Carige, vince Malacalza. Il titolo cade (-4,5%)

Luca Gualtieri

milano Finanza.it 20.9.18

I Malacalza hanno vinto la scivolosa sfida per il controllo di Carige. La famiglia piacentina ha incassato il consenso dell’assemblea straordinaria che ieri si è riunita a Genova per eleggere il nuovo consiglio di amministrazione. Per la Malacalza Investimenti l’esito del voto ha superato anche i più ottimistici pronostici della vigilia: la lista è stata infatti sostenuta dal 30,55% del capitale contro il 16,77% ottenuto dalla lista Mincione-Volpi-Spinelli. Un risultato che, alla luce del sistema proporzionale di voto previsto dallo statuto, ha dato ai vincitori sette posti su undici nel nuovo board, maggioranza giudicata più che sufficiente per governare la banca.

Nel dettaglio Malacalza ha espresso Pietro Modiano (presidente), Lucrezia Reichlin (vice presidente), Fabio Innocenzi (amministratore delegato che sostituirà l’uscente Paolo Fiorentino), Stefano Lunardi, Salvatore Bragantini, Lucia Calvosa e Francesca Balzani. Per la formazione promossa dal Mincione entrano invece nel board Raffaele Mincione, Bruno Pavesi e Luisa Pasotti mentre Assogestioni ha ottenuto un solo rappresentante (Giulio Gallazzi) nonostante il buon risultato registrato dalla lista (8,85%). Gli istituzionali hanno infatti dovuto rinunciare a un consigliere per rispettare la normativa sulle quote di genere, favorendo così l’entrata del board della professoressa Calvosa, candidata da Malacalza. È stato invece relativamente contenuto il numero di fondi che hanno scelto di appoggiare le due liste avversarie, segno che gli istituzionali hanno preferito mantenere una posizione di neutralità nella sfida in atto.

Come prevedibile, il clima dell’assemblea è stato infuocato fin dall’inizio. In particolare gli avvocati Carlo Pavesi e Francesco Gatti, legali della Malacalza Investimenti, hanno denunciato un presunto concerto tra la lista di Mincione e alcuni fondi esteri (Athena Capital, Eurasia Sicav e Eurasia Fund), ipotesi rispedita al mittente dal finanziere. Nel mirino degli avvocati sono finiti anche il presidente della banca di Giulio Gallazzi e il segretario Filippo Zabban, polemiche che hanno inizialmente dilatato i tempi dell’assise. Alla fine però il voto degli azionisti ha fatto chiarezza sui nuovi equilibri di potere al vertice della banca, certificando ancora un volta l’egemonia della famiglia Malacalza.

La maggioranza in consiglio dovrebbe garantire una certa tranquillità all’amministratore delegato Innocenzi che sarà da subito chiamato a gestire materie molto spinose. In primo luogo la banca dovrà rapidamente allinearsi alle richieste della Bce che nei giorni scorsi ha bocciato il piano di conservazione del capitale, chiedendone uno nuovo per novembre. Secondariamente i vertici dovranno affrontare il tema dell’aggregazione, su cui Francoforte non intende fare sconti. Sul tema il primo azionista sembra ancora piuttosto tiepido: per i due azionisti principali di Malacalza Investimenti, Mattia e Davide Malacalza, parlare di aggregazioni per Carige è infatti ancora prematuro. Tanto più che la famiglia è disponibile a investire ulteriormente nella banca e, se dovesse essere necessario un nuovo aumento di capitale, appare intenzionata a fare la propria parte come in passato. Un contributo certamente prezioso per la stabilità dell’istituto ma forse non sufficiente per Francoforte che da mesi chiede con forza un’aggregazione.

Ai nuovi vertici sono comunque arrivati gli auguri dell’uscente Fiorentino che ha guidato la banca per gli scorsi 18 mesi: “Quello appena eletto è un cda composto da alcuni professionisti di altissimo livello. Sono certo che faranno un ottimo lavoro e sapranno farsi rispettare”. Il timone operativo passerà ora a Innocenzi mentre Modiano dovrà gestire la delicata dialettica tra gli stakeholder della banca: “’Il mio impegno è quello di non far più errori, visto che in questa banca non si può più sbagliare”, ha spiegato Modiano, concludendo “Comincia una fase nuova, si volta pagina, andiamo verso una gestione serena, coesa, stabile che in un tempo ragionevole ridia a questa banca il ruolo che ha avuto tradizionalmente”.

Terminato lo scontro tra soci, con la vittoria dell’attuale primo azionista, il mercato è tornato a raffreddarsi. Il titolo Carige, infatti, ha chiuso la seduta di borsa il calo del 4,55% a 0,0084 euro.

Chi decide lo spread?

ilpost.it 20.9.18

Lo decide chi compra il debito pubblico italiano: banche, assicurazioni e fondi di investimento che ora dovranno decidere se la manovra economica li rassicura o li preoccupa

 (MATTEO BAZZI / ANSA)

In questi giorni il governo sta discutendo sulla legge di bilancio per il 2019. Il Movimento 5 Stelle, con l’appoggio non troppo convinto della Lega, vuole spendere parecchio per finanziare almeno una parte delle sue promesse elettorali, mentre il ministro dell’Economia Giovanni Tria vorrebbe mantenere la spesa su livelli più bassi, vicino alla cifra su cui sembra esserci già un accordo con la Commissione europea. Ma più che la reazione dell’Europa, quello che preoccupa molti osservatori è cosa succederà allo spread – cioè la differenza di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi – se a spuntarla saranno Di Maio e il Movimento 5 Stelle.

