SPY FINANZA/ Il finto cambiamento pronto a mettere l’Italia in gabbia

Doveva essere il Governo del cambiamento, ma dopo tre mesi appare chiaro che l’Italia non può aspettarsi nulla di buono dall’esecutivo, dice MAURO BOTTARELLI il sussidiario.net 19.9.18

Turbinando nel cerchio che si allarga, il falcone non può sentire il falconiere. Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere. Pura anarchia dilaga nel mondo. La marea insanguinata s’innalza e dovunque la cerimonia dell’innocenza è annegata. I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità. Chissà se quando ha scritto La seconda venuta, William Butler Yeats pensava che prima o poi quella sua apocalittica previsione sarebbe davvero divenuta realtà. Poco importa, a conti fatti. Quella realtà è qui, davanti a noi. E noi sembriamo bambini al luna park, gironzolanti fra padiglioni pieni di luci al neon e amenità d’intrattenimento varie, quasi a voler esorcizzare il nostro vagabondare in attesa che qualcosa si compia.

E, attenzione, non mi interessa nulla del possibile “allarme fascismo”, lo reputo una sesquipedale idiozia, buona per quattro burocrati di Bruxelles o per dimenticati dalla Storia di rango più o meno politicamente infimo. Parlo della realtà, quella vera, quella del conti e della politica. Partiamo, in ossequio al clima da delirio bipartisan, dalla questione migranti. Gli sbarchi sono diminuiti, drasticamente. Merito del ministro Salvini? In parte magari sì, ma le dinamiche sono ben altre. Primo, l’atteggiamento dei Paesi di partenza, i quali hanno usato l’immigrazione come arma di ricatto fino all’altro giorno, quindi non vedo perché dovrebbero smettere di farlo proprio ora che l’isteria collettiva di un Occidente spaventato ha tramutato quell’arma da revolver in una bomba atomica. Ed eviterò anche facili ironie sul fatto che lunedì a Roma sia andata in scena la plastica dimostrazione di come fra promesse elettorali e fatti concreti ci sia di mezzo il mare, nemmeno troppo metaforico in questo caso: un centinaio di agenti per scortare all’aeroporto 14 tunisini da rimpatriare. I quali, però, causa guasto tecnico al charter che doveva riportarli in patria, sono stati liberati e si sono immediatamente dati alla macchia. Pensate che sia un unicum, un culmine di sfortuna che capita una volta ogni tanto? No, è pressoché la normalità, basta parlare con i poliziotti e con la loro ormai rassegnata frustrazione. Ma la colpa, si sa, è sempre della Germania. O dell’euro. Per tutto.

Quanti “clandestini” aveva detto di voler rimpatriare alla settimana in campagna elettorale, il ministro Salvini, nemmeno fossero cassette di pomodori da caricare e impilare in un container? Lasciamo perdere. Ma c’è di peggio delle sparate propagandistiche, molto peggio. Ovvero, c’è la gente che ci crede e continua a crederci – basti vedere l’ovazione da Cesare Augusto ottenuta dal ministro dell’Interno ospite di Barbara D’Urso domenica in tv – e c’è l’isolamento totale in cui il nostro Paese è precipitato, seguendo questa politica del continuo specchietto per le allodole e dell’annuncio perenne. Ormai, a livello di cooperazione sul tema immigrazione, l’Italia può contare solo sulla solidarietà del blocco di Visegrad. E, attenzione, anche in questo caso trattasi di una vittoria di Pirro, poiché quei Paesi di migranti da ricollocare non ne vogliono proprio sentire. Quindi, parliamo unicamente di convergenza ideologica fra leader politici, leggi Salvini e Orban. Punto. Insomma, il nulla che diventa propaganda elettorale per gonzi in cerca dell’uomo forte in sedicesimi.

In compenso, il famoso direttorio a tre con Germania e Austria è saltato del tutto. Berlino ha infatti svelato clamorosamente il bluff del Viminale, rendendo noto che era pronto il documento per il ricollocamento dei richiedenti asilo sbarcati in Italia e poi giunti in Germania clandestinamente e che attendeva solo la firma del ministro Salvini, il quale si era detto d’accordo. Imbarazzo totale, pochi tweet e selfie al riguardo ed ennesimo rinvio della gatta da pelare: «Firmo solo se l’operazione è a saldo zero», ha rilanciato nel suo stile il titolare dell’Interno. Faccia come vuole, ma Grecia e Spagna hanno già firmato un memorandum simile, resteremo isolati. Ancora di più. Tanto più che anche l’asse con l’Austria appare incrinato, visto che solo 48 ore dopo la visita dello stesso Salvini al vice-cancelliere e leader populista, HC Strache e ad altrettante ore dal Vertice europeo di Salisburgo sul tema che si apre oggi, il ministro Moavero ha annullato il vertice a Vienna con il suo omologo d’Oltre-Brennero, parlando di rapporti incrinati dalla decisione austriaca di proseguire con l’intenzione di conferire la doppia cittadinanza ai cittadini di lingua tedesca e ladina dell’Alto Adige.

