Fiera colonizzata

comedonChisciotte.org 22.9.18

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DI PANAGIOTIS GRIGORIOU

greekcrisis.fr

Gli Stati Uniti colonizzano la Fiera di Salonicco, e condizionano pesantemente gli sviluppi geopolitici per la Grecia, imponendo un trattato frettoloso sulle regioni macedoni del Nord, che Tsipras accetta senza batter ciglio. Del resto, cosa sarà mai? Una legge più, una meno delle migliaia che sono state emanate sotto dettatura della Troika (700 leggi, decine di migliaia i decreti) non fa alcuna differenza. Pure gli apparenti aumenti concessi a talune categorie di pensionati sono dati in previsione del fatto che moriranno presto, e questo è più che un auspicio, in un paese senza posti liberi nelle poche rianimazioni rimaste (sono occupati dai malati di Virus del Nilo) e senza alcuna prevenzione da parte del Ministero. Intanto, il clientelismo dilaga e vengono eletti Ministri poco più che adolescenti, provenienti da fulminanti carriere politiche che li hanno portati in poco tempo dal ruolo di addetti alle pulizie alla poltrona ministeriale. Intanto la vita riprende e nel 2019 ci saranno le lezioni, che promettono di essere più inutili del solito.

la capitale e le sue apparenze

Le apparenze dominano mentre l’estate greca finisce. C’è tutto, turisti, lavoratori impoveriti, e poi banditi… per i regolamenti di conti mortale in mezzo alla strada, al momento del secondo caffè. Atene, città… nella sua vita quotidiana. I politici, Tsípras e Mitsotakis In testa, dopo l’apparizione di Salonicco in occasione della sua fiera, avranno come al solito promesso la luna, mai piena. La menzogna governa, autunno dalle foglie morte.

Ritorno dalle isole. Pireo, 2018 settembre

I vacanzieri ateniesi sono tornati, come le loro lamentele. Il paese sta per affrontare l’autunno… in realtà quello del suo destino, e Tsípras va alla Fiera di Salonicco per il grande discorso politico annuale di presunta valenza economica: “il primo discorso del genere da otto anni a questa parte, dove è il governo greco che stabilisce le direttive sull’economia e non la Troika». Spazzatura e bufale.

La rovina dei pensionati. Stampa greca, 2018 settembre

Tsípras ha annunciato presunti sgravi fiscali e altre misure simili e altrimenti applicabili… su un periodo di 4-5 anni. Poi, e per far passare la pillola dell’ennesima diminuzione del totale delle pensioni erogate, pur sostenendo il contrario, questo … ultimo primo ministro della… “sinistra radicale” ha subito voluto aggiungere “che, dato che questa diminuzione riguarda principalmente i pensionati di età dai 70 anni in su, il problema è solo temporaneo perché naturalmente, queste pensioni cesseranno di essere pagate, col tempo”, (Radio 90,1 FM, zona La mattina del 11/09). In altre parole, la nostra gente anziana scomparirà… se possibile rapidamente secondo il desiderio implicito del burattino Tsípras. Inutile dire quanto questa affermazione sia stata immediatamente in evidenza, nel bellissimo paese che invecchia.

Questo presunto rinvio della prevista diminuzione dell’importo delle pensioni complessive nel gennaio 2019, contrario agli impegni di Tsípras nei confronti dei ceppi europeisti, è già stato messo in discussione. Immediatamente, in via preliminare, è stato fortemente criticato, da Jean-Claude Juncker in persona: “le misure votate devono essere applicate alla lettera”, quoridiano Kathimeriní del 13 settembre.

Mi stanno torturando. Atene, settembre 2018

Nel frattempo, e sul terreno… greco della sperimentazione metastorica del nostro povero nuovo secolo, Aléxis Tsípras, visibilmente soddisfatto, ha fatto una bella mostra di sé a fianco dell’ambasciatore degli Stati Uniti Geoffrey Pyatt , segno anche dei momenti geopolitici… come il nostro. Va notato che il grande paese è ospite d’onore a Salonicco quest’anno… affinità geopolitiche… “bene” imposte. Va anche ricordato che raramente la Grecia aveva affermato tale afflato verso la Nato, eccetto che durante la mortale giunta dei colonnelli, anche questo [è] segno dei tempi.

Certo, si capisce… che gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione una nuova espansione militare in Grecia senza precedenti, nel bel mezzo delle tensioni con la Turchia, che la stampa americana evoca così tanto in questo momento, come fa il Wall Street Journal di questa settimana. Geopolitica, ancora geopolitica.

Il paese brulica di spie e agenti stranieri o … compatrioti di ogni genere come di ogni obbedienza. Già i media pubblici, o anche i media tout-court propagano “Fake News” ripetutamente, gli analisti si presentano sotto la maschera del patriota o dell’internazionalismo stanno effettivamente lavorando per conto dei servizi delle potenze straniere, come effettivamente ha sempre fatto il governo Tsípras, [ma anche] l’opposizione di Mitsotakis o, in effetti, la parte più sensibile del “deep state” greco, senza dimenticare il sistema dell’attuale pseudo partitocrazia parlamentare.

E’ quindi un gioco di ruolo [quello che ha luogo] nella tragedia finale greca o, in altro modo, nella divina commedia nel paese… della Fiera colonizzata. Nel mezzo di un Mar Egeo molto agitato, il Blog crisi greca combatte per la sua sopravvivenza, per estrarre da tutto questo magma il senso ancora possibile della storia come quella della verità attraverso le onde. La dimensione marittima… come fase finale della politica!

Aléxis Tsípras e Geoffrey Pyatt a Salonicco. Stampa greca, 2018 settembre

-Greek Press Photograph

Aléxis Tsípras a Salonicco. Stampa greca, 2018 settembre-Greek Press Photograph

Bandiera e quotidiano Greco. Atene, Settembre 2018

Fuori dalle occasioni ufficiali, i greci di destra e di sinistra sono stati numerosi a protestare contro la presenza di Tsípras a Salonicco, in primo luogo le organizzazioni culturali della regione greca di Macedonia hanno fatto sapere quanto l’accordo firmato tra Tsípras e i vicini Slavomacedoni sia inaccettabile la grande maggioranza di greci, e poi ci sono stati quelli delle sinistre greche, sempre divisi quando marciano contro l’austerità, che danno l’illusione di resistere, ma senza più convincere nessuno, va detto. Il loro tempo in Grecia è passato e incidentalmente… SYRIZA è stato lì.

E per quanto riguarda l’accordo macedone di Tsípras, tutti sanno che è stato affrettato, non al fine di arrivare a una soluzione durevole e genuinamente auspicabile da entrambi i popoli, ma per allargare la Nato ad estendersi alla Macedonia slava il più rapidamente possibile, per contrastare l’influenza della Russia nei Balcani, per le mire geopolitiche odierne, per la usuale chirurgia plastica delle grandi potenze ai confini e soprattutto sui popoli, come è di nuovo nell’aria da tempo su tutti i Balcani.

Nel frattempo, per preparare il referendum del 30 settembre tra i nostri vicini slavi, (i greci non saranno consultati), i funzionari della Nato, quelli della Presidenza austriaca dell’UE, e Angela Merkel visitano Skopje e intervengono apertamente a favore del SI presso gli Slavomacedoni, che in realtà sono minacciati di non aderire più alla Nato e all’UE in caso di vittoria del No; questo spiega quello.

E come previsto in Macedonia greca, i dimostranti a Salonicco sono stati fronteggiati dalle forze di sicurezza, sostenute dall’FBI e dalla CIA per la sorveglianza dei locali. Le cosiddette “intemperanze” dei CRS greci [NdT: nuclei speciali delle forze dell’ordine], hanno anche costretto il governo a ordinare un’indagine sul comportamento di alcuni poliziotti, [come ha detto] la stampa greca della settimana.

Dimostranti e CRS. Salonicco, 2018 settembre-Greek Press Photograph

Monaco e CRS. Salonicco, 2018 settembre. Greek Press Photograph

Futuro presunto. Atene, Settembre 2018

Più a sud, la capitale del paese ormai colonia fa più scena di Salonicco, mentre l’estate greca volge al termine. C’è tutto: la guardia repubblicana Evzoni davanti al “Parlamento” e il monumento al… povero milite ignoto di un tempo. In Attica, i disoccupati pescano vicino al Tempio di Poseidone a Capo Sounion, e nel centro di Atene scopriamo tutte le novità del “muro della bontà”. Espediente per racimolare qualche aiuto per i nostri simili, et voilà, istantanee di questo bellissimo settembre greco.

Sotto apparenza di normalità, nel paese reale cambiato per sempre, i rappresentanti della troika faranno visita ai vassalli locali quattro volte l’anno invece che tre come accadeva sotto la troika ufficiale, e i cosiddetti mercati, decideranno il finanziamento del debito della colonia, in sostituzione delle strutture del cosiddetto meccanismo europeo [di stabilità: MES].

Perché, nonostante le bugie di Tsípras, come del resto [quelle del] Germanocromo Mitsotakis a capo del partito Nuova Democrazia, il periodo passato della troika lascia dietro di sé più di 700 leggi Memorandarie, quasi 60.000 decisioni governative nello stesso ingiusto senso, più di 300.000 decreti-legge e altre decisioni ministeriali ancora in vigore. Tutti a firma dei governi del memorandum succedutisi dal 2010, SYRIZA compreso.

La Grecia subirà il follow-up del programma di sorveglianza rafforzata come previsto… post-memorandum, e questa realtà durerà per molti decenni, sotto… gli auspici dei visitatori abituali dei Conclave delle istituzioni. Sotto il memorandum… eterno, la sorveglianza durerà almeno fino al rimborso dei 153 Miliardi. su 203 che il paese di Zeus ha – come dicono – preso in prestito dal supposto meccanismo europeo di salvataggio. Secondo i calcoli più ottimistici, questa nuova impresa ellenica arriverà alla fine solo intorno 2060. Ritorno al futuro!

Guardia Evzone. Atene, Settembre 2018

Guardia Evzone. Atene, Settembre 2018

Pesca. Capo Sounion, 2018 settembre

Capo Sounion, 2018 settembre

Dopo otto anni di leggi austeritarie, e una pressione fiscale moltiplicata, dopo tante disposizioni anti-sindacali, senza dimenticare il colpo di grazia sul sistema di sicurezza sociale, il bilancio greco è… molto promettente. Il paese ha perso quasi il 25% del suo PIL, la popolazione della Grecia è diminuita di più di 700.000 persone tra 2011 e 2017. Per il 48% della popolazione, cioè 5,1 milioni di persone, sopravvive al di sotto della soglia di povertà, e ci sono 1,5 milioni persone che vivono in condizioni di povertà estreme, cioè al di sotto dei 182 euro al mese.

Così, tre greci su dieci vivono in estrema povertà, e non sono in grado di provvedere ai loro bisogni di base come il cibo o il riscaldamento. Secondo Elstat, ufficio statistico del paese, il 26,7% dei bambini di età inferiore ai diciassette anni sono anche privati dei beni materiali di base. Per il 40,5% dei residenti e dopo dieci diminuzioni successive degli importi pensionistici, le loro pensioni non superano i 500 euro lordi al mese. Per il 30,15% dei lavoratori del paese, 613.119 persone ancora al lavoro, il loro “stipendio” è tra 328 e i 580 euro netti al mese, il capitalismo reale… più gli smartphone.

Davanti al “Parlamento”, gli animali adespoti sono gli unici ad essere sempre ammirati dai passanti ed a restare sempre cittadini del luogo, ovviamente con l’esclusione delle tante tribù delle clientele del partito più clientelare di sempre. Il nuovo ministro della Grecia del Nord (regioni di Macedonia e Tracia), la poco più che adolescente Katerina Notopoúlou, ha finalmente ammesso durante un’intervista di essere stata assunta come… donna delle pulizie dal comune di Salonicco e di essere stata poi immediatamente trasferita al servizio turistico del Municipio, “poiché queste sono le consuetudini in materia”, [come dichiarato in una] intervista data alla televisione ERT. Ed ecco così che un ministro ammette di avere iniziato la sua breve vita pseudo-lavorativa con un’illegalità, in realtà di facciata, prima di essere catapultata nella gestione degli affari pubblici dalla cricca di Tsípras, Quotidiano “Kathimeriní”13 settembre.

