Susanna, la neo consigliera di Salvini: «Matteo è un maestro. Fa politica umanitaria»

ALESSIA ARCOLACI vanityfair.it 21.9.18

Susanna, la neo consigliera di Salvini: «Matteo è un maestro. Fa politica umanitaria»

La sindaca 31enne di Cascina (Pisa) è la new entry dello staff del ministro degli Interni. Che conosce da tempi non sospetti

Qualcuno l’ha definita una sorta di ultras della Lega e (anche se a lei non piace) lo è a tutti gli effetti. Susanna Ceccardi, 31 anni, sindaca di Cascina (Pisa), è appena entrata a far parte del ristretto staff di consiglieri del leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il capitano, la guida, il maestro, per usare le parole che lei stessa usa quando per descriverlo. La sua nomina – Consigliera per il programma di Governo – l’ha già lanciata tra i nuovi componenti del cerchio magico del leader della Lega.

«Quando Matteo mi ha proposto l’incarico, gli ho risposto citando la poesia Se di Kipling».

Come fa?
«”Se saprai che bisogna trattare sconfitta e vittoria allo stesso modo come due impostori…”».

Tradotto? 
«Non dare peso a nulla, perché tutto può cambiare. Sono contenta, ma non mi monto la testa».

Come mai è stata scelta lei?
«Ho sempre segnalato a Matteo alcuni problemi sul territorio, penso che questo incarico sia anche un riconoscimento del mio impegno di sindaca».

Quanto guadagnerà?
«Non lo so ancora. Lo scopriremo insieme perché sarà pubblico».

In questi giorni si è parlato molto dello stipendio di Rocco Casalino.
«Non discuto la sua professionalità. I dirigenti ministeriali guadagnano quasi sempre più dei sindaci».

Quando ha incontrato la prima volta Matteo Salvini?
«A Pontida, più di dieci anni fa. Lui non era ancora noto come oggi. Gli chiesi di farci una foto insieme».

Oggi è un amico?
«Anche. Ma è soprattutto un maestro. Quest’estate abbiamo fatto delle cose insieme, siamo andati a casa di Bocelli, abbiamo avuto anche dei momenti di svago. Però il nostro è un rapporto politico e di lavoro. Parliamo sempre di quello».

È d’accordo con tutta la sua linea politica?
«Ogni volta che esce con un provvedimento e una dichiarazione corona le mie battaglie vecchie di anni».

Anche quando si tratta di migranti bloccati in mare?
«I morti oggi sono nettamente diminuiti. La politica di Salvini è anche una politica umanitaria»

A proposito di umanità, lei è molto giovane e di successo. La politica porta via tutto il resto?
«Essere sindaco assorbe tantissimo tempo. Mi sono lasciata recentemente perché purtroppo svolgo un’attività intensa che non lascia molto spazio al personale. Però al mio futuro ci penso. Vorrei una famiglia, credo che prima o poi dovrò rallentare un attimo per pensare a me stessa».

Cosa pensa di quelle omogenitoriali?
«Credo la famiglia sia quella naturale fatta da un padre e una madre. Sarebbe giusto che i bambini nascessero come sono sempre nati, da un papà e da una mamma».

Di recente si sono verificati diversi episodi di razzismo e omofobia. Non crede che i toni di Matteo Salvini siano a volte sbagliati?
«Non ho mai sentito pronunciare una parola omofoba da Salvini. Chi discrimina gli altri per il colore della pelle e per i gusti sessuali è un cretino. E lo pensa anche Matteo».

 

“Campione resta in Italia”

tvsvizzera.it 21.9.18

Veduta aerea del comune di Campione d'Italia, l'imponente edificio del Casinò risalta sulla sinistra
L’enclave italiana in Svizzera in una veduta aerea del 2012.

(KEYSTONE/Alessandro Della Bella)

A ormai 56 giorni dal fallimento del Casinò, sulla vicenda di Campione d’Italia prende la parola Stefano Candiani, sottosegretario al Ministero degli interni. Si avvicina, intanto, il licenziamento formale dei dipendenti.

Per gli ex dipendenti della casa da gioco, i vice-premier Salvini e Di Maio non hanno speso una parola. Così come non si è mai tenuto un incontro con le autorità locali, che hanno scritto più volte a Roma.

Per la prima volta ha però parlato il sottosegretario Stefano Candiani, raggiunto dalla trasmissione di approfondimento Modem [ascolta l’integrale quiLink esterno].

Candiani chiarisce: “Campione è territorio italiano, punto”. Il riferimento è a quanto detto martedì dal consigliere federale Ignazio Cassis, ministro degli esteri svizzero, che aveva definito “immaginabile” un’annessione dell’enclave italiana alla Confederazione.

Mozione in vista a Berna

Lo aveva fatto nell’ora delle domande, su quesito del deputato ticinese al Consiglio nazionale (camera bassa del Parlamento) Marco Romano. Il quale, pur avendo ascoltato la reazione stizzita del sottosegretario leghista, rilancia.

Romano intende presentare una mozione perché siano intavolate discussioni con l’Italia. Anche perché, fa notare, a sopportare il costo della crisi sono il Cantone e i Comuni limitrofi.

VIDEO

Nel frattempo, a Campione, è nato un Comitato che presenterà un progetto in 7 punti per rilanciare Comune e Casinò. Ma fra pochi giorni, lunedì, il licenziamento dei dipendenti sarà formalizzato.

Aprirà loro la possibilità di percepire un sussidio di disoccupazione in Italia: 1’300 euro lordi al mese, che si riducono progressivamente fino a un massimo di due anni.

