Nella UE nè liberi nè (soprattutto) uguali

ariannaeditrice.it 22.9.18

di Maurizio Blondet – 22/09/2018

Fonte: Maurizio Blondet

Heri dicebamus:

Ogni giorno  bisogna diventare più coscienti che quella verso questa UE è una vera lotta di liberazione  – per la  riconquista della libertà e dell’uguaglianza nel consesso europeo, dove siamo stati ridotti a inferiori e subalterni.

Una tizia dell’OCSE ci ingiunge di non abolire la legge Fornero e accusa l’Italia di essere “un rischio per la prosperità europea”.

La  BCE e la Commissione  ci minacciano di apocalissi e ritorsioni se “sforiamo” il deficit dell’1,6 per cento,  negandoci il 2, e il 2,9 –  ma non era il 3, il limite per tutti gli altri? mentre  Macron sforerà il 3 per cento anche quest’anno come da almeno un quinquennio, senza ricevere  alcuna censura.

Quello che ci vien vietato così  severamente è una spesa in deficit di 10-15 miliardi;  mentre  la BCE non si è accorta che la Danske Bank  ha, tra il 2007 e il 2015, riciclato 200  miliardi di euro – e il tutto nella filiale estone, ossia di un paese di 1,4 milioni di abitanti, il cui prodotto interno lordo è di 22 miliardi, ossia un decimo della cifra riciclata e fatta sparire. Ma Danimarca ed Estonia non sono un rischio per la prosperità dell’Europa – l’Italia lo è.

L’Italia  i cui “mercati esteri”, al contrario delle previsioni e desideri degli oppositori all’attuale governo, nemici interni in combutta con i nemici esterni, sono tornati a comprare i Buoni del TEsoro italiani: perché non credono affatto all’imminente default italiano minacciato dai tedeschi e francesi, e propagandato dagli italiani servi.

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/09/19/investitori-esteri-tornano-a-comprare-btp-a-luglio_037d3072-486d-4aa0-a884-1972ef4be6ec.html

E perché non dovrebbero? Come spiega il trader Gianni Zibordi, MBA (non come Giannino):

“In Italia un Btp (10 anni) rende 1,5% più dell’inflazione (2,7% contro inflazione 1,2%). In Germania un Bund a 10 anni rende -1,5% MENO DELL’INFLAZIONE –  per cui c’è una differenza del 3% a favore del risparmiatore italiano…i BTP fanno guadagnare e i bund perdere. Lo senti dire ?”. Non certo ai media, non certo ai piddini, non certo a Giannino (senza MBA):

Della banca danese, non si è occupata.

E nessuno che chieda ragione della sua distrazione verso la  banca danese alla poliziotta della Vigilanza BCE, quella Daniéle Nouy che ha l’occhio fisso sulle nostre banche italiane, a cui  vuole imporre  “risanamenti” rovinosi, consistenti nello svendere a data ravvicinata i crediti deteriorati, in pratica provocandone il fallimento. Questa burocrate inadempiente e incapace  o disonesta –  non ha visto niente per 8 anni, sulla Danske Bank –  non pagherà alcuna conseguenza, anzi continuerà a perseguire la rovina del sistema bancario italiano.

Siamo noi che mettiamo in pericolo la UE se spendiamo 10-15 miliardi, non la Deutsche Bank che, in caso di “hard Brexit”, non potrà  più sbolognare i suoi derivati presso la London Clearing House: e di derivati “over the counter” (ossia non regolamentati, fuori dalle borse ufficiali) ne ha per 348 miliardi di euro in entrata, 276 miliardi in uscita.

Ma “noi” dobbiamo temere lo spread, non loro che hanno la banca-buco nero più grossa del mondo.

La BCE, con le parole di Mario Draghi, si permette di “dare istruzioni ai governi e  fare pagelle selettive  dei membri del governo”  attaccando quelli che “con le parole” hanno fatto aumentare lo spread; solo verso l’Italia la Banca Centrale ha questo atteggiamento padronale e intimidatorio. La Germania le ha sottratto ogni vero controllo sulle sue banche-buchi neri.

Per lo stato di diritto si deve combattere

Lo stato di diritto – dove consiste nella reciprocità  speculare dei diritti e dei doveri: in Europa tale reciprocità non esiste. Esistono dunque servi e padroni. Non si è uguali, quindi non si è liberi.

Angela Merkel espelle in Algeria tutti insieme 40 mila nordafricani e  nessuna ONU manda ispettori a controllare i razzisti tedeschi. Michelle Bachelet, la commissaria Onu, manda ispettori in Italia per “valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e razzismo contro migranti, persone di origini africane e rom”.  Lo ha fatto, naturalmente, su istigazione dei suoi amici ed amiche “progressisti” italiani. Ma è un’altra manifestazione della nostra subalternità.

Ci si dà una mano.

Tutti i media nostri (e quindi internazionali) non fanno che spiare, prevedere ed  auspicare la prossima, imminente, sperata spaccatura dell’improbabile governo giallo-verde, il cui fallimento libererà l’Europa da  quello che il commissario Moscovici ha chiamato “il problema”; “L’italia è un problema per l’Europa, i bilanci siano credibili, ha tanti piccoli Mussolini”.

Nessun  problema, invece, per la Francia di Macron. Col suo governo che perde pezzi e ministri che lo lasciano in una  settimana o due, la ministra dello sport, il ministro all’ecologia, il ministro dell’Interno, persino il suo portavoce….tutte dimissioni contro la persona, di cui ormai i più vicini hanno valutato l’arrogante  nullità,  la psicopatia autoritaria,  e il fallimento politico. Non solo i ministri, anche i militanti ed attivisti del movimento artificiale che MAcron ha fondato, La République En Marche, scappano dalla nave che affonda, denunciando verticismi ed autoritarismi: “Ci aveva venduto una democrazia partecipativa, ci ritroviamo in un  partito iper-verticale”.

Governo Macron zattera della Medusa

• .

Ormai i vignettisti hanno capito chi è.

Il punto è che il progetto di Macron è fallito: dopo aver fatto “le riforme” (leggi: tagli sociali e precarietà salariale) richiesti dalla Merkel come condizione per  la vaga promessa tedesca di “condividere i rischi” delle finanze della zona monetaria, la Merkel non ci sta: di fatto lo ha tradito.

Questa Merkel cui adesso si attribuisce  – con fondamento –   la volontà di lasciare il Cancellierato per farsi scegliere come presidente della Commissione UE:   avendo ben capito che è lì il potere di prevaricazione e di ingiustizia, e non dipendente dal voto popolare – ora che il suo elettorato non la ama più tanto.

http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/mondo/2018-09-19/merkel-vuol-lasciare-germania-guidare-commissione-europea-090800.shtml?uuid=AETgSyzF&refresh_ce=1

Chi la voterà al posto di Juncker? Nessun popolo, alla UE non si usa. Ma è ovvio, la cosca dei satelliti nordici su cui può contare e il servo sciocco Macron. Avremo una UE ancora più tedesca – di non liberi e non uguali.

Ho già postato in altra sede il passo delle memorie di Varoufakis, in cui racconta come avendo chiesto l’appoggio di Giancarlo Padoan per la Grecia sotto il torchio tedesco, s’è sentito rispondere questo:

Rivelazioni dal libro di Varoufakis

Ora, chi crede  (magari persino in buonafede) che cui vuole”Più Europa”, cerchi in quale articolo del Trattato di Maastricht o altro documento, è legittimato questo tipo di rapporto: un ministro economico europeo, che dimostra “ostilità” pregiudiziale verso un pari grado ministro di un altro paese fondatore della UE, e a cui questo  chiede come una pecora “cosa può fare per ottenerne la fiducia”, e poi esegue l’ordine che lo mette nelle grazie del sultano, tagliando posti di lavoro e danneggiando persino il partito di governo.

Ce lo spieghino, magari, quelli di quel partituzzo pseudo-rosso che si è battezzato “Liberi e  Uguali”.  Ci dica la Boldrini  dove questa UE ci riconosce Liberi e Uguali.  Già, ma lei è più uguale degli altri, al punto che servi volontari di Alitalia, da noi pagati  con le nostre tasse, hanno sloggiato un passeggero che aveva diritto  dicendo che al primo posto doveva andare un handicappato – risultata poi l’oligarca da quattro soldi ex presidenta, da nessuno votata.

Cosa avrebbe dovuto fare Padoan? Certo, abbandonare la seduta, tornare a Roma e da convocare i media per far sapere come era stata umiliata l’Italia, ed il governo per aprontare le misure necessarie. Anche l’appello al popolo. Ma non poteva, perché lui non è stato votato, non ha dietro un popolo, è un tecnocrate che l’Ocse ha prestato ad un governo la cui legittimazione popolare è stata dubbia; e che adesso all’OCSE o al FMI torna, tranquillo senza pagare i danni che ha inflitto all’economia, ma soprattutto all’onore del Paese fondatore della  UE.

Chi non si sente ribollire il sangue, chi desidera la catena di questa UE, non capisce che qui non è questione di strappare  lo 0,2 per cento, di temere lo spread – ma di combattere per la libertà e l’uguaglianza, per lo stato di diritto contro il dispotismo opaco plurilingue che la UE è diventata (o è sempre stata).

Una parola a coloro che credono che la vittoria dei “sovranisti” sia a portata di mano, nelle (lontane) elezioni europee di maggio. In Francia, il crollo  di Macron e  del suo  progetto non sta affatto favorendo il RN della Le Pen,  bensì la France Insoumise di Mélenchon,  il parito rosso radicale che ovviamente si schiererà contro “e destre”; quindi a favore del capitale del servaggio a Berlino (come del resto ha fatto  il rosso ispanico).