E tutta la Grecia ne ride, invece di reagire in modo efficace, innovativo e radicale alla fogna che ci governa.

Rapidamente, la giovane donna, legata alla famiglia Pappás, famiglia come sappiamo, sodale di Tsípras, è stata poi nominata collaboratore speciale di Tsípras per il suo ufficio a Salonicco e di recente… eccola ministro… Povera ragazza, arrivata in questo modo. Ammirevole percorso, il suo, [date le] comprovate competenze di clientela e nepotismo effettivamente possedute. Mafia, e poi “Guarda e passa.” [NdT: in italiano nel testo]

Davanti al cosiddetto Parlamento. Atene, Settembre 2018

A capo Sounion, Settembre 2018

Senzatetto. Piazza della Costituzione. Atene, Settembre 2018

Il muro della bontà. Atene, Settembre 2018

Escludendo il… Muro della bontà, possiamo ancora ripiegare su sardine piuttosto convenienti, o addirittura penetrare al limite i misteri di alcuni ristoranti molto popolari, cioè non costosi, secondo il significato del termine nel greco moderno. Senza dimenticare, naturalmente, la postura sempre maestosa degli animali adespoti di Atene e del paese reale.

Nel frattempo, gli acquirenti delle spiagge e delle penisole svendute dalla Treuhand in versione greca [NdT: La Treuhand era la fiduciaria istituita in Germania Est ai tempi dell’unificazione per gestire i beni e le aziende pubbliche dell’Ex-DDR; gli asset furono svenduti in gran parte a truffatori e faccendieri, le aziende furono quasi tutte chiuse indipendentemente dal loro stato di salute, così che la Treuhand realizzò una delle più grandi distruzioni di valore del dopoguerra, tanto da dover essere protetta da una legge ad hoc che garantiva ai suoi ex-dirigenti l’immunità], istituita nella sua versione finale sotto Tsípras e che ora controlla e rottama tutti i beni pubblici del paese per un periodo di 99 anni, finanziano scavi archeologici durante il loro lavoro in corso. Magra consolazione, va detto.

Si è anche appreso che, oltre a porti, aeroporti e altre infrastrutture, 10.119 parchi e altri beni immobili nel settore ex-pubblico sono appena stati conferiti a questa Agenzia fiduciaria, guidato come è noto dai creditori e altri rapaci internazionali, sotto il gentile patrocinio della gestione metropolitana del totalitarismo dell’UE, [come riporta] la stampa greca della settimana.

Animale Adespota. Atene, Settembre 2018

Taverna popolare. Atene, Settembre 2018

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Sardine… popolari. Atene, Settembre 2018.

Scavi. Attica, Settembre 2018

I traghetti sono già tornati dalle isole affollate. Piove già un pò sul Peloponneso come su Atene, l’autunno è di una bellezza diversa dall’estate greca, ammettiamolo. In questi tempi che cambiano… senza cambiare, le regioni ed i comuni del paese riprendono il loro lavoro usuale, in attesa delle elezioni locali e regionali di maggio, programmate nello stesso momento delle pseudo elezioni cosiddette europee, che non sono mai state in grado di servire a qualcosa di diverso dal legittimare il potere imperiale di Bruxelles.

Ritorno al Pireo. Settembre 2018

Lavori. Atene, Settembre 2018

Gastronomia semplice. Atene, Settembre 2018

Alcune voci, come molte recenti dichiarazioni, analizzate dalla stampa mainstream, indicherebbero che la data delle elezioni legislative potrebbe probabilmente essere spostata per portare a un triplo turno elettorale a maggio, [come riporta il] quotidiano Kathimeriní del 12 settembre. A nostro parere, problema senza troppa importanza nello stato attuale delle cose, nel nostro regime strutturalmente e così crudelmente meta-democratico.

Il virus del Nilo occidentale sta avanzando, poiché lo stato Greco mafioso e partitocrate ha smesso dal 2016, sotto Tsípras, di fare qualsiasi campagna di prevenzione. L’ordine dei medici di Atene, in un recente comunicato, denuncia questa gestione criminale della sanità pubblica. Le unità di terapia intensiva, già così rare, sono palesemente occupate da pazienti affetti da virus del Nilo occidentale, il che è fatto grave, senza dimenticare le decine di morti già avvenute, nelle zone colpite [cioè] Attica, Atene e anche Peloponneso. Quotidiano Kathimeriní del 13 settembre.

Secondo Tsípras, i vecchi possono (devono) morire, e apparentemente tutti gli altri greci insieme a loro.

Il Blog prosegue la sua lotta… sorvegliato, per la sua sopravvivenza, dallo sguardo del nostro Mimi, invecchiato, emaciato, e a dirla tutta sofferente, dall’alto dei suoi quindici anni di felino orgoglioso di esserlo.

Autunno delle foglie morte.

Mimì di Greekcrisis

Traduzione per CDC di Franz-CVM

Articolo originale QUI

14-09-2018

Cos’è la scia brillante sui cieli della Sardegna?

Interista.it 22.9.18

Il 20 settembre il terzo avvistamento dall’inizio dell’estate. Ecco cosa dicono gli esperti

REDAZIONE

Bolide in cielo

I

più suggestionabili hanno già evocato gli ufo. La sera di giovedì scorso, in Sardegna, poco dopo le 21, è stata avvistata una scia brillante in cielo: si tratta del terzo avvistamento dall’inizio dell’estate. Alcuni sostengono che la scia è stata preceduta da un forte boato, c’è chi ha persino chiamato allarmati i Vigili del Fuoco, i più ne hanno approfittato per postare immagini e scrivere sui social.

Il parere degli esperti

In realtà si tratterebbe un fenomeno astronomico molto noto, che si verifica una o due volte l’anno, ma i tre avvistamenti non stupiscono gli esperti: “come per tutti gli eventi che non sono certi non esiste una distribuzione periodica normale”, ha detto Daniele Gardiol, dell’osservatorio di Torino dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e responsabile del progetto Prisma (Prima Rete per la Sorveglianza sistematica di Meteore e Atmosfera) gestito dall’Inaf. “I bolidi sono meteore brillanti, piccoli frammenti di roccia o ghiaccio staccati da comete o asteroidi”, ha spiegato, come riporta l‘Ansa. Quando la Terra attraversa zone ricche di questi frammenti, le meteore interagiscono con l’atmosfera a velocità elevatissime producendo delle scie luminose. Le più familiari sono quelle sottili delle stelle cadenti. “L’intensità dell’evento – ha aggiunto Gradiol – dipende dalle dimensioni dell’oggetto”. Le meteore all’origine delle stelle cadenti nascono da granelli le cui dimensioni variano da un millimetro a un centimetro. Nel caso dei bolidi, i frammenti che li producono hanno dimensioni comprese fra un centimetro e decine di centimetri.

Gli altri avvistamenti

Il primo bolide dell’estate 2018 è stato avvistato la sera del 18 agosto sul mare Adriatico e segnalato da oltre 120 persone sulla rete del progetto Prima. Il secondo bolide è stato avvistato nella notte dell’8 settembre: dal cielo dell’Austria è passato sul Veneto quindi sull’Adriatico. Entrambi sono stati rilevati dalle telecamere del progetto Prima, non è stato invece così per il bolide del 20 settembre perché, ha spiegato Gradiol, la rete non ha telecamere sufficienti in Sardegna. “Era inoltre molto basso sull’orizzonte – ha aggiunto – e non siamo in grado di calcolare traiettoria, orbita e dimensioni“.

Pasta: ecco perché si dovrebbe evitare quella più gialla

informarexresistere.fr 22.9.18

Luigi Sunseri, parlamentare del Movimento 5 Stelle, riporta sulla sua pagina ufficiale facebook un post sulla pasta di grano duro.

Il parlamentare si sofferma soprattutto sulla pericolosità per la nostra salute e spiega il perché. Ecco cosa ha scritto nel suo post:

PASTA – IL PERICOLO GIALLO. Prendetevi 2 minuti, sedetevi e leggete con calma, perché è un argomento molto importante!

Guardate quest’immagine: a sinistra troviamo una pasta di grano autoctono siciliano perciasacchi, essiccata a bassissima temperatura; a destra l’esempio di una pasta ‘precotta’, essiccata ad altissima temperatura.

Vi spiego il perché! Sapete benissimo che l’alimento base dell’alimentazione degli italiani è la PASTA secca, prodotto ottenuto dall’impasto e dal successivo essiccamento di semola di grano duro ed acqua, che è anche uno degli prodotti italiani più apprezzati e conosciuti in tutto il mondo. Ma il nostro alimento più amato ha due grossi e pericolosi nemici:

GLIFOSATO. L’Italia è il primo produttore di grano duro dell’Unione Europea ma, per diversi motivi, non riesce a raggiungere l’autosufficienza negli approvvigionamenti e quindi siamo costretti a importare la materia prima dall’estero.

In particolar modo dal Canada, che è il primo fornitore di grano duro per l’industria alimentare italiana.

Ed il problema è che le basse temperature delle terre canadesi non consentono una maturazione naturale del grano che, per espletare il suo ciclo colturale, ha bisogno di essere irrorato con massicce dosi di glifosato, ovvero l’erbicida più usato nel mondo e inserito dallo IARC, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, facente parte dell’Oms, nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene” (gruppo 2A).

ALTA TEMPERATURA DI ESSICCAZIONE. La tecnica di produzione è abbastanza lunga e si compone di diverse fasi, di cui una delle più importanti è quella dell’essiccazione.

L’essiccazione ad alta temperatura (>90°C) comporta una netta riduzione dei tempi di essiccazione e quindi una maggior produttività e minori costi.

Una pasta essiccata ad alte temperature, però, ha sì un ottimo comportamento in cottura, ma le elevate temperature raggiunte durante l’essiccazione (che possono superare anche i 115°C) deteriorano, tra le altre cose, anche la struttura del glutine, provocando una minore digeribilità e una conseguente irritabilità per l’intestino.

Ecco svelato l’arcano: la “moderna” pasta italiana non scuoce mai perché viene ‘precotta’ a 115-120°C. Ma questo processo fa sì che il prodotto cambi colore e perda sapore.

Il confronto nell’immagine evidenzia la netta differenza. La scelta della pasta da consumare è fondamentale per cercare di ridurre i rischi per la nostra salute.

Dovremmo sempre orientarci su un prodotto locale, biologico, magari di grani antichi, trafilato in bronzo ed essiccato a basse temperature.

In questo articolo, molto ben scritto, viene illustrato il “pericolo giallo” nel dettaglio: https://bit.ly/2NTWNji

Articolo scritto da Paolo Caruso e Paolo Guarnaccia – Dipartimento Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania. Foto presa da Simenza.

La registrazione Casalino. Ascoltatela per bene, perchè HA PERFETTAMENTE RAGIONE

 scenarieconomici.it 22.9.18

Grazie a Claudio Messora ed a Byoblu abbiamo la registrazione completa della famosa telefonata di Rocco Casalino, portavoce del Presidente del Consiglio, qulla in cui ha minacciato di licenziare migliaia di dipendenti del MEF.

Vi invito ad ascoltarla perchè svela una certa ingenua buonafede, mescolata ad una verità profonda, che DEVE essere portata a conoscenza di tutti gli italiani.

L’ingenua buonafede si comprende dal tono con cui si rivolge al giornalista, confidenziale, con la richiesta  di riportare la fonte come informale, genericamente “Parlamentare”. Una grande ingenuità: in giornalista non ha perso tempo a pubblicare la confidenza. Purtroppo la “Buonafede” dei giornalisti è tale che bisogna comportarsi con loro seguendo le norme della Convenzione di Ginevra: si può dire solo Nome, Cognome e Numero di matricola. il resto lasciarlo puramente ai comunicati ufficiali. Speriamo che quest’esperienza gli sia servita.

La verità è questa , ed è gravissima: la macchina burocratica sta lavorando CONTRO il governo democraticamente eletto. L’operato dei ministri viene sabotato in ogni modo possibile, con omissioni e con azioni. Atti amministrativi banali sono bloccati, trasferimenti, attività ordinarie. Un autentico muro di gomma del “Deep State”. Questo viene patito un po’ di più dai grillini che sono stati molto timidi nel cambiare la macchina amministrativa, forse per pigrizia, forse per ingenuità, forse perchè speravano in folgorazioni sulla via di Damasco. Casalino ha perfettamente ragione quando dice che 10 miliardi, se si vuole, si fanno saltare fuori da un bilancio di 840, ed ha anche probabilmente ragione quando afferma che la responsabilità non è di Tria che è un uomo solo.

