Trading online, Consob all’attacco dei siti pirata: 183 colpiti

Firstonline.info 19.9.18

La Commissione spinta dall’ormai dimissionario Mario Nava è intervenuta per arginare l’esplosione di siti fuori controllo, pericolosi per i risparmiatori. Ne sono stati chiusi un’ottantina, altri hanno ricevuto pesanti sanzioni. I dati avrebbero dovuto essere presentati in audizione al Senato, ecco numeri e come difendersi

La bolla del trading online è sotto osservazione da parte della Consob che ha deciso di attaccare senza esclusione di colpi i siti pirata. Secondo quanto riportato dal Il Sole 24 ore, i numeri emersi sono indicativi di una situazione allarmante: solo nei primi sei mesi del 2018 i casi al centro dell’indagine sono risultati superiori al totale registrato nell’intero 2017, quando gli interventi totali dell’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari sono stati 167. Fino a giugno 2018, invece, i casi segnalati sono stati 183: di cui 71 ordini di cessazione, 89 segnalazioni all’autorità giudiziaria, 7 sospensioni cautelari e 8 emanazioni di divieti a operare.

Questi sono i dati ufficiali che l’ex presidente della Consob Mario Nava avrebbe dovuto presentare oggi in audizione al Senato, chiaramente cancellata a seguito delle sue dimissioni. La partita è stata posticipata, in attesa del rimpasto dei vertici, ma le informazioni emerse fotografano un preoccupante scenario: risultano, infatti, sempre di più i casi di operatori fraudolenti che sfruttano siti online tentando di convincere gli utenti a investire il proprio denaro su opzioni binarie (al momento vietate dall’Unione europea), Cfd (contracts for differences), trading su valute e metalli preziosi.

Una delle particolarità di questi operatori è che durano meno della vita di una farfalla e possono essere facilmente smantellate. In precedenza le loro sedi erano dislocate a Cipro e a Malta, ma viste le più stringenti normative europee in materia hanno allargato i loro orizzonti e adesso si trovano tra le Isole Marshall, la repubblica delle Vanuatu (in Oceania) e Saint Vincent des Grenadines (alle Bermuda). La Consob, tuttavia, sul territorio nazionale operando in forza dell’articolo 7 opties del Testo unico della finanza – inserito a gennaio 2018 – ha il potere di ordinare la cessazione immediata degli abusi sia su internet sia attraverso le telefonate di operatori che contattano i potenziali investitori da luoghi come la Romania o l’Albania.

Uno dei primi casi di trading online sanzionato in Italia ha riguardato il caso di Ibs Forex di Como, che operava online e tramite adescatori, a rischio le società di trading WorldFxm e Sucaba Enterprise Ltd e Becfd Limited, mentre l’ultimo caso è stato quello di Venice Forex Investment, per cui il rsponsabile delle attività Fabio Gaiatto è stato arrestato nei giorni scorsi.

Uno dei modi per arginare il rischio di incorrere negli operatori fraudolenti di trading online è quello di controllare sul sito della Consob quali operatori e quali no hanno l’autorizzazione a operare in Italia, prima di decidere di investire.

Unicredit, Acri, Cdp, Crt. Ecco come Quaglia saltella fra Palenzona e Guzzetti

Michele Arnese startmag.it 19.9.18

E’ Giovanni Quaglia l’astro nascente, seppure classe ’47, delle fondazioni bancarie?

E’ quello che si chiedono nei più piccoli enti di estrazione creditizia e che scrutano relazioni e nomine che sta collezionando Quaglia.

Oggi Quaglia è stato eletto presidente del comitato di supporto della Cassa depositi e prestiti. Ed è considerato in corsa per la presidenza dell’Acri al posto di Giuseppe Guzzetti.

Ma andiamo con ordine partendo dalla notizia odierna.

L’assemblea delle 61 fondazioni di origine bancaria azioniste di Cassa depositi e prestiti (Cdp), presieduta da Massimo Tononi e alla presenza dell’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, ha nominato i nove componenti del comitato di supporto previsto dall’art. 22 dello Statuto di Cdp.

Sono stati designati il presidente della Fondazione Crt Giovanni Quaglia, il presidente della Compagnia di San Paolo Francesco Profumo e i presidenti delle Fondazioni CR Modena Paolo Cavicchioli, Bolzano Konrad Bergmeister, Venezia Giampietro Brunello, Savona Federico Delfino, Lucca Marcello Bertocchini, Teramo Enrica Salvatore, Spoleto Sergio Zinni.

Il comitato si è insediato e ha nominato all’unanimità quale proprio presidente Giovanni Quaglia, attuale numero uno della Fondazione CRT (fra gli azionisti rilevanti di Unicredit).

Perché Quaglia e non Fabrizio Palenzona?, si è chiesto nei giorni scorsi il Messaggero.

La spiegazione è che a capo del comitato di supporto ci deve essere un presidente di fondazione, mentre Palenzona – nonostante il peso sostanziale nel mondo degli enti bancari – non è presidente di alcuna fondazione.

Ma Il Messaggero ha insinuato un dubbio: dietro questa decisione potrebbe aver inciso anche la questione “Autostrade per l’Italia”, visto che “Palenzona è presidente di Aiscat, l’associazione delle concessionarie autostradali e vicino ai Benetton”.

Un siluro di Guzzetti contro Palenzona dunque?

All’interno delle fondazioni c’è chi dice di sì e c’è chi lo esclude, ricordando che Quaglia è vicinissimo a Palenzona, il quale resta sempre il vero dominus della Crt presieduta da Quaglia.

Sta di fatto che i “fratelli-coltelli” Guzzetti e Palenzona avranno un ruolo nel definire la presidenza dell’Acri, come ha ricostruito giorni fa Start Magazine.

Guzzetti, al vertice dell’Acri dal 2000, è stato rieletto nel giugno 2016 per un altro triennio. Per la successione, Palenzona ha un’idea: proprio Giovanni Quaglia.

Un’idea non solo di Palenzona, ora.

C’è infatti chi ha notato come il 23 luglio, a Torino, Guzzetti ha presentato il libro scritto di recente da Quaglia “La forza della società”. Tema? L’attualità del Codice di Camaldoli. Una passione anche di Guzzetti, ex dc come Quaglia e Palenzona. Tanto che il numero uno di Cariplo e Acri ha scritto la prefazione al saggio di Quaglia.