Certo, le  oligarchie stanno assistendo alla deliquescenza e al crollo dell’Euro-prigione dei popoli. Ma  proprio perché si sentono agli ultimi, stanno per usare metodi e procedure feroci di oppressione.

Abbiamo appena sentito  da Salisburgo   Macron il fallito, minacciare: “L’Europe n’est pas un menu à  la carte”, “i paesi che non vogliono più Frontex e più solidarietà usciranno da Schengen, quelli che non vogliono più Europa non avranno i fondi strutturali”.

Il fallito minaccia Ungheria e Polonia, naturalmente. Ma anche quei  paesi che generano “tensioni e problemi” in Europa, quelli che “non voglio rispettare il diritto umanitario, quello internazionale del mare, e rifiutano le navi che arrivano anche se sono il porto più vicino”.

Vuole l’estensione di Frontex e  la sua trasformazione in un corpo di  polizia di frontiera multinazionale di 10 mila uomini, da piazzare in Sicilia

da Schengen, quelli che non vogliono più Europa non avranno i fondi strutturali”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, facendo un lungo ragionamento sui paesi che generano “tensioni e problemi” in Europa, tra i quali ha citato quelli che “non voglio rispettare il diritto umanitario, quello internazionale del mare, e rifiutano le navi che arrivano anche se sono il porto più vicino”.

Per fortuna al posto di Gentiloni Legion D’Honneur abbiamo un primo ministro Conte, che ha replicato: “Un simile spiegamento di uomini  pone un tema di sovranità. Tutti i Paesi membri è chiaro che sono gelosi, e l’Italia non è da meno”.

Ma attenzione, è lungi dal bastare.  L’austriaco Kurz, troppo affrettatamente creduto vicino a posizioni amichevoli a noi, ha detto: su Frontex, alcuni paesi (Italia, Spagna e Grecia) sono ancora un po’ scettici – dobbiamo convincerli”.

E la Aquarius, ora con bandiera di Panama, ma sempre francese in quanto gestita da Medecins sans Frontières –  ha ripreso a fare affari con gli scafisti, si avvicina alle nostre coste  con un nuovo “prezioso carico di esseri umani” (citazione di Saviano da parte di Francesca Totolo).  Ricomincia tutto. La lotta per la libertà è solo iniziata.

E giusto perché ieri dicebamus che Bukovsky aveva predetto che la UE stava diventano una URSS; guardate il video che Messora ha diffuso e tradotto.

CARI SOVRANISTI, IL VERO NEMICO NON È POLITICO (di Luca Pinasco)

scenari economici.it 23.9.18

Lega e M5S oltre il 60%, il PD sotto il 15% e Forza Italia sotto l’8%. Savona, Bagnai, Borghi, Barra Carracciolo in posizioni chiave, Marcello Foa Presidente Rai in pectore e si fa persino il nome di Rinaldi per la Consob. Tutto ciò era impensabile soltanto l’anno scorso. La battaglia del consenso è stata vinta, l’Italia è il primo Paese in cui la maggioranza della popolazione è saldamente schierata a favore di forze più o meno sovraniste. In realtà però c’è poco da festeggiare. Quella che è stata vinta è la prima e forse potremmo dire la più semplice delle battaglie. Il nemico non è politico, se il vero nemico fosse il PD vincere la guerra sarebbe fin troppo semplice. Purtroppo per noi il vero nemico è altrove, ed è un nemico che potrebbe schiacciare il potere politico anche se quest’ultimo fosse per intero unito e compatto. Il nemico è il grande capitale finanziario proprietario di quote azionarie in tutte le maggiori società che compongono l’apparato economico industriale del paese e non solo.

Il nemico sta nei grandi fondi d’investimento, in quegli agglomerati che Gallino definiva “gli azionisti universali” e che posseggono rilevanti azioni in giornali, televisioni, grandi industrie e banche, come Black Rock, di Vanguard, di Capital World Investor, di FMR, di State Street Corp. Il vero nemico non detta la linea politica ma la linea ideologica. Il nemico è nelle prestigiose università di economia, dove si insegna quanto le liberalizzazioni e le privatizzazioni siano salvifiche per l’economia, quanto la flessibilizzazione del mercato del lavoro sia la soluzione alla disoccupazione, quanto la deregolamentazione sia la soluzione alle crisi finanziarie. Il nemico sta nelle menti dei dirigenti e dei manager formati nelle suddette università. Il nemico è in quelle società di rating private che con un discrezionale voto positivo o negativo decidono se un governo possa o meno attuare una politica economica. Il nemico sono quelle regole sbagliate o inesistenti che permettono a numerosi istituti finanziari come Goldman Sachs o Deutsche Bank di poter liberamente scambiare qualsiasi quantità di titoli di debito pubblico manovrando i tassi e mettendo a rischio intere nazioni artatamente sprovviste della protezione di banche centrali con funzione di prestatore d’ultima istanza. Il nemico ci ha portati da essere la quarta potenza industriale e l’unico paese al mondo dove la classe media poteva permettersi di possedere due case di proprietà, una al mare o in campagna e una in città, ad un paese dove ci sono dieci milioni di poveri e la classe media non arriva neppure a pagare le bollette. Il nemico nasce con il divorzio del 1981, cresce dalla rivoluzione liberista mediatica e giudiziaria del 1992 e non sarà facile debellarlo. Il nemico è in tutte quelle poltrone al Ministero dell’Economia e Finanze che Rocco Casalino minacciava in quell’audio rubato. Il nemico è ai vertici della televisione pubblica che Marcello Foa insidierà presto. Il nemico è alla Consob, vigilante della borsa poco vigile negli ultimi anni, per la quale direzione si paventa oggi il nome di Rinaldi. Il nemico è ai vertici delle società partecipate come Eni, Enel, Finmeccanica, gestite non secondo l’interesse nazionale ma secondo quello degli azionisti privati, e si spera che in futuro arriveranno nomine interessanti anche in quel versante. Il nemico è in Europa dove le politiche fiscali e monetarie sono decise in funzione della tecnica e non del benessere della popolazione, dove non importa se crollano i ponti o le scuole ma tutto ciò che conta è rispettare dei parametri. Quest’ultimo è un nemico che non dobbiamo e non possiamo affrontare adesso, poiché probabilmente si abbatterà da solo con le prossime elezioni europee, ed attaccarlo frontalmente ora, come faceva osservare il prof. Bagnai, significherebbe addossare soltanto al nostro paese il costo politico di una disfatta annunciata. Il nemico è la cultura economica neoliberista che, dal 1992, ha permeato la struttura sistemica italiana. Non sarà facile da sconfiggere, ma è inevitabilmente questa la direzione in cui muoversi.

SUL RADDOPPIO DI FIUMICINO ARRIVA IL PRIMO STOP AI BENETTON – L’OPERA DA 18 MILIARDI DI EURO FINISCE IN FREEZER: L’ENAC HA CONGELATO IL PIANO IN ATTESA DELLE SENTENZE DI TAR E CONSIGLIO DI STATO SUGLI ASPETTI AMBIENTALI – LA FAMIGLIA BENETTON, DA QUANDO ALLA VIGILIA DI NATALE DEL 2012 HA AVUTO DAL GOVERNO DI MONTI, IL VIA LIBERA ALL’AUMENTO DI 10 EURO DELLE TARIFFE AEROPORTUALI, FIUMICINO È DIVENTATO IL SECONDO BANCOMAT DEL GRUPPO AL FIANCO DEI 3 MILA CHILOMETRI DI AUTOSTRADE

dagospia.com 23.9.18

Daniele Martini per il “Fatto quotidiano”

FIUMICINO

Il megagalattico raddoppio dell’ aeroporto di Fiumicino del valore di 18 miliardi di euro viene messo per quasi un anno nel freezer (10 mesi per la precisione). E i Benetton che di quel progetto sono i sostenitori e gli eventuali beneficiari devono per la prima volta frenare i loro appetiti dopo essere stati abituati a galoppare per decenni a briglia sciolta come concessionari di beni pubblici.

L’alt viene impartito con una lettera dall’ Enac, l’Ente dell’ aviazione civile guidato per un quindicennio da Vito Riggio, finora sempre incondizionatamente a fianco degli imprenditori veneti. Protocollata il 22 giugno, la missiva evidentemente era finita in un cassetto e non porta la firma di Riggio il cui mandato scade a giorni, ma del direttore generale Alessio Quaranta. La sospensione è salutata come “una prima grande vittoria” dal Comitato Fuoripista, l’associazione che da un decennio si batte non contro lo sviluppo dell’aeroporto, ma contro il faraonico raddoppio.

FIUMICINO

E a sorpresa viene incassata se non di buon grado almeno senza virulente contrapposizioni anche dagli stessi Benetton che con l’Ente dell’ aviazione civile hanno concordato “di non voler procedere ad alcuna azione di rivalsa” contro la sospensiva e il conseguente allungamento dei tempi per Fiumicino.

Ci sono due possibile spiegazioni per questo inatteso fair play. La prima è che in queste settimane e mesi i Benetton intensificheranno il lavoro di lobby in vista di due scadenze importanti: le attese sentenze del Tar e del Consiglio di Stato sui confini e la classificazione dei terreni della Riserva naturale del litorale romano su cui dovrebbe insistere il gigantesco raddoppio dello scalo.

BENETTON FIUMICINO

L’altra spiegazione è che in questo momento per i Benetton va bene qualsiasi soluzione, sia che il raddoppio si faccia sia che non si faccia. Da quando alla vigilia di Natale del 2012 hanno avuto dal governo di Mario Monti, ormai dimissionario e in vita solo per l’ordinaria amministrazione, il via libera all’ aumento di 10 euro delle tariffe aeroportuali, Fiumicino è diventato il secondo bancomat dei Benetton al fianco dei 3 mila chilometri di autostrade. Le tariffe aeroportuali del primo scalo romano, difatti, sono le più alte d’ Italia: in media 30,94 euro a passeggero.