Comunque l’errore è evidente: le epurazioni non si annunciano, si fanno, anche su scala esemplare. Del resto basta un duro esempio che mostri come nessuno, se rema contro il governo, sia intoccabile. Quando il Senato di Roma tentò un’operazione simile con Cesare, negandogli l’accesso ai fondi pubblici, gli  disse “Tanto mi è difficile pronunciare minacce, quanto mi è facile eseguirle“. Non dovette alzare neanche un dito….

Buon ascolto:

 

Quanto sono blu i mari italiani?

Marco Cedolin ilcorrosivo.blogspot.com 21.9.18

Marco Cedolin

Con un tempismo perfetto anche questo anno la FEE (Foundation for Environmental Education), ong danese che dal 1987 valuta le spiagge di 49 paesi europei ed extraeuropei sulla base di un’ampia gamma di parametri, assegnando l’agognata “bandiera blu” alle spiagge ed ai comuni più virtuosi, ha reso noto il proprio rapporto per la stagione 2018.

Con altrettanto tempismo i grandi media nazionali si sono spesi con toni entusiastici nel renderci edotti del fatto che i mari italiani sarebbero sempre più blu, dal momento che ben 175 comuni (a fronte dei 163 dello scorso anno) e 368 spiagge hanno ricevuto l’ambito “trofeo”, costituendo di fatto circa il 10% delle spiagge totali premiate a livello mondiale….

Ogni cittadino avvezzo a masticare in maniera acritica il messaggio divulgato dai media mainstream non avrebbe dunque che da rallegrarsi per il fatto che la spiaggia in cui ha affittato il lettino ed il mare in cui ha fatto il bagno sono sicuramente più puliti dell’anno precedente e anche nel caso faccia parte di quei “pochi” milioni d’italiani che le vacanze non hanno più potuto permettersele, non potrà che gioire comunque per il miglioramento dello stato di salute dei mari italiani, magari cullando la recondita speranza di potere un giorno o l’altro tornare a fare le vacanze anche lui.

Molto spesso però, ahinoi, la realtà trascende dalla percezione della stessa che viene creata ad arte sulla base di numeri di comodo e bandierine colorate, facendo si che come rammenta un antico proverbio non sia tutto oro quello che luccica ed anche i mari (e le spiagge) italiani risultino di fatto molto meno blu di quanto non si tenti di millantare.

La FEE infatti, prima di distribuire a pioggia le proprie bandiere blu analizza parametri di ogni genere, che vanno dalla pulizia della spiaggia da alghe o detriti naturali e dalla disponibilità di cestini per i rifiuti in numero adeguato e contenitori per la raccolta differenziata, all’adeguato numero di servizi igienici e spogliatoi. Dal divieto di campeggio e dal controllo della presenza di animali domestici, all’esistenza di un numero adeguato di personale e attrezzature di salvataggio. Dal fatto che esistano servizi ed accessi dedicati ai disabili alla presenza di mezzi di trasporto sostenibili, fino all’obbligo di affiggere in bella vista ogni tipo d’indicazione che possa risultare utile al bagnante. E con la stessa cura certosina la FEE si occupa anche del livello di qualità di eventuali approdi dedicati alle barche da diporto, ma la qualità dell’acqua del mare e della spiaggia che da esso viene bagnata come viene presa in considerazione?

A questo riguardo la FEE dice che “la spiaggia deve rispettare pienamente i requisiti di campionamento e frequenza relativamente alla qualità delle acque di balneazione”, deve essere in “conformità alle Direttive sul trattamento delle acque reflue e sulla qualità delle acque di scarico. Nessuno scarico di acque reflue (urbane o industriali) deve interessare l’area della spiaggia”. E ancora “deve rispettare i requisiti di Bandiera Blu per i parametri microbiologici relativamente a Escherichia coli (Coliformi fecali) e agli Enterococchi intestinali (Streptococchi)” e l’acqua deve risultare priva di oli e materiali galleggianti in bellavista.

Nessun cenno insomma per quanto concerne l’eventuale inquinamento chimico e radioattivo delle acque di balneazione e dell’arenile e non potrebbe essere diversamente dal momento che per sua stessa ammissione la FEE non possiede strumenti per effettuare le analisi delle acque e demanda tale compito alle ARPA regionali che in base alle proprie analisi dichiarano la balneabilità delle acque costiere a norma di legge. Le ARPA purtroppo non procedono ad un’analisi chimica delle acque, perché la normativa europea non glielo impone, ma si limitano semplicemente a verificare la presenza di due batteri fecali, così come imposto dalla legge.

Le acque dei nostri mari potrebbero insomma, pur risultando esteticamente pulite, contenere mercurio, cromo, manganese, ferro, piombo, alluminio, arsenico, nichel ed ogni sorta di metallo pesante o peggio ancora risultare radioattive, senza che nessuna autorità se ne preoccupi e nessuno di noi ne venga a conoscenza. Così come accade con le “famose” spiagge bianche di Rosignano Solvay in provincia di Livorno, dove un secolo d’industrializzazione chimica ha prodotto una tale quantità di sostanze inquinanti da uccidere perfino i batteri fecali, facendo si che secondo i parametri presi in considerazione dalle ARPA la qualità dell’acqua risulti eccellente ed il mare perfettamente balneabile.

E lo stesso discorso riguardante le bandiere blu della FEE vale per le campagne proposte dalle sedicenti organizzazioni ambientaliste, Legambiente in testa che con la propria campagna “Goletta verde” ormai da decenni premia le località balneari “virtuose” analizzando la qualità delle acque esclusivamente dal punto di vista microbiologico, esattamente come fanno le ARPA e come dispone la legge.

Eppure di motivi per “sospettare” che i mari italiani possano essere oggetto d’inquinamento chimico e perfino radioattivo in verità ce ne sono una valanga e non soltanto a causa dell’enorme quantità d’industrie chimiche (L’Ilva di Taranto su tutte) che da oltre mezzo secolo hanno sversato e sversano rifiuti tossici nei fiumi e nel mare.

Basti pensare ad esempio che delle 135 piattaforme galleggianti presenti nei mari italiani per l’estrazione di gas e petrolio, ben 100 non sono sottoposte ad alcuna normativa di controllo, nonostante il rischio sia quello dello sversamento nelle acque di metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE. E ricordare come il Mediterraneo pur costituendo la centesima parte delle superfici salate della terra concentri in sè il 50% dell’inquinamento petrolifero marino mondiale a causa del fatto di essere un mare “chiuso” le cui acque si rinnovano molto lentamente.

Se per quanto concerne le fonti d’inquinamento chimico la situazione non è certamente rosea, forse risulta anche peggiore in merito all’inquinamento radioattivo. Basti pensare che solamente fra il 1989 ed il 1995 ben 90 navi sono “state affondate” all’interno del Mediterraneo nell’ambito del traffico di rifiuti tossici e radioattivi, attività ben nota all’intelligence militare ed oggetto di un’inchiesta mai arrivata a compimento a causa della morte improvvisa e poco chiara del capitano De Grazia che ai tempi la conduceva. Alla quantità di unità militari nucleari statunitensi che stazionano e compiono esercitazioni all’interno dei nostri mari. Alle scorie radioattive francesi che spesso transitano nel Mediterraneo, alle centrali nucleari militari esistenti (pur in un Paese che per ben due volte ha abolito il nucleare con un referendum), come quella di San Piero a Grado in Toscana che scarica a mare le acque raioattive proprio all’interno di quello che notoriamente è conosciuto come il “santuario dei cetacei”.

Insomma i mari italiani forse stanno veramente diventando sempre più blu, per quanto concerne l’aspetto estetico, ma con tutta probabilità contengono veleni ben più pericolosi di quanto non possano esserlo i batteri fecali. Sarebbe compito delle autorità verificare lo stato di contaminazione chimica e radioattiva delle acque in cui nuotano i bagnanti e gettano le reti i pescatori, ma le ARPA preferiscono trincerarsi dietro al fatto che la normativa europea non impone analisi di questo genere, pur demandando però alle autorità locali il compito di tutelare la salute pubblica.

Molto meglio fingere che vada tutto bene, distribuire bandierine blu e raccontare con toni entusiastici quanto stiano diventando puliti i mari italiani, in fondo la salute pubblica è un concetto vago facilmente manipolabile, mentre il business turistico al contrario è una mangiatoia concreta dove è sempre comodo fare il commensale

Il mistero del Malaysian Airlines MH-370: quattro persone scomparse rendono Jacob Rothschild l’unico proprietario di un brevetto.

politicamente scorretto.info 22.9.18

Rothschild eredita un Brevetto sui semiconduttori della Freescale Semiconductors

La scomparsa di quattro persone, proprietari del brevetto di un semiconduttore,  in viaggio sulla Malaysia Airlines MH370 rende il famoso miliardario Jacob Rothschild l’unico proprietario dell’importante brevetto.

Il mistero che circonda la Malaysian Airlines MH-370 sta crescendo ogni giorno di più, e passa sotto silenzio il misterioso occultamento sulla scomparsa del volo subita dalla compagnia aerea. Sempre più teorie del complotto stanno cominciando a diffondersi su internet. Una delle cospirazioni è che Freescale Semiconductor microcontrollori ARM ‘KL-03‘,  è una nuova versione di un microcontrollore del vecchio KL-02. Questa storia folle su come gli Illuminati Rothschild sfruttano le compagnie aeree per ottenere i pieni diritti su un, brevetto di un incredibile micro-chip KL-03  sta mandando in tilt Internet soprattutto quando si è saputo del coinvolgimento di Jacob Rothschild .

Una società di tecnologia USA aveva 20 dei suoi dirigenti a bordo del Malaysia Airlines Flight MH370 ed aveva appena lanciato un nuovo gadget di guerra elettronica per sistemi radar militari nei giorni precedenti la scomparsa del Boeing 777.

Freescale Semiconductor ha sviluppato microprocessori, sensori e altre tecnologie negli ultimi 50 anni. La tecnologia creata è comunemente indicata come embedded processors, che secondo la società sono “semiconduttori autonomi che eseguono funzioni di elaborazione dedicate a sistemi elettronici“.

“Perché così tanti dipendenti Freescale viaggiavano insieme? Quali erano i loro posti di lavoro. Erano in missione e, in caso affermativo in che cosa consisteva questa missione? Possono, questi dipendenti, essere la causa della scomparsa di questo volo? Potrebbe il volo essere stato dirottato e queste persone rapite? Conoscono questi dipendenti  informazioni preziose, che li hanno trasformati in un carico prezioso? Conoscevano tecnologiche aziendali segrete? Con tutta la potenza della tecnologia perché non può essere trovato questo aereo? Dove si trova questo aereo e dove si trovano queste persone? “

20 dipendenti di Freescale, tra le 239 persone sul volo MH370, erano per lo più ingegneri ed altri esperti che lavoravano per rendere i servizi di chip della società a Tianjin, in Cina, e Kuala Lumpur più efficienti, ha detto Mitch Haws, vice presidente, delle comunicazioni globali e delle relazioni con gli investitori.

“Queste persone con molta esperienza e background tecnico, erano persone molto importanti”, ha detto Haws. “E’ sicuramente una grande perdita per l’azienda.”

Rothschild Behind Disappearance of Flight MH370?

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In Malesia, la moderna struttura operativa di Freescale produce e testa circuiti integrati (IC) nella sede di Petaling Jaya.

Sulla base di informazioni ottenute dal sito web di Freescale, l’impianto ha iniziato ad operare nel 1972 ed ha una estensione di otto ettari, è specificamente progettato per la produzione e la sperimentazione di microprocessori, processori di segnali digitali e circuiti integrati a radiofrequenza.

Essa possiede anche Freescale RF che è coinvolto nella creazione di soluzioni per il settore Aerospaziale e della Difesa di seguito elencati.

1. Comunicazione per il Campo di battaglia 

2. Avionica 

3. Radar HF – banda L e S 

4. Missili Guidati 

5. Guerra elettronica 

6. Individuazione, amico o nemico (IFF)

Gli azionisti di Freescale includono il Carlyle Group, investitori di private equity, i cui consulenti nel passato hanno incluso l’ex presidente degli Stati Uniti George Bush Sr e l’ex primo ministro britannico John Major.