In altre parole, molti si domandano come una legge di bilancio molto “generosa” sarà accolta dai mercati, cioè l’insieme degli investitori che finanziano il nostro paese prestandogli soldi tramite l’acquisto di titoli di stato. Il nostro debito pubblico (che altro non è che la somma dei deficit di tutti gli anni passati) è già uno dei più alti al mondo e alzare il deficit per il 2019 significa probabilmente farlo crescere ancora. I cosiddetti “mercati” non sono altro che coloro che dovranno decidere se prestare soldi all’Italia sia ancora un buon affare e nel caso quale tasso di interesse chiedere in cambio: lo spread – semplificando – è una misura di quanto i titoli italiani siano considerati un buon affare. A deciderlo sono soprattutto medie e grandi istituzioni finanziarie: banche, fondi comuni, fondi pensione, assicurazioni e fondi specializzati in obbligazioni. I privati cittadini che hanno acquistato direttamente titoli di stato sono infatti molto pochi e possiedono appena il 6 per cento dei circa 2 mila miliardi di euro del debito pubblico italiano.

Ci sono due fasi in cui questi investitori contribuiscono a determinare l’interesse pagato dallo stato italiano sul suo debito. Il primo è nel corso delle aste del ministero dell’Economia a cui partecipano un numero selezionato di operatori specializzati: questo è il cosiddetto mercato primario, quello in cui il governo vende i titoli di stato direttamente agli investitori. Le aste si verificano a scadenze prefissate, in genere una volta a settimana (qui trovate il calendario delle emissioni per il 2018).

Il mercato secondario è quello dove gli investitori si scambiano tra di loro i titoli collocati dal governo. È qui che si formano i rendimenti e gli spread che vediamo cambiare tutti i giorni e che dipendono essenzialmente dal prezzo al quale i vari operatori di mercato vendono o acquistano i titoli di stato. Se molti vendono contemporaneamente, il prezzo dei titoli cala e il rendimento sale; se molti comprano, il prezzo aumenta e i rendimenti scendono. Quando lo stato colloca i suoi titoli sul mercato primario deve tenere conto dei rendimenti che hanno nel mercato secondario e in genere i valori del primo si avvicinano rapidamente a quelli del secondo.

Come abbiamo visto, ad operare in questi mercati sono soprattutto istituzioni finanziarie. Quasi metà dell’intero debito pubblico è di proprietà di banche e assicurazioni, soprattutto italiane, come Unicredit, Intesa San Paolo e Assicurazioni Generali (ma quasi tutte le banche e le assicurazioni italiane hanno i portafogli pieni di titoli di stato). Un altro 30 per cento è detenuto da istituzioni finanziarie straniere (di cui solo il 5 per cento ha sede fuori dall’Europa, principalmente negli Stati Uniti e in Giappone). Il restante 16 per cento del debito pubblico è in mano alla Banca d’Italia ed è il risultato dei vari programmi di acquisti da parte della BCE.

Si tratta di un mercato che ha quindi qualche centinaio di operatori principali, tra cui sono poche decine quelli che dettano agli altri linea. Per aver un’idea delle grandezze di cui stiamo parlando, lo stato italiano mette alla asta sul mercato primario tra i 20 e i 30 miliardi di euro di titoli di stato al mese, mentre, nel corso del 2017, sul mercato secondario si scambiavano titoli di stato per un valore di circa 100 miliardi al mese e di circa 5 miliardi al giorno. Nel corso dell’estate questi valori si sono abbassati: a giugno si scambiavano giornalmente meno di 3 miliardi di euro di titoli di stato (di fronte a questi volumi gli acquisti della BCEsono relativamente ridotti: 3,5 miliardi di euro di titoli acquistati sul mercato secondario ogni mese).

Questo significa che anche se gran parte del debito italiano è detenuto da istituzioni italiane che non hanno nessuna intenzione di venderlo, bastano vendite relativamente esigue dagli operatori internazionali per determinare un’impennata dei rendimenti. «Ipotizziamo che io mi trovi ad operare in un contesto in cui il 90 per cento dei titoli di stato è chiuso in una cassaforte e non si può toccare», spiega Mario Seminerio, analista finanziario e autore del blog Phastidio:«Anche vendendo solo l’1 per cento dei titoli rimanenti se non ci sono compratori posso ugualmente distruggere i prezzi».

Questo è quello che è accaduto nel corso dell’estate quando lo spread ha subito un’impennata a causa delle massicce vendite operate dagli stranieri, vendite alle quali le banche italiane hanno potuto fare fronte solo parzialmente. A scatenare le vendite furono le trattative tra Lega e Movimento 5 Stelle che avevano fatto intravedere il timore concreto che il governo puntasse all’uscita dall’euro, un evento che per gli investitori significherebbe la perdita completa o quasi dei loro prestiti all’Italia. Il timore di uno scenario del genere ha quindi spinto chi aveva comprato titoli di stato italiano a venderli, per evitare danni maggiori.

