Siria – La provocazione israeliana causa la morte di militari russi – La vendetta di Mosca sarà politica

Markus- comedonchisciotte.org 18.9.18

MOON OF ALABAMA
moonofalabama.org

Ieri, la Turchia e la Russia hanno raggiunto un’intesa per una ulteriore de-escalation nella provincia di Idlib, in Siria, (vedere gli aggiornamenti qui). Questo accordo azzera la possibilità di un imminente e più ampio scontro, in cui gli Stati Uniti e i loro alleati avrebbero usato il pretesto di un finto attacco chimico per un lancio di missili contro obbiettivi governativi e postazioni militari siriane.

Una risoluzione pacifica della situazione ad Idlib non soddisfa Israele. Una vittoria siriana nei confronti del nemico jihadista all’interno della nazione permetterebbe alla Siria e ai suoi alleati di concentrare le loro forze contro Israele. Israele vuole il governo siriano distrutto e il paese nel caos.

Domenica 16 settembre, Israele aveva tentato di colpire un Boeing 747 (cargo) iraniano all’aereoporto di Damasco. L’aereo avrebbe trasportato una copia iraniana del sistema di difesa antiareo russo ad ampio raggio S-300, destinata all’esercito siriano.

Lunedi, intorno alle 22:00 locali, 4 caccia F-16 dell’aviazione israeliana provenienti dal mare avevano lanciato missili contro tre bersagli situati lungo la costa siriana. L’attacco aveva avuto luogo solo qualche ora dopo il rilascio, da parte di Israele, di immagini satellitari di quelli che venivano definiti “bersagli strategici” in Siria. La difesa antiaerea integrata russo-siriana aveva risposto.

L’aviazione israeliana aveva avvertito le forze russe in Siria solo un minuto prima dell’attacco. Un IL-20 russo attrezzato per le contromisure elettroniche (linea rossa) stava preparandosi ad atterrare all’aereoporto russo che si trova nei pressi di Latakia, proprio quando era avvenuto l’attacco israeliano (blu).

L’IL-20 è stato colpito a 35 km. al largo della costa da un missile antiareo S-200 lanciato dall’esercito siriano contro gli attaccanti israeliani. A bordo del velivolo c’erano 15 militari russi e, molto probabilmente, sono tutti morti. Navi russe sono alla ricerca di eventuali superstiti. Rottami dell’aereo sono stati trovati in mare 27 km. ad ovest del villaggio di Banias.

L’attacco israeliano proveniva dalla stessa direzione dell’IL-20 russo. Il grosso turboelica ha una segnatura radar molto più marcata di quella dei minuscoli caccia F-16. I missili S-200 sono dotati di testate a guida radar semi-attiva. Sono dei rilevatori passivi di segnali radar che provengono da una sorgente esterna, in questo caso i radar russi e siriani sul terreno. Il missile era stato lanciato contro un F-16, ma la sua testata ha probabilmente identificato come bersaglio la più intensa riflessione radar dell’IL-20

Nello stesso momento dell’attacco israeliano, una fregata russa (rossa) sottocosta rilevava lanci di missili da parte della fregata francese Auvergne (blu) presente nelle vicinanze. La fregata francese dispone di missili antiarei, antinave e per bersagli terrestri. La Francia ha negato “ogni coinvolgimento nell’incidente.” Sembra però che si riferisse all’abbattimento dell’IL-20 e non abbia negato il lancio dei missili.

Secondo Haaretz c’era dell’altro:

Non solo c’erano in aria missili ed aerei russi, francesi e (probabilmente) israeliani. I radar civili avevano anche rilevato velivoli dell’aviazione inglese che, insolitamente, avevano acceso i loro trasponder e si erano posizionati in un circuito di attesa, probabilmente per evitare, in qualche modo, di ritrovarsi coinvolti nello scambio di colpi sopra Latakia.

Il Ministero della Difesa Russo accusa il governo israeliano di aver architettato deliberatamente la cosa:

“Israele non ha avvisato dell’operazione pianificata il comando delle truppe russe in Siria. Abbiamo avuto una notifica su una linea di emergenza meno di un minuto prima dell’attacco, cosa che non ha permesso di reindirizzare l’aereo russo verso una zona sicura,” ha detto il portavoce del Ministero della Difesa Russo, il Maggiore Generale Igor Konashenkov.

Dopo l’attacco israeliano, la TV di stato siriana ha mostrato il quartier generale della Technical Industries Agency, presso Latakia, in fiamme. Gli altri obbiettivi colpiti si trovano presso Jableh, a sud di Latakia, e ad Homs. Almeno dieci persone sono rimaste ferite in questi attacchi.

Il portavoce dell’esercito russo ha anche accusato Israele di “azioni ostili” nei confronti delle forze russe:

“Noi consideriamo queste azioni provocatorie di Israele come ostili,” ha detto Konashenkov, aggiungendo che 15 militari russi erano morti a causa delle “irresponsabili azioni” delle forze di difesa israeliane, che avevano violato “lo spirito della collaborazione russo-israeliana.

Secondo il portavoce, il Ministero della Difesa Russo si riserva il diritto di dare una “risposta adeguata” all’attacco israeliano.

Israele (e la Francia?) sta deliberatamente provocando le forze russe e siriane. Spera in una risposta che gli permetta di fare la vittima e chiedere così aiuto e protezione al presidente americano Trump. Il sostegno arriverebbe sotto forma di un attacco statunitense, inglese e francese contro strutture governative e bersagli militari siriani.

La Russia si vendicherà sicuramente dell’attacco israeliano, ma, probabilmente, lo farà nell’arena politica. Su richiesta personale di Netanyahu la Russia aveva bloccato la consegna all’esercito siriano dei sistemi originali di difesa antiarea a lungo raggio S-300. E’ molto improbabile che questi avrebbero colpito il bersaglio sbagliato. Come conseguenza (di questa mancata consegna) un 747 iraniano è stato danneggiato e 15 militari russi sono stati uccisi. Netanyahu, altri ‘favori’ del genere da parte di Mosca se li può scordare.

Moon of Alabama

Fonte: moonofalabama.org
Link: http://www.moonofalabama.org/2018/09/syria-israel-provocation-kills-russian-soldiers-russia-will-take-political-revenge.html#more
18.09.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

IN MEDIO(BANCA) STAT UNICREDIT – MUSTIER COSTRETTO A RINCULARE: NIENTE CESSIONE DI QUOTE MEDIOBANCA NE’ FUSIONE CON SOC-GEN: IL GOVERNO E’ OSTILE ALL’ENNESIMA SVENDITA AI FRANCESI. E COSI’ IL PATTO SI RINNOVERA’ PER ALMENO UN ALTRO ANNO (LO DICE PURE ENNIO DORIS) – NAGEL TIRA UN SOSPIRO DI SOLLIEVO E SI ”PERMETTE” PURE DI FARE LUI ACQUISTI IN FRANCIA: VUOLE CRESCERE NEL CAPITALE DI MESSIER MARIS, BANCA D’AFFARI FRANCESE SPECIALIZZATA IN FUSIONI

dagospia.com 18.9.18

 

1 – UNICREDIT RESTA IN MEDIOBANCA E FRENA SUL DOSSIER SOCIÉTÉ GÉNÉRALE

Alessandro Graziani per “il Sole 24 Ore”

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

Il ceo di UniCredit Jean Pierre Mustier è orientato a rimanere ancora per un anno nel patto di sindacato di Mediobanca, rinunciando ad avvalersi della facoltà di disdetta anticipata entro il prossimo 30 settembre.

Dalla banca arriva il consueto «no comment» ma, stando a fonti finanziarie citate dall’ agenzia Bloomberg, l’ orientamento di Mustier – che ha la delega per la decisione finale – sarebbe di restare per un altro anno nel patto di Piazzetta Cuccia, che raggruppa il 28,47% del capitale. E il tema dovrebbe essere oggetto di un’ informativa del ceo al prossimo board di UniCredit in calendario per il 20 settembre.

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

La scelta dello status quo ha due motivazioni. La prima è che la quota dell’ 8,4%, definita «finanziaria» e non strategica, ha un valore tuttora inferiore al prezzo di carico, pari a circa 10,2 euro per azione rispetto a una valutazione di mercato, ieri, di 9,03 euro.

Dovendola dunque mantenere ancora in portafoglio per evitare minusvalenze dalla vendita, è il ragionamento che si fa in UniCredit, meglio lasciarla ancorata al patto di controllo di Mediobanca che, la prossima primavera, giocherà un ruolo decisivo per il rinnovo integrale del consiglio di amministrazione della partecipata (13%) Assicurazioni Generali.

SEDE SOCIETE GENERALE A PARIGISEDE SOCIETE GENERALE A PARIGI

E proprio la volontà di restare agganciato alla partita del Leone di Trieste rappresenta il secondo motivo della probabile scelta di Mustier di rimanere per un anno in Mediobanca. È noto che il banchiere francese, anche per gli ottimi rapporti con il conterraneo ceo di Generali Philippe Donnet, considera la compagnia assicurativa un alleato finanziario in Italia e in Europa.

Alleanza che va ben oltre le partnership bancassicurative, che vedono i due gruppi operare insieme in vari paesi del Centro Est Europa. Tanto che quando a inizio 2017 Intesa Sanpaolo aveva tentato un avvicinamento a Generali, Mustier era stato tra i sostenitori delle barricate innalzate da Mediobanca.

elkette a bloomberg con jean pierre mustierELKETTE A BLOOMBERG CON JEAN PIERRE MUSTIER

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti di quel che resta della grande finanza italiana alle prese, tra l’ altro, con la nuova maggioranza di governo pentaleghista. Negli ultimi mesi lo storico asse UniCredit-Mediobanca si è sfilacciato e, come dimostrato in una serie di occasioni a partire dal riassetto del centro ospedaliero milanese Ieo (si veda altro articolo in pagina), Piazzetta Cuccia si è trovata più spesso in sintonia con Intesa Sanpaolo che con UniCredit.

Tanto che a fine luglio, dopo un “franco e cordiale” confronto con l’ ad di Mediobanca Alberto Nagel sul caso Ieo, l’ ipotesi che Mustier uscisse da Mediobanca appariva concreta. Con rischi di instabilità nell’ azionariato delle Generali, accentuati dall’ asse stabilito proprio sullo Ieo da UniCredit con Leonardo Del Vecchio, azionista della compagnia triestina con una quota di circa il 3%.

GENERALIGENERALI

In quei giorni qualche grande banca d’ affari internazionale è arrivata a simulare la fattibilità di un’ Opa di UniCredit su Mediobanca, scorporando la quota Generali. Ipotizzando poi, come ha fatto pochi giorni fa Equita sim, un’ offerta con un prezzo a premio del 15%. Scenario già valutato dal board di UniCredit nell’ era Ghizzoni ma destinato a rimanere per ora confinato nella fantafinanza, anche perché contrario a tutte le affermazioni pubbliche di Mustier che ha sempre detto di non puntare a crescere ancora in Italia ma, piuttosto, ad accentuare la vocazione da banca paneuropea.

NAGEL MUSTIER1NAGEL MUSTIER1

Anche su questo versante però la scelta non pare imminente. L’ ipotesi di un matrimonio alla pari con Société Générale (già tentata da Profumo e naufragata sulla scelta della sede in Italia o in Francia) resta un dossier aperto.

A inizio giugno, subito dopo il rinnovo del board di SocGen presieduto dall’ italiano Lorenzo Bini Smaghi, sembrava che i contatti potessero subire un’ accelerazione. Ma oggi, dopo l’ insediamento del nuovo Governo italiano, il tentativo pare essere rinviato. Soprattutto dopo la crisi dello spread BTp-Bund e le difficoltà della Turchia, dove UniCredit è presente tramite YapiKredi, che rischiano di indebolire negozialmente il gruppo italiano sulle valutazioni e i concambi.

mediobanca nagelMEDIOBANCA NAGEL

Senza contare che l’ unione SocGen-UniCredit creerebbe una «super-Sifi» (banca di interesse sistemico)che, secondo gli analisti,necessiterebbe di alcuni miliardi di capitale in più. È molto probabile dunque che anche il dossier aggregazioni per UniCredit slitti ormai al 2019, quando prima di fine anno la banca presenterà il nuovo piano industriale triennale. In coincidenza con la scadenza naturale del patto di sindacato di Mediobanca.

Tutto rinviato di un anno? Non proprio. A primavera le Generali dovranno rinnovare il board. Il ceo Donnet si presenta alla scadenza forte dei dividendi assegnati ai soci nel triennio. Se, come pare, già a novembre il board approverà il suo nuovo piano industriale triennale, la riconferma dovrebbe essere acquisita.