Precedenti clienti del Carlyle includono dei pesi massimi come il Saudi Binladin Group, la ditta di costruzione di proprietà della famiglia di Osama bin Laden.

Il fatto che Freescale aveva così tanti tecnici altamente qualificati a bordo del Boeing 777 aveva già spinto teorie del complotto su ciò che sarebbe potuto accadere.

L’azienda afferma che andavano in Cina per migliorare le operazioni di prodotti di consumo, ma nuovi collegamenti di Freescale alla tecnologia di guerra elettronica rischia di innescare più speculazione che approfondire il mistero.

Gli esperti sono rimasti sconcertati di come possa un grande jet passeggeri aver evaso i sistemi radar militari senza essere rilevato e, anche nella battuta a tutto campo durata fino a sei ore.

Come evitare la via dei radar in “tecnologia cloaking ” è stato a lungo uno degli obiettivi dell’industria della difesa e Freescale è stata attiva nello sviluppo dei chip per i radar militari.

Sul suo sito web, l’azienda dice che i suoi prodotti a radio frequenza soddisfano i requisiti per le applicazioni in “avionica, radar, comunicazioni, guida dei missili, guerra elettronica e di identificazione amico o nemico“.

Lo scorso giugno ha annunciato che stava creando un team di specialisti dedicati alla produzione di “prodotti di alimentazione a radiofrequenza” per l’industria della difesa.

E il 3 marzo (ap), ha annunciato che stava liberando 11 di questi nuovi gadget per l’uso in “alta frequenza, VHF e banda bassa radar UHF e le comunicazioni radio“.

L’azienda non ha risposto alle domande dei Express Online, tra cui, se uno qualsiasi dei suoi dipendenti mancanti stessero lavorando su prodotti per la difesa.

Essa non ha fornito le risposte alla più recente teoria della cospirazione ampiamente pubblicati sui commenti delle sezioni di siti web dei giornali e di altri forum di internet.

Nel commento si legge: “Vi si legge:” Hai messo insieme il puzzle di perdere volo 370 a Pechino in Cina? In caso contrario, qui ci sono i pezzi mancanti.

Quattro giorni dopo la scomparsa del volo MH370, è stato approvato il  brevetto dei semiconduttori dalla US Patent Office e diviso in parti del 20% tra cinque primi. Uno dei proprietari è la stessa azienda, Freescale Semiconductor, Austin, Texas (USA), e gli altri quattro dipendenti cinesi della società: Peidong Wang, Zhijun Chen, Cheng e Li Ying Zhijong, tutti della città di Suzhou. E tutti passeggeri dell’aereo Malaysia Airlines scomparsi l’8 marzo, secondo Eternity .

E aggiunge: “Ecco la tua motivazione per il volo mancante di Pechino. Mentre tutti e quattro i componenti cinesi del brevetto erano passeggeri sull’aereo mancante.

I titolari di brevetti possono alterare il ricavato legalmente passando la ricchezza ai loro eredi.”Tuttavia, non possono farlo fino a quando non è stato approvato il brevetto. Così, quando l’aereo è scomparso, il brevetto non era ancora approvato.”

Tuttavia, la teoria assurda non torna.

Anche se un brevetto Freescaleesiste con il numero US8650327, nessuno dei nomi elencati in realtà appare sul manifesto dei passeggeri rilasciato dalle autorità malesi.

Se il titolare del brevetto muore, gli altri proprietari condividono equamente i dividendi del defunto. Se quattro dei cinque titolari del brevetto muoiono, allora il brevetto lasciato lo ottiene il rimasto vivo al 100% del brevetto. Che titolare del brevetto che rimane è l’azienda Freescale Semiconductor . Chi possiede Freescale Semiconductor? La risposta è: Jacob Rothschild. Il miliardario britannico possiede la società Blackstone, che a sua volta possiede la società Freescale Semiconductors. Diverse speculazioni su Internet ora prestano attenzione a questa circostanza. I Rothschild sono una dinastia di finanzieri e banchieri internazionali di origine ebraico-tedesca. La famiglia è dal XIX secolo una delle famiglie più influenti di banchieri e finanzieri d’Europa.

La ricerca continua per volo MH370 ma la speculazione che circonda il suo destino cresce di giorno in giorno.

sotto l’immagine del registro del brevetto

Fonte: www.express.co.uk

Se Foa viene eletto, Vietnam in Rai. Ma i 5 Stelle lo votano?

Giorgio Cattaneo libreidee.org 22.9.18

Nel caso venga eletto presidente della Rai, Marcello Foa dovrà affrontare una guerriglia interna permanente, un vero e proprio Vietnam. Parola di Gianfranco Carpeoro, protagonista all’inizio di agosto di una clamorosa rivelazione: il giornalista, candidato da Salvini, fu stoppato da Berlusconi, che pure aveva già dato il suo ok al leader della Lega. Cos’era accaduto? Un giro di telefonate, innescate da Parigi: il supermassone reazionario Jacques Attali, vicinissimo a Macron, aveva interpellato nientemeno che Giorgio Napolitano, il quale avrebbe consigliato ad Attali – per bloccare l’elezione di Foa – di chiamare il massone Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo e in grado di premere sul Cavaliere, poi chiamato direttamente dallo stesso Attali. Sia Attali che Napolitano, secondo Gioele Magaldi, militano nella stessa potentissima Ur-Lodge, la “Three Eyes”, a lungo dominata da oligarchi come Kissinger, Brzezinski e Rockefeller. In web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”, Carpeoro – avvocato, nonché autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo” – aveva sparato la “bomba” in tono semiserio, attribuendo la notizia a “un sogno”, provocato da una “peperonata indigesta”. «Mi risulta che l’effetto l’abbia avuto, quel “sogno”», dice ora Carpeoro, visto che si riparla di Foa come presidente della Rai.

La vera fonte del “sogno”? La prestigiosa loggia rosacrociana “Tre Globi” di Berlino, alla quale Carpeoro – a sua volta massone, già a capo del Rito Scozzese italiano – è rimasto legato. La sconcertante esternazione d’inizio estate, osserva Frabetti, è stata taciuta dai media mainstream (con la sola eccezione del quotidiano “La Verità” diretto da Maurizio Belpietro), ma non è certo passata inosservata ai piani alti del potere. Ex caporedattore del “Giornale” e allievo di Indro Montanelli, Marcello Foa è l’autore del dirompente saggio “Gli stregoni della notizia”, che mette alla berlina il sistema-media, accusato di fabbricare “fake news”. Ora Foa potrebbe dunque salire finalmente sul gradino più alto della nomenklatura Rai? Nel caso, dice Carpeoro sempre in streaming web con Frabetti, non avrà vita facile: se la “Three Eyes”, foss’anche per colpa dell’imbarazzante “sogno della peperonata”, si vedesse costretta a non ostacolare più l’ascesa di Foa, il neo-presidente sarebbe comunque “assediato”, da subito, dall’ostilità accanita dello stesso establishment che sta “braccando” Salvini, tallonato da vasti settori della magistratura. Ma non è detto che Foa riesca davvero a diventare presidente: tecnicamente, secondo Carpeoro, potrebbe addirittura sbattere contro l’ipotetico veto dei 5 Stelle, in sede di commissione parlamentare di vigilanza.

«Chi ha ritenuto che il mio non fosse un sogno ma la verità – dice oggi Carpeoro – può aver pensato che forse, in quel momento, qualcuno lo stesse “sputtanando”». Insomma, la trama della “Three Eyes” era ormai venuta allo scoperto. «Bisogna capire però se l’effetto-sputtanamento è stato solo un modo per guadagnare tempo, per poi vedere di “vendere” in un altro modo il siluramento di Foa, o se invece abbiano proprio deciso di “mollare il colpo”, per poi gestire la faccenda diversamente». Oggi, aggiunge Carperoro, «l’unico modo per silurare ugualmente Foa è premere sui 5 Stelle affinché siano loro a farlo fuori: e quel tipo di potere, questa possibilità ce l’ha». Gli unici che possono affondare la candidatura di Foa, insiste Carpeoro, sono proprio i pentastellati: «Non può più farlo Forza Italia, perché sarebbe una conferma della “peperonata”. Non può farlo Salvini, perché sarebbe una sconfitta troppo grossa, per lui. E non hanno la forza di farlo i vari residui di opposizione». I 5 Stelle, dunque? «Sono gli unici che hanno la possibilità di silurare Foa, ma non so se ne abbiamo la motivazione». Tuttavia potrebbero piegarsi «di fronte a una coercizione grande, da parte di un soggetto come una Ur-Lodge».

Attenzione, precisa Carpeoro: «Non dico che lo vogliano fare o che lo faranno, dico solo che – ex ante – gli unici che hanno questa possibilità sono loro: una possibilità concreta, politica, non necessariamente una volontà o un’inclinazione». Morale, il destino di Foa sembra a un bivio: «O viene silurato dai 5 Stelle adesso, o viene eletto. Ma ovviamente, un secondo dopo l’eventuale elezione, entrerebbe in una specie di Vietnam, di Cambogia, dove qualcuno punterà la clessidra e preparerà un conto alla rovescia». Quanto all’affidabilità dei 5 Stelle, non da oggi lo stesso Carpeoro esprime perplessità – soprattutto sul conto di Luigi Di Maio, che considera esser stato ampiamente “sovragestito” proprio da quel genere di poteri forti evocati dal famoso “sogno della peperonata”. Prima ancora delle elezioni, Carpeoro dichiarò ripetutamente che Di Maio entrava e usciva dall’ambasciata Usa di via Veneto a Roma, e che ad accompagnarlo a Washington nei santuari delle Ur-Lodges neo-aristocratiche fosse il politologo Michael Ledeen. Esponente di vertice della supermassoneria sionista, Ledeen è citato da Carpeoro nel suo saggio sui legami fra massoneria e terrorismo islamico targato Isis: lo mette addirittura in relazione all’omicidio del premier svedese Olof Palme, nell’ambito di un opaco circuito di cui facevano parte Licio Gelli e l’allora parlamentare statunitense Philip Guarino.

A evocare nuovamente l’ombra delle Ur-Lodges è anche Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt, di cui lo stesso Carpeoro è un autorevole esponente. Magaldi ha attaccato direttamente il ministro dell’economia, Giovanni Tria: «Un massone non dichiarato ma presentatosi come progressista, eppure oggi allineato al rigore europeo promosso dal supermassone neo-aristocratico Draghi, che infatti lo ha apertamente elogiato». Carpeoro invita a fare un passo indietro: «I 5 Stelle – ricorda – hanno subito il siluramento del precedente candidato al ministero dell’economia». Si tratta di Paolo Savona, bloccato dal “niet” di Mattarella. «Quindi – prosegue Carpeoro – Tria è la conseguenza di una scelta di campo che i 5 Stelle hanno condiviso, o sbaglio?». In altre parole: l’accettazione di una linea più morbida con Bruxelles, imposta tramite il Quirinale. «A questo punto – conclude Carpeoro – o cambiano idea, o si tengono Tria. Bisogna capire perché dovrebbero cambiare idea (perché si potrebbero tenere Tria, invece, lo sappiamo già)». Quello di Tria è ovviamente un ruolo di garante: tramite minacce, come l’impennarsi dello spread, «il potere che “sovragestisce” l’Europa ha fatto sapere ai 5 Stelle che, senza la presenza di un suo garante, sarebbe cominciata una specie di guerra totale, contro l’Italia, e quindi è passato Tria». Ora, bisogna vedere se è cambiata la situazione: «I 5 Stelle rivendicheranno una maggiore indipendenza? Io ne dubito». Sarebbe quindi possibile mettere sotto pressione Di Maio e soci, al punto da indurli a boicottare Foa?

BENTIVOGLI (FIOM) E “L’ITALIA DELLA DUNA”

 scenarieconomici.it 22.9.18

Ad un convegno dell’Istituto Bruno Leoni, Bentivogli, dirigente sindacale Fim Cisl, afferma in pompa magna:

Bene, mai esempio fu più errato poiché:

A quel tempo il nostro automotive era straordinariamente sviluppato!

L’Italia spaventava tutti i suoi vicini.

Le Alfa e le Lancia facevano mangiare la polvere alle macchine tedesche, francesi e svedesi:

ecco la mitica Lancia Stratos SUPERVINCENTE:

e la Lancia Delta:

Ed ecco le Alfa:

I salari reali erano piu alti.