Solo Rospi, niente Draghi, Banca d’Italia è piena di titoli pubblici, meno credito alle imprese e tanti capitali all’estero di Guido Salerno Aletta.

scenari economici.it 21.9.18

Tutta la enorme liquidità emessa dalla Bce a partire dal marzo 2014, con 2.510 miliardi di euro di asset comprati sul mercato alla data dell’8 settembre, di cui 2.059 di titoli del debito pubblico, non ha giovato.

Bisogna capire dove è andata a finire questa enorme quantità di capitale. La politica adottata in questi anni dalla Bce sembra aver aiutato solo la turbofinanza.La liquidità ha sostenuto le quotazioni sui mercati, e magari neppure quelli europei; ha consentito a poche grandi aziende di sostituire i debiti già emessi a tassi elevati con altri più a buon mercato; ha ingozzato le singole banche centrali nazionali di titoli di Stato già in portafoglio agli investitori, che se ne sono disfatti per cercare rendimenti più elevati.

La svolta della Bce, a favore di un accomodamento monetario eccezionale, iniziònel settembre del 2011. Due emissioni di LTro senza limiti quantitativi, poi una T-Ltro, poi ancora gli acquisti di Abs’s ed infine il Qe che prevedeva l’acquisto anche di titoli pubblici, con decorrenza dall’aprile del 2015 e che terminerà il prossimo dicembre.  

Vediamo, allora, i conti di Banca d’Italia: alla data dell’8 settembre ha in portafoglio titoli del debito pubblico italiano per 356,4 miliardi di euro. E non è la sola: la banca di Francia ne ha per 410 miliardi e la Bundesbank addirittura per 503 miliardi.

Facciamoci i conti per quanto riguarda l’Italia: a partire dal 2014, il deficit pubblico è stato complessivamente pari a 200 miliardi tondi (cifra tonda, che si ottiene sommando i 48,4 miliardi nel 2014, 42,6 miliardi nel 2015, i 41,6 miliardi del 2016, i 39,7 miliardi del 2017 ed i 28,1 miliardi del 2018). Praticamente, la Banca d’Italia ha comprato anche il maggior debito pubblico corrispondente agli anni 2011, 2012 e 2013 (rispettivamente 60,2 miliardi nel 2011,47,1 miliardi nel 2012 e 46,9 miliardi nel 2013) : dal 2011 al 2018, il deficit cumulato è stato infatti di 354,6 miliardi.

Vediamo i conti delle banche italiane: non solo hanno mantenuto il loro portafoglio di titoli di Stato, ma lo hanno pure aumentato: nel 2008 si registravano prestiti alla PA per 238,5 miliardi e nel giugno scorso erano diventati 263,3 miliardi. Il debito pubblico non è stato monetizzato con il Qe, come si va dicendo in giro: non è stata immessa moneta nuova nell’economia reale attraverso il sistema bancario, ma sono comprati titoli già emessi per fare altra finanza all’estero, e non certo per fare credito all’economia finanziando investimenti.    

Primo Rospo

La liquidità del Qe è forse stata immessa nel sistema economico e finanziario italiano?

Neanche per idea, visto che le negoziazioni per il ritiro dal mercato anche dei titoli italiani si è svolta a Francoforte, con un affetto paradossale. Allora, poiché si lavora sul mercato tedesco, è materialmente la Bundesbank che immette liquidità a favore del venditore del titolo che ritira quindi i titoli di Stato italiani, iscrivendo contemporaneamente nel suo bilancio un debito per moneta creata a favore del venditore ed un credito di pari entità per via del titolo comprato. A questo punto, dovendo cedere il titolo di Stato alla Banca d’Italia, la Bundesbank sostituisce il credito rappresentato dal titolo di Stato italiano con un credito di pari entità nei confronti della Banca d’Italia. A sua volta, la Banca d’Italia iscrive un credito verso lo Stato italiano, detenendo un titolo, e corrispondentemente un debito verso la Bundesbank. In pratica, solo per questa tecnica di negoziazione, la nostra posizione nel Target 2 è peggiorata, con la Banca d’Italia che risulta debitrice della Bundesbank:  ed è la stessa Banca d’Italia a riconoscerlo espressamente, affermando che il saldo del Target 2 “può essere inoltre interpretato in base alla distribuzione all’interno dell’Eurosistema della liquidità immessa da ciascuna BCN attraverso le operazioni di politica monetaria”. (Bollettino economico n.3 del 2015, pag 25).

Da una parte abbiamo ricomprato dal mercato 356 miliardi di debito pubblico, e dall’altra abbiamo aumentato il saldo negativo nel Target 2, che è arrivato a luglio scorso a -481 miliardi di euro, che è il secondo Rospo. Eppure, ad aprile 2014 era di -194 miliardi rispetto al picco di -285 miliardi toccato all’apice della crisi sui mercati, nell’agosto del 2012.

Secondo Rospo

Nel 2008, allo scoccare dalla crisi, in Italia le banche erogavano complessivamente prestiti a residenti italiani per un importo di 2.322,5 miliardi di euro, di cui 238,5 miliardi erano destinati a finanziare la PA, 869,4 miliardi andavano alle società non finanziarie e 371,4 miliardi alle famiglie consumatrici.

Nel 2011, prima che arrivasse il tornado finanziario che ha costretto il governo Berlusconi alle dimissioni, il sistema bancario dimostrava di essersi adoperato fattivamente per contrastare gli effetti recessivi derivanti dalla crisi americana: i finanziamenti alle PA erano arrivati a 257,5 miliardi (+ 19,0 miliardi), i prestiti alle società non finanziarie erano arrivati a 893,6 miliardi (+24,2 miliardi) mentre quelli alle famiglie valevano ben 507,2 miliardi (+135,8 miliardi).