È vero che in teoria gli incassi non utilizzati per gli investimenti promessi dovrebbero essere retrocessi dai Benetton allo Stato. Ma, appunto, di teoria si tratta e intanto corrono interessi e dividendi: più di 700 milioni di euro in 5 anni.

ESPROPRI FIUMICINO

Il destinatario della lettera dell’ Enac è il ministero dell’ Ambiente, poi per conoscenza sono coinvolti anche il ministero dei Trasporti, Beni culturali e infine la società Aeroporti di Roma dei Benetton (AdR). Il ministero dell’ Ambiente in questo momento è il fulcro della vicenda perché è in corso la Via (Valutazione di impatto ambientale), cioè la complessa procedura relativa alle ricadute sull’ ambiente derivanti dall’ eventuale costruzione della quarta e quinta pista e della nuova aerostazione.

FRATELLI BENETTON

Come è noto lo sviluppo proposto dai Benetton si basa su un’ espansione a nordest dell’ attuale sedime su una superficie di 1.300 ettari della Riserva naturale del litorale romano tutelati da vincoli ambientali precisi e stringenti. Novecento di questi 1.300 ettari sono di proprietà dei Benetton e se il progetto del raddoppio dovesse andare avanti, questi terreni dovrebbero essere espropriati dallo Stato.

Trattandosi di una grande opera di interesse pubblico sarebbero pagati a un prezzo notevolmente superiore a quello sborsato dai Benetton allo stesso Stato quando li acquistarono come terreni agricoli dall’ Iri.

La sospensiva imposta dall’ Enac è ufficialmente collegata proprio alla procedura della Via. Il ragionamento è questo: siccome sono in fase di definizione i due ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, allora appare opportuno “voler attendere per un periodo stimato di 10 mesi, la definizione di tali questioni prima del prosieguo della procedura di Via, la quale altrimenti sconterebbe una situazione giuridico amministrativa non ancora cristallizzata”.

IMPERO DELLA FAMIGLIA BENETTON

Il Comitato Fuoripista ricorda però che il sì al raddoppio fu dato nel 2012 quando la Riserva esisteva già da 16 anni ed era noto che l’ espansione avrebbe interessato aree “sottoposte a vincoli che ne precludevano la realizzazione”. Per il Comitato “dovrebbe essere lapalissiano e di buon senso che non sia possibile costruire un secondo mega aeroporto dentro una Riserva naturale”.

Gli acini di Biancaneve al supermercato: fino a 15 pesticidi in un grappolo

Di Riccardo Quintili

22 settembre 2018 il salvagente.it

Ancora un record polverizzato. Le analisi su 20 campioni di uva effettuate in Svizzera dalla rivista KTipp hanno fatto l’en plein: tutti e 20 i prodotti sono stati trovati contaminati da pesticidi – oltre la metà di essi in quantità tutt’altro che trascurabili. Non solo, il laboratorio ha trovato non meno di 15 sostanze critiche nelle uve di Eurospar provenienti dalla Turchia.

L’uva è stata acquistata dai maggiori supermercati. L’editore – racconta la redazione di KTipp – non ha resistito alla tentazione di mangiare alcuni dei frutti non lavati e poco dopo ha avuto mal di stomaco. Dopo aver ricevuto il rapporto del laboratorio, ha capito perché: tutte le uve contenevano residui di pesticidi. 16 dei 20 campioni erano carichi di sostanze. I frutti provenivano da Italia, Francia, Spagna e Turchia.

La quantità maggiore di fitofarmaci è stata trovata nella costosa varietà “Muscat de Hambourg” di Globus. Per circa 16 milligrammi di residui di pesticidi, i clienti della controllata di Migros pagano oltre 13 euro al chilogrammo. In confronto, l’uva meno contaminata di Denner conteneva “solo” 0,13 milligrammi. Eppure, complice una legislazione che non tiene conto del numero di residui contemporanei in un alimento, i massimi legali non sono stati superati in nessun campione.

Ben 11 i campioni di uva che provenivano dall’Italia. E non si può dire che il made in Italy si sia distinto per l’uso moderato di pesticidi. 5 sostanze diverse, per esempio, sono state rilevate tanto nel prodotto “Prima gusto” venduto da Coop Svizzera che in quello a marchio Lidl, e più in generale tutta l’uva raccolta in Italia ha mostrato tracce di veleni.

In 14 grappoli il laboratorio ha trovato acido fosfonico. Il fungicida, secondo l’Ufficio tedesco per la protezione dei consumatori, è tossico per gli uccelli, i mammiferi e gli organismi acquatici. Dopo un test sulla pelle dei conigli, la sostanza è stata classificata come “altamente corrosiva”.

Ancora una volta immediate le reazioni delle catene citate dal test.

Spar, per esempio, ha comunicato che ha revocato il contratto con il fornitore turco. Gran parte delle insegne però non vedono alcun motivo per agire: Migros, Globus, Aldi e Lidl sottolineano che tutti i residui sono al di sotto dei limiti di legge, Coop scrive che le uve sono trattate con prodotti per la protezione delle colture legalmente autorizzati.

Certo è che, nonostante si tratti di campioni da agricoltura convenzionale dove si possono utilizzare pesticidi, è evidente da queste e da altre analisi come i trattamenti siano ben lontani da essere fatti con tecniche che garantiscono l’assenza nel prodotto finale che finisce in tavola.

Il trucco di Autostrade che blocca i contenziosi dei morti e degli sfollati

politicamentescorretto.info 23.9.18

Secondo quanto riporta la “Verità”, Autostrade avrebbe anticipato i soldi a chi avesse perso casa, auto o reddito. Ma in cambio non dovranno chiedere nulla

di  Andrea Riva

Una nuova tegola per la famiglia Benetton e Autostrade. Ma cominciamo dall’inizio. Solamente pochi giorni fa, i dipendenti si sono ritrovati tra le mani una lettera in cui l’azienda in cui si leggeva: “Coloro che volessero devolvere volontariamente il valore di una o più ore di lavoro a favore delle famiglie delle vittime della tragedia del ponte Morandi dovranno compilare il modulo qui riportato“. C’è chi ha parlato di bufala e chi, invece, ha detto che ci si trovava davanti a un’azione volontaria di un dipendente. Ma come mai, nota oggi il direttore de La VeritàMaurizio Belpietro, in calce si trovava “la firma del capo del personale dell’azienda e non quella dei rappresentanti dei lavoratori“. Ma c’è di più: anche i sindacati hanno detto di non sapere nulla.

E i dettagli che fornisce la Verità più avanti gettano una nuova ombra sull’azienda: “Ricorderete certamente che dopo la strage, e dopo aver evitato di manifestare il proprio cordoglio per le vittime, Autostrade annunciò di aver creato un fondo per aiutare le famiglie in difficoltà. L’ azienda comunicò che avrebbe anticipato i soldi a chi avesse perso la casa, un reddito o semplicemente l’ automezzo. In pratica si trattava di uno stanziamento per i primi interventi. Lodevole iniziativa, nata forse per attenuare l’ impatto delle prime fredde e formali reazioni della società“. Ebbene, che c’è di male? Secondo quanto fa sapere Belpietro, “Autostrade, a chi beneficia dei soldi del suddetto fondo, fa firmare una ricevuta in cui sta scritto che il precettore non ha più nulla da pretendere. Cioè: chi per esempio, avendo avuto l’ auto sepolta sotto le macerie, si fa dare i soldi per comprarne una nuova perché ha bisogno di recarsi al lavoro, firmando il modulo di Autostrade rinuncia a ogni futuro diritto. Scoprirà di non riuscire più a dormire per la paura di vedersi sprofondare nel vuoto? Fatti suoi“.

Fonte Qui

Il legame fra territori e banche popolari è indissolubile. Vi spiego perché

Giuseppe De Lucia Lumeno formiche.net 23.9.18

Dieci anni di crisi e crack hanno insegnato una cosa: le popolari servono ancora. Il commento di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale Associazione nazionale fra le Banche popolari

I dieci anni della peggiore crisi finanziaria della storia globale hanno dimostrato, più di ogni altra considerazione teorica, la validità e la necessità, nel nostro sistema economico, di un sistema creditizio che tenga conto di una pluralità di forme proprietarie e, fra queste, della cooperazione bancaria della quale il Credito popolare è, da sempre, parte integrante.

Se leggiamo, infatti, i dati relativi all’ammontare dello stock degli impieghi erogati dal Credito popolare in Italia negli ultimi dieci anni, ci accorgiamo che questo è cresciuto di oltre 30 miliardi di euro. Il flusso di nuovi finanziamenti alle sole piccole e medie imprese, dal 2008 a oggi, ha superato la cifra complessiva di 320 miliardi di euro. Una crescita per nulla scontata perché ottenuta in un fase di recessione e malgrado le richieste della Banca Centrale Europea, a tutto il sistema bancario italiano, di adeguarsi a vincoli più stringenti di patrimonializzazione. Una richiesta, anche in questo caso, che ha visto il Credito popolare in prima linea, con un aumento del CET1 dal 7% del 2008 ad oltre il 13% già dal 2015 – per il sistema nel suo complesso tale soglia è stata superata solo alla fine dello scorso anno. A questi dati va aggiunta un’ulteriore considerazione. Alla luce di un’economia reale tuttora debole e asfittica cosa sarebbe stato dei territori e della coesione sociale del nostro Paese senza il contribuito così rilevante del credito popolare?

