Il Papa: “Servono uomini di amore, non uomini d’onore”

Redazione interris.it 15.9.18

Il Pontefice ricorda il beato don Puglisi nella messa al Foro Italico: “Il giorno della sua morte coronò la sua vittoria con il sorriso”

Il Pontefice al suo arrivo nel Foro Italico di Palermo – Foto © Vatican News

arrivato in Sicilia Papa Francesco, atteso da una visita pastorale innanzitutto dedicata al ricordo di don Pino Puglisi, il sacerdote palermitano assassinato dalla mafia nel 1993 e divenuto emblema della lotta alla criminalità organizzata attraverso un continuo messaggio di speranza per i ragazzi dei quartieri bassi del capoluogo siciliano. Un viaggio, quello del Papa in Sicilia, iniziato da Piazza Armerina, in provincia di Enna, dove il Santo Padre è stato accolto da 40 mila persone: “Sono contento di trovarmi in mezzo a voi. E’ bello il sole della Sicilia!”, ha detto salutando la folla dell’ennese, alla quale ha rivolto un discorso incentrato sulla necessità di costruire un nuovo percorso di evangelizzazione, con il quale rinnovare il volto della Chiesa in seno alla “carità missionaria”: “Di fronte a tanta sofferenza, – ha detto ai giovani presenti – la comunità ecclesiale può apparire, a volte, spaesata e stanca; a volte invece, grazie a Dio, è vivace e profetica, mentre ricerca nuovi modi di annunciare e offrire misericordia soprattutto ai fratelli caduti nella disaffezione, nella diffidenza, nella crisi della fede”.

Vittoria e sconfitta

Ma è stato al Foro Italico di Palermo che il Pontefice ha celebrato la Santa Messa nella memoria liturgica del beato palermitano, ricordando che “oggi Dio ci parla di vittoria e di sconfitta… San Giovanni presenta la fede come ‘la vittoria che ha vinto il mondo’, mentre nel Vangelo riporta la frase di Gesù: ‘Chi ama la propria vita, la perde’. Questa è la sconfitta: perde chi ama la propria vita. Perché? Non certo perché bisogna avere in odio la vita: la vita va amata e difesa, è il primo dono di Dio! Quel che porta alla sconfitta è amare la propria vita, amare il proprio. Chi vive per il proprio perde”. Eppure, spiega il Pontefice, “sembrerebbe il contrario. Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo. La pubblicità ci martella con questa idea, eppure Gesù non è d’accordo e la ribalta. Secondo lui chi vive per sé non perde solo qualcosa, ma la vita intera; mentre chi si dona trova il senso della vita e vince”.

Il vero potere

C’è dunque bisogno di scegliere fra amore ed egoismo: “L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Fa credere che va tutto bene ma in realtà il cuore si anestetizza. Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro. E’ come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie”. Davanti all’obiezione se il “donarsi, vivere per Dio e per gli altri è una grande fatica per nulla”, il Santo Padre ci indica come sia solo un’illusione che, per andare avanti, servano soldi e potere: “Il denaro e il potere non liberano l’uomo, lo rendono schiavo… Solo l’amore libera dentro, dà pace e gioia. Per questo il vero potere, il potere secondo Dio, è il servizio”.

L’esempio di don Pino

E Papa Francesco, nella terra del beato Pino Puglisi, ci ricorda che “oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé o donare la vita. Solo dando la vita si sconfigge il male. Don Pino lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino aveva ragione: la logica del dio-denaro è perdente”. L’invito del Papa è a guardarci dentro, e rammenta che “quando don Pino morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: ‘C’era una specie di luce in quel sorriso’. Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore.

“Ai mafiosi dico: cambiate”

L’esempio del sacerdote siciliano ci ricorda che “che il pericolo vero nella vita è non rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai “piccioli”. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l’ingiustizia. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l’amore, non l’odio; il perdono, non la vendetta”. Non si può credere in Dio ed essere mafiosi, ha ricordato Papa Francesco: “Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini di amore, non di uomini di onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Se la litania mafiosa è: ‘Tu non sai chi sono io’, quella cristiana è: ‘Io ho bisogno di te'”. Il sudario non ha le tasche, come ha spesso ripetuto Papa Francesco durante il suo pontificato e, a coloro affiliati alla mafia, ha chiesto di cambiare: “Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi, convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo”. E chiude con un messaggio: “Servire e sentire il popolo: questo è l’unico populismo possibile, l’unico populismo cristiano”

Macron vuole dividere la Francia?

Margherita Russo vocidallestero.it 15.9.18

Uno degli effetti più inaspettati ed epocali della presidenza Macron potrebbe essere la caduta di uno dei pilastri sui quali si è tradizionalmente basata la nazione francese: il suo fiero e rivendicato laicismo, che fin dall’Illuminismo ha caratterizzato la Francia e l’ha resa un punto di riferimento per altre nazioni. Oggi, con un paio di codicilli apparentemente innocui, si fa strada invece l’idea che le confessioni religiose possano essere indipendenti dallo Stato, e in certi casi persino sovraordinate alle amministrazioni pubbliche. Non è un mistero queste misure siano state pensate per venire incontro alle gerarchie musulmane, poiché l’islam è la religione più intransigente verso qualsiasi ingerenza dello Stato. Nel fare ciò, Macron ha cercato il sostegno di Papa Francesco, anch’egli dichiaratamente favorevole a un’apertura all’islam, e ha designato il laicismo come pericoloso e ostile. Si tratta davvero di una rivoluzione copernicana del rapporto tra Stato e fede in Francia, i cui esiti sono al momento tutt’altro che scontati. Dal Gatestone Institute.

 

di Yves Mamou, 25 agosto 2018

 

 

Nel libro autobiografico, “Un presidente non dovrebbe dire che…“, pubblicato nel 2016 pochi mesi prima delle elezioni presidenziali francesi del 2017, l’allora presidente francese François Hollande ammetteva che la Francia avesse “un problema con l’Islam. Non ci sono dubbi”, scriveva. E anche che la Francia avesse un problema con le donne velate in pubblico e con l’immigrazione di massa. Aggiungendo poi: “Come possiamo evitare una spaccatura? Perché è questo dopo tutto ciò che sta accadendo: una spaccatura”.

 

La “spaccatura” di cui parlava Hollande sarebbe la vera e propria partizione della Francia – una parte per i musulmani e un’altra per i non musulmani.

 

Il successore di Hollande, il presidente Emmanuel Macron eletto nel 2017, sembra considerare questo rischio di spaccatura più come una soluzione. Tenendo conto delle sue esternazioni e delle sue mosse dopo l’incarico, si può dire che la divisione del Paese sia ormai in corso. Ufficialmente, ovviamente, Macron continua a essere il guardiano della Costituzione, che incarna l’unità nazionale. Ma passo dopo passo, sembra profilarsi una strategia di partizione della Francia.

 

Il primo passo di questo processo di partizione è stato, a quanto pare, creare un nuovo avversario. Per Macron, infatti, l’avversario non è l’Islam radicale, che molti ritengono responsabile per l’uccisione di centinaia di persone in Francia negli ultimi anni, ma il laicismo radicale, che di sicuro non ha mai ucciso nessuno. Nel mese di dicembre 2017, per esempio, un paio di mesi dopo la sua elezione, Macron ha organizzato un incontro con i rappresentanti delle sei confessioni principali (cattolici, protestanti, ortodossi orientali, musulmani, ebrei e buddisti) all’Eliseo. Durante questo incontro Macron avrebbecriticato duramente la radicalizzazione del laicismo“. A parte questa piccola citazione, non è trapelato molto altro da questo incontro – e probabilmente non a caso. Nell’ottobre 2016, prima della sua elezione, Macron aveva denunciato i difensori di “una spietata visione del laicismo“. Dopo la sua elezione, tuttavia, il credo presidenziale non è mai cambiato. In base ad esso, l’Islam politico non è un problema; il problema è la resistenza all’Islam.

 

Per questa strategia – isolare il laicismo e rappresentarlo come il nuovo avversario – Macron aveva bisogno di un alleato. Lo ha trovato facilmente nella Chiesa cattolica, la quale era stata penalizzata in Francia dalla legge del 1905 che sanciva la separazione tra Chiesa e Stato. Nell’aprile 2018 Macron ha accettato l’invito della Conferenza dei Vescovi di Francia, e, nei sontuosi ambienti del collegio dei Bernardini, di fronte a più di 400 esponenti della Chiesa cattolica, il Presidente della Repubblica francese ha pronunciato un discorso erudito e lirico, privo di qualsiasi proposizione al di là di un’allusione a “riparare il legame danneggiato” tra la Chiesa e lo Stato. Alla fine del discorso, i 400 funzionari cattolici si sono alzati in piedi per applaudire.

 

Nel giugno 2018, Macron ha ribadito il suo proposito con una visita a Papa Francesco in Vaticano, e accettando da lui il titolo ereditario di Protocanonico d’onore della Basilica di San Giovanni in Laterano. Macron ha anche riaffermato la sua volontà di “approfondire i rapporti di amicizia e fiducia con la Santa Sede“.

 

Con questo potente alleato cattolico dalla sua parte, Macron poteva ormai lanciare la seconda fase di quella che sembra la sua strategia di partizione: avviare un processo di rafforzamento dei musulmani in Francia affidando loro la responsabilità delle “politiche urbane“, che in Francia è un sinonimo delle politiche di integrazione e assimilazione. Negli ultimi 30 anni, lo Stato francese ha versato 48 miliardi di euro in progetti di rinnovamento nelle periferie svantaggiate che ospitano milioni di immigrati – inclusi milioni di immigrati musulmani di prima, seconda e terza generazione. Tuttavia, sembra che costruire nuovi edifici, nuove strade e nuove reti di trasporto pubblico abbiano prodotto l’effetto opposto a quello desiderato: scontri ricorrenti, aggressioni nelle scuole e nei distretti di polizia, spaccio di droga quasi a ogni angolo, una proliferazione di moschee salafite e più di 1700 jihadisti che sono partiti per arruolarsi nell’ISIS.

 

Nel maggio 2018, Macron ha giustamente respinto la raccomandazione del Rapporto Borloo di versare altri 48 miliardi di euro per altri 30 anni, poiché questa politica aveva già fallito. Invece di continuare a comprare una (instabile) pace sociale con miliardi di soldi dei contribuenti, Macron ha fatto di meglio: ha creato il “consiglio presidenziale della città”, una struttura politica composta principalmente da personalità musulmane (due terzi dei membri totali del consiglio) e rappresentanti delle organizzazioni che lavorano nei sobborghi. Questo organismo ha adesso il compito di monitorare la politica urbana. Non vi è denaro in più ma un “comitato consultivo musulmano” che reindirizza i fondi dalle vecchie politiche. Due agenzie sono coinvolte nel finanziamento del ripristino dei quartieri in “aree urbane sensibili”: ANRU (Agenzia nazionale per il rinnovamento urbano) e ACSÉ (Agenzia per la coesione sociale e le pari opportunità). Entrambe queste agenzie saranno presto sostituite dall’Ufficio del Commissario generale per l’uguaglianza territoriale. I fondi destinati alle politiche urbane, dettagliati nel progetto di bilancio, ammontano a 429 milioni di euro per il 2018.

L’idea di affidare la responsabilità delle periferie musulmane alle organizzazioni islamiche non è nuova. Fu formulata per la prima volta dal consigliere di stato Thierry Tuot in un famoso rapporto, “La grande nation: pour une société inclusive” [La grande nazione: per una società inclusiva”], presentata nel 2013 all’allora Primo Ministro Jean-Marc Ayrault. La principale proposta contenuta nella relazione era di assegnare le politiche urbane alle organizzazioni islamiche, limitando il ruolo dello Stato al solo sovvenzionamento.

 

Per completare questo schema di emancipazione dell’Islam politico in Francia, due clausole legislative sono state approvate nella “Legge per uno Stato al servizio di una società sicura“, alla fine di giugno 2018. La prima clausola legislativa ha abolito l’obbligo delle associazioni religiose di dichiararsi come gruppi di pressione. Questa misura apre chiaramente la strada a entità come il movimento dei Fratelli Musulmani per fare pressioni sui membri del Parlamento senza lasciare traccia. La seconda clausola legislativa – contravvenendo alla legge sulla laicità del 1905 – autorizza tutte le organizzazioni religiose ad agire come attori privati nel mercato immobiliare. Secondo il Comité Laïcité République (Comitato per la laicità della Repubblica, CLR), questa clausola legislativa renderebbe impossibile a un comune o una regione appropriarsi di terreni o edifici venduti da una chiesa o da una moschea. “In questo modo, il codice di pianificazione urbanistica e la legge del 1905 verrebbero ad essere modificati a questi fini“, ha affermato CLR. In altre parole, viene legalizzato il finanziamento privato da parte delle confessioni.

 

La terza fase della spaccatura è tuttora in evoluzione. Riguarda il tentativo di costruire un “Islam di Francia” – diverso dal vecchio “Islam in Francia“. In altre parole, la Grande Moschea di Parigi potrebbe non essere più considerata come se fosse l’equivalente dell’ambasciata algerina. “A partire da questo autunno, daremo all’Islam un inquadramento e una disciplina che assicuri che questa religione venga praticata in un modo coerente con le leggi della Repubblica“, ha detto Macron. Si tratta di una dichiarazione sorprendente perché la tradizione in Francia dalla legge del 1905 – una regola accettata da tutte le religioni tranne l’Islam – è che la religione non può imporre le sue regole sulla società laica. Ora sembra però che sia la Francia a doversi adattare all’Islam.

 

La grande moschea di Parigi. (Fonte immagine: LPLT / Wikimedia Commons)

 

Cosa succederà a settembre? Apparentemente il governo intende seguire la stessa strada intrapresa dall’Austria: tagliare i legami finanziari tra le comunità musulmane francesi e i loro paesi di origine (ad esempio Turchia, Algeria, Marocco); creare un’imposta sull’industria dell’halal (con entrate per oltre 6 miliardi di euro l’anno), e quindi utilizzare queste nuove entrate fiscali per formare imam “repubblicani” in Francia.

