Popolare Vicenza, Veneto Banca, Banca Etruria. Che cosa non quadra nei rimborsi. Report Servizio Bilancio del Senato

di  startmag.it 17.9.18

Popolare vicenza

Ci sono alcune osservazioni dei tecnici del Senato sul decreto Milleproroghe e in particolare sull’articolo che riguarda le novità per i rimborsi dei risparmiatori toccati dalle risoluzioni di Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carichieti.

IL REPORT DEL SERVIZIO BILANCIO SU POPOLARE DI VICENZA, BANCA ETRURIA, VENETO BANCA E CARICHIETI

L’articolo 11 (vedere in basso) appare suscettibile di incrementare il numero dei soggetti che possono beneficiare dell’accesso al ristoro finanziario garantito dall’apposito
Fondo, ma “il plafond complessivamente disponibile resta invariato”, mette per iscritto il Servizio Bilancio del Senato.

CHE COSA DICONO I TECNICI DEL SENATO SUL MILLEPROROGHE E SULLE NORME PER BANCA ETRURIA, POPOLARE DI VICENZA ECC

Inoltre, la possibilità di una liquidazione accelerata nella misura del 30% dell’importo liquidato determina oneri che “sono comunque destinati ad essere contenuti entro il limite massimo di 25 milioni di euro e sono coperti attraverso un corrispondente incremento del fondo di cui all’articolo 32-ter.1 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998”, rilevano i tecnici di Palazzo Madama che hanno scritto un report a beneficio dei senatori come ogni provvedimenti che giunge al Senato.

LE COPERTURE DEL PROVVEDIMENTO SUI RISTORI PER BANCA ETRURIA, POPOLARE VICENZA E VENETO BANCA

Alla copertura di tale incremento si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di ristoro finanziario di cui al comma 1106 della legge n. 205 del 2017, che dispone di una dotazione finanziaria pari, per il 2018, a 25 milioni di euro, ricordano i tecnici. Ma “rilevato che l’onere è configurato in termini di tetto di spesa e che la copertura individuata non presenta profili problematici, si rappresenta che la platea indicata dalla Relazione tecnica, pari ad un massimo di 880 soggetti (nell’ipotesi in cui tutti i ricorsi già pendenti siano accolti), implica, sulla base della dotazione disponibile, un ristoro medio di circa 28.400 euro”.

L’AUSPICIO DEL SERVIZIO BILANCIO DEL SENATO SUI RIMBORSI

Considerando che si tratta di una “cifra condizionata al limite del 30% dell’importo riconosciuto (evidentemente prossimo ai 100.000 euro medi di riconoscimento del danno ingiusto), sarebbero utili dati sugli importi medi di danno finora riconosciuti in modo da poter dimostrare la congruità del limite di spesa rispetto al fabbisogno”, auspica il Servizio Bilancio del Senato.

Di seguito, l’estratto della Nota del Servizio Bilancio del Senato che riguarda la norma in questione contenute nel decreto Milleproroghe.

Articolo 11
(Proroga di termini in materia di banche popolari e gruppi bancari cooperativi)

Il comma 1-bis apporta le seguenti modifiche all’articolo 1 della legge n. 205 del 2017: a) al comma 1106, aggiunge le pronunce dell’Arbitro per le controversie finanziarie (ACF) nel novero dei provvedimenti che possono riconoscere l’esistenza di un danno ingiusto arrecato ai risparmiatori in relazione alla sottoscrizione e al collocamento di strumenti finanziari emessi da banche aventi sede legale in Italia sottoposte ad azione di risoluzione ai sensi del decreto legislativo n. 180 del 2015, o comunque poste in liquidazione coatta amministrativa, al fine di accedere alle misure di ristoro a valere sul Fondo di ristoro finanziario (che dispone di una dotazione finanziaria di 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019, 2020 e 2021).

b) al comma 1107, proroga dal 31 marzo 2018 al 31 gennaio 2019 il termine per l’emanazione del DPCM con il quale vanno stabiliti requisiti, modalità e condizioni necessarie all’attuazione di quanto disposto dai commi da 1106 a 1109. Resta fermo che dall’ammontare della misura di ristoro sono in ogni caso dedotte le eventuali diverse forme di risarcimento, indennizzo o ristoro di cui i risparmiatori abbiano già beneficiato.

Viene infine stabilito, intervenendo sul medesimo comma 1107, che nelle more dell’adozione del decreto di cui al presente comma, i risparmiatori di cui al comma 1106 già destinatari di pronuncia favorevole adottata dall’ACF, nonché i risparmiatori di cui al medesimo comma 1106, i cui ricorsi, già presentati, saranno decisi con pronuncia favorevole entro il 30 novembre 2018 dall’ACF, possono avanzare istanza alla CONSOB, secondo modalità dalla stessa stabilite entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione e pubblicate nel sito internet istituzionale della medesima Autorità, al fine di ottenere tempestivamente l’erogazione, nella misura del 30% e con il limite massimo di 100.000 euro, dell’importo liquidato.

A tale fine il fondo di cui all’articolo 32-ter.1 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998 (Fondo per la tutela stragiudiziale dei risparmiatori e degli investitori), la cui finalità, nel limite di 25 milioni di euro, è estesa anche alle esigenze di cui al presente comma, è integrato dell’importo di 25 milioni di euro per l’anno 2018.

Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui al comma 1106.

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La Relazione tecnica puntualizza che il ristoro è riconosciuto ai risparmiatori a seguito dell’accertamento, con relativa pronuncia dell’ACF, della violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza previsti dal testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento relativi alla sottoscrizione e al collocamento di strumenti finanziari emessi dalle 4 banche risolte e dalle 2 in liquidazione coatta amministrativa. Sono da intendersi ricompresi tutti i servizi e le attività di investimento connessi alla, o comunque prestati in occasione della o finalizzati alla, compravendita degli strumenti finanziari in esame.

Da un punto di vista soggettivo, in linea con le finalità di ristoro – connesse alle vicende che hanno interessato le banche in questione e i relativi gruppi – gli strumenti finanziari devono essere stati “intermediati” attraverso le stesse banche risolte o liquidate ovvero attraverso soggetti all’epoca appartenenti ai loro gruppi.

Nello specifico, l’Arbitro per le controversie finanziarie (ACF) ha accolto, fino ad ora, circa 470 ricorsi presentati dai risparmiatori delle banche sopra specificate che attraverso la disposizione in esame potranno essere ristorati in via immediata appena le risorse saranno messe nella disponibilità della CONSOB. Attraverso la disposizione, inoltre, si potranno ristorare entro il corrente anno quegli ulteriori risparmiatori (il cui numero ammonta a circa 410) che hanno già presentato il ricorso ove lo stesso sia accolto entro il 30 novembre 2018.

In ogni caso, lo stesso articolo 1, comma 1107, della legge n. 205 del 2017, disposizione evidentemente applicabile anche ai ristori corrisposti per effetto della modifica normativa in esame, espressamente prevede che dall’ammontare della misura di ristoro sono dedotte le eventuali diverse forme di risarcimento, indennizzo o ristori di cui i risparmiatori abbiano già
beneficiato.

Al fine di poter liquidare l’importo complessivamente spettante ai risparmiatori in misura pari al 30 per cento di quanto è stato (o sarà) liquidato dall’Arbitro per le controversie finanziarie, con un limite massimo di 100 mila euro, viene rifinanziato di 25 milioni di euro per l’anno 2018 il fondo di cui all’articolo 32-ter.1 del decreto legislativo n. 58 del 1998 affinché la CONSOB possa procedere quanto prima ad effettuare gli accrediti, nella misura spettante, a favore dei risparmiatori che ne avranno diritto.

Agli oneri si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui al comma 1106 dell’articolo 1 della legge n. 205 del 2017. Considerato che l’importo di 25 milioni di euro è pari all’ammontare complessivamente stanziato per l’anno 2018, si posticipa al 31 gennaio 2019 l’adozione del DPCM previsto dalla legge n. 205 del 2017. La disposizione, nel suo complesso, non comporta oneri aggiuntivi per la finanza pubblica atteso che l’integrazione del fondo di cui all’articolo 32-ter.1 del decreto legislativo n. 58 del 1998 avviene mediante corrispondente riduzione di un’autorizzazione di spesa già prevista a legislazione vigente e che la stessa costituisce limite di spesa.

Per quanto concerne le spese di accesso alle procedure arbitrali incardinate presso l’Arbitro per le controversie finanziarie (ACF), le stesse non comportano alcun onere per i risparmiatori, atteso che il meccanismo di funzionamento del citato Organismo prevede che gli oneri di accesso alla procedura arbitrale gravino sulle disponibilità del fondo di cui all’articolo 32-ter.1 del decreto legislativo n. 58 del 1998 che ha canali di alimentazione autonomi, quindi senza incidere sugli importi destinati a favore dei risparmiatori di cui alla presente disposizione. Tali importi, pertanto, hanno una finalità evidentemente vincolata.

Analogamente privo di effetti finanziari per la finanza pubblica è il coinvolgimento della CONSOB nel processo di ristoro dei risparmiatori che hanno già ottenuto ovvero otterranno entro il 30 novembre 2018 una pronuncia favorevole dall’ACF, considerato che la citata Autorità provvede alle spese occorrenti per il proprio funzionamento ai sensi dell’articolo 40, comma 3, della legge n. 724 del 1994.