Oggi, dunque, alla luce di ciò che è accaduto in questi dieci anni, è bene iniziare a fare qualche bilancio. Si può affermare, senza temere di essere smentiti, che quello che ne è uscito fortemente indebolito è il modello di business bancario e finanziario che la fase precedente alla crisi, quella della globalizzazione vincente, aveva imposto come modello ottimale, più efficiente ed efficace, a cui bisognava uniformarsi e che oggi è, invece, evidentemente sulla via del declino. Un modello che, a partire dagli anni ’80, aveva lavorato affinché le banche di tutto il mondo finanziassero le proprie attività attraverso prestiti di altre istituzioni finanziarie – altre banche e fondi del mercato monetario – perché spinte dalla ricerca di sempre maggiori profitti e in tempi sempre più ristretti. Non è un caso che la prima grande banca a fallire, nel 2007, sia statala Northern Rock, istituto bancario specializzato in credito immobiliare che non aveva, però, esposizione ai mutui subprime americani, ma il cui modello di finanziamento si basava in modo schiacciante sul prestito da tutto il mondo.

Il 2008 ha segnato l’inizio della grande crisi globale, ma anche l’inizio di un processo di ripensamento del modello globale. La liquidazione del legame straordinariamente stretto e altrettanto pericoloso tra economia e finanza è, oggi, in corso. La riscoperta e la valorizzazione del tradizionale retail bancario, che vede al centro dell’attività creditizia l’interesse di famiglie, consumatori, imprese e territori, non sono più soltanto auspicati ma rappresentano una scelta per la ripresa dell’economia reale e, quindi, per l’uscita dalla crisi. Le banche del Credito popolare che non hanno mai abbandonato questo modello di fare banca, e per questo hanno potuto attraversare i duri anni della crisi, stanno dando un contributo prezioso alla ridefinizione strategica del sistema economico. Un modello che certamente sa innovarsi tanto da cogliere nella sfida del Fintech non un pericolo ma, al contrario, un’ulteriore opportunità evolutiva del proprio modello di business. Un ponte tra vecchio e nuovo nel quale l’approccio relazionale è in grado di garantire le necessità di una clientela sempre più fluida ed esigente grazie a quel rapporto fiduciario basato sulla conoscenza reciproca e su rapporti umani che le nuove tecnologie, con le loro piattaforme, per quanto evolute siano, non possono, ancora – e forse mai potranno – sostituire.

Il maltrattatore psicologico chi è?

Angolopsicologia.com 23.9.18

Nessuno è esente dalla violenza psicologica. Chiunque può rientrare nel profilo psicologico del maltrattatore che non ricorre alla violenza fisica, ma alla violenza psicologica.

Essendo una forma più sottile di violenza, che di solito proviene da persone vicine, come il partner, un famigliare o un amico, è più difficile da individuare. Per questo motivo possiamo esserne vittima senza rendercene conto.

In cosa consiste la violenza psicologica e quali sono le sue conseguenze?

La violenza psicologica consiste in uno schema regolare di offese verbali, minacce, intimidazioni e critiche costanti, così come sottili tattiche di intimidazione, vergogna e manipolazione.

Il maltrattatore psicologico usa queste tattiche per controllare e dominare la sua vittima. Il problema è che, anche se l’abuso emotivo non lascia ferite visibili come l’abuso fisico, le tracce non sono meno dolorose.

In uno studio condotto dalle università di McGill, Minnesota e Rochester sono stati analizzati 2.300 bambini di età compresa tra i 5 ei 13 anni, i quali furono seguiti per un periodo di quasi 30 anni. I ricercatori scoprirono così che l’abuso psicologico lascia impronte profonde quanto la violenza fisica. I bambini che erano stati vittime di abusi emotivi mostravano gli stessi problemi psicologici di quelli che avevano ricevuto castigo fisico.

Un’altra ricerca condotta presso la Charité University Medicine di Berlino su 51 donne di età compresa tra i 18 ei 45 anni, rivelò che gli abusi fisici e quelli psicologici lasciano tracce diverse nel cervello.

L’abuso emozionale lascia cicatrici nelle regioni associate alla comprensione e il controllo delle emozioni, così come nei settori legati al riconoscimento e la risposta ai sentimenti degli altri. Si tratta di aree della corteccia prefrontale e del lobo temporale mediale che normalmente si attivano quando alle persone viene chiesto di pensare a se stesse e riflettere sulle proprie emozioni.

Queste aree del cervello diventano più sottili dovuto al fatto che, per gestire l’ansia, il cervello altera i modelli di segnalazione delle aree interessate, riducendo il loro livello di connettività. In altre parole, è come se spegnesse gradualmente quelle aree del cervello.

Come risultato di questo assottigliamento della corteccia cerebrale, le vittime di abusi psicologici hanno maggiori probabilità di soffrire di depressione, di sbalzi d’umore e mostrare reazioni emotive più estreme. Queste persone perdono gradualmente la capacità di riflettere su se stesse e trovare il modo più appropriato per affrontare le emozioni. Questo le sprofonda in una spirale negativa rendendole ancor più vulnerabili agli abusi psicologici.

Qual è il profilo del maltrattatore psicologico?

Nell’immaginario popolare l’immagine del maltrattatore psicologico è associata all’uomo perché di solito è quello che ha un comportamento più violento. Tuttavia, è importante notare che, dal momento che l’abuso emotivo non è fisico ma comporta una gerarchia di potere e un rapporto di sottomissione emotiva, anche le donne possono rientrare nel ruolo di stalker. Infatti, le caratteristiche principali del profilo del maltrattatore psicologico non variano in base al genere:

1. È intollerante

Il maltrattatore psicologico è di solito una persona rigida e intollerante che non rispetta le opinioni e le decisioni degli altri. Normalmente è una persona piena di pregiudizi e stereotipi che spesso reagisce in modo aggressivo quando qualcosa non corrisponde ai suoi progetti e aspettative.

2. È molto autoritario e controllatore

Uno dei problemi del maltrattatore psicologico è che pensa che solo il suo modo di pensare e fare le cose è corretto, quindi gli altri devono sottomettersi alla sua volontà. Se non gli obbediscono si arrabbia, anche senza ragione. Ovviamente, questa persona non è aperta al dialogo perché crede che esista una sola verità: la sua. Tutto ciò che non rientra nel suo modo di vedere il mondo è semplicemente sbagliato. Di conseguenza, cercherà di controllare tutti arrivando a causare soffocamento emotivo.

3. Pensa in termini di: “tutto o niente”

I maltrattatori psicologici vedono spesso la vita in bianco e nero, non contemplano i colori e non accettano le sfumature di grigio. Per loro non c’è via di mezzo, le cose sono buone o cattive, e questo li porta a sviluppare un pensiero estremamente rigido che ostacola le loro relazioni con gli altri e causa scontri continui.

4. È uno specialista della manipolazione emotiva

Queste persone ricorrono al ricatto emotivo per manipolare le loro vittime e ottenere ciò che vogliono. Possono fingere di essere malate, se questo può apportagli qualche beneficio, ma possono anche incolpare l’altro o generare paura. Il loro scopo è quello di destabilizzare la vittima, dal punto di vista emotivo, per presentarsi in seguito come la sua unica salvezza in modo tale che questa termini nelle loro mani quasi senza rendersene conto.

5. È affascinante, almeno all’inizio

È molto difficile scoprire il profilo di un maltrattatore psicologico perché in un primo momento questa persona si mostra affascinante e premurosa. Sa bene come nascondere il suo vero “io” fino a quando la sua vittima si fida e mostra le sue debolezze emotive. Solo allora metterà in moto il suo comportamento distruttivo e di controllo.

6. È molto critico, ma poco auto-critico

Dal momento che il maltrattatore psicologico è una persona molto rigida, non si adatta alla critica. Assume qualsiasi cosa come un attacco personale, così reagirà sempre difendendosi. Di solito è ipersensibile e permaloso. Ma non esita a criticare gli altri e spesso usa la critica distruttiva perché il suo obiettivo non è quello di far crescere l’altro, ma farlo sentire male a sottometterlo. Di solito tende anche ad affrontare i suoi errori, le critiche o una brutta giornata, sfogando la sua frustrazione sugli altri, che si trasformano nel suo sacco da boxe.

7. Soffre di labilità emotiva

Il maltrattatore psicologico non conosce bene se stesso, quindi reagisce emotivamente in modo molto intenso. Potremmo etichettarlo come un analfabeta emotivo dal momento che ha uno scarso controllo e conoscenza delle proprie emozioni. Il problema è che chi gli sta accanto vive su di una costante altalena emotiva, perché questa persona può passare rapidamente dall’essere di buon umore e gentile al sentirsi irritato e arrabbiato. Non sapendo cosa aspettarsi genera enorme incertezza e ansia in coloro che gli stanno vicino.

8. Ha una bassa autostima

Il maltrattatore psicologico trasmette un’immagine di forza, ma in realtà la utilizza per nascondere la bassa autostima. Questa persona sottomette gli altri per sentirsi importante ma spesso il suo comportamento aggressivo o manipolativo è solo una facciata per nascondere la profonda insicurezza. Questo è il vero motivo per cui reagisce così male quando viene criticato o gli viene mostrato un errore che ha commesso.

9. È insensibile

Queste persone non sono di solito molto empatiche, non si mettono al posto della vittima ma assumono una visione egocentrica ed egoista della situazione dalla quale gli interessa solo uscire vincitori. Questa insensibilità è ciò che permette loro di manipolare e danneggiare gli altri senza sentirsi in colpa.

10. Fa false promesse

Quando il maltrattatore psicologico si rende conto che può perdere il controllo sulla sua vittima, non avrà scrupoli a fare false promesse. È comune che prometta di cambiare il suo comportamento, ma non lo fa mai, semplicemente perché non vuole. Questa persona non ha remore a mentire per raggiungere i suoi obiettivi e non è disposta a cambiare il suo modo di essere per piacere agli altri o facilitarsi la vita.

I disturbi di personalità più comuni nei maltrattaori psicologici

Ci sono alcuni disturbi di personalità o personalità accentuate strettamente legati all’abuso psicologico.

