La versione di Roubini a 10 anni dal fallimento Lehman Brothers

Forbes.it, Redazione Forbes Italia 14.9.18

Economist Nouriel Roubini

Getty Images
Economist Nouriel Roubini

di Angela Antetomaso

Sono trascorsi 10 anni dal giorno in cui è stato annunciato il fallimento di Lehman Brothers. In un giorno che sembrava iniziare come tanti altri si sono poi visti all’improvviso i mercati crollare, i volumi impazzire, la volatilità alle stelle: il tutto nel giro di un attimo. Quel giorno ci siamo resi conto che qualcosa era cambiato, e forse per sempre: Lehman era grande ma non too big to fail, troppo grande per fallire.

A quel momento simbolico è seguito quasi un decennio di incertezza economica, finanziaria e sociale, a livello globale di cui ancora vediamo gli effetti: macroeconomici, finanziari, sociali e politici.

Qui una parte dell’intervista video, che sarà poi visibile in modo completo nei prossimi giorni su Rosa & Roubini Associates e AngelaAntetomaso.com.

Tra i pochissimi ad avere previsto una crisi imminente, c’era un economista allora ancora poco conosciuto che continuava a ribadire che i mercati erano sopravvalutati e che la bolla immobiliare (e non) sarebbe esplosa da un momento all’altro. Lo avevano soprannominato Dr. Doom proprio per questo – ma come dice lui “non si trattava di fare la cassandra, semplicemente di essere realisti”.

Dieci anni dopo ho avuto modo di parlare a lungo di quel momento con Nouriel Roubini e Brunello Rosa, suo attuale partner in Rosa & Roubini Associates. Ne è emersa una lunga intervista in cui analizziamo cosa è accaduto allora, quale è la lezione appresa e cosa si può fare oggi per evitare un’altra crisi del genere.

Tali riflessioni, riportate anche in uno special paper pubblicato di recente dalla London School of Economics, ci portano ad approfondire le cause profonde della crisi, gli intrecci tra finanza, regolatori e politica che hanno portato al disastro e perché le istituzioni preposte al mantenimento della stabilità economica e finanziaria non siano riuscite ad arginarlo. Discutendo degli strumenti di politica fiscale e monetaria adottati per contenere gli effetti della crisi e della loro efficacia, ci soffermiamo in particolare sullo scarso uso della leva fiscale, che almeno in Europa avrebbe potuto alleviare gli effetti più pesanti della crisi economica.

Un punto cruciale che emerge è la relazione tra crisi finanziaria e il rafforzamento dei movimenti populisti, che hanno poi portato prima alla Brexit e poi all’elezione di Trump. Roubini e Rosa sono convinti che le liberaldemocrazie abbiano gli strumenti per contrastare l’avanzata populista, ma siano reticenti ad usarli: tra questi, una sana politica di redistribuzione del reddito. A ragione di questo, le democrazie sono adesso a rischio, e difficilmente reggerebbero l’impatto di un’altra crisi economica e finanziaria, che prima o poi emergerà – e i cui prodromi già si vedono. In questo contesto, l’acuirsi di tensioni geopolitiche, innestate su un quadro macroeconomico in rallentamento ed un sistema finanziario fragile, potrebbero scatenare tale crisi in qualunque momento.

Le lezioni che si sono apprese sono varie: dalla necessità di regolare gli eccessi della finanza, a quella di intervenire tempestivamente con politiche monetarie e fiscali aggressive per evitare che una recessione diventi una depressione, dal tutelare i più deboli in modo che non diventino facile preda del populismo, alla necessità di un coordinamento a livello globale. Tutto questo dovrebbe aiutare a prevenire la prossima crisi, o quantomeno ad attutirne gli effetti. Il risultato però si vedrà solo alla prova dei fatti.

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