A giugno 2018, i prestiti delle banche ai residenti italiani sono ammontati a 2.332 miliardi, con un aumento di soli 9,8 miliardi rispetto al 2008. Il credito a favore delle PA è stato di 263,6 miliardi (+25,1 miliardi), quello a favore delle società finanziarie è crollato a 703,5 miliardi (-165,9 miliardi), mentre alle famiglie è stato aumentato di una cifra corrispondente, arrivando a 537 miliardi (+165,6 miliardi). Lettura integrale articolo:

https://www.teleborsa.it/Editoriali/2018/09/19/solo-rospi-niente-draghi-1.html

Guido Salerno Aletta per Teleborsa

C’è Intesa sul rilancio di Carige

lospiffero.com 21.9.18

Modiano e Innocenzi, nuovi presidente e ad della banca genovese, provengono dalla “scuola Sanpaolo” che, a detta di Gros-Pietro, è fucina di bravi banchieri. Il difficile compito di risanare l’istituto e magari trovare un buon partner

Rimbalzo tecnico dopo il crollo dei giorni scorsi o ritrovata fiducia degli investitori, certamente l’esordio in Borsa della Carige dei Malacalza è stato decisamente positivo. Il mercato, tuttavia, riserva molte attenzioni all’insediamento e alle prime mosse del nuovo board della banca genovese la cui maggioranza nel cda è stata conquistata, nell’assemblea di ieri, dalla lista della famiglia Malacalza con il 30% dei voti rispetto al 17% della Pop 2 di Raffaele Mincione.

Al vertice di dell’istituto di credito, come annunciato nei giorni scorsi, Malacalza ha chiamato due banchieri di provenienza IntesaSanpaolo: alla presidenza Pietro Modiano, attualmente presidente della Sea (la società degli aeroporti di Milano) e che della banca (ormai ex) torinese è stato direttore generale. Sempre in Intesa Sanpaolo ha trascorso un periodo della sua attività nel settore bancario, ricoprendo il ruolo di responsabile per le banche del gruppo per il Nord-Est, il nuovo ad di Carige, Fabio Innocenzi, attualmente numero uno di Ubs Italia, dopo esperienza in Pioneer Investments, Unicredit e Cassa di Risparmio del Veneto.

Un ticket, cui si aggiunge alla vicepresidenza l’economista Lucrezia Reichlin, che fa dire al presidente della banca di Ca’ de Sass, Gian Maria Gros-Pietro  che “Intesa è una grande scuola di banchieri. Se dovessi elencare i banchieri al vertice dei nostri concorrenti che sono passati dalla nostra banca sarebbe un elenco molto lungo. E sono tutte persone eccellenti”. E a chi gli ha chiesto se i nuovi vertici di Carige saranno in grado di risolvere definitivamente i problemi dell’istituto genovese ha risposto: “Glielo auguro veramente”.  

Persone ipocrite: I mille volti della falsità

angolopsicologia.com 21.9.18

Mi piacciono le persone autentiche e dirette, quelle che se sentono la tua manacanza ti cercano, se ti amano te lo dicono così come se qualcosa da loro fastidio. Senza mezzi termini. Ho sempre preferito la distanza onesta alla vicinanza ipocrita.

Ma nel mondo ci sono anche gli ipocriti, e dobbiamo imparare a conviverci. L’ipocrisia è l’incoerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. In un certo senso, è un modo per nascondere o reprimere i desideri veri, i pensieri e le emozioni per adattarsi alle aspettative dell’ambiente o per ottenere un beneficio.

Forse la migliore definizione di ipocrisia viene dal politico americano Adlai E. Stevenson: “ipocrita è il politico che abbatterebbe una sequoia e ne farebbe un palco sul quale pronuncerebbe un discorso sulla conservazione della natura”.

3 tipi di ipocrisia

1. La doppiezza morale. Si riferisce a quelle persone che citano continuamente regole ineccepibili, ma in realtà non agiscono mai secondo quelle regole morali. Per esempio, una persona può parlare continuamente dell’importanza di aiutare gli altri, ma quando arriva il momento di tendere la mano si volta dall’altra parte. Quella persona può esaltare valori quali la lealtà e l’importanza di dire la verità, ma poi è infedele al proprio partner.

2. Giudizi di doppio standard. Si riferisce a coloro che sono lassisti quando giudicano se stessi, ma applicano una morale ferrea agli altri. Ad esempio, sono quelli che si arrabbiano molto quando un conducente non rispetta un passaggio pedonale, ma quando lo fanno loro, tirano in ballo molte scuse per spiegare perché non si sono fermati. Sono le classiche persone che vedono la pagliuzza nell’occhio del vicino, ma non la trave nel loro occhio.

3. Debolezza morale. Si tratta di persone che entrano in conflitto con i loro atteggiamenti a causa di ciò che si conosce come dissonanza cognitiva. Ad esempio, possono parlare dell’importanza di andare a votare, ma il giorno delle elezioni non ci vanno. In questo caso manca l’autocontrollo, la persona crede veramente a quello che dice, ma quando deve metterlo in pratica non ha la forza di volontà sufficiente, anche se non ha il coraggio di riconoscerlo pubblicamente, così continua a dare lezioni di morale.

Perché le persone sono ipocrite?

È probabile che tu conosca più di una persona ipocrita. Ed è anche probabile che ti chieda come questa non possa rendersi conto dell’incoerenza delle sue parole e azioni.

La spiegazione di questo fenomeno ce la offre la psicologa Patricia Linville, che lavorava presso la Yale University e a metà degli anni 80 coniò il termine “auto-complessità”. La sua ipotesi è che quanto meno complessa è la rappresentazione cognitiva dell’io tanto più estreme saranno le fluttuazioni di umore e gli atteggiamenti della persona.