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Le osservazioni del servizio Bilancio del Senato

Al riguardo, si rileva che la lettera a) appare suscettibile di incrementare il numero dei soggetti che possono beneficiare dell’accesso al ristoro finanziario garantito dall’apposito
Fondo, anche se il plafond complessivamente disponibile resta invariato. Per quanto attiene alla lettera b), la possibilità di una liquidazione accelerata nella misura del 30% dell’importo liquidato determina oneri che sono comunque destinati ad essere contenuti entro il limite massimo di 25 milioni di euro e sono coperti attraverso un corrispondente incremento del fondo di cui all’articolo 32-ter.1 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998.

A sua volta, alla copertura di tale incremento si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di ristoro finanziario di cui al comma 1106 della legge n. 205 del 2017,
che dispone di una dotazione finanziaria pari, per il 2018, a 25 milioni di euro. Ciò premesso, rilevato che l’onere è configurato in termini di tetto di spesa e che la copertura individuata non presenta profili problematici, si rappresenta che la platea indicata dalla RT, pari ad un massimo di 880 soggetti (nell’ipotesi in cui tutti i ricorsi già pendenti siano accolti), implica, sulla base della dotazione disponibile, un ristoro medio di circa 28.400 euro. Considerando che si tratta di una cifra condizionata al limite del 30% dell’importo riconosciuto (evidentemente prossimo ai 100.000 euro medi di riconoscimento del danno ingiusto), sarebbero utili dati sugli importi medi di danno finora riconosciuti in modo da poter dimostrare la congruità del limite di spesa rispetto al fabbisogno.

Campione d’Italia, un paese destinato a morire

Di Riccardo Franciolli tvsvizzera.it 17.9.18

VIDEO

http://www.tvsvizzera.it/tvs/embedded/dopo-il-fallimento-del-casin%C3%B2_campione-d-italia–un-paese-destinato-a-morire/44403734

Quasi seicento posti di lavoro cancellati dall’oggi al domani a causa del fallimento del Casinò municipale. Dipendenti comunali che non ricevono lo stipendio da sette mesi. La situazione a Campione d’Italia è decisamente critica. E un’eventuale riapertura del casinò dipende ormai solo da una decisione politica di Roma.

“La speranza resta, ma più i giorni passano più l’eventuale riapertura del casinò si allontana… dovesse non riaprire più, per Campione d’Italia significherebbe la morte”. È il commento sconsolato di una dipendente del casinò.

La troviamo nella piazza antistante il Municipio che da fine luglio funge da presidio dei lavoratori del casinò che quasi due mesi si trovano a casa senza lavoro. Con lei tante altre persone. Ex dipendenti, pensionati, simpatizzanti. Tutti un po’ persi in attesa che la situazione si sblocchi. “Non possiamo dire di essere dimenticati dall’Italia – aggiunge un ex croupier – ma senza un intervento della politica romana qui non si muove più nulla. Mi dicono che qualcosa si sta facendo, ma cosa esattamente non lo so. Intanto siamo come sospesi in attesa di una decisione”.

Dalle retrovie ci giunge il rumore di pentole e padelle. “C’è gente che è costretta a venire a mangiare qui al presidio – racconta piano una pensionata ex dipendente del casinò – i croupier sono senza stipendio da un mese ma i dipendenti comunali non sono retribuiti ormai da sette mesi… mi dica lei se questo è normale”.

La solidarietà per ora tiene unito questo gruppo che cerca di reagire. Ma la notizia che i dipendenti del casinò che risiedono in Svizzera ottengono l’assegno della disoccupazione elvetica Link esternoha leggermente incrinato i rapporti: “Capisco che la situazione non sia equa, chiarisce un dipendente residente in Svizzera. Quello che possiamo fare noi residenti in Ticino è contribuire puntualmente a delle spese comuni. Ci stiamo riflettendo. Una soluzione la troveremo presto”.

Un cartello a Campione con scritto. Soluzione, riaprire subito
All’entrata sud del presidio dei lavoratori del casinò.

(tvsvizzera)

Nel frattempo i soldi non incassati dal casinò sono oltre 10 milioni di euro. E Campione ora chiama Salvini e Di Maio: Lega e 5 Stelle qui nell’exclave italiana in Svizzera alle ultime politiche hanno fatto incetta di voti. Ora i campionesi attendono una risposta proprio da questi due politici.

“Non dite che siamo delusi dalle autorità italiane, suggerisce qualcuno da dietro, forse un sindacalista, altrimenti addio speranze di riapertura”. “Beh allora, continua una ragazza che stiamo intervistando, posso dire che forse sono un po’ delusa dalla mancanza di risposte dei politici… ma ci faccia questo piacere: lo faccia girare lei l’articolo o il video ai nostri politici, magari così capiscono in che situazione stiamo vivendo”.

CAMPIONE D’ITALIAUn pezzo d’Italia con la Svizzera attorno

Oggigiorno nota soprattutto per il discusso casinò progettato da Mario Botta, l’enclave di Campione d’Italia è un territorio i cui destini si sono …

Nel frattempo, come detto, i quasi 500 dipendenti del casinò sono a casa. A causa del dissesto finanziario presto saranno licenziati anche 86 dipendenti comunali che non percepiscono più lo stipendio da sette mesi: “Questa situazione, ci racconta un impiegato comunale, è pesante anche da un punto di vista psicologico e non solo finanziario”.

La domanda è dunque semplice e nel contempo drammatica: come può sopravvivere un comune in queste condizioni? Oltretutto il casinò municipale era quasi l’unica fonte di reddito per il comune. Ora che è fallito, anche il comune non può più far fronte ai propri doveri. L’asilo è chiuso e altri servizi sono ai minimi termini. Altri servizi ancora sono svolti su base volontaria dalla popolazione. “Il paese sta morendo”, è ormai il pensiero diffuso tra gli abitanti dell’exclave.

Il presidio si anima con il passare delle ore. Qui sono ben organizzati. La cucina è ben attrezzata come pure il bar. Ci sono i tavoli al coperto, volontari che puliscono, che servono, che cucinano… non manca proprio nulla. Ma quell’euforia iniziale a poco a poco sta lasciando il passo a una certa stanchezza.

Il paese muore

“Mi chiedo come facciano i dipendenti comunali a vivere quando non percepiscono più il salario da sette mesi… Non solo, mi chiedo come potrà sopravvivere il paese di Campione in questa situazione di dissesto finanziario totale…” Sono le parole di un campionese da generazioni cittadino dell’exclave. Chiuso il casinò, persi centinaio di impieghi, c’è ormai chi abbandona il paese e cerca fortuna in Ticino. “La Svizzera è l’unica ancora di salvezza per noi, aggiunge un giovane impiegato del casinò… In Italia non possiamo lavorare perché non guadagneremmo abbastanza per vivere a Campione: qui la vita è cara come in Svizzera. Ma anche trovare lavoro in Svizzera non è così semplice”.

In questa impasse del giovane campionese si riassume la situazione di un comune che nel più completo dissesto finanziario, attende una soluzione politica da Roma che permetta a Campione e ai suoi abitanti di risollevare nuovamente la testa. Perché come racconta uno striscione appeso sopra il presidio, “lavoro = dignità”.

Una versione non ufficiale del golpe antisovranista del 2011

Davide – comedonchisciotte.org. 17.9.18

 

IL POLISCRIBA
alcesteilblog.blogspot.com
Il mercato crede in noi, è già tornato ad investire nei Titoli di Stato italiani