MEDIOBANCAMEDIOBANCA

Resta il nodo presidenza, che potrebbe riaccendere il contenzioso tra gli azionisti di Generali. Il presidente uscente Gabriele Galateri ha la stima di tutti, ma non può essere rieletto perchè ha superato i 70 anni previsti dallo statuto come tetto massimo (76 anni per i consiglieri di amministrazione).

L’ ipotesi di convocare un’ assemblea straordinaria ad hoc per modificare lo statuto pare per ora accantonata, nel timore (non ingiustificato) che gli investitori istituzionali non gradiscano interventi «ad personam». Si vedrà più avanti se la scelta del dopo Galateri andrà via liscia o sarà l’ occasione per riaccendere il confronto nell’ azionariato di Generali e di UniCredit in Mediobanca.

2 – MEDIOBANCA: DORIS, FINO A SETTEMBRE 2019 TRANQUILLI NEL PATTO

ennio e il figlio massimo dorisENNIO E IL FIGLIO MASSIMO DORIS

(Radiocor) –  ‘Noi fino a settembre dell’anno prossimo siamo la’ tranquilli. Poi vedremo’. Cosi’ il presidente di Banca Mediolanum, Ennio Doris, ha escluso una disdetta anticipata al patto di sindacato di Mediobanca. ‘Noi siamo investitori di lungo termine, strategici’, ha aggiunto. Banca Mediolanum ha circa il 3,3% dell’istituto di Piazzetta Cuccia.

3 – MEDIOBANCA INTERESSATA ALLA BANCA FRANCESE MESSIER MARIS

Da http://citywire.it

MESSIER MARISMESSIER MARIS

Mediobanca sarebbe interessata a un’alleanza con Messier Maris, banca d’affari francese specializzata in fusioni, acquisizioni, ristrutturazioni aziendali e operazioni di private equity. A scriverlo è “Les Echos”, secondo il quale le trattative sarebbero tutt’ora però in una fase preliminare.

JEAN-MARIE MESSIERJEAN-MARIE MESSIER

L’idea è che piazzetta Cuccia possa gradualmente crescere nel capitale dell’istituto francese. Si tratta di un istituto che attualmente conta sedi tra Parigi, New York e Londra. Secondo il sito del quotidiano francese, Messier Maris & Associés potrebbe essere valutata complessivamente intorno ai 160 milioni di euro.

Lavoratori di 40 Ong hanno scambiato cibo per sesso con donne e bambini

informarexresistere.fr 18.9.18

norvegia

Ora gli scandali investono anche la Norvegia: tre organizzazioni non governative sono state accusate.

Ong di nuovo sotto accusa: corruzione e abusi sessuali (coperti dall’Onu) – di Francesca Totolo

Roma, 18 set – Le organizzazioni non governative, che fino a poco tempo fa, venivano considerate le salvatrici del mondo, ora stanno svelando la loro vera identità.

Dopo gli abusi sessuali e lo sfruttamento della prostituzione, reati dei quali sono state accusate sia tre influenti ONGOxfamMedici Senza Frontiere e Save The Children (Primato Nazionale, rivista di aprile 2018: Le mani sporche dei buoni: miseria e ignobiltà delle ONG), sia le stesse Nazioni Unite, stiamo assistendo ad una vera caduta degli Dei.

L’opinione pubblica mondiale si sta interrogando su quale sia il vero scopo che guida i vertici delle organizzazioni non governative e quali interessi sostengano in realtà.

Come abbiamo potuto constatare nel Mediterraneo, le ONG di fatto non hanno salvato le vite dei migranti, ma addirittura hanno contribuito, con il pull factor da esse fomentato, ad aumentare esponenzialmente le vittime della tratta richiamate in Libia.

Abbiamo già discusso altresì delle organizzazioni non governative, vere false flag, inviate in Siria in sostegno dei ribelli/terroristi, e finanziate dai Governi occidentali (Primato Nazionale, rivista di giugno 2018: Attacco alla Siria: il ruolo delle ONG).

Una vera invasione del territorio di uno Stato sovrano sotto le mentite spoglie di missione umanitaria.

Spesso i finanziamenti dei Governi e della allineate Nazioni Unite passano attraverso fondazioni, come la Open Society Foundations di George Soros, che poi provvedono alla distribuzione dei fondi presso le ONG che operano sia nei teatri di guerra internazionali, sia nei cosiddetti “Stati canaglia”, come la Siria, sia in Paesi dove si vuole fomentare un “regime change pulito”, come l’Ucraina.

Il nuovo scandalo ONG investe la Norvegia

Ora gli scandali investono anche la Norvegia: tre organizzazioni non governative sono state accusate dei reati di “appropriazione indebita” e “riciclaggio internazionale di denaro”.

Un dirigente della Norwegian Refugee Council (NRC) è stato indagato per essersi intascato 100mila dollari provenienti dalle donazioni dell’organizzazione per scopi decisamente ludici, come le vacanze ai Caraibi.

NRC non è nuova agli scandali: all’inizio del 2018, era già finita nell’elenco delle ONG accusate di abusi sessuali.

Raggiunta dalla Reuters, Cathrine Ulleberg, responsabile del personale, ha dichiarato:

Sappiamo che le segnalazioni non sono insufficienti (13 presunti abusi sessuali) per questo tipo di problemi, che è comune nel settore nel suo complesso, e che probabilmente si verifica anche qui, ma stiamo lavorando per aumentare la consapevolezza della questione”.

In seguito, NRC ha licenziato i 5 dipendenti accusati di “abuso sessuale, molestie e sfruttamento”.

Tra i finanziatori di Norwegian Refugee Council troviamo: il Ministero degli Esteri norvegese, la Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario europee (ECHO) della Commissione Europea, le agenzie della Nazioni Unite UNHCR e UNICEF, il Dipartimento per la Cooperazione Internazionale britannico, svedese e tedesco, e l’immancabile americano USAID.

NRC, come è logico presumere dagli “investitori governativi” opera in Siria, Libano, Giordania, Afghanistan, Iraq, Etiopia e Ucraina.

La seconda ONG indagata dalle autorità norvegesi è la Norwegian People’s Aid (NPA).

L’accusa è appropriazione indebita e riguarda tre dirigenti che avrebbero sottratto dalle casse dell’organizzazione ben 120mila dollari.

I finanziamenti “governativi” delle ONG

Come NRC, la Norwegian People’s Aid si sostiene quasi totalmente con i finanziamenti dei Governi, rendendolo quindi distante dall’essere “non governativa”:

le Agenzie per lo Sviluppo norvegese, svedese e canadese, USAID, Commissione Europea sono solo alcuni dei donatori istituzionali a cui si aggiunge l’Open Society Institute di Soros. 

NPA è impegnata in Siria, Libano, Giordania, nei Paesi dei Balcani, oltre a gestire l’accoglienza dei rifugiati in Norvegia.

Le accuse più gravi sono tuttavia quelle rivolte alla Global Network for Rights and Development (GNRD) che hanno già avuto esiti giudiziari:

il fondatore della ONG, Loai Mohammed Deeb è al momento sotto processo presso la Corte distrettuale di Stavanger, in Norvegia, per avere intrattenuto relazioni economiche opache con istituzioni del Qatar, del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti, dal 2013 al 2015.

Ad insospettire le autorità e l’intelligence norvegesi, è stata la rapida crescita di GNRD, che in soli due anni è riuscita ad assumere ben 140 dipendenti e aprire sette uffici in altrettanti Paesi, per poi trovarsi improvvisamente in bancarotta.

Gli investigatori hanno scoperto donazioni pari a 114 milioni di corone norvegesi (circa 12 milioni di euro) provenienti dagli Stati del Golfo e una possibile vicinanza di Deeb, rifugiato palestinese arrivato a Oslo nel 2001, alle autorità del suo Paese di origine grazie anche ad un passaporto diplomatico a suo nome ritrovato.

Il paradosso: nel 2014, la Global Network for Rights and Development è stata inserita nel Registro per la Trasparenza del Parlamento Europeo e della Commissione EuropeaOra hanno avuto il buongusto di cancellare la ONG dall’elenco.

L’inchiesta del britannico The Times

Concludiamo con un’inchiesta del britannico The Times che ha svelato che

I lavoratori di oltre 40 organizzazioni non governative hanno sfruttato bambini e donne rifugiati nell’Africa occidentale scambiando cibo per sesso, secondo una rapporto consegnato alle Nazioni Unite 16 anni fa” e mai pubblicato integralmente.”

Il rapporto di 84 pagine, che The Times è riuscito a rintracciare, è del 2001 e riguarda gli abusi sessuali che sono avvenuti nei campi profughi gestiti da UNHCR e Save The Children in Africa (Guinea, Sierra Leone e Liberia).

Il rapporto è stato consegnato all’UNHCR nel 2002, ma è stato pubblicato solo un estratto delle accuse.

Dalle testimonianze dei profughi, emersero le responsabilità di diversi operatori umanitari: cibo, petrolio, accesso all’istruzione e teli di plastica venivano dati in cambio di prestazioni sessuali.

Oltre a UNHCR e Save The Children, nel rapporto compaiono: il Programma Alimentare Mondiale, Medici Senza Frontiere, Care International, l’International Rescue Committee, la Federazione internazionale delle società di Croce Rossa, e il Norwegian Refugee Council.

Nel 2005, Ruud Lubbers, Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha minimizzato quanto contenuto nel rapporto:

Dobbiamo trovare prove concrete (degli abusi). Per ora sono molto scarse. Quindi l’idea di uno sfruttamento sessuale diffuso da parte degli operatori umanitari, penso che non sia chiaramente la verità“.

Quante abusi sessuali sarebbero stati evitati a tante donne e bambini, se quel rapporto fosse stato preso in seria considerazione da chi di dovere? Fonte: Il primato nazionale

Olimpiadi, Ricca (Lega): “Persa grande occasione per le nostre montagne”. Le reazioni di Napoli (FI) e Morano

Scritto da Giulia Zanotti nuovasocieta.it 18.9.18

Sono dure le reazioni della politica torinese alla notizia dell’esclusione della città dalla corsa per i Giochi Olimpici invernali del 2026, per la quale dopo lo stop del governo a una candidatura a tre, non si esclude invece il tandem Milano-Cortina che befferebbe del tutto Torino.

«Dispiace molto che l’impegno profuso in questi mesi dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti e dalla Lega per riportare i Giochi olimpici invernali sulle montagne piemontesi si infranga di fronte a una sindaca incapace del suo ruolo e di tenere le redini della sua maggioranza. Quello che poteva essere un rilancio delle nostre valli montane dopo anni di crisi è diventato un totale fallimento» afferma il capogruppo in Comune della Lega Fabrizio Ricca che non ha dubbi su a chi attribuire le colpe: «Appendino ha sacrificato un’occasione imperdibile per Torino sull’altare della sua maggioranza, dove l’opinione di pochi consiglieri ha deciso per tutti. Così nonostante il lavoro del governo che per tutta estate ha tentato una mediazione tra le esigenze delle tre candidate il risultato è che la nostra città sarà l’unica esclusa dalla corsa. Un vero peccato per Torino e le sue montagne che stanno diventando sempre più una piccola periferia che per mancanza di grandi visioni si lascia sfuggire opportunità».

Opinione condivisa anche dal capogruppo di Forza Italia Osvaldo Napoli: «Il partito del NO a ogni evento sportivo e a ogni grande opera è riuscito anche stavolta a mettere i bastoni fra le ruote dell’Italia, perché se c’è uno sconfitto per la mancata candidatura olimpica questo è il Paese. Da Torino a Roma, i Cinquestelle continuano, con imperterrita coerenza, a bloccare il Paese, a sacrificare sull’altare di una folle ideologia ogni atto di governo che possa procurare vantaggi alla crescita dei territori, del turismo e delle attività economiche. Come possa la Lega tollerare tutto questo rimane un mistero. Mi rifiuto di credere che l’ideologia sfascista dei grillini non arrivi fino a mettere in discussione la prosecuzione della TAV».

Per Napoli quanto accaduto per le Olimpiadi 2026 è anche un indice delle precarietà dell’attuale governo giallo-verde: «La disponibilità immediata offerta dai governatori di centro-destra della Lombardia e del Veneto per mettere in piedi una candidatura unitaria per le Olimpiadi 2026 è la prova provata di un’incompatibilità di fondo fra M5s e Lega».

