Lehman Brothers, 10 anni dopo il fallimento: «Una vita stravolta»

di ALESSIA ARCOLACI vanityfair.it 15.9.18

Lehman Brothers, 10 anni dopo il fallimento: «Una vita stravolta»

Dieci anni fa tutti i telegiornali passavano le immagini che decretavano la fine della quarta banca d’investimento americana. Ventiseimila dipendenti senza lavoro. Ecco cosa fanno oggi alcuni di loro

Scarpe, vestiti per la palestra e per il pub. Poi documenti personali e di lavoro, penne e fogli scarabocchiati. Ma anche un kit per l’evacuazione d’emergenza e una tazza firmata Lehman Brothers. Un pezzo di storia, oggi.

Sono queste le cose che Natalia Rogoff, 41 anni, ex dipendente della quarta banca d’investimento negli Stati Uniti, la Lehman Brothers ha messo, a fatica, nella scatola con cui ha lasciato l’ufficio il 15 settembre 2008. Il giorno della bancarotta. Del fallimento più complesso della storia degli Stati Uniti.

È la punta dell’iceberg. Della crisi economica che colpirà l’Occidente tutto e oltre.

«Sapevamo che l’azienda era arrivata a un punto di non ritorno ma quella mattina non avevamo idea di cosa fare. C’erano giornalisti dappertutto e nessuno dai piani alti ci comunicava cosa stesse davvero accadendo». Quando Natalia ci risponde al telefono è appena tornata a casa dopo la giornata di lavoro. Quello nuovo, quello che avviato a Londra insieme a suo marito Giovanni, italiano, due mesi dopo essere rimasta disoccupata. 

«La crisi economica già forte a Londra aveva lasciato senza lavoro anche lui. Dopo diversi colloqui e tanta preoccupazione abbiamo deciso di avviare il nostro business personale: la pasta». All’inizio Natalia e suo marito preparavano il pesto in casa. «Ed era folle. Poi anno dopo anno ci siamo affermati nel mercato e oggi abbiamo diversi negozi». È  The Seriously Italian Company. «Produciamo pasta ispirandoci al concetto di cucina povera e usiamo solo ingredienti di alta qualità. Lavoriamo rispettando l’etica».

Un’altra vita, quella dopo il crac finanziario. «Quello alla Lehman Brothers era il lavoro dei miei sogni», continua Natalia. «Avevo dato tutto a quel posto, studi universitari, esami. Di quella mattina ricordo lo choc. Da una parte sapevo di avere perso il lavoro e dall’altro mi chiedevo se qualcuno il 27 del mese mi avrebbe versato lo stipendio». Con un mutuo da pagare, una casa appena acquistata, 31 anni.

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Per due settimane Natalia, insieme ai suoi colleghi ha continuato ad andare al lavoro. «Tutti ci siamo presentati nei nostri uffici ancora per due settimane, come ci era stato chiesto. C’era chi cercava altri lavori, chi faceva colloqui, chi tentava di dare risposte ai clienti che telefonavano per sapere dove fossero finiti i loro soldi. Era strano, era come abbandonare la nave».

In un solo giorno 700miliardi di valore spariscono dai fondi pensionistici e da altri fondi d’investimento. Ventiseimila dipendenti restano senza lavoro. Ottomila società, tra controllate e affiliate, che avevano 600 miliardi di asset e di debiti, sprofondano in mano a centomila creditori.

Fare la pasta era qualcosa che Natalia non aveva mai preso in considerazione prima. «Ma oggi lavoro molto di più di quando ero in banca e la soddisfazione è diversa. È reale, faccio qualcosa di concreto con le mie mani». E soprattutto, non mette l’aglio nella loro lasagna fresca. Una perla rara in Inghilterra.

Per ogni scatolone uscito dalla Leihman Brothers c’è una storia. Di caduta, di rinascita. Ex manager che si sono sentiti per un istante onnipotenti, poi sono caduti. Come Stephen, 48 anni, che mentre riempiva il suo scatolone si ripeteva che «Tutto sarebbe andato bene».

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Ma sapeva che era solo una frase di circostanza. «Sono figlio di irlandesi che credono nel non consumare tutto: mi ero messo da parte dei soldi e ho resistito per più tempo prima di tornare per un periodo a casa dei miei», ha raccontato al Manifesto. «Mandavo curriculum ma non si trovava niente. Nei supermercati o nelle catene di grande distribuzione c’erano cartelli che invitavano i manager a non cercare lavoro come commessi altrimenti i commessi che lavoro avrebbero dovuto fare?». Poi ha ricominciato davvero. «Oggi mi occupo di progettazione e mantenimento di giardini e spazi verdi. Ho una compagnia con un amico. Molti ex manager sono entrati nel mondo delle start up».

Lo ha fatto John Zimmer, 34 anni, il più famoso. Ha fondato Lyft a San Francisco, con cui fa concorrenza a Uber e sta rivoluzionando il mondo dei trasporti americano e non solo. «Mi ritengo molto fortunato ad avere il potere di cambiare il futuro dei mezzi di trasporto, che offrirà una città di domani più centrata sulle persone». E non sulle auto.

Per Emilie Bellet quello alla Lehman Brothers era il primo lavoro. Nell’estate del 2008 aveva 25 anni e si era appena laureata. «Mentre stavo andando a piedi al lavoro, quella mattina, leggevo le notizie sui media e sapevo già della bancarotta», ha raccontato alla Bbc. «Ho vissuto sulla mia pelle la più grave crisi della storia finanziaria. So che le persone hanno perso la fiducia nelle banche e nelle istituzioni finanziarie». Per questo, dopo diverse esperienze, Emilie Bellet ha deciso di fondare un anno e mezzo fa Vestpod, un’azienda con cui cerca di dare più forza alle donne attraverso l’educazione finanziaria.

Non ha lasciato il mondo delle banche Nikolay Storonsky, che nel 2008 aveva 21 anni. «Ero giovane e stupido», ha detto alla Bbc. «Non credo di avere davvero capito in quel momento cosa stava succedendo». Oggi, dieci anni dopo ha le idee molto chiare. «Insieme ad alcuni amici stiamo cercando di lanciare un account bancario globale, per tutti. L’idea è di fare ciò che le banche fanno ma dieci volte meglio e ad un costo dieci volte inferiore».

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