Quaglia, docente di Economia e Direzione delle Imprese all’Università degli Studi di Torino, è revisore dei conti, naviga da anni negli ambienti delle fondazioni creditizie e delle banche: oltre che presidente della Fondazione CRT e dell’associazione delle 12 Fondazioni di origine bancaria del Piemonte, è componente del Comitato Esecutivo di Acri, presidente di Ream (la sgr di Crt ispirata da Palenzona), vicepresidente di Equiter e consigliere di Amministrazione di SIAS. Ed è stato consigliere di amministrazione di Unicredit fino al 2015.

Dunque Quaglia è entrato nei cuori di Guzzetti? Si vedrà.

Di sicuro, come detto, le sintonie da ex democristiani non mancano. Seppure, in stile Palenzona, ossia dalle relazioni bipartisan se non tripartisan: ha relazione consolidate con il Pd, non rema contro l’avanzata leghista e ha rapporti istituzionali piuttosto sereni con i Pentastellati via Chiara Appendino, sindaco M5S di Torino.

Sulla sua pelle

di Lorenzo Pennacchi – 16 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

Il nuovo film di Alessio Cremonini getta luce sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi: un ultimo, deceduto mentre era nelle mani dello Stato.

15 ottobre 2009, via Lemonia, Roma. Il trentunenne Stefano Cucchi viene fermato da una pattuglia di carabinieri, che lo trovano in possesso di ventuno grammi di hashish e due grammi di cocaina. Dopo la notte passata in caserma, viene processato per direttissima. In tribunale il ragazzo presenta difficoltà a parlare e a camminare, nonché evidenti ematomi agli occhi. Eppure, nessuno sembra accorgersene. Accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, la sua difesa viene affidata ad un avvocato di ufficio e il giudice convalida l’arresto, nella misura di custodia cautelare al carcere diRegina Coeli, in attesa della prossima udienza. Le condizioni fisiche di Stefano peggiorano rapidamente. Una visita all’ospedale Fatebenefratelli permette di mettere a referto i numerosi traumi: lesioni alle gambe, frattura della mascella, emorragia alla vescica e due fratture alla colonna vertebrale tra le altre. Le condizioni del ragazzo continuano a deteriorare nel corso dei giorni e per questo viene ricoverato all’ospedale Sandro Pertini. Qui, il 22 ottobre, Stefano muore. Pesa trentasette chilogrammi, sei in meno di una settimana prima. In questo lasso di tempo, dal giorno del processo a quello della sua morte, la famiglia non è riuscita a mettersi in contatto con lui, a causa di procedure istituzionali diverse di ora in ora, tanto che il suo decesso viene comunicato loro attraverso la notifica per l’autorizzazione all’autopsia.

La famiglia Cucchi. Stefano, la sorella Ilaria, la madre Rita e il padre Giovanni.

Quella di Stefano Cucchi è una storia drammatica, una vicenda in grado di sollevare molti interrogativi e, purtroppo, ancora in attesa di troppe risposte. Chi la riporta si trova a chiedersi se e quanto il suo contributo possa risultare di aiuto a ciò che la famiglia Cucchi e gran parte della società civile ha atteso in questi anni: il riconoscimento della verità e l’applicazione della giustizia. Del resto, il rischio di strumentalizzare Stefano è sempre dietro l’angolo. Nonostante ciò, come ha sostenuto Ilaria Cucchi negli studi di La7 nel giugno 2013, in riferimento alla vicenda di suo fratello: l’unica arma è parlarne. Fortunatamente in questi anni se ne è parlato parecchio, a volte a sproposito certo, ma l’attenzione mediatica sul caso è rimasta costante, soprattutto grazie all’impegno della famiglia del ragazzo e dell’avvocato Fabio Anselmo.

Già nel 2011, infatti, viene realizzato il documentario 148 Stefano – Mostri dell’inerzia, diretto da Maurizio Cartolano. Il titolo si riferisce al fatto che Cucchi è stato registrato come il centoquarantottesimo deceduto all’interno delle carceri italiane nel 2009. Il lavoro, servendosi di una notevole quantità di contributi diretti, cerca di gettare luce sui fatti, nel corso dei primi anni di indagini, le quali si complicano maggiormente nel corso del tempo. La sentenza di primo grado (5 giugno del 2013) condanna sei medici del Pertini a differenti anni di reclusione, mentre assolve gli infermieri e le guardie penitenziarie. Tuttavia, la sentenza della Corte d’appello (31 ottobre 2014) assolve i sei medici precedentemente condannati. Dopo il ricorso alla Corte di Cassazione da parte della famiglia Cucchi, l’assoluzione degli imputati viene confermata il 16 luglio 2016. Parallelamente, nel luglio 2017, l’inchiesta bis porta al rinvio a giudizio dei cinque carabinieri presso i quali Stefano Cucchi è stato in custodia tra il 15 e il 16 ottobre. Decisive nel corso del processo risultano le dichiarazioni del carabiniere Riccardo Casamassima, con tutte le conseguenze ad esse correlate.

Ilaria Cucchi ospite di Enrico Mentana per la proiezione del documentario “148 Stefano – Mostri dell’inerzia”

Il 29 agosto 2018 viene presentato alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il film Sulla mia pelle, distribuito dal 12 settembre nelle sale cinematografiche e su Netflix. In una recente intervistail regista Alessio Cremonini sostiene che il suo non è un film politico. Il suo intento non è quello di sostituirsi alla magistratura, conferendo risposte preconfenzionate, bensì:

Quello di raccontare una storia con quello che di cui siamo oggettivamente sicuri. Quando leggevo le diecimila pagine di verbali dei processi con Lisa Nur Sultan (con cui ho scritto la sceneggiatura), ero sconvolto dallo stato fisico in cui versava Stefano Cucchi. E ho capito che mostrare quel percorso di sofferenza fosse la strada giusta per il film: Stefano Cucchi ha perso sette chili in meno di sette giorni e aveva due vertebre rotte. Insomma, volevo che lo spettatore seguisse passo passo il calvario di quel ragazzo e Alessandro Borghi è stato assolutamente straordinario nell’interpretarlo. È riuscito ad incarnarlo perfettamente.