Di fine di un sogno si tratta anche per Alberto Morano (Lista Civica):«Il Sindaco Appendino, conformemente a quanto deliberato a Luglio dalla maggioranza Cinque Stelle, avrebbe ribadito l’indisponibilità di Torino a partecipare alla corsa olimpica insieme a Milano e Cortina. Da fonti giornalistiche sembrerebbe poi che il Coni domani presenterà la candidatura di Milano e Cortina con l’esclusione di Torino. Se così fosse sarebbe un vero disastro per la credibilità del Sindaco Appendino e della Città. Una occasione persa, di cui il Sindaco Appendino dovrà rendere conto ai Torinesi».

Campione d’Italia, il sindaco si dimette

tvsvizzera.it 18.9.18

Roberto Salmoiraghi ha presentato martedì le sue dimissioni dalla funzione di sindaco di Campione d’Italia, enclave italiana in Svizzera nella bufera dopo il fallimento del casinò, di cui il comune è unico azionista.

Roberto Salmoiraghi
“Impossibile sostenere il clima che si è creato in paese, con troppe persone assetate di giustizialismo in cerca di un capro espiatorio”, ha dichiarato Salmoiraghi.

(Keystone)

Il sindaco di Campione d’Italia Roberto Salmoiraghi si è dimesso martedì mattina. Dimissioni che, voci di corridoio al ministero dell’Interno a Roma, indicavano come la conditio sine qua non affinché la politica italiana si interessasse del comune. Prima di Salmoiraghi, quattro municipali della sua lista civica “Insieme per Campione” hanno annunciato l’abbandono delle proprie funzioni.

L’ormai ex sindaco aveva guidato l’esecutivo di Campione d’Italia dal 1994 al 2002 e nuovamente dal 2004 al 2006, prima che una vicenda giudiziaria che aveva coinvolto anche Vittorio Emanuele di Savoia lo costrinse a gettare la spugna.

Il suo ultimo ritorno nell’arena politica del paese sulle sponde del Ceresio risale a quindici mesi fa, quando alle elezioni amministrative ha guidato l’unica lista presentatasi, forse anche perché il dissesto finanziario causato dalle difficoltà della casa da gioco, unica fonte di introito dell’enclave, era già all’orizzonte e pochi avevano voglia di ritrovarsi con una tale patata bollente.

Ora a gestire l’amministrazione comunale arriverà un commissario da Roma.

“Non c’erano più le condizioni per andare avanti”, ha detto Salmoiraghi alla Radiotelevisione svizzera, “impossibile sostenere il clima che si è creato in paese, con troppe persone assetate di giustizialismo in cerca di un capro espiatorio. Ora arriverà un Commissario da Roma e la gente sarà contenta. Io ho chiuso, basta Campione, ora solo un medico che esercita in Svizzera. Mi spiace solo chiudere così la mia trentennale carriera”.

VIDEO

http://www.tvsvizzera.it/tvs/embedded/dopo-il-fallimento-del-casin%C3%B2_campione-d-italia–un-paese-destinato-a-morire/44403734

Ecco i nuovi piani di Ferrari su modelli, ibrido, dividendo e conti (la Borsa non si eccita)

Michelangelo Colombo startmag.it 18.9.18

Tutte le prossime novità in casa della Ferrari fra nuovi modelli, spinta sull’ibrido e previsioni di bilancio (che non hanno entusiasmato troppo la Borsa)

Il titolo Ferrari scivola in Borsa sull’obiettivo di ebitda adjusted al 2022 tra 1,8 e 2 miliardi di euro, limato rispetto alla precedente stima di 2 miliardi di euro indicato dalla gestione Marchionne, poi si riprende sul pay-out al 30% e sul buy-back per 1,5 miliardi di euro.

L’azione ha virato al ribasso ed è scesa fino a un minimo intraday a quota 108,80 euro, poi ha rialzato la testa.

Ecco dati, previsioni, annunci, e parole dei vertici della Casa del gruppo Fca.

IL PIANO INDUSTRIALE

Secondo il piano industriale presentato al Capital Markets Day, i ricavi al 2022 sono visti a quasi 5 miliardi. Erano a 3,4 miliardi nel 2017 e supereranno quota 3,8 miliardi nel 2020.

L’EBITDA

L’ebitda adjusted, che l’anno scorso era pari a 1 miliardo, salirà a oltre 1,3 miliardi nel 2020 e arriverà appunto a 1,8-2 miliardi nel 2022.

LA CEDOLA

Quanto alla cedola, Ferrari aumenterà al 30% dal 25% attuale la quota di utile netto da destinare al dividendo per gli azionisti e nei prossimi quattro anni ci sarà anche un buy-back di azioni per 1,5 miliardi di euro.

IL DIVIDENDO

Il dividendo al 2022 “sarà aumentato al 30% dell’utile netto”, ha affermato Antonio Picca Piccon, cfo di Ferrari nel corso del Capital Markets Day a Maranello.

CASH FLOW

Il cash flow sarà, dunque, impiegato per aumentare la cedola. Mentre per quest’anno il debito industriale netto sarà inferiore a 350 milioni, stima migliorata rispetto alla precedente (sotto i 400 milioni), e gli investimenti saliranno a 650 milioni da 450 milioni. Confermati poi ricavi netti per oltre 3,4 miliardi, la vendita di oltre 9mila auto e un ebitda adjusted oltre 1,1 miliardi.

NUOVI MODELLI

La Ferrari , ha detto il nuovo ceo Louis Camilleri, “è la personificazione stessa della passione”. Tanto che in tutto nell’arco del piano verranno lanciati 15 nuovi modelli. “Non era mai successo” di presentare un numero così elevato di novità nell’arco del business plan del Cavallino, ha notato Enrico Galliera, chief marketing and commercial officer della Rossa. E Camilleri ha anticipato “che aggiungeremo una serie di modelli stupendi negli anni del piano”.

I 4 SEGMENTI

Questi sono divisi in quattro segmenti: Sport car, Gran Turismo, Serie speciali, alcune delle quali saranno limitate, e Icona, macchine che saranno in un numero molto limitato. Le prime, presentate ieri, sono la Monza Sp1 e la Monza Sp2.

AVANTI CON L’IBRIDO

Al contempo entro il 2022 “circa il 60% dei modelli che produrremo saranno dotati di una motorizzazione ibrida”, ha previsto l’ad, ricordando “che il motore ibrido più performante è già prodotto qui a Maranello” e precisando che il Cavallino sarà attento alle normative sulle emissioni senza disattendere le aspettative dei consumatori.

LO SCENARIO IBRIDO

L’utilizzo dell’ibrido nei motori Ferrari , ha garantito, “non ridurrà i nostri margini, anzi li aumenterà. Ovviamente l’ibrido costa di più, ma dà anche al gruppo la possibilità di aumentare il prezzo di vendita. Quindi, “non ridurrà i nostri margini, anzi sarà proprio il contrario”.

IL SUV PUROSANGUE

Inoltre Ferrari  lancerà il suo suv entro il 2022. “Arriverà alla fine del piano, supererà” le aspettative dei consumatori, ma non si chiamerà suv: “Aborrisco sentire nominare suv nella stessa frase in cui si nomina Ferrari”, ha spiegato Camilleri. “Non voglio offendere nessuno, ma la parola suv non va d’accordo con il nostro brand”.

I DETTAGLI DEL PUROSANGUE

Quello che la casa automobilistica di Maranello produrrà sarà un “veicolo unico che andrà a ridefinire le aspettative” della categoria, “caratteristiche che non sono mai viste prima”. Sarà chiamato “Purosangue”, alimenterà il Gran Turismo e sarà lanciato alla fine di questo piano industriale. “Sarà elegante, potente, versatile, spazioso, dotato di connettività”.

VERSO LA CINA

La nuova arrivata sarà “un meraviglioso ibrido, sotto tutti gli aspetti degno del marchio Ferrari “, ha rimarcato Camilleri, certo che il Cavallino Rampante abbia “un significativo potenziale per raggiungere futuri successi in nuove geografie, in particolare in Cina, ma anche, in senso più ampio, in Asia”. D’altra parte l’espansione demografica in quelle aree e il crescente benessere delle fasce abbienti “depone in nostro favore”. Insomma, gli obiettivi della Rossa sono “ambiziosi” e sono basati su un piano di lanci di modelli “costruito meticolosamente, su una politica di prezzo invidiabile e su un livello di investimenti in grado di supportare le nostre iniziative nell’arco di tutto il periodo”. Sono target che “poggiano su basi solide”.

QUEL ”LEGHISTA” DEL DALAI LAMA: ”L’EUROPA APPARTIENE AGLI EUROPEI, I RIFUGIATI TORNINO NEI LORO PAESI A RICOSTRUIRLI”

il nord.it 17.9.18 Giuseppe De Santis Londra

LONDRA – L’Europa appartiene agli europei e tutti i rifugiati dovrebbero ritornare ai loro paesi per ricostruirli.

Questo e’ cio’ che pensano tutte le persone di buonsenso, ma la vera sorpresa sta nel fatto che a fare questa dichiarazione non e’ stato uno dei tanti che la sinistra definisce razzisti e xenofobi, bensì il Dalai Lama.

Ad una conferenza che si e’ tenuta a Malmo alcuni giorni fa il capo spirituale dei buddisti ha sottolineato in maniera chiara e precisa che l’Europa appartiene ai cittadini europei e se esiste un obbligo morale di accogliere chi fugge dalla guerra, questo obbligo vale solo per il breve termine e poi questi rifugiati dovrebbero ritornare e ricostruire i loro paesi.

Questa affermazione assume un significato particolare visto che e’ stata fatta pochi giorni dopo le elezioni svedesi in cui il partito anti-immigrati Sweden Democrats ha avuto un risultato record del 18% dimostrando che anche in Svezia sono stufi di essere invasi da immigrati.

Per quanto riguarda il Dalai Lama non e’ la prima volta che fa dichiarazioni simili, gia’ nel 2016 aveva detto che la Germania non puo’ diventare un paese musulmano, un’affermazione che dimostra come il leader buddista disapprovi la politica migratoria di Angela Merkel, per altro bocciata anche dell’elettorato tedesco alle ultime elezioni politiche, dato che il partito di Angela Merkel, la Cdu, ha ottenuto il peggior risultato dal dopoguerra ad oggi.

Certo il Dalai Lama parla con cognizione di causa visto che il suo paese natale, il Tibet, non solo e’ stato conquistato dalla Cina ma sta anche subendo l’invasione da parte di cinesi di etnia han che stanno facendo diventare i tibetani stranieri nel proprio paese ed evidentemente non vuole che lo stesso accada in Europa.

Cio’ che colpisce di questa storia (che e’ stata riportata da diversi giornali britannici) e’ come sia stata censurata dalla stampa italiana, ma questo non deve stupire visto che creerebbe non poco imbarazzo a quel che resta della sinistra e al Vaticano.

Diranno che il Dalai Lama e’ un razzista xenofobo e seminatore di odio?

Noi abbiamo deciso di riportare questa notizia perche’ crediamo che il pubblico abbia il diritto di sapere che un’autorita’ religiosa come il Dalai Lama ha una posizione del tutto simile a quella della Lega di Matteo Salvini.

Per chi volesse leggere l’articolo in inglese, il link originale di questa storia è il seguente:

https://www.dailymail.co.uk/news/article-6159933/Dalai-Lama-says-Europe-belongs-Europeans.html

GIUSEPPE DE SANTIS – Londra

Creval, tutti i dettagli sull’alleanza fra Dumon, Crédit Agricole e Algebris di Serra

Fernando Soto startmag.it 18.9.18

Prende quota l’imprenditore francese Denis Dumont nel Credito Valtellinese (Creval).

Il francese, attivo nel settore della distribuzioni e dal profilo mediatico basso, ha ottime chance per conquistare la maggioranza del consiglio di amministrazione del Creval che sarà eletto nel corso dell’assemblea del Credito Valtellinese in programma il 12 ottobre.

E come anticipato da Start Magazine, di fatto sulla lista presentata ieri dal francese convergerà un altro socio forte come il gruppo bancario francese Crédit Agricole che con il Creval ha anche un accordo di bancassurance.

Non solo: dalla composizione della lista si evince che anche un altro socio del Creval, come il fondo Algebris di Davide Serra, è destinato a convergere sulle posizioni di Dumont.

Ecco tutti i dettagli. Da qui emerge un dato: i grandi soci sono concordi nel non rinnovare Milo Fiordi alla presidenza della banca.

LA MOSSA DI DUMONT CONTRO FIORDI

Sul Creval e sul cda, dunque, si chiude la partita. Dopo la lista dei gestori, arriva anche quella di Denis Dumont, l’imprenditore francese che con la sua holding, la Dgfd, controlla il 5,12% del capitale.