 

Il governo sembra inoltre intenzionato a creare una sorta di agenzia nazionale per organizzare pellegrinaggi alla Mecca. Stimato in oltre 250 milioni di euro, il business dei pellegrinaggi è affidato a circa 40 agenzie di viaggio musulmane autorizzate dal Ministero dell’Hajj dell’Arabia Saudita a ricevere le loro quote di visti. Sembra che molte agenzie di viaggio musulmane operino illegalmente e facciano pagare prezzi esorbitanti per un pessimo servizio. Quindi, Macron dovrebbe riformare e dare al sistema una sembianza di “normalità”. Sono questi l’”inquadramento” e la “disciplina” di cui parla Macron.

 

La domanda sorge però spontanea: chi dirigerà e gestirà questo inquadramento? La Fratellanza Musulmana, l’organizzazione più potente, che controlla più di 2.000 moschee in Francia? O un nuovo organismo di vigilanza composto da tecnocrati musulmani vicini al presidente ma senza legami con moschee, imam e la comunità musulmana organizzata in generale? Lo sapremo presto. Inoltre, circola voce che Tareq Oubrou, un imam di Bordeaux, e noto per essere una figura di spicco della Fratellanza Musulmana, potrebbe diventare “Grand Imam di France”.

 

Ma è compito dello Stato laico francese organizzare i musulmani e addestrare imam “repubblicani”? No, neanche per sogno. È normale che due terzi degli imam in servizio in Francia non parlino correntemente il francese? Ed è possibile addestrare gli imam islamisti alla maniera “repubblicana”? Magari sì, ma a quale scopo? L’imam di Brest in Bretagna è diventato famoso per un video nel quale spiegava ai bambini che la musica potrebbe trasformare chi la ascolta in un maiale o una scimmia, e si è filmato mentre beveva urina di cammello; è scritto in un Hadith che l’urina di cammello avrebbe proprietà medicinali. Nel 2017, lo stesso imam di Brest si è laureato, come “referente laico” – ossia, un islamista informato su aspetti della laicità, ma senza alcun obbligo di rispettarla – all’Università di Rennes in Bretagna.

 

Nel 1627 il cardinale de Richelieu, primo ministro del re Luigi XIII, aveva preso d’assalto la città di La Rochelle nel sud-ovest della Francia allo scopo di riportare i protestanti in Francia. Ora, nel 2018, Macron si dà da fare in tutti i modi per aiutare i musulmani francesi allo scopo di riportare l’Islam in Francia.

 

Yves Mamou, autore e giornalista basato in Francia, ha lavorato per un ventennio come giornalista per Le Monde. Il suo prossimo libro, “Le grand abandon, les élites françaises et l’islamisme” (Il grande abbandono, l’élite francese e l’islamismo) sarà pubblicato ad ottobre 2018.

 

Come evitare un attacco stile 2011 contro l’Italia?

comedonchisciotte.org 15.9.18

DI MARCO ROCCO

maurizioblondet.it

Osservando gli sviluppi internazionali sembra pericoloso illudersi che prossimamente l’Italia non venga messa sotto l’attacco da parte dei mercati, come fu nel 2011. Forse – in realtà – l’Italia è già sotto attacco e lo spread tra i 250 e i 300 bps ne è la riprova.

I calcoli di Mr. Cottarelli che conducono a circa 6 miliardi di extra costo di interessi in 2 anni causa spread potrebbero infatti essere non molto lontani dalla realtà: se ad esempio nel periodo 2018-2019 si dovessero rinnovare 200 miliardi di BTP, cifra coerente, l’extra costo rispetto ai bund sarebbe di 6 mld di euro, a meno di spostare le scadenze sui BOT ossia prendendosi un rischio ulteriore da ribaltare sui prossimi anni di governo pagando molto meno di interesse a breve. Rispetto invece al costo che si sarebbe avuto con lo spread a 150 bps come era qualche mese fa, beh, i conti di Cottarelli traballerebbero alquanto, secondo chi scrive nell’ipotesi sopra sarebbero circa la metà. Va ricordato che Cottarelli sembra da tempo eccessivamente pessimista in riguardo ai conti nazionali, forse più del dovuto (probabilmente ancora spera di rientrare in gioco in politica, chissà).

Il problema infatti è come da incipit: l’Italia probabilmente è già sotto l’attacco, una pistola alla tempia dell’esecutivo: se infatti il governo gialloverde cercherà di forzare la mano approvando quanto promesso in campagna elettorale – flat tax, reddito di cittadinanza e cancellazione anche solo parziale della legge Fornero – partirà il colpo mortale, altrimenti lo spread si assesterà su questi livelli per qualche trimestre.

Alla fine si sta vivendo una specie di dilemma del prigioniero: faccio quanto richiesto da chi “comanda” o mi attivo per fare quello che “dovrei fare” nel supposto interesse del Paese?

Di Maio e Salvini, che hanno tutta la mia simpatia, da una parte in caso di attacco dello spread verrebbero messi sul banco degli imputati per i danni causati all’Italia in forza delle loro ipoteticamente (come leggereste sui media) “scellerate politiche economiche populiste”. Dall’altro, in caso di accondiscendenza con l’EU, non riuscirebbero a mantenere le promesse elettorali rischiando a termine un aumento delle tasse e non una discesa.

Ed ecco quindi nascere il più classico esempio di doublespeak: “Non ci sarà attacco speculativo contro l’Italia come nel 2011”, proprio per negare l’evidenza dei fatti che va in senso opposto, forse trasposta in un eventuale ricatto dei mercati nei confronti di Roma. Vedremo a breve la riprova di quanto esposto.

Dopo l’analisi, vediamo le alternative a disposizione per uscire dal cul de sac fatto di promesse elettorali e di vincoli di bilancio euroimposti. In soldoni, il governo ha solo una possibilità: trovare fondi per fare crescita. E trovare fondi – nelle more dell’impossibilità di incrementare il debito pubblico, che secondo FMI, EU e Germania, va comunque ridotto, notando che chi scrive non è assolutamente d’accordo con le istituzioni sovranazionali – significa:

1. o aumentare le entrate ossia le tasse (come faceva il PD)

2. o accedere a fondi straordinari, per investimenti straordinari. Ad esempio in infrastrutture, leggasi, proprio quegli investimenti che dovrebbero almeno in teoria garantire alto moltiplicatore di crescita.

Alla fine molto probabilmente sarà un mix, tasse ma non troppe, attaccare privilegi evidenti e soprattutto trovare fondi straordinari.

I cosiddetti “BTP riservati” ipotizzati alcune settimane fa da Armando Siri sembrerebbero una possibile rappresentazione dell’ultimo aspetto: trovare fondi convincendo gli italiani, non si capisce se forzosamente o meno, ad investire in una nuova forma di BTP “riservata solo agli italiani”. Ossia, BTP esclusi dalle negoziazioni internazionali che dovranno invece essere – proprio come la detenzione fisica – solo nazionali. Una moderna moneta parallela, anzi un’unità di conto capitale che, come tutti gli omologhi esempi storici, avrà necessariamente un valore DIVERSO da quella ufficiale, ossia dai BTP senza riservazione espressi in euro (…). Con tutti i problemi del caso, prima di tutto di monetizzazione e liquidità del prodotto prima della scadenza ovvero di sconto in caso di vendita ante scadenza per incassare euro. Quello che si può dedurre dalle parole di Siri è che tali BTP saranno di fatto degli strumenti assimilabili alle future lire senza necessariamente esserlo; ovvero – indovino – se andrà per il verso giusto, ossia se l’economia italiana si riprenderà, tutto andrà bene e la restituzione sarà come da attese. Altrimenti, beh, si vedrà…

Mi sono posto ripetute domande su come sia possibile conciliare la giusta necessità del governo di trovare fondi per fare crescita con quello di non approfittarsi indebitamente di coloro che in Italia i soldi ce li hanno, le famiglie italiane (che poi sono gli stessi soggetti che più hanno sofferto per la crisi ormai decennale dell’euro). Infatti sarebbe inaccettabile che siano proprio le famiglie italiane a doversi sobbarcare l’onere di un surrogato dell’uscita dall’euro, senza però ottenere in cambio alcun vantaggio.

Guardando e riguardando gli esempi internazionali, avendo più possibilità ad accedere ad archivi esteri che italiani, mi sono reso conto che l’unica possibilità di successo dello strumento dei “BTP riservati” sta nel permettere che tali buoni del tesoro riservati ai soli italiani possano essere usati per pagare le tasse in Italia monetizzandoli alla bisogna ossia liberamente al valore nominale di emissione, facendoli dunque diventare un ibrido tra uno strumento di investimento ed un miniassegno/minibot. Pensate che questo suggerimento mi è arrivato da un amico, che lo ha colto da un commento in rete (alla fine le risposte arrivano sempre da dove meno te l’aspetti).

In tale caso i BTP riservati avrebbero un senso compiuto: un interesse solo leggermente più alto dei BTP normali ma a fronte di una speranza di crescita per l’Italia. Ed in ogni caso la possibilità di usarli liberamente ed in qualsiasi momento per pagare le tasse – qualsiasi tassa dovuta allo stato o a sua entità correlata, inclusi gli enti locali – al valore nominale, 1:1, dunque con garanzia di liquidità al 100% dello strumento (sempre al valore nominale, ossia di emissione).

Se Paolo Savona percorrerà questa strada potrà avere successo, provvisto che la blindatura presente e soprattutto futura sull’utilizzabilità a nominale dei BTP riservati per pagare le tasse sia robustissima se non totale. Se invece non ci sarà tale clausola di utilizzabilità a valore nominale per pagare le tasse, beh, significherà che lo scopo è diverso rispetto ad una compenetrazione dei rispettivi interessi tra Stato e cittadini. Ossia qualcosa è stato taciuto (…).

L’alternativa nucleare, più una chimera in realtà, è che l’Italia sfori bellamente i parametri di Masstricht facendo debito in forza di un uno sforzo all’unisono con gli USA di Trump, sempre più in guerra con l’EU. Certo, è una possibilità, ma che resta assai remota. Possibilità che – va notato – per essere sdoganata dovrà necessariamente passare attraverso un macro evento travolgente, che comporterebbe probabilmente danni collaterali molto superiori rispetto all’obiettivo sperato dai gialloverdi.

 

Marco Rocco

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/

Link: https://www.maurizioblondet.it/come-evitare-un-attacco-stile-2011-contro-litalia/

6.09.2018

Carige. Malacalza vuole inibire Mincione. Ma il giudice prende tempo

farodiroma.it 15.8.18

Il giudice del Tribunale di Genova si è riservato sul ricorso d’urgenza presentato da Malacalza Investimenti per inibire l’ammissione della lista di Raffaele Mincione per il cda di Banca Carige che verrà definito nell’assemblea del 20 settembre. Proprio entro quella data il giudice dovrà decidere se accogliere la richiesta presentata da Malacalza o invece respingere la domanda.

La sfida europea, tra globalismo e identità

di Rodrigo Carrega – 14 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

La civilissima, accogliente e generosa Svezia sembra aver sviluppato, in ampi settori della propria società, meccanismi di rigetto nei confronti del multiculturalismo. Siamo di fronte al fallimento dei modelli d’assimilazione europei?

l 9 settembre 2018 la Svezia è stata chiamata a rinnovare il Riksdag, in un clima da caccia alle streghe (come ogni qualvolta vi sia una tornata elettorale nella quale chi si presenta come alternativa viene bollato come il maggior pericolo mai visto per la democrazia) ed ha costituito sotto molti punti di vista una sorta di cartina tornasole circa l’intero processo politico al quale stiamo assistendo in questa fase storica nel continente europeo. Il partito dei Democratici Svedesi guidato da Jimmie Åkesson pur non avendo sfondato, nonostante il continuo e progressivo aumento dei consensi, ha ottenuto comunque un 17,4% che lo conferma terza forza del paese. Il partito di governo uscente, socialdemocratico, ha evitato la tragedia politica scongiurando la pericolosa soglia del 25%, aggrappandosi ad un insperato 28,4 che resta comunque il risultato peggiore di sempre. Formare un governo sarà un’operazione praticamente impossibile, visto il sistema proporzionale puro di cui gode la Svezia, ma se c’è un dato certo in queste elezioni è che in Europa gli equilibri stanno cambiando radicalmente.

È il proseguimento di quell’onda lunga iniziata nel 2016 con l’esito referendario della Brexit inglese, proseguita poi con l’affermarsi di un rinnovato Front National francese, focalizzato su istanze di stampo antiglobalista ed identitarie, e culminata con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti che ha sconvolto i movimenti “lib-rad globali”. Da non dimenticare, in questo contesto, da un lato, la bocciatura della consultazione referendaria italiana per la modifica del testo costituzionale (snodo fondamentale per la formazione dell’attuale governo gialloverde) e dall’altro le elezioni olandesi, nelle quali, seppur sconfitto, Geert Wilders ha contribuito a diffondere a livello europeo il dibattito riguardante la questione migratoria. Ma perché è così importante concentrarsi proprio sul risultato Svedese, il civilissimo, accogliente e generoso paese, considerato il modello sociale di riferimento nell’integrazione multiculturale dai fautori del mondo senza confini? Perché l’imponente ascesa di un partito additato come coacervo di neonazisti esaltati e xenofobi è vista come un pericolo per gli equilibri politici?