Sulla mia pelle non vuole celebrare Stefano Cucchi come fosse un eroe, né portare lo spettatore a conclusioni affrettate. In poco più di un’ora e mezza molto intensa non fa versare lacrime di coccodrillo, ma fa emozionare sinceramente e allo stesso tempo ragionare sulle varie sfaccettature della vicenda. Permette di vivere il dramma dalla prospettiva di Stefano, mostrando le ripercussioni che questo ha prodotto sulla famiglia, la società e lo Stato. Come Ilaria ha dichiarato negli scorsi giorni il film racconta la morte di un essere umano che è diventato un ultimo. Del resto, nel corso degli anni ha più volte sostenuto come il fratello, in quanto tossicodipendente a più riprese, occupasse gli ultimi gradini della scala sociale. Questa condizione avrebbe portato ad un forte pregiudizio nei suoi confronti, sia nel corso della detenzione che durante le indagini e i relativi processi. Ancora oggi questo pregiudizio sopravvive all’interno della stessa società civile. Basta buttare un occhio ad alcuni commenti al post relativo al film sulla pagina Facebook di Netflix per capire di cosa si sta parlando.

Alessandro Borghi racconta il suo percorso di preparazione al film

Quella di Stefano Cucchi non è una storia unica nel suo genere, come testimoniano i casi di Federico AldrovandiGiuseppe Uva e molti altri. Stefano non era certamente un santo (l’accusa di spaccio è stata rafforzata dalle grandi quantità di hashish e cocaina ritrovate in un appartamento della sua famiglia, denunciate dai suoi stessi familiari nel novembre del 2009) e per questo avrebbe dovuto pagare per i suoi reati. Tuttavia, questo ragazzo è morto mentre era nelle mani dello Stato, l’organismo che dovrebbe garantire la tutela e il rispetto di tutti i cittadini, Stefano Cucchi e familiari compresi. Questo è un fatto, da cui non si torna indietro, che le sentenze giudiziarie potrebbero ulteriormente rafforzare. Per il momento, nove anni di processi dagli esiti parziali contraddittori e surreali continuano a non conferire giustizia a delle persone che, nonostante tutto, continuano a credere nel sistema, lottando con tutti i mezzi leciti per far emergere la verità, affinché la giustizia possa essere applicata. Sulla sua pelle è stato già fatto tanto, troppo. Sarebbe ora di dare delle risposte a chi le merita.

Sulla mia pelle, trailer ufficiale

Il governo ha un problema di soldi

ilpost.it 19.9.18

Lo scontro tra il ministro dell’Economia e il Movimento 5 Stelle intorno alla manovra economica, spiegato bene

(ansa Claudio Peri)

Da più di una settimana gli esponenti del Movimento 5 Stelle attaccano quasi quotidianamente il ministro dell’Economia Giovanni Tria e alcuni sono addirittura arrivati a chiederne le dimissioni. Ieri, con la scusa di smentire le richieste di dimissioni, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha attaccato nuovamente il ministro, con una frase oggi molto discussa da giornalisti ed editorialisti: «Pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani», ha detto Di Maio, per poi ripetere: «Un ministro serio i soldi li deve trovare».

Il problema è che in questi giorni il governo ha iniziato a discutere la questione più delicata da quando si è insediato lo scorso giugno: la manovra economica per l’anno 2019. Messi sotto pressione dalla competizione con la Lega, i dirigenti del Movimento vogliono usare la legge di bilancio per riequilibrare la situazione con i loro alleati, indirizzando la quantità di risorse più alta possibile verso la loro base elettorale. Ma se le loro richieste sono onerose, i soldi a disposizione del governo sono pochi.

Per il Movimento 5 Stelle è fondamentale stanziare almeno 10 miliardi di euro per quello che chiama “reddito di cittadinanza“, che in pratica è un assegno di sostentamento per disoccupati di importo non ancora chiaro e di cui finirebbe per beneficiare in particolare il Mezzogiorno, dove sono concentrati molti elettori del M5S. Lo stanziamento potrebbe essere ridotto a 5 miliardi se il momento di entrata in vigore del provvedimento venisse rimandato alla metà dell’anno prossimo. Anche questa cifra però rischia di essere troppo per il ministro dell’Economia Giovanni Tria.

Secondo quanto riferito ai giornali da diversi esponenti del Movimento 5 Stelle, Tria avrebbe detto di essere disposto ad aumentare di un miliardo la dotazione del REI, il reddito di inclusione destinato alle famiglie in condizioni economiche difficili entrato in vigore a fine 2017. Per il Movimento 5 Stelle questa proposta sarebbe però “inaccettabile“.

Tria fino ad oggi è apparso irremovibile nella sua intenzione di tenere sotto controllo i conti pubblici: non intenderebbe superare la soglia dell’1,6 per cento di deficit rispetto al PIL sul quale ci sarebbe già un accordo con la Commissione europea (e che è comunque il doppio del deficit promesso dal governo Gentiloni). Questa soglia è ritenuta il massimo accettabile dalla Commissione, in base alle complicate regole di bilancio europee, oltre che la cifra massima che consente di far scendere anche di poco l’enorme debito pubblico italiano.

Con questo deficit il governo avrebbe la possibilità di spendere circa 27 miliardi di euro. Di questi, una dozzina sono già impegnati per evitare l’aumento automatico dell’IVA. Il resto dovrà essere impegnato per abbassare le tasse sul reddito (la cosiddetta “flat tax” proposta dalla Lega, che però non è più affatto “flat” visto che prevede aliquote diverse) e per abolire gradualmente la riforma Fornero (avvicinandosi gradualmente alla cosiddetta “quota 100”): due misure che insieme costeranno circa 15 miliardi di euro. Queste tre misure da sole consumerebbero completamente il deficit previsto da Tria e quindi rimarrebbe ben poco per il “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 Stelle e niente per l’altra misura che in questi giorni i suoi leader hanno definito assolutamente necessaria: l’innalzamento delle pensioni minime da 500 a 780 euro, una misura che secondo il Sole 24 Ore potrebbe costare altri 13 miliardi di euro.

Un modo per far quadrare i conti sarebbe quello alzare le tasse e tagliare la spesa in modo da trovare le risorse per queste misure aggiuntive. Tria ha lasciato più volte intendere che il programma del governo potrebbe essere finanziato se si lasciasse aumentare l’IVA, ma questa proposta è stata respinta da tutti gli esponenti della maggioranza. Un’altra possibilità potrebbe essere un aumento di tasse “mascherato”, ad esempio una riduzione delle deduzioni fiscali. Si tratta di una misura promessa o tentata da quasi tutti i governi del passato, ma politicamente molto complicata da realizzare (ogni deduzione fiscale, come ad esempio quella per le ristrutturazioni domestiche, ha forti gruppi di interesse intenzionati a difenderla).