CHI E’ IL CANDIDATO LOVAGLIO

La sintesi è tutta nel cambio alla presidenza con l’indicazione di Luigi Lovaglio, oltre quarant’anni d’esperienza nel settore bancario con gran parte della carriera in Unicredit. Lovaglio che è stato definito dall’Ft come “uno dei banchieri più rispettati nella Cee”, è stato vicepresidente e Dg, dal 2003 al 2011, e Ceo dal 2011 al 2017 di Bank Pekao.

CHI SI SALVA

Della vecchia guardia si salvano solo Mauro Selvetti, a lungo direttore generale e poi, da luglio, promosso amministratore delegato, ed Elena Beccalli, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari alla Cattolica.

Piena fiducia dunque per il capo azienda da parete dei grandi soci: Selvetti, con il supporto di Citi e Mediobanca, ha portato a casa l’aumento di capitale da 700 milioni. Selvetti gode – particolare non secondario – della fiducia dei francesi dell’Agricole, con cui ha stretto una partnership di bancassurance a fronte dell’ingresso nel capitale della banca.

LE NOVITA’ DELLA LISTA

Per il resto prende forma quella discontinuità richiesta da Dumont. Nel consiglio (in totale 15 componenti) si preparano così ad entrare Alessandro Trotter e Teresa Naddeo, entrambi nel collegio sindacale di Salini-Impregilo. Ma anche Stefano Caselli prorettore per gli Affari Internazionali alla Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera, Fausto Galmarini, con un passato in Unicredit dove è stato tra l’altro vice presidente nella bulgara Bulbank e nel comitato esecutivo di Uccmb (oggi doBank), l’ex del fondo Algebris Massimo Massimilla.

Dei dodici della lista di maggioranza che entreranno in consiglio, anche Livia Aliberti Amidani (nel supervisory board di Bank Austria), l’avvocato piacentino Massimiliano Scrocchi che nell’assemblea di fine aprile a Morbegno chiese, per conto di Dumont, di rivedere la governance dopo l’ingresso in forze nella banca, in seguito all’aumento di capitale, dei fondi internazionali.

Completano il quadro Paola Bruno che è stata anche nei cda di doBank ed Inwit e, infine, Carlo Crosara, in passato direttore generale in Friulandria. Jacob Kalma, Maria Giovanna Calloni e Annalisa Donesana faranno invece posto a tre dei quattro candidati (Anna Doro, Serena Gatteschi, Stefano Gatti, Paolo Guido Aldo De Martinis) della lista di minoranza depositata dai gestori.

L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE

Nessuna lista alternativa, dunque, è stata presentata all’ultimo minuto. Ha commentato il Sole 24 Ore: “I grandi soci come Crédit Agricole – che detiene il 5% – e Algebris (5,2%) scelgono insomma di convergere su un ticket che garantisce un forte rinnovamento pur nella continuità manageriale”.

Banca Carige, i Malacalza lasciano un buco da 1,5 milioni

Redazione citywire.it 18.9.18

I Malacalza lasciano in Banca Carige un buco da 1,5 milioni. Lo scrive La Stampa sottolineando che si tratta di poca cosa nel mare dei guai dell’istituto ligure che giovedì dovrà rinnovare il cda (in foto l’a.d Paolo Fiorentino). Il problema del concordato della Omba Impianti&Engineering di Vicenza è però l’azionista. La Omba, che ha proposto ai creditori un taglio del 75% della sua esposizione, è infatti controllata dalla famiglia Malacalza, primo azionista di Carige con il 27,5%.

Il 7 agosto scorso, spiega il giornale, è arrivata in Banca Carige la lettera di Omba con la proposta di concordato preventivo liquidatorio, che prevede il soddisfacimento nella misura del 25% dei crediti chirografari. Con il conseguente passaggio dei circa 2 milioni di esposizione, già classificata tra le inadempienze probabili, nella categoria più brutta, quella delle sofferenze.

B.Carige: Malacalza lasciano buco da 1,5 mln (Stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

I Malacalza lasciano in B.Carige un buco da 1,5 mln. Lo scrive La Stampa sottolineando che si tratta di poca cosa nel mare dei guai dell’istituto ligure che giovedì dovrà rinnovare il cda. Il problema del concordato della Omba Impianti&Engineering di Vicenza è però l’azionista. La Omba, che ha proposto ai creditori un taglio del 75% della sua esposizione, è infatti controllata dalla famiglia Malacalza, primo azionista di Carige con il 27,5%.

Il 7 agosto scorso, spiega il giornale, è arrivata in B.Carige la lettera di Omba con la proposta di concordato preventivo liquidatorio, che prevede il soddisfacimento nella misura del 25% dei crediti chirografari. Con il conseguente passaggio dei circa 2 mln di esposizione, già classificata tra le inadempienze probabili, nella categoria più brutta, quella delle sofferenze.

vs

(END) Dow Jones Newswires

September 18, 2018 02:46 ET (06:46 GMT)

Carige, cosa succederà fra Malacalza e Mincione in assemblea (e perché la banca rischia ancora la risoluzione)

Michele Arnese startmag.it 18.9.18

Chi vincerà il 20 settembre all’assemblea di Carige fra Malacalza e Mincione? “Impossibile fare previsioni. Tuttavia, l’attuale sterilizzazione dei voti della cordata Mincione sotto il 10% contro il 15% abbondante posseduto potrebbe favorire la famiglia Malacalza”.

Risponde così Carlotta Scozzari, giornalista di economia e finanza, già a Finanza&Mercati, a Repubblica, al Messaggero e ora a Business Insider Italia.

Scozzari tra l’altro segue da tempo le vicissitudini di Carige e ha anche scritto l’anno scorso il libro “La vera storia della Carige di Genova”.

Scozzari, partiamo dai numeri che non si sbaglia mai per capire come stanno le cose anche in Carige. Qual è il vero stato di salute della banca? E’ vero che è a rischio risoluzione? E perché?

La banca, alla fine del 2017, ha portato a termine con estrema fatica un aumento di capitale da poco meno di 550 milioni. Se, da una parte, è vero che altre banche in difficoltà non sono riuscite affatto a ricapitalizzare, lo è altrettanto che Carige per completare l’operazione si è rivolta a fondi e investitori che, in molti casi, prima hanno comprato e poi hanno venduto le azioni una volta chiuso l’aumento di capitale. Inoltre, con la lettera inviata alla banca dalla Bce alla fine dello scorso luglio è stato ufficializzato – lo si sospettava già perché qualche consigliere dimissionario lo aveva accennato – che già dal primo gennaio Carige non rispettava il requisito patrimoniale complessivo. Ancora al 30 giugno scorso, stando agli ultimi dati disponibili, la banca non rispettava il requisito minimo di Total capital ratio richiesto dalla Bce.

E quindi?

Sulle modalità per riportare in ordine i coefficienti patrimoniali si giocherà, a questo punto, il risanamento effettivo e quindi in definitiva la salvezza della banca.

E chi lo deciderà?

A decidere i passaggi sarà il nuovo consiglio di amministrazione che verrà fuori dall’assemblea dei soci del 20 settembre. Solo da lì si capirà se effettivamente Carige riuscirà a scongiurare un’eventuale messa in risoluzione con le regole del bail-in, perché in questo momento il rischio ancora esiste.

Quali sono le reali divergenze fra Malacalza e Mincione? Il primo non vuole accasare la Carige mentre Mincione vuole farla sposare con un’altra banca? O ci sono anche altre divergenze?

Le principali divergenze tra i soci Malacalza e la cordata Mincione riguardano la gestione della banca e il suo futuro. Per l’attuale primo socio con oltre il 27% del capitale è fondamentale cambiare l’ad Paolo Fiorentino con Fabio Innocenzi, mentre il finanziere londinese, con Volpi e Spinelli, punta a mantenere lo status quo. Inoltre, la famiglia Malacalza non vede con favore una possibile aggregazione, al contrario caldeggiata dalla cordata di Mincione e anche dalla Bce nella lettera di luglio. Il motivo per cui Malacalza disdegna l’ipotesi di una aggregazione è che Carige entrerebbe a fare parte verosimilmente di un gruppo più grande e la famiglia che vive a Genova perderebbe la capacità che finora bene o male ha mantenuto di comandare e prendere le decisioni più importanti.

Perché Malacalza ha mollato Fiorentino?

Credo che, sin dall’inizio, Fiorentino non corrispondesse perfettamente all’idea di amministratore delegato che la famiglia Malacalza, e in particolare Vittorio, aveva in mente. Vero è che gli ultimi anni, con il continuo ricambio di ad, ci hanno insegnato che le esigenze di Malacalza in fatto di timonieri della banca sono particolarmente difficili da soddisfare. Ritengo che, in ogni caso, la rottura definitiva tra Malacalza e Fiorentino si sia consumata, diventando insanabile, sull’aumento di capitale dell’anno scorso, con l’ingresso voluto dall’ad di nuovi investitori che avrebbe potuto spodestare il primo azionista dal trono. Fiorentino, inoltre, non ha mai fatto mistero di volere condurre Carige nel perimetro di un altro gruppo bancario, ipotesi che Malacalza vede come il fumo negli occhi.

Mincione è solido o c’è molta fuffa finanziaria?

Essendo il veicolo con cui Mincione detiene oltre il 5% di Carige collocato in Lussemburgo, non è semplicissimo ricostruire chi siano gli eventuali investitori accanto al finanziere e quali siano i numeri effettivi. Discorso analogo con difficoltà probabilmente persino maggiori per il veicolo, panamense, con cui Volpi custodisce il 9% della banca ligure. Sono questi due elementi che potrebbero contribuire nella migliore delle ipotesi a rendere più lunghi i tempi del via libera di Bankitalia alla cordata Mincione a salire oltre il 10% e quindi a votare per la quota di azioni effettivamente possedute, pari a poco più del 15 per cento.

Beppe Grillo, che è di Genova, si è mai pronunciato su crisi e prospettive della banca?

Non mi risulta che Beppe Grillo si sia mai espresso su Carige, la banca della sua città, con la medesima enfasi con cui lo fece per Monte dei Paschi di Siena. Eppure le situazioni e le difficoltà delle due banche sono state in molte occasioni decisamente simili.

Chi vincerà fra Malacalza e Mincione?

Impossibile fare previsioni. Tuttavia, l’attuale sterilizzazione dei voti della cordata Mincione sotto il 10% contro il 15% abbondante posseduto potrebbe favorire la famiglia Malacalza.

Magaldi: i gialloverdi scelgano, Tria (e Draghi) o gli italiani

Giorgio Cattaneo libreidee.org 18.9.18

«Il massone Giovanni Tria scelga chi servire: il popolo italiano o l’élite neoliberista incarnata dal pessimo Mario Draghi, il demolitore dell’Italia, che ora si complimenta con lui». Non usa mezzi termini, Gioele Magaldi, nel sollecitare il governo gialloverde a diffidare dall’atteggiamento “frenante” del ministro dell’economia: «I gialloverdi avevano promesso agli elettori reddito di cittadinanza, meno tasse e pensioni dignitose. Se non manterranno la parola data saranno loro a pagare, non certo Tria e le altre figure tecniche dell’esecutivo». Dove trovare le coperture? Semplice: occorre sfondare il famoso tetto di spesa del 3%, stabilito da Maastricht in modo ideologico, senza alcun fondamento economico-scientifico: più deficit significa far volare il Pil e creare lavoro. «Si tratta di smascherare Bruxelles e ingaggiare una dura battaglia, in Europa: solo l’Italia può farlo. E se Tria “frena”, preferendo ascoltare Draghi, Visco e Mattarella, allora è meglio che Salvini e Di Maio lo licenzino, perché a pagare il conto alla fine saranno loro, per la gioia del redivivo Renzi, che infatti già accusa il governo gialloverde di parlare molto e combinare poco». La ricetta di Magaldi? «Non temere il ricatto dello spread e sfoderare con l’Unione Europea, per il bilancio 2019, la stessa fierezza mostrata da Salvini nel denunciare l’ipocrisia dell’Ue che lascia ricadere solo sull’Italia il problema degli sbarchi di migranti».