I risparmi erano molto piu alti.

Poi vennero i Franco-Longobardi che, corrompendo la nostra classe dirigente, la convinsero che dovevamo distruggere tutto questo in nome di quello che viene comunemente chiamato IL FOGNO EUROPEIFTA!

Da li in poi, l’Italia è stata gestita da comuni Vicerè con racconti favolistici come “lavorerete un giorno di meno guadagnando come in giorno di più” o, appunto, quello della Duna. La Duna, affermazione assurda (nelle intenzioni) e sbagliata nel concetto.
Essa fu una delle prime auto “globalizzate” della Fiat, prodotta in Brasile e destinata iniziamente a quel solo mercato!
Bentivogli dovrebbe studiare di più, sempre che non sapesse già le cose e le sue intenzioni non fossero altre!

Ad maiora.

 

 

Finanziamenti al Teatro Eliseo di Roma: indagato Luca Barbareschi

leiene.mediaset.it 21.9.18

L’attore e regista è accusato di “traffico di influenze” per gli 8 milioni di euro ricevuti dal teatro. Noi nel 2013 gli avevamo chiesto delle sue assenze in Parlamento. Non la prese per niente bene

Luca Barbareschi è indagato dopo il maxi finanziamento da 8 milioni di euro al teatro Eliseo di Roma di cui l’attore ed ex parlamentare è direttore. L’accusa sollevata dal pm Giuseppe Cascini è per “traffico di influenze”. Secondo quanto ricostruito, Barbareschi avrebbe favorito l’assunzione in teatro della figlia di un faccendiere, che in cambio avrebbe “sponsorizzato” la presentazione dell’emendamento grazie al quale l’anno scorso il Parlamento ha approvato lo stanziamento a favore dell’Eliseo. Dal Fondo unico per lo spettacolo, erogato dallo Stato, al teatro sono arrivati 8 milioni di euro per la stagione 2017-2018.

Nonostante la prima bocciatura al maxi contributo da parte dell’allora ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, l’emendamento è arrivato in commissione Bilancio con le firme dei deputati Alberto Giorgetti di Forza Italia e Sergio Boccadutri del Pd. In questo passaggio, il contributo sarebbe stato raddoppiatopassando da 2 a 4 milioni di euro per ciascun anno. A tutte le altre sale è spettato solo un ottavo di questa cifra. Per primi a presentare ricorso al Tar del Lazio sono stati altro teatri dal Sistina, al Cometa, fino al Parioli, l’Ambra Jovinelli, il Quirino e il Vittoria. A ruota anche le associazioni di categoria come l’Agis e il Federvivo hanno presentato denuncia parlando di “contributo straordinario ad personam”.

Barbareschi è finito a spesso al centro delle polemiche: a lui avevamo rivolto alcune domande nel 2013. Ai tempi era deputato in Parlamento tra le file del Gruppo Misto. Le sue assenze in aula in alcuni mesi superavano il 90%. In quel periodo continuava nel suo lavoro di attore, regista e produttore per il film “Mi fido di te”. Il nostro Filippo Roma è andato a chiedergli come facesse con i due lavori, perché nonostante le sue assenze continuava a percepire il lauto stipendio. Glielo abbiamo chiesto sul set, dove non ci ha risposto. Alla radio ci ha riattaccato il telefono. E nel mezzo del mare della Sicilia ci ha insultati minacciandoci di denuncia. Allora lo abbiamo atteso sulla terra ferma, ma anche qui per noi ha avuto solo insulti, botte e minacce.

Guarda qui il servizio completo di Filippo Roma

 

 

Come far funzionare la “pace fiscale”

MATTEO GIANOLA interri.it 22.9.18

Calcolo delle tasse

Calcolo delle tasse

Quando si parla di “pace fiscale” futura si presume, solitamente, che sia in corso una “guerra fiscale” e, infatti, così è, per lo meno nella percezione comune.

Da un lato ci sono cittadini e imprese vessate da un fisco fin troppo esoso, dall’altra c’è la retorica del “dalli all’untore” riferita agli evasori fiscali considerati l’origine di ogni male dell’intero sistema Italia.

Nulla, però, può essere più errato di quest’ultima impressione perché, benché il sistema impositivo italiano sia folle sia nel numero di adempimenti richiesti sia nella mole di risorse drenate dallo Stato, a livello del mero pagamento delle imposte gli italiani sono tutt’altro che dei pessimi pagatori.

La pressione fiscale nel 2017, infatti, è stata calcolata al 42,3% del Pil, questo significa che a fronte di 1.700 miliardi di euro circa prodotti dall’economia nazionale ben 725 miliardi sono stati intermediati dallo Stato. Contemporaneamente, su dati 2016, il tasso di evasione si assesta al 15,6% secondo l’Agenzia delle Entrate e l’Istat che, contrariamente alla vulgata amplificata anche da diversi esponenti politici e mediatici, è un valore perfettamente nella media degli stati Ocse e addirittura di un punto percentuale inferiore al tasso di evasione fiscale rilevato in Germania da Destatis.

Detto questo, comunque, va rilevato che la mole di cartelle per contenziosi aperti con il fisco italiano nel corso degli anni è divenuta estremamente rilevante e calcolata nell’ordine dei 1.000 miliardi di euro che, però, sarebbero difficilmente aggredibili perché riguardanti sia posizioni ancora in fase di accertamento definitivo, sia altre dietro contenzioso anche a livello giudiziale sia altre ancora in capo ad aziende fallite o a soggetti ormai defunti. I tempi e i costi per la riscossione, tutt’altro che certa, sarebbero quindi improponibili tanto che se si trattasse di poste in un bilancio aziendale, invece che fiscali, con molta probabilità verrebbero spesate e portate a perdita su crediti in bilancio.

A tutto ciò si dovrebbe considerare che il c.d. “governo del cambiamento” avrebbe previsto una rivoluzione in ambito impositivo, fosse anche solo per l’estensione del regime di flat tax dalle società a tutto il comparto produttivo di professionisti e Pmi, e, solitamente, prima di operazioni del genere si dovrebbe fare tabula rasa del pregresso per ripartire da zero.

Qui entra l’ipotesi del condono tombale, che è sempre un’azione onerosa da parte del contribuente ma che permetterebbe di chiudere tutte le posizioni aperte con il fisco con un forte sconto rispetto al mero “saldo e stralcio”.

Ovvio che solo la parola condono in coloro che abbiano costruito la propria carriera politica sui temi della trasparenza e dell’onestà, presunta e auto dichiarata almeno, faccia venire la pelle d’oca anche solo per la difficoltà di giustificare il tutto al proprio elettorato di riferimento che giudicherebbe questa azione il solito regalo ai mariuoli che abbiano gozzovigliato a spese degli onesti contribuenti ignorando che, invece, se si andassero a spulciare le cartelle inesatte le sorprese potrebbero non essere poche anche solo per la reale esistenza di alcuni degli illeciti contestati.

Per queste ragioni il “colpo di spugna” che si va delineando non sarà chiamato “condono” ma prenderà il nome più evocativo di “pace fiscale” che si allinea, malignamente parlando, alla neolingua del politicamente corretto che si sta affermando sempre di più e che serve per nascondere fatti e concetti poco graditi dietro espressioni che offrano di questi una percezione neutra o, addirittura, positiva.

Tralasciamo le modalità con cui questa sanatoria avrà luogo poiché ad oggi sono solamente abbozzate e, sicuramente, verranno modificate nel corso dei lavori parlamentari ma il concetto che sta alla base non è banale. Una chiusura di tutte le posizioni pendenti, anche con forte sconto come indicato qualche riga fa, rappresenterebbe una fonte sicura di introiti per lo Stato a fronte di un credito aleatorio che presenterebbe costi ingenti anche solo dal lato dell’azione di riscossione che, come già ricordava Befera anni fa, quando erano in carico a Equitalia, rappresentano un macigno che, spesso, annulla il vantaggio per i conti dello Stato dato dal pagamento delle imposte arretrate.

Il problema vero che si va delineando, però, è che perché ci sia una vera “pace fiscale” deve essere riformato completamente l’impianto fiscale con l’abolizione della clausola del “solve et repete” a fronte delle contestazioni (prevista dall’art.29 del Dl. n. 78/2010 nonostante la Corte Costituzionale ne avesse indicato l’illegittimità con la sentenza numero 21 del 31 marzo 1961) unitamente all’applicazione vera del c.d. “Statuto del Contribuente” (Legge 27 luglio 2000, n. 212) per garantire i diritti, finora solo sulla carta, delle persone a fronte dei doveri, certi, con il fisco.

La “pace fiscale”, infatti, deve essere l’occasione per ripristinare il contratto sociale con gli italiani, riportando al centro i contribuenti stabilendone una volta e per tutte, in maniera inequivocabile, diritti e doveri portando il fisco ad essere al servizio del cittadino e non meramente un male necessario al funzionamento della Cosa Pubblica.

Sarebbe inutile se lo strombazzato provvedimento finisse per essere l’ennesima trovata per acquisire un introito una tantum per fronteggiare un’esigenza di liquidità, diverso sarebbe, invece, se le dichiarazioni dei vertici di governo in questi giorni si trasformassero in un impianto strutturale volto a riportare equità nei rapporti, sempre problematici, fra cittadini ed Erario ovviamente il tutto unito all’azzeramento della situazione pregressa per permettere una ripartenza a tutti.

Capitalismo: una sofferta storia d’amore

di Matteo Russo – 20 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

Siamo in perenne contraddizione con noi stessi e col mondo che ci circonda. Non c’è da meravigliarsi, in fondo lo siamo sempre stati e sempre lo saremo. Il punto sta nel comprendere perché oggi il concetto di godimento si sia declinato nel ‘divieto di non godere’, ossia in quel circolo vizioso che vive e si alimenta della nostra rassegnazione.

«C’è qualcosa di strano nell’aria, una brezza leggera che spira da Ovest. È la sensazione che tutto sia destinato a cambiare». Potrebbe sembrare una citazione, ebbene, non lo è affatto. Non significa assolutamente nulla. È bello aprire un articolo che vuole avere la pretesa di essere “impegnato” con una frase che non ha alcun senso. È un tentativo che potrebbe spiazzare, incuriosire o innervosire. A pensarci bene, però, essa potrebbe essere una menzogna qualsiasi che un individuo qualsiasi, purché dotato della necessaria credibilità, potrebbe proferire dinanzi a un auditorio per catturarne l’attenzione. Cosa c’è di sbagliato in questo? Non siamo forse liberi di captare, catturare, predare il “disponibile” in virtù di un più alto ideale di giustizia, di benessere collettivo o più semplicemente di un meschino tornaconto personale?

Anzi, sarebbe alquanto riduttivo limitarsi alla sola “disponibilità cognitiva” quando l’universo simbolico-appropriativo sembra non avere confini tracciabili, e tempo e spazio, al netto delle speculazioni filosofiche, si configurano come umane proiezioni volontaristiche lanciate nel cosmo delle opportunità. Probabilmente dovremmo interrogarci sul rapporto tra mezzi e fini, sul concetto di virtù, di giustizia, aprendo così un ampio dibattito etico-filosofico, che seppur di notevole interesse, sarebbe purtroppo confinato presso pochi cenacoli intellettuali. Ed il potere, inteso nella sua accezione biopolitica, ovvero nelle sue sottili e molteplici declinazioni, non può aspettare: vive di rapidità decisionale e flessibilità. È immanente alla libertà del soggetto, non un suo mero prodotto relazionale.

Michel Foucault

L’esercizio del potere non è una semplice relazione tra ‘partner’ individuali o collettivi ma una forma di effetto agente sugli altri. Di fatto i rapporti di potere sono definiti attraverso una forma d’agire che non produce effetti direttamente e immediatamente sugli altri ma sul loro agire.

In questo senso esso produce agire, ed in quanto produttore e prodotto dell’agire, è paradossalmente la massima espressione di libertà. Esso non ha bisogno di coartare, e neanche di sorvegliare e punire, bensì di orientare disorientando. Scioglie definitivamente il giogo del capitale incoraggiando l’auto-addomesticamento.

David Harvey, geografo di professione e marxista di vocazione, nel suo ultimo libro Marx e la follia del capitale illustra con straordinaria chiarezza la follia della ragione economica sottesa alle declinazioni del nuovo paradigma di potere.