Un’altra possibilità ancora sono i tagli di spesa, ma i cosiddetti “sprechi” non sono affatto facili da individuare e tagliare (e sono comunque di entità molto più ridotta di quanto si ritiene comunemente). Per quanto tutti i governi del passato ci abbiano provato, i risultati delle famose “revisioni della spesa” non sono mai stati superiori ad 1-2 miliardi di euro di risparmi l’anno. Un’altra possibilità ancora è il condono fiscale, ossia uno sconto agli evasori fiscali in cambio del pagamento immediato di parte di quanto dovuto. Questa misura potrebbe garantire al governo una consistente entrata una tantum, ma visto che condoni o altre forme di sconti agli evasori sono stati adottati da quasi tutti i governi negli ultimi anni, per raccogliere molte risorse c’è bisogno di farne uno che sia davvero molto vasto e attraente. La Lega ha in mente un cosiddetto “condono tombale“, ma il Movimento 5 Stelle vorrebbe invece un’operazione più ridotta e quindi meno remunerativa (difficile comunque ipotizzare che si possa raccogliere più di qualche miliardo, 5 è la stima ottimistica del ministero dell’Economia, 20 quella di Matteo Salvini).

Resta aperta la strada più semplice: quella di alzare il deficit oltre il limite imposto da Tria e dalle regole europee. Oggi, Alberto D’Argenio scrive su Repubblica che la Commissione europea sarebbe disposta a trattare se il deficit dovesse rimanere sotto il 2 per cento. Significherebbe uno 0,3 per cento in più di deficit, cioè circa 5 miliardi di euro in più da spendere. Questa soglia sembrava fino a poche settimane fa la richiesta delle forze di maggioranza alla quale Tria si opponeva. Negli ultimi giorni però, il Movimento è sembrato alzare ancora di più l’asticella e i giornali hanno iniziato a parlare di una richiesta di alzare il deficit fino al 2,5 per cento, una cifra che permetterebbe di finanziare gran parte delle proposte avanzate in questi giorni.

Questo secondo scenario costringerebbe la Commissione europea a reagire, bocciando la legge di bilancio italiana e innescando un grave scontro politico che però avrebbe conseguenze economiche molto limitate (la Commissione non dispone di armi efficaci per punire chi fa troppo deficit). Piuttosto rimane da capire quale sarebbe la reazione dei mercati internazionali, cioè degli investitori che acquistano il debito italiano. Alzare il deficit significa che il governo chiederà in prestito molti più soldi di quanto previsto in precedenza.

Gli investitori, che sono in sostanza un numero limitato di grandi fondi e banche nazionali e internazionali, potrebbero reagire chiedendo interessi più alti sui loro prestiti, il che porterebbe a un aumento dello spread e ad un aumento del denaro che ogni anno il governo deve ripagare ai suoi creditori. Questo aumento potrebbe essere particolarmente forte per la concomitanza con altri due eventi. Entro fine anno la BCE cesserà il suo programma di acquisto di titoli di stato (il famoso QE), mentre tutti gli indicatori economici puntano a un rallentamento dell’economia europea che potrebbe trasformarsi in recessione per i paesi più deboli. Si tratta di uno scenario al momento improbabile, ma preoccupante. È molto pericoloso, infatti, trovarsi in una recessione senza possibilità di aumentare la spesa pubblica per contrastarne gli effetti poiché il deficit era già stato portato ai massimi livelli prima della crisi.

 

 

NASCE LA PROCURA UE. POTREBBE DECIDERE SU ITALIA E IMMIGRAZIONE

stopeuro.news 19.9.18

di Antonio Amorosi

Salvini è nel mirino della magistratura? Se lo sono chiesti in tanti dopo che è finito sotto indagine per il blocco della nave Diciotti che trasportava migranti.

Ma potrebbe andare peggio e forse andrà molto peggio. Pochi sanno che nel silenzio generale l’Italia rischia di perdere la sua sovranità anche in campo penale. E’ da diversi giorni che si stanno tenendo le riunioni preparative per il prossimo Gai, sigla poco nota al grande pubblico e che indica il Consiglio europeo di giustizia e Affari interni. Obiettivo è il lancio della nuova Procura europea (EPPO, che sta per European Public Prosecutor Office). “Un vero ufficio di procura addetto a condurre indagini penali”, su scala europea, ha spiegato sul sito di Magistratura indipendente Andrea Venegoni, giurista addetto all’ufficio del Massimario e del ruolo della Corte di Cassazione, “non un ufficio di coordinamento, quindi, come Eurojust; non un ufficio per indagini amministrative, come l’OLAF, ma, appunto, un ufficio di indagini penali.”

E qui viene il punto. Completamente operativa entro la fine del 2020, la Procura europea dirigerà le indagini a livello centrale, indipendentemente dal luogo europeo in cui è stato commesso il reato. Una procura indipendente europea composta da magistrati aventi la competenza di individuare, perseguire e rinviare a giudizio gli autori di reati a danno del bilancio dell’UE, inizialmente come la frode, la corruzione o le gravi frodi transfrontaliere in materia di IVA. La Procura europea sarà responsabile delle indagini e dirigerà le autorità dei diversi Stati membri. In queste ore si sta discutendo di ampliarne le competenze facendola intervenire nel campo della lotta al terrorismo. E si è passati a parlare anche di immigrazione come una delle materie su cui la Procura dovrà intervenire. Il tema è caldo e abbiamo già visto quanto le scelte del governo italiano siano invise ai partner europei, dedicati a perseguire i proprio interessi economici e geopolitici.

Se un domani un magistrato europeo individuasse nelle scelte politiche italiane un qualche reato a danno dei migranti, o di chi per loro, potrebbe indagare Salvini o chiunque altro bloccando l’azione legittima di un governo democraticamente eletto, con conflitti giuridici e blocchi di ogni decisione nazionale. Avete capito bene.

E chi ha deciso tutto questo? 22 gli Stati membri dell’UE che hanno delegato la propria sovranità alla Procura europea: Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica ceca, Estonia, Germania, Grecia, Spagna, Finlandia, Francia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovenia e Slovacchia.