Durerà 5 anni anni, l’esecutivo gialloverde? Gli italiani innanzitutto si augurano che faccia le cose che ha promesso, in nome delle quali è stato legittimato, e che abbia anche una coerenza tra teoria e pratica, tra ragionamento e immaginazione, con capacità di concretizzare gli obiettivi. In tanti ricorderanno il recente exploit di Matteo Renzi, che fino a qualche anno fa sembrava l’enfant prodige della politica italiana, fino a ottenere un grande risultato alle europee portando il Pd al 40%. Io credo di esser stato tra i pochissimi, allora, a indicare la fumosità e il carattere del tutto aleatorio e inconsistente della traiettoria renziana. Molti, poi, a partire dal referendum del 2016 sono diventati antirenziani, quasi con la bava alla bocca: persone che avevano creduto in quella grande stagione annunciata da Renzi. Poi quel consenso si è dissolto, e oggi il Pd è ridotto al lumicino. Resto un sostenitore del governo gialloverde, perché ritengo che abbia iniziato un percorso di transizione verso la Terza Repubblica e perché credo che il centrodestra e il centrosinistra, così come li abbiamo conosciuti, sono definitivamente tramontati – ed è bene che siano tramontati, perché sono i responsabili di questi ultimi 25 anni di decadenza italiana. Ma, anziché porsi il problema della durata del governo Conte, sarebbe ora di chiedersi cosa farà davvero, perché finora si è limitato quasi solo alle chiacchiere.

Uno potrebbe dire: diamogli tempo, c’è una tempistica anche tecnica. Ma il problema è che da quello che viene configurato dal dicastero più importante (quello dell’economia) queste novità per le quali il popolo aveva premiato Lega e 5 Stelle ancora non si vedono, all’orizzonte. Si vede invece un traccheggiare, un tirare al ribasso. E si vede purtroppo una subalternità ai soliti diktat di Bruxelles, anziché la giusta fierezza che c’è stata nell’affrontare un aspetto del tema immigrazione (un aspetto, perché – a parte lo stop agli sbarchi indiscriminati – ancora il governo non ha spiegato che piano ha per il Mediterraneo per il Medio Oriente). Al di là della fierezza con la quale Salvini ha comunque posto il problema all’Europa – gestire collegialmente il tema migranti: una questione tuttora aperta e controversa – sul versante economico ci sono solo timidi balbettii. E sembra che alla fine ci si inchini ai paradigmi imperanti a Bruxelles e a Francoforte. E lo spauracchio dello spread non viene affrontato e smascherato per quello che è: cioè un vile ricatto, una sorta di vessazione sovranazionale organizzata. Perché allo spread si può mettere fine semplicemente, puntando politicamente sulla confezione di Eurobond o con altre modalità. Insomma, rispetto a questo, il governo mi sembra deficitario e balbettante, balbuziente. Di questo dovremo tenere conto, perché 5 anni di balbuzie non risolveranno i problemi italiani.

Giovanni Tria? E’ un massone, certo: uno dei tanti massoni presenti nella compagine di governo. Questa è una maggioranza “strana”: da un lato, nel “contratto di governo”, sostiene che non avrebbe ammesso massoni nel Consiglio dei Ministri e negli altri organi istituzionali di designazione governativa, ma poi invece – come già ebbi modo di annunciare – il Consiglio dei ministri è pieno di massoni: assoni “bene intenzionati”, apparentemente, cioè di segno progressista o moderato-progressista, certamente avversi a quei circuiti neo-aristocratici il cui campione sempiterno appare oggi in Europa Mario Draghi. Ma ce ne sono tantissimi di massoni neo-aristocratici, e alcuni – come Mario Monti – hanno già svolto opera di commissariamento per la decadenza dell’Italia. Un altro, Carlo Cottarelli, oggi – come opinionista – “vicaria” quello che è stato il ruolo di Monti e porta quelle stesse idee. Ce ne sono tantissimi, in giro, di massoni di quel tipo; ma in questo governo, invece, ci sono massoni di segno progressista, che dovrebbero aiutare ad uscire fuori dal paradigma dell’austerità e del neoliberismo.

Ecco, Giovanni Tria era uno di questi: uno di coloro il cui ruolo doveva essere quello di rassicurare formalmente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che – a mio parere, attentando alla Costituzione – aveva messo un veto su una personalità come Paolo Savona al ministero dell’economia, senza nessuna giustificazione di tipo istituzionale ma con un ragionamento davvero eversivo e post-democratico, se non antidemocratico, in base al quale “i mercati” non avrebbero visto di buon occhio la nomina di Savona. Pur essendo un personaggio di grande spessore e anche di grande sobrietà e moderazione, Savona veniva visto come uno spauracchio, rispetto alla tenuta del solito paradigma che da decenni ammorba l’Italia e l’Europa, cioè il paradigma neoliberista – che diventa paradigma dell’austerità, in questi anni. Il nome di Tria, comunque, fu suggerito anche da Savona. Doveva avere questo ruolo: consentire a Mattarella di uscire dall’impasse anche istituzionale (si paventava la sua messa in stato di accusa perché il suo atto era stato grave). Tria più “rassicurante” di Savona, quindi, gradito anche personalmente dal “gran maestro” Mario Draghi e dal suo luogotenente Ignazio Visco, governatore di Bankitalia.

Ma lo stesso Tria, una volta garantita una rassicurazione formale, avrebbe dovuto procedere in modo simpatetico e coerente con quelle istanze (minime) del programma di governo della Lega e del Movimento 5 Stelle. Istanze che prevedevano e prevedono, ad esempio, un reddito di cittadinanza come preludio ad una serie E di politiche volte a rendere l’occupazione piena e diffusa in modo capillare, a beneficio dei cittadini italiani. E soprattutto si prevedeva una drastica riduzione delle aliquote fiscali, anche senza arrivare alla flat Tax, quindi mantenendo una differenziazione delle aliquote in base ai redditi – comunque una drastica riduzione, che giovasse a professionisti e aziende, e ridesse fiato all’economia. Queste cose però comportano evidentemente dei costi. Se si rimane nel paradigma attuale, la canzone è sempre la stessa: non ci sono i soldi per poter attuare queste scelte, inclusa la revisione della legge Fornero e tante altre cose, annunciate sull’onda del disastro di Genova (si è parlato di un grandissimo piano di investimenti, di manutenzione e rifacimento di infrastrutture). Ecco, per fare queste cose ci vogliono denari pubblici. Soldi che, naturalmente, immessi nel circuito economico italiano, significano rivitalizzazione dell’economia. Vuol dire investire seriamente su un aumento del Pil, e quindi – in prospettiva – migliorare il rapporto tra deficit e Pil.

E questo in una interpretazione anche minimale, cioè anche senza contestare quella lezione (contestabilissima) secondo cui il rapporto debito-Pil è un male in sè (e non lo è affattato). Ma ripeto, anche a voler rimanere in una narrazione di quel tipo, ad uno Stato deve essere consentito quello che non è consentito ai privati, e cioè: poter aumentare il deficit, perché il deficit produrrà un incremento importantissimo del Pil. Si tratta di capovolgere, quindi, i parametri neoliberisti che predicano i tagli alla spesa. Questa era l’idea di base, nel programa del governo gialloverde, ma far questo significa mettere in discussione il pareggio di bilancio in Costituzione (che rappresenta un ulteriore peggioramento di quel tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil stabilito dal Trattato di Maastricht). E per far questo bisogna affrontare una battaglia politica, in Europa. Una battaglia fiera, che denunci anche il ricatto permanente dello spread. Perché esiste una convivenza tra quelle forze finanziarie che chiaramente operano sul mercato dei titoli di Stato e che fanno innalzare i tassi di interesse dei titoli italiani. E quelle istituzioni sedicenti europee, ma in realtà antieuropeiste, hanno disgregato il sogno europeo: lo stanno distruggendo. E in questo quadro il ministro Tria cosa fa? Tria riceve l’altro giorno gli elogi di Mario Draghi. E allora, signori, c’è qualcosa che non va, nel governo, se qualcuno riceve gli elogi di Mario Draghi, che è il principale burattinaio in una collegialità di grandi burattinai che operano in Europa e nel mondo verso certe finalità.

Vuol dire che Tria è il ministro sbagliato: non si può servire due padroni. O si serve il popolo sovrano, si lavora al servizio del popolo italiano e dei suoi interessi, oppure si servono gli interessi oligarchici e post-democratici e rappresentati da personaggi come Mario Draghi, a capo di una Banca Centrale Europea che non risponde a nessun potere politico democraticamente eletto ma che pretende di dettar legge ai governi democraticamente eletti. Se Tria è elogiato da Draghi, allora non ci siamo. E noi, come Movimento Roosevelt e come massoni progressisti, dovremo chieder conto a Tria del suo operato. Perché allora la sua non è una tattica: Tria sta effettivamente frenando la possibilità che questo governo riesca a onorare le promesse fatte, al punto da fare il gioco di chi, come il redivivo e velleitario Renzi, ora dice “ecco, questi cialtroni che promettevano tanto non hanno fatto niente, io almeno avevo dato l’obolo degli 80 euro”. Lo dico agli amici gialloverdi: state attenti, perché vi esponete a questi attacchi. E alla fine si rischia di rimanere schiacciati dalle aspettative deluse. Il popolo ti accusa di non aver mantento le promesse, e gli avversari ti irridono, ti rinfacciano di essere solo fumo e niente arrosto.

La cosa paradossale è che, se si perde questa occasione, poi il conto lo pagano il Movimento 5 Stelle e la Lega, a cominciare da Salvini e Di Maio. Il ministro Tria si sta rivelando un vero e proprio problema. Poi c’è un altro massone, il ministro Enzo Moavero Milanesi, che è un ex neo-aristocratico “di rito montiano”, quindi teoricamente molto sospetto, accreditatosi però come vocato a una sua nuova cifra, un nuovo percorso massonico progressista, e quindi accolto come persona utilizzabile in questo frangente, anche se la politica estera italiana continua ad essere zero su tutte le questioni importanti. Alla fine, comunque, personaggi come Tria e Moavero, che non hanno dirette responsabilità e storie politiche, non collegati a un elettorato e a partiti e movimenti, possono tranquillamente “fregarsene” di quella che poi sarà la delusione degli elettori, incassando il plauso e anche qualche buona riconoscenza tangibile e materiale, per il presente e per il futuro, dai “signori del vapore”, cioè da quelle élite neo-aristocratiche e antidemocratiche che hanno i loro terminali in Mario Draghi, in Sergio Mattarella, in Ignazio Visco, in Christine Lagarde, in Emmanuel Macron, in Angela Merkel e in tanti altri personaggi che imperversano in Italia e in Europa.

I ministri “tecnici” potrebbero sentirsi alla fine cooptati in quel consesso, ricevere prebende e incarichi prestigiosi, e quindi a questi personaggi può anche non importare la disillusione rispetto alle aspettative dei cittadini. Chi pagherebbe il conto sarebbero Di Maio, Salvini e tutte le classi dirigenti attualmente impegnate in questa operazione di governo, Lega e Movimento 5 stelle. Quindi attenzione, ragazzi: guardatevi bene. Lo dico a Di Maio e Salvini: questi vanno fatti rigare dritto. Sono personaggi assunti per svolgere un ruolo tecnico all’interno del governo, e quindi o lo svolgono in direzione di una prospettiva diversa, oppure vanno licenziati. Tria può essere sostituito con Savona, Moavero Milanesi con chiunque (tanto, agli esteri non si fa nulla – ma se ci fosse un buon ministro degli esteri forse daremmo anche un nuovo slancio alla politica estera italiana). Giuseppe Conte? Dei tre in questo momento è il meno sospetto: diciamo che sta cercando di tenere insieme la baracca. Ma il problema non è di nomi. Il problema è di cose che si fanno o non si fanno. Quindi, se la scelta di Lega e 5 Stelle è quella di rispettare gli impegni presi, bisogna evitare che il popolo si penta dell’investimento che ha fatto in termini di fiducia. Una disillusione come quella che ha investito Matteo Renzi sarebbe la morte politica di Lega e Movimento 5 Stelle.