Dal picco raggiunto a giugno e poi di nuovo ad agosto (durante la crisi della lira turca) la situazione sembra essere migliorata. La prossima crisi potrebbe arrivare entro la fine di settembre, quando il governo dovrà pubblicare i numeri della sua manovra per il 2019 e rendere noto a quanto ammonterà il deficit futuro. «Non esistono costanti  per cui sopra il 2,5 per cento di deficit è un disastro e sotto il 2 per cento va tutto bene», spiega oggi Seminerio: «Il problema sono le prospettive di crescita. Se la crescita sta decelerando in tutta l’eurozona e se in Italia decelera più che nel resto del continente come ha sempre fatto, il rischio è che il deficit fissato al 2,5 per cento si allarghi ben oltre quella soglia e a quel punto ritorneranno timori dei mercati per la sostenibilità del debito italiano».

In sostanza, quello che rischia di spaventare gli investitori internazionali e spingerli a liberarsi dei titoli italiani come avvenuto quest’estate non è tanto lo zero virgola di deficit in più o in meno, ma la prospettiva che l’Italia stabilisca oggi un deficit molto ampio e che, nei prossimi mesi, un’economia più debole del previsto finisca con il farlo crescere ulteriormente (il parametro importante è il deficit in rapporto al PIL, quindi se il PIL cala il rapporto aumenta). L’Italia è già oggi un osservato speciale a causa del suo enorme debito pubblico e se si ritrovasse con un deficit fuori controllo in una fase di grave stagnazione economica, sarebbe possibile arrivare al punto in cui il governo non avrebbe letteralmente più il denaro con cui finanziarsi, aprendo così la porta a scenari drammatici, come ad esempio l’uscita dall’euro.

 

Scandalo diamanti, rimborsi a rilento: Federconsumatori attacca le banche

reggioonline.com 20.9.18

Nel mirino Unicredit e Montepaschi. Vanno meglio invece le cose per le circa 370 pratiche collegate al Banco Popolare

REGGIO EMILIA – Procedono a rilento i rimborsi delle banche ai clienti rimasti scottati dallo scandalo diamanti. La denuncia arriva da Federconsumatori, che segue circa 500 posizioni per un controvalore complessivo di 10 milioni di euro. Unicredit finora ha rimborsato solo 10 clienti su 80 seguiti da Federconsumatori. Montepaschi, interessata per una ventina di posizioni, ha dato il via ai rimborsi, ma da qualche mese – dice Federconsumatori – la procedura si è fermata. Vanno meglio invece le cose per le circa 370 pratiche collegate al Banco Popolare. L’ultimo istituto di credito a raggiungere un intesa con Federconsumatori ha assicurato che entro 5 settimane procederà a formulare proposte di rimborso per tutte le posizioni.

Scandalo diamanti: esposto alla Procura reggiana di Federconsumatori. VIDEO

REGGIO EMILIA – A ottobre sarà passato un anno dallo scandalo dei diamanti proposti da alcune banche ai propri clienti come forme di investimento vantaggiose, diamanti che si sono poi rivelati di valore decisamente inferiore a quello di vendita. In questi giorni, Confconsumatori ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Reggio perché si … Leggi tuttoScandalo diamanti: esposto alla Procura reggiana di Federconsumatori. VIDEO

 

La protesta dei diamanti: in 200 davanti alla sede Bpm di Reggio Emilia. VIDEO

REGGIO EMILIA – Circa 200 risparmiatori, che alla Banca Popolare di Milano hanno acquistato diamanti a prezzo gonfiato, hanno manifestato questa mattina in via Roma, davanti alla sede del Banco San Geminiano e San Prospero che oggi fa parte del gruppo Bpm. Sono salite a quasi 500 le persone che si sono rivolte nel reggiano … Leggi tutto

Il decreto Genova: «Autostrade versi le somme entro 30 giorni dalla richiesta del commissario»

ilsecoloxix.it 20.9.18

Il viadotto crollato

Il viadotto crollato

Genova – Autostrade dovrà mettere a disposizione le somme per ricostruire il ponte entro 30 giorni dalla richiesta del Commissario.

Lo si legge in una bozza del Decreto Genova. «Il concessionario, tenuto a far fronte alle spese di ricostruzione dell’infrastruttura (…), entro 30 giorni dalla richiesta del Commissario straordinario pone a sua disposizione le somme necessarie al predetto ripristino ed alle altre attività connesse, nell’importo provvisoriamente determinato dal Commissario medesimo».

«In caso di omesso versamento nel termine – si legge nella bozza -, il Commissario straordinario può individuare, omessa ogni formalità non essenziale alla valutazione delle manifestazioni di disponibilità comunque pervenute, un soggetto pubblico o privato che anticipi le somme necessarie alla integrale realizzazione delle opere, a fronte della cessione pro solvendo della pertinente quota dei crediti dello Stato nei confronti del concessionario, potendo remunerare tale anticipazione ad un tasso annuo non superiore a quello di riferimento della Banca Centrale Europea maggiorato di tre punti percentuali».