– disturbo narcisistico di personalità. La persona ha una percezione esagerata e grandiosa di sé, ritiene di meritare l’ammirazione degli altri. Tende ad esagerare i suoi successi e pensa di avere tutti i diritti ma nessun dovere. Spesso si comporta con arroganza e manca di empatia.

– disturbo di personalità antisociale. Questa persona mostra disprezzo per i diritti degli altri e le regole della società. Non ha scrupoli a mentire, ricorrere alla violenza, trasgredire regole e leggi e lo fa senza provare alcun rimorso.

– disturbo di personalità borderline. Questa persona è di solito coinvolta in relazioni intense e instabili, soprattutto a causa dei suoi continui sbalzi d’umore. Il problema è che ha poco controllo sui suoi impulsi, quindi può causarsi molto danno e danneggiare gli altri. È probabile che si senta vuota, si arrabbi facilmente o sviluppi un profilo psicologico relazionale segnato dalla paranoia.

I maltrattatori psicologici sono consapevoli dei danni che provocano?

I maltrattatori psicologici non sono sempre pienamente consapevoli del danno che causano alle loro vittime. In alcuni casi queste persone adottano questo modo di comportarsi perché è l’unico che conoscono, perché non dispongono degli strumenti psicologici di cui hanno bisogno per relazionarsi in modo più assertivo. Infatti, è probabile che durante la loro infanzia sia stati essi stessi vittime dell’abuso emotivo.

Altri maltrattatori psicologici invece sono consapevoli dei danni che provocano, ma non gli interessa perché mancano di empatia e credono che il fine giustifichi i mezzi. Questi stalker sono ancora più pericolosi perché di solito non hanno limiti nel raggiungere i loro obiettivi.

In ogni caso, che il maltrattatore sia consapevole o meno, la vittima deve avere ben chiaro che non è colpa sua e non dove sopportare la situazione. Anche l’abuso psicologico è violenza.

Fonti:
Vachon, D. et. Al. (2015) Assessment of the Harmful Psychiatric and Behavioral Effects of Different Forms of Child Maltreatment. JAMA Psychiatry; 72(11): 1135-1142.
Heim, C. M. et. Al. (2013) Decreased cortical representation of genital somatosensory field after childhood sexual abuse. Am J Psychiatry; 170(6): 616-623.

Se il debito rischia di andare fuori controllo è perchè siamo nell’assurda situazione di non avere una banca centrale. Risposta alle esternazioni di Visco

Guido da Landriano scenarieconomici.it 23.9.18

Non essendoci abbastanza “moniti” da parte della burocrazia autocelebrante italiana, il Governatore della Banca d’Italia (???) Ignazio Visco, ha sentito il bisogno di far sentire la sua voce.  In un commento molto interessante Marco Palombi sul Fatto lo definisce “A capo di una nota società di fusioni ed acquisizioni”, ed effettivamente l’utilità di Banca d’Italia è attualmente proprio solo quella: organizzare dei consolidamenti nel sistema bancario, solitamente in ritardo e, eccezionalmente per un manager di M&A, sempre in perdita per gli azionisti ed in drammatico ritardo per il sistema.

Un governatore che in 10 anni non è stato in grado di prevenire nessuna delle drammatiche crisi del sistema creditizio italiano, da Banca Etruria, a Carige, a MPS, a Popolare di Vicenza a Veneto Banca, l’azione di controllo dell’Istituto di Via Nazionale è sempre stato in drammatico ritardo. Dal punto di vista della politica monetaria la sua opera è insussistente, delegata alla BCE nella quale la sua influenza è nulla, basti vedere gli schiaffoni assestati all’Italia dal Nowotny, governatore di una BC che è una frazione di quanto era Banca d’Italia.

La sua esperienza è stata talmente fallimentare, la sua figura così burocratica, la sua posizione così attualmente inutile, che normalmente non ci occuperemmo di lui, ma lui ha voluto occuparsi del bilancio e del governo. Ormai è nota la sua personale antipatia per il ministro Paolo Savona, forse derivante dall’invidia verso chi, comunque, nella propria vita ha raggiunto grandi risultati personali ed accademici ed ha una visione completa ed interventista della politica monetaria, ma questo astio personale gli deve aver giocato un brutto scherzo e lo ha spinto fuori strada, facendogli dire queste parole:

«Nelle attuali condizioni della finanza pubblica e con un basso grado di efficienza dell’amministrazione, il ricorso al disavanzo va utilizzato con cautela» … «aumento improduttivo del disavanzo che finirebbe con il peggiorare le prospettive della finanza pubblica, alimentando i dubbi degli investitori e spingendo più in alto il premio per il rischio sui titoli di Stato. Il rapporto tra debito pubblico e prodotto potrebbe rapidamente portarsi su una traiettoria insostenibile». 

Un attacco diretto e secco al Governo ed ai progetti di investimento e di spesa. Un attacco a testa bassa e ad alzo zero che dimentica le sue responsabilità istituzionali nel governo dell’economia, del debito e degli interessi, oltre ad una certa superficialità economica generale e delle conseguenze delle ultime scelte politiche economiche europee in particolare. Ci permettiamo di far notare che:

• se il debito rischia di avvitarsi per una perdita di fiducia da parte degli investitori è anche perchè la Banca Centrale Italiana non esiste più. Non esiste nessun gestore del debito, non esiste nessun garante di ultima istanza, per cui un ente non economico, come uno Stato, viene messo in concorrenza con enti di carattere economico, quindi con una violenza fatta al diritto ed alla logica;

• questo è coerente con la visione della BCE come “Ente esterno”, forse metafisico a questo punto, che non garantisce o gestisce nulla o nessuno, anzi raccomanda agli stato di predisporre le “Riserve” necessarie per garantire i momenti di crisi, come se uno Stato potesse potenzialmente cumulare centinaia di miliardi di surplus primario per fronteggiare la prossima, probabile, crisi finanziaria senza che questo comportasse delle folli politiche restrittive per l’economia, con risultati drammatici sul benessere, e quindi sulle vite, dei cittadini;

• Keynes riprendeva la parabola della “Finestra Rotta” di Bastiat affermando che, in una situazione in cui vi sono risorse non utilizzate, soprattutto in cui vi è disoccupazione, nessuna spesa pubblica, anche quella per aggiustare il famoso vetro spezzato, è improduttiva. Ogni spesa ha una ricaduta sul PIL, e la ricaduta di spese pubbliche che Visco definirebbe “improduttive”, quali i contributi correnti per i poveri, sono quelle con ricaduta maggiore sul reddito nazionale, seguite dagli investimenti. In una situazione di strutture cadenti, come indica l’incidente di Genova, quali sono gli “Investimenti improduttivi”, dove gran parte del paese non è neppure coperto da un servizio internet adeguato al 21 secolo? In una situazione in cui la demografia sente fortemente della crisi economica, in cui la disoccupazione è a due cifre, il problema è la produttività degli investimenti? Perfino la BCE in un recente Paper del 5 settembre ammette di aver sottovalutato il peso dei moltiplicatori fiscali nel caso greco, ed il FMI ha fatto la stessa autocritica anni fa. Purtroppo l’ultimo ridotto dei duri ed austero sembra essere l’Italia di Visco e Cottarelli;

• Se vi è una responsabilità del non funzionamento della macchina pubblica non deve ricadere sul colore che hanno nominato, e quindi confermato, il Governatore Visco e che hanno passato gli ultimi 20 anni nel distruggere la macchina dello Stato e nel rendere la vita dei cittadini un inferno con un mix di assurdi obblighi burocratici (ricordiamo anche il recente GDPR), di una politica fiscale demenziale (pensiamo all’inversione dell’obbligo della prova) e di una politica di decrescita infelice, anzi attualmente piuttosto turbata.

Le parole di Visco sono di impotenza assoluta: impotenza nel poter fare del bene per la Nazione, ma anche nel fermare questo bene. Non c’è obbligo monetario che il desiderio di sopravvivenza economica e personale di un popolo possa fermare. Il Governatore può scegliere se essere l’ultimo rudere di un sistema finanziario e creditizio fallimentare, oppure il primo sassolino di una frana che modificherà la morfologia del nostro futuro. Per ora ha scelto la prima strada, ma così facendo si espone all’estinzione politica ed al vituperio storico.

Qualcuno sa dire se esiste nel mondo un Governatore di Banca Centrale (vera) che gli passa solo per l’anticamera del cervello di fare dichiarazioni pubbliche sulla insostenibilità o meno del debito pubblico del proprio Paese invece di fare finanche scudo con il proprio corpo per sostenerlo? Negli States basterebbe molto meno per essere accusati di cospirazione!

Guido da Landriano

Campione d’Italia alla Svizzera? Un caso di scuola

Walter Galbusera startmag.it 23.9.18

Il Taccuino Meneghino di Walter Galbusera sul caso di Campione d’Italia

Campione d’Italia è un piccolo comune di circa 2000 abitanti, di cui quasi cinquecento stranieri (un terzo russi o russe) che si affaccia sul lago di Lugano. Oggi è un lembo di terra, un’enclave italiana, in territorio svizzero che in origine nacque come feudo attribuito alla basilica milanese di Sant’Ambrogio e come tale rimase fino al trattato di Campoformido nel 1797, quando Napoleone ne decise l’annessione, prima alla Repubblica Cisalpina e poi al Regno d’Italia.

Dopo Waterloo entrò a far parte del Lombardo Veneto austriaco e nel 1861 passò definitivamente al Regno d’Italia. Sempre nel 1861 fu chiuso definitivamente il contenzioso aperto tra Italia e Confederazione Svizzera, cui venne ceduta un’altra piccola enclave di territorio italiano sul lago di Lugano di fronte a Campione.

