresa economica a livello globale. Per ora comunque nessuno guarda con preoccupazione a Washington: le difficoltà di Trump e lo spettro dell’impeachment non spaventano.