Mario Monti, annus horribilis 2011

Vi racconto una storia di ordinaria lucida follia finanziaria, una novella che potrebbe essere inserita in un Decameron postkeynesiano, una sceneggiatura dietrologica per un film che non si girerà mai, che di certo, un regista del calibro di Veltroni, non potrà fare a meno di rivoltarsi tra le mani in un azzurro giorno di fine estate, presso il Country Club la Macchia di Capalbio.
Una storia che si avvia quando l’ineletto Mario Monti, che d’ora in poi nominerò lo Psicopompo,  planò  nella sede di Bloomberg a New York, in quel lontano 2011, per placare l’avidità dei mercati (così inchiostravano i giornaletti nostrani) dichiarando, per i duri d’orecchio e di cervice: “A giudicare dall’andamento del mercato qualcuno deve aver già investito  e penso che l’opinione che i mercati, così come le autorità degli altri governi, si stanno formando sulla serietà con cui l’Italia sta affrontando i suoi problemi, non possa che far aumentare l’atteggiamento positivo verso tutto ciò che è italiano, compresi i titoli di Stato“.
E sappiamo tutti come è andata a finire: il popolo ha scelto con regolari elezioni, dopo un settennato di totale blocco della democrazia, ad opera dell’unico partito che ancora si fregia del titolo di democratico (sic!), il duo Salvini-Di Maio.
In quei tempi, erano soprattutto i Titoli di Stato e di concerto il debito pubblico, l’oggetto delle contrattazioni borsistiche che fu messo nelle mani spietate dello Psicopompo, non era la nostra storia imprenditoriale, o il nostro saperci arrangiare tra i disastri economici indotti dall’asse europoide Parigi-Berlino, ad essere appetibile. Era un piatto gustoso, certo, per un lauto pasto di avvoltoi, perché del made in Italy, in quei nefasti giorni del 2011,  non fotteva niente a nessuno, o meglio, si cercò  di farlo affondare sotto cumuli di euroburocrazia come ancora accade e accadrà se non si tornerà a una sana politica protettiva.
Il Nostro Dracula consigliò mellifluamente all’amico Soros di continuare a farne incetta, di Titoli di Stato – come già fece presso la City, dalla sala macchine della Kpmg Llp, l’amministratore che gestì la bancarotta di MF Global in UK – lucrandoci sopra, da biscazziere consumato quale è sempre stato, cosa che Orban ha compreso benissimo e, per tale semplicissimo motivo, ha legiferato contro il suo “connazionale”, giudicandolo pericoloso e persona non gradita in Ungheria.
Memorizzate bene quella banca che oggi non esiste più, la MF Global, il cui fallimento fu subito riposto negli sgabuzzini dell’informazione corretta e neutrale di chi impose e impone tuttora il bavaglio ai sedicenti gombloddisti.
Lo Psicopompo, all’epoca del crack della suddetta, era perfettamente a conoscenza che le banche italiane, dopo aver ricevuto euro a palate dalla BCE, stavano compiendo uno sciacallaggio autorizzato dallo Stato… dai mercati, chiedendo in garanzia contro prestiti, ai nostri imprenditori, Titoli di Stato.
Soprattutto le banche sinistre, Etruria e MPS in testa, che si giocavano, attraverso brokeraggio scellerato, il sali e scendi dello spread che, se vi ricordate, sembrava destinato a sfiorare quote himalayane.
Giostra borsistica pericolosa sulla quale Soros e un personaggio minore, ma non marginale della storia che vi sto per raccontare, tale Corzine, volevano montare e non più scendere, amici che il Nostro fu ben lieto di incontrare a WallStreet in camera caritatis, uscito dalla quale si lasciò andare alle rivelazioni di cui sopra.
Probabilmente, il giochino assassino dello spread serviva allo Psicopompo per ripianare qualche personale linea di debito aperta con IntesaSanPaolo che  gli affiancò volentieri quella sensibile donna che l’ironia popolare chiamava “femmina di coccodrillo” e che si divorò gli ultimi tranci di welfare-state, per poi inscenare, a reti unificate, un falso pianto che non pochi sciroccati di cerebro, un po’ a ragione, ne convengo, imputavano a una donna serpente, una rettiliana di altri mondi venuta per dominarci insieme alla sua casta squamata. Può essere una spiegazione.
Di sicuro  lo psicopompo, un economista del suo calibro, cresciuto da “mamma santissima” Goldman Sachs, certe cose non poteva non conoscerle.
Ma veniamo alla strana storia del crack finanziario dell’istituto di brokeraggio MF Global, fallito in data 01-11-2011, giorno in cui, qui in Italia, del Nostro non si sapeva quasi nulla, forse perché più famoso altrove, l’ integerrimo patriota.
Chi è Jon Corzine?
Sicuramente un personaggio che il Monti conosceva benissimo.
Infatti, fu ex co-ceo di Goldman Sachs dalla quale si dimise dopo una cruenta battaglia interna, al momento giusto… ma forse era una farsa, incassando una fortuna nel 2001, denaro che gli permise di darsi alla politica.
Fu prima senatore e poi, nel 2006, governatore del New Jersey, sfruttando il sistema di porte girevoli che, dalle potenti istituzioni finanziarie, conduce direttamente al Congresso degli Stati Uniti e qui in Italia a Palazzo Madama o a Palazzo Koch.
Nel 2010 Chris Christie lo sconfisse duramente, nonostante Barack Obama avesse investito su di lui un gran capitale politico, per poi perdere prima il New Jersey e poi la faccia.
Qualcuno si vendicò? Lo Psicopompo non ne sapeva proprio nulla?
O c’è da sospettare  che il Corzine sia stato usato come Cavallo di Troia per stampare la  faccia di Monti sulla copertina del Time?
Al momento del fallimento, nella cassaforte di MF Global c’erano 6 miliardi e 300 milioni di carta: la metà in BTP italiani e 1 miliardo in bond spagnoli.
Nella notte del 31 ottobre 2011, la notte prima del Golpe italiano, Jon Corzine, casualmente, fece richiesta di ammissione alla procedura del Chapter One: si trattava di bancarotta, di un buco di oltre un miliardo di euro spariti nel nulla.
Sempre “casualmente”, la mattina del 1 novembre 2011, super Mario Draghi – co-autore con Trichet della “lettera segreta” spedita da Bruxelles con corriere espresso, a Roma, pubblicata in Italia il 29 settembre 2011; ex vicepresidente e membro del Management Committee Worldwide della Goldman Sachs – prendeva possesso della poltrona maxima della BCE, in mezzo alla bufera finanziaria che tutti i media allineati si affrettarono a definire, con grandi titoloni: “Un momento di estrema emergenza per i mercati europei“.
Chissà cosa voleva insinuare Cossiga su Draghi, quando si fece sfuggire in un’ intervista a UnoMattina: “Non si può nominare primo ministro chi è stato socio o lavora per la Goldman Sachs” … insinuazione derubricata come delirio senile.
Memorie video a parte, in quel lunedì nero di novembre 2011, le borse risposero all’ottavo enorme crack bancario americano – dopo l’evaporazione di Lehman Brothers nel 2008 – annegando in un profondo rosso, e lo spread dei BTP italiani sui bund tedeschi, schizzava a quota 410, per iniziare un’apparente, inarrestabile salita fino alle dimissioni di Berlusconi avvenute il 12 novembre, in seguito a due ore di colloquio con lo Psicopompo, promettendo, con un sussurro all’orecchio di Napolitano, dopo essere stato disarcionato in mezzo a via del Plebiscito, sotto lo scroscio tintinnante di alcuni centesimi di euro: “Non voglio costituire ostacolo”. (Bettino, da un metafisico Paradiso Fiscale, s’immedesimava nel poveretto …)
Oppure il motivo delle vere dimissioni del Cavaliere, erano da ricercarsi in MediolanumBank  troppo esposta con Dublino, la ribelle di Lisbona, tanto che a -12% del valore azionario di Mediaset, il 10 novembre 2011, in un grigio pomeriggio tratto da un romanzo di Joyce, Ennio Doris gettava la spugna contro il suo amico fraterno, sociale e socio Silvio, dichiarando, con grande abilità pubblicitaria: “È evidente che quello che chiedono il mercato e l’Europa è un governo di transizione, guidato da un Presidente del Consiglio che abbia un grande prestigio sul mercato e che non sia né di centrodestra né di centrosinistra. Secondo me, e me lo auguro, questo dovrebbe essere lo sbocco di questa crisi”.
Sicuramente, il ridente Ennio pensava a Basilea3 e avrebbe voluto allegramente affermare: “Caro Monti, il Parlamento gira tutto intorno a te”, ma sarebbe apparso un tantino zelante e opportunista, visto che Silvio, probabilmente, gli aveva chiesto la cortesia di far credere che il numero uno fosse ancora l’invincibile uomo di Arcore, quando risultava chiaro, o almeno plausibile, che era stato il presidente della quinta banca nazionale con l’intero valore cassa depositato in Irlanda, per non pagare il fìsco, ad averlo scaricato, e senza una banca che conta e lo protegga, un Presidente del Consiglio può solo dimettersi. Può essere una spiegazione…
In conclusione di questa strana vicenda, che non troverete da nessun’altra parte se non in questo misantropo avamposto della controinformazione, il Nostro, ovviamente, non era al corrente di nulla, anche quando si decideva di decollare 3Monti l’antieuropeista, per averne solo uno, non certo per un’ improvvisa vocazione politica al risparmio, ma solo perché il senadur Bossi tuonava, dalla sua verde Salò: “Voglio le banche del nord, lo statuto speciale, la secessione fiscale e l’annessione della Padania alla Svizzera come cantone”. Sbruffonate che oggi non prende sul serio nessuno, tanto meno Salvini.
E poi Giulio, alla fine, era solo un commercialista, un umile contabile che non meritava una morte per caffè alla stricnina, mentre lo Psicopompo, si vociferava in Svezia, era già in odore di Nobel per l’Economia.
15.09.2018

Presidenza Consob: il nome in pole position è quello dell’economista Rinaldi

Imolaoggi.it 17.9.18

www.dagospia.com

I tempi non sono così lunghi perché un presidente alla Consob ci vuole, specialmente dopo il pressing che ha costretto alle dimissioni Mario Nava, e il nome, che il Sole 24 Ore ha infilato come per caso in mezzo ad altri, sarebbe quello di Antonio Maria Rinaldi, economista allievo di Savona, diventato negli ultimi mesi l’ospite prediletto dei salotti TV, perché è un abile provocatore con gusto della battuta, e perché, non essendo identificabile fino in fondo ne’ con la Lega né con i 5 stelle, da sovranista ed euro critico, è gradito a tutt’e due le anime del governo, come si addice a un docente di successo della Link Campus University di Vincenzo Scotti, ‘’fucina del magma creativo’’, così lo chiama Scotti, della nuova politica.