Negli anni del Fascismo il Comune, divenuto nel frattempo “d’Italia”, fu premiato da Duce con la concessione della Casa da Gioco che ha costituito fino a poco tempo fa una florida azienda con 500 dipendenti il cui costo medio annuo individuale era di 100.000 euro.

Del resto il costo della vita a Campione non si discosta da quello svizzero e questo spiega almeno in parte le elevate retribuzioni nominali. Una vera miniera d’oro, purtroppo esaurita per effetto di scelte politiche e gestionali che hanno affondato prima il Casinò e poi il Comune.

La gestione avrebbe potuto essere stabilmente in equilibrio ma nel tempo il Comune ha preteso sempre più dal Casinò, arrivando nel 2014 ad incassare il 37% dei ricavi (a Venezia si pagava il 17%). Basti pensare che a fronte di un organico “normale” di 13 dipendenti il Comune di Campione ha assunto 102 persone con un costo del lavoro allineato a quello svizzero.

Ad onor del vero i sindacati, consapevoli della voragine che si stava creando, sottoscrissero un accordo con il Comune per ridurre le retribuzioni dei dipendenti ma il “provvidenziale” intervento di un magistrato lo dichiarò illegittimo rendendolo inapplicabile.

Con il fallimento del Casinò dichiarato il 27 luglio scorso, preceduto dalla dichiarazione di dissesto finanziario dello stesso Comune di Campione e dalla conseguente nomina del commissario straordinario di liquidazione del Comune firmata da Sergio Mattarella il 12 luglio, si è aperto un periodo drammatico per lavoratori e cittadini.

Infatti la ripresa di attività del Casinò non è semplice, mentre nel frattempo i frequentatori abituali della Casa da Gioco possono diventare facilmente clienti di altri Casinò, soprattutto svizzeri, ma anche italiani. Ancor più difficile è il ricollocamento dei dipendenti del Comune, che già hanno in arretrato alcuni mesi di stipendi, i quali entreranno nelle liste di mobilità percependo l’80% della retribuzione per due anni, finiti i quali il rapporto di lavoro pubblico verrà risolto senza neppur la certezza, allo stato attuale, di percepire la NASPI (indennità di disoccupazione).

In ogni caso, se anche si troveranno pubbliche istituzioni, al di fuori del Comune di Campione, disponibili ad assumerne i dipendenti, le retribuzioni dei soggetti interessati passeranno da 4-5000 euro al mese a 1400-1500. Le prospettive di impoverimento di una intera collettività sono realistiche e, così stando le cose, su Campione aleggia lo spettro, se non di una “ghost town”, quantomeno di un’oasi di relativa povertà circondata dal benessere dei territori svizzeri limitrofi. In questo scenario appare quasi naturale la proposta avanzata al Governo di Berna dal consigliere nazionale Marco Romano, deputato svizzero del Partito Popolare Democratico, di avviare una trattativa con il Governo italiano per trasferire alla Confederazione Elvetica la sovranità sul territorio (e sugli abitanti) di Campione.

Sarebbe una forma di annessione che nulla però avrebbe a che fare con lontane vicende di contese territoriali nella storia italiana come Nizza, i colli di Briga e Tenda, men che meno Fiume e la Dalmazia o la Tunisia che, pur essendo considerata una terra di emigrazione italiana, fu invasa dalla Francia nel 1881, spingendo il nostro paese nelle braccia degli imperi centrali per più di un trentennio.

Per quel che vale si può aggiungere che la Svizzera, attraverso il Canton Ticino, vanta un credito significativo nei confronti del Comune di Campione. Il passaggio a Berna renderebbe in futuro più facile la vita agli abitanti di Campione, il cui parere dovrebbe in ogni caso avere valore vincolante, e non porrebbe apparentemente nessun problema di ordine politico, né economico, né istituzional-patriottico allo Stato italiano.

E’ stata dunque trovata la soluzione per il “caso Campione”? Non è affatto detto, tant’è che al momento non sono arrivate risposte significative dalle autorità politiche italiane. La vicenda potrebbe invece essere presentata come un “hostile takeover” e diventare una via crucis interminabile con una moltiplicazione di ricette assistenziali e clientelari per salvare un’isola di “italianità” in terra straniera o il terreno di contesa tra esperti di diritto internazionale e di costituzionalisti, senza escludere l’intervento della magistratura ordinaria.

Per di più è da mettere in conto che qualcuno si allarmerebbe per un precedente utile a sollecitare spinte secessioniste ben più importanti del Comune di Campione. Come dice lo stesso ministro degli esteri svizzero, la proposta indica “un processo immaginabile”, ma che sia fattibile nel paese degli azzeccagarbugli è tutto da dimostrare. Per il momento si va avanti con le assistenze ai disoccupati e con le faticose procedure fallimentari e commissariali di Casinò e Comune, a partire dal tentativo, finora vano, di riaprire la Casa da gioco.

UNIPOL / IN ARRIVO LE RICHIESTE DI RINVIO A GIUDIZIO PER CIMBRI & C.: AGGIOTAGGIO

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Trema il colosso delle assicurazioni Unipol, perchè dopo tre anni e passa di inchiesta starebbero per scattare le richieste di rinvio a giudizio dei suoi vertici per l’affaire della fusione tra Unipol e il gruppo Fondiaria SAI della famiglia di Salvatore Ligresti. A chiedere i rinvii il pm della procura di Torino Marco Gianoglio.

Le voci si rincorrono nel tribunale di Torino e i bookmakers danno per certo che entro fine settembre, al massimo i primi di ottobre, ci saranno le richieste di rinvio a carico dei big, l’amministratore delegato e plenipotenziario Carlo Cimbri, che assunse il timone di comando dopo la bollente era Consorte (“l’uomo che voleva farsi una banca”, secondo i colloqui con il Pd Piero Fassino, a proposito della scalata BNL) e il presidente del gruppo Unipol Pierluigi Stefanini. Tra gli altri saranno chiesti i rinvii a giudizioper Roberto Giay, ex amministratore Premafin (sigla della galassia Ligresti); Fabio Cerchiai, ex presidente del cda di Milano AssicurazioniVanes Galanti, ex presidente del cda di Unipol Assicurazioni.

In bilico fino all’ultimo secondo la posizione di Paolo Gualtieri, advisor dell’operazione, e di Gaetano Caputi, ex direttore della vigilanza Consob, evidentemente per non aver controllato sulla correttezza di tutta l’operazione.

UNA PERIZIA TECNICA DURATA DUE ANNI

La vicenda bolle in pentola da anni, e precisamente da quando il gruppo Ligresti – storico ma in grandi difficoltà – decise di sbaraccare cedendo i pezzi pregiati di famiglia a un solido acquirente. E chi meglio di Unipol, l’altrettanto storica compagnia delle “polizze rosse”, un tempo vessillo per tanti “compagni”, da molti ritenuta una gemma nel deserto del capitalismo, poteva adattarsi per ingoiare il rospo Ligresti?

Detto fatto, le trattative non andarono per le lunghe e a fine 2013 si celebrarono le fastose nozze.

Ma si cominciò subito a sentire puzza di bruciato a piazza Affari. I valori di concambio non parevano perfettamente allineati con i prezzi di mercato.

E’ dopo pochi mesi che scattano due inchieste in modo praticamente parallelo nelle procure di Torino e di Milano. Andranno avanti per anni, e alla fine Ligresti subirà una condanna dalla procura torinese e da quella meneghina, che invece la fa passar liscia a Cimbri & C.

Il pm Marco Gianoglio di Torino, imperterrito, è andato avanti per la sua strada, convinto della sua ipotesi accusatoria. Ha poi affidato un incarico, ben due anni fa, a due periti – Enrico Stati e Fabrizio Dettori – per verificare i fatti e se vi fosse stata effettivamente una turbativa di mercato, che si traduce nel capo di imputazione più pesante, “aggiotaggio”.

I consulenti ci hanno messo la bellezza di due anni esatti per completare la perizia, depositata a inizio giugno. Dopo di che il pm Gianoglio ha dovuta studiarla con tutta la cautela del caso e con tutto il tempo che la vastissima documentazione comportava, arrivando alla chiusura delle indagini a inizio settembre.

Convocati i legali delle parti, ora si è soltanto in attesa delle richieste di rinvio a giudizio, che i boookmakers – i quali difficilmente sbagliano i loro pronostici a Torino – danno al 99 per cento pro rinvio.

Così raccontano gli esperti di fusioni: “la situazione è estremamente complessa e per questo motivo il giudice Gianoglio ha proceduto con i piedi di piombo e affidandosi ad una perizia per la cui redazione sono occorsi ben due anni. L’ipotesi base dell’accusa è che nella complessa trattativa tra i due gruppi sarebbe stato falsato il valore di concambio a tutto favore di Unipol: insomma sarebbero stati alterati in alto i valori dei cespiti bolognesi, sarebbero stati ipervalutati gli immobili in pancia ad Unipol. E il tutto si sarebbe alla fine tradotto in una profonda alterazione del valore di concambio azionario, a tutto discapito non solo dello stesso mercato ma soprattutto dei risparmiatori, degli utenti bancari”.

Il pm Gianoglio, inoltre, contesta quanto trasmesso ufficialmente a piazza Affari attraverso un comunicato, considerato in qualche modo fuorviante e contenente “notizie false” e destinato a “provocare un’attenzione sensibile sul prezzo delle azioni”.

Si scende anche nel tecnico che più tecnico non si può; quando viene sottolineato dal pm “che gli eccessi nei prezzi azionari erano stati determinati esclusivamente attraverso un metodo matematico attribuendo alle singole società un numero di azioni corrispondenti alle percentuali concordate al 30 giugno 2012, senza in alcun modo utilizzare le metodologie di valutazione attuate nelle migliori prassi nazionali e internazionali per operazioni simili”.