Jimmie Åkesson

Proprio perché gli svedesi, da anni, stanno pagando sulla propria pelle le conseguenze di un sistema che per volontà o incapacità è stato fallimentare. Nel solo 2015 nel paese si sono riversati 163mila richiedenti asiloin pochi mesi. L’agenzia svedese per le migrazioni si trovò allora a gestire quasi 14mila arrivi al mese entrando nel caos. Il 72% delle richieste furono poi accolte. Ovviamente molti tra i respinti sono rimasti come immigrati irregolari trovando asilo nei numerosi quartieri ghetto, con immaginabili condizioni di vita. Tanto divenne ingestibile la situazione che il 5 gennaio 2016 il governo del paese più accogliente e solidale del mondo si trovò costretto a chiudere le frontiere. In Svezia, quindi, che conta poco meno di 10 milioni di abitanti e che si basa un mercato del lavoro per forza di cose contenuto, ci si è trovati nella situazione in cui molti vivono a spese del sistema sociale e i tassi di disoccupazione tra i rifugiati sono tre volte maggiori di quelli degli svedesi. Si è favorito un sistema che ha portato a un collasso della convivenza civile, dello stato sociale (da sempre fiore all’occhiello dei paesi scandinavi) e all’esasperazione di gran parte della popolazione che si trova a vivere quotidianamente le difficoltà che un simile modello di integrazione comporta.

La convivenza forzata tra le culture più disparate, anziché apportare un arricchimento sta conducendo il paese a un crescente conflitto sociale fra autoctoni e ospitati. Ormai la situazione sembra essere fuori controllo e si sono costituite aree definite “zone di alta pericolosità” nelle quali neanche la polizia riesce ad avere accesso. Nella sola Stoccolma nel 2017 ne sono state determinate 62. In queste aree la percentuale di popolazione straniera supera il 70%, il tasso di disoccupazione mediamente si attesta sull’11% (cifre astronomiche per la Svezia) e l’abbandono scolastico dei minori è drammatico. Si tratta di zone ormai fuori dal controllo dello stato in cui l’immigrazione di genti provenienti da varie parti del mondo ma nella maggior parte dei casi accomunate dalla fede religiosa, ha comportato la prevaricazione delle leggi criminali, nel migliore dei casi e la legge islamica sullo stato di diritto, nel peggiore. Luoghi come la periferia di Göteborgdove la moschea Bellevue è rinomata per gli stretti legami con varie associazioni islamiste e organizzazioni filo terroristiche, nonché per essere stata il punto di partenza di numerosi foreign fighters (si stima che almeno 300 si sono uniti allo Stato Islamico tra Siria ed Iraq).

Il distretto di Rinkeby, sobborgo residenziale di Stoccolma: l'89.1% della popolazione

La questione identitario-religiosa costituisce indubbiamente il fulcro e il collante di queste società parallele, semi-autonome e parastatali. Il multiculturalismo, in Svezia come nel resto dei paesi europei, non solo si è dimostrato un modello sociale fortemente destabilizzante dal punto di vista economico e culturale ma è sul punto di invalidare il nostro stesso concetto di democrazia, in quanto se ne presuppone l’accettazione passiva, senza alcuna possibilità di dibattimento parlamentare o di qualunque forma di consultazione popolare. Allo stesso modo non sono previsti meccanismi di tutela del complesso di valori civili e culturali costruiti attraverso processi storici millenari che costituiscono l’asse portante della nostra coesione sociale e che spesso sono incompatibili con la mentalità dei nuovi arrivati. Non pretendere il riconoscimento e l’osservanza di questi princìpi e permettere che si costituiscano in comunità auto organizzate e distinte dal resto della popolazione, per giunta nel disconoscimento e sovente nel disprezzo dei valori democratici, vuol dire distruggere la democrazia stessa e i suoi valori umani costitutivi, generando le condizioni perfette per il sorgere di meccanismi difensivi di intolleranza e rigetto in ampi settori della società ricevente. Il multiculturalismo è un’ideologia profondamente nichilista e distruttrice con la quale stiamo introducendo i presupposti virali per la morte della nostra identità culturale occidentale.

Uno degli obiettivi fondamentali che l’Europa deve porsi è quello di recuperare e far rispettare il principio della cittadinanza come norma sociale e dovere legale, oltre che morale. La religione deve costituire un ambito soggettivo, distinto dalla legge dello Stato e dalla morale politica. Senza queste elementari condizioni è impossibile praticare qualsiasi convivenza e vivere in una democrazia compiuta. Poiché proprio l’identità si pone nello spazio della reciprocità relazionale. Attualmente, in nome di un’astratta e mal digerita neutralità etica delle istituzioni, stiamo trasformando le nostre comunità di tradizioni storicamente liberali in luoghi in cui si espande il fondamentalismo come mentalità culturale, prima ancora che religiosa: si tratta di una scelta regressiva e intrisa di masochismo. Ma qualunque forma di critica è etichettata come razzismo, gretta ignoranza, incapacità di adeguarsi ai nuovi modelli di società che la globalizzazione finanziaria deve imporre. No, non è così. Essere critici significa essere in grado di distinguere. Se non si fanno rispettare i valori culturali che marcano il senso della nostra storia, quali la laicità, l’uguaglianza fra uomo e donna, il rispetto della dignità umana in ogni sua forma e della nostra identità, ben presto perderemo la nostra libertà e la laicità alla radice del nostro umanesimo. Il rischio è quello di soccombere culturalmente, schiacciati dal folle senso di colpa verso quella parte di mondo alla quale i paladini della società multietnica hanno arbitrariamente e irrazionalmente attribuito una sorta superiorità antropologica e il compito storico di redimere e conquistare l’Occidente, annichilendo il patrimonio di storia, cultura e identità che lo hanno da sempre contraddistinto.

Ponte Morandi, il Nyt sa tutto. Il video? Ancora top secret

libreidee.org 15.9.18

Invece di rincorrere teorie vertiginosamente fantasiose, sul web, inseguendo vaghi racconti di esplosioni e lampi, perché i tanti “leoni da tastiera” non si decidono, per una volta, a fare un atto di coraggio elementare? Sarebbe questo: pretendere, dal procuratore genovese Francesco Cozzi, che sia finalmente mostrato in pubblico il filmato integrale del crollo del viadotto Morandi, che la procura di Genova dichiara di possedere. Appello firmato da Massimo Mazzucco e rivolto ai blogger, ma anche alla stampa: «Abbiate il coraggio, per una volta, di fare i giornalisti. Pretendere di vedere quelle immagini, visto che ormai è trascorso un mese, dal disastro». In diretta web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”, Mazzucco insiste: gli inquirenti avevano dichiarato di non voler diffondere le immagini per non condizionare i testimoni ancora da sentire. Ora però, a metà settembre, il problema dovrebbe essere superato. Tanto più che – come segnala lo stesso Mazzucco sul blog “Luogo Comune” – il “New York Times” ha dichiarato di averlo potuto visionare, quel video integrale – il “New York Times”, ma non la stampa italiana: perché?

Anziché ostinarsi a cercare le tracce di improbabilissimi attentati, dice Mazzucco, è evidente che quelle immagini contengono l’unica verità davvero imbarazzante: il ponte di Genova era in condizioni miserevoli. Lo dimostra un reportage fotografico Massimo Mazzuccopubblicato da “L’Espresso”, dove si vede benissimo che gli stralli, i tiranti d’acciaio che reggevano l’enorme infrastruttura collassata alla vigilia di ferragosto, necessitavano di manutenzione urgentissima. Lo scoprirono, gli addetti, praticando dei fori negli involucri di cemento che avvolgevano le funi di acciaio. «Questo probabilmente inchioda la società Autostrade alle sue responsabilità: anche non volendo spendere tutti quei soldi per sostituire il ponte con un nuovo viadotto, sembra evidente che i manutentori avessero chiara la situazione: bisognava sostituire urgentemente i vecchi tiranti con nuovi cavi d’acciaio, o comunque – alla peggio – bloccare il traffico, scongiurando in tal modo una tragedia costata oltre 40 vittime». Impossibile, poi, non notare la “stranezza” rappresentata dallo scoop del quotidiano newyorkese, cui è facile immaginare che i Benetton – e gli altri poteri presenti nell’azionariato internazionale di Atlantia – abbiano facile accesso.

A quanto pare, scrive Mazzucco su “Luogo Comune”, i giornalisti del “New York Times” hanno avuto un accesso privilegiato a quello che nessuno italiano è ancora riuscito a vedere: il video integrale del crollo del ponte Morandi. «Basterebbe, da solo, a spegnere l’enorme ridda di voci fantasiose su fantomatici attentati». Nell’articolo, pubblicato l’11 settembre in versione italiana, il “New York Times” presenta una ricostruzione visiva del crollo del ponte, dichiarando di essersi basato «su un elemento cruciale per le indagini, i video registrati dalle telecamere di sicurezza». Nella versione inglese dell’articolo, fa notare Mazzucco, il giornale statunitense dice invece di aver «ricostruito quello che è successo utilizzando la descrizione degli inquirenti del principale elemento probante, le riprese video di una telecamera di sicurezza». Ma la differenza non è poi tanta: Le foto pubblicate da L'Espresso«Che i giornalisti abbiano visionato personalmente la ripresa, oppure che ne abbiano raccolto la descrizione da parte degli inquirenti, il risultato non cambia: loro sanno cosa è successo, e noi no».

Secondo il “Nyt”, che fornisce una ricostruzione grafica, l’accaduto è riassumibile in 6 punti. Primo: il tratto colpito dal cedimento sovrastava il letto (asciutto) del torrente Polcevera – e i binari della ferrovia – a circa 50 metri di altezza. Punto 2: si spezzano i cavi degli stralli a sud, provocando il cedimento repentino degli stralli stessi. Parti dell’impalcato iniziano a ruotare verso sud. Tre: le sezioni dell’impalcato iniziano a cedere e il peso della strada poggia interamente sugli stralli a nord. Quattro: i cavi rimasti e gli stralli di cemento armato si spezzano. Punto 5: le due estremità degli stralli spezzati penzolano dalla pila, mentre parti dell’impalcato finiscono a terra, alcune girate sottosopra. E Infine, punto 6: anche la pila, alta più di 90 metri, crolla sulle sue stesse macerie. A quanto pare, conclude Mazzucco, sarebbe quindi stato il cedimento degli stralli a sud (quelli verso la foce del Polcevera) ad innescare la catena distruttiva che ha portato al crollo completo del ponte. «A questo punto si impone una domanda: perchè i giornalisti del “New York Times” arrivano prima di noi ad avere queste informazioni? Forse questo “leak” del giornale newyorkese fa parte di una strategia dei Benetton, per anticipare in qualche modo la tesi che a Il professor Carmelo Gentileloro farebbe molto comodo, ovvero che il ponte sia crollato per un difetto nel design originale, e non per mancata manutenzione?».

Nell’articolo, infatti, si legge che «i sostegni degli stralli a sud che sembrano aver ceduto per primi sono gli stessi su cui un professore di ingegneria strutturale del Politecnico di Milano, Carmelo Gentile, aveva notato preoccupanti segni di corrosione o altri possibili danni durante dei test effettuati lo scorso ottobre». Sempre il “New York Times” segnala che il professore avvisò il gestore del ponte, Autostrade per l’Italia, che però – secondo Gentile – «non fece mai seguito alla sua raccomandazione di eseguire un accurato modello matematico e attrezzare il ponte con sensori permanenti». Perché? «Probabilmente hanno sottovalutato l’importanza dell’informazione», ha detto il professor Gentile in un’intervista. La società Autostrade non ha mai negato le conclusioni del professore, ribadendo però che «nessuno aveva ravvisato elementi di urgenza». In un comunicato, la società ha precisato che i suggerimenti del professore erano stati inclusi nel progetto di “retrofitting” del viadotto approvato a giugno, e ha accusato il ministero delle infrastrutture di mesi di ritardo nell’autorizzazione dei lavori.

E poi, naturalmente, sul “New York Times” spuntano i famosi “esperti” a dare sostegno alla tesi dell’ineluttabilità: «Secondo gli esperti di queste strutture, è molto difficile misurare l’esatto grado di deterioramento dell’acciaio annegato nel calcestruzzo, come era il caso del ponte Morandi», scrive il giornale. «Non c’è niente di più impreciso del provare a valutare le condizioni dei cavi interni», dice Gary J. Klein, membro dell’Accademia Nazionale di Ingegneria degli Stati Uniti, organo che studia i cedimenti strutturali, e vice presidente dello studio di ingegneria ed architettura Wiss, Janney, Elstner a Northbrook, in Illinois. «E’ una scienza assai imperfetta». Dato che la debolezza potrebbe trovarsi in qualsiasi punto della struttura, dice Klein, «devi essere nel punto giusto al momento giusto, e quindi sono molto scettico sull’accuratezza di stime simili». La tesi difensiva che si sta formando – rileva Mazzucco – sembra quindi la seguente: il problema era strutturale, e stava nella La ricostruzione del Nytconcezione stessa degli stralli, che impedivano di verificare tempestivamente, e in modo accurato, lo stato di corrosione dei tiranti in acciaio. Come dire: noi avevamo incluso il problema nel progetto di “retrofitting”, ma è colpa del ministero se i lavori sono stati ritardati…

L’articolo inoltre aggiunge: «Finora i video delle telecamere di sicurezza, acquisiti dalla Guardia di Finanza di Genova comandata dal colonnello Filippo Ivan Bixio, non sono di pubblico dominio». Ma è possibile – insiste Mazzucco – che non ci sia un solo giornalista italiano che si ribelli al fatto che quelli del “New York Times” abbiano potuto vedere il video crollo, o comunque riceverne una descrizione dettagliata, mentre noi no? Anche per questo, Mazzucco si spazientisce con i “complottisti” che rincorrono le voci – vaghe, imprecise e ovviamente inutilizzabili, sotto qualsiasi profilo – che parlano di strani lampi e misteriosi boati che avrebbero preveduto il crollo del mastodonte genovese. Perché, dunque, nessuno pretende di visionare quel filmato, ancora misterioso per noi italiani ma non più per il “New York Times”? Possibile che il giornalismo italiano debba subire anche questa ennesima, incredibile umiliazione?