David Harvey

Egli sottolinea come la nostra naturale disponibilità e accettazione verso l’accumulazione, che tende a superare il suo limite quantitativo e dunque il suo valore d’uso intrinseco per imporsi esclusivamente come valore di scambio, sia dominata da un processo schizofrenico. Inoltre, affinché il processo si compia e non si esaurisca, è opportuno che gli individui rendano fruttuoso il laborioso accumulare accrescendo esponenzialmente i propri consumi al di là dei bisogni. Ecco allora il proliferare batterico delle più disparate industrie culturali e d’intrattenimento ormai svuotate di qualsivoglia significato per i suoi avventori. E fin qui nulla di nuovo sotto la luce del sole. Ciò su cui vale la pensa soffermarsi sono invece:

Le narrazioni utopistiche contemporanee di come le nuove configurazioni tecnologiche basate sull’intelligenza artificiale ci stiano portando alla soglia di un nuovo mondo di consumismo emancipativo e di tempo libero per tutti, ignorando completamente l’alienazione disumanizzante dei processi di lavoro residui e ‘a perdere’ che ne risultano.

Ed il ragionamento alla base è ineccepibile: se il capitale per prodursi e riprodursi deve accumulare all’infinito – pur dovendo tuttavia scontare la scarsità delle risorse materiali e la limitata disponibilità del fattore produttivo umano – esso è chiamato a colonizzare quel centimetro ancora “incolto” della nostra esistenza. Da un lato minaccia l’espropriazione, la spoliazione totale dell’uomo dai processi produttivi, obbligandolo a sottostare a intollerabili condizioni dettate dal mercato; dall’altro premia la sua emancipazione reimmettendolo in possesso e godimento di quei beni dai quali è stato in realtà definitivamente espropriato, alimentando questo circolo all’infinito.

Si compie, così, una forma di sfruttamento tanto capillare da prendere il nome di espropriazione del comune. Tale espropriazione interessa non solo l’aspetto economico/lavorativo di ciascun individuo, ma definisce anche il grado di autodeterminazione del singolo all’interno del contesto sociale, abbracciando simbolicamente sia la sfera della possibilità vitale (nihil humanum mihi alienum), che quella della drammatica disgregazione individuale. Questa ambivalenza di fondo genera la figura del lavoratore precario (termine ormai desueto) o per meglio dire dell’essere umano precarizzato da un sistema di extra-produzione che lo allontana da quell’ordine simbolico una volta percepito come rassicurante. L’individuo, pertanto,immerso in un ordine sociale destrutturato e privo di quei sistemi di protezione e assistenza che avrebbero potuto garantirgli una sfera di salvaguardia, diviene un facile obiettivo di pratiche di manipolazione e condizionamento.

 

Production, Reproduction, Destruction of Space, Place and Nature, D. Harvey

Tornando al nostro incipit, si noti quanto possa essere persuasiva una perifrasi linguistica. Nella genesi 1, 2, 3 Dio dice: “sia la Luce” e “la luce fu”. La parola conferisce alle cose un vero e proprio stato ontologico. Forgia il mondo con un’indistruttibile lega di significati e relazionali a disposizione dei suoi fabbri. Ciò significa che le più aspre contese si avranno sulla creazione di immaginari e universi semantici, sulle codificazioni di innovativi codici linguistici, sul valore persuasivo di neologismi. La parola è dunque strumento di lotta e appropriazione, quindi di potere, se non, come nel caso divino, addirittura di creazione. In psicologia cognitiva si parla comunemente di effetto priming per indicare l’effetto che ha su un soggetto l’esposizione a una determinata parola.

Moltissimi studi condotti in merito, come per esempio il celebre esperimento dello psicologo americano John Bargh altrimenti conosciuto come effetto Florida, mostrano come l’esposizione a una parola modifichi a livello inconscio il nostro comportamento, tanto da spingerci ad agire in base alla suggestione ricevuta. La sensibilizzazione a determinati stimoli visivi o uditivi secondo il premio nobel all’economia Daniel Kahneman ha un impatto devastante sulla nostra vita quotidiana, e non si ha ragione di dubitarne. Esito naturale e ulteriore del priming è inoltre quello di disorientare e riorganizzare, di orientare disorientando. A tal proposito Noam Chomsky all’interno del suo divinatorio decalogo 10 strategies of manipulation by the media chiarisce proprio questo concetto: la forza del messaggio mediatico consiste nella sua assenza di contenuti certi, poiché solo confondendo e frammentando acriticamente l’immaginario collettivo è possibile attuare una massiccia riorganizzazione cognitiva.

5 Chomsky5 chomsky 2Strategy of Manipulation di Chomsky

È Interessante notare come in questa subdola sovrapposizione d’opposti, in questo divertissement tra congenita insicurezza e ottimistica speranza di dominare il futuro, il capitale si propaghi indisturbato. Come sottolinea Daniel Kahneman, l’ottimismo è il vero motore del capitalismo: gli individui ottimisti considerano il mondo più benevolo di quanto non lo sia, esagerano le loro capacità predittive e sono pronti a rischiare tutto sottostimando le probabilità di insuccesso. Tuttavia, pur non essendo l’ottimismo affatto un male di per sé, espone costoro al cosiddetto bias ottimistico, che è forse il più importante dei bias cognitivi.

Le società che credono sulla parola a esperti troppo sicuri di sé si aspettino conseguenze costose.

Come sostiene Nassim Taleb, non comprendere abbastanza l’incertezza dell’ambiente induce gli agenti economici e politici a correre rischi che andrebbero altrimenti evitati. La nostra società, però, esprime grande compiacenza e ammirazione per ogni sorta di “decisionismo”, per chi ha il coraggio di assumere rischi, per retori e salvatori d’ogni sorta. L’immagine del self made man, del proud white man senza macchia e senza paura pronto ad aggredire la vita in ogni sua sfaccettatura, è ancora vivida e pulsante nel nostro immaginario, lubrificando l’ingranaggio in modo straordinario.

Citizen Kane in Quarto Potere

Il punto sta allora nel provare a comprendere perché l’uomo contemporaneo abbia introiettato un tale paradigma di potere, tanto pervasivo e totalizzante, da annullarlo completamente nella sua proiezione, nel suo feticcio. Nell’uomo che capitalizza se stesso. Sarà forse allora una pulsione di morte, un latente sadomasochismo, oppure il grande Altro lacaniano sadico e punitivo a indicarci la strada, come d’altronde accade in ogni storia d’amore che si rispetti. Il trait d’union tra la tesi Kahnemaniana e quella lacaniana sta dunque nel rifiuto categorico del paradigma della castrazione impersonata dagli inguaribili ottimisti, veri e propri alfieri del capitalismo. Nel ripudio della negazione e del fallimento se non come momento propedeutico per il raggiungimento del successo. Potremmo altrimenti definire questa tendenza come autism of juissanceovvero come imperativo categorico di compulsivo e sfrenato edonismo, che ha come paradossale conseguenza quella di esaurire ogni puro godimento.

Nella nostra epoca segnata dal collasso degli ordini simbolici, dalla fusione tra reale e virtuale, dal parossismo e dagli eccessi più sfrenati, il Super-Io che un tempo era detentore dell’interdizione, del nostro intimo divieto imperativo, ci vieta di non godere. E allora il divieto di non godere diventa il vero godimento che non potrà dirsi mai completamente tale. E allora è tutto un grande equivoco, una inconciliabile intersezione tra opposti, un sillogismo che non si chiude. Laddove muore la ragione e si dischiude un orizzonte di pura follia, iniziamo veramente ad amare, e come ogni in ogni storia d’amore che si rispetti bisognerà pur godere della propria sofferenza, perché infondo stiamo amando con tutto noi stessi.

Visco (Bankitalia) richiama il Governo: attenzione al deficit pubblico

firstonline.info 22.9.18

Il Governatore della Banca d’Italia condivide l’opportunità di puntare sugli investimenti per lo sviluppo dell’economia ma mette in guardia il Governo su un ricorso eccessivo al deficit pubblico per finanziare le richieste dei Cinque Stelle e della Lega sulla manovra economica che il ministro Tria sta congegnando.

Visco (Bankitalia) richiama il Governo: attenzione al deficit pubblico

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco è intervenuto al 64° Convegno di Studi Amministrativi “Sviluppo economico, vincoli finanziari e qualità dei servizi”, presso Villa Monastero di Varenna. Ecco il testo del suo intervento, dal titolo “Investimenti pubblici per lo sviluppo dell’economia”:

Nell’ultimo decennio l’economia italiana ha attraversato la peggiore crisi della sua storia. La doppia recessione, durante la quale il prodotto interno lordo è diminuito di circa nove punti percentuali, è stata seguita da una ripresa debole e stentata: dal 2013 a oggi abbiamo recuperato meno della metà del terreno perduto. In questo contesto è stata da più parti sostenuta l’opportunità di aumentare la spesa per investimenti pubblici, che può avere effetti positivi sul livello dell’attività economica nel breve periodo e incidere sul suo potenziale di crescita nel più lungo termine. L’impulso fornito dalla maggiore spesa è di norma più elevato se questa è finanziata in disavanzo. Può essere più forte se gli investimenti effettuati risultano complementari al capitale privato, incrementandone al margine la redditività: verrebbe per tale via incentivata la spesa in investimenti delle imprese. Nel medio-lungo periodo, l’aumento del potenziale di crescita deriva dall’apertura di nuove opportunità per l’attività economica e dallo stimolo all’innovazione; questi effetti possono essere conseguiti con la realizzazione di infrastrutture materiali, specie se ad alto contenuto tecnologico, e soprattutto attraverso investimenti in ricerca e in conoscenza.

Nel breve periodo l’aumento del livello del prodotto, misurato dal cosiddetto “moltiplicatore degli investimenti”, può essere tanto forte da superare la crescita del debito pubblico dovuta al disavanzo. Ma se su questo effetto non si innesta quello di più lungo termine sul potenziale di crescita, la riduzione del rapporto tra debito e prodotto è temporanea: mentre il disavanzo continua ad alimentare il debito, il prodotto torna a crescere a ritmi simili a quelli precedenti all’aumento di spesa. L’entità del moltiplicatore dipende da alcune variabili importanti: rapidità ed efficienza degli interventi e capacità di individuare quelli in grado di determinare un effettivo incremento qualitativo e quantitativo del capitale pubblico sono le qualità necessarie per massimizzare l’impatto diretto sul prodotto; il permanere di condizioni finanziarie ordinate è indispensabile per evitare fenomeni di “spiazzamento” degli investimenti privati, che possono essere scoraggiati da un aumento dei tassi di interesse. L’attenta selezione dei programmi da finanziare è cruciale anche per ottenere gli effetti di più lungo periodo sul potenziale di crescita; non deve penalizzare le risorse disponibili per le infrastrutture immateriali.

Vanno tenuti in considerazione i vincoli che derivano dall’elevato livello del debito. Un aumento improduttivo del disavanzo finirebbe col peggiorare le prospettive delle finanze pubbliche, alimentando i dubbi degli investitori e spingendo più in alto il premio per il rischio sui titoli di Stato. Il rapporto tra debito pubblico e prodotto potrebbe  rapidamente portarsi su una traiettoria insostenibile. Nelle attuali condizioni della finanza pubblica e con un basso grado di efficienza nell’amministrazione, il ricorso al disavanzo va utilizzato con cautela, assicurando un impiego delle risorse effettivamente rivolto al sostegno dell’attività economica, nel breve e nel più lungo termine. Anche se un’efficace politica di investimenti riuscisse a portare l’economia su un più elevato sentiero di crescita, resterebbe necessario definire una strategia credibile negli obiettivi di bilancio e nelle linee di riforma, tale da determinare una riduzione del premio per il rischio sui titoli di Stato italiani. In questo scenario il rapporto tra debito e prodotto si avvierebbe su una traiettoria di progressiva riduzione, tanto più rapida quanto più contenuta la differenza tra onere per interessi e crescita nominale dell’economia e più ampio l’avanzo di bilancio al netto della spesa per interessi.

