MAZZETTE ALGERINE / ENI POTEVA NON SAPERE, SAIPEM NO

20 settembre 2018

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Condanna a metà per le mazzette petrolifere algerine. Secondo i giudici del tribunale di Milano la corruzione internazionale – il capo più pesante d’imputazione – va addebitato soltanto a Saipem, il colosso dell’impiantistica fino a due anni fa controllato al 100 per cento da Eni (poi la torta è stata suddivisa anche con la Cassa Depositi e Prestiti), mentre madre Eni e il suo numero uno di allora, Paolo Scaroni, non c’entrano niente.

In realtà il gup Alessandra Clemente l’aveva in qualche modo “presagito”, dal momento che tre anni fa, nel 2015, era giunta alle stesse conclusioni. Ma su ricorso della Procura di Milano la Cassazione aveva ribaltato la sentenza, rinviando tutto il maxi fascicolo ad un nuovo esame d’appello.

Ci sono voluti quindi altri tre anni per arrivare alle odierne conclusioni, che mandano in visibilio soprattutto l’Eni, in un momento strategico sul fronte degli investimenti, e soprattutto Scaroni, l’uomo ovunque della finanza di oggi a livello nazionale e internazionale, fresco presidente del Milan Calcio, responsabile europeo del maxi fondo d’investimenti Elliot (che lo ha voluto alla presidenza deilla squadra rossonera), e anche ai vertici di un altro gruppo da novanta, Rotschield.

In fibrillazione, invece, negli ambienti Saipem, alle prese con una serie di contatti e contratti esteri di grossa portata, o appena firmati o in fase di ultimazione. Questa grana rischia di mandare all’aria alcuni progetti.

Di fronte alla sentenza, restano fortemente dubbiosi i pm, i quali si chiedono: ma è mai possibile che nel mentre la società controllata Saipem inviava periodicamente ai vertici in modo minuzioso tutte le tabelle con i costi di intermediazione, in questo caso di così grande rilevanza non avesse comunicato al Capo e al suo staff di vertice tutto quanto stava succedendo? Tutto “a insaputa” di Scaroni & C.?

E precisano: “Dovremmo forse credere che Saipem informava Eni e il suo amministratore delegato di consulenze di poche decine di migliaia di euro e non della prestazione dell’intermediario Pearl Partners del valore iperbolico di 197 milioni?”. Come dire: al tuo capo fai sapere di tovagliolini e forchette e non comunichi il menù da mille e una notte?

Poco credibile, in verità. Il ‘classico’ caso del capo che poteva sapere o non sapere, stavolta alla rovescia, perchè “poteva non sapere”; nefasto per Silvio Berlusconi, in tante vicende targate Fininvest e Mediaset, propizio per Scaroni in questa vicenda.

Che ha una gemella per un altro maxi affari, e altre relative maxi tangenti, sul fronte nigeriano, dove però il processo è alla fase di start. Pressocchè identico il copione e quindi al 90 per cento scontata la sentenza.

Passando poi al maxi processo “Lava Jato” che si sta svolgendo in Brasile provocando un vero terremoto giudiziario (l’impeachment del presidente Dilma Rousseff e l’arresto del suo predecessore e mentore Ignacio Lula da Silva), ci sono sempre di mezzo Eni e Saipem, cui tiene compagnia la Technit del gruppo che fa capo a Gianfelice Rocca. L’importo totale delle mazzette è del tutto diverso: si parla di 5 miliardi di dollari già accertati e versati dal colosso carioca Petrobras alla classe politica sia di maggioranza che di opposizione. Ma anche le tre nostre maxi aziende sono impelagate fino al collo; in questo caso vi sono due processi, entrambi per corruzione internazionale: uno, al solito, a Milano e l’altro in Brasile.

La strada è ancora lunga, per veder spuntare una sentenza.