Un secco no è invece arrivato da Danimarca, Irlanda, Polonia, Svezia e Ungheria che hanno deciso di non volere la Procura europea sui propri territori. Delle limitazioni ai nuovi magistrati sono stati inseriti anche dai Paesi Bassi che è uno dei Paese fondatori dell’UE. Quindi si poteva evitare questa ennesima ingerenza, unendosi agli Stati che si sono opposti, come la democraticissima Svezia.

Il 12 settembre 2018, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione, il presidente Jean-Claude Juncker ha dichiarato: “Gli europei si aspettano che l’Unione europea li protegga”. A lui si è aggiunto con dichiarazioni simili il Commissario per il Bilancio Günther H. Oettinger, quello che qualche mese fa disse: “I mercati spingeranno gli italiani a non votare per i populisti”.

L’introduzione della procura europea è regolata dall’articolo 86, paragrafo 4, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) che prevede la possibilità di estendere le competenze della Procura mediante la modifica dell’articolo 86 del trattato stesso, allo scopo includere tra le sue le attribuzioni i reati gravi che colpiscono più di uno Stato membro. Questa decisione deve essere presa all’unanimità da tutti gli Stati membri partecipanti alla Procura europea e dagli altri, previa approvazione del Parlamento europeo e previa consultazione della Commissione.

Ma secondo il numero 10 del 2017 della rivista di giuristi italianiDiritto penale contemporaneoper le modifiche si può ricorrere ad “una speciale procedura di cooperazione rafforzata con la partecipazione di ‘almeno’ 9 Stati membri, derogando anche alla oramai generalizzata procedura di codecisione in favore della semplice ‘approvazione’ da parte del Parlamento europeo”. Cioè bastano 9 Stati per ampliare le materie di intervento della Procura europea. L’EPPO avrà sede in Lussemburgo.

L’avvocato Massimo Melica esperto di e-government, e-crime ed e-security ha commentato così il caso ad Affaritaliani: “Una norma aperta, come quella alla base del Procuratore federale europeo, può generare pericolose interferenze sia nella giurisdizione sia nella gestione politica di ciascun stato membro. Ci troviamo davanti a scelte di governance in cui occorre avere una visione e applicazione futura della norma affinché non incrini i principi e i valori giurisdizionali della nostra Costituzione”.

“Il rischio di intromissione è altissimo”, ha dichiarato il deputato della Lega Gianluca Vinci, “ci può essere davvero una deriva giustizialista. Chi comanda nell’Ue attualmente non persegue certo gli interessi italiani. E poi abbiamo visto quanto è opinabile l’intervento della magistratura italiana contro Salvini. Ora sommarci quella europea diventa un problema per la legalità nel nostro Paese. Bisogna trovare misure urgenti per bloccare o ridimensionare questa attività che rischia di trasformare una legittima azione repressiva contro il terrorismo in una lotta politica contro l’Italia.

www.affaritaliani.it

Carige, lista patto Mincione in assemblea con 9,99%, rischio stallo governance

Che cosa ha combinato Facebook con American Express, Bank of America e PayPal

 startmag.it 19.9.18

Facebook ha trattato per anni con banche e altre società finanziarie per avere accesso ad informazioni sensibili sugli utenti, da usare anche a fini pubblicitari.

E’ quanto ha rivelato oggi il Wall Street Journal. Anche l’anno scorso Facebook – già coinvolta nel caso Cambridge Analytica – avrebbe sollecitato gli istituti per poter usare informazioni che passano attraverso la chat Messenger, usata dagli utenti per contattare il servizio clienti delle aziende.

LE NOTIZIE SU FACEBOOK E BANCHE

Il Wall Street Journal riferisce che alcuni istituti finanziari, preoccupati per la privacy dei clienti, hanno negoziato accordi personalizzati per limitare l’accesso di Facebook alle informazioni. Tra questi ci sarebbero American Express, Bank of America e PayPal.

LA VERSIONE DI FACEBOOK

“Come molte aziende online, collaboriamo con gli istituti finanziari per migliorare le esperienze commerciali delle persone, quali consentire un migliore servizio clienti – ha dichiarato la portavoce di Facebook Elisabeth Diana al Wsj – “Abbiamo sottolineato ai partner che mantenere al sicuro le informazioni personali e’ fondamentale. Questa e’ stata e sarà sempre la nostra priorita’”.

DA UNICREDIT A MASTERCARD

Ad agosto Unicredit ha interrotto i rapporti con Facebook giudicando la piattaforma “non etica”. Qualche settimana dopo, una indiscrezione di Bloomberg, ha rivelato che Google e Mastercard avrebbero concluso un accordo segreto che avrebbe permesso alla società di Mountain View e ai suoi inserzionisti di tracciare le vendite al dettaglio, quindi “offline” di oltre due miliardi di carte di credito.

L’ACCORDO SEGRETO

Grazie alla partnership con Mastercard, gli inserzionisti di Google hanno avuto accesso a un nuovo potente strumento per monitorare se gli annunci pubblicati online hanno portato a una vendita in un negozio fisico negli Stati Uniti.

In base a quanto riportato da Bloomberg, il tracciamento dei dati inizia quando un consumatore accede tramite account Google e fa clic su un annuncio online ma non acquista in quel momento.
Poi entra in gioco Mastercard: se il consumatore utilizza quindi la sua carta di credito per acquistare l’articolo in un negozio fisico entro 30 giorni, la vendita viene segnalata all’inserzionista che ha pubblicato l’annuncio. L’inserzionista riceve un rapporto che elenca la transazione in una colonna con l’etichetta “Entrate offline”.

LA PRECISAZIONE DI GOOGLE

Se Mastercard ha rifiutato di rilasciare commenti alla notizia, un portavoce di Mountain View ha rilasciato una dichiarazione: “Abbiamo creato una nuova tecnologia di crittografia che impedisce a Google e ai nostri partner di visualizzare le informazioni personali identificabili dei nostri rispettivi utenti. Non abbiamo accesso alle informazioni personali dalle carte di credito e di debito dei nostri partner, né condividiamo alcuna informazione personale con i nostri partner. Gli utenti di Google possono disattivare i propri controlli Web e Attività app in qualsiasi momento”.
Google ha inoltre dichiarato a The Verge che le informazioni di identificazione personale degli utenti sono nascoste sia da Google sia dai suoi partner ma si è rifiutato di confermare l’accordo con Mastercard.

15 illustrazioni terribilmente oneste che solo le persone più intelligenti potranno capire

angolopsicologia.com

Ci sono realtà che fanno male, per questo preferiamo guardare dall’altra parte. Fingendo che non esistano, nella segreta speranza che svaniscano mentre riempiamo la nostra mente con altre cose, meno importanti ma anche meno scomode.