Alla Link dal prossimo autunno inaugurerà un Master in “Blockchain ed Economia delle criptovalute”. In più è uno cresciuto a “panino e listino”, nipote di un commissionario di Borsa che gli ha fatto da mentore, figlio di Rodolfo, ultimo presidente del Banco di Santo Spirito e vice presidente BNL prima della vendita ai francesi a cui si oppose strenuamente.

Alla Consob Antonio Rinaldi ha lavorato da funzionario nel lontano 1986 nella sede di Milano. Da direttore generale della Sofid, finanziaria dell’ENI, ha organizzato e diretto la quotazione in borsa delle società del gruppo Eni. Insomma, saprebbe come muoversi quando si parla di quotare una società in Borsa.

Rinaldi è romano de Roma, quartieri alti, look casual , occhialetto perennemente sul naso, ciuffo bianco un po’ ribelle, di quelli che per una battuta si farebbe tagliare una mano. I talk show TV se lo contendono e lui non si nega.

Famosi gli scazzi con l’economista europeista e socialista Giuliano Cazzola, che proprio non lo sopporta, e il più delle volte si alza e se ne va abbandonando lo studio, come quella sera in cui Rinaldi gli ha ricordato che i minibot non sono una moneta nuova, sempre euro è.

A Gianni Riotta, tutti e due ospiti di Agorà su Rai 3, ha rifilato una figuraccia diventata virale sui social, ricordandogli che la seconda parte dell’articolo 1 della Costituzione recita che la sovranità appartiene al popolo, frase della quale Riotta sembrava totalmente all’oscuro. Ad Elsa Fornero, dalla Berlinguer , ha polemicamente chiesto: “Non c’erano i soldi per pagare gli stipendi? Ma come, subito dopo avere staccato l’assegno da 3,1 miliardi per rimborso derivati, 3,915 miliardi per il MPS e 35 miliardi per i fondo salva Stati?”

Scena analoga qualche sera fa a Stasera Italia, ospite di Barbara Palombelli insieme a Pier Carlo Padoan. “Perché non ha chiesto all’UE di scorporare dal deficit gli investimenti pubblici? Per salvare le banche invece si!”,

Mitica una risposta al deputato del PD Gianfranco Librandi, che a Omnibus, la7, si agitava un po’ più del dovuto contro il governo e la sua politica economica, Rinaldi ha chiosato: ”che ha mangiato pesante ieri sera?”. Contro l’arma dello spread ha scritto un libro di recente per Aliberti, dal titolo “La sovranità appartiene al popolo o allo spread?”.

Il nome di Rinaldi non avrebbe alcun tipo di ostacolo ne’ incontrerebbe polemiche dal punto di vista del curriculum e della esperienza. A chi fa notare che e’ il fondatore di ‘’Scenari Economici’’, la rivista che spara da qualche anno bordate contro l’euro, e alla quale Paolo Savona ha affidato le sue riflessioni sulla moneta europea anche nei giorni della formazione del governo, gli sponsor di Rinaldi nell’esecutivo Conte e nei due partiti che lo sostengono fanno notare che l’incarico di Presidente della Consob c’entra poco con questi argomenti. Aggiungono che tra i nomi che si fanno di i possibili candidati e’ il più qualificato, e che per lui non sorgerebbero mai I sospetti di conflitto di interessi che hanno portato alle dimissioni di Nava.

Ecco come Lilli Gruber ha offeso tre quarti dei suoi spettatori

Pietro – informarexresistere.fr 17.9.18

Media contro popolodi Marcello Veneziani

Cara Lilli Gruber, ma come possono fidarsi gli italiani di lei se scrive su Sette un commento con un titolo così: “Tutti i populisti mentono. Sono pericolosi e opportunisti”?

E il titolo risponde fedelmente allo svolgimento. Sa che sta offendendo i tre quarti dei suoi spettatori?

Come il 60% degli italiani mi sento in questo momento, con tutte le riserve critiche che non nascondo, più dalla parte dei populisti che dei loro nemici.

E non mi sento solo offeso dalla sua definizione, quanto ferito da italiano, da giornalista e da libero pensatore. Non userei mai un’affermazione del genere nemmeno per i peggiori nemici; distinguerei, non mi sentirei in possesso della verità.

Non scommetto sulla riuscita di questo governo, lo dico ogni giorno. E mi sorprende che ad attaccare in quel modo sia proprio lei che è stata generosa coi grillini e i loro sponsor, al punto che spesso – anche l’altro giorno con l’imbarazzante, sconclusionato, sproloquio di Dibba – ha dato l’impressione di essere Grilli Uber.

Non le rinfaccio l’incoerenza, sono fatti suoi, so che a lei i grillini vanno bene se pendono a sinistra, se invece si alleano a Salvini diventano cattivi. C’è gente che divide ancora l’umanità in fascisti e antifascisti, e si perde la realtà, il presente, il mondo, 70 anni di storia, comunismo incluso.

Tramite lei, in realtà, me la prendo coi Media, la Stampa e la Tv che stanno offrendo uno spettacolo disgustoso e desolante: gli italiani da una parte e loro compatti dalla parte dell’establishment.

Non mi sarei aspettato il contrario ma almeno una varietà di posizioni e la capacità di distinguere e analizzare; qualcuno equidistante, qualche altro che comprende le ragioni della gente, qualcuno che riconosce pezzi di verità nell’avversario. No, niente, un esercito cinese, monolitico, monotono. Come in guerra.

Sento un sacco di gente moderata che dice: leggevo il Corriere della sera (o altri quotidiani nazionali che non chiamo più giornaloni come facevo un tempo, perché ormai l’espressione è abusata) ma ora è diventato insopportabile, fazioso, a senso unico, mai che si legga un’opinione diversa, come i tg del resto. Basta, non lo prendo più.

Io non sono contento quando sento che la gente non legge più i quotidiani, non li compra, anche quelli che ignorano chi nutre idee davvero diverse. Ogni lettore che se ne va è comunque una perdita, una sconfitta. Un passo indietro.

Ma quando leggo il Corriere della repubblica, testata omnibus che li riassume tutti, o il tg123 più diramazioni private, che ripetono sempre la stessa menata, capisco il disagio popolare e lo condivido.

“La sconfitta dei populisti”, titola trionfale il Corrierone e sembra un organo di partito, “L’orgoglio dell’Europa” fa eco l’Organo ufficiale, la Repubblica.

E in mezzo servizi, commenti, vignette, tutti in una sola direzione. Non vorrei il contrario. Mi sarebbe piaciuto leggere giornali schierati contro i populisti, altri indipendenti e non partigiani, che rappresentano le diverse interpretazioni in campo.

Così come nel servizio pubblico mi sarei aspettato tg favorevoli e tg contrari, non l’unisono, come ai tempi di Renzi.

Ma il fossato è ormai enorme: da una parte la gente e dall’altro il regime, il sovrapotere rispetto al governo in carica.

Da Mattarella in giù, un Esercito della Salvezza con un consenso che si restringe sempre di più, che spara compatto. Qualcosa non va, e non dirò che la colpa sia tutta da una parte, ci mancherebbe.

Il populismo non è la malattia della democrazia ma la risposta, magari inadeguata, alla democrazia malata. Non è la causa del malessere ma l’effetto; e il malessere non l’ha generato il populismo ma chi ha comandato in questi anni, magari con la complicità della massa.

Distinguo la deriva impraticabile e assurda della democrazia diretta, l’utopia grillina, irrealizzabile e pericolosa dell’autogoverno del popolo, dal sovranismo che è invece la sacrosanta richiesta di restituire dignità e sovranità al popolo – come esige pure la Costituzione- alla Nazione e allo Stato.

Poi possiamo criticare le modalità, alcuni contenuti, certi linguaggi, l’affidabilità dei suoi interpreti, le semplificazioni, la convinzione fallace che tra popolo e leader non serva un’élite adeguata…

A me preoccupa il divorzio tra l’Unione europea e l’Europa reale, l’Europa dei popoli, delle nazioni, degli Stati che vogliono rimanere sovrani.

A me preoccupa che chi difende i confini come segno di civiltà passi per un delinquente e un razzista. E’ giusto che ci si divida in tema d’accoglienza e frontiere, ma è ingiusto ridurre una delle due posizioni a follia criminale.

E non solo è ingiusto, ma rafforza il Nemico. E non solo lo rafforza ma lo spinge a dare il peggio di sé. Perché quando ti considerano il male assoluto da sradicare, allora ti adegui e reagisci di conseguenza, fino a somigliare al barbaro come essi ti dipingono. Una brutta deriva.

E mi preoccupa vedere la mobilitazione dei poteri contro i social, che sono ormai l’unica valvola di sfogo e di espressione, che nei media controllati dall’alto non è possibile.

Con la scusa delle fake news vogliono imporre le opinioni prefabbricate e reprimere ogni difformità rispetto alla pappa irreale da loro somministrata.

Detto questo, un’ammissione: ci sono alcuni giornali, magari piccoli, che invece danno voce alle opinioni difformi; come mai non sfondano, restano nicchie?