«Il commissario opererà in deroga a ogni legge»

Il Commissario straordinario per Genova opererà «in deroga ad ogni disposizione di legge, fatto salvo il rispetto dei vincoli non derogabili derivanti dall’ appartenenza all’Unione europea». È quanto stabilisce la bozza del Decreto Genova. Pieni poteri «per la demolizione, per la rimozione e lo smaltimento delle relative macerie, nonchè per la progettazione, l’affidamento e la ricostruzione dell’infrastruttura e il ripristino del connesso sistema viario di collegamento». Il Decreto Genova stabilisce che il Commissario straordinario per la ricostruzione si avvarrà di una struttura di supporto posta alle sue dirette dipendenze, costituita con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri e composta da un contingente di venti unità, dipendenti di pubbliche amministrazioni centrali e territoriali, «previa intesa con queste ultime, in possesso delle competenze e dei requisiti di professionalità richiesti dal Commissario straordinario per l’espletamento delle proprie funzioni».

22 milioni per il trasporto locale

La bozza del `decreto Genova´ prevede aiuti per il trasporto pubblico locale. Alla Regione andranno 22 milioni e 500 mila euro per migliorare il servizio regionale e locale per il 2019 e 20 milioni per rinnovare il parco mezzi e 500 mila euro per gli anni 2018-19 per garantire l’integrazione tariffaria tra le diverse modalità di trasporto nella città metropolitana. Per gli autotrasportatori è costituito al ministero un fondo da 5 mln per tre anni ciascuno dal 2018 al 2020.

Istituita una “zona franca urbana”

La bozza del `decreto Genova´ prevede l’istituzione della zona franca urbana per il sostegno alle imprese danneggiate dal crollo di ponte Morandi, il cui perimetro sarà definito dal commissario, sentiti Regione e Comune. Le imprese inserite in questa area che avranno un calo di fatturato almeno del 25% dal 14 agosto al 30 settembre 2018 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente possono richiedere al Comune esenzioni delle imposte sui redditi, dall’imposta regionale sulle attività dall’imposte municipali per gli immobili. Ma anche l’esonero dai contributi previdenziali e assistenziali (esclusi i premi per le assicurazioni infortunistiche obbligatorie). Risarcimenti sono previsti alle imprese, ai professionisti agli artigiani e ai commercianti pari al 100% del decremento del fatturato rispetto all’anno precedente nel periodo 14 agosto – 30 settembre 2018 fino a un massimo di 200 mila euro.

500 assunti in 2 anni negli enti locali

Il Decreto Genova, si legge in una bozza, stabilisce che gli enti locali possono assumere fino a 500 persone in due anni per far fronte all’emergenza ponte Morandi. Regione, Città metropolitana, Comune di Genova, enti del settore allargato e società pubbliche e in controllo pubblico possono assumere complessivamente fino a 250 persone nel 2018 e nel 2019 con contratti a tempo determinato con funzioni di protezione civile, polizia locale e di supporto all’emergenza in deroga ai vincoli di contenimento della spesa di personale previsti dalla normativa vigente. Il decreto Genova stabilisce che per far fronte alla copertura finanziaria necessaria ai maggiori oneri previsti per le assunzioni, si provvede, oltre che con le risorse proprie disponibili per ciascun ente, con i fondi relativi al superamento dell’emergenza o alla ricostruzione, secondo le rispettive competenze e necessità, nel limite complessivo di spesa di euro 3.500.000 per l’anno 2018 e di euro 10.000.000 per l’anno 2019 tramite apposito ulteriore stanziamento. Le assunzioni sono effettuate con facoltà di attingere dalle graduatorie vigenti, anche di altre amministrazioni, formate anche per assunzioni a tempo indeterminato, per profili professionali compatibili con le esigenze. Qualora nelle graduatorie suddette non risulti individuabile personale del profilo professionale richiesto, i soggetti possono procedere all’assunzione previa selezione pubblica, anche per soli titoli, sulla base di criteri di pubblicità, trasparenza e imparzialità, anche semplificati.

I fondi per coprire il calo del fatturato delle imprese

Il Decreto Genova riconosce alle imprese genovesi, ai professionisti, artigiani e commercianti che nel periodo dal 14 agosto 2018 al 30 settembre 2018 hanno subito un decremento del fatturato rispetto al corrispondente periodo dell’anno 2017, una somma pari al 100% del predetto decremento e nel limite massimo di 200 mila euro. Il decremento di fatturato può essere dimostrato mediante dichiarazione dell’interessato «accompagnata dall’estratto autentico delle pertinenti scritture contabili attinenti ai periodi di riferimento». I criteri e le modalità per l’erogazione delle somme sono stabiliti dal Commissario delegato nei limiti delle risorse finanziarie disponibili.

Incredibile: Marine Le Pen obbligata ad una visita psichiatrica per aver attaccato l’ISIS

 scenarieconomici.it 20.9.18

Marine Le Pen

Marine Le Pen pubblico un’immagine di un decapitato dall’ISIS scrivendo “Questo è l’ISIS”

Per questa foto ad aprile è stato aperto un procedimento penale a suo carico per “Aver Fatto circolare materiale che invoca al terrorismo”, quando era EVIDENTE che la volontà della politica era esattamente opposta, cioè mostrare i delitti e la vera faccia dell’ISIS, che uccide innocenti in modo barbaro.

