Capitalismo: una sofferta storia d’amore

di Matteo Russo – 20 settembre 2018 lintellettualedissidente.it

Siamo in perenne contraddizione con noi stessi e col mondo che ci circonda. Non c’è da meravigliarsi, in fondo lo siamo sempre stati e sempre lo saremo. Il punto sta nel comprendere perché oggi il concetto di godimento si sia declinato nel ‘divieto di non godere’, ossia in quel circolo vizioso che vive e si alimenta della nostra rassegnazione.

«C’è qualcosa di strano nell’aria, una brezza leggera che spira da Ovest. È la sensazione che tutto sia destinato a cambiare». Potrebbe sembrare una citazione, ebbene, non lo è affatto. Non significa assolutamente nulla. È bello aprire un articolo che vuole avere la pretesa di essere “impegnato” con una frase che non ha alcun senso. È un tentativo che potrebbe spiazzare, incuriosire o innervosire. A pensarci bene, però, essa potrebbe essere una menzogna qualsiasi che un individuo qualsiasi, purché dotato della necessaria credibilità, potrebbe proferire dinanzi a un auditorio per catturarne l’attenzione. Cosa c’è di sbagliato in questo? Non siamo forse liberi di captare, catturare, predare il “disponibile” in virtù di un più alto ideale di giustizia, di benessere collettivo o più semplicemente di un meschino tornaconto personale?

Anzi, sarebbe alquanto riduttivo limitarsi alla sola “disponibilità cognitiva” quando l’universo simbolico-appropriativo sembra non avere confini tracciabili, e tempo e spazio, al netto delle speculazioni filosofiche, si configurano come umane proiezioni volontaristiche lanciate nel cosmo delle opportunità. Probabilmente dovremmo interrogarci sul rapporto tra mezzi e fini, sul concetto di virtù, di giustizia, aprendo così un ampio dibattito etico-filosofico, che seppur di notevole interesse, sarebbe purtroppo confinato presso pochi cenacoli intellettuali. Ed il potere, inteso nella sua accezione biopolitica, ovvero nelle sue sottili e molteplici declinazioni, non può aspettare: vive di rapidità decisionale e flessibilità. È immanente alla libertà del soggetto, non un suo mero prodotto relazionale.

Michel Foucault

L’esercizio del potere non è una semplice relazione tra ‘partner’ individuali o collettivi ma una forma di effetto agente sugli altri. Di fatto i rapporti di potere sono definiti attraverso una forma d’agire che non produce effetti direttamente e immediatamente sugli altri ma sul loro agire.

In questo senso esso produce agire, ed in quanto produttore e prodotto dell’agire, è paradossalmente la massima espressione di libertà. Esso non ha bisogno di coartare, e neanche di sorvegliare e punire, bensì di orientare disorientando. Scioglie definitivamente il giogo del capitale incoraggiando l’auto-addomesticamento.

David Harvey, geografo di professione e marxista di vocazione, nel suo ultimo libro Marx e la follia del capitale illustra con straordinaria chiarezza la follia della ragione economica sottesa alle declinazioni del nuovo paradigma di potere.

David Harvey

Egli sottolinea come la nostra naturale disponibilità e accettazione verso l’accumulazione, che tende a superare il suo limite quantitativo e dunque il suo valore d’uso intrinseco per imporsi esclusivamente come valore di scambio, sia dominata da un processo schizofrenico. Inoltre, affinché il processo si compia e non si esaurisca, è opportuno che gli individui rendano fruttuoso il laborioso accumulare accrescendo esponenzialmente i propri consumi al di là dei bisogni. Ecco allora il proliferare batterico delle più disparate industrie culturali e d’intrattenimento ormai svuotate di qualsivoglia significato per i suoi avventori. E fin qui nulla di nuovo sotto la luce del sole. Ciò su cui vale la pensa soffermarsi sono invece:

Le narrazioni utopistiche contemporanee di come le nuove configurazioni tecnologiche basate sull’intelligenza artificiale ci stiano portando alla soglia di un nuovo mondo di consumismo emancipativo e di tempo libero per tutti, ignorando completamente l’alienazione disumanizzante dei processi di lavoro residui e ‘a perdere’ che ne risultano.

Ed il ragionamento alla base è ineccepibile: se il capitale per prodursi e riprodursi deve accumulare all’infinito – pur dovendo tuttavia scontare la scarsità delle risorse materiali e la limitata disponibilità del fattore produttivo umano – esso è chiamato a colonizzare quel centimetro ancora “incolto” della nostra esistenza. Da un lato minaccia l’espropriazione, la spoliazione totale dell’uomo dai processi produttivi, obbligandolo a sottostare a intollerabili condizioni dettate dal mercato; dall’altro premia la sua emancipazione reimmettendolo in possesso e godimento di quei beni dai quali è stato in realtà definitivamente espropriato, alimentando questo circolo all’infinito.

Si compie, così, una forma di sfruttamento tanto capillare da prendere il nome di espropriazione del comune. Tale espropriazione interessa non solo l’aspetto economico/lavorativo di ciascun individuo, ma definisce anche il grado di autodeterminazione del singolo all’interno del contesto sociale, abbracciando simbolicamente sia la sfera della possibilità vitale (nihil humanum mihi alienum), che quella della drammatica disgregazione individuale. Questa ambivalenza di fondo genera la figura del lavoratore precario (termine ormai desueto) o per meglio dire dell’essere umano precarizzato da un sistema di extra-produzione che lo allontana da quell’ordine simbolico una volta percepito come rassicurante. L’individuo, pertanto,immerso in un ordine sociale destrutturato e privo di quei sistemi di protezione e assistenza che avrebbero potuto garantirgli una sfera di salvaguardia, diviene un facile obiettivo di pratiche di manipolazione e condizionamento.