Ma quando “non pensare” diventa la parola d’ordine, abbiamo un problema, sia a livello personale che sociale. Socrate l’aveva già detto molti secoli fa: “c’è solo un bene: la conoscenza. C’è solo un male: l’ignoranza.”

Pawel Kuczynski, un illustratore di origine polacca che ha vinto 92 premi nazionali e internazionali per il suo lavoro, è una di quelle persone che non guardano dall’altra parte. Le sue illustrazioni non lasciano indifferenti quelli che hanno un minimo di sensibilità e un occhio abbastanza acuto da catturare ciò che accade nella società.

I suoi disegni sono estremamente rivelatori, fanno apparire gli stessi demoni interiori di cui non vogliamo sentir parlare, le relazioni liquide che non apportano nulla, la dipendenza dalla tecnologia e le sottili ma terribili forme di manipolazione sociale a cui siamo soggetti, a volte senza rendercene conto, a volte acconsentendo sottilmente.

Forse, ciò che colpisce maggiormente del suo lavoro è che le sue immagini sono reali come la vita stessa, sono l’altra faccia che normalmente non vediamo o non vogliamo vedere. Infatti, l’artista stesso ha detto: “mi considero un osservatore di tutto ciò che accade intorno a me”.

1. Pensa con la tua testa. Cerca, investiga, leggi… Se non lo fai, qualcuno lo farà al posto tuo, insegnandoti cosa devi pensare, dire e persino sentire. Ricorda che educare non è riempire la mente, ma liberarla dai suoi legami e molte volte le lezioni più durature e profonde sono proprio quelle che impariamo da soli.

2. Sempre più connessi, ma anche più soli. I social network “soddisfano” il nostro imperioso bisogno di fuggire dalla solitudine ma, contraddittoriamente, ci trasformano in un’isola chiusa in noi stessi. Mentre ci incoraggiano a connetterci, ci tolgono le nostre abilità sociali. Mentre scacciano il fantasma dell’emarginazione, ci isolano da quelli che ci circondano.

 3. “La televisione può darci molte cose, tranne il tempo di pensare”, disse Bernice Buresh e Fellini andò oltre, affermando che “la televisione è lo specchio in cui si riflette la sconfitta di tutto il nostro sistema culturale”.

4. Ci sono relazioni tossiche che ci fanno molto male, ma anche così, continuiamo a mantenerle. Forse per abitudine, forse per paura di non trovare nessun altro o per semplice dipendenza…

 5. “Chiunque ostenta il telefono cellulare come simbolo di potere sta dichiarando al mondo intero la sua condizione disperata di subordinato”, disse Zygmunt Bauman. Siamo sicuri che usiamo il cellulare o è la tecnologia che ci usa a noi? A volte il confine è così sottile che svanisce.

6. C’è un nuovo Dio e una nuova verità, quella che si condivide in Internet ed è imposta dalla tecnologia, attorno alla quale ruota la nostra vita. Questa nuova realtà alternativa finisce per soppiantare le relazioni nel mondo reale, servendo da alimento, spesso di scarso valore nutritivo, con cui soddisfare la nostra fame di conoscenza e intimità.

7. Essere la pecora nera non è un male, implica solo pensare o agire in modo diverso. Infatti, Marc Twain ci avvertì dicendo: “ogni volta che ti trovi dalla parte della maggioranza, è il momento di fermarti e riflettere”. E Albert Einstein disse: “la persona che segue la folla normalmente non andrà oltre la folla, la persona che cammina da sola probabilmente raggiungerà posti dove nessuno è mai stato prima”. Decidi tu!

8. La falsa sensazione di libertà, alimentata dalla società, a proposito della quale ci aveva già messo in guardia lo scrittore Etienne de La Boétie nel XVI secolo spiegandoci che il principio supremo dei tempi nuovi consisteva nel fatto che le persone avessero la “libertà” di fare quello che dovevano. Poco è cambiato negli ultimi secoli.

 9. “Internet è progettato per darci sempre di più dello stesso, qualunque cosa sia lo stesso, indipendentemente da ciò che è più importante, e anche per chiuderci a ciò che è differente, a tutto ciò che è diverso”, disse Bauman. In un’epoca in cui tutti guardano verso il basso, chi guarda oltre cercando di vedere l’orizzonte può essere un problema da eliminare.

10. La sensazione di falsa sicurezza, alimentata dalla società, della quale Bauman ci aveva già allertato quando disse: “l’incertezza, la causa principale dell’insicurezza, è lo strumento di potere più decisivo”. Ci vendono sicurezza come rimedio, mentre ci spogliano del nostro vero valore, lasciandoci ad affrontare i rischi senza essere preparati.

11. Le relazioni liquide, un amore al quale ci colleghiamo e dal quale ci scolleghiamo con estrema velocità e con la stessa facilità con cui cambiano le camicie. Si tratta di quell’amore liquido che cerchiamo per non sentire il morso della solitudine e dell’insicurezza, ma per il quale non siamo disposti a fare più dello sforzo minimo e il minor sacrificio possibile.

12. L’assedio della tecnologia, le chiamate, i messaggi in arrivo, le notifiche ei messaggi di posta elettronica diventano pericoli che ci minacciano, mettendo a repentaglio la nostra attenzione, impedendoci di rilassarci.

13. Carlos Castaneda disse: “fino a quando ti senti la cosa più importante del mondo non puoi apprezzare veramente il mondo intorno a te. Sei come un cavallo con i paraocchi, vedi solo te stesso, ignaro di tutto il resto”. Internet, e in particolare i social network, generano questo effetto terrificante, impedendoci di godere delle cose e delle persone che ci circondano.

14. Il confessionale dei social network, dove la rottura tra privato e pubblico è netta. Secondo Bauman: “lo spazio pubblico è dove si svolge la confessione dei segreti e delle intimità privati”. La linea di demarcazione tra i due mondi è stata offuscata, svuotando di significato il pubblico e sottraendogli il potere di unire persone al privato.

 15. “La vocazione del politico in carriera è quella di fare di ogni soluzione un problema”, disse Woody Allen, e non possiamo aspettarci altro da una società che mette il suo governo nelle mani di persone che ha preparato essa stessa in catena di montaggio assicurandosi che non abbiano idee e voce propria.