Qui si tratta di portare alle estreme conseguenze una battaglia politica per cambiare paradigma, per ottenere l’agibilità economica per fare certe cose. Cioè: un grande piano di infrastrutture, di manutenzione e di ricostruzione. Significa abolizire la legge Fornero e riscrivere una legge sulle pensioni, abbattere drasticamente le aliquote fiscali, finanziare un reddito di cittadinanza come preludio a quell’obiettivo (che è roosveltiano) della piena occupazione, cioè della costituzionalizzazione del diritto al lavoro. Queste cose vanno fatte sforando tutti i parametri europei, imposti senza nessun fondamento scientifico-economico da parte non solo dei burocrati, ma direi proprio di una narrativa globale del neoliberismo, cioè di un sistema che fa gli affari di pochi in danno degli interessi dei moltissimi. Una volta presa questa via si può affrontare qualunque cosa: se verrà usata l’arma impropria dello spread si potranno cercare comunque sponde nel mondo, non solo in Cina, in Russia e negli Stati Uniti, ma insomma a livello sovranazionale – e non mancheranno gli aiuti a tenere basso lo spread. Ma se anche vi fosse una guerra sullo spread si potrebbe persino scegliere di mostrare il vero volto di queste politiche. Cioè l’Italia: viene attaccata sul piano dei mercati perché si rifiuta di chinare la testa e di non fare l’interesse popolare. Sarebbe anche un modo per dire, da parte di Salvini e Di Maio: “Ci stanno strangolando, noi andiamo a nuove elezioni perché così non possiamo governare, andiamo a nuove elezioni e facciamo il botto, il pieno di consensi”.

Perché gli italiani li premieriebbero, degli eroi che affrontano senza paura i mercati e la retorica dello spread, la retorica dei mandarini di Bruxelles e Francoforte, la retorica dei signori della globalizzazione post-democratica. E a quel punto sarebbe un successo elettorale. Invece, se ci si cala nel ruolo rattrappito di “ragionierini” che cercano di far quadrare i conti disputandosi un miliarduccio qua e un miliarduccio là per calmare il rispettivo elettorato cercando di fare le nozze coi fichi secchi, ebbene, in questo tirare a campare poi si tirano le cuoia. Quindi, inviamo un primo avvertimento chiaro a Lega e 5 Stelle, loro stesso interesse oltre che in quello del popolo italiano. Aggiungo che comunque i tempi sono ormai maturi per il varo del “partito che serve all’Italia”, che dia in prospettiva quella forza, quella decisione e quel coraggio che forse, in questo momento, sta venendo meno a Lega e 5 Stelle. Oppure, se questi soggetti politici non sono in grado di interpretare le esigenze di cambiamento del popolo italiano, il “partito che serve all’Italia” (che riceverà il nome dei suoi costituenti) si candiderà evidentemente a ereditare il ruolo storico deo gialloverdi. Ma siccome qui non si tratta di liquidare l’esperienza gialloverde prima ancora che sia cominciata, ribadisco che questa esperienza può portare buoni frutti. Però siamo già ad un punto in cui bisogna mostrare di che stoffa si è fatti.

Durerà 5 anni anni, l’esecutivo gialloverde? Gli italiani innanzitutto si augurano che faccia le cose che ha promesso, in nome delle quali è stato legittimato, e che abbia anche una coerenza tra teoria e pratica, tra ragionamento e immaginazione, concapacità di concretizzare gli obiettivi. In tanti ricorderanno il recente exploit di Matteo Renzi, che fino a qualche anno fa sembrava l’enfant prodige della politica italiana, fino a ottenere un grande risultato alle europee portando il Pd al 40%. Io credo di esser stato tra i pochissimi, allora, a indicare la fumosità e il carattere del tutto aleatorio e inconsistente della traiettoria renziana. Molti, poi, a partire dal referendum del 2016 sono diventati antirenziani, quasi con la bava alla bocca: persone che avevano creduto in quella grande stagione annunciata da Renzi. Poi quel consenso si è dissolto, e oggi il Pd è ridotto al lumicino. Resto un sostenitore del governo gialloverde, perché ritengo che abbia iniziato un percorso di transizione verso la Terza Repubblica e perché credo che il centrodestra e il centrosinistra, così come li abbiamo conosciuti, sono definitivamente tramontati – ed è bene che siano tramontati, perché sono i responsabili di questi ultimi 25 anni di decadenza italiana. Ma, anziché porsi il problema della durata del governo Conte, sarebbe ora di chiedersi cosa farà davvero, perché finora si è limitato quasi solo alle chiacchiere.

Uno potrebbe dire: diamogli tempo, c’è una tempistica anche tecnica. Ma il problema è che da quello che viene configurato dal dicastero più importante (quello dell’economia) queste novità per le quali il popolo aveva premiato Lega e 5 Stelle ancora non si vedono, all’orizzonte. Si vede invece un traccheggiare, un tirare al ribasso. E si vede purtroppo una subalternità ai soliti diktat di Bruxelles, anziché la giusta fierezza che c’è stata nell’affrontare un aspetto del tema immigrazione (un aspetto, perché – a parte lo stop agli sbarchi indiscriminati – ancora il governo non ha spiegato che piano ha per il Mediterraneo per il Medio Oriente). Al di là della fierezza con la quale Salvini ha comunque posto il problema all’Europa – gestire collegialmente il tema migranti: una questione tuttora aperta e controversa – sul versante economico ci sono solo timidi balbettii. E sembra che alla fine ci si inchini ai paradigmi imperanti a Bruxelles e a Francoforte. E lo spauracchio dello spread non viene affrontato e smascherato per quello che è: cioè un vile ricatto, una sorta di vessazione sovranazionale organizzata. Perché allo spread si può mettere fine semplicemente, puntando politicamente sulla confezione di Eurobond o con altre modalità. Insomma, rispetto a questo, il governo mi sembra deficitario e balbettante, balbuziente. Di questo dovremo tenere conto, perché 5 anni di balbuzie non risolveranno i problemi italiani.

Giovanni Tria? E’ un massone, certo: uno dei tanti massoni presenti nella compagine di governo. Questa è una maggioranza “strana”: da un lato, nel “contratto di governo”, sostiene che non avrebbe ammesso massoni nel Consiglio dei Ministri e negli altri organi istituzionali di designazione governativa, ma poi invece – come già ebbi modo di annunciare – il Consiglio dei ministri è pieno di massoni: assoni “bene intenzionati”, apparentemente, cioè di segno progressista o moderato-progressista, certamente avversi a quei circuiti neo-aristocratici il cui campione sempiterno appare oggi in Europa Mario Draghi. Ma ce ne sono tantissimi di massoni neo-aristocratici, e alcuni – come Mario Monti – hanno già svolto opera di commissariamento per la decadenza dell’Italia. Un altro, Carlo Cottarelli, oggi – come opinionista – “vicaria” quello che è stato il ruolo di Monti e porta quelle stesse idee. Ce ne sono tantissimi, in giro, di massoni di quel tipo; ma in questo governo, invece, ci sono massoni di segno progressista, che dovrebbero aiutare ad uscire fuori dal paradigma dell’austerità e del neoliberismo.

Ecco, Giovanni Tria era uno di questi: uno di coloro il cui ruolo doveva essere quello di rassicurare formalmente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che – a mio parere, attentando alla Costituzione – aveva messo un veto su una personalità come Paolo Savona al ministero dell’economia, senza nessuna giustificazione di tipo istituzionale ma con un ragionamento davvero eversivo e post-democratico, se non antidemocratico, in base al quale “i mercati” non avrebbero visto di buon occhio la nomina di Savona. Pur essendo un personaggio di grande spessore e anche di grande sobrietà e moderazione, Savona veniva visto come uno spauracchio, rispetto alla tenuta del solito paradigma che da decenni ammorba l’Italia e l’Europa, cioè il paradigma neoliberista – che diventa paradigma dell’austerità, in questi anni. Il nome di Tria, comunque, fu suggerito anche da Savona. Doveva avere questo ruolo: consentire a Mattarella di uscire dall’impasse anche istituzionale (si paventava la sua messa in stato di accusa perché il suo atto era stato grave). Tria più “rassicurante” di Savona, quindi, gradito anche personalmente dal “gran maestro” Mario Draghi e dal suo luogotenente Ignazio Visco, governatore di Bankitalia.

Ma lo stesso Tria, una volta garantita una rassicurazione formale, avrebbe dovuto procedere in modo simpatetico e coerente con quelle istanze (minime) del programma di governo della Lega e del Movimento 5 Stelle. Istanze che prevedevano e prevedono, ad esempio, un reddito di cittadinanza come preludio ad una serie di politiche volte a rendere l’occupazione piena e diffusa in modo capillare, a beneficio dei cittadini italiani. E soprattutto si prevedeva una drastica riduzione delle aliquote fiscali, anche senza arrivare alla flat Tax, quindi mantenendo una differenziazione delle aliquote in base ai redditi – comunque una drastica riduzione, che giovasse a professionisti e aziende, e ridesse fiato all’economia. Queste cose però comportano evidentemente dei costi. Se si rimane nel paradigma attuale, la canzone è sempre la stessa: non ci sono i soldi per poter attuare queste scelte, inclusa la revisione della legge Fornero e tante altre cose, annunciate sull’onda del disastro di Genova (si è parlato di un grandissimo piano di investimenti, di manutenzione e rifacimento di infrastrutture). Ecco, per fare queste cose ci vogliono denari pubblici. Soldi che, naturalmente, immessi nel circuito economico italiano, significano rivitalizzazione dell’economia. Vuol dire investire seriamente su un aumento del Pil, e quindi – in prospettiva – migliorare il rapporto tra deficit e Pil.

E questo in una interpretazione anche minimale, cioè anche senza contestare quella lezione (contestabilissima) secondo cui il rapporto debito-Pil è un male in sè (e non lo è affatto). Ma ripeto, anche a voler rimanere in una narrazione di quel tipo, ad uno Stato deve essere consentito quello che non è consentito ai privati, e cioè: poter aumentare il deficit, perché il deficit produrrà un incremento importantissimo del Pil. Si tratta di capovolgere, quindi, i parametri neoliberisti che predicano i tagli alla spesa. Questa era l’idea di base, nel programma del governo gialloverde, ma far questo significa mettere in discussione il pareggio di bilancio in Costituzione (che rappresenta un ulteriore peggioramento di quel tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil stabilito dal Trattato di Maastricht). E per far questo bisogna affrontare una battaglia politica, in Europa. Una battaglia fiera, che denunci anche il ricatto permanente dello spread. Perché esiste una convivenza tra quelle forze finanziarie che chiaramente operano sul mercato dei titoli di Stato e che fanno innalzare i tassi di interesse dei titoli italiani. E quelle istituzioni sedicenti europee, ma in realtà antieuropeiste, hanno disgregato il sogno europeo: lo stanno distruggendo. E in questo quadro il ministro Tria cosa fa? Tria riceve l’altro giorno gli elogi di Mario Draghi. E allora, signori, c’è qualcosa che non va, nel governo, se qualcuno riceve gli elogi di Mario Draghi, che è il principale burattinaio in una collegialità di grandi burattinai che operano in Europa e nel mondo verso certe finalità.

Vuol dire che Tria è il ministro sbagliato: non si può servire due padroni. O si serve il popolo sovrano, si lavora al servizio del popolo italiano e dei suoi interessi, oppure si servono gli interessi oligarchici e post-democratici e rappresentati da personaggi come Mario Draghi, a capo di una Banca Centrale Europea che non risponde a nessun potere politico democraticamente eletto ma che pretende di dettar legge ai governi democraticamente eletti. Se Tria è elogiato da Draghi, allora non ci siamo. E noi, come Movimento Roosevelt e come massoni progressisti, dovremo chieder conto a Tria del suo operato. Perché allora la sua non è una tattica: Tria sta effettivamente frenando la possibilità che questo governo riesca a onorare le promesse fatte, al punto da fare il gioco di chi, come il redivivo e velleitario Renzi, ora dice “ecco, questi cialtroni che promettevano tanto non hanno fatto niente, io almeno avevo dato l’obolo degli 80 euro”. Lo dico agli amici gialloverdi: state attenti, perché vi esponete a questi attacchi. E alla fine si rischia di rimanere schiacciati dalle aspettative deluse. Il popolo ti accusa di non aver mantenuto le promesse, e gli avversari ti irridono, ti rinfacciano di essere solo fumo e niente arrosto.

La cosa paradossale è che, se si perde questa occasione, poi il conto lo pagano il Movimento 5 Stelle e la Lega, a cominciare da Salvini e Di Maio. Il ministro Tria si sta rivelando un vero e proprio problema. Poi c’è un altro massone, il ministro Enzo Moavero Milanesi, che è un ex neo-aristocratico “di rito montiano”, quindi teoricamente molto sospetto, accreditatosi però come vocato a una sua nuova cifra, un nuovo percorso massonico progressista, e quindi accolto come persona utilizzabile in questo frangente, anche se la politica estera italiana continua ad essere zero su tutte le questioni importanti. Alla fine, comunque, personaggi come Tria e Moavero, che non hanno dirette responsabilità e storie politiche, non collegati a un elettorato e a partiti e movimenti, possono tranquillamente “fregarsene” di quella che poi sarà la delusione degli elettori, incassando il plauso e anche qualche buona riconoscenza tangibile e materiale, per il presente e per il futuro, dai “signori del vapore”, cioè da quelle élite neo-aristocratiche e antidemocratiche che hanno i loro terminali in Mario Draghi, in Sergio Mattarella, in Ignazio Visco, in Christine Lagarde, in Emmanuel Macron, in Angela Merkel e in tanti altri personaggi che imperversano in Italia e in Europa.