Investimenti pubblici e domanda aggregata

È noto che la spesa pubblica cosiddetta “diretta”, come quella per investimenti, può avere un impatto più forte sulla domanda aggregata rispetto a uscite con effetti “indiretti”, quali i trasferimenti pubblici, che possono essere parzialmente destinati al risparmio dai loro percettori, in misura più elevata al crescere dei redditi. La valutazione precisa degli effetti macroeconomici di breve periodo di un aumento degli investimenti pubblici è però circondata da elevata incertezza. La dimensione del moltiplicatore (ossia l’incremento del prodotto generato da un aumento della spesa finanziato in disavanzo) dipende da molti fattori: il grado di utilizzo delle risorse produttive, l’orientamento della politica monetaria e le condizioni finanziarie che ne derivano; la presenza di eventuali ritardi e inefficienze nella definizione e nell’attuazione dei programmi di investimento; la valutazione dei mercati sulle prospettive di sostenibilità del debito a seguito dell’aumento di spesa. Simulazioni effettuate su un orizzonte di breve-medio periodo con il modello econometrico trimestrale della Banca d’Italia indicano che nello scenario più favorevole il moltiplicatore è superiore all’unità e l’aumento del prodotto ottenuto con i maggiori investimenti determina una riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL nell’arco di un quinquennio. È ragionevole ipotizzare che se la selezione degli investimenti non fosse accurata, o la loro attuazione fosse caratterizzata da sprechi e inefficienze, il moltiplicatore risulterebbe significativamente inferiore, avvicinandosi a quello (più basso) della spesa per trasferimenti. In queste circostanze il rapporto tra debito pubblico e PIL aumenterebbe.

Analogo risultato si avrebbe se il piano di spesa suscitasse i timori degli investitori: l’aumento dei costi di finanziamento (per il settore pubblico e di conseguenza per quello privato) ridurrebbe lo stimolo all’attività economica fornito dai maggiori investimenti, mentre il disavanzo risulterebbe più elevato per via sia della minore crescita dell’economia sia del progressivo incremento nella spesa per interessi. La valutazione del potenziale impatto di un maggiore disavanzo sul premio per il rischio sovrano non è semplice: si tratta di una relazione non lineare e volatile, influenzata da molte variabili, alcune non immediatamente quantificabili. Se l’espansione di bilancio dovesse essere accompagnata da un deterioramento della fiducia degli investitori come quello che, per ragioni diverse, si è verificato tra il 2011 e il 2012, l’impatto sui tassi di interesse potrebbe essere, come allora, particolarmente elevato. Non si possono applicare a situazioni di questo genere le stime basate sui valori registrati nelle economie avanzate in condizioni finanziarie normali. Bisogna comunque ricordare che ogni anno lo Stato deve collocare sul mercato circa 400 miliardi di debito pubblico. Il modello econometrico non tiene esplicitamente conto della complementarità tra capitale pubblico e privato nella funzione di produzione delle imprese. Investimenti che siano in grado di accrescere la redditività del capitale privato, incentivandone l’accumulazione, si possono tradurre in valori più elevati del moltiplicatore.

La letteratura empirica su questo nesso è ampia ma – anche a causa di non banali difficoltà metodologiche – non giunge a risultati univoci. Gli effetti stimati ne confermano comunque la rilevanza. Anche gli esercizi econometrici condotti da altre istituzioni, pur nella non piena comparabilità delle diverse simulazioni, sottolineano il ruolo determinante dei fattori di contesto che ho menzionato precedentemente: la reazione della politica monetaria, la capacità di ben selezionare e di mettere in atto senza ritardi né sprechi gli investimenti, le aspettative sull’evoluzione della finanza pubblica.

Investimenti pubblici e potenziale di crescita

L’analisi economica ha da tempo riconosciuto che il progresso tecnico e la dinamica della produttività totale dei fattori costituiscono l’effettivo motore della crescita economica per i paesi avanzati, nei quali l’iniziale rapida accumulazione di capitale fisico e la crescita della forza lavoro hanno esaurito la loro spinta. Un’adeguata dotazione di capitale pubblico può agevolare l’adozione di nuove tecnologie e la riorganizzazione dei processi produttivi, anche facilitando la nascita di nuove imprese. Può rivelarsi essenziale nel sostenere le fasi iniziali di sviluppo di tecnologie particolarmente innovative. Va riconosciuto però che il nesso tra accumulazione di capitale pubblico e sviluppo economico, per quanto cruciale, risulta sostanzialmente elusivo. È evidente che il capitale pubblico non comprende solo le infrastrutture materiali – come le reti di trasporto e quelle per le telecomunicazioni e l’energia – ma anche l’insieme delle conoscenze e competenze di cui un’economia può disporre. Queste due tipologie di capitale, materiale e immateriale, condividono alcune caratteristiche dei beni pubblici e senza l’intervento dello Stato sarebbero disponibili in quantità insufficiente. Lo Stato sostiene l’accumulazione immateriale sia direttamente, con la ricerca scientifica nelle università e nei centri di ricerca pubblici e con la prestazione di servizi di istruzione, sia indirettamente, attraverso sussidi e incentivi fiscali all’attività privata. Vi è evidenza che entrambe queste forme di intervento, se ben congegnate, incidono positivamente sulla crescita economica. In un contesto di rapido cambiamento tecnologico, promuovere l’accumulazione di capitale umano e il suo miglioramento qualitativo, appare altrettanto se non più importante dell’investimento in infrastrutture materiali, soprattutto nel nostro paese. La spesa pubblica per istruzione è intorno al 4 per cento del PIL, molto più bassa che nella media dell’area dell’euro. L’Italia risulta agli ultimi posti tra i paesi sviluppati per le competenze della sua forza lavoro. Il divario rispetto agli altri paesi è pronunciato anche con riferimento all’attività di ricerca e sviluppo, sebbene in questo caso sia pressoché interamente dovuto alla componente privata della spesa.

La spesa pubblica per investimenti e la dotazione di infrastrutture in Italia

La spesa per investimenti fissi lordi delle Amministrazioni pubbliche si è ridotta in Italia negli ultimi anni ed è inferiore a quella registrata in altri paesi europei. In termini nominali è diminuita del 4 per cento all’anno in media dal 2008; una tendenza alla riduzione della spesa si osserva anche nel resto dell’area dell’euro, pur se meno pronunciata. In percentuale del PIL, la spesa è calata in Italia dal 3 per cento nel 2008 al 2 per cento nel 2017; la riduzione si è concentrata nelle Amministrazioni locali. Recentemente la Commissione europea ha stimato che nel nostro paese si registra un “deficit” di investimenti pubblici. Va tenuto presente che il significato economico delle voci di spesa non sempre coincide con la classificazione contabile. Le uscite registrate nel conto delle Amministrazioni pubbliche alla voce “investimenti fissi lordi” non sono destinate interamente alla formazione delle infrastrutture materiali, né rappresentano la totalità delle risorse finanziarie destinate a tale scopo. Circa la metà riguarda altre tipologie di spesa, quali ad esempio quelle per impianti, macchinari e brevetti. Investimenti in infrastrutture materiali sono effettuati anche da soggetti esterni al settore pubblico che realizzano comunque opere di pubblica utilità (tra questi i concessionari delle reti ferroviarie, stradali, dell’energia e delle telecomunicazioni).

Solo parte di queste spese passano dal bilancio pubblico e sono contabilizzate nella voce “contributi agli investimenti”, una voce molto eterogenea la cui composizione risente delle peculiarità nazionali nella classificazione settoriale degli enti coinvolti (all’interno o all’esterno delle Amministrazioni pubbliche) e nelle modalità di regolamentazione delle public utilities. Misurare la dotazione di infrastrutture di un paese è un esercizio complesso. Si possono utilizzare indicatori di tipo finanziario basati sulle risorse impiegate o si può far
ricorso a indici di dotazione fisica (lunghezza e densità delle reti di trasporto, fornitura di energia e acqua, telecomunicazioni, etc.) che possono anche riflettere differenze nella morfologia dei territori e nel grado di efficienza con cui le risorse sono impiegate. Vi sono infine indici che si propongono di cogliere l’adeguatezza complessiva delle reti infrastrutturali, tenendo conto per quanto possibile della domanda potenziale, delle
connessioni tra le diverse reti, dei fenomeni di congestione. Se si fa riferimento a indicatori basati sul cosiddetto metodo dell’inventario permanente, che cumula i dati storici sulla spesa annua per investimenti al netto del
deprezzamento stimato, la situazione dell’Italia appare sostanzialmente in linea con quella delle maggiori economie dell’area dell’euro. Rispetto ai primi anni 2000, si è ampliato il divario rispetto alla Francia, ma c’è stato un miglioramento rispetto alla Germania e alla Spagna.

Nel 2017 le Ferrovie dello Stato hanno effettuato investimenti per circa 4,5 miliardi (4,3 del 2016), quasi interamente effettuati dalla controllata RFI Spa, che si occupa della rete. Gli investimenti di Autostrade per
l’Italia sono ammontati a circa 600 milioni; altri 200 sono stati investiti dal secondo concessionario in ordine di importanza, il gruppo Gavio. Per la rete di telecomunicazioni, TIM ha investito circa 3,5 miliardi. Per quanto riguarda le infrastrutture elettriche, nel biennio 2016-17 Enel ha investito oltre 2,5 miliardi, Terna oltre 1,9 miliardi. Per la rete del gas naturale, Snam ha effettuato investimenti per circa 2,7 miliardi nell’ultimo triennio. Utilizzando indicatori fisici di dotazione infrastrutturale e rapportandoli a opportune variabili di scala, si ottengono risultati diversi. Ad esempio, in rapporto alla popolazione (una misura, per quanto molto rozza, della domanda potenziale di trasporto), la rete stradale e ferroviaria italiana risulta meno estesa di quella di Francia, Germania e Spagna. Analogamente, se si confronta il tempo di percorrenza minimo tra due territori, ponderato per la popolazione, si conferma una posizione di svantaggio dell’Italia nei confronti della media europea, suggerendo possibili effetti di congestione.

Per misurare l’adeguatezza delle infrastrutture di un paese nel loro complesso – non solo quindi quelle di trasporto – sono infine disponibili valutazioni di natura soggettiva, la cui interpretazione richiede particolare cautela. Ad esempio, il World Economic Forum produce un indice sintetico per 137 paesi nel mondo; l’Italia risulta al 58° posto, distanziata da tutti i maggiori paesi europei. Secondo un’indagine simile (sebbene ristretta ai paesi europei e alle infrastrutture comunali) condotta dalla Banca europea degli investimenti nel 2017 l’Italia avrebbe un livello qualitativo analogo a quello spagnolo ma inferiore a quello francese, tedesco e a quello medio dell’Unione europea. Nel complesso si può notare una divergenza tra quanto suggerito dagli indicatori costruiti a partire dalla spesa storica e quanto desumibile da indicatori più analitici di adeguatezza delle reti (un ritardo dell’Italia rispetto agli altri paesi europei emerge solo dal secondo gruppo di indicatori). Si potrebbe presumere che tale divergenza sia dovuta anche a una minore “efficienza” nella realizzazione delle opere. Come ho notato in precedenza, l’efficienza è una variabile chiave nel determinare l’impatto macroeconomico della spesa per investimenti, sia nel breve sia nel lungo periodo.

Il testo integrale sul sito di Banca d’Italia.

Sindacato e istituzioni chiedono, ma Fca non risponde

Stefano Rizzi  Sabato 22 Settembre 2018 lo spiffero.com

Cresce la preoccupazione sui destini degli impianti torinesi. I vertici fanno orecchie da mercante alle richieste di Chiamparino e Appendino. L’assenza di interlocutori e il timore che la Famiglia stia preparando l’uscita dall’auto

“Non ci stupiremmo di venire a sapere che Fca è stata venduta, leggendo i giornali”. È più di una battuta sarcastica quella che circola dalle parti di via Fanti, sede dell’Unione Industriale di Torino. È il tratteggio nervoso di uno scenario dove la pressoché assenza di canali di comunicazione con il Lingotto appare perfettamente sovrapponibile a quello del gruppo con altri Palazzi e altri inquilini di rango: da tempo sia il presidente della Regione, sia la sindaca hanno chiesto anche tramite il Governo di avere risposte sul futuro di Fiat.

Ma né Sergio Chiamparino, né Chiara Appendino hanno finora avuto risposta alla domanda che non nasconde le “preoccupazioni legate in particolare all’incertezza totale su come si traduca il piano industriale e di investimenti in Italia”.