Signori, siamo soli in Europa sul tema. Con qualche migliaio di coste da presidiare, alla vigilia delle elezioni bavaresi del 14 ottobre che giocoforza vedranno la Germania impegnata a scaricare altrove il problema, senza tanti complimenti e diplomazie e con tutti rapporti da costruire pressoché da zero anche con i Paesi di partenza, Tunisia e Libia in testa, visto che la prima sta facendoci pagare proprio gli insulti di Salvini appena giunto al Viminale e la seconda è in pieno caos e, di fatto, già retta dal generale Khalifa Haftar, uomo dal quale non a caso siamo dovuti correre in fretta e furia col cappello in mano, visto che come al solito avevamo scelto di schierarci con il cavallo zoppo, Al-Sarraj.

Vogliamo parlare di fisco? In campagna elettorale la flat tax sembrava una passeggiata nel parco a livello di tempistiche di introduzione, già oggi si parla del 2020, come confermato ieri mattina da uno stranamente poco sarcastico Claudio Borghi ad Agora. E non si tratta più, di fatto, nemmeno di una flat tax, perché parliamo di almeno due aliquote, il tutto a favore dei redditi maggiori, poiché al netto della cancellazione di tutte le detrazioni, è ovvio che se il mio scaglione post-riforma è pressoché identico al precedente, basandomi sulla mia condizione reddituale, a guadagnarci è solo chi guadagna di più e passa, ad esempio, dal 43% al 20%. Addio principio di progressività, oltretutto, quindi con un potenziale profilo di incostituzionalità che minerebbe in fieri ogni possibile effetto positivo della riforma, stante la prerogativa tutta italiana del ricorso perenne alla Consulta o ai vari Tar. Ma non è nemmeno questo il problema, poiché anche in tema di “pace fiscale” siamo passati da una sacrosanta volontà di chiudere migliaia di piccoli e medi contenziosi con Equitalia che legano le mani a imprenditori caduti in difficoltà con la crisi e spesso creditori di uno Stato che li paga a babbo morto (ma, in compenso, le gabelle le vuole tutte e subito, altrimenti pignora e blocca stabilimenti e conti correnti) a un condono fatto e finito, visto che da 100mila euro di cartella si è passati a 1 milione di euro. È un condono, poche balle. L’ennesimo in Italia, per carità, non certo una scandalosa novità assoluta ma allora la dizione “Governo del cambiamento” appare quantomeno fuori luogo.

E la legge Fornero, la stessa di cui in campagna elettorale si annunciava la rottamazione? Nell’arco di tre mesi siamo passati, nell’ordine, al pallottoliere per arrivare a quota 100 fino al progetto di area tax-free per il Mezzogiorno, nel disperato tentativo i recuperare quei pensionati che si sono – giustamente – trasferiti all’estero per godersi la stagione del meritato riposo, dalla Tunisia al Portogallo alle Canarie. Non c’è che dire, una rivoluzione a dir poco epocale. E che dire della proposta 5 Stelle di 780 euro al mese per 5 milioni di italiani? Anche chi non è ferratissimo in matematica, con pochi euro può comprare una calcolatrice da scuole elementari e scoprire in pochi secondi quanto costerebbe allo Stato: fattibile, visto che fatichiamo a trovare i 12 miliardi necessari a non far scattare l’aumento dell’Iva, tassazione indiretta che paghiamo tutti e che vanificherebbe a livello di erosione del potere d’acquisto, di fatto, sia la flat tax in versione duale che il reddito di cittadinanza? Siamo seri, per favore, c’è gente che fa davvero fatica ad arrivare al 20 del mese, non alla fine.

Vogliamo poi addentrarci nel tragico cul-de-sac della vicenda ponte Morandi e della conseguente campagna di ri-nazionalizzazione di Autostrade, nemmeno l’Anas negli anni avesse fornito fulgidi esempio di efficienza nipponica? Meglio di no, ci sono 43 morti di mezzo che meritano rispetto. Quello che certamente non gli ha tributato il ministro Toninelli con il suo pressappochismo e i suoi patetici spot da giustizialista in servizio effettivo. Alla fine, poi, abbiamo un governo duale. Da un lato quello giallo-verde che risponde, anzi finge di rispondere, al famoso “Contratto”, dall’altro un governo parallelo di centrodestra che ha visto in una calda serata di settembre Matteo Salvini e Silvio Berlusconi scambiarsi favori come ai vecchi tempi, il primo garantendosi la fine dell’ostruzionismo di Forza Italia sul nome di Marcello Foa come presidente Rai e il secondo, in perfetto stile dal 1992 in poi, felice di aver tutelato la pubblicità delle sue aziende dall’offensiva pentastellata sull’editoria. Ovviamente, in nome del pluralismo informativo.