L’accusa era già di per se risibile e chiaramente politicamente distorta. Chiunque avrebbe pensato che si sarebbe chiusa in un nulla di fatto Invece oggi la leader del “Rassemblement Nationale” ha ricevuto la richiesta di una perizia  mentale coatta da parte del tribunale di Nanterre:

Questo l tweet originale:

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Marine Le Pen

@MLP_officiel

C’est proprement HALLUCINANT. Ce régime commence VRAIMENT à faire peur. MLP

La Le Pen ha affermato che si rifiuterà di fissare una data per il test, esponendosi all’arresto da parte del tribunale, proprio per mettere in luce l’assurdità della situazione e della richiesta. L’accusa alla Le Pen venne all’indomani di una richiesta del presidente Macron di reprimere con maggiore forza le fake news.  Comunque una società dove si chiede la perizia psichiatrica di un oppositore non è un bel posto. Ricorda molto l’URSS.

 

Putin vs Putin

comedonChisciotte.org 20.9.18

DI NATALIA CASTALDO

facebook.com

La popolarità di Putin è in discesa e da russa vengo bombardata di domande sul perché.

Sono una putiniana ma non di quelle che “Putin ha sempre ragione” e ho sempre trovato patetico il tentativo da parte sia dell’estrema destra che dei comunisti di costruirsi un Putin a propria immagine e somiglianza.

Putin punto di riferimento delle destre, Putin neocomunista, niente che un russo, che conosce bene la Russia, possa prendere seriamente.

Molti attribuiscono il calo di popolarità di Putin alle sue politiche interne, in special modo alla riforma delle pensioni.

Ma non sono d’accordo.

Putin conosce benissimo l’importanza di tenere i conti a posto e sono proprio le impeccabili finanze russe ad impedire che siano i mercati a ordinare a Putin cosa fare.

Se le continue speculazioni contro il rublo vanno a vuoto, il merito è del bassissimo debito pubblico russo.

E’ proprio questo il punto, il debito.

Un Occidente completamente rincitrullito da settant’anni di spese folli si è illuso di poter vivere al di sopra delle proprie possibilità e purtroppo questa infezione mentale rischia di arrivare anche in Russia.

Non è un caso che i principali propugnatori del malcontento sono quei personaggi a cavallo tra Italia e Russia, che anche quando sono filorussi, mantengono purtroppo tutti i riflessi di settant’anni di radioattiva propaganda occidentale.

Putin non ha fatto altro che tenere i conti a posto.

E chi dice che ci sono i problemi (non mi sono mai sognata di dire che la Russia è il bengodi) farà bene a confrontare il PIL russo di oggi con quello del 1999, a confrontare il debito di oggi con il debito degli anni Novanta, a qualificare il reddito pro capite odierno e confrontarlo con l’epopea postcomunista.

Perché quel che a pochi evidentemente è chiaro è che ogni alternativa a Putin oggi è MORTALE per la Russia, da una parte e dall’altra.

Da una parte ci sono le teste calde dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che vorrebbero una Russia nazionalista e imperialistica (col risultato di scatenare gli idioti filoamericani “Ecco! La Russia vuole aggredirci tutti!!”) oppure il ritorno del comunismo con tutti i suoi sfasci.

Dall’altra i soliti liberali del cazzo, i Navalnyj, quelli che rivorrebbero il ritorno alle epoche del liberismo sfrenato, quando la Russia era un inferno invivibile. Sono sempre minoritari ma in lieve crescita.

La realtà è secondo me un’altra.

Il vero punto debole di Putin è la politica estera.

Dopo il capolavoro compiuto in Siria, è come se Putin si fosse avvitato in una sorta di spirale prudenzialista.

L’Ucraina è stata lasciata praticamente sola a se stessa, idem la Georgia.

E’ come se Putin si fosse fidato del nuovo corso di Trump e avesse abbandonato la prospettiva di allargare la propria sfera di influenza in Europa.

L’alleanza con la Cina se così stretta rischia di rivelarsi mortale per la Russia perché la Cina è un’America meno intelligente ma non meno brutale e imperialistica.

Il destino della Russia è invece l’Europa.

Putin continua a pregare i paesi europei di togliere le sanzioni ma non offre nulla in cambio.

Non offre sostegno né militare né economico ai paesi europei che volessero uscire dalla NATO e dall’Unione Europea, non ha grande considerazione di personaggi sicuramente limitati sul piano politico come Salvini e la Le Pen (Berlusconi è la merda ma nei suoi momenti migliori valeva venti volte Salvini) ma che tuttavia hanno più volte strizzato l’occhio verso la Russia.

Ha deciso invece di fidarsi degli Stati Uniti con il trattato di Helsinki che per me è come il patto Molotov-Ribbentrop: fu quel patto una grande cavolata di Stalin che si fidò di Hitler, è il patto di Helsinki una grossa stupidata di Putin che si è fidato di Trump.

Sul momento evita l’inasprimento delle tensioni con gli Stati Uniti ma nel medio e lungo termine ottiene il risultato di scaricare il sovranismo europeo tra le braccia di Trump, facendo il gioco degli USA, i quali temono come la peste i sovranismi europei (e stanno mettendo in campo tutte le proprie armate) proprio perché sanno che se si forma una saldatura tra Europa e Russia, per gli USA è la fine.