 

Crollo di ponte Morandi, in arrivo una nuova “black list” con 60 nomi Ieri il dolore e l’orgoglio di Genova

Redazione Web XIX, video Beatrice D’Oria ilsecoloxix.it 15.9.18

Genova – Una “black list” con ben 60 nominativi su cui potrebbero ricadere responsabilità penali per il crollo del Ponte Morandi che ha causato la morte di 43 persone. È quanto hanno predisposto gli uomini del primo gruppo della guardia di finanza, integrando un primo elenco di 25 persone , in una informativa inviata nelle ultime ore ai pm che indagano sul collasso del viadotto. Ai magistrati spetta ora il compito di un eventuale aggiornamento del registro degli indagati, nel quale inizialmente sono state iscritte 20 persone.

nuovi nomi indicati dalle fiamme gialle nell’informativa alla Procura sono di dipendenti, tecnici o dirigenti di Autostrade, del Ministero dei trasporti e di Spea. Si tratta – secondo l’analisi dei documenti e degli organigrammi aziendali condotta dai finanzieri – di quanti erano a conoscenza delle condizioni del ponte e di chi si occupò del progetto di retrofitting che riguardava i lavori di rinforzo delle pila 9, quella crollata, e della 10.

Salvini: «Il commissario deciso con gli enti locali.Deciderà sui lavori
Il nome del Commissario straordinario per la ricostruzione del ponte Morandi sarà scelto insieme agli enti locali e sarà poi lui a decidere se la ricostruzione sarà affidata alla sola Fincantieri o anche ad Autostrade. Mentre il presidente della Regione Liguria e attuale commissario per l’emergenza, Giovanni Toti, torna in pressing sul governo per accelerare i tempi ed avviare subito i lavori, Matteo Salvini ed Edoardo Rixi, viceministro ai Trasporti genovese e leghista anche lui, cominciano a delineare i prossimi passi dell’esecutivo dopo il via libera di giovedì scorso al decreto Genova.

Martedì il sindaco Marco Bucci e lo stesso Toti arriveranno quindi a Roma per discutere a Palazzo Chigi dei dettagli del decreto ma anche del nodo fondamentale rimasto ancora aperto: la nomina del commissario e i poteri da conferirgli. Secondo Rixi la nuova figura potrà avere deroghe sul Codice degli appalti, in modo da accelerare le procedure altrimenti troppo lunghe, con il rischio di rinviare la ricostruzione di 2 o 3 anni. Ma a lui toccherà anche decidere a chi affidare i lavori.

«Questa sarà la scelta che dovrà fare il Commissario», ha scandito il viceministro ai microfoni de L’Intervista su Sky Tg24, lanciando peraltro un messaggio non troppo velato ad Autostrade. «Credo che in questa fase meno Autostrade è presente, più si tiene di lato, e più le convenga. Il Governo ha aperto una procedura, una discussione, per la revoca o la decadenza della concessione, che credo sia anche in funzione di quelli che saranno gli atteggiamenti», ha sottolineato, ricordando che il decreto impone non a caso ad Aspi di pagare la ricostruzione. Per Toti l’importante è però ora fare presto: «se i tempi per la ricostruzione del ponte Morandi non saranno quelli previsti da noi – entro settembre l’inizio della demolizione e entro novembre l’inizio del cantiere – ne risponderanno davanti ai liguri e agli italiani. Non tollereremo un’ora di ritardo», ha avvertito. La replica indiretta è arrivata ancora una volta da Rixi che ha assicurato che l’obiettivo del governo è quello di riportare Genova ad una «vita normale entro Natale».

Ieri il giorno del dolore e dell’orgoglio : Genova ha ricordato, un mese dopo, il crollo del ponte Morandi.

Speciale Il crollo di ponte Morandi |

Soprattutto, ha atteso il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sperando in parole definitive sulla demolizione e la costruzione del nuovo viadotto. Ma sul “supercommissario” e sul decreto, i tempi si allungano: serviranno almeno dieci giorni, e martedì è in programma un nuovo incontro.

Quel che è (abbastanza) certo, comunque, è che il commissario per la ricostruzione, come il premier Conte ha detto e ribadito, non sarà un genovese, ma «un sergente di ferro», come ha spiegato agli industriali e ai terminalisti appena prima di salire sul palco per la commemorazione delle vittime del Morandi. Ancora: «Uno bravo, bravissimo, che consentirà di ricostruire nel minor tempo possibile» (video) , come ha risposto al termine dell’incontro a tre che nei saloni della Prefettura lo ha visto confrontarsi con il presidente della Regione, Giovanni Toti, e il sindaco Bucci, entrambi estremamente preoccupati che le scelte del governo in tema di concessioni possano riverberarsi sulle tempistiche di demolizione del Morandi e sulla costruzione del nuovo viadotto.

Tutte le foto della giornata: Un mese dal crollo del ponte Morandi, il minuto di silenzio nella zona rossa | Ponte Morandi, alle 11.36 Genova avvolta nel silenzio |Ponte Morandi, sul luogo della tragedia a un mese dal crollo Ponte Morandi, il ricordo mano nella mano a De Ferrari Ponte Morandi, Genova ricorda quel tragico 14 agosto 2018 | Ponte Morandi, il minuto di silenzio del Genoa a Pegli |Ponte Morandi, il minuto di silenzio della Sampdoria |

Al via i lavori per la riapertura dei binari

Sono iniziati nella mattinata di oggi nella zona del Campasso, i lavori di rimozione dei detriti sui cento metri di linea ferroviaria bloccata dal crollo di ponte Morandi. La fase propedeutica di messa in sicurezza del cantiere, spiegano da Rfi, durerà circa 5 giorni. Poi partiranno i lavori di ripristino veri e propri su binari, sulla massicciata e sulla linea di elettrificazione. In tutto si prevedono altri 20 giorni. L’obiettivo è di far ripartire due linee su tre entro i primi dieci giorni di ottobre. Il nulla osta della Protezione civile di Genova è arrivato nel pomeriggio di ieri. Al momento sono iniziate le operazioni per mettere il cantiere in sicurezza, con barriere di protezione e altri interventi richiesti dalla stessa protezione civile per dare inizio ai lavori. Gli interventi consentiranno di riattivare la linea `sommergibile´, utilizzata per il traffico di merci tra Sampierdarena e il porto, e la linea `bastioni´, che collega Ovada, Milano e Torino a Sampierdarena e quindi alla stazione Principe. Non sarà possibile, invece, fino alla fine dei lavori di demolizione del troncone Est ripristinare la linea tra Busalla e Rivarolo. Su questa direttrice, utilizzata per il trasporto dei pendolari urbani della Valpolcevera, resterà il blocco con trasbordo su autobus navetta all’altezza di Rivarolo. Da lunedì mattina però sarà attivato, su impulso della Regione Liguria, un treno che da Busalla raggiungerà la stazione di Genova Principe senza interruzioni, con l’obiettivo di agevolare gli spostamenti degli studenti.

La preghiera di monsignor Anselmi: «Genova risorgerà con il ponte»
Apprezzate le parole pronunciate sul palco della cerimonia commemorativa da “don” Nicolò Anselmi, vescovo ausiliario di Genova

Toti: «Non tollereremo ritardi dal governo»
Questa mattina, con un post su Facebook, il governatore della Liguria è tornato sull’argomento: «Grazie Genova, a un mese dal crollo del ponte Morandi abbiamo trovato le case per chi ha dovuto abbandonare la propria. Mercoledì con il sindaco Bucci inaugureremo la nuova “strada a mare”, realizzata in soli 30 giorni. Oggi si lavora al ponte per montare i sensori. Grazie per la fiducia e l’affetto che ci avete dimostrato ieri nella nostra bellissima piazza».

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Poi, l’affondo: «Il governo ha fatto un decreto su Genova, ma se i tempi per la ricostruzione del ponte Morandi non saranno quelli previsti da noi – entro settembre l’inizio della demolizione, entro novembre l’inizio del cantiere – ne risponderanno davanti ai liguri e agli italiani. Non tollereremo un’ora di ritardo, per nessuna ragione al mondo».

Incognita meteo per la posa dei sensori sui monconi del ponte

Iniziate ieri mattina, dopo il nulla osta della procura di Genova e della protezione civile, proseguono le operazioni di posizionamento dei sensori sui tronconi del ponte Morandi. Per ora sono in atto solo operazioni propedeutiche. Per la copertura completa attraverso prismi di super precisione, circa 300, bisognerà attendere qualche giorno. Molto dipenderà anche dalle condizioni meteo: impossibile procedere con l’installazione in caso di pioggia e soprattutto di vento. Le rilevazioni forniranno le informazioni necessarie sulla stabilità della struttura in vista del rientro temporaneo degli sfollati per il recupero dei beni (sotto il troncone Est) e successivamente della demolizione delle parti di viadotto ancora in piedi. Per ora sono stati posizionati alcuni sensori ottici e le prime stazioni topografiche: serviranno ai tecnici per avere la certezza di lavorare in sicurezza. Tra le prime attività effettuate figura anche la rimozione di alcuni impianti che potrebbero fungere da intralcio, oltre al posizionamento delle gru Vernazza per portare fisicamente i vigili del fuoco sui piloni. Sul posto, stamani, a seguire i lavori dei vigili del fuoco, anche alcuni membri della commissione tecnica della struttura commissariale e l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova Paolo Fanghella.

Sospese le fatture telefoniche per le famiglie sfollate

Oltre che per le utenze tradizionali di gas ed energia elettrica, anche per quelle telefoniche saranno sospese le fatturazioni agli sfollati del Ponte Monrandi. Lo rende noto il Corecom della Liguria. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato sul proprio sito le iniziative urgenti messe in campo dai principali operatori. «Ritengo lodevole l’iniziativa assunta da Agcom a livello nazionale – commenta il presidente del Corecom Liguria, Vinicio Tofi – da una prospettiva più vicina al drammatico scenario di questa tragedia, in qualità di presidente di Corecom Liguria non posso che rivolgere un nuovo e più accorato appello afffinché gli operatori partecipino in maniera ancora più incisiva a favore di chi sta cercando faticosamente di risollevarsi».

Salvini: «È giusto che il nome del commissario sia concordato con gli enti locali»

«È giusto che il nome del commissario venga concordato con gli enti locali, c’è un Comune, c’è un Regione ritengo bello e rispettoso che a differenza di governi precedenti questo governo coinvolga i territori, le associazioni prima di fare scelte importanti». A dirlo è il ministro dell’Interno Matteo Salvini rispondendo a una domanda sul decreto Genova e sulla nomina del commissario straordinario dopo il crollo del Ponte Morandi lo scorso 14 agosto.

Domani (domenica) Martina a Genova

Intanto il segretario del Pd Maurizio Martina ha annunciato che sarà domani sera, alle 18.30, a Genova alla Fratellanza di Pontedecimo per un incontro sull’emergenza del Ponte Morandi. Prenderà poi parte ad una cena di sottoscrizione per le famiglie sfollate.

L’Ue: «Analizzeremo il decreto per la ricostruzione del ponte»

La Commissione europea ribadisce il suo «pieno sostegno» all’Italia per la ricostruzione del ponte crollato a Genova e i suoi funzionari stanno avendo «colloqui costruttivi» con le autorità italiane per «chiarire i vari aspetti del quadro normativo europeo che possono entrare in gioco» in questo contesto. Lo ha detto oggi una portavoce dell’esecutivo comunitario dopo l’adozione del decreto per Genova da parte del Consiglio dei ministri di ieri. «Sappiamo che il decreto è stato adottato – ha aggiunto la portavoce – ma non abbiamo ancora avuto l’opportunità di esaminarlo. Naturalmente seguiremo gli sviluppi» della vicenda «compresa l’assegnazione del contratto».

Rixi: «In questo momento è meglio che Aspi si tenga da parte»

«Credo che in questa fase meno Autostrade sia presente, più si tiene di lato, più convenga ad Autostrade stessa». Lo dice il viceministro alla Infrastrutture Edoardo Rixi a «L’Intervista» di Maria Latella in onda su su Sky TG24, parlando della ricostruzione del Ponte Morandi, a Genova. «Il Governo – aggiunge – ha aperto una procedura, una discussione, per la revoca o la decadenza della concessione, che credo sia anche in funzione di quelli che saranno gli atteggiamenti». «Nel decreto – ha ricordato il vice ministro Rixi – è previsto ad esempio che la ricostruzione del ponte sarà, per quanto riguarda la partita finanziaria, a carico completamente di Autostrade che dovrà dare i soldi al commissario per procedere ad appaltare l’opera». Ma per quanto riguarda il lavori di ricostruzione, ha ribadito Rixi, «riterrei inopportuno il coinvolgimento» di Autostrade. Su questo tema, ha comunque precisato «ci sono modi di pensiero differenti».

Rixi: martedì i dettagli finali del Dl con gli enti locali
Sull’argomento, il sottosegretario alle Infrastrutture, il ligure Edoardo Rixi, ha detto questa mattina su Sky di ritenere «una decisione corretta quella del consiglio dei Ministri di consultare il presidente della Regione e il sindaco di Genova», confermando che «martedì discuteremo con loro i dettagli finali del decreto a Palazzo Chigi».

GIALLO SCHWAZER / ALTRE PERIZIE SUL TAROCCAMENTO DELLE URINE

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Maxi udienza al tribunale di Bolzano per il giallo Schwazer, il campione di marcia altoatesino in attesa della sentenza che deve far luce sulla “doping story”, dopo i test sul DNA effettuati dal Ris di Parma.

Una situazione contraddittoria, perchè da un lato il Ris ha effettuato prove solo parziali e di esito poco chiaro, d’altro canto la procura sembra intenzionata a vederci chiaro e ad effettuare ogni sforzo per portare alla luce quella che – agli occhi degli esperti – pare rivelarsi sempre più una vera e propria combine, messa in piedi per delegittimare Alex Schwazer il quale, proprio in un’udienza processuale a Bolzano, aveva osato accusare i vertici di Iaaf Wada (rispettivamente la Federazione Internazionale di Atletica Leggera e l’Agenziale Mondiale Anti Doping) di non essere autentici garanti nel settore del controllo sul doping.