Si, avranno mezzi scarsi, editori ai margini delle consorterie di potere, niente sostegni e tanti fastidi per chi si espone. Ma perché non sfondano a furor di popolo, visto che il popolo la pensa come loro scrivono?

Sono fatti male oppure, come temo, il popolo del web è allergico a leggere, vuole solo inveire, non vuole approfondire le opinioni ma vuol solo trasformare il suo malumore in sanzione e in verdetto e vuol giudicare tutto e tutti senza cognizione di causa?

Su questo, ne convengo, dovremmo riflettere. Ma porsi domande, avere senso critico è una cosa, fare affermazioni così becere come quelle citate, espresse con la stessa perentorietà dell’ultimo Renzi e dell’ultima sinistra, significa avere in comune col populismo solo il suo lato peggiore, l’insulto indiscriminato, l’invettiva contro chi non la pensa come voi.

Pensaci, giacobino. E pensaci pure tu, Lilli Gruber, grillotirolese di sinistra. MV, Il Tempo 14 settembre 2018 – Fonte: Marcello Veneziani

Compagni di merenda (sinoira)

lospiffero.com 17.9.18

Chiamparino tira pacco ad Ambrosini e in sua assenza tutte le attenzioni sono rivolte alla Porchietto. Dalla Compagnia di San Paolo a Finpiemonte, i piatti forti ai tavoli della vipperia sabauda

Ha fatto tardi alla Festa dell’Unità, ieri sera, Sergio Chiamparino e, sebbene nel congedarsi in gran fretta dall’area di corso Grosseto abbia persino saltato la tradizionale visita allo stand dei volontari, lasciando musi lunghi tra i militanti, il governatore non è riuscito a raggiungere la villa ai piedi della collina, dove pur era atteso, per la merenda sinoira organizzata dal padrone di casa, Stefano Ambrosini. Un vero peccato, perché a dispetto del bel 7 che si è affibbiato, con manica piuttosto larga, sul palco della kermesse piddina, nel giardino dov’era attovagliato un nutrito drappello dell’élite nostrana avrebbe raccolto giudizi un tantino diversi sull’operato suo e della sua giunta.

La situazione politica e, soprattutto, l’imminente scadenza elettorale regionale ha tenuto banco nei capannelli e non solo tra gli addetti ai lavori, invitati bipartisan: Davide Gariglio e Mauro Laus per il centrosinistra, Claudia Porchietto e Michele Vietti per il centrodestra. E tra un “amme amme, che brutto momento signora mia” e una catilinaria contro quegli incompetenti che stanno a Roma, più d’uno s’è lasciato andare a uno struggente rimpianto per le larghe intese. Con Chiamparino convitato di pietra, tutte le attenzioni sono state rivolte verso la neo parlamentare azzurra, negli ultimi tempi alquanto “gettonata” agli eventi mondani: sarà lei a succedere a Chiamparino? Le scommesse (senza puntate, però) fioccavano così numerose che sembrava di stare in una sala zeppa di allibratori e non in rigoglioso garden affollato di persone perbene.

A far le veci del Chiampa, Tom Dealessandri, il Reschigna del Comune e suo compagno di interminabili partite di scopa e scala 40. A tutti l’ex vicesindaco ha riservato una parola di conforto, di rassicurazione, di sprone per quella che si annuncia la competizione elettorale più difficile dell’amico Sergio. Ammirevole, anche se a giudicare dalle facce e dai commenti alle sue spalle c’è ancora molto da fare per riuscire a convincere questa “società civile” con incarichi a piè di lista a gettarsi nella mischia di una battaglia persa in partenza.

Rifocillata da un catering vegetariano per l’occasione “corrotto” da qualche fetta di salame (per il resto tanti formaggi, sformato di melanzane e medagliati con funghi), la vipperia casalinga ha affrontato nelle proprie conversazioni, con la naturale leggerezza del rango, le questioni più dirimenti di questa decadente stagione (nel senso dell’estate). E così la consigliera della Compagnia di San Paolo, Anna Maria Poggi, ha svelato in confidenza alcuni particolari della travagliata successione di Piero Gastaldo, addossando gran parte della responsabilità al presidente Francesco Profumo. In merito all’altra vicenda “scottante”, lo scandalo Finpiemonte, ci si è limitati, in casa del presidente, a formulare gli auguri di buon lavoro al neo direttore generale Marco Milanesio, anch’egli della combriccola.

Lavoro, business, relazioni internazionali sono stati il piatto forte di molti commensali; dal segretario generale della Camera di Commercio Guido Bolatto al presidente nazionale di Federmeccanica Alberto Dal Poz ad altri noti imprenditori, fra cui Stefano Serra, ex consigliere di Eurofidi, e Giulio Rolando, patron della Iscot, con la bella moglie, la scrittrice Ottavia Casagrande. Ed ancora Giancarlo Cerutti, presidente delle omonime officine (storica azienda di Casale Monferrato, nel cui cda sono entrati lo scorso anno Ambrosini e Roberto Testore) e Gianfranco Brasso, proprietario degli impianti della Via Lattea. Molto corteggiato il presidente del Tribunale di Cuneo Paolo Demarchi.

Questa sera si replica. Il commercialista Paolo Ceruzzi, molto vicino al Vaticano, giro dello Ior, ha organizzato alla Reggia di Venaria un importante evento benefico, con cena di gala a seguire (10mila euro a tavolo), a sostegno dell’associazione Ausilia da lui presieduta, che si occupa di aiutare i bambini malati e bisognosi. Non dovrebbero mancare, tra gli altri, Profumo per la Compagnia di San Paolo e Giovanni Quaglia per la Fondazione Crt, il “Ministro dell’Istruzione” del Vaticano cardinal Giuseppe Versaldi, un top manager di Assicurazioni Generali e lo stesso Ambrosini.

Torino insomma sarà pure in declino, ma la mondanità non conosce crisi.

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WEIDMANN: BENE SALVATAGGIO STATALE DELLE BANCHE TEDESCHE (VIETATO ALL’ITALIA…)

Il nord.it 17.9.18

17 settembre – ”La crisi finanziaria e’ stata anche una crisi tedesca” nella quale ”le banche tedesche non erano solo vittime”: ha dirlo e’ il numero uno della Bundesbank, Jens Weidmann, in un’intervista a Bild. ”Molte banche si sono assunte rischi che alla fine non potevano sostenere. Le banche hanno investito in prodotti molto complessi, i cui rischi non erano trasparenti”, ha proseguito il presidente della Bundesbank. I fatti di allora ”hanno scosso la fiducia nel sistema finanziario” dei cittadini e per questo in quella situazione ”e’ stato importante e giusto che lo Stato abbia deciso di intervenire”, ha continuato Weidmann. ”La cancelliera e il ministro delle finanze si sono rivolti direttamente ai cittadini per fermare la perdita di fiducia. La regolamentazione e’ stata piu’ rigorosa”, ha detto Weidmann. Detto questo, perchè allora per le banche italiane in crisi venne imposto il bail in? Perchè fu vietato il salvataggio di Stato? Due pesi, due misure, questo è la Ue.

Genova: per Ponte Gdf sequestra documenti in PoliMi e Cesi (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Guardia di Finanza di Genova ha sequestrato una serie di documenti nelle sedi del Politecnico di Milano e del Cesi, relativi al Ponte Morandi di Genova.

È quanto ha appreso Mf-Dowjones da una fonte a conoscenza dei fatti.

Cesi è la società che realizzó nel 2016 uno studio sullo stato di salute del Ponte crollato il 14 agosto scorso.

lab

(END) Dow Jones Newswires

September 17, 2018 06:14 ET (10:14 GMT)

Davide Serra: ecco chi è il finanziere che vuol resuscitare Matteo Renzi

Salvatore Recupero – 16 settembre 2018 il primato nazionale.it

Roma, 16 set –  Davide Serra ha fondato un nuovo think tank: l’Algebris Policy & Research Forum. Il nome si inspira chiaramente alla sua società di gestione di risparmio (Algebris).  Lo scopo, come si legge sul sito ufficiale, è quello “di promuovere e incoraggiare un’economia forte ed equilibrata in Europa, sulla base di un solido sistema finanziario supportato da un ambiente regolamentare e fiscale trasparente a beneficio delle società nel loro insieme, condividendo le conoscenze e la ricerca di esperti con il pubblico, enti governativi e non governativi”. Con Serra gli europei saranno in una botte di ferro.

Scorrendo la home del sito accanto alla foto di Davide Serra (fondatore e numero uno del gruppo) non si può fare a meno di notare il ritratto del nostro ex premier Matteo Renzi. Il senatore fiorentino sarà uno degli advisor di punta. Una scelta che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, l’assoggettamento della politica alle ragioni della finanza.

Tornando al rapporto tra Serra e Renzi, esso è spesso stato oggetto di accuse a volte anche pesanti. Fu proprio l’ex sindaco di Firenze a far conoscere al grande pubblico il finanziere genovese naturalizzato britannico. Il numero uno di Algebris fu sempre al fianco del suo amico toscano sostenendolo sia nelle primarie che in tutte le campagne elettorali che lo vedevano direttamente coinvolto. Il sostegno era anche economico come testimoniano diverse inchieste giornalistiche. Un legame indissolubile che porta l’uomo d’affari a dare una mano all’amico caduto in disgrazia.