In altre parole, alcune persone tendono a percepire se stesse da un punto di vista molto limitato, per esempio, si auto-definiscono attraverso una serie di ruoli che svolgono, quindi pensano di essere una “madre devota” o un “manager di successo”. Il problema è che avere una definizione di noi stessi così limitata ci rende psicologicamente instabili e ci impedisce di affrontare le contraddizioni proprie della complessità della personalità e dell’ambiente.

Per comprendere meglio questo fenomeno possiamo dare uno sguardo ad un esperimento condotto presso l’Università di Miami. Questi psicologi chiesero agli studenti universitari di valutare l’importanza dello studio. Quindi chiesero loro di ricordare tutte le volte che trascurarono lo studio, al fine di smascherare la possibile ipocrisia dietro le prime risposte.

È interessante notare che, in quel momento, gli studenti che mostrarono una minore auto-complessità furono più propensi a cambiare le loro opinioni iniziali; cioè, rettificarono indicando che, dopo tutto, studiare non è così importante.

Questo potrebbe spiegare perché alcune persone dicono una cosa e ne fanno un’altra. Le loro affermazioni provengono da una rappresentazione dell’io completamente separata dall’io che agisce in altre circostanze. In pratica, le persone ipocrite cercano solo di conservare immune l’identità che hanno costruito separando le loro parole dalle loro azioni.

Nel caso dei politici, per esempio, accade spesso che mantengano un discorso connesso con il loro “io politico” mentre fanno qualcosa di diametralmente opposto con il loro “io imprenditoriale” o “familiare”. In questo modo salvano i loro diversi “io”, perché non sono in grado di integrarli.

Questi studi indicano che molte persone si comportano ipocritamente senza rendersene conto. Infatti, spesso quando gli facciamo notare le loro contraddizioni non le riconoscono e si nascondono dietro a delle scuse.

Ovviamente, non tutte le persone vivono in questo stato di “ignoranza ipocrita”. Ci sono anche quelle che imparano a sfruttare l’ipocrisia, soprattutto quando si rendono conto che seguire certe idee non è né pratico e tantomeno vantaggioso. Queste persone non hanno alcun problema nel proclamare qualcosa e fare esattamente l’opposto, se pensano che sia più conveniente. Ma non riconosceranno apertamente la loro ipocrisia, perché sarebbe troppo doloroso e rappresenterebbe un duro colpo per il loro “io”, quindi sosterranno che hanno agito mossi dalle circostanze.

5 comportamenti che tradiscono gli ipocriti

1. Sono sempre pronti a punire qualcuno. I loro “alti” standard morali gli faranno sempre puntare il dito contro qualcuno, e potranno anche essere disposti a umiliare pubblicamente quella persona. Si tratta di una strategia di compensazione attraverso la quale tentano di concentrare l’attenzione sull’altro perché non cada nelle loro discrepanze e comportamenti.

2. Hanno un alone di superiorità morale. Le persone ipocrite tendono a stare solitamente a metà strada tra il narcisismo e la superiorità intellettuale. Il loro livello di arroganza può fare in modo che quando interagisci con loro ti senti inferiore, immaturo o non abbastanza buono. Queste persone non esiteranno a rimproverarti una qualsiasi delle tue azioni, parole o atteggiamenti.


3. Le norme non si applicano mai a loro. Norme e regolamenti esistono, ma solo per gli altri. Le persone ipocrite credono che perché hanno un senso innato del diritto e della morale, sono al di sopra della legge.

4. Non hanno mai colpa, hanno sempre una scusa a portata di mano. Le persone ipocrite non riconoscono quasi mai le loro discrepanze ed errori, anche di fronte all’evidenza. Queste persone non chiedono scusa o ammettono la loro responsabilità, ma ricorrono continuamente a delle scuse. Per loro, le circostanze sono sempre un fattore attenuante, e gli errori non sono mai loro.


5. Fai quello che dico ma non quello che faccio. Questo potrebbe essere il motto che caratterizza le persone ipocrite. Le loro azioni non coincidono quasi mai con le loro parole. Questo perché la loro motivazione principale è apparire bene e soddisfare le aspettative degli altri.

Perché ci danno tanto fastidio le persone ipocrite?

La risposta, o almeno una parte di essa, proviene da uno studio della Yale University. Questi psicologi scoprirono che ciò che più ci preoccupa degli ipocriti non è l’incoerenza delle loro parole e azioni, ma le loro false affermazioni morali e che fingono di essere più virtuose di quello che sono.

In pratica, non ci piacciono gli ipocriti perché ci deludono. Infatti, si è riscontrato che tendiamo a credere e preferire alle affermazioni morali o quelle che implichino un certo grado di generalizzazione per spiegare i comportamenti. Ad esempio, se una persona abbandona un progetto, preferiamo che dica “non ha senso sprecare ulteriore energia” piuttosto che “non voglio sprecare più energia”. Così, quando scopriamo la verità ci sentiamo delusi e ingannati.

Questo significa che, in un certo senso, anche noi contribuiamo a fare in modo che l’ipocrisia perduri a livello sociale. Infatti, in certe situazioni può essere che anche noi ci siamo comportati ipocritamente per cercare di dare una immagine migliore di noi stessi.

Quindi, il modo migliore per combattere contro l’ipocrisia è essere autentici e capire che in ognuno di noi ci sono molte contraddizioni. Non abbiamo bisogno di soddisfare le aspettative degli altri, tantomeno dobbiamo trasformarci in moralisti che predicano il loro vangelo agli altri. Vivi e lascia vivere.

Fonti:
Jordan, J. J. et. Al. (2017) Why Do We Hate Hypocrites? Evidence for a Theory of False Signaling. Psychological Science; 28(3): 1–13.
McConnel, A. R. & Brown, C. M. (2010) Dissonance averted: Self-concept organization moderates the effect of hypocrisy on attitude change. Journal of Experimental Social Psychology; 46(2): 361-366.
Linville, P. W. (1985) Self-Complexity and Affective Extremity: Don’t Put All of Your Eggs in One Cognitive Basket. Social Cognition; 3: 94-120.