Di conseguenza, Trump sta sterilizzando le volontà sovraniste europee proprio perché c’è un Putin che ha abbandonato l’Europa al suo destino.

Putin è ancora in tempo per cambiare la rotta ma adesso deve giocarsi la carta più importante: esportare il putinismo.

E’ inutile che si faccia soverchie illusioni: gli americani vogliono la morte della Russia, la sua distruzione, la trasformazione in colonia angloamericana.

E questa è una cosa che non cambierà, chiunque sia il presidente.

Sarà che sono anche italiana ma sono sempre stata convinta che l’alleato naturale della Russia sia l’Europa, non la Cina.

Tutto questo nulla toglie al fatto che anche internamente ci siano problemi.

Ma quando un paese ha un’estensione tale da occupare due continenti, la politica estera e la politica interna coincidono.

Se la Russia investe nell’Europa, ne ricava anche vantaggi interni.

Questa è la cosa che molti analisti e purtroppo anche molti russi sembrano essersi dimenticati.

O la Russia inizia a promuovere l’uscita dalla NATO dei paesi europei o per Putin sarà l’inizio del declino, quello vero.

E con il declino di Putin, anche quello russo.

 

Natlia Castaldo

Fonte: http://www.facebook.com

Link: https://www.facebook.com/NatalinaOrsa/posts/430057800852063?__tn__=K-R

18.09.2018

visto su http://italiaeilmondo.com/2018/09/19/putin-contro-putin-di-natalia-castaldo/

Carige, che cosa si aspetta la Bce dai vittoriosi Malacalza, Modiano e Innocenzi

Fernando Soto startmag.it 20.9.18

Malacalza sconfigge Mincione in Carige e il nuovo vertice della banca ligure vedrà come presidente Pietro Modiano e come amministratore delegato Fabio Innocenzi.

E’ l’effetto dell’assemblea odierna che ha appunto decretato il ribaltone ai vertici di Carige. Infatti la lista sconfitta, quella organizzata dal finanziere Mincione, riproponeva l’attuale amministratore delegato, Paolo Fiorentino.

Resta da vedere ora come si muoveranno l’azionista vincente, ossia la famiglia Malacalza, e il nuovo vertice, alla luce in particolare delle aspettative espresse dalla Banca centrale europea.

Infatti l’istituto con sede a Francoforte ha indicato esplicitamente la necessità di un’aggregazione per Carige, mentre finora Malacalza ha pubblicamente affermato che questa non era una priorità secondo la sua visione.

Ma torniamo all’esito dell’assemblea con informazioni, numeri e dettagli.

MODIANO NUOVO PRESIDENTE DI CARIGE DOPO LA VITTORIA DI MALACALZA

Pietro Modiano è il nuovo presidente di Banca Carige. Modiano era il primo nome della lista presentata dal socio di maggioranza, Malacalza Investimenti, che ha ottenuto 7 posti in cda su 11. Dalla stessa lista anche la vice presidente, Lucrezia Reichlin. Alla lista presentata dal finanziere Raffaele Mincione vanno 3 posti in cda, mentre per Assogestioni entra il solo Giulio Gallazzi. Nessun posto per la lista di Coop Liguria.

FABIO INNOCENZI SARA’ AD DI CARIGE AL POSTO DI FIORENTINO

Modiano è anche il più votato, stando ai quozienti letti in assemblea. Fabio Innocenzi, scelto da Malacalza Investimenti, è previsto che sia l’amministratore delegato e prenderà così il posto di Paolo Fiorentino, il capo azienda che era stato riproposto dalla lista orchestrata da Mincione.

GLI ALTRI ELETTI

Tra gli eletti dalla lista del primo socio fanno parte anche Stefano Lunardi, Salvatore Bragantini, Francesca Balzani e Lucia Calvosa. Insieme con Raffaele Mincione, secondo più votato in assoluto, della lista Pop 12 sostenuta dai ‘pattisti’ entrano anche Bruno Pavesi e Luisa Marina Pasotti.

LA LISTA DI ASSOGESTIONI

Per la lista di Assogestioni, infine, sarebbe dovuto entrare come undicesimo anche Angelo Busani, ma per le regole sul bilanciamento di genere in consiglio ha dovuto fare spazio all’amministratrice Calvosa, che si era classificata dodicesima nelle preferenze degli azionisti.

O soldi, o tutti a casa. “Magari!”

20 settembre 2018

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

E’ irrisolvibile il rebus che occupa la prima pagina del diario politico di Lega-5Stelle. Le impraticabili promesse dei due compari, reddito di cittadinanza e flat tax, costano una barca di miliardi e nelle casse dello Stato proprio non ci sono. L’Incompiuto Di Maio, vicino a travasi di bile, è in piana crisi di nervi e minaccia un suo ministro, al secolo Tria: “Pretendo che trovi i soldi”, come se si rivolgesse a un cercatore d’oro negligente, o a un dipendente pigro. Poi retromarcia quotidiana e recita del solito ritornello bufala per gonzi: “Governo compatto”.

Quale lieta sorpresa: il grilletto aggiunge che o il suo esecutivo trova le risorse o tutti a casa (trovare le risorse, e come? Scavando qua e là per trovare montagne di monete d’oro, rinnovando il miracolo della moltiplicazione di pesci e pani, in questo caso di miliardi?)