Un settore nel quale girano miliardi a palate, e sul quale regolarmente Iaaf Wada da super controllori si trasformano in complici e corruttori. Gli ultimi, eclatanti esempi sono proprio le Olimpiadi di Rio (alle quali Alex non ha potuto partecipare per il taroccamento delle sue urine) che molti giornalisti d’inchiesta, soprattutto tedeschi e francesi, hanno minuziosamente documentato. 

Alex dava fastidio, era un testimone scomodo e per questo viene – dopo appena due settimane dalla sua testimonianza – organizzato un fantomatico prelievo di urine a casa dell’atleta il 1 gennaio 2016, giorno del tutto irrrituale, perchè è di tutta evidenza che si apre una finestra buia di 24 ore dove tutto può succedere e qualsiasi alterazione verificarsi. 

Solo il 2 gennaio, infatti, il corriere consegna al laboratorio di Colonia, accreditatato dalla Wada, la potente Agenzia Mondiale che dovrebbe (ma solo in teoria) controllare la correttezza e trasparenza nel settore del doping. 

Per mesi e mesi le provette sono rimaste a Colonia e a nulla sono servite le sollecitazione del gip del tribunale di Bolzano per la riconsegna. La Iaaf, in combutta con la Wada (come documentato da una serie di e mail intercorse) si oppose con fermezza. E c’è voluta addirittura una rogatoria internazionale del gip Walter Pellino affinchè, dopo oltre un anno, quella riconsegna avvenisse. 

Il tempo trascorso ha indubbiamente compromesso i campioni di urine. Ma la perizia effettata dal Ris – come è stato dimostrato dagli avvocati di Schwazer – è stata incompleta, manca di una serie di elemente significativi. 

Perfino il gip Pellino, a un certo punto della lunga udienza, ha sbottato: “E’ più tutelato il latte di un allevatore di mucche che le urine di un atleta”. 

Dal canto suo, il pm Giuseppe Bramante, ha autorizzato supplementi di “analisi che potranno essere effettuate in poche settimane e anche meno”, come ha commentato il genetista di Schwazer, Giorgio Portera.

La sentenza, quindi, potrebbe anche essere emanata prima di fine anno. 

Un giallo che fa paura a molti, a partire dai colossi dell’atletica e dell’antidoping, Iaaf e Wada, i quali hanno tutta l’intenzione di delegittimare chi li ha accusati e di insabbiare ogni voce che osi contrastare il loro immenso potere, che si traduce inpotere & miliardi. 

La stessa agenzia Ansa, nel commentare l’udienza processuale del 14 settembre a Bolzano, è stata molto cauta. Prima ha raccolto una breve frase di Alex: “C’e l’avevano con me. Speravo che questa udienza fosse risolutiva invece no. Ma andiamo avanti. Non ho più fretta, posso attendere”. 

Poi il commento della stessa Ansa: “Dall’esame – è stato detto – non sono risultate prove evidenti di manipolazione delle urine. Anche la quantità diversa di DNA delle due prove, secondo i periti, non è significativa. La difesa invece insiste nella tesi complottista e ha chiesto ulteriori perizie”.

Gli altri grossi (sic) organi di d’informazione hanno addirittura silenziato la notizia. 

Meglio non disturbare mai i manovratori. 

  

Aventindrè, che bel divertimento

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Sono quelli del faccio e disfo, del dico e disdico, dell’avanti marc… e del dietro front, quelli del pentimento del giorno dopo. Insomma i grillini. Non manca giorno che in assenza di operatività annuncino “faremo, stiamo lavorando su… e sempre al futuro, tanto che costa pronosticarlo, gli italiani e specialmente chi li ha votati hanno altro a cui pensare, dimenticano le promesse non mantenute, gli impegni evanescenti, finiti nel nulla della loro inconsistenza politica, la loro incapacità a governare. In archivio, per chi ha memoria, sono decine i casi di oracoli svaniti nella nebbia del letargo operativo, ma per stare all’attualità c’è da raccontare l’ultimo, fresco di giornata. Tale Fioramonti, sottosegretario dell’istruzione pentastellato, con un colpo di genio aveva designato tale Giarrusso, ex iena, protagonista di discusse imprese mediatiche con discredito della scienza e della ricerca dell’Italia, a dirigere l’osservatorio proprio sui concorsi universitari negli enti di ricerca. Ora Fioramonti, cinquestelle che dovrebbe essere declassato a un massimo di due stelle, come gli alberghetti di serie C, inghiotte il rospo delle critiche piovute sulla scelta, la rivolta dei docenti universitari e cancella la nomina. Ubaldo Pagano, Pd: “Era la solita bufala targata M5S. Gli hanno semplicemente dato uno stipendio come segretario di un sottosegretario”.

Non cambia niente delle rappresentazioni tragicamente clownesche che mettono in scena il melodramma dei politici azionati come burattini dal burattinaio Vespa di Porta a Porta. Nella stagione del berlusconismo, l’ex direttore del Tg1, poi lautamente retribuito dalla Rai con un contratto milionario, ha tirato la volata dell’ex cavaliere, prono ai suoi piedi, a testimoniare il falso, cioè gli impegni di un virtuale contratto con gli italiani per un milione di posti di lavoro e altre balle. Per rimanere a galla, il conduttore a vita di Porta a Porta, che rimpingua i guadagni con la vendita dei suoi libri, uno all’anno, pubblicizzati da tutte le reti e i programmi Rai, e di più, con il ruolo di moderatore di dibattiti e convegni, ha fiutato l’aria che tira politicamente. E’ immortalato nel fermo immagine che lo ritrae insieme a Toninelli e in mano il modello del ponte di Genova, l’uno e l’altro con un sorriso da dentifricio Durbans, commentato dai social con fischi e pernacchi.

Da non dimenticare, una perla del’“Incompiuto” Di Maio: se non si sarebbe la terra la stella più bella sei tu

Sputtanato dall’Europa, il “Ce l’ho duro” valpadano risponde con insulti e minacce. “Governerò l’Europa con Orbàn”, proclama Salvini. Ovvero, quando il delirio di onnipotenza sconvolge la mente. Ma attenzione, anche Hitler e Mussolini hanno attraversato un’identica fase di megalomania perversa e se la democrazia non si sveglia rapidamente dal torpore di questi anni, il rischio di colpi di Stato e di sovranismo diffuso sono già preoccupanti.

Stati Uniti d’America, l’America di Trump. Stragi nelle scuole, a decine, centinaia di morti, violenze contro giovani di colore e per chi non ne fosse informato, un numero impressionante di vittime della pistola elettrica Taser (oltre cento). Lo ricorda autorevolmente un illustre cardiologo e chiarisce il perché della preoccupazione. La pistola agisce in modo diametralmente opposto al defibrillatore e in condizioni particolari di chi è colpito può causare la morte. Il Taser emana una carica di alta tensione, seppure di basso amperaggio, con impulsi ravvicinati responsabili di aritmia cardiaca. Se il soggetto colpito è cardiopatico o tossico dipendente la pistola potrebbe rivelarsi letale.

Dieci anni fa falliva la Lehman Brothers

tvsvizzera.it 15.9.18

Dieci anni fa Lehman Brothers gettava la spugna, aprendo una crisi mondiale i cui effetti ancora si sentono. Nonostante la ripresa economica in corso ormai da mesi e un mercato del lavoro che continua a rafforzarsi, la crescita ha tagliato fuori una buona fetta della classe media gettando – secondo molti osservatori – i semi di quel populismo che ha preso le forme della Brexit e dell’elezione di Donald Trump.

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Da settembre 2008, l’economia americana ne ha fatta si strada, così come ne hanno fatta le banche statunitensi. Di coloro che erano alla guida dei colossi di Wall Street durante i mesi iniziali della crisi, quelli più convulsi caratterizzati da un susseguirsi di misure di emergenza, sono rimasti solo due ‘volti noti’: Jamie Dimon di JPMorgan e Lloyd Blankfein di Goldman Sachs. Tutti gli altri si sono ricollocati in posizioni meno di primo piano, anche i ‘colpevoli’.

Ne è un esempio ‘il gorilla di Wall Street’ Rick Fuld, amministratore delegato di Lehman al momento del crollo, che pur essendo diventato la faccia dei mali della finanza ha ripreso tranquillamente a lavorare fondando nel 2016 una società di asset management, Matrix Capital Group. Il tutto senza mai un mea culpa.

Il ricordo di quei giorni del 2008, quando la paura per una situazione che precipitava a vista d’occhio, ancora scuote Wall Street, la cui cultura però – ha denunciato il direttore del Fmi Christine Lagarde – stenta a cambiare fra prese di rischio eccessive e innovazione tecnologica che rappresentano le nuove minacce.

Niente è cambiato…

Eppure quel 15 settembre, il giorno della bancarotta di Lehman Brothers, sembrava essere stato in grado di aver cambiato le carte in tavola: lo spavento è stato talmente grande e le perdite talmente forti che un’inversione di rotta sembrava scontata. Ma le abitudini sono dure a morire a così Wall Street resta un club di soli uomini, dove gli eccessi continuano a farla da padroni. L’unica certezza è che lavorare in una delle grandi banche non è più l’ambizione della maggioranza: la Silicon Valley più rilassata e aperta attrae più di Wall Street, in quello che è un evidente scontro culturale.

Con le immagini ancora impresse dei centinaia di dipendenti con gli scatoloni che escono da Lehman, in molti guardano ora alla prossima crisi, cercando di intravederla prima di essere travolti. E in molti puntano ancora una volta il dito sul mercato immobiliare: dopo essersi ripreso di recente sta sperimentando ore un forte aumento dei prezzi che sembra presagire il peggio, complice anche il rialzo dei tassi della Fed che rende i mutui più costosi.

Nuova crisi in vista?

Altri guardano invece alle possibili bolle sul mercato finanziario, con Wall Street che continua a viaggiare su livelli record incurante delle tensioni commerciali e l’incertezza politica. Altri ancora attendono possibili passi falsi da parte delle banche centrali, che dopo anni di mosse coordinate procedono ora in direzioni diverse che riflettono i diversi stadi della ripresa economica a livello globale. Per ora comunque nessuno guarda con preoccupazione a Washington: le difficoltà di Trump e lo spettro dell’impeachment non spaventano.

La versione di Roubini a 10 anni dal fallimento Lehman Brothers

Forbes.it, Redazione Forbes Italia 14.9.18

Economist Nouriel Roubini

Getty Images
Economist Nouriel Roubini

di Angela Antetomaso

Sono trascorsi 10 anni dal giorno in cui è stato annunciato il fallimento di Lehman Brothers. In un giorno che sembrava iniziare come tanti altri si sono poi visti all’improvviso i mercati crollare, i volumi impazzire, la volatilità alle stelle: il tutto nel giro di un attimo. Quel giorno ci siamo resi conto che qualcosa era cambiato, e forse per sempre: Lehman era grande ma non too big to fail, troppo grande per fallire.

A quel momento simbolico è seguito quasi un decennio di incertezza economica, finanziaria e sociale, a livello globale di cui ancora vediamo gli effetti: macroeconomici, finanziari, sociali e politici.

Qui una parte dell’intervista video, che sarà poi visibile in modo completo nei prossimi giorni su Rosa & Roubini Associates e AngelaAntetomaso.com.

Tra i pochissimi ad avere previsto una crisi imminente, c’era un economista allora ancora poco conosciuto che continuava a ribadire che i mercati erano sopravvalutati e che la bolla immobiliare (e non) sarebbe esplosa da un momento all’altro. Lo avevano soprannominato Dr. Doom proprio per questo – ma come dice lui “non si trattava di fare la cassandra, semplicemente di essere realisti”.

Dieci anni dopo ho avuto modo di parlare a lungo di quel momento con Nouriel Roubini e Brunello Rosa, suo attuale partner in Rosa & Roubini Associates. Ne è emersa una lunga intervista in cui analizziamo cosa è accaduto allora, quale è la lezione appresa e cosa si può fare oggi per evitare un’altra crisi del genere.

Tali riflessioni, riportate anche in uno special paper pubblicato di recente dalla London School of Economics, ci portano ad approfondire le cause profonde della crisi, gli intrecci tra finanza, regolatori e politica che hanno portato al disastro e perché le istituzioni preposte al mantenimento della stabilità economica e finanziaria non siano riuscite ad arginarlo. Discutendo degli strumenti di politica fiscale e monetaria adottati per contenere gli effetti della crisi e della loro efficacia, ci soffermiamo in particolare sullo scarso uso della leva fiscale, che almeno in Europa avrebbe potuto alleviare gli effetti più pesanti della crisi economica.

Un punto cruciale che emerge è la relazione tra crisi finanziaria e il rafforzamento dei movimenti populisti, che hanno poi portato prima alla Brexit e poi all’elezione di Trump. Roubini e Rosa sono convinti che le liberaldemocrazie abbiano gli strumenti per contrastare l’avanzata populista, ma siano reticenti ad usarli: tra questi, una sana politica di redistribuzione del reddito. A ragione di questo, le democrazie sono adesso a rischio, e difficilmente reggerebbero l’impatto di un’altra crisi economica e finanziaria, che prima o poi emergerà – e i cui prodromi già si vedono. In questo contesto, l’acuirsi di tensioni geopolitiche, innestate su un quadro macroeconomico in rallentamento ed un sistema finanziario fragile, potrebbero scatenare tale crisi in qualunque momento.

Le lezioni che si sono apprese sono varie: dalla necessità di regolare gli eccessi della finanza, a quella di intervenire tempestivamente con politiche monetarie e fiscali aggressive per evitare che una recessione diventi una depressione, dal tutelare i più deboli in modo che non diventino facile preda del populismo, alla necessità di un coordinamento a livello globale. Tutto questo dovrebbe aiutare a prevenire la prossima crisi, o quantomeno ad attutirne gli effetti. Il risultato però si vedrà solo alla prova dei fatti.