Vediamo meglio, quindi, chi è il businessmen progressista. Classe 1971, Davide Serra è sicuramente un uomo che ha avuto una carriera brillante. Laurea nel 1995 alla Bocconi, si trasferisce a Londra dove lavora prima per Ubs e poi per la banca d’affari Morgan Stanley dove a soli 29 ricopre il ruolo di direttore generale e coordinatore della ricerca globale sulla finanza. Nel 2006 decide di mettersi in proprio e insieme al francese Eric Halet, fonda la società di gestione del risparmio Algebris, di cui diviene amministratore delegato. Da buon migrante non si scordò mai della sua terra. L’amore per l’Italia del brillante uomo d’affari democratico è stato premiato anche dal Quirinale, con l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che gli ha conferito l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana nel 2014 “per essersi impegnato nella promozione dell’Italia come meta di investimenti finanziari”. Una frase alquanto sibillina.

La sua vicinanza con il Partito Democratico gli ha causato qualche grattacapo. Il 13 febbraio 2015, viene reso noto che la Consob lo ha convocato per avere spiegazioni su possibili anticipazioni e informazioni privilegiate ricevute in merito alla trasformazione delle banche popolari in società per azioni.

Tornado ai giorni nostri è importante capire quali sono i progetti del nostro Commendatore. Serra punta tutto sulla gestione della cartolarizzazione degli Npl o meglio crediti deteriorati. In pratica si tratta di soldi che le banche hanno prestato e che potrebbero non aver indietro. La crisi economica ha fatto esplodere questo fenomeno e a farne le spese sono stati soprattutto i piccoli debitori. Lo stato si è rifiutato di gestire l’emergenza lasciando spazio agli avvoltoi della finanza. Le banche, messe alle strette, hanno venduto questi crediti a fondi e società specializzati nella loro gestione.  Ed è qui che entra in gioco Algebris che compra a poco, ristruttura, rivende a un prezzo più alto, ottenendo un margine elevato. Infatti, attualmente queste operazioni avvengono a prezzi molto bassi, tra il 5 e il 18% del valore nominale. Lo scorso anno, ad esempio, il finanziere vicino a Matteo Renzi ha vinto col fondo Algebris Npl Fund II l’asta organizzata dal Banco Bpm per cedere il portafoglio “Project Rainbow” da 693 milioni di euro di valore nominale di crediti in sofferenza, garantiti da ipoteche su immobili a uso alberghiero, residenziale e commerciale. Poi è stata la volta di Banca Carige. Lo stesso tipo di operazione si è ripetuta con il Credito Valtellinese lo scorso aprile. Il vero problema è che tutte queste operazioni sono legali, il che non gli impedisce comunque di drenare liquidità dall’economia reale alla finanza. Davide Serra, dunque, ha già vinto la sua battaglia senza bisogno di alcun think tank.

Salvatore Recupero

L’Air Force Renzi e quei 13 milioni di euro spariti

silenziefalsita.it 17.9.18

Un nuovo enigma è sorto per gli italiani e riguarda l’Air Force di Renzi e milioni di euro che mancano all’appello.

Ne parla Daniele Martini in un articolo per Il Fatto Quotidiano rilanciato anche dal Blog delle Stelle.

Il famoso Airbus A 340/500 è costato 160 milioni di euro, di cui circa 80 solo per l’affitto, una cifra sedici volte superiore a quella contrattata recentemente, per la vendita di un aereo dello stesso tipo, dalla stessa società Etihad con Gaetano Intrieri collaboratore del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli.

Ma le sorprese non sono finite: due mesi fa è stata pagata l’ultima rata mensile di 841 mila euro per l’Air Force Renzi, eppure dei 50 milioni dati, a Etihad ne risultano solo 37. Secondo il contratto, circa 70 mila euro mensili, sono stati dati ad Alitalia, per la manutenzione del jet, ma la compagnia non rilascia dichiarazioni al riguardo.

In realtà i tecnici del ministero sostengono che Alitalia si sarebbe potuta occupare solo della manutenzione ordinaria, perchè per quella straordinaria non ha la capability ossia certificazioni e personale necessari, inoltre la compagnia non ha Airbus uguali a quello di Renzi.

Da quanto è emerso dagli incontri al ministero, Etihad, avrebbe offerto all’Italia un Airbus A330 ma venne rifiutato dalla Presidenza del Consiglio e dagli ufficiali della Difesa che conclusero un’altra trattativa.

E anche tenendo conto dei 6 milioni destinati ad Alitalia, ne mancano altri 7, per cui Toninelli si è rivolto alla Corte dei conti che ha attivato la Guardia di Finanza.

Un’altra incongruenza riguarda il motivo per cui Alitalia è stata coinvolta in questo affare con una funzione di intermediazione e il ruolo di lessor, prendendo in affitto da Etihad l’areo che a sua volta Etihad aveva preso in affitto sul mercato. Secondo i tecnici questa è un’anomalia tale che sommata alle altre rende nullo il contratto per l’Airbus.

B.Carige: Consob chiede a Mincione integrare prospetto con Patto; i punti salienti

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Consob ha imposto a Pop 12, la società che fa capo al finanziere Raffaele Mincione attuale azionista di B.Carige, di integrare il prospetto informativo pubblicato il 5 settembre relativo alle sollecitazioni delle deleghe di voto (il soggetto incaricato dlela raccolta è Morrow Sodali) in vista dell’assemblea della banca ligure che giovedì 20 settembre voterà la nuova governance.

L’Authority ha chiesto infatti l’integrazione delle informazioni relative al patto parasociale siglato tra Mincione, Gabriele Volpi e Aldo Spinelli sul 15,198% del capitale.

Nel prospetto – pubblicato il 16 settembre – si riportano quindi, segnalati in rosso, tutti i crismi dell’alleanza. “I sottoscrittori si sono impegnati a proporre congiuntamente nel corso dell’assemblea che il numero dei membri del nuovo Cda di Carige, da eleggere all’assemblea stessa, venga determinato in 15 e a votare, con le rispettive azioni sindacate, in favore di tale proposta e a votare con le relative azioni sindacate in favore della lista presentata da Pop 12 di dodici candidati per la elezione dei membri del Cda”, spiega il documento. “I sottoscrittori si sono impegnati per la durata del medesimo, a non stipulare o comunque a partecipare ad altri patti o accordi di qualsivoglia natura che comportino obblighi in conflitto con quelli convenuti. Il patto – si specifica – rimarrà in vigore fin quando non saranno stati deliberati nell’assemblea gli argomenti all’ordine del giorno”.

Al di là dei contenuti del patto il prospetto è stato altresì integrato con le informazioni relative al ricorso ex art. 700 della Malacalza Investimenti dinanzi al Tribunale di Genova ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile – con il quale è stata chiesta l’emanazione di un provvedimento che inibisca, nell’assemblea, l’ammissione della lista di candidati amministratori presentata da Pop 12 e l’espressione di voto da parte della societá e degli altri partecipi del patto parasociale sottoscritto il 25 agosto.

Le ragioni si fondano sulla violazione della disciplina bancaria in

materia di autorizzazioni agli acquisti di concerto di partecipazioni che

comportino la possibilitá di esercizio di influenza notevole sulla banca

o attribuiscano una quota dei diritti di voto almeno pari al 10%. In

particolare l’azione è fondata sulla mancata autorizzazione da parte

della Bce necessaria, ai sensi degli articoli 19 e 22 del Tub, per

l’acquisizione delle partecipazioni interessate dal concerto manifestato

anche con il patto e sulla prescrizione dell’articolo 24 del Tub che

esclude, in caso di mancata autorizzazione, l’esercizio del diritto di

voto e degli altri diritti che consentono di influire sulla banca.

Infine, in rosso, si nota anche l’aggiunta della nota di Banca d’Italia del 13 settembre con cui Via Nazionale invita i pattisti a inviare la richiesta di autorizzazione necessaria.

red

(END) Dow Jones Newswires

September 17, 2018 05:29 ET (09:29 GMT)

5 giorni di sciopero per giornalisti di Repubblica: ecco cosa sta succedendo

Maurizio informarexresistere.fr 17.9.18

Il mondo flessibile sognato da “Repubblica” non piace ai suoi giornalisti: 5 giorni di sciopero – di Filippo Burla

Tagliare i costi, spingere sulla flessibilità e aumentare le vendite. Obiettivo? Recuperare produttività per tornare a competere.

La ricetta sempiterna, propagandata urbi et orbi (non sia mai toccare la moneta unica e le sue connaturate storture) vale come dogma, ma non quando tocca gli stessi che la propugnano. E così, i giornalisti di Repubblica hanno indetto sciopero.

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Cinque giorni di agitazione contro il piano predisposto dalla proprietà (il gruppo Gedi della famiglia De Benedetti), volto a contenere i costi di gestione e che prevede in tal senso numerosi tagli al personale oltre ad una spinta all’uso di forme contrattuali più flessibili.