Facciamo un tifo da ultra per l’ipotesi del tutti a casa. Vuoi vedere che San Gennaro ci accontenta?

Ponte di Genova: il Governo e per suo conto il “balneare” Toninelli litigano, rinviano, pasticciano e la città è abbandonata a se stessa. L’emergenza è un titolo negato della tragedia, non c’è traccia di un atto concreto per mettere mano in tempi rapidi alla ricostruzione, è rabbia degli sfollati, naviga in alto mare il decreto per sostenere Genova, sono incalcolabili i danni per l’economia della città e dell’intero nord ovest del Paese, resta nel buio fitto la nomina del commissario straordinario che dovrebbe vigilare sui tempi rapidi della ricostruzione, permane il caos totale sull’affidamento della realizzazione del nuovo ponte.

Di Maio è in trasferta cinese, Salvini twitta messaggi d’amore per la Isoardi e occupa tre quarti delle 24 ore giornaliere per concedersi a selfie e interviste. Si potrebbero compensare le assenze operative con il premier, ma Conte, esauriti per il momento gli impegni formali (partecipazione a funerali e conforto ai terremotati), si dedica per più giorni alle celebrazioni di padre Pio, di cui è devotissimo, disinformato qual è degli stessi dubbi della Chiesa sulla mercificazione della sua immagine e sui presunti miracoli

Casa Pd, di quel che resta. Nessuno sa se il partito democratico sopravviverà allo tsunami che l’ha investito con il government Renzi, l’assalto concentrico al santuario del Nazareno, alle velleitarie quanto disgreganti scissioni di Civati, Fassina e compagni (?), all’estraneità dell’intera sinistra al rapporto diretto con i cittadini, al rispetto dei canoni i dell’onestà, agli ideali, alla mancata formazione politica di nuovi quadri, all’assenza di un leader con il carisma all’altezza di coagulare un sistema di forte antagonismo, all’irrompere di qualunquisti, sovranisti, nazionalisti, razzisti. A fronte di un compito così arduo e la soluzione non è neppure al suo incipit, la modestia del gruppo dirigente ai vertici del Pd propone assurdità parapolitiche e per esempio gli inviti a cena dell’ala moderata Pd, peraltro finita in un classico flop e da ultimo l’occupazione delle aule di camera e senato della commissione per “milleproroghe”, copiando il rituale, del tutto inutile di chi stava all’opposizione.

Avesse ragione chi ritiene che a questo punto di incompatibilità matrimoniale, le due anime della ex sinistra democratica sia meglio che chiedano il divorzio, magari con brevi intervalli di riappacificazione elettorale?

Pace fiscale (5Stelle) o condono (Lega): la sinistra cosa propone? / Genova, osceno ping-pong Lega-Stelle: Autostrade o Fincantieri? Il Pd è per la prima, la seconda proposta, o per altre, ignote? / Flat tax e reddito di cittadinanza, due no dael Pd, ma le sue strategie? / Respingimenti (Lega) o limitazione dei migranti? (5Stelle). Pd nel bel mezzo// Europa (5Stelle nì) o confederazione delle destre (Lega, sì)? Europa, ma cum iudicio? (Pd) / Olimpiadi invernali. no (5Stelle), sì (Lega), par condicio Pd, ovvero sì all’asse Milano (Sala) – Coni (Malagò) – Cortina (Lega) / Sforare il deficit dell’Italia. 5Stelle si può, Lega Nord ni, Pd pollice verso, ma l’alternativa?

Dem in assetto di guerra fratricida e l’Italia consegnata al peggio della politica.

Onestà, onestà, trasparenza: non costano nulla i proclami. Caro è il prezzo per tenervi fede. Il padre del vacanziere pentastellato Di Battista gode di una benevola inerzia del ministro di giustizia Bonafede, altrettanto pentastellato, che indugia da molti mesi per emanare, come impone il codice penale, la disposizione alla Procura ad autorizzare l’inchiesta dei pubblici ministeri romani sulla minaccia di Di Battista senior, via facebook, rivolta al Presidente della Repubblica dal Di Battista senior: “Forza, mister allegria, fai il tuo dovere e non avrai seccature”. L’imputazione è di offesa alla libertà del Presidente della Repubblica, accusa pesantissima”, che prevede fino a 15 anni di carcere.

Si conferma l’inciucio da manuale Cencelli che ripropone Foa, già bocciato dalla commissione di vigilanza della Rai, alla presidenza dell’azienda. I berlusconiani ritirano il precedente “no” e consentono l’elezione, la Lega l’ha vinta per il proprio candidato e ricambia con posti di comando di Reti e Tg da elargire a Forza Italia, con l’assicurazione che il governo non toccherà le aziende dell’ex cavaliere. Come pima, peggio di prima.

E’ rivolta dei debitori in difficoltà nei confronti dello Stato. Rivendicano il diritto a estinguere il contenzioso con Equitalia in anni 76, quanti ne sono stati concessi alla Lega per restituire i 49 milioni truffati con “rate” di seicentomila euro all’anno. Nel 2005, La Lega, con Salvini in testa, scese in piazza per protestare contro il favore fatto a “Roma Ladrona” rateizzando il debito della Lazio calcio, pregresso rispetto a Lotito, il quale salvò la società sportiva dal fallimento accollandosi l’onere del deficit accumulato dai suoi predecessori.