I banchieri sono disonesti quando gli si ricorda il loro lavoro

angolopsicologia.com 21.9.18

Immaginate un gioco in cui una persona deve competere con altre lanciando più volte una moneta in aria. Colui che riuscirà a lanciarla più volte potrà guadagnare fino a 200 dollari. Tuttavia, ogni persona deve lanciare la moneta in privato, senza vedere il suo avversario. In seguito deve dire quanti tiri ha fatto. Pensate che se si trattasse di un banchiere mentirebbe per guadagnare più soldi?

Quando i ricercatori dell’Università di Chicago fecero la domanda alla gente in strada, la maggior parte degli intervistati affermò che i banchieri avrebbero mentito tutti al fine di vincere più soldi, anche più di un ladro incallito. Gli intervistati ritennero che i banchieri avrebbero gonfiato i loro risultati fino al 27% in più.

È davvero così? I banchieri si comporterebbero in modo più disonesto in questo gioco? Questi psicologi si sono dati il compito di verificare se le convinzioni delle persone in merito ai banchieri fossero esatte.

Senza pensarci due volte, hanno reclutato 128 persone che lavorano in una grande banca statunitense, alcune delle quali erano consulenti finanziari ed esperti di borsa.

Poi hanno spiegato loro tutte le regole: dovevano lanciare la moneta in aria tante volte quante potevano senza farla mai cadere. Se alla fine riuscivano a totalizzare un punteggio migliore di quello dell’avversario avrebbero vinto 200 dollari. Anche se non potevano sapere quanti lanci avesse fatto l’avversario.

Il lato interessante è che alla metà di queste persone vennero fatte delle domande in merito al loro lavoro e a quali fossero le loro funzioni all’interno della banca. Al contrario, all’altra metà vennero poste delle domande irrilevanti relative a dei programmi televisivi e problemi non correlati alla professione.

Cosa avvenne?

I banchieri ai quali erano state poste domande irrilevanti giocarono più onestamente, non tentarono di imbrogliare mentendo rispetto al numero di volte che avevano lanciato la moneta.

Tuttavia, i banchieri che avevano ricordato la loro professione attraverso le domande che gli vennero poste si comportavano in maniera disonesta esagerando la loro performance del 16%, al fine di vincere.

Per scartare il fatto che qualsiasi professione possa avere un effetto sul nostro senso morale, questi ricercatori hanno ripetuto lo stesso esperimento coinvolgendo un gran numero di professionisti, dai farmacisti ai tecnici di computer. Interessante fu notare che nessuno di loro si è comportato in modo più disonesto quando veniva richiamata la loro professione.

Allora perché i banchieri si comportano in modo disonesto quando gli viene ricordato il lavoro che fanno?

Sarebbe logico pensare che ricordare al banchiere la sua professione comporta l’attivazione di una associazione con il denaro, ciò lo porterà ad agire in modo molto più competitivo ed egoista. Tuttavia, se si assume questa prospettiva tutti noi dovremmo avere la tendenza a mentire quando facciamo una associazione con il denaro.

Per escludere questa ipotesi gli psicologi hanno ripetuto l’esperimento con alcuni studenti universitari, ai quali vennero nominate diverse banche e le funzioni svolte dai banchieri. Anche in questo caso non si è riscontrato che gli studenti adottassero un comportamento più disonesto a seguito di un’associazione con il denaro. Qual è la molla che fa scattare la disonestà dei banchieri?

Dopo vari esperimenti questi ricercatori ritengono che i banchieri si comportano in modo più disonesto perché sono esageratamente immersi nella cultura materialista che si genera nel mondo bancario e finanziario. Infatti, hanno poi scoperto che la maggior parte dei banchieri che hanno partecipato allo studio ritenevano che lo status sociale di una persona dipenda in gran parte dal successo economico che ha raggiunto.

In un modo o nell’altro, ciò che risulta chiaro da questo studio è che ricordare ai banchieri le loro funzioni e l’identità professionale li fa agire in modo più disonesto e li porta a mentire, se necessario, per raggiungere l’obiettivo. Questo avviene probabilmente perché in quel momento prevale il loro “io professionale”, un “io” che ha lasciato a casa i sentimenti, che trasforma le persone in figure e non giudica in termini di giusto o sbagliato, ma considera ciò che è redditizio e ciò che non lo è.

In realtà, la separazione tra “io” e “io professionale” non è un fenomeno che interessa solo i banchieri, è stato anche riscontrato nei militari, nei politici e nei burocrati. Questa separazione consente loro di essere coerenti con ciò che richiede il loro lavoro (che spesso non è etico o va contro i loro principi morali).

Ovviamente, questo risultato non è molto incoraggiante, soprattutto se si considera che i nostri risparmi sono nelle mani dei banchieri e che anche il destino economico di molti paesi si gioca in borsa.

Infatti, molti sostengono che la crisi attuale non è un problema economico, ma che in realtà, le sue radici sarebbero molto più profonde. Anche se il potere politico non vuole riconoscere che oggi si trovano ad affrontare una crisi di valori, una crisi di disonestà che inizia nelle alte sfere dell’economia globale e si diffonde in ciascuno dei governi. Basta dare un’occhiata alle notizie e leggere degli scandali di corruzione, dei doppi standard applicati dalla “giustizia” e delle vergognose operazioni di borsa.


Fonte:
Cohn, A. Fehr, E. & Marechal, M. (2014) Business culture and dishonesty in the banking industry. Nature.