Il governatore aveva rimarcato l’assenza di “elementi che ci diano certezze, e non solo per Torino. Per questo – aveva ribadito – sarebbe importante che il Governo invitasse il gruppo a un incontro”, precisando che il suo voleva e vuole ancora essere “un atteggiamento collaborativo: per raggiungere un obiettivo comune tutte le parti devono essere coinvolte”. Si era ai primi di settembre e ad oggi nulla indica di sia mosso qualcosa. Insomma, non è solo il ministro Danilo Toninelli a non rispondere al presidente della Regione: pur con tutte le differenze del caso, l’atteggiamento dei vertici di Fca pare lo stesso del titolare delle Infrastrutture.

Di motivi per manifestare preoccupazioni e anche timori non ne mancano: di ieri la comunicazione del gruppo automobilistico ai sindacati della necessità dell’utilizzo di permessi e ferie collettive per i lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori, “per fare fronte al calo produttivo causato dalle contrazioni di mercato”. Alla Maserati di Grugliasco, come informa la Fiom, i contratti di solidarietà proseguiranno fino a fine anno, con una proroga di 3 mesi. “La riduzione degli ammortizzatori sociali conseguente al Jobs Act e la contestuale contrazione delle richieste di mercato – commenta il segretario della Uilm di Torino Dario Basso -– ci costringono a trovare soluzioni alternative per fare in modo che le nuove fermate produttive non gravino in maniera eccessiva sui lavoratori”. Anche il sindacato ritiene “urgente un incontro con l’azienda per parlare del futuro di Mirafiori e capire quando sarà assegnato un nuovo modello”.

Domande che coincidono in tutto o in parte con quelle, ad oggi, senza risposta avanzate dalle istituzioni. Preoccupazioni che non si discostano molto da quelle che arrivano dal mondo imprenditoriale, specie quello dell’indotto, anch’esso interessato da un’assenza di canali attivi ed efficienti di comunicazione con un gruppo che, forse, mai come oggi mostra questo aspetto che non può che apparire come distanza rispetto alla città, alla regione, alle loro rappresentanze sociali ed economiche.

La scomparsa di Sergio Marchionne si sente anche in questo. Di certo l’attesa di segnali dal nuovo ad Michael Manley e del top management è ancora tale. Non ha giovato, sicuramente, nel mantenimento di quei canali di comunicazione di cui si lamenta l’assenza o la scarsa funzionalità, l’uscita di scena di una figura come quella del responsabile per l’Europa (ma con uno sguardo sempre attentamente rivolto su Torino) Alfredo Altavilla.

Rimpiangendo da più parti l’epoca in cui figure come quella di Cesare Annibaldierano il riferimento per situazioni come quella attuale, anche il volgere lo sguardo fiducioso verso uno degli ultimi torinesi, ossia Pietro Gorlier, non si sa quanto potrà risultare risolutivo essendo ancora in predicato la scelta del successore di Altavilla. Gorlier è considerato il manager adeguato a quel ruolo. Oggi è protagonista del processo di cessione di Magneti Marelli di cui è ad. Molto dipenderà anche dall’esito di questa operazione.  A corteggiare Fca per acquisire l’azienda ci sono vari fondi di private equity internazionali, oltre a Kkr. La notizia della trattativa con Kkr era stata data lo scorso 22 agosto dal Wall Street Journal, che aveva anche riferito come la società potrebbe essere valutata tra i 3,23 e i 6 miliardi di euro, con una forchetta più probabile tra i 4 e i 5 miliardi.

Poche ore dopo Bloomberg aveva precisato che Kkr potrebbe condurre l’acquisizione tramite la controllata giapponese Calsonic Kansei Corp, acquisita lo scorso anno da Nissan Motor Co e altri azionisti per circa 4,5 miliardi di dollari e che le due società, di dimensioni simili, potrebbero essere fuse per dar vita a un grande gruppo leader di settore a livello mondiale da 18 miliardi di euro di fatturato. Sempre secondo Bloomberg, Kkr non sarebbe l’unico soggetto interessato all’acquisizione di Magneti Marelli che conta oltre 43mila dipendenti, 86 stabilimenti di produzione e 14 centri di ricerca e sviluppo, una presenza in 19 paesi e forniture di tutti i principali gruppi automobilistici del mondo, anche se il 38% dei ricavi nel 2017 è derivato dalle vendite al gruppo Fca.

Una cessione che è difficile non vedere come un’accelerazione dei piani di dismissione da parte della famiglia Agnelli-Elkann e una progressiva uscita dal settore dell’auto. Chissà che non vada troppo lontano chi a Torino mette in conto di scoprire che hanno venduto, leggendolo sui giornali.

Ecco gli hedge fund che si celano nelle grandi aziende come Apple

di  startmag.it 22.9.18

L’articolo di Thomas Gilbert e Christopher Hrdlicka

Quando si compra una quota di azioni Apple, non si acquista semplicemente una società tecnologica da mille miliardi di dollari. Si compra anche una quota in una delle più grandi società di investimento al mondo: Braeburn Capital, sussidiaria interamente controllata dal colosso di Cupertino.

Braeburn gestisce un portafoglio finanziario di 244 miliardi di dollari, il 70% degli asset nel portafoglio di Apple. Dunque, la Mela agisce come un hedge fund supportando questo portafoglio con 115 miliardi di dollari di debito.

Come un hedge fund, fornisce informazioni minime sulle partecipazioni di Braeburn Capital. Ma a differenza di un hedge fund, non si limita ad accettare fondi da investitori sofisticati. Apple investe il denaro degli investitori più ordinari, come un fondo comune, senza dire loro cosa possiedono, la più basilare protezione offerta dai fondi comuni.

Attenzione azionisti e obbligazionisti. Analoghi casi di hedge fund ombra abbondano all’interno delle società industriali dello S&P 500. E la maggior parte rivela meno informazioni di Apple sulle proprie attività.

La ricerca, pubblicata sul Journal of Finance, mostra che nel 2012 queste società gestivano un portafoglio complessivo di 1,6 mila miliardi di dollari di attività finanziarie non operative. Di questi, quasi il 40% riguarda attività finanziarie rischiose, quali obbligazioni societarie, titoli garantiti da ipoteca, auction-rate security e azioni. Le attuali norme contabili richiedono alle società di riportare solo le valutazioni aggregate su base trimestrale.

Come Apple, queste aziende fanno leva. In un primo momento, il debito può sembrare sicuro quando è supportato da attività finanziarie. Ma questi non sono gli asset sicuri e liquidi che in genere facilitano le operazioni giornaliere. Con il passaggio ad attività finanziarie più rischiose e illiquide, le corporation danneggiano i titolari di debito, apparentemente per aiutare gli azionisti.

Questi non sembrano ottenere alcun vantaggio, però. Dalla ricerca emerge che grandi partecipazioni di attività finanziarie rischiose sono associate alla distruzione di valore. Il mercato prezza un dollaro in attività finanziarie rischiose notevolmente meno del suo valore. Ampie partecipazioni rischiose sono inoltre associate a una scarsa governance aziendale, all’eccesso di fiducia dei ceo e a una remunerazione dei dirigenti che incentiva il rischio, come le retribuzioni basate su azioni o opzioni.

Attraverso questi fondi hedge ombra, le società industriali inseguono l’alfa. Ma battere il mercato è difficile, e il solo tentativo distrugge valore mediante le commissioni e la conseguente distrazione del management dal core business. Solo pochi prescelti tra i gestori di hedge fund e fondi comuni sovraperformano il mercato. Ed è improbabile che i migliori scelgano di lavorare per società industriali a una retribuzione inferiore. Inoltre, se le tesorerie aziendali creassero davvero valore, le società dovrebbero essere felici di strombazzarne il successo. Invece nascondono i risultati agli investitori sfruttando i deboli obblighi di informativa.

Armonizzare gli standard in materia di informativa per i fondi hedge ombra con quelli imposti ai fondi comuni di investimento e ad altri intermediari finanziari, compresa la rendicontazione trimestrale di ogni attività detenuta e il mark-to-market giornaliero del valore del portafoglio, è fondamentale per avere una base informata di investitori. Alle società che hanno più dell’1% delle attività del portafoglio in strumenti finanziari non equivalenti a mezzi liquidi deve essere richiesto di detenere tali attività in una controllata che segnali giornalmente il proprio valore patrimoniale netto.

(articolo tratto da Mf/Milano Finanza)

Il “morbo insanabile” dell’economia italiana tra squilibrio conti e nuovo rischio recessione

22/09/2018 09:38 di Redazione Finanzaonline

Il crollo del ponte Morandi a Genova come emblema dei mali che attanagliano l’Italia tra debito ai massimi di sempre, equilibrio tra entrate e uscite fuori controllo, crescita in rallentamento e, in prospettiva, a rischio recessione. L’Italia è affetta da un morbo insanabile – argomenta Maurizio Mazziero, analista finanziario e fondatore della Mazziero Research – in cui lo sperpero del denaro pubblico si accompagna a misure infruttuose per tornare a crescere. Siamo a uno spartiacque tra quello che hanno compiuto i passati governi e le misure ambiziose in termini di spesa del Governo Conte, in carica da giugno. I miseri risultati sono da attribuire a chi ci fu. I mercati hanno già fatto sentire il morso della sfiducia a fronte di dichiarazioni scomposte e fra poco il bilancio dovrà fare i conti anche con una spesa di interessi in aumento”. “Non vi sono scorciatoie – continua Mazziero – ma soprattutto non servono sfide e provocazioni, quel che bisogna fare è commentare poco e lavorare molto, tenendo conto che il debito di oggi saranno le maggiori tasse di domani. La strada su cui non dovrebbero esservi dubbi è tornare ad investire, l’unico modo per tornare a crescere“.

Guardando ai conti pubblici, l’Italia ha “dormito sugli allori in questi anni favorevoli in cui avremmo dovuto cercare di migliorare le nostre fragili condizioni e tornare a crescere per creare occupazione. Invece nulla, sono stati fatti tanti bei tweet ed ora la realtà è ancora più fragile se posta in prospettiva a quello che ci aspetta. Ora abbiamo un nuovo Governo che si è definito del cambiamento; nulla di quanto si troverà in questo Osservatorio è imputabile ad esso, ma il periodo di grazia sta per finire e ormai le scelte di programmazione economica non sono più rimandabili. In questo numero ci siamo permessi di dare un suggerimento: invertire quella perniciosa diminuzione degli investimenti a favore della spesa che alimenta il consenso”.

Debito potrebbe diventare insostenibile con tassi in ascesa

Il debito pubblico è ai nuovi livelli record (2.342 miliardi). “Come sempre, quando escono questi dati si trova qualcuno che indica di non soffermarsi al valore assoluto, ma di rapportarlo al PIL; anche in questo caso ci troviamo con un valore estremamente elevato, superiore al 130%, che potrebbe diventare insostenibile in uno scenario di innalzamento dei rendimenti”, argomenta il XXXI Osservatorio trimestrale di Mazziero Research.

La dinamica del debito pubblico è abbastanza ripetitiva di anno in anno, perlomeno nell’andamento, molto meno nelle entità delle variazioni in termini assoluti. Tuttavia, sottolinea Mazziero, questa caratteristica ci permette di stimare che il valore di 2.342 miliardi dovrebbe restare il massimo annuale 2018, mentre nei prossimi mesi inizierà la discesa che, con un picco secondario nel mese di novembre, dovrebbe giungere a dicembre in una zona tra 2.300-2.320 miliardi.

Ecco le stime di Mazziero Research

Debito Pubblico

La stima ad agosto 2018

2.329 miliardi (in forte calo)

Intervallo confidenza al 95%: 2.325 – 2.333 miliardi

Dato ufficiale verrà pubblicato il: 15 ottobre 2018

La stima a dicembre 2018

Compreso tra 2.301 e 2.318 miliardi

Intervallo confidenza al 95%

Dato ufficiale verrà pubblicato a metà febbraio 2019

Spesa per Interessi

La stima a fine 2018

Spesa interessi titoli di Stato: 69,1 miliardi di euro,

Dato finale annuale dopo le rettifiche: circa 67,1 miliardi di euro.

Variazione PIL

La stima a fine 2018

Variazione PIL stimata: +1,1%

Acquisti BCE di titoli di Stato italiani

La stima a dicembre 2018, termine QE

Acquisti totali per 366 miliardi, 18,4% del circolante.