Insomma, una vera giungla nella quale solo gli esperti si possono addentrare. Ma il risultato concreto è che il mercato è stato alterato da Cimbri & C., ingannando i risparmiatori e portando a termine quello che in gergo tecnico di chiama “aggiotaggio”, un reato che negli Stati Uniti, per fare un solo esempio, puniscono in modo pesantissimo, con anni e anni di galera.

DOVE VANNO A FINIRE I SOGNI DI GRANDEUR ?

Sono finiti allora i giorni d’oro di Carlo Cimbri, il super manager bancario con la passione per gli yacht, che era ad una passo dalla guida di Unicredit, pupillo di banchieri eccellenti, soprattutto a Mediobanca, e destinato a poltronissime di vertice nel modo del credito?

E che fine fanno le operazioni messe in cantiere da Unipol, di grandeur bancaria, di allargamento, a cominciare dall’aumento della partecipazione azionaria in BPER, la banca emiliano romagnola di cui già possiede il 19 per cento? E poi i successivi, ulteriori salti?

E pensare che i risultati di quest’annsuonano a festa. Secondo Milano Finanza “Unipol ha chiuso il periodo di ristrutturazione del gruppo, portando i conti da un forte passivo dell’anno scorso a un risultato decisamente scoppiettante”. Addirittura da far stappare bottiglie di champagne agli azionisti?

Spiega il quotidiano finanziario: “A tutto questo ha decisamente contribuito la plusvalenza della cessione della partecipazione in Popolare Vita che ha fruttato 309 milioni. Ottimo l’utile, che si attesta su 644 milioni di euro, a fronte di una perdita dell’anno precedente pari a -390 milioni di euro”.

Buona crescita – commenta sempre Milano Finanza – nel comparto Vita e con i risultati della neocontrollata Lawrence Life. Discreto l’andamento nel bancario (più 18 milioni di euro) dopo le vicissitudini per le “sofferenze” passate con Unipol Banca e il suo bel malloppo di Npl sul groppone.

E ora?

Appunti sul modello dionisiaco del Superuomo di Nietzsche

ereticamente.net 9.9.18

Uno degli aspetti meno sondati del pensiero di Nietzsche è il fondamento dionisiaco del Superuomo, quasi a dispetto dello stesso teorizzatore dello Uebermensch. Infatti, Nietzsche considerava il dionisismo un elemento caotico e pervertitore nella società occidentale e gli opponeva il principio solare apollineo, ordine e bellezza del kosmou. Ma, quasi ossimoricamente, proprio il Superuomo possiede caratteristiche dionisiache che rappresentano il suo potenziale inconscio ed incognito di realizzazione superumana, rispetto alla bellezza della forma apollinea superficiale. Insomma, come il Superuomo è – secondo noi – un Eroe dionisiaco, iniziato all’arcano divinizzante, in egual modo esso si presenta come il creatore di una nuova concezione, di un nuovo ordine sociale, portandovi la luce della semplicità e della volontà creatrice (Apollo non si manifesta se non si distrugge prima la propria imperfezione, cosa resa possibile dall’azione dionisiaca). Noi reputiamo che nell’incapacità del Nietzsche di comprendere il livello profondo (il Sole Dioniso), quale Essenza vera ed arcana – ontologicamente e realizzativamente intesa – del fenomenico in superficie (il Sole Apollo), stia tutto lo svolgersi della sua personale tragedia animica e mentale.

Ora, una premessa è d’obbligo, e non è una premessa solo grammaticale. Come è noto, il termine usato da Nietzsche per la parola “superuomo” è Uebermensch. Se si prescinde dalla preposizione attributiva ueber, non può non colpire che il sostantivo della parola composta in questione è “Mensch”, che indica l’uomo come genere, visto nella sua ordinarietà sociale, nel mentre è il lemma “Mann” che in tedesco indica l’uomo virilmente e spiritualmente inteso. Esattamente come le differenziazioni greco-latine anthropos/homo e aner/ vir. Ci si chiederà il perché di questa distinzione. La prima conclusione è proprio nella succitata preposizione “ueber” che indica un “sopra senza contatto”, ma che nei sostantivi composti indica superiorità di condizione; la seconda conclusione ce la dà il sostantivo Mensch. Der Mensch, l’uomo-genere smette di essere subordinato alla sua ordinarietà generativa, al suo essere comune di “umano troppo umano” e la supera con un’azione (operata nel suo sé) apparentemente distruttrice quanto sicuramente trasformativa, per una sorta di processo ri-generativo, di endogenesi. Abbandonate le scorie del sentimentalismo (non il sentire) e del sensualismo (non i sensi) plebeo, diviene – ancorché in corpo fisico- colui che ha realizzato l’incontro tra il Sé in atto, di cui acquista la coscienza (presenza a se stesso, quindi non più atti istintivi incogniti, ma azioni specificatamente volute), e l’inconscio in potenza (risvegliato quale Super-io) di cui percepisce nel silenzio interiore la volontà creatrice. Di una tale grande anima scriverebbe il Pestalozzi: “Himmel und Erde sind schoen, aber die Menschenseele, die sich ueber dem Staub, der draussen wallet, emporhebt, ist schoener als Himmel und Erde“. E’ gia la realizzazione (in chiave guerriera, ma non solo) del motto delfico: classicamente ciò conduce alla morte di tutto quel che è animalità (morte trasformatrice, rigenerativa – si badi – secondo il simbolismo della Fenice o della Crisalide). Questa realizzazione finale (in greco il termine “telos” dà un insieme di variazioni verbali e sostantive, tutte col significato di “fine, compimento, iniziazione”) costituisce, di fatto, “die Geburt der Tragoedie”: la manifestazione di una crisi tragica che si genera dalla resistenza del “Troppo umano” (il sensualismo greve) verso la forza stessa interiore che vuole cangiare l’anima animale del corpo terreo (il capro del sacrificio bacchico, tragedia dal greco “tragos”- capro), perché possa congiungersi al dio interiore medesimo; a questo punto solo il “Mensch” diventa “Uebermensch”, uomo superiore –corrispondente dell’Uomo Reale della tradizione pitagorica. Solute tutte le materialità per il manifestarsi in lui della potenza dionisiaca, onde propiziare la teofania della potenza teurgica iperuranica, è stato necessario all’Uebermensch di porsi – prima- come ostia e sacrificante ad un tempo.

Rispetto al Sole Apollo che tutti scalda, al sole visibile delle masse di tutte le classi, Nietzsche oppone, inconsapevolmente, proprio Dioniso, Intelligenza arcana di una forza creatrice per distruzione di forme pregresse (cfr, il dio Shiva della tradizione indo-aria), forza selvaggia, “scatenata, il cui fine è la crisi trasformativa dell’Essere, fino a che questi, non raggiunga la perfetta comunione col dio, non ne diventi un raggio di Luce Intelligente non percepibile dal volgo. Lo Uebermensch distrugge tutte le pseudo certezze: è – se ci è concesso esprimerci con un ossimoro – un “nihilista attivo”. È al di la delle limitazioni spazio-tempo, che sono relatività terrestre, non comprensibili nella dimensione ineffabile, incommensurabili dell’Assoluto, essendo una tale dimensione la Grandezza incalcolabile di un compasso ideale. Dunque, se Apollo è divenuto il commissario dei bisogni popolari, delle mere necessità giornaliere, il suo aspetto misterico, inafferrabile dai più, Dioniso, balza prepotentemente alla visione con specifica direzione ed efficacia di colui che vuole sollevarsi “sulla polvere della terra”: Nietzsche ne stabilisce il modello come fattispecie per il suo Uebermensch. Ad una dura scuola deve votarsi colui che aspira a divenire Uebermensch, e Nietzsche scrive, in “Wille zur Macht”:  “(…) Was lernt man in einer harten Schule? Gehorchen und Befehlen“. La dura scuola dell’imparare ad ubbidire e comandare è quella che si frequenta nel darsi la disciplina interiore. Gli equivoci politici recenti sono assolutamente alieni dal puro Nietzsche. Quando il filosofo urla il suo disprezzo verso la canaglia sociale, verso un’umanità divenuta un gran calderone in cui sono contenuti il santo col furfante, il nobile col plebeo; quando egli fa dire al suo Zarathustra, che la vita è una sorgente di gioia, ma tutte le fonti sono avvelenate dove beve la plebe, Nietzsche ha realmente concepito, quale “iter mentis in Deo”, un tipo d’uomo capace di solvere la sua umanità e di coagularla in forma divina. Il tipo umano in parola è lo Uebermensch, pervaso dallo spirito dionisiaco, che conosce La Causa Prima del Tutto siccome “iniziato al mistero dionisiaco”, diremmo con linguaggio classico. Lo Uebermensch è baccante di se stesso: la sua anima scatenata (cioé senza catene) nel Lucus (la fitta foresta delle sensazioni interiori) è libera, urla il nome del dio, lo invoca come Libero e Pater, egli, privo di mali ed in stato di omoiusia col dio. Lo Uebermensch possiede la frenesia bacchica, ossia il pensiero vibrante-creatore, fuori dei legami delle catene dei sensi materializzati. Tutto ciò che Nietzsche descrive intorno al suo modello di Uebermensch, è un costante richiamo alla doricità, all’ellenicità della “Dorische Wanderung”, al mistero stesso (quasi nel suo senso magico) di Dioniso secondo la tradizione classica sulla religione dei misteri. Il deviato pangermanismo barbaro dell’ultimo secolo ha voluto fare dell’Uebermensch un motivo “storicizzato”, politico. Nulla di più sbagliato, a nostro parere. Crediamo che tutt’altro siano e debbano essere l’uomo e l’anima nordici… . Questo altro, è proprio ciò che le distorte, indebite appropriazioni nei confronti di Nietzsche da parte di certa filosofia politica tedesca (cfr. per esempio il pessimo “Der Mythus des zwanzigsten Jahrhunderts” del Rosenberg), non potevano comprendere. Conseguentemente, l’incapacità di capire correttamente la profondità del pensiero di Nietzsche, fu trasformata nella corrispondenza biologistica fra lo Uebermensch e la bionda bestia di un razzismo da cavalli. Questi stessi equivoci gestori del pensiero di Nietzsche sono stati gli stessi che hanno reso inviso a gran parte degli Europei,  purtroppo ( e per incapacità di questa gran parte di Europei a capire una sacralità di simbolo che va oltre l’uso e l’abuso) uno dei simboli più alti e sacri dell’umanità indoeuropea, creando l’ulteriore tragico equivoca sull’aggettivo qualificativo “aryo”. Scriveva Nietzsche: “Ich schreibe fuer eine Gattung Menschen welche noch nicht vorhanden ist: fuer die Herren der Erde“. Chi sono questi „Signori della Terra“?