Sull’altro lato della barricata, un Movimento 5 Stelle costretto a mostrare giocoforza la faccia feroce per non farsi drenare ulteriore consenso elettorale dallo scomodo alleato e un Pd in versione Guida del Gambero Rosso, intento ad alzare ulteriormente l’asticella del ridicolo con la disfida fra cene, più o meno annullate. Vi rendete conto a cosa è ridotto questo Paese, sei mesi dopo il voto politico e a otto mesi da quello per le Europee? Vi rendete conto che dovremmo, come Italia, essere a Bruxelles a tessere alleanze per spuntare ruoli fondamentali fra Commissione e Bce, tutte in aria di rinnovo delle cariche o per guadagnare quote di influenza post-Brexit verso i soggetti che abbandoneranno la City e la capitale britannica come base in Europa e invece siamo qui a litigare sull’obbligo di vaccinazione, nel 2018? Vi rendete conto che senza il ministro Tria e la sua sponda al Quirinale, avremmo già oggi lo spread sopra quota 350 e le nostre aziende avrebbero già eroso il cuscinetto di capitale a costo zero garantito da mesi e mesi di acquisti di debito corporate di Mario Draghi?

Il quale, oltretutto, deve anche sorbirsi con cristiana rassegnazione le insolenze da genio frustrato del ministro Savona, il quale sei anni dopo il discorso del Whatever it takes a Londra scopre che il capo della Bce si è dotato di poteri non previsti: ben svegliato, ministro! Peccato che senza quello strappo statutario, lei starebbe ancora pontificando sull’uscita dall’euro da un blog, visto che avremmo la Troika a Palazzo Chigi insediata da almeno quattro anni! E, poi, non vi pare strano che gli alfieri della lotta contro il mercantilismo e l’ordo-liberismo tedesco abbiano sulla Bce e sul suo capo, la stessa posizione e muovano le stesse critiche della Bundesbank e dell’ex ministro Schaeuble? Non vi fa pensare che, al pari dei dazi di Trump contro la Cina, sia tutto un bluff, questo presunto e sedicente “Governo del cambiamento”? E cos’è cambiato, avanti? Forse la manovra economica, posta talmente sotto tutela da Tria e Mattarella e improntata al rispetto dei parametri europei che pare scritta nemmeno da Padoan ma dal defunto Padoa-Schioppa?

Vi pare strano che, nella corsa disperata a salvare il salvabile, magicamente – mancando i soldi per le mirabolanti promesse elettorali ed essendo ormai di fronte al redde rationem autunnale con il Def – la pace fiscale diventi condono e i contenziosi non siano più fino a 100mila euro, ma fino a 1 milione? Si chiama fare cassa, raschiare il barile fino in fondo: cosa c’è di tanto rivoluzionario rispetto alle operazioni di attrazione dei capitali fuggiti all’estero messe in campo da Giulio Tremonti e tanto vituperate, scusate? Giusto il nome, il principio è identico. Così come il sentimento che le anima: disperazione fiscale da canna del gas.

È questa la novità? È questa la rivoluzione nata dal 4 marzo? Se sì, capite da soli che siamo di fronte a una tragicomica pantomima. Non a caso, finora l’Ue si è limitata a provocazioni idiote tipo quelle del misconosciuto ministro lussemburghese o del commissario Moscovici, ma nulla di realmente serio: sanno che i Robespierre arrivati al potere non monteranno nessuna ghigliottina in piazza, la cadrega piace troppo a tutti quanti in vista delle europee. Dopo, temo, sarà ancora una volta – e forse ancora di più – il populismo più bieco e la propaganda più sfacciata a vincere la partita, tanta è l’esasperazione ancora inespressa dell’opinione pubblica. La quale, però, per quante ragioni possa avere rispetto agli errori del passato (e sono tanti, immigrazione in testa e con l’Ue che sconta una responsabilità enorme al riguardo), deve capire che crogiolarsi nell’odio e nel nichilismo iconoclasta non serve a nulla. Anzi, è controproducente, in primis per se stessa, perché – volgarmente parlando – chi è in Parlamento, il sedere ce l’ha al caldo e spera di tenercelo per tutta la legislatura. Altre terga, poi, agognano uno scanno europeo per poter unire allo stipendio da favola anche l’esperienza esotica della vita a Bruxelles.

So che è tutt’altro che elegante, ma c’è una figura retorica e popolare che mi sembra calzare a pennello per la situazione attuale del Paese: è quella del marito che, convinto così di fare un dispetto alla moglie, si evira. Ecco, continuare a sostenere questo Governo, a fronte di almeno tre mesi di disastri e promesse finite nel cassetto, spread che ci ha dato una prima, blandissima sveglia ed Europa che ci ha messo impietosamente in un angolo, equivale a seguire l’esempio di quel marito frustrato. Il quale, invece che chiarirsi con la moglie o divorziare, decide per la terza via dell’orgoglioso sacrificio. Fate pure, di certo non avrete la mia assistenza, né tantomeno la mia solidarietà. Perché una cosa è la sacrosanta esasperazione verso una classe dirigente passata che ha fallito, un’altra l’autodistruzione per pura e infantile furia iconoclasta.

Attenzione a lasciare che il grande inganno prenda piede del tutto e, soprattutto, vi prenda la mano: tornare indietro, a quel punto, significherebbe raccogliere le macerie. Niente altro.