IN EVIDENZA Autorità indipendenti, nell’interesse dei cittadini*

Pippo Ranci Ortigosa la voce.info 19.9.18

Le dimissioni di Mario Nava dalla Consob hanno alimentato il “sospetto inquietante” che si sia trattato solo di uno scontro di potere. Ma le istituzioni indipendenti vanno sottratte a queste logiche Perché hanno un ruolo essenziale nelle economie moderne.

Le dimissioni di Mario Nava

Sulle dimissioni di Mario Nava da presidente della Consob sarebbe opportuno qualche chiarimento.

Pur non avendo avuto occasione per conoscerlo personalmente, non ho dubbi sull’elevatissimo livello professionale di Nava. Ho pensato, e continuo a pensare, che fosse un presidente del tutto idoneo alla carica. Inoltre, le sue dichiarazioni programmatiche dei mesi scorsi, richiamate nel messaggio delle dimissioni, indicano una linea di conduzione della Consob che mi pare molto opportuna per il necessario e urgente rilancio di questa istituzione fondamentale nel sistema finanziario. Le sue dimissioni sono una perdita per l’Italia.

Non mi convince invece, e mi preoccupa, la loro motivazione, cioè il “totale non gradimento politico” che “limita l’azione della Consob in quanto la isola e non permette il raggiungimento degli obiettivi”.

L’espressione è grave, dato che la convivenza di un’autorità indipendente con una maggioranza politica diversa da quella che l’ha nominata è normale nelle democrazie e si è più volte verificata anche in Italia, senza essere stata mai causa di paralisi operativa né di strappi alle scadenze istituzionali.

Che il governo in carica intenda disconoscere l’indipendenza delle autorità indipendenti è un “sospetto inquietante”.

Va in questa direzione l’infelice dichiarazione del ministro Di Maio, pronunciata subito dopo le dimissioni di Nava, che confonde la Commissione europea con la “finanza internazionale” e considera questa e anche quella come antitetiche all’interesse dello Stato. Ma il ministro ha collezionato in pochi mesi così tante dichiarazioni poi smentite che è consigliabile molta cautela prima di considerare un’esternazione a caldo su un social network come un atto di governo.

I gruppi parlamentari dei partiti di maggioranza avevano valutato che la situazione contrattuale del presidente Nava richiedesse le sue dimissioni. In effetti, l’assenza di incompatibilità tra una nomina settennale al vertice di un’autorità indipendente nazionale e la permanenza di un rapporto di lavoro dipendente con un’istituzione europea, pur mitigato da un comando triennale (ma non da un’aspettativa settennale), è opinabile.

La questione poteva essere approfondita sul piano del diritto e su quello della correttezza istituzionale con cautela, che doveva essere tanto maggiore essendovi un ovvio interesse dell’attuale maggioranza a cogliere l’occasione per liberare un posto importante.

Il ruolo delle Autorità

Invece, le dimissioni con la loro motivazione, e poi i commenti e le cronache dei retroscena, tendono proprio a confermare quel “sospetto inquietante” e addirittura a considerare ovvio che sia in atto solo uno scontro di potere, in cui la questione dell’eventuale incompatibilità sarebbe stata unicamente un pretesto.

Sarebbe gravissimo se il mondo della politica e quello dei mezzi d’informazione si rassegnassero a questa logica. Le istituzioni dette “indipendenti” sono essenziali per governare i mercati. La loro indipendenza è limitata entro una missione che è stata fissata dagli organismi elettivi ed esse devono perseguirla seguendo regole e procedure che sono state stabilite in un quadro di consenso istituzionale. Proprio per questo esse operano con un orizzonte temporale slegato dalle vicende politiche e devono essere sottratte alle invasioni di campo estemporanee.

Su questo sarebbe bene che tutte le forze politiche fossero d’accordo, altrimenti facciamo un passo non solo verso l’uscita dall’euro e dall’Unione europea, ma dall’ambito dei paesi che cercano seriamente di governare un’economia moderna nell’interesse dei cittadini.

* Questo articolo è pubblicato anche sulla pagina Linkedin di Pippo Ranci Ortigosa.

B.Carige: a lista Malacalza 7 consiglieri

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il nuovo consiglio di amministrazione di Banca Carige è composto da 11 consiglieri, sette dei quali sono espressione della lista Malcalza Investimenti, primo socio dell’istituto al 27,5%. In Cda siederanno per la formazione Malacalza Pietro Modiano (nuovo presidente), Lucrezia Reichlin (vice-presidente), Fabio Innocenzi (indicato come a.d.), Stefano Lunardi, Salvatore Bragantini, Lucia Calvosa e Francesca Balzani. Per la compagine di Raffaele Mincione siederanno tre amministratori tra cui lo stesso Mincione, Bruno Pavesi e Luisa Pasotti. Assogestioni esprimerà invece un consigliere, nella persona di Giulio Gallazzi.

cce

(END) Dow Jones Newswires

September 20, 2018 09:56 ET (13:56 GMT)