I ministri “tecnici” potrebbero sentirsi alla fine cooptati in quel consesso, ricevere prebende e incarichi prestigiosi, e quindi a questi personaggi può anche non importare la disillusione rispetto alle aspettative dei cittadini. Chi pagherebbe il conto sarebbero Di Maio, Salvini e tutte le classi dirigenti attualmente impegnate in questa operazione di governo, Lega e Movimento 5 stelle. Quindi attenzione, ragazzi: guardatevi bene. Lo dico a Di Maio e Salvini: questi vanno fatti rigare dritto. Sono personaggi assunti per svolgere un ruolo tecnico all’interno del governo, e quindi o lo svolgono in direzione di una prospettiva diversa, oppure vanno licenziati. Tria può essere sostituito con Savona, Moavero Milanesi con chiunque (tanto, agli esteri non si fa nulla – ma se ci fosse un buon ministro degli esteri forse daremmo anche un nuovo slancio alla politica estera italiana). Giuseppe Conte? Dei tre in questo momento è il meno sospetto: diciamo che sta cercando di tenere insieme la baracca. Ma il problema non è di nomi. Il problema è di cose che si fanno o non si fanno. Quindi, se la scelta di Lega e 5 Stelle è quella di rispettare gli impegni presi, bisogna evitare che il popolo si penta dell’investimento che ha fatto in termini di fiducia. Una disillusione come quella che ha investito Matteo Renzi sarebbe la morte politica di Lega e Movimento 5 Stelle.

Qui si tratta di portare alle estreme conseguenze una battaglia politica per cambiare paradigma, per ottenere l’agibilità economica per fare certe cose. Cioè: un grande piano di infrastrutture, di manutenzione e di ricostruzione. Significa abolizire la legge Fornero e riscrivere una legge sulle pensioni, abbattere drasticamente le aliquote fiscali, finanziare un reddito di cittadinanza come preludio a quell’obiettivo (che è roosveltiano) della piena occupazione, cioè della costituzionalizzazione del diritto al lavoro. Queste cose vanno fatte sforando tutti i parametri europei, imposti senza nessun fondamento scientifico-economico da parte non solo dei burocrati, ma direi proprio di una narrativa globale del neoliberismo, cioè di un sistema che fa gli affari di pochi in danno degli interessi dei moltissimi. Una volta presa questa via si può affrontare qualunque cosa: se verrà usata l’arma impropria dello spread si potranno cercare comunque sponde nel mondo, non solo in Cina, in Russia e negli Stati Uniti, ma insomma a livello sovranazionale – e non mancheranno gli aiuti a tenere basso lo spread. Ma se anche vi fosse una guerra sullo spread si potrebbe persino scegliere di mostrare il vero volto di queste politiche. Cioè l’Italia: viene attaccata sul piano dei mercati perché si rifiuta di chinare la testa e di non fare l’interesse popolare. Sarebbe anche un modo per dire, da parte di Salvini e Di Maio: “Ci stanno strangolando, noi andiamo a nuove elezioni perché così non possiamo governare, andiamo a nuove elezioni e facciamo il botto, il pieno di consensi”.

Perché gli italiani li premierebbero, degli eroi che affrontassero senza paura i mercati e la retorica dello spread, la retorica dei mandarini di Bruxelles e Francoforte, la retorica dei signori della globalizzazione post-democratica. E a quel punto sarebbe un successo elettorale. Invece, se ci si cala nel ruolo rattrappito di “ragionierini” che cercano di far quadrare i conti disputandosi un miliarduccio qua e un miliarduccio là per calmare il rispettivo elettorato cercando di fare le nozze coi fichi secchi, ebbene, in questo tirare a campare poi si tirano le cuoia. Quindi, inviamo un primo avvertimento chiaro a Lega e 5 Stelle, loro stesso interesse oltre che in quello del popolo italiano. Aggiungo che comunque i tempi sono ormai maturi per il varo del “partito che serve all’Italia”, che dia in prospettiva quella forza, quella decisione e quel coraggio che forse, in questo momento, sta venendo meno a Lega e 5 Stelle. Oppure, se questi soggetti politici non sono in grado di interpretare le esigenze di cambiamento del popolo italiano, il “partito che serve all’Italia” (che riceverà il nome dei suoi costituenti) si candiderà evidentemente a ereditare il ruolo storico dei gialloverdi. Ma siccome qui non si tratta di liquidare l’esperienza gialloverde prima ancora che sia cominciata, ribadisco che questa esperienza può portare buoni frutti. Però siamo già ad un punto in cui bisogna mostrare di che stoffa si è fatti.

(Gioele Magaldi, dichiarazioni rilasciate a David Gramiccioli nella diretta “Massoneria On Air” del 17 settembre 2018 su “Colors Radio”).

CLAMOROSO STUDIO DI FITOUSSI: LA NUOVA LIRA SI RIVALUTEREBBE

stopeuro.news 17.9.18

di Marcello Bussi

La lira anti-default. Per l’Ofce, prestigioso istituto di ricerca francese, in caso di uscita dall’euro l’Italia sarebbe il Paese che sopporterebbe meglio il trauma. La nuova moneta si rivaluterebbe dell’1% e la gestione del debito pubblico non sarebbe a rischio!

Se l’Italia uscisse dall’euro, la nuova lira si svaluterebbe del 30 per cento, avverte Mediobanca . Una disgrazia per l’inflazione, che salirebbe alle stelle, l’unanime commento. Ma qualcuno pensa che invece la valuta italica rimarrebbe stabile. Più precisamente, si rivaluterebbe dell’1%. Nemmeno Matteo Salvini avrebbe il coraggio di spararla così grossa. Eppure questo è il risultato di uno studio autorevolissimo prodotto dall’Ofce, l’Osservatorio francese della congiuntura economica. Per chi non lo sapesse, l’Ofce è stato fondato nel 1981 dall’allora premier Raymonde Barre, finanziato dallo Stato francese e affiliato alla mitologica università di Sciences Po, dove si forma una parte consistente dell’élite transalpina. Per vent’anni ne è stato presidente l’economista Jean-Paul Fitoussi, che attualmente è direttore della ricerca. Insomma, quanto di più lontano da Marine Le Pen. E dal punto di vista accademico tutte le carte sono più che in regola.

Stranamente in Italia lo studio condotto da Cédric Durand dell’università Paris 13 insieme a Sébastien Villemot di Sciences Po, non ha avuto nessuna eco. Forse perché, contrariamente alla vulgata corrente, dimostra che il Paese non ha niente da temere dall’uscita dall’euro. Addirittura l’Italia è lo Stato che uscirebbe meglio dal trauma del cambio di moneta. Il cosiddetto rischio di ridenominazione è pari a zero sui tre fronti analizzati dal report intitolato Balance sheets after the EMU: an assessment of the redomination risk: governo e banca centrale; società finanziarie; società non finanziarie e famiglie. Una tripletta che nessun altro può vantare. La Germania corre infatti un rischio (comunque basso) per ogni categoria di società e per le famiglie. Come se non bastasse, il marco si rivaluterebbe del 14%, mettendo inevitabilmente un freno alle sue esportazioni.

l report dà quindi ragione a Peter Navarro, il consigliere di Donald Trump per il commercio, secondo il quale la Germania sfrutta un euro «esageratamente sottovalutato» contro gli Stati Uniti e i suoi stessi partner dell’Unione monetaria. Il motivo principale per cui l’Italia non correrebbe rischi dall’uscita dall’euro sta nel fatto che «il suo conto delle partite correnti strutturale è vicino all’equilibrio e che la sua posizione patrimoniale netta sull’estero è solo lievemente negativa». Sarà pure una considerazione da scuola elementare, ma di solito la valuta di un Paese che gode di un surplus commerciale è ritenuta appetibile.

Ma la vera spada di Damocle è il debito pubblico, è l’obiezione che viene fatta di solito, con la lira l’Italia andrebbe subito in default. Il report dell’Ofce sottolinea che per un determinato contratto, la legge che lo disciplina è il fattore più importante per determinare l’esito del processo di ridenominazione. Se il contratto è in base al diritto nazionale, è molto probabile che venga ridenominato nella nuova moneta domestica; al contrario, se è di diritto estero (tipicamente inglese o di New York), molto probabilmente resterà denominato in euro (o, nel caso di una completa dissoluzione della moneta unica, in una nuova unità di conto come l’Ecu o nella valuta nazionale della controparte, in ogni caso una valuta estera).

L’importanza della giurisdizione è dimostrata dal caso della ristrutturazione dei titoli di Stato greci nel 2012: i nuovi bond scontati offerti agli investitori sono regolati dalla legislazione inglese (mentre quelli ritirati erano di diritto greco). In questo modo gli investitori avranno ragione di chiedere un pagamento in euro anche in caso di Grexit e l’introduzione della nuova dracma. Il vero fattore di rischio è quindi la quantità di debito emessa sotto la legislazione inglese. E anche all’interno di questa cornice il rischio che la situazione risulti ingestibile riguarda solo i bond con scadenza inferiore a un anno. Perché solo in questo caso lo choc di una forte svalutazione nel brevissimo termine potrebbe avere conseguenze deleterie.

Il report dell’Ofce sottolinea che, secondo i dati della banca dei regolamenti internazionali (Bis) al terzo trimestre 2015 (il dato è vecchio ma nel frattempo non dovrebbero esserci stati cambiamenti sostanziali) il rapporto tra i bond emessi dal governo italiano che sottostanno alla legislazione estera e il pil è leggermente superiore al 5%. Il report considera ad alto rischio una situazione in cui il rapporto sia superiore al 10%. E i bond italiani con scadenza inferiore a un anno sono all’incirca lo 0,3% del pil. La situazione è quindi perfettamente gestibile.

Sorprendentemente, il caso peggiore è quello dell’Austria, dove il rapporto bond sotto la giurisdizione estera e il pil sfiora il 25%.  Gli altri Paesi sopra il 10% sono Grecia, Portogallo e Irlanda. Tutti e tre hanno avuto la Troika in casa (ad Atene c’è ancora) col risultato la loro uscita dall’euro sarebbe ancora più costosa. Per quanto riguarda i bond emessi da società finanziarie sotto il diritto inglese, il rapporto con il pil dell’Italia è di poco inferiore al 30%, solo Germania, Belgio e Portogallo ce l’hanno più basso. Mentre il Lussemburgo raggiunge un esorbitante 742%, seguito dall’Irlanda (277%) e dall’Olanda (185%). Sul fronte delle società non finanziarie, l’Italia ha un rapporto leggermente inferiore al 7%, mentre ancora una volta il Lussemburgo raggiunge livello stratosferici con il 125%, seguito dall’Olanda con il 19%. Al terzo posto c’è la Francia con il 16%.

La conclusione del report è che in caso di uscita dall’euro solo Grecia e Portogallo dovranno affrontare una nuova ristrutturazione del debito o un vero e proprio default Dovranno subire una ristrutturazione profonda i settori finanziari di Grecia, Irlanda, Lussemburgo e potenzialmente anche della Finlandia. Stesso destino per il settore non finanziario di Irlanda e Lussemburgo, anche se in quest’ultimo caso il report sottolinea la non completezza dei dati a disposizione che potrebbe inficiare le stime. L’Italia, dunque, non corre nessun rischio di andare in default nel caso di uscita dall’euro. E, una volta esauriti gli effetti speculativi a brevissimo termine, la lira si rivaluterebbe dell’1% sull’euro. Ma a questo punto sarebbe un discorso puramente teorico, conterebbero solo i cambi con le vecchie valute.

Rispetto al marco tedesco, quindi, la lira perderebbe il 13%, un bel toccasana per le imprese esportatrici senza dover tagliare ulteriormente i salari. E nei confronti del franco francese la lira si rivaluterebbe addirittura del 10%. Rispetto alla dracma greca si rafforzerebbe del 37% rendendo super economiche le vacanze in terra ellenica e del 9% nei confronti della peseta spagnola. Certo, sarebbero più cari del 14% i soggiorni ad Amsterdam. Ma è davvero niente rispetto alle catastrofiche previsioni di iper inflazione e bancarotta fatte dalla stragrande maggioranza degli economisti. Le conclusioni dell’Ofce vanno quindi contro il senso comune, ma l’istituto di ricerca ha un prestigio tale che non ha bisogno di farsi pubblicità sparandole grosse.