Lehman Brothers, 10 anni dopo il fallimento: «Una vita stravolta»

di ALESSIA ARCOLACI vanityfair.it 15.9.18

Lehman Brothers, 10 anni dopo il fallimento: «Una vita stravolta»

Dieci anni fa tutti i telegiornali passavano le immagini che decretavano la fine della quarta banca d’investimento americana. Ventiseimila dipendenti senza lavoro. Ecco cosa fanno oggi alcuni di loro

Scarpe, vestiti per la palestra e per il pub. Poi documenti personali e di lavoro, penne e fogli scarabocchiati. Ma anche un kit per l’evacuazione d’emergenza e una tazza firmata Lehman Brothers. Un pezzo di storia, oggi.

Sono queste le cose che Natalia Rogoff, 41 anni, ex dipendente della quarta banca d’investimento negli Stati Uniti, la Lehman Brothers ha messo, a fatica, nella scatola con cui ha lasciato l’ufficio il 15 settembre 2008. Il giorno della bancarotta. Del fallimento più complesso della storia degli Stati Uniti.

È la punta dell’iceberg. Della crisi economica che colpirà l’Occidente tutto e oltre.

«Sapevamo che l’azienda era arrivata a un punto di non ritorno ma quella mattina non avevamo idea di cosa fare. C’erano giornalisti dappertutto e nessuno dai piani alti ci comunicava cosa stesse davvero accadendo». Quando Natalia ci risponde al telefono è appena tornata a casa dopo la giornata di lavoro. Quello nuovo, quello che avviato a Londra insieme a suo marito Giovanni, italiano, due mesi dopo essere rimasta disoccupata. 

«La crisi economica già forte a Londra aveva lasciato senza lavoro anche lui. Dopo diversi colloqui e tanta preoccupazione abbiamo deciso di avviare il nostro business personale: la pasta». All’inizio Natalia e suo marito preparavano il pesto in casa. «Ed era folle. Poi anno dopo anno ci siamo affermati nel mercato e oggi abbiamo diversi negozi». È  The Seriously Italian Company. «Produciamo pasta ispirandoci al concetto di cucina povera e usiamo solo ingredienti di alta qualità. Lavoriamo rispettando l’etica».

Un’altra vita, quella dopo il crac finanziario. «Quello alla Lehman Brothers era il lavoro dei miei sogni», continua Natalia. «Avevo dato tutto a quel posto, studi universitari, esami. Di quella mattina ricordo lo choc. Da una parte sapevo di avere perso il lavoro e dall’altro mi chiedevo se qualcuno il 27 del mese mi avrebbe versato lo stipendio». Con un mutuo da pagare, una casa appena acquistata, 31 anni.

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Per due settimane Natalia, insieme ai suoi colleghi ha continuato ad andare al lavoro. «Tutti ci siamo presentati nei nostri uffici ancora per due settimane, come ci era stato chiesto. C’era chi cercava altri lavori, chi faceva colloqui, chi tentava di dare risposte ai clienti che telefonavano per sapere dove fossero finiti i loro soldi. Era strano, era come abbandonare la nave».

In un solo giorno 700miliardi di valore spariscono dai fondi pensionistici e da altri fondi d’investimento. Ventiseimila dipendenti restano senza lavoro. Ottomila società, tra controllate e affiliate, che avevano 600 miliardi di asset e di debiti, sprofondano in mano a centomila creditori.

Fare la pasta era qualcosa che Natalia non aveva mai preso in considerazione prima. «Ma oggi lavoro molto di più di quando ero in banca e la soddisfazione è diversa. È reale, faccio qualcosa di concreto con le mie mani». E soprattutto, non mette l’aglio nella loro lasagna fresca. Una perla rara in Inghilterra.

Per ogni scatolone uscito dalla Leihman Brothers c’è una storia. Di caduta, di rinascita. Ex manager che si sono sentiti per un istante onnipotenti, poi sono caduti. Come Stephen, 48 anni, che mentre riempiva il suo scatolone si ripeteva che «Tutto sarebbe andato bene».

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Ma sapeva che era solo una frase di circostanza. «Sono figlio di irlandesi che credono nel non consumare tutto: mi ero messo da parte dei soldi e ho resistito per più tempo prima di tornare per un periodo a casa dei miei», ha raccontato al Manifesto. «Mandavo curriculum ma non si trovava niente. Nei supermercati o nelle catene di grande distribuzione c’erano cartelli che invitavano i manager a non cercare lavoro come commessi altrimenti i commessi che lavoro avrebbero dovuto fare?». Poi ha ricominciato davvero. «Oggi mi occupo di progettazione e mantenimento di giardini e spazi verdi. Ho una compagnia con un amico. Molti ex manager sono entrati nel mondo delle start up».

Lo ha fatto John Zimmer, 34 anni, il più famoso. Ha fondato Lyft a San Francisco, con cui fa concorrenza a Uber e sta rivoluzionando il mondo dei trasporti americano e non solo. «Mi ritengo molto fortunato ad avere il potere di cambiare il futuro dei mezzi di trasporto, che offrirà una città di domani più centrata sulle persone». E non sulle auto.

Per Emilie Bellet quello alla Lehman Brothers era il primo lavoro. Nell’estate del 2008 aveva 25 anni e si era appena laureata. «Mentre stavo andando a piedi al lavoro, quella mattina, leggevo le notizie sui media e sapevo già della bancarotta», ha raccontato alla Bbc. «Ho vissuto sulla mia pelle la più grave crisi della storia finanziaria. So che le persone hanno perso la fiducia nelle banche e nelle istituzioni finanziarie». Per questo, dopo diverse esperienze, Emilie Bellet ha deciso di fondare un anno e mezzo fa Vestpod, un’azienda con cui cerca di dare più forza alle donne attraverso l’educazione finanziaria.

Non ha lasciato il mondo delle banche Nikolay Storonsky, che nel 2008 aveva 21 anni. «Ero giovane e stupido», ha detto alla Bbc. «Non credo di avere davvero capito in quel momento cosa stava succedendo». Oggi, dieci anni dopo ha le idee molto chiare. «Insieme ad alcuni amici stiamo cercando di lanciare un account bancario globale, per tutti. L’idea è di fare ciò che le banche fanno ma dieci volte meglio e ad un costo dieci volte inferiore».

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Le 10 regole di Schopenhauer per essere felice qui e ora

angolopsicologia.com JENNIFER DELGADO SUÁREZ

Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer era un pessimista estremo, pensava che vivessimo nel peggiore dei mondi possibili e che la felicità fosse solo un’illusione. Famosa è la sua frase: “la vita oscilla come un pendolo avanti e indietro, tra dolore e noia”.

Tuttavia, dopo la sua morte, tra i suoi appunti personali venne trovato un manoscritto intitolato: “Die Kunst, glücklich zu sein”, che potrebbe essere tradotto come “L’arte di essere felici”. In quel manoscritto elencava una serie di regole per evitare le sofferenze inutili ed essere più felici.

Questi sono alcuni tra i consigli più preziosi di questo filosofo per essere felici, o almeno provarci.

Le chiavi della felicità, secondo Schopenhauer

1. Evita l’invidia e i confronti

“Nulla è implacabile o crudele come l’invidia”, disse Schopenhauer. L’invidia è una delle emozioni più negative che possiamo provare perché ci condanna a uno stato di insoddisfazione permanente, allontanandoci dalla felicità. Confrontarci con gli altri implica dedicare tempo ed energia a un compito infruttuoso in cui quasi sempre perdiamo, perché di solito ci confrontiamo con quelli che pensiamo essere più ricchi, capaci o felici. Pertanto, il primo passo per essere felici è smettere di confrontarci e capire che l’invidia non ha senso perché siamo tutti diversi.

2. Smettila di preoccuparti dei risultati

Schopenhauer disse che prima di intraprendere qualsiasi progetto o prendere una decisione importante, dovremmo riflettere a lungo su di esso ma, una volta fatto il passo, dobbiamo smettere di preoccuparci ossessivamente dei risultati. Il filosofo ci incoraggia a dare il meglio di noi stessi e a rimanere con l’intima soddisfazione di aver fatto del nostro meglio, senza essere troppo ansiosi per i risultati ottenuti, perché spesso non dipendono neppure esclusivamente da noi.

3. Segui il tuo istinto

Schopenhauer pensava che ci fossero persone molto creative e altre più logiche, persone portate all’azione e altre alla contemplazione. Pertanto, uno dei suoi consigli per essere felice è lasciarsi portare dall’istinto e non andare contro la nostra natura. Secondo lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi, significherebbe trovare la nostra passione autentica e seguirla, entrare in quello stato di flusso che provoca un’enorme soddisfazione interiore.

 4. Fai in modo che la tua felicità dipenda solo da te

Questo filosofo incoraggiava l’autosufficienza. Spiegava che se la nostra felicità dipende dagli altri, allora non è nostra. Considerava che “la felicità appartiene a coloro che sono autosufficienti, perché tutte le fonti esterne di felicità e divertimento sono, secondo la loro specie, insicure, difettose, fugaci e soggette al caso”. Per questo motivo, incoraggiava a cercare le ragioni per essere felici dentro di noi, non fuori.

5. Limita i tuoi desideri

Schopenhauer, profondamente influenzato dalla filosofia buddista, pensava che per essere felici dobbiamo limitare i nostri desideri. Pensava che desiderare continuamente ci sprofonda in una spirale di insoddisfazione che ci porta a rincorrere cose che non finiranno mai di soddisfarci, perché genereranno nuovi bisogni e desideri. Pertanto, era profondamente convinto che uno dei segreti per essere felici è desiderare molto meno.

6. Controlla le tue aspettative

Questo filosofo non solo ci incoraggia a limitare i nostri desideri, ma anche le nostre aspettative, perché queste sono spesso la causa dell’infelicità. Ogni aspettativa che non è soddisfatta è un terreno fertile per la frustrazione. Infatti, egli affermava che “invece di speculare sulle possibilità favorevoli, inventando centinaia di illusioni speranzose, tutte gravide di delusione se non soddisfatte, dovremmo concentrarci su tutte le possibilità avverse, che ci porterebbero a prendere delle precauzioni”. In altre parole, ci incoraggia a sviluppare una visione più realistica che ci permetta di affrontare gli ostacoli, invece di nutrire false aspettative che ci rendono infelici.

7. Valuta ciò che hai come se dovessi perderlo domani

Molto prima che venissero realizzati gli studi moderni sulla gratitudine, Schopenhauer parlava già dell’importanza di valorizzare ciò che abbiamo, dalla salute, la famiglia e gli amici alle cose materiali. Ci avvertì che “raramente pensiamo a ciò che abbiamo; ma sempre in quello che ci manca”. Pertanto, dobbiamo imparare a guardare alla vita attraverso lenti più positive, sentendoci grati per quei “doni” e approfittandone finché possiamo. Iniziare la giornata ringraziando per quello che abbiamo è un modo eccellente per coltivare la felicità.

 8. Sii compassionevole con te stesso

Possiamo diventare dei giudici molto spietati con noi stessi. Analizzando le nostre vite e gli errori che abbiamo commesso, potremmo esagerare con i rimproveri, generandoci un profondo senso di colpa e insoddisfazione che a sua volta genera amarezza. Per questo motivo, Schopenhauer diceva che “la gentilezza è come un cuscino, che anche se non ha nulla dentro, almeno smorza le devastazioni della vita”. Il filosofo incoraggia ad essere più gentili e comprensivi con i nostri difetti e debolezze, il che non significa che non dovremmo cercare di migliorare, ma senza autoflagellarci.

 9. Bilancia l’attenzione tra il presente e il futuro

Schopenhauer pensava che uno squilibrio tra l’attenzione che diamo al presente e quella che diamo al futuro, può far sì che l’uno rovini l’altra. In sostanza, ci esorta a elaborare progetti, ma restando con i piedi per terra, godendoci il qui e ora, senza rinviare la felicità ad un futuro che potrebbe non arrivare mai. La sua idea era che non dovremmo ipotecare la nostra felicità per un obiettivo futuro, ma nemmeno dovremmo essere troppo offuscati da un’avversità presente per pensare che il futuro non ci porterà niente di positivo. La chiave sta nel muoversi con scioltezza nel tempo, per trovare in ogni momento ciò di cui abbiamo bisogno per andare avanti.

 10. Intraprendi e impara, sempre

Schopenhauer disse “non c’è vento favorevole per coloro che non sanno in che porto stanno andando”. Pertanto, attribuiva sempre una grande importanza ai piani e ai progetti futuri, che apportano una buona dose di entusiasmo alla vita. Quando restiamo nella nostra zona di comfort, senza imparare nulla o progettare nuove sfide, ci spegniamo un poco alla volta ogni giorno. Pertanto, per essere felici, dobbiamo andare avanti continuamente, imparando sempre qualcosa di nuovo e ponendoci nuove sfide che ci consentano di crescere come persone.

Danni collaterali

Davide Maria De Luca il post.it 15.9.18

La storia di come la grande crisi arrivò in Italia e di come l’ha cambiata, a dieci anni dal fallimento di Lehman Brother

 (AP Photo/Pier Paolo Cito)

Sono passati dieci anni dal fallimento di Lehman Brothers, e l’Italia è l’unico tra i grandi paesi del cosiddetto mondo sviluppato a non essersi ancora davvero ripreso dalla crisi. Mentre gran parte del mondo ha recuperato il terreno perduto, i dati dicono che l’Italia rimane più povera, più diseguale e più insicura di quanto non fosse dieci anni fa. Più che altrove, in Italia la crisi ha a messo in discussione le conquiste sociali del recente passato e il modello economico su cui si basava il presente; ha cancellato la certezza che la generazione dei figli avrebbe sempre vissuto meglio di quella dei genitori.

Era difficile immaginare che il fallimento di una banca dall’altra parte del mondo avrebbe innescato queste conseguenze quando il 15 settembre 2008 – era il primo pomeriggio in Italia – le agenzie di stampa diffusero la notizia della bancarotta di Lehman Brothers. Ma dieci anni dopo, grazie a storici, giornalisti ed economisti, il tortuoso cammino che da Wall Street porta fino alla grande crisi italiana si è fatto almeno in parte più chiaro.