Con un comunicato il comitato di redazione spiega di aver respinto all’unanimità la proposta, mettendo sul piatto “un pacchetto di cinque giorni di sciopero e la valutazione sull’uso di altre forme di lotta”, invitando “gli azionisti a farsi carico di criticità che non possono essere addebitate al corpo redazionale, ma a scelte manageriali, di marketing ed editoriali”.

La flessibilità, par di capire, piace quando si tratta di difendere a spada tratta il Jobs Act e criticare forme – sia pur probabilmente poco incisive – di correzione alle riforme del passato esecutivo, come il Decreto Dignità. Meno, invece, quando tocca il proprio portafogli.

Era già successo in passato con Il Sole 24Ore, pronto a biasimare qualsiasi forma di sciopero tranne il proprio.

Accade adesso a Repubblica, che oltre all’ipocrita contraddizione – dov’erano quando la flessibilità toccava tutti gli altri lavoratori? – tenta di buttarla anche sul piagnisteo:

“Nel momento in cui Repubblica è sotto attacco da parte della maggioranza di governo – si legge ancora nel comunicato della redazione – i giornalisti esigono dall’azienda che si mettano in campo tutti gli strumenti e i comportamenti necessari per difendere il giornale, per proteggerne l’autorevolezza e la libertà, per tutelare la comunità dei lettori”.

Insomma, andrà a finire che fra un po’ sarà colpa di Salvini. Fonte Il Primato Nazionale

Mps, Carige, Popolare di Bari, che cosa succederà alla Gacs per gli Npl?

Silvia Merler startmag.it 17.9.18

L’analisi di Silvia Merler, Affiliate Fellow presso Bruegel (Bruxelles), sull’utilizzo delle Gacs delle cartolarizzazioni

(Le operazioni assistite da Gacs sono state oltre quella del Monte dei Paschi di Siena per circa 24 miliardi di euro (‘Project Valentine’); la cartolarizzazione, realizzata dal Gruppo Carige di un portafoglio di sofferenze dal valore di 938 milioni di euro; la cartolarizzazione del Credito Valtellinese relativa a un portafoglio di sofferenze da 1,4 miliardi di euro; le due cartolarizzazioni della Banca Popolare di Bari realizzate tra il 2016 e il 2017, con oggetto un portafoglio di sofferenze rispettivamente pari a 480 milioni di euro e 319 milioni di euro. Qui l’ultimo approfondimento di Start Magazine sulla base di un report di Kpmg e di seguito l’analisi di Merler tratta da Lavoce.info)

L’ANALISI DI LAVOCE.INFO SULLE GACS

La garanzia cartolarizzazione sofferenze è formalmente scaduta il 6 settembre. Il Tesoro ha richiesto un’estensione alla Commissione europea, che l’ha accordata. Ma come va il mercato italiano dei crediti deteriorati? E cosa possiamo aspettarci?

UNA GARANZIA PER I CREDITI DETERIORATI

La crisi economica ha avuto importanti ripercussioni sui bilanci delle banche italiane, che ancora fanno i conti con il fardello dei prestiti deteriorati (non-performing loans, Npl) accumulati negli anni passati. Per far fronte al problema, a febbraio 2016 è stato introdotto un meccanismo noto come “Gacs”, garanzia cartolarizzazione sofferenze.

Lo schema è formalmente scaduto il 6 settembre, ma il Tesoro ha richiestoun’estensione alla Commissione europea, che pare aver dato il suo assenso.

La Gacs ha l’obiettivo di facilitare lo smaltimento dei Npl grazie alla concessione di garanzie statali nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione che abbiano come sottostante crediti in sofferenza. Le garanzie possono essere richieste solo per le tranche senior– le meno rischiose – e le banche richiedenti sono tenute a pagare una commissione al Tesoro, a prezzo di mercato (motivo per cui la misura non costituisce aiuto di stato secondo le regole europee).

Come sta andando, quindi, il mercato dei crediti deteriorati? Dopo un continuo aumento nel periodo 2008-2016, lo stock dei crediti deteriorati nel sistema bancario italiano ha infatti iniziato a ridursi significativamente nel 2017 e 2018. Stando alle recenti statistiche della Banca d’Italia, il totale dei crediti deteriorati alla fine del primo trimestre di quest’anno era di 195 miliardi di euro (figura 1, sinistra). Le cosiddette “sofferenze” – che costituiscono il nocciolo più duro dei prestiti deteriorati – erano circa 132 miliardi a giugno 2018, in discesa del 34 per cento dalla fine del 2016 (figura 1, destra).

Figura 1 – Crediti deteriorati e sofferenze – Aggregato (miliardi di euro)

Fonte: Banca d’Italia

Nota: i grafici usano due serie diverse della Banca d’Italia.

L’Italia resta il paese con lo stock di crediti deteriorati più voluminoso in termini assoluti (figura 2, destra) ed è il quarto in Europa quanto a rapporto tra prestiti deteriorati e prestiti totali, ma il Npl ratio italiano si è ridotto in due anni di ben 5 punti percentuali (dal 16 all’11 per cento).

Figura 2 – Npl in Europa – Valori assoluti e rapporto percentuale

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 2017, il mercato Npl ha registrato transazioni per 72 miliardi di euro – contro un totale di 17 miliardi per il 2016 (figura 3). Anche il 2018 è iniziato bene: secondo ricerche di mercato, 37 miliardi di transazioni sarebbero già state concluse nei primi sei mesi dell’anno e il totale di fine-2018 potrebbe essere vicino a quello dell’anno scorso.

Sviluppi positivi sul mercato NPL, quindi. Ma quant’è il contributo della GACS? Alcuni aspetti problematici della garanzia erano stati discussi sul nostro sito in passato. Secondo una recente analisi della Commissione europea, si sono verificati alcuni problemi operativi sul fronte GACS: per esempio, l’assenza di dati dettagliati sui prestiti in portafoglio, soprattutto per le banche più piccole, ha rallentato le transazioni Gacs e il processo di valutazione da parte delle agenzie di rating. Al tempo stesso, la Commissione rileva che alcune banche esitano di fronte al costo dei miglioramenti nella qualità dei dati e della gestione dei Npl, necessari per partecipare alla Gacs.

La prima transazione Gacs si è avuta su richiesta della Banca Popolare di Bari, e successivamente l’uso della garanzia è aumentato fino a 20 miliardi nel 2017 ed è in rotta verso i 40 miliardi quest’anno. Nel 2017, la Gacs è stata usata per il 5 per cento delle transazioni Npl, ma si è trattato tendenzialmente di operazioni ridotte, in termini di volume (figura 4).

Figura 3 – 2017, transazioni Npl per tipo di portafoglio – Volume e numero di transazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Banca Ifis

Figura 4 – 2017, transazioni Npl per metodo di disposizione

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Banca Ifis

UNA TENDENZA DESTINATA A CONTINUARE?

I recenti dati sul mercato Npl sono decisamente positivi. La ripresa economica ha senz’altro giocato un ruolo fondamentale nello smaltimento dei crediti deteriorati osservato durante gli scorsi due anni. Sulla Gacs, la valutazione è più mista: da un lato è stata applicata finora a transazioni relativamente limitate, dall’altro l’uso della garanzia è aumentato nel tempo e i problemi rilevati nel rapporto della Commissione Europea potrebbero essere mitigati in futuro, se la Gacs si dimostrasse strumento efficace per lo smaltimento dei Npl.

Affinché ciò avvenga, occorre però prima di tutto garantire certezze sul fronte economico e politico. Le aspettative degli investitori sono infatti fondamentali per un mercato come quello dei Npl. Un recente rapporto di PwC, per esempio, sottolinea come ci siano stati importanti cambiamenti nel mercato di gestione e recupero dei crediti deteriorati con l’ingresso di “servicer” internazionali, in cerca di opportunità soprattutto nella gestione e recupero delle inadempienze probabili (unlikely to pay), attualmente circa il 22 per cento dei crediti deteriorati italiani (figura 1).

Queste aspettative potrebbero però cambiare alla luce delle posizioni del nuovo governo in materia di recupero dei crediti da parte di banche e società: il programma di governo per esempio include l’intenzione di sopprimere qualunque norma che consenta l’azione nei confronti dei cittadini debitori senza preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria – un provvedimento che potrebbe rallentare e complicare il processo di recupero crediti.

In due anni, i crediti deteriorati in rapporto ai prestiti totali sono diminuiti di 5 punti percentuali. Si tratta di un miglioramento certamente significativo e suggerisce che il mercato Npl in Italia sia avviato nella giusta direzione. Ma la strada è ancora lunga e sarebbe sbagliato pensare che la garanzia statale sia una panacea per il settore bancario italiano, se non ci sono certezze sul fronte economico e politico. I prossimi mesi, le prossime mosse del governo, giocheranno il ruolo più importante nel determinare se la tendenza positiva che abbiamo visto negli ultimi due anni continuerà.