La Borsa “riscopre” Carige e attende la prova del tandem Modiano-Innocenzi

Mariarosaria Marchesano il foglio.it 21.9.18

21 SETTEMBRE, 2018

Milano. Carige sta per cominciare una nuova vita con la vittoria dei Malacalza per il controllo della banca ligure e anche la Borsa comincia a crederci. Dopo aver fortemente penalizzato il titolo nel giorno della battaglia in assemblea (in cui ha perso il 4,5 per cento riducendo il suo valore a 0,008 euro per azione), gli investitori hanno ricominciato ad acquistare e stamattina Carige appare in netta ripresa nelle contrattazioni di Piazza Affari. Se si tratti semplicemente di quello che gli operatori chiamano “rimbalzo tecnico” oppure di un atto di fiducia nei confronti del nuovo corso che attende attende la banca, sarà il tempo a dirlo. Per ora il mercato attende l’insediamento del nuovo board, che vedrà schierato il tandem di banchieri Pietro Modiano-Fabio Innocenzi, con le cariche (dovranno essere confermate dal consiglio di amministrazione) rispettivamente di presidente e amministratore delegato, e l’economista Lucrezia Reichlin nella veste di vicepresidente. La lista presentata da Malacalza ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti in assemblea (30 per cento contro il 17 per cento di Mincione) e si è quindi aggiudicata la maggioranza dei componenti del cda (7 consiglieri su 11). Come sottolineano gli analisti di Equita Sim, che hanno confermato il rating “hold” e l’obiettivo di prezzo a 0,01 euro per azione, “la priorità del consiglio di Carige a questo punto è definire un nuovo piano strategico che dovrà essere presentato entro il 30 novembre per consentire il rispetto dei ratio patrimoniali come richiesto dalla Banca centrale europea, con misure da attuare entro il 31 dicembre”. Nell’attesa, Carige si mette in scia con gli altri titoli bancari in forte recupero in questi giorni grazie al graduale assestamento dello spread (oggi Unicredit, Bper e Ubi Banca sono i migliori).

I record di Wall Street e il cambio di passo della Cina

Intanto, il record di Wall Street (accompagnato da un tweet di complimenti agli americani del presidente Trump) mette le ali alle Borse europee all’inizio dell’ultima seduta di contrattazioni della settimana.

S&P 500 HITS ALL-TIME HIGH Congratulations USA!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 20 settembre 2018

Donald J. Trump

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S&P 500 HITS ALL-TIME HIGH Congratulations USA!

3:34 PM – Sep 20, 2018


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Gli indici del Vecchio Continente viaggiano in scia delle piazze asiatiche, per lo più positive. Milano, Parigi, Francoforte, Madrid e Londra hanno aperto tutte in territorio positivo. Secondo gli analisti, oltre al crescente entusiasmo per la crescita dell’economia americana, il rally è spinto anche dalla percezione che le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina abbiano assunto un tono diverso grazie soprattutto a una nuova gestione della fiscalità sulle importazioni attuata dal governo di Pechino. Un cambio di passo che a quanto pare sarebbe apprezzato dall’amministrazione americana. In Europa, la Gran Bretagna resta sotto i riflettori dopo che i leader europei hanno messo sotto pressione il primo ministro Theresa May sulla Brexit durante un incontro informale a Salisburgo, in Austria.

E anche il debito italiano è ancora sotto l’attenta osservazione degli investitori, dopo la revisione al ribasso delle stime di crescita dell’Italia da parte dell’Ocse. Il differenziale tra btp e bund, comunque, continua a subire oscillazioni per le visioni contrastanti all’interno del governo sul tema della legge di Bilancio (oggi le quotazioni sono intorno a 240 basis point). La percezione è che si tratti di una matassa tutta da dipanare, dopo le nuove pressioni del vice premier Luigi Di Maio sul Mef per la ricerca delle risorse necessarie a sostenere il reddito di cittadinanza all’interno della manovra finanziaria

Acqua, un diritto universale

di Roberto Pecchioli – 21/09/2018 ariannaeditrice.it

Fonte: Maurizio Blondet

La Commissione Ambiente del parlamento europeo ha respinto la richiesta di riconoscere l’acqua come bene comune e universale nel silenzio dei mezzi di comunicazione. La petizione era stata avanzata dal movimento Right2Water, supportata da ben un milione e seicentomila firme di cittadini europei. In compenso a Strasburgo hanno votato una raccomandazione che impegna a disincentivare l’uso delle bottiglie di plastica come recipiente idrico. Guardano il dito e ignorano la luna, gli inutili deputati tanto vicini agli interessi delle lobby.

Al di là dell’orientamento politico di chi ha lanciato la proposta, va gridato alto e forte che l’acqua è per tutti i viventi un bene comune e universale. Non esitiamo a definirlo un diritto naturale. Il mercato misura di tutte le cose non è d’accordo; la ricerca, captazione, conservazione e distribuzione idrica è un grande affare, specie in epoca di cambi climatici e rischio di desertificazione per tratti di territorio che lambiscono la stessa Unione Europea. Non si faranno sottrarre facilmente lo sfruttamento di una risorsa tanto importante, ma occorre ribadire e dichiarare obiettivo politico che l’acqua va sottratta all’arbitrio del profitto e posta sotto il controllo dell’autorità pubblica, cioè dello Stato.