Marcello Bussi, Milano Finanza 18/2/17

L’articolo CLAMOROSO STUDIO DI FITOUSSI: LA NUOVA LIRA SI RIVALUTEREBBEproviene da Blondet & Friends.

SPY FINANZA/ Il blackout che ci dirà se la crisi si avvicina

I buybacks che hanno alimentato le quotazioni dei titoli di Wall Street tra poco non potranno essere temporaneamente eseguito. Sarà un test importante, spiega MAURO BOTTARELLI il sussidiario.net 18.9.18

Avete letto il cosiddetto “Piano Savona” per la riforma della governance – anzi, scusate, della politeia, come umilmente e sobriamente lui stessa l’ha definita, un po’ stizzito – dell’Unione europea? Fatelo, è un vero spasso. So che su queste pagine arrivano addirittura consigli dalla Cina riguardo all’importanza di quel piano per l’azione di governo (a prescindere che sia più o meno condivisibile il contenuto, viene premesso, un qualcosa di veramente originale ed estroso), ma sapete com’è, tendo a ragionare con la mia testa e a leggere le cose prima di dare un giudizio. Assolto questo compito, mi limito a dire che l’ambasciatore Massari merita una medaglia e il Cavalierato del lavoro per non aver inoltrato quell’ammasso di follie fiscali a Jean-Claude Juncker, altro che la sua rimozione dalla rappresentanza italiana permanente a Bruxelles, come pare avrebbe chiesto un inviperito ministro Savona.

Come se con l’Ue non avessimo già abbastanza guai, ci manca solo la brillante idea dell’economista di riferimento dei sovranisti di spalmare il debito su circa 300 anni e ripagarlo ponendo a garanzia le entrate fiscali (da quantificarsi a capocchia, visto che addirittura si parla di “deficit dinamico” in base al Pil nominale) e il patrimonio pubblico. Dicendola brutalmente, vuole indebitarsi, rimettersi in pari a babbo morto in base a quanto lo Stato riuscirà a introitare e, come suprema garanzia, vuole di fatto ipotecare il Colosseo e il Duomo, dandoli in pegno alla Bce pur di sforare sul deficit! Signori, poi ci lamentiamo che in Europa vogliono metterci sotto tutela i conti? Vi prego, leggete con i vostri occhi il “Piano Savona”, è davvero istruttivo. Quantomeno per capire in cosa si tramutano, nel concreto, certe scelte di pancia in cabina elettorale.

Chiusa parentesi italiana, veniamo alle cose serie. Anzi, a dire il vero un po’ di Italia resta comunque. Perché sempre dal geniale fronte sovranista arriva (sempre più mitigato con il passare dei giorni, a dire il vero) l’imperativo anche a livello geofinanziario: seguire gli Stati Uniti, faro e riferimento nella lotta contro l’ordoliberismo tedesco e il suo maledetto surplus commerciale che ci uccide. Di più, l’America è vista come baluardo di crescita sostenibile e sostenuta in un mondo di indebitamento come modello strutturale. Ora, già far coincidere le ricette stile Totò che vende la fontana di Trevi del ministro Savona con un modello non improntato a deficit è opera improba, ma riuscire a dipingere gli Usa, patria del credito al consumo che trasforma milioni di cittadini in schiavi strutturali del debito (vedi i mutui scolastici o acquisto a rate di automobili), in un paradiso della crescita sostenibile appare davvero lunare. Ma di questi tempi, nulla più stupisce. Anche perché, purtroppo, la corda è stata tirata davvero troppo e il suo grado di consunzione diviene ogni giorno più palese.

E, paradossalmente, a svelarne gli altarini è proprio quella che a detta della narrativa mainstream sarebbe invece la cartina di tornasole del successo della ricetta trumpiana: i sempre nuovi record di Wall Street. Volete vederli i record veri, quelli di cui sovranisti ma anche media pavloviani non vi parlano? Non solo (come si vede nel grafico) il successo dei corsi azionari è sempre più legato alla pratica incestuosa dei buybacks, il riacquisto di proprie azioni da parte di grandi aziende, finanziato oltretutto con il cuscinetto di capitale garantito da anni di acquisti obbligazionari corporate della Fed (e fino a oggi della Bce, visto che le sussidiarie estere delle corporation Usa ne beneficiano, così come quelle svizzere), ma qualcosa di peggio. Primo, il controvalore stimato dei buybacks per quest’anno – parliamo di quelli già autorizzati dagli enti di controllo del mercato – è pari alla sobria cifra di un triliardo di dollari, un aumento del 46% su base annua! Il motivo? Semplice. E vi assicuro che non ha nulla a che fare con la millantata crescita sana e sostenibile dell’economia Usa.

Le ragioni sono sostanzialmente due, ovvero il rimpatrio di un ammontare enorme di denaro depositato finora all’estero e che con la riforma fiscale di Trump – quello che doveva pensare alla povera gente, alla Main Street proletarizzata dalla crisi del 2008 e combattere le élites – ha ritrovato la via di casa, in gran parte proprio per riacquistare propri titoli azionari. E, strettamente legato, la profittabilità corporate dovuta proprio al regime fiscale, visto che a fronte di revenues dell’indice Standard&Poor’s 500 cresciute dell’11% durante il primo semestre 2018 su base annua, gli utili per azione nello stesso periodo hanno vissuto un balzo del 25%, grazie proprio al regime di tassazione ultra-agevolato per le grandi aziende introdotto da Donald Trump. Risultato finale? il cash-flow legato allo Standard&Poor’s 500 e frutto di queste operazioni è cresciuto del 35% a quota 917 miliardi di dollari nei primi sei mesi di quest’anno.

Eccolo il make America great again, di fatto make Wall Street great again, alla faccia del sovranismo e del popolo! Anzi, con i loro entusiastici voto e sostegno! Un capolavoro, non c’è che dire. Ma si sa, il popolo lo ammansisci facilmente. Ad esempio, con la balla colossale della guerra commerciale contro quei concorrenti sleali dei cinesi (i quali, però, garantiscono impulso creditizio e detenzione di Treasuries, quindi meglio andarci cauti), la cui (in)utilità reale l’ho spiegata chiaramente nel mio articolo di ieri. E sapete qual è il problema sostanziale?

Ce lo dicono questi altri due grafici, cuore della seconda criticità legata al carattere di cartina di tornasole della Borsa rispetto al reale stato dell’arte economico. Il primo ci dice chiaramente che, al netto di tutti i magheggi da liquidità centralizzata e finanza creativa del mondo, il picco è ormai stato raggiunto a livello di distorsione dei multipli di utile per azione, quindi o la Fed la smette di alzare i tassi e fa in modo che torni a circolare un diluvio di liquidità per oliare il sistema oppure Wall Street grippa per mancanza di “balsamo” monetario a costo zero. Il secondo, paradossalmente, è anche peggio, perché a meno di due mesi dalle elezioni di mid-term, vediamo che la dinamica – anch’essa pavloviana – di personalizzazione politica dei successi borsistici di Donald Trump comincia a perdere di vigore, al netto del decouple in atto fra livello di consenso e performance dello Standard&Poor’s 500.

Ora, facciamoci una domanda: se quelle due linee di trend dovessero tornare convergenti, ma lo facessero al ribasso, ovvero l’S&P’s 500 subisse una correzione dei corsi tale da andare a “riprendere” l’indice di gradimento del Presidente che ne rivendica il successo stellare, cosa accadrebbe a livello globale? E attenzione, perché dal 5 ottobre entriamo nella stagione del cosiddetto blackout, ovvero l’impossibilità temporanea per le grandi aziende di operare buybacks, quindi gli indici vedranno venire meno il loro contrappunto più importante. Attenzione, perché sarà un momento di fondamentale importanza. Paradossalmente, infatti, se ci saranno correzioni al ribasso, ci sarà da festeggiare. Perché significa che la clientela retail, il cosiddetto parco buoi, non ha acquistato in massa ciò che hedge funds e banche d’investimento stanno scaricando con valutazioni massime, avendo subodorato l’aria e volendo evitare di restare con la patata bollente fra le mani. Se invece sarà business as usual a Wall Street, ovvero senza scossoni, significa che il trasferimento del rischio ai gonzi è riuscito anche questa volta, almeno in massima parte.

Ma attenzione ulteriore, perché se anche il blackout non porterà con sé cali degli indici, potrebbe portare – proprio per l’assenza degli acquisti assicurati e per grossi ammontare dai buybacks delle grandi aziende – un aumento della volatilità. E lì, allora, si capirà chi sta bluffando. Ma con le carte già distribuite e la mano di gioco iniziata. Seguiamo il modello di crescita americano, ci troveremo sicuramente bene. E poi ci comprano i Btp.

Sapelli: Usa inerti, ma così l’Italia affonda nel Mediterraneo

Giorgio Cattaneo libreidee.org 18.9.18

Dove sono gli Usa? È un interrogativo che inizia a proporsi e a riproporsi, mano a mano che si dipana la lotta di potenza e di egemonia nel Mediterraneo, “lago atlantico” ormai contendibile all’egemonia nordamericana che aveva sostituito quella britannica nel 1956, quando gli Usa – con una mossa del cavallo – appoggiarono Nasser e la sua nazionalizzazione del canale di Suez. Schierandosi contro i paracadutisti sul Sinai lanciati da Regno Unito, Francia e Israele, gli Usa avevano finito per strappare ai sovietici il controllo dell’Egitto, per poi abbattere i partiti “baathisti” in Siria e in Iraq, e infine Gheddafi in Libia dopo l’11 Settembre. Un flashback che l’economista e storico Giulio Sapelli, sul “Sussidiario”, rievoca per richiamare l’attenzione sull’attuale disastro libico, specchio della debolezza mediterranea di un’Italia “abbandonata” dall’alleato americano. I contendenti degli Usa? Oggi non sono più solo i russi, scrive Sapelli, ma anche i francesi: hanno infatti saldato la loro influenza economica (con il Cfa, il franco francese-africano imposto a 14 paesi) a quella militare (dal genocidio dei Tutsi in Ruanda da parte degli Hutu pro-francesi, all’esercito schierato nel sub-Sahara).

Proprio i francesi, aggiunge Sapelli, hanno sconvolto antichi equilibri di potenza post-coloniali (anche per contenere la crescente influenza cinese, da Gibuti a Suez, fino a Tripoli). Dal canto suo, Pechino si protende nel Mediterraneo, dove sembra propensa a negoziare con la Russia e con l’Egitto «per aver meglio a disposizione la via verso l’Alto Adriatico passando per Suez e continuare così sino all’Artico indebitando Stati e impiegando il lavoro forzato in infrastrutture mai finite e pericolose». E l’Italia? «E’ il vaso di coccio tra i vasi di ferro», scrive Sapelli. «La stella di Mattei brillò quando gli Usa si allearono con Nasser e scacciarono gli inglesi dal Mediterraneo, proteggendo di fatto gli italiani in Libia e in Algeria: provocarono l’odio e la vendetta francese, di cui l’eroico e mai compreso Enrico Mattei fu la vittima sacrificale». Ora, secondo Sapelli, la storia si ripete: Russia e Cina si riavvicinano con manovre militari, a cui gli Usa non oppongono alcuna strategia di contenimento. «L’unica via utile alla sicurezza mondiale sarebbe un’alleanza nordamericana con la Russia contro la nascente egemonia cinese, ma questo è assai difficile».

Secondo Sapelli, «la Cina crolla egemonicamente in Asia perché disvela un volto imperialista, ma trionfa ancora in Europa grazie ai Quisling innumerevoli di cui dispone nell’eurocrazia e in molte nazioni europee, Francia e Italia in testa». Gli Usa? «Sono troppo divisi nel loro establishment per poter condurre una politica di potenza che comprenda l’importanza strategica del Mediterraneo». La prima nazione a patirne – va da sé – è proprio l’Italia, «stretta appunto tra la sua borghesia “vendidora” che vive sull’erosione della sovranità e del potenziale di ciò che dovrebbe essere la patria, e invece per costoro è un suk con clienti stranieri». Per questo, pesa ancora di più l’assenza strategica degli Stati Uniti: «Solo l’Italia può garantire gli Usa per un nuovo equilibrio di potenza in Africa del nord e nell’Africa sub-sahariana». Per Sapelli, è assolutamente necessaria una urgente discussione pubblica su questo tema, visto che «rischiamo la decadenza dell’Italia».