Articolo pubblicato su Lavoce.info

Fondi: finito Eldorado raccolta; Sgr devono rinnovare offerta (Mi. Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La necessità è la madre di buona parte delle invenzioni. Con la raccolta fondi che in Europa continua a prosciugarsi mentre il mercato sta entrando in una fase di maggiore volatilità e più bassi rendimenti attesi, le società di gestione devono darsi da fare per continuare a collocare i propri prodotti in un’industria che fino a poco tempo è stata ricca di soddisfazioni, ma ora sta rallentando. In Europa luglio è stato il terzo mese di seguito in negativo per la raccolta fondi (-5 miliardi di euro, dati Thomson Reuters Lipper), dopo 16 mesi positivi. E l’Italia è stato il secondo Paese che ha contribuito di più a portare la raccolta in territorio negativo (soltanto il Regno Unito ha fatto peggio con -2,9 miliardi di deflussi).

Nel Paese – scrive Milano Finanza – anche luglio, rileva l’ultimo mensile di Assogestioni, si è chiuso in rosso (-483 milioni di euro), dopo i -579 milioni usciti a giugno e i -6,91 miliardi di maggio. Il totale da inizio anno è ancora positivo per 9,3 miliardi, ma è ben al di sotto i 67 miliardi dello stesso periodo del 2017 (un dato migliore rispetto alla raccolta dell’intero 2016). Nei fondi sono confluiti da gennaio 9,5 miliardi, mentre le gestioni mostrano un dato negativo (-219 milioni). Ma in luglio i fondi sono finiti in rosso (-1,08 miliardi). «I dati di raccolta dei fondi comuni italiani a luglio mostrano una battuta d’arresto che giunge al termine di un periodo d’oro per questi prodotti finanziari, con 23 trimestri sugli ultimi 24 di raccolta positiva e un patrimonio gestito che sullo stesso periodo è sostanzialmente raddoppiato, superando i mille miliardi di euro. Una vera riscoperta da parte dei risparmiatori di un veicolo d’investimento efficiente e trasparente nei costi e nei risultati, facilmente sottoscrivibile e disinvestibile, che ben si presta a comparazioni e confronti immediati», osserva Marco Bonifacio, risk manager di Zenit sgr.

A collocare sempre meno fondi sono gli sportelli delle banche. Come confermano le statistiche di Assoreti, l’associazione delle reti di consulenti finanziari. Da questi dati emerge che la raccolta netta di luglio delle reti sui fondi aperti è stata pari a 707 milioni di euro, valore che si confronta con i disinvestimenti netti realizzati nel complesso dagli altri canali distributivi, quindi le filiali, pari a circa -1,8 miliardi dal momento che, come si accennava, luglio si è chiuso in base ai dati Assogestioni, con un rosso sui fondi di 1,08 miliardi. E da inizio anno l’apporto delle reti sale così a 8,8 miliardi e rappresenta ben il 98% degli investimenti netti complessivi realizzati sui fondi aperti (8,9 miliardi, sempre in base ai dati Assogestioni). Le banche italiane quindi privilegiano in questa fase altri prodotti da collocare allo sportello e hanno lasciato alle reti il mercato dei fondi. Che vede oggi un interesse crescente da parte delle società di gestione estere le quali continuano a investire in Italia affidandosi per il collocamento dei propri prodotti proprio ai consulenti finanziari delle reti. Ad esempio nei giorni scorsi ha aperto una filiale a Milano Tcw, asset manager di Los Angeles, con più di quarant’anni di esperienza negli investimenti e circa 200 miliardi di dollari di patrimonio in gestione. L’apertura della branch segna un nuovo passo nel percorso di sviluppo sul mercato italiano, iniziato a fine 2015. L’asset manager si è rivolto, in un primo momento, soltanto agli investitori istituzionali, si è poi avvicinato al mondo delle gestioni patrimoniali e delle unit linked, arrivando a stipulare due accordi di distribuzione con CheBanca! e Finecobank .

Invece le principali sgr italiane che sono ancora nelle mani delle banche fanno più fatica a raccogliere, dal momento che l’interesse degli istituti di credito che le controllano in questa fase appare sempre più rivolto al comparto assicurativo, tra polizze vita o prodotti danni. D’altra parte l’andamento incerto dei mercati, dopo anni di abbondante liquidità fornita da Qe della Bce, pone nuove incognite e rende più facile fare consulenza su prodotti che non risentono dell’andamento dei mercati come quelli assicurativi.

Ma per chi ha nei fondi il proprio business principale il dovere è restare competitivi, man mano che il mercato entra in un’era di bassi rendimenti attesi e maggiore volatilità. “Con la progressiva riduzione della liquidità in circolo”, afferma Elisabetta Manuli, vicepresidente di Hedge Invest sgr, “si assisterà a un aumento della volatilità, che ora invece, dopo l’impennata nella prima parte dell’anno, è di nuovo vicina ai livelli pre-crisi del 2008”. In Italia, rileva l’indagine 2018 di Natixis Investment Managers sui consulenti finanziari, l’80% dei loro portafogli è focalizzato sulla gestione attiva. Gli intervistati affermano che le strategie passive, al contrario, sono utilizzate principalmente per le loro commissioni più basse (60,6%), lasciando agli investitori un falso senso di sicurezza riguardo agli investimenti passivi.

“Dopo nove anni di crescita stabile, la volatilità è tornata sui mercati finanziari e gli investitori devono riacquistare il senso dell’incertezza. Navigare in contesti così difficili richiede la necessità di evitare decisioni di investimento emotive, ma soprattutto di adottare approcci attivi alla costruzione dei portafogli”, commenta Antonio Bottillo, managing director di Natixis Investment Managers Italia. D’altronde per tutti d’ora in poi sarà difficile ottenere rendimenti interessanti con portafogli tradizionali composti da bond e azioni. L’avvertimento lo lancia Karen Watkin, gestore di Alliance Bernstein per la quale bisogna aspettarsi tempi di magra per i portafogli di questo tipo. Le previsioni per i prossimi dieci anni stimano un netto ridimensionamento nei rendimenti di queste strategie rispetto a quanto fatto registrare negli ultimi cinque anni.

red/cce

(END) Dow Jones Newswires

September 17, 2018 02:37 ET (06:37 GMT)

B.Carige: un’assemblea al buio (Mi. Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Per poche assemblee bancarie i pronostici sono stati tanto incerti come per quella che Carige terrà a Genova giovedì 20 settembre. L’istituto deve rinnovare il consiglio di amministrazione dopo la richiesta di revoca presentata dal socio Raffaele Mincione, ma per il momento è quasi impossibile prevedere l’esito del confronto. Il maggiore elemento di incertezza è costituito dal ricorso che la famiglia Malacalza, primo azionista della banca, ha presentato contro lo stesso Mincione e i suoi alleati Gabriele Volpi e Aldo Spinelli.

In sostanza i Malacalza, ricorda Milano Finanza, sostengono che il patto parasociale costituito dagli sfidanti sul 15,2% non sia stato autorizzato dalle autorità di vigilanza, tesi confermata venerdì 14 da Bankitalia. Secondo via Nazionale Mincione&C avrebbero dovuto chiedere il via libera per superare il 9,9% del capitale, una svista cui potranno rimediare notificando la richiesta entro 15 giorni. Sul tema il giudice del Tribunale di Genova si esprimerà sabato 15 con un provvedimento che potrebbe anche ribaltare l’esito della partita. Se infatti venisse accolta la linea di Bankitalia, il patto si vedrebbe congelato il 5,2% del capitale e il distacco tra i due sfidanti si allargherebbe in maniera irreversibile. Proprio nei giorni infatti i Malacalza sono ulteriormente saliti al 27,6%, un soffio sotto il tetto autorizzato dalla Bce.

La famiglia ha infatti comprato da Sga il 3,1% del capitale con un spesa di 16,1 milioni di euro. Anche ammettendo la presenza di quei pacchetti di azioni fuori dal patto di cui si mormora a Genova, non vi è dubbio che un verdetto sfavorevole precluderebbe a Mincione, Volpi e Spinelli una vittoria in assemblea. Soprattutto perché i fondi sarebbero orientati votare compattamente per la lista di Assogestioni che candida Angelo Busani, Sonia Peron e come capolista Giulio Gallazzi. Partendo dal 2,9% detenuto dai promotori, la lista potrebbe infatti ottenere consensi superiori al 5% considerando l’appoggio di fondi comuni ed hedge fund. Un risultato che, alla luce del sistema di voto proporzionale di Carige , consentirebbe agli istituzionali di costruire una posizione di tutto rispetto nel nuovo board. Altra formazione in campo è quella promossa da Coop Liguria e Talea società di gestione immobiliare, che hanno presentato una propria lista di candidati, detenendo rispettivamente lo 0,44 e l’1,36%.

Ancora alla vigilia del responso del giudice, comunque, Mincione (assistito dall’avvocato Andrea Zappalà) considerava aperta la sfida: per mezzo di una nota il finanziere ha fatto sapere che “la lista presentata dalla Pop 12 rimane in corsa per il rinnovo del cda e potrà essere votata da tutti gli azionisti di minoranza alla prossima assemblea del 20 settembre”. Oltre che su un verdetto favorevole, Mincione punta probabilmente anche su un rinvio della decisione che consentirebbe al patto di andare in assemblea con l’intero pacchetto azionario.

red/cce

(END) Dow Jones Newswires

September 17, 2018 02:14 ET (06:14 GMT)