E’ urgente restituire significato concreto al concetto di beni comuni. Vale la pena riportare la definizione tratta dall’enciclopedia Treccani: l’insieme delle risorse, materiali e immateriali, utilizzate da più individui e che possono essere considerate patrimonio collettivo dell’umanità. Si tratta generalmente di risorse che non presentano restrizioni nell’accesso e sono indispensabili alla sopravvivenza umana e/o oggetto di accrescimento con l’uso. Secondo l’economista Giovanna Ricoveri, “in quanto risorse collettive, tutte le specie esercitano un uguale diritto su di esse e rappresentano uno dei fondamenti del benessere e della ricchezza reale.” I beni comuni, necessari per la vita o preordinati a realizzare interessi di particolare rilevanza per le persone, di cui investono diritti fondamentali, si caratterizzano per l’uso generale, con conseguente non assoggettabilità ad un prezzo quale corrispettivo del loro utilizzo. Ciò li sottrae alle logiche del mercato, soprattutto nelle forme della privatizzazione.

Non sappiamo immaginare un altro bene più universale dell’acqua, elemento senza il quale non vi è vita. Il beniamino della superstizione apocrifa del mercato, Adam Smith, scrisse, a proposito dell’avidità, “tutto per noi e niente per gli altri sembra essere stata la vile massima di tutti i padroni del genere umano”. Chi è proprietario dell’acqua, ne controlla prezzo e distribuzione, si converte in padrone del genere umano, dunque non possiamo permettere che sia una società anonima per azioni, magari una multinazionale che irrompe sul mercato di quei beni che vengono chiamati, nella lingua di legno del mondo economico finanziario, utilities, ciò che occorre alla vita.

Un pensatore che mosse dal marxismo per approdare a un intransigente antitotalitarismo, Karl August Wittfogel dedicò il suo capolavoro, Il dispotismo orientale, a spiegare la sua originale “teoria idraulica”, in base alla quale le grandi civiltà africane ed asiatiche si formarono lungo le vie d’acque (Nilo, Tigri, Eufrate, Indo, Fiume Azzurro), con la necessità di controllare la risorsa fondamentale attraverso una forte centralizzazione del potere. Secondo lo studioso tedesco, ciò spiegherebbe la natura autoritaria delle forme di potere orientali, ereditate dal marxismo novecentesco. Oggi l’erede di quel dispotismo è il liberismo economico che concentra in pochissime mani ricchezza e beni, dichiarando naturale la logica sovrastante, ovvero quella di un mercato rovesciato in monopolio o cartello.

Il potere sottilmente dispotico delle oligarchie economico finanziarie sottrae risorse, cancella la libertà e persino la proprietà. Non vi è poi molto da stupirsi, se rileggiamo un passo della mitizzata dichiarazione giacobina dei diritti dell’uomo e del cittadino, che proclama la proprietà diritto “inviolabile e sacro”. Sorprende tutt’al più l’utilizzo di un termine, sacro, tipico del lessico religioso e spirituale, per definire un elemento tanto materiale.

Immuni da pulsioni collettiviste, siamo convinti che alcuni beni non possano essere definiti che in termini di diritto pubblico. L’acqua è il primo e più importante di tutti, per le ragioni dette, tanto evidenti da non richiedere dimostrazione.  L’accesso all’acqua è un diritto naturale, un bene comune di valore universale. Usi, consuetudini, scelte politiche, valutazioni di opportunità possono certamente affidarne la gestione pratica a soggetti privati, ma sempre nella supremazia del pubblico interesse.

Una volta ancora, l’Europea reale si schiera contro la logica e contro i popoli che ne hanno forgiato la civiltà. Più in profondità, oltre le scelte improvvide di membri di un simil-parlamento prigioniero di gruppi di interesse, si impone una riflessione amara sulla fase discendente della nostra civilizzazione. Ogni gesto, ogni scelta dell’uomo occidentale, ribattezzato dal grande psichiatra Vittorino Andreoli homo stupidus stupidus, si rivela come una lotta contro l’ordine della natura. Si nega il carattere di bene comune dell’acqua, l’elemento senza il quale la vita cessa, negando la sua evidente qualità di diritto universale, ma si definisce diritto ogni capriccio o desiderio.

Un brano del rapper J-Ax diffonde l’idea che avere figli è un diritto da realizzare con qualunque mezzo; Obama considerò “diritto umano fondamentale” le nozze omosessuali; potenti settori del femminismo radicale negano l’evidenza biologica della maternità femminile, attribuendola al potere patriarcale. Avanza da ogni lato, nell’Occidente terminale, una visione anti naturale dell’esistenza umana, dietro la quale c’è la mano, tutt’altro che invisibile, del dominus Denaro. Tutto deve essere oggetto di scambio economico, compravendita, nulla è sottratto alla logica meccanica del profitto che si fa ideologia di dominio, schiavitù, abolendo qualunque limite, a partire dell’oggettività della Natura.

Privato della “coscienza infelice”, l’uomo nuovo si allontana dalla consapevolezza della propria caducità e dal desiderio di immutabile, si sottrae al giudizio morale, si disfa di ogni retaggio etico e si consegna a un destino di bestia intelligente, ma non più ragionevole.  Nulla di tutto questo, ovviamente, ha sfiorato la mente degli europarlamentari sulla questione dell’acqua, ma il dispotismo oligarchico da cui siamo pervasi sottrae quotidianamente spazi di libertà che attribuisce a se stesso, l’Iperpadrone Globale in grado di derubarci dell’acqua, al limite di determinare la vita e la morte chiudendo rubinetti e paratie.

Viene in mente il tema della morte per acqua nella Terra desolata di T.S. Eliot. La figura è quella di Fleba il fenicio, “che un tempo è stato bello e ben fatto”, l’uomo che trascorse la vita intera secondo la logica del “guadagno e della perdita”. Una futile vita cui pose fine l’annegamento durante un viaggio commerciale.