Le banche italiane non parlano inglese
«Quando nel 2008 la tempesta si abbatté sulla finanza mondiale», ha scritto lo storico economico Adam Tooze, «la schadenfreude dei politici europei era palpabile». Tooze, che lo scorso agosto ha pubblicato un’acclamata storia della crisi, si riferisce alla “gioia per le disgrazie altrui” di cui gli europei fecero grande sfoggio quando nell’autunno del 2008 il fallimento di Lehman Brothers innescò un processo che portò il governo statunitense a compiere la più grande operazione di salvataggio pubblico che si fosse mai vista. Peer Steinbruck, l’allora ministro socialdemocratico delle Finanze tedesco, disse che la superiorità finanziaria americana aveva «le ore contate». Il presidente francese François Sarkozy annunciò che il modello del «mercato onnipotente che sa e che può tutto» era «finito».

Erano dichiarazioni in cattiva fede, ricorda Tooze. Mentre fustigavano gli errori statunitensi, i politici europei sapevano perfettamente che i bilanci delle loro banche erano altrettanto gonfiati, e dalla stessa bolla il cui scoppio aveva appena abbattuto Lehman Brothers. Ma nel caso dell’Italia l’ottimismo di ministri e dei capi di governo sembrava giustificato. Le banche italiane non avevano riempito i loro bilanci di titoli “tossici” e la bolla del mercato immobiliare era stata di dimensioni trascurabili, se paragonata a quello che era accaduto in altri paesi. Nel gennaio del 2009 l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti poteva dichiarare con soddisfazione che l’Italia si era salvata dal disastro perché le sue banche “non parlano inglese”.

I critici rispondevano a lui e al capo del suo governo, Silvio Berlusconi, che c’era poco da festeggiare perché l’Italia si trovava nella peggiore recessione della zona euro. Ma anche i più pessimisti non avevano ragioni per pensare che quella in corso fosse diversa da una recessione ciclica, di quelle che capitano quasi inevitabilmente ogni decina di anni. Nella seconda metà del 2009 l’economia iniziò a dare qualche modesto segnale di ripresa e in Italia si iniziò a respirare un’atmosfera di contagioso ottimismo. Mentre le istituzioni europee e il Fondo Monetario Internazionale intervenivano per salvare una dopo l’altra Irlanda, Grecia e Portogallo, il Sole 24 Ore assegnò a Tremonti il premio “uomo dell’anno” per aver «tenuto fermo il timone italiano nella tempesta della crisi».

Quando la marea si ritira, si vede chi nuotava nudo
Il meccanismo con cui la crisi si stava riversando da Wall Street all’Europa è ancora oggi oggetto di discussioni. Ma nelle sue linee essenziali le cose andarono all’incirca così: all’inizio degli anni Duemila i mercati internazionali furono sommersi da centinaia e centinaia di miliardi di dollari, frutto delle politiche espansive del governo Bush e soprattutto della Federal Reserve (anche detta Fed), la banca centrale americana che aveva abbassato i suoi tassi di interesse per fare fronte a una crisi finanziaria e all’incertezza causata dall’11 settembre. Nello stesso periodo i settori bancari di Stati Uniti ed Europa subirono la più grande deregolamentazione che si fosse vista dal dopoguerra.

Gli economisti si sono divisi su quale dei due fenomeni fosse quello a cui attribuire maggiori responsabilità. Una semplificazione che farà arrabbiare molti è che i “monetaristi” e gli economisti di destra sostengono che la colpa sia sopratutto delle banche centrali e degli stati, mentre i keynesiani e gli economisti di sinistra sostengono che i privati e la deregolamentazione abbiano maggiori responsabilità. Quello su cui tutti sono d’accordo è che il mix tra soldi facili e poche regole è un pessimo mix. Il risultato fu la creazione di una serie di bolle finanziarie. La più grande fu quella dei cosiddetti mutui subprime, i mutui estremamente rischiosi che, impacchettati all’interno di titoli derivati, portarono al fallimento di Lehman Brothers. Altre bolle immobiliari si formarono in Irlanda, in Portogallo e in Spagna, mentre in Grecia fu il governo ad approfittare del credito facile di quegli anni.

Dopo una lunga serie di avvisaglie nel corso del 2007 e del 2008, il fallimento di Lehman Brothers segnalò definitivamente lo scoppiò della bolla. Gli investitori spostarono il loro denaro verso i “porti sicuri” – cioè titoli di stato di paesi ultra-solidi come Stati Uniti e Germania – e il flusso di denaro che aveva sommerso i mercati globali si disseccò. Il passaggio chiave tra crisi finanziaria e crisi fiscale avvenne quando gli stati europei più fragili cercarono di salvare le loro banche, ma i buchi da riempire si rivelarono così grandi da portare a un passo dal fallimento gli stati stessi. La Grecia, che aveva persino truccato i conti prima per entrare nell’euro e poi per nascondere il suo reale indebitamento, si ritrovò senza più nessuno disposto a prestarle denaro. Era una situazione che il finanziare statunitense Warren Buffett aveva descritto in occasione di un’altra crisi, quella scoppiata all’inizio degli anni 2000 con lo scoppio della bolla delle dot-com: «Quando la marea si ritira si vede chi stava nuotando nudo».

L’Italia, con le sue banche che “non parlavano inglese”, era rimasta relativamente immune da quella prima fase della crisi. Mentre negli altri paesi della periferia europea i governi aprivano voragini nei loro bilanci per salvare le banche in crisi, l’Italia mantenne il deficit sotto controllo. Con il senno di poi un intervento sulle banche italiane sarebbe stato forse necessario, ma all’epoca c’erano ottimi motivi per essere doppiamente prudenti e tenere la spesa sotto controllo. L’Italia era un “osservato speciale” a causa del suo enorme debito pubblico, pari a due trilioni di euro, il più alto d’Europa e uno dei più alti al mondo.

Agli occhi di molti tedeschi e nord europei l’Italia era un paese dove la spesa pubblica era stata gestita in maniera allegra fino all’arrivo della crisi, ma in realtà l’origine del debito pubblico italiano non era recente: risaliva all’epoca dei governi del cosiddetto “pentapartito” degli anni Ottanta. Quando arrivò la recessione del 2008-2009 l’Italia aveva da tempo cambiato corso. Nei 15 anni precedenti era stata il paese fiscalmente più disciplinato d’Europa e probabilmente uno dei più disciplinati al mondo. Tra il 1993 e il 2008 il suo rapporto debito/PIL era calato di quasi 20 punti percentuali rispetto al record toccato all’inizio degli anni Novanta. Il merito era sopratutto di una classe di tecnici e politici formata da persone come Carlo Azeglio Ciampi, il suo delfino Mario Draghi, Romano Prodi e Mario Monti. Un gruppo di tecnici abile a mantenere i conti in ordine, anche se meno capace di trovare una formula che riportasse il paese alla crescita economica, che per tutto il quindicennio rimase stagnante.

L’avanzo primario del governo italiano, cioè la spesa pubblica prima del pagamento degli interessi sul debito accumulato, uno dei principali indicatori di salute finanziaria per uno stato (Ministero dell’Economia e delle Finanze)

Tremonti non si dimostrò il migliore dei loro allievi: nel suo primo mandato da ministro dell’Economia, tra 2001 e 2006, arrivò quasi ad azzerare l’avanzo primario senza però riuscire a rimettere in moto la crescita. Ma quando arrivo la crisi la sua capacità di tenere a bada la smania di spesa del suo capo di governo, Silvio Berlusconi, fu molto apprezzata dai guardiani dei conti pubblici italiani. Nel settembre del 2010 Mario Monti scrisse sul Corriere della Sera che le politiche economiche di Tremonti avevano permesso al paese di attraversare la crisi con “danni molto inferiori a quelli di altri paesi pur considerati meno fragili”.

Pochi mesi dopo l’allora governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, celebrò il fatto che anche grazie alla «prudente gestione della spesa durante la crisi» lo sforzo che l’Italia doveva fare per restare immune dal contagio economico «era minore che in molti altri paesi avanzati». Né Monti né Draghi immaginavano che nel giro di un anno Tremonti non sarebbe più stato ministro, e che sarebbe spettato a loro due il compito di salvare non soltanto l’Italia, ma l’intera Europa.

«Fate presto»
Nel frattempo, la risposta delle istituzioni europee alla crisi era stata lenta e inconsistente. Soltanto nel corso del 2010 il governo tedesco di Angela Merkel – con il contributo più o meno attivo della Francia e l’acquiescenza del resto dell’eurozona – arrivò ad elaborare una parziale ricetta di “salvataggio” basata su due pilastri. Da un lato, il paese in crisi che chiedeva aiuto avrebbe ricevuto dei prestiti in cambio dell’attuazione di severe misure di austerità e dell’implementazione di riforme (soprattutto privatizzazioni e liberalizzazioni del mercato del lavoro); dall’altro, i privati avrebbero dovuto contribuire al salvataggio.

Era il famoso “private sector involvement”, o “PSI”: significava che chi aveva prestato soldi a un’impresa fallita (una banca oppure uno stato, due termini che nella periferia dell’Europa stavano diventando sempre più interconnessi) avrebbe dovuto partecipare al fallimento sacrificando una parte del suo investimento. Il risultato immediato fu che i grandi investitori internazionali persero la certezza, o quasi, che avevano avuto fino a quel momento: vedersi sempre rimborsare i loro crediti dai paesi della zona euro. In risposta, cominciarono a chiedere premi sempre più alti per continuare a mettere i soldi nelle banche o nei titoli di stato dei paesi periferici. La differenza tra il rendimento che chiedevano per acquistare titoli di paesi ritenuti sicuri, come la Germania, e quello che domandavano agli altri iniziò ad allargarsi: lo “spread” aveva fatto il suo ingresso nel dibattito pubblico europeo.

Dopo Grecia, Irlanda e Portogallo, il candidato più ovvio per la successiva crisi era la Spagna, con il suo traballante settore bancario. Ma subito dopo arrivava l’Italia. Già alla fine del 2009 la recessione in Italia aveva cancellato i risultati dei lunghi anni di disciplina fiscale e il rapporto debito/PIL era tornato ai livelli del 1993. Anche se i conti erano in ordine, l’Italia aveva pur sempre il terzo debito pubblico più grande al mondo e un’economia stagnante oramai da un ventennio, da ben prima che la crescita si arrestasse in tutto il mondo. Nel corso dell’estate del 2011 lo spread italiano superò i cento punti e poi i duecento. Poi superò quello spagnolo, nonostante la Spagna si trovasse in difficoltà molto più immediate.

Secondo alcuni, le attenzioni ricevute dall’Italia non si spiegavano soltanto con i dati macroeconomici. «Quella che era venuta a mancare era la fiducia internazionale nel nostro paese», ha raccontato al PostFerruccio De Bortoli, all’epoca direttore del Corriere della Sera. Il colpevole principale, secondo molti, era l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indebolito dagli scandali sessuali, a capo di un governo diviso e sostenuto una maggioranza frammentata. Nel corso dell’estate il Corriere diretto da De Bortoli chiese più volte a Berlusconi di risolvere la paralisi annunciando elezioni anticipate e promettendo di non ricandidarsi. Il Corriere non era il solo, ma Berlusconi rifiutò di compiere qualsiasi azione: disse che la crisi era un’invenzione dei media e risponde alle critiche dicendo che i ristoranti erano pieni.

La situazione intanto peggiorava. Lo spread continuava ad aumentare e in particolare cresceva il rischio specifico che gli investitori attribuivano all’Italia. A ottobre De Bortoli scrisse in un editoriale: «L’Italia non è la Grecia. È la settima economia al mondo, la seconda industria manifatturiera d’Europa. Ha più patrimonio che debiti. È ricca il doppio della Spagna. È perfettamente solvibile. Fine. Non merita ironie e sarcasmi». Il giorno prima, in un episodio destinato a restare a lungo nei ricordi di quegli anni, Merkel e Sarkozy avevano sorriso ironicamente quando a una conferenza stampa gli era stato domandato se si fidassero della capacità di Berlusconi di risolvere la situazione. «Abbiamo fiducia nell’insieme delle autorità italiane», aveva risposto Sarkozy con un sorriso sornione. La crisi, più che economica, appariva sempre più politica.

Di quali autorità parlasse Sarkozy era abbastanza chiaro. Nell’estate si erano fatte sempre più frequenti le voci del possibile arrivo di un governo tecnico, sotto l’auspicio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Quando nel corso di un’intervista al TG5 chiesero a Mario Monti, ex commissario europeo all’epoca presidente della Bocconi ed editorialista del Corriere, se avrebbe accettato di guidare un governo, lui rispose che sperava che “non ce ne fosse il bisogno”. Anni dopo racconterà che proprio in quelle settimane era stato contattato per la prima volta dal presidente della Repubblica per sondare la sua disponibilità a guidare un governo emergenziale, se ce ne fosse stato bisogno.

Alla fine di ottobre, nei sotterranei del palazzo Giusto di Lipsia a Bruxelles, i leader europei si accordarono per il più massiccio “coinvolgimento del settore privato” fino a quel momento. Dopo un’estenuante trattativa durata tutta la notte i creditori privati della Grecia accettarono di perdere il 60 per cento dei loro investimenti nei titoli pubblici greci. Berlusconi trascorse la notte da solo nelle stanze riservate alla delegazione italiana. Nessun leader europeo aveva ragioni per consultarsi con lui. Alla conferenza stampa che si tenne all’alba Berlusconi apparve sfiancato ed esausto, senza nulla da dire. Fu il suo ultimo vertice europeo. Nei giorni successivi lo spread superò i 500 punti.