Avviso a Di Maio: entriamo nel futuro insieme alla Cina

Giorgio Cattaneo libreidee.org 19.9.18

Il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio mi perdonerà se gli racconto già alcuni pezzi della trama del grande film cinese che vedrà nella sua visita ufficiale a Chengdu, nel cuore del Sichuan, il prossimo 20 settembre. Di Maio resterà fortemente colpito, come chiunque visiti per la prima volta questa smisurata megalopoli. E proverà stupore per la dimensione titanica dell’immenso spazio urbano ridisegnato con un’impressionante accelerazione della storia, così come per la fitta rete di grandi autostrade su più livelli, percorse da grosse auto di marche tedesche, giapponesi e cinesi, in corsa fra migliaia di altissimi edifici, grattacieli e insediamenti, che si slanciano verso il cielo grigio e umido in un’area piatta e urbanizzata grande quanto l’intera Campania. Se il boom italiano degli anni Sessanta conserva ancora oggi l’inerzia di quello slancio che lasciava stupefatto un paese agricolo che in poco tempo diventava industriale, qui siamo di fronte a un salto cento volte più travolgente ed energico, in grado di colmare i secoli in un decennio, in una città passata in poco tempo da 5 a 17 milioni di abitanti. La prima linea della metropolitana di Chengdu è stata inaugurata nel 2010, oggi siamo già all’inaugurazione della quinta linea, e nel 2030 la rete della metro servirà con decine di linee una città di oltre 25 milioni di abitanti.

Chengdu sarà lo snodo centrale della Belt and Road Initiative (Bri), la nuova Via della Seta che integrerà lo spazio eurasiatico e coinvolgerà la maggior parte della popolazione mondiale. Su invito delle autorità cinesi ho partecipato con una delegazione di politici, imprenditori, diplomatici e ricercatori di tutta Europa a un intensissimo programma di dieci giorni tra Pechino e Chengdu. Un vortice di incontri e visite presso istituzioni, imprese innovative, scuole di partito, agenzie internazionali, mirante a stabilire relazioni solide fra la Cina e le personalità che in Europa vogliono comprendere e partecipare al grande impulso della Bri. Gli interlocutori che ho trovato in Cina stanno passando al setaccio ogni novità di ciascun paese europeo e perciò manifestano molta attenzione nei confronti del Movimento Cinque Stelle e del governo da esso guidato. Questo interesse mi ha aperto molte porte presso gente concreta e desiderosa di capire. A Pechino ho visitato la fabbrica della Beijing Electric Vehicle (Bjev), i concorrenti della più famosa e americana Tesla nella produzione di veicoli elettrici. Ne hanno già prodotto 250mila e puntano a essere leader mondiali del nuovo mercato. Un dirigente Bjev si lascia scappare una battuta: «La Tesla è un costoso giocattolino per ricchi, noi siamo i fornitori di auto elettriche per le masse a prezzi popolari».

Con il corrispettivo di 16mila euro, un cittadino della classe media cinese può portarsi a casa una berlina con un’autonomia di quasi 500 km a ogni carica, mentre crescono le infrastrutture che diffondono in mezza Cina i punti di rifornimento dedicati ai veicoli elettrici. Ed è ormai pronto a entrare in produzione un nuovo sistema che è l’uovo di Colombo rispetto ai tempi lunghi delle ricariche, ossia il cambio di batteria presso i punti di rifornimento: anziché aspettare ore per ricaricare, togli la batteria (ormai più piccola, compatta ed estraibile) quando è scarica e la sostituisci ogni volta con una già ricaricata. Solo il tempo ci dirà se davvero milioni di persone passeranno all’auto elettrica, e se questo sia il modello giusto di mobilità. Intanto gli investimenti accelerano e il settore automobilistico cinese nel suo insieme è trainante. In Italia in molti santificano i dirigenti Fiat, ma la storia ci ha già detto che non si sono mai accorti del risveglio dello sterminato mercato cinese. Dovremo tutti essere migliori dei dirigenti Fiat, per i tanti campi dell’economia che non sono irrimediabilmente perduti. L’attimo è ora.

Racconterò a parte delle altre imprese ad alta tecnologia che ho visitato a Pechino e nel Sichuan, dei parchi scientifici, delle migliaia di ingegneri che hanno regalato alla optoelettronica cinese la leadership per gli schermi ad altissima definizione, e così via. Mi concentro ora su un dato più politico di questa missione. Ho fatto da portavoce dell’intera delegazione nella serata finale del programma, dove ho pronunciato un discorso durante l’incontro ufficiale con il vicepresidente e responsabile delle Finanze del Sichuan, Ouyang Zehua, e altri dirigenti di questa regione di 91 milioni di abitanti, vasta quanto la Francia. Ouyang è un signore molto dinamico dallo sguardo ironico e curioso che sprizza ottimismo e pragmatismo da tutti i pori, mentre snocciola i risultati economici, e ne ha ben donde: il tasso di crescita del Pil del Sichuan nel 2018 è dell’8,2% in un anno, in aggiunta a una lunga serie storica di dati formidabili. L’orgoglio del dirigente cinese si combina con una cosa molto italiana: la passione per il cibo, la sua varietà, il suo legame con la cultura e il territorio. Il Sichuan è probabilmente l’area del pianeta che condivide di più con l’Italia una precisa caratteristica, ossia la ricchezza dell’assortimento di tradizioni culinarie, con infinite varianti subregionali spesso raffinatissime. Ora che il Sichuan ha ben motivate ambizioni da “ombelico del mondo”, combina questa sua millenaria tradizione gastronomica con un’apertura schietta e curiosa verso altre tradizioni.

Il vino è ormai sempre più presente a tavola, e anche i formaggi e altri prodotti agroalimentari europei. Perciò prendete nota e siateci! Non siate come gli Agnelli e i loro manager sempre sopravvalutati! Un ottimo punto di partenza è la Western China International Fair di Chengdu che apre il 20 settembre 2018. Di Maio rappresenterà un’Italia in veste di paese ospite d’onore. I pianificatori della nuova megalopoli, che abbiamo incontrato presso un parco scientifico dove tutto viene programmato come se il videogame Simcity prendesse davvero corpo, ci mostrano con grande orgoglio il gigantesco plastico della Chengdu del 2034. Non ragionano come i palazzinari a corto raggio nostrani, anche se non credo siano meno spregiudicati. Mentre oggi lo sviluppo asimmetrico di Chengdu sembra concentrarsi in mille mostruose lingue di cemento che turbano minacciosamente qualsiasi senso della misura urbanistica da noi conosciuta, per il futuro – un futuro immediato – la cura per la dismisura è un’ulteriore dismisura. Cioè un colossale rimodellamento e ri-bilanciamento dei poli di sviluppo, un investimento-monstre su “scala cinese” in tecnologie verdi, energie rinnovabili, opere idrauliche di rinaturalizzazione del paesaggio.