 

Production, Reproduction, Destruction of Space, Place and Nature, D. Harvey

Tornando al nostro incipit, si noti quanto possa essere persuasiva una perifrasi linguistica. Nella genesi 1, 2, 3 Dio dice: “sia la Luce” e “la luce fu”. La parola conferisce alle cose un vero e proprio stato ontologico. Forgia il mondo con un’indistruttibile lega di significati e relazionali a disposizione dei suoi fabbri. Ciò significa che le più aspre contese si avranno sulla creazione di immaginari e universi semantici, sulle codificazioni di innovativi codici linguistici, sul valore persuasivo di neologismi. La parola è dunque strumento di lotta e appropriazione, quindi di potere, se non, come nel caso divino, addirittura di creazione. In psicologia cognitiva si parla comunemente di effetto priming per indicare l’effetto che ha su un soggetto l’esposizione a una determinata parola.

Moltissimi studi condotti in merito, come per esempio il celebre esperimento dello psicologo americano John Bargh altrimenti conosciuto come effetto Florida, mostrano come l’esposizione a una parola modifichi a livello inconscio il nostro comportamento, tanto da spingerci ad agire in base alla suggestione ricevuta. La sensibilizzazione a determinati stimoli visivi o uditivi secondo il premio nobel all’economia Daniel Kahneman ha un impatto devastante sulla nostra vita quotidiana, e non si ha ragione di dubitarne. Esito naturale e ulteriore del priming è inoltre quello di disorientare e riorganizzare, di orientare disorientando. A tal proposito Noam Chomsky all’interno del suo divinatorio decalogo 10 strategies of manipulation by the media chiarisce proprio questo concetto: la forza del messaggio mediatico consiste nella sua assenza di contenuti certi, poiché solo confondendo e frammentando acriticamente l’immaginario collettivo è possibile attuare una massiccia riorganizzazione cognitiva.

5 Chomsky5 chomsky 2Strategy of Manipulation di Chomsky

È Interessante notare come in questa subdola sovrapposizione d’opposti, in questo divertissement tra congenita insicurezza e ottimistica speranza di dominare il futuro, il capitale si propaghi indisturbato. Come sottolinea Daniel Kahneman, l’ottimismo è il vero motore del capitalismo: gli individui ottimisti considerano il mondo più benevolo di quanto non lo sia, esagerano le loro capacità predittive e sono pronti a rischiare tutto sottostimando le probabilità di insuccesso. Tuttavia, pur non essendo l’ottimismo affatto un male di per sé, espone costoro al cosiddetto bias ottimistico, che è forse il più importante dei bias cognitivi.

Le società che credono sulla parola a esperti troppo sicuri di sé si aspettino conseguenze costose.

Come sostiene Nassim Taleb, non comprendere abbastanza l’incertezza dell’ambiente induce gli agenti economici e politici a correre rischi che andrebbero altrimenti evitati. La nostra società, però, esprime grande compiacenza e ammirazione per ogni sorta di “decisionismo”, per chi ha il coraggio di assumere rischi, per retori e salvatori d’ogni sorta. L’immagine del self made man, del proud white man senza macchia e senza paura pronto ad aggredire la vita in ogni sua sfaccettatura, è ancora vivida e pulsante nel nostro immaginario, lubrificando l’ingranaggio in modo straordinario.

Citizen Kane in Quarto Potere

Il punto sta allora nel provare a comprendere perché l’uomo contemporaneo abbia introiettato un tale paradigma di potere, tanto pervasivo e totalizzante, da annullarlo completamente nella sua proiezione, nel suo feticcio. Nell’uomo che capitalizza se stesso. Sarà forse allora una pulsione di morte, un latente sadomasochismo, oppure il grande Altro lacaniano sadico e punitivo a indicarci la strada, come d’altronde accade in ogni storia d’amore che si rispetti. Il trait d’union tra la tesi Kahnemaniana e quella lacaniana sta dunque nel rifiuto categorico del paradigma della castrazione impersonata dagli inguaribili ottimisti, veri e propri alfieri del capitalismo. Nel ripudio della negazione e del fallimento se non come momento propedeutico per il raggiungimento del successo. Potremmo altrimenti definire questa tendenza come autism of juissanceovvero come imperativo categorico di compulsivo e sfrenato edonismo, che ha come paradossale conseguenza quella di esaurire ogni puro godimento.

Nella nostra epoca segnata dal collasso degli ordini simbolici, dalla fusione tra reale e virtuale, dal parossismo e dagli eccessi più sfrenati, il Super-Io che un tempo era detentore dell’interdizione, del nostro intimo divieto imperativo, ci vieta di non godere. E allora il divieto di non godere diventa il vero godimento che non potrà dirsi mai completamente tale. E allora è tutto un grande equivoco, una inconciliabile intersezione tra opposti, un sillogismo che non si chiude. Laddove muore la ragione e si dischiude un orizzonte di pura follia, iniziamo veramente ad amare, e come ogni in ogni storia d’amore che si rispetti bisognerà pur godere della propria sofferenza, perché infondo stiamo amando con tutto noi stessi.