Una settimana dopo Berlusconi subì l’ultimo attacco nel corso del G20 di Cannes. I leader europei gli chiesero di accettare un intervento del Fondo Monetario Internazionale in Italia. L’allora segretario al Tesoro americano Timothy Geithner ha raccontato nelle sue memorie che in quell’occasione ricevette dagli altri leader la richiesta di fare forti pressioni affinché Berlusconi si dimettesse. Geithner si rifiutò e Berlusconi resistette. Fu il suo ultimo atto da presidente del Consiglio. Tornato in Italia «Berlusconi si accorse che non solo aveva perso la fiducia internazionale, ma che aveva perso anche il consenso interno e i numeri in Parlamento», racconta De Bortoli. Quando Berlusconi non riuscì a ottenere la maggioranza in un voto al Senato, il 12 novembre, presentò le dimissioni al presidente della Repubblica. In giornata lo spread aveva toccato il record di 574 punti base. Con una mossa politicamente molto scaltra, Napolitano nominò Monti senatore a vita, mettendolo al centro della crisi politica, e poi gli affidò l’incarico di presidente del Consiglio. Monti ottenne la fiducia di tutti i principali gruppi parlamentari di centro, centrodestra e centrosinistra. Alla cerimonia del passaggio della campanella con il suo successore, Berlusconi apparve sorridente e sollevato come non lo si vedeva da mesi.

Austerità
Il nuovo presidente del Consiglio Mario Monti non poteva essere più diverso dal suo predecessore. Faceva parte di quella generazione di tecnici che aveva contribuito in maniera determinante all’adesione italiana alla costruzione europea negli anni Novanta. Per lui la salvezza del paese passava per la disciplina di bilancio, il taglio della spesa pubblica, l’aumento della flessibilità sul lavoro e le privatizzazioni. I lati più aspri di questo programma andavano moderati con un rafforzamento delle tutele sociali per le quali non sempre, durante il suo governo, si sarebbero trovati il tempo e le risorse.

Meno di un mese dopo il suo giuramento da ministro, nel tardo pomeriggio di domenica 4 dicembre, Mario Monti si rivolse in diretta televisiva agli italiani per illustrare la sua manovra economica. Per Monti il salvataggio del paese passava per una manovra da 30 miliardi di euro destinati a ridurre il deficit e a portare il paese in pareggio di bilancio entro due anni. Dodici miliardi arrivavano dai tagli di spesa, in buona parte agli enti locali, altri 18 dagli aumenti di tasse. Ma il piatto principale del decreto “Salva Italia”, come era stato battezzato, era la riforma delle pensioni che spostava l’età di pensionamento a 66 anni, una delle più severe d’Europa.

All’epoca il decreto “Salva Italia” fu approvato da quasi tutte le forze politiche, e accolto come un male necessario da gran parte degli opinionisti. Col tempo, però, i critici dell’austerità si sono fatti più numerosi. Anche in Italia sono iniziate a circolare sempre più frequentemente le opinioni di economisti come Paul Krugman, che criticano l’idea di tagliare la spesa e alzare le tasse in un momento di recessione. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha fatto poi autocritica, dichiarando che negli anni cruciali aveva sottovalutato l’impatto dell’austerità sull’economia.

Secondo molti altri, comunque, quello portato avanti da Monti fu un passaggio essenziale per salvare il paese, per quanto doloroso. All’epoca, sostengono, era necessario fornire una rassicurazione agli investitori e questa rassicurazione non poteva che arrivare con “le lacrime e il sangue” di una manovra draconiana. Chi sostiene l’austerità, anzi, spesso rimprovera a Monti di non essere andato fino in fondo. De Bortoli è uno di loro. L’austerità, ha detto al Post, fu «brutale, ma necessaria ed efficace». Il governò però mancò del coraggio di tagliare a fondo la spesa improduttiva, il che avrebbe permesso di liberare risorse con cui stimolare l’economia; e mancò di energia nel riformare il lavoro, rendendolo più flessibile come poi avrebbero fatto i governi successivi. «Monti poi fece l’errore capitale di candidarsi alle elezioni del 2013», conclude De Bortoli. «Il che finì con il segnare in maniera negativa tutta la sua esperienza».

Whatever it takes
Quel che è certo oggi è che non fu l’austerità da sola a salvare il paese. Nel marzo del 2012, quattro mesi dopo l’inizio del governo Monti, lo spread era tornato a salire, questa volta quello italiano poco meno di quello spagnolo. La causa scatenante era stata la crisi bancaria spagnola, ma quando a giugno venne raggiunto un accordo per fornire 60 miliardi di euro di aiuti alla Spagna, i mercati non si tranquillizzarono. Il problema era che il “protocollo di salvataggio” utilizzato fino a quel momento – prestiti in cambio di austerità e coinvolgimento dei privati – mancava di un terzo fondamentale pilastro necessario. Serviva un’entità che avesse risorse sufficienti da riempire il vuoto lasciato dalla fuga dei grandi investitori internazionali. Qualcuno che potesse acquistare titoli di stato e sostenerne il prezzo fino a che la crisi non fosse passata.

Il candidato più ovvio per questo ruolo era la BCE, la banca centrale europea. Acquistare titoli pubblici dopotutto era quello che altre banche centrali – come la Fed statunitense e la Banca d’Inghilterra – facevano da anni. Ma la Fed americana ha da un lato la missione di mantenere i prezzi stabili e dall’altro quella di garantire la piena occupazione, ha cioè una responsabilità generale sul benessere dell’economia americana. La BCE ha invece un mandato più limitato, che riguarda solo la stabilità dei prezzi. Per tutta la prima fase della crisi la BCE intese questo mandato nella maniera più ristretta possibile. Tooze nel suo libro la definisce una decisione «rovinosa».

Il 25 luglio 2012 lo spread sui titoli di stato italiani raggiunse quota 536, poco meno del livello che aveva toccato prima delle dimissioni di Berlusconi. Il giorno dopo, giovedì 26 luglio, il nuovo governatore della BCE, Mario Draghi, entrato in carica l’ottobre precedente, tenne un discorso a un forum di investitori a Londra. Disse che l’euro era stato creato in maniera per certi versi approssimativa, ma con la crisi i suoi difetti stavano venendo a mano a mano riparati.

I paesi europei si erano accordati per mantenere bilanci prudenti ed equilibrati e avevano creato un fondo comune per sostenere paesi in difficoltà (l’ESM). Avevano messo in chiaro, insomma, che l’unico modo di uscire dalla crisi era con più Europa, non con meno Europa. A quel punto, Draghi disse la cosa più forte. «È c’è un altro messaggio che voglio darvi quest’oggi. All’intero del nostro mandato faremo qualsiasi cosa sia necessaria per preservare l’euro». E dopo una pausa scenica aggiunse: «E credetemi, sarà abbastanza».

Anche se non fu subito chiaro, con quelle parole Draghi aveva messo fine alla crisi.

Gli investitori credettero che Draghi, messo alle strette, non avrebbe rinunciato a mettere in campo la potenza di fuoco infinita della BCE per sostenere i paesi in difficoltà e salvare l’euro. Gli spread di Italia e Spagna dal giorno successivo iniziarono a scendere, per non tornare più su livelli che avevano raggiunto. Ci sono voluti anni – fino all’approvazione del famoso Quantitative Easing – perché le parole di Draghi si traducessero in realtà e la BCE iniziasse massicci programmi di acquisto di titoli di stato. Ma il messaggio era chiaro già dal pomeriggio del 26 luglio. Draghi aveva messo la potenza della BCE a sostegno dell’euro come non era mai stato fatto prima.

Gli effetti della crisi
Terminato il rischio di una bancarotta e di un’uscita dall’euro, all’Italia rimasero da fare i conti con gli effetti della crisi. Il 2012 era stato un anno devastante per l’economia italiana, il peggiore dal 2009. Il PIL si era contratto di quasi il 3 per cento. I disoccupati sfioravano i 3,5 milioni, la disoccupazione giovanile raggiunse il record del 44 per cento. Il 2013 fu un altro anno di recessione. Nel 2014 l’economia rimase stagnante e un accenno di ripresa, lenta e parziale, si vide soltanto nel 2015. Tre anni dopo, nel 2018, l’economia stenta ancora a ripartire.

Quello uscito dalla crisi è un paese più fragile e povero, racconta oggi al Post Enrico Giovannini, presidente dell’Associazione per lo sviluppo sostenibile. Giovannini conosce bene questi numeri: tra 2009 e 2013 è stato presidente dell’Istat, per poi diventare ministro del Lavoro e delle politiche sociali nel governo Letta. Il reddito disponibile delle famiglie, per esempio, è tornato al livello degli anni Novanta. «È come se il paese avesse perso in media un quarto di secolo», spiega. Milioni di persone nel frattempo sono finite sotto la soglia di povertà, una statistica per la quale oggi siamo «al record storico». Le diseguaglianze sono aumentate: quelle tra ricchi e poveri, quelle tra Nord e Sud, tra città e periferie, tra imprese che esportano e hanno successo e imprese legate al mercato interno che soffrono.

Anche i dati sul lavoro, che a prima vista sembrano positivi, non sono così incoraggianti: «L’occupazione è tornata ai livelli ante crisi se la misuriamo in numero di occupati, ma le statistiche considerano occupato anche chi lavora un’ora a settimana. Se andiamo a guardare le unità di lavoro, siamo a più di un milione sotto al livello raggiunto prima della crisi». Il cambiamento più profondo, per Giovannini, è però di di natura profonda e psicologica: «ha a che fare con l’idea che il futuro non sarà necessariamente migliore del passato». Le attuali generazioni sono le prime da lungo tempo a sapere che le loro condizioni di vita saranno mediamente peggiori di quelle dei loro genitori, «e una democrazia che non cresce e più difficile da gestire».

Giovannini è il solo a pensare che la crisi finanziaria, diventata in Europa crisi economica e crisi fiscale, si sia trasformata in ultima analisi in una crisi politica. Per molti l’Italia è il paese dove questa mutazione è stata più evidente. Le ultime elezioni hanno strapazzato i partiti che avevano dominato gli ultimi quindici anni e portato all’ascesa di una forza politica nuova, il Movimento 5 Stelle, e di una completamente rinnovata, la Lega di Matteo Salvini. Questi nuovi partiti rinnegano tutto ciò che è avvenuto in passato: non soltanto gli anni dell’austerità, ma anche quelli del sobrio rigore e della disciplina di bilancio che hanno portato l’Italia a integrarsi nel progetto europeo.

La loro protesta per il momento è limitata alle parole; nei fatti promettono di rimanere all’interno di quei paletti che in passato hanno tanto criticato. Se manterranno le promesse delle ultime settimane, è probabile che almeno in economia assisteremo a una lenta normalizzazione della situazione. Se invece cercheranno di spingere i limiti che gli impongono l’Europa e i mercati finanziari, fino ad arrivare alla rottura, vorrà che l’ultima capitolo della storia della crisi dovrà ancora essere scritto.

Vi ricordo come i Benetton acquistarono Autostrade ai saldi

 startmag.it 15.9.18

L’approfondimento di Giuseppe Oddo, ex giornalista finanziario del Sole 24 Ore, tratto dal suo blog “Finanza e potere”
Un affare d’oro realizzato dalla famiglia Benetton durante il governo D’Alema.

L’acquisizione della società Autostrade dal gruppo Iri, tornata tristemente d’attualità dopo il crollo del ponte “Morandi” a Genova il 14 agosto 2018, è stata l’operazione più lucrosa mai realizzata da Edizione, la cassaforte finanziaria della famiglia imprenditoriale di Ponzano Veneto.

I particolari dell’acquisizione sono descritti in modo sintetico nell’Analisi trimestrale dei bilanci di R&S-Il Sole 24 Ore del 24 dicembre 2009, la pagina dedicata ai conti dei grandi gruppi quotati in Borsa che curai in modo continuativo dal 2001, anno di prima pubblicazione, al 2015, quando in seguito alla mia uscita dal giornale di Confindustria fu lasciata stupidamente morire. La fonte dei dati è dunque la società di studi e ricerche di Mediobanca, che deve la sua autorevolezza al talento, alla competenza e alla professionalità di Fulvio Coltorti.

L’acquisizione avvenne nell’ottobre 1999 tramite una scatola finanziaria appositamente costituita, Schemaventotto. Per aggiudicarsi il 30% di Autostrade, Edizione investì attraverso Schemaventotto 2,5 miliardi di euro, di cui 1,3 miliardi di mezzi propri e 1,2 miliardi presi a prestito.

Il secondo passaggio avvenne nel gennaio 2003, quando un altro veicolo finanziario controllato da Schemaventotto, denominato NewCo28, rilevò con un’Opa il 54% di Autostrade per 6,5 miliardi. In tal modo NewCo28 incorporò Autostrade scaricandole il debito che aveva contratto per finanziare l’Offerta. Per i Benetton l’operazione si chiuse a costo zero. Schemaventotto tra il 2000 e il 2009 prelevò infatti da Autostrade 1,4 miliardi di dividendi, tutti generati da utili, e ne collocò in Borsa il 12% con un incasso di altri 1,2 miliardi. Il ricavato totale fu di 2,6 miliardi di euro.

I Benetton sono pertanto rientrati dal debito, hanno recuperato i mezzi propri investiti,e la loro partecipazione nella società vale oggi svariati miliardi. Dal canto suo Autostrade, nonostante l’elevata esposizione finanziaria, continua ad avere una forte redditività e a generare profitti in misura superiore ai dividendi.

La privatizzazione di Autostrade, ossia il trasferimento di un monopolio naturale in mani private realizzato dalla maggioranza di centro-sinistra, porta su di sé il marchio di Romano Prodi,  Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi e Massimo D’Alema. Il processo di privatizzazione maturò durante il primo governo Prodi e proseguì e si concluse senza soluzione di continuità con il governo D’Alema, con Ciampi ministro del Tesoro di entrambi gli esecutivi, Draghi direttore generale e Gian Maria Gros-Pietro presidente dell’Iri.

Guarda caso Gros-Pietro, il venditore diretto di Autostrade, è andato a presiedere in seguito per un lungo periodo Atlantia,  la holding cui oggi fa capo il 100% di Autostrade.