Ecco come il mercato ha travolto la sinistra un tempo socialista

di Giuseppe Timpone, pubblicato il 20 Settembre 2018 investireoggi.it

La sinistra italiana è morta per mano del mercato. Il PD è arrivato tardi e ha abbracciato gli interessi di pochi.

Antonio Polito, giornalista e intellettuale del Corriere della Sera vicino al PD, ieri ha pubblicato un’analisi-appello lucida e al tempo stesso ruvida sullo stato di crisi del Nazareno, sostenendo la tesi non certo infondata che essa sarebbe originata con la nascita stessa del partito nel 2007, quando l’allora segretario Walter Veltroni abbracciava il liberalismo blairiano, abbandonando definitivamente le nostalgie post-comuniste e il socialismo degli ex PCI-PDS-DS. Il fallimento della sinistra italiana (e non solo), spiega, ha coinciso con quello di Lehman Brothers di un anno dopo. Sì, perché vuoi un po’ di sfortuna, vuoi anche il ritardo con cui ha abbandonato la dottrina marxista per adottarne una di impronta più liberale, fatto sta che la sinistra si è liquefatta in Occidente con lo scoppio della crisi finanziaria di un decennio fa.

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Poche settimane fa, un altro esponente del mondo intellettuale di sinistra, Gad Lerner, ne aveva ricondotto l’origine della crisi agli inizi degli anni Novanta, quando l’allora PDS cercò di accreditarsi tra gli ambienti del capitalismo italiano, andando a braccetto con esso, scrollandosi di dosso la storica diffidenza dell’alta borghesia verso il mondo comunista. Tutto vero, senonché ci permettiamo di apportare un nuovo elemento di dibattito attorno alla quasi scomparsa della sinistra italiana, ridottasi ai minimi termini alle ultime elezioni di marzo e praticamente quasi nemmeno più competitiva nelle sue storiche regioni “rosse” del Centro Italia.

Dal comunismo al capitalismo finanziario

Quello che oggi è il PD eredita sia la cultura democristiana dei centristi – i quali hanno ancora al Quirinale il loro massimo rappresentante, il presidente Sergio Mattarella – sia quella post-comunista degli ex DS, orfani di un politico di rango dopo le dimissioni da segretario di Pierluigi Bersani nel 2013 e il suo addio al partito lo scorso anno. Mettere insieme queste due culture non è stato facile, anche perché formalmente si erano combattute per mezzo secolo, nel corso della Prima Repubblica. Ma gli anni Novanta hanno fatto l’apparente miracolo: non sono stati gli ex Dc ad avvicinarsi alle posizioni degli ex comunisti, bensì il contrario. Questi ultimi hanno abbandonato le posizioni più ortodosse sulla socializzazione dei mezzi di produzione e la restrizione delle libertà economiche, puntando a “indirizzare” il mercato, sposandone le tesi.

In altre parole, da Massimo D’Alema in poi, la lotta al capitalismo viene sostituita con la connivenza con i capitalisti, nella convinzione che la politica sarebbe stata capace di guidare i processi economici, evitando di scontrarsi con essi e “accompagnandoli”. Si direbbe che la sinistra italiana abbia scoperto con una sessantina di anni di ritardo la dottrina keynesiana, ma non è così. Questa era stata ben interpretata proprio dalla Dc negli anni Settanta e Ottanta, oltre che dal Psi di Bettino Craxi. I post-comunisti hanno compiuto un passo in avanti, che brutalmente potremmo così riassumere: i capitalisti facciano ciò che vogliono, purché consentano allo stato di continuare a gestire il consenso secondo una logica del “tassa e spendi”. Sotto i governi a marchio PD, non c’è stata più libertà di fare impresa, non è avvenuto alcun abbattimento della elefantiaca burocrazia italica, né della tassazione. Semplicemente, il grande capitale è stato lasciato libero di operare e all’occorrenza le risorse per tamponare i “buchi” di bilancio sono state drenate dai redditi delle piccole e medie imprese, le quali si mostrano storicamente meno prone a consociativismi, in quanto inclini all’individualismo e alla difesa di interessi apparentemente poco compatibili sul piano macro-economico con la libertà garantita al grande capitale.

Per essere chiari, il PD ha imboccato una strada, per cui ha strizzato l’occhio agli Amazon di turno e lo ha chiuso dinnanzi alle proteste del piccolo commercio, così come dell’artigianato locale, etc. Perché? Volendo sintetizzare all’estremo, diremmo che tutto ciò che è grande sembra apparentemente controllabile dalla politica e nello spirito dei post-comunisti non è mai venuta meno la volontà di mettere le mani sull’economia. Senonché, è accaduto l’esatto contrario, ossia che sia stata la sinistra post-comunista ad essere finita risucchiata dall’establishment finanziario e grosso-industriale, perdendo di vista elettorato e obiettivi storici, il primo composto essenzialmente da lavoratori, disoccupati, piccola borghesia progressista, studenti ed emarginati in cerca di migliori condizioni di vita e con l’aspirazione a una società più egualitaria.

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Se la sinistra, non solo in Italia, padroneggiasse bene il concetto di mercato, saprebbe che domanda e offerta si alimentano a vicenda e che lo stesso accade in politica, che altro non è – sempre per essere brutali – che un mercato elettorale. Avendo smesso di rappresentare le istanze dei piccoli contro i grandi, degli indifesi contro il grande capitale, ha creato un vuoto nell’offerta politica, che gradualmente è stato colmato da chi, almeno in teoria, dovrebbe rappresentare interessi contrapposti. Il popolo di sinistra sin dagli anni Novanta e quasi con costanza si è spostato a destra, il che potrebbe apparire paradossale. Lo è solo se non comprendessimo che nell’arco degli ultimi 20-25 anni, la globalizzazione ha creato nuove divisioni trasversali alle vecchie classi sociali, mettendo lavoratori e piccole imprese contro le multinazionali, economie ricche contro le emergenti, giovani non garantiti contro i vecchi apparati statali e sindacali. La sinistra, che ha abbandonato il comunismo dopo che è fallito, ha commesso l’errore di abbracciare tardi il capitalismo e, soprattutto, una versione avulsa dalla rappresentanza di interessi concreti e confinati agli stati nazionali, finendo per perdere i vecchi elettori senza guadagnarne di nuovi.

L’attuale PD è rimasto vittima della mancata comprensione del funzionamento del mercato, che vale anche alle urne e non solo all’atto della produzione e degli scambi. Ha ragionato in termini statici e non ha monitorato per tempo le mosse della concorrenza, che da molti anni diversifica la sua offerta per renderla più flessibile ai bisogni segnalati dalla domanda, confezionandola in maniera più accattivante e fornendo risposte concrete e più immediate. In altre parole, il Nazareno è rimasto alla 56 K, mentre gli altri partiti sono già passati da tempo a proporre l’ADSL. Ha sottovalutato l’evoluzione delle preferenze degli elettori-consumatori, confidando che sarebbero rimaste immutate nei decenni per puro spirito di fedeltà, come se una rete televisiva continuasse a mandare in onda solo le vecchie puntate di “Dallas”, ignorando che il pubblico nel 2018 non sia interessato a “Temptation Island”. In fondo, la prova che il mercato non è stato davvero sposato ideologicamente dalla sinistra, bensì per opportunismo. E alla fine, l’abbraccio si è rivelato mortale!

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giuseppe.timpone@investireoggi.it