Nel gioco Simcity puoi cambiare il paesaggio con la tempistica degli umani, ma puoi divertirti a usare il “God Mode”, la “modalità di Dio”, e mettere fiumi e laghi dove non c’erano e farlo in tempi rapidissimi. Ed ecco che nella Chengdu reale le aree dedicate a parchi avranno ciascuna dimensioni paragonabili a una grande città italiana, con specchi d’acqua estesi e insenature suggestive. Il nuovo cuore di Chengdu sarà una città nella città, tutta da sviluppare, il nuovo distretto di Tianfu. Si tratta di una città-parco dove si concentreranno le attività commerciali e scientifiche legate alle nuove rotte eurasiatiche. Sarà tutto costruito entro sette anni, avrà una superficie di circa 600 kmq (superiore a quella di Roma entro il Grande Raccordo Anulare), i grattacieli più alti della Cina occidentale e dieci linee di metropolitana distinte dalle altre decine di linee del resto della città di Chengdu, un’enorme stazione ferroviaria che collegherà Chengdu a mezzo mondo, incluse le nuove linee superveloci. Ricordiamo che molte città cinesi si collegheranno entro pochi anni con treni a levitazione che viaggeranno a velocità vicine ai mille km/h.

Chengdu ha già un aeroporto da 45 milioni di passeggeri l’anno. Nel 2020 inaugureranno un secondo aeroporto internazionale da sei piste con altri 90 milioni di passeggeri l’anno. Il Sichuan diventerà la meta di un turismo d’affari che non si limiterà a vedere il parco dei panda (a proposito, sono bellissimi!). Sarà anche la base di partenza di una ormai vasta classe media pronta a girare quell’Europa che saprà accoglierla. Non dimentichiamo che a un’ora e mezzo da Chengdu c’è un’altra megalopoli ultramoderna, Chongqing, con i suoi 30 milioni di abitanti, anche loro parte di una “affluent society” pronta a viaggiare e già in pieno respiro internazionale. Quanti giornalisti e politici italiani si curano di raccontare queste città, dal peso demografico e industriale così cospicuo? Davvero pochi. È davvero così difficile raccontare un mondo così importante per il futuro nostro e dei nostri figli e smarrirlo invece come una traccia muta e indecifrabile? Non è un tantino squilibrata un’informazione che della Cina sa restituire ai cittadini solo il luogo comune dell’involtino primavera (mai visto in tutto il viaggio) o dei negozi di chincaglierie a poco prezzo?

È come se di un grande palazzo sontuoso, fresco di lavori e ricco di tesori, si volesse vedere solo lo sgabuzzino delle scope. Troppi giornali italiani sanno vedere solo i bugigattoli della storia, e infatti puzzano di muffa. Sino a poco tempo fa, persino agli occhi di chi in Europa prendeva le decisioni che contano, Chengdu e altre grandi realtà cinesi erano solo dei luoghi remoti, un puntino ignoto sulla cartina dell’Asia. Ma oggi Chengdu e il Sichuan influenzeranno in modo diretto il lavoro di chi in Europa fa le leggi, programma le decisioni economiche e fa impresa, qualsiasi settore voglia considerare. Solo una parte è pronta a questa nuova realtà, mentre dobbiamo esserlo tutti. Ad esempio, vogliamo regalare alla Polonia il ruolo di principale terminale europeo della Bri, accontentandoci delle diramazioni secondarie? Oppure dobbiamo guardare all’Africa, dove la Cina ha innescato un altro gigantesco processo economico? Cioè guardare alla nostra geografia, alla nostra profondità strategica, a dove si collocano la penisola iberica, la Sardegna, la penisola italiana, la Sicilia.

Ho chiesto dunque ai dirigenti cinesi se i terminali delle Vie della Seta fossero una pianificazione ormai conclusa, o se fossero aperti ad altre iniziative. «Naturalmente siamo aperti – mi risponde Ouyang – e penso anche che tra gli investimenti in Africa e quelli in Europa ci debba essere una cerniera». Il che corrisponderebbe a chiudere il cerchio. Colgo l’occasione per parlargli – come avevo già fatto con altri dirigenti cinesi – del grande valore pratico e simbolico che avrebbe una rapida ricostruzione congiunta del ponte di Genova con i campioni cinesi delle infrastrutture, una goccia rispetto al mare di cose che si possono fare, ma una goccia importante. Ouyang coglie la portata della proposta, e mi rivela che la prossima settimana ci sarà proprio a Chengdu un concerto dell’orchestra di Genova in memoria delle vittime, nel bellissimo auditorium da poco inaugurato. La cosa mi sorprende e mi fa piacere, forse avevo visto giusto.  Facciamo in modo che le buone idee si diffondano, come le emozioni della musica.

(Pino Cabras, “Spoiler cinese per Di Maio”, da “Megachip” del 19 settembre 2018. Condirettore di “Megachip”, alle ultime elezioni politiche Cabras è stato eletto deputato 5 Stelle al collegio uninominale Sardegna 3 – Carbonia).

Diego Fusaro: ‘Cena pariolina del Pd è ridicola: dalla lotta contro il capitale alla lotta per il capitale’

silenziefalsita.it 19.9.18

Fusaro


“Ottima idea la prima, pessima la seconda,” ha commentato Fusaro, secondo il quale il Partito Democratico non può essere rifondato in quanto “è, nella sua essenza, l’esito terminale del processo metamorfico kafkiano della sinistra, che dal grande comunista Gramsci è passata al privatizzatore liberal D’Alema e al tosco rottamatore nichilista Renzi.”

“Un processo – ha osservato – che ovviamente non ha bisogno di commenti. Si tratta, a ben vedere, di un orrido serpentone metamorfico, Pci-Pds-Ds-Pd.”

“A ogni cambiamento di nome è seguito un sempre maggiore allineamento con l’ordine dominante capitalistico, di cui ormai la sinistra post-marxista è la più servile sostenitrice,” ha concluso Fusaro.

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