Tale sarà il destino dei padroni dell’acqua; annegheranno in ciò che ci sottraggono, se prenderemo atto che la tirannia progressiva in nome del finto mercato, divinità inesistente, non è inevitabile ma vincente solo in quanto da noi accettata. L’Homo Stupidus Stupidus, sembra posseduto, insieme con una febbrile ebbrezza di libertà, da un oscuro desiderio di schiavitù, la servitù volontaria che ci consegna ai detentori di un composto chimico molecolare vitale, l’unione miracolosa di due atomi di idrogeno legati a uno di ossigeno.

I golpisti. Dal governare contro il Popolo, al governo senza Popolo

di Paolo Borgognone – 21/09/2018 ariannaeditrice.it

Fonte: Paolo Borgognone

A “Otto e Mezzo”, nel solito monologo a 4 tra altrettanti giornalisti che la pensano allo stesso modo su tutto (ossia, W la Ue!, Abbasso Salvini!, Abbasso Orban!, Abbasso i populisti!, le coordinate della trasmissione sono, più o meno, sempre queste), un allucinato Giampaolo Pansa ha evocato l’ipotesi del “golpe militare” di Esercito, Carabinieri e Polizia per “liberare” il Paese dal governo Salvini-Di Maio. Modello cileno per Pansa? A Giampà, ma che nun lo sai che ar giorno d’oggi non c’è più bisogno di mandare i militari a fare il lavoro sporco per i banchieri, i magnati della finanza internazionale e gli industriali super-ricchi? Oggi, queste classi sociali i colpi di Stato li fanno in prima persona, con l’arma “borsistica” dello Spread, i finanziamenti alle “rivoluzioni colorate” e quant’altro… Resta il fatto che, ormai, il fondo è stato ampiamente toccato da parte di un mainstream ideologico liberale la cui isteria pro-Ue è divenuta tale da evocare, apertamente, il golpe militare per “abbattere il governo” (espressione utilizzata, letteralmente, da Pansa).

PS come avrebbe reagito, in studio, la conduttrice del programma se il golpe militare fosse stato evocato a parti invertite, ovvero propinato da un giornalista “populista” per rovesciare un governo “libberale” e filo-Ue? Inoltre, Pansa lo sa che il governo “giallo-verde”, piaccia o meno, ha il consenso del 60% circa dell’elettorato? E poi, questi, si permettono di definire “antidemocratico” Orban. Beh, caro Pansa, non mi sembra una soluzione molto “democratica” quella che comporta il rovesciamento, per via militare, di un governo che gode di un consenso popolare pari al 60% degli elettori… Mi chiedo quando questa cricca di liberal che detiene le leve del mainstream si degnerà di tener presente il principio, piuttosto elementare tra l’altro, secondo cui il “plebiscito” dei popoli conta di più, a costituzione vigente, del plebiscito dei mercati…

Giallo di Cornuda, lettera anonima apre una nuova pista: “Sofiya sapeva qualcosa del crac di Veneto Banca”

Angela Marino campagne.it 20.9.18

Una ex dipendente di Veneto Banca scrive: “Sofiya frequentava un funzionario di Veneto Banca nel periodo del crac con ammanchi di svariati miliardi di euro: poteva essere a conoscenza di alcune cose”. La 43enne ucraina è statat trovata cadavere in una scarpata in provincia di Vicenza nel dicembre 2017. Suicida subito dopo il compagno Pascal.

Una lettera anonima apre una nuova ipotesi investigativa sul giallo della morte di Sofiya Melnyk, 43enne ucraina stata trovata morta il 24 dicembre 2017 in un dirupo in provincia di Vicenza. È stata una spettatrice anonima della trasmissione Chi l’ha visto? a segnalare con una lettera i suoi sospetti legati alle frequentazioni della bella Sofiya con un funzionario di Veneto Banca. “Girava la voce di incontri, cene, in una dimora nella zona dell’Asolano messa a disposizione da un noto industriale, dove dirigenti della banca erano soliti partecipare alla presenza di alcune belle accompagnatrici. Considerando quanto accaduto, il disastro di Veneto Banca con ammanchi di svariati miliardi di euro, è possibile che la signora Sofiya Melnyk fosse a conoscenza di cose che magari aveva capito o che, in chissà quale occasione, aveva potuto sentire, spero tanto di essere stata utile con la mia segnalazione. Poco dopo aver denunciato la scomparsa di Sofiya, il compagno Daniel Pascal Albanese, 50 anni, si è suicidato impiccandosi nella villetta al civico 15 di via Jona, dove vivevano insieme.

La versione integrale della lettera anonima diffusa dalla redazione di Chi l’ha visto?

Dopo non poche esitazioni mi sono decisa a inviare alla redazione quanto di mia conoscenza riguardo il caso di Sofiya Melnyk, Posso affermare che la signora in questione era in rapporto con un funzionario di Montebelluna di Veneto Banca e sono sicura di averla vista in diverse qui dove io ho lavorato fino a qualche tempo fa. Li ho ben notati uscire spesso dalla banca, dopo essere stati in ufficio, probabilmente per poi andare a prendere qualche cosa assieme, e da quanto ho potuto rendermi conto, era evidente la quasi certa e notevole confidenza. Nel nostro posto di lavoro si mormorava della sua assodata propensione nei confronti di belle donne, generalmente dell’Est, dove lui stesso è stato nominato per un certo tempo, direttore generale (Romania). Girava la voce di incontri, cene, in una dimora nella zona dell’Asolano messa a disposizione da un noto industriale, dove dirigenti della banca erano soliti partecipare alla presenza di alcune belle accompagnatrici. Considerando quanto accaduto, leggasi il disastro di Veneto Banca con ammanchi di svariati miliardi di euro, è possibile che la signora Sofiya Melnyk fosse a conoscenza di cose che magari aveva capito o che, in chissà quale occasione, aveva potuto sentire, spero tanto di essere stata utile con la mia segnalazione.

Una ex dipendente di Veneto Banca