Certamente non sono i totalitarismi di ieri e d’oggi e nemmeno coloro che si credono oggi –a qualunque titolo – popoli eletti. In linea con la più pura tradizione misterica, per Nietzsche la terra è gravità, pesantezza, umanità affogata nei sensi più bruti. La sua gioia di vita, il suo vitalismo superomistico sublimizza la terra. Dalla “Gaia Scienza” a “Cosi parlò Zarathustra” allo stesso “Ecce Homo”, Nietzsche fa prevalere il concetto di un’azione essenzialmente spirituale che permanga ben oltre il tempo di una vita. Da qui la sua virulenza ragionata contro il falso pietismo ed un cristianesimo sacrestano assai lontani dal tipo avatarico del Cristo solarizzato. Nietzsche desidera che il Mensch (genus) assurga a Mann (spiritus); propone – pertanto – un diverso sistema pedagogico che possa forgiare, già dalle prime classi scolastiche, il nuovo tipo umano. Quando lo Uebermensch sarà forgiato, potrà prendersi tanti diritti quanti saranno i doveri che s’imporrà. È dunque un uomo sovrano di Sé, poiché ha trovato in Sé il suo principio di ragion sufficiente, il suo dio.

Ritratto di Zarathustra, il filosofo persiano ripreso da Nietzsche nell’opera Così parlò Zarathustra(wikipedia)

Dura lotta, ché le guerre che si combattono per ergersi ad aristòcrati dello spirito sono tremende. Questa lotta è il significato vero che nei miti romano-greci ci indicano le dodici fatiche di Ercole; che l’Islam conosce come Jihad, che nel Bhagavad Gita è rappresentata dal combattimento di Arjuna che ascolta la voce del dio; sintetizzando, tutti i poemi mitologici degli antichissimi fino ai nostri rinascimentali nascondono eguale significato, appunto il divenire “superiore” oltre la propria umanità pur restando in corpo umano. Questa tensione dionisiaca in Nietzsche è riscontrabile –fra l’altro- nella figura dell’anarca rilevabile nelle opere di Juenger (si veda, per esempio, “Eumeswil”). L’anarca di Juenger non è più parte di un tempo collettivo (il tempo del noi –Wirzeit); egli vive un “tempo dell’Io” (Ichzeit). Tale anarca non è un anarchico: orgogliosamente individualista –per il gran lavoro di perfezionamento compiuto in Sé- si è costruita una precisa gerarchia interiore. Vede, perciò, nelle politiche comuni, solo tirannie plebee da cui rifugge. Esattamente come l’Uebermensch. Si è data una disciplina, un ordine, un tempo giusto che l’uomo di tutti i giorni non può concepire nel suo valore numerico assoluto.

Quest’interiorizzazione conduce l’Uebermensch, cioe il “Mann”, al di la del Nord, dei ghiacci, della morte, per ripetere il Nietzsche, e quindi “Jenseits von Gut und Boese”.

L’anarca juengeriano ama la libertà propria e l’altrui, poiché con dura lotta ha sacrificato la sua natura materiale onde spiritualizzarla. In definitiva, l’Uebermensch è un modello perfetto di radicalismo aristocratico, cosi come assolutamente elitaria era l’iniziazione dionisiaca. L’aristocratico radicale Uebermensch vive nel deserto, dove sempre dimorarono i forti, dice Nietzsche (cioé è un solitario, lontano dal chiocciare delle masse, abituate a beccare nel limo), ed è sempre Nietzsche che ci fa sapere che per lo Uebermensch è preferibile “un’inimicizia di legno intero all’amicizia di legno incollato”. In definitiva, possiamo senz’altro sostenere di quanta assurda inversione di significati sia stata fatta oggetto la teoria superomistica (dell’ “oltreuomo”) del Nietzsche. Responsabilità –invero- non solo propriamente tedesche, essendo numerosissimi in Europa i sostenitori –tra gli inizi del ‘900 e la metà degli anni ’40 di un razzismo zoologico pretesemente derivato dalla filosofia di Nietzsche. Invero, gravissimo torto è stato fatto all’anima germanica che tanti geni ha partorito per la grandezza della Germania e dell’Europa, avere malversato l’opera del filosofo riducendola a riferimento per la creazione di un sistema (sia pure qualificato “nazionale”) di promiscuità collettivistico-biologica, di una Volksgenossenschaft che con l’aristocratico spirito del Nietzsche nulla affatto aveva da spartire. Quanto Nietzsche ha d’autenticamente aristocratico, il “Liebe der Ferne”, tanto poco (e nulla) del Nietzsche vi è nel razzismo superomistico d’infausta memoria (che ha riguardato e riguarda,  anche e di più, paesi come gli USA, l’Inghilterra, il Sudafrica e Israele). Come Dioniso è libertà ed intelligenza solare, arcana, da compiere in Sé, così l’Uebermensch quando si realizza. Nietzsche lo aveva intuito perfettamente, ma egli non è riuscito a concretizzare questa realtà. Infatti, proprio la sua personale impossibilità ad invenire le tecniche realizzative dello Uebermensch, pur avendone descritto precisamente il modello, lo condusse alla follia. Ma rimane del tutto valido il suo assunto, nei significati sin qui descritti. La sua Weltanschauung è del tutto in linea con il nuovo “signore della società”; come la società borghese-convenzionale va in pezzi per l’affermarsi dello Uebermensch e della sua “Wille zur Macht” (che –ripetiamo- è innanzi tutto un dominio interiore, una signoria profondamente aristocratica della propria natura umana mutata –per dir cosi- da piombo in oro), del pari la nuova società dei signori della terra sorge per azione di coloro che hanno bruciato l’immondizia delle conventicole, delle eguaglianze innaturali, dei pietismi chiericuti che la natura non ha come propri.

L’iniziatura dionisiaca conferisce a colui che la consegue la superiorità di uno spirito che è sovrano sul gregge delle anime affogate nella materia. L’uomo superiore (a nostro avviso è questa la traduzione corretta di Uebermensch) è il modello semidivino, eroico, a cui i migliori – per naturale evoluzione- nelle società sono chiamati ad ispirarsi. Fuori da qualunque neo-equivoco del tipo precedentemente ricordato. Lo Uebermensch è una realizzazione assolutamente spirituale; nella società è apportatore di equilibrio quando vi apparisse, paragonabile a nostro avviso –secondo l’assunto del Nietzsche- agli avatar della tradizione indoeuropea, indoaria, che periodicamente tornano sulla scena del mondo per apportare la face di luce alle tenebre delle coscienze addormentate.

Claudio Pirillo

Dieci anni di crisi. Da Lehman & Brothers al QE

informarexresistere.fr 22.9.18

di Roberto Pecchioli

Sono passati 10 anni dal fatidico 15 settembre 2008, data simbolo della crisi finanziaria ed economica più grave dal 1929. Quel giorno crollò la banca d’affari Lehman & Brothers per le insolvenze dei mutui immobiliari esplose nell’anno precedente. La memoria visiva ci rimanda alle immagini di impiegati allibiti che lasciavano gli uffici di New York reggendo scatoloni di cartone con documenti e effetti personali. Le conseguenze di quelle vicende sono ben presenti nella vita quotidiana di centinaia di milioni di persone e meritano qualche riflessione in chiave italiana ed europea.

Soprattutto adesso, in una fase in cui si moltiplicano allarmi e tensioni di chi teme un nuovo crac. Tra le tante dichiarazioni, colpiscono quelle dell’analista internazionale Juan Ignacio Crespo. Preso atto che la crisi del 2008 fu una crisi di sovra indebitamento, rileva che oggi torniamo a essere indebitati oltre ogni ragionevole limite. Per di più, ed è ciò che più inquieta, l’apparente soluzione, in America con la Federal Reserve e poi in Europa, è stata fare altro debito, sempre più debito. E’ stata nascosta la polvere sotto il tappeto, badando che il tappeto appartenesse agli Stati sovrani.

L’operazione più rilevante è stata forzare lo statuto della Banca Centrale Europea affinché acquistasse a mercato aperto quote crescenti di titoli pubblici. Il meccanismo sta per interrompersi dopo circa quattro anni. Il cosiddetto quantitative easing, alleggerimento quantitativo, ha pompato, meglio ha creato denaro dal nulla al ritmo di 60 miliardi al mese, poi addirittura 80, scendendo a 30 nell’anno corrente, dimezzati a 15 negli ultimi tre mesi del 2018. BCE è oggi la principale detentrice del debito pubblico italiano, acquisito con denaro inesistente, garantito dal nostro lavoro.

Astrattamente, Francoforte potrebbe decidere di liquidare quelle somme, il che la obbligherebbe a ricapitalizzare il suo bilancio con la conseguenza di una bancarotta. Per evitarla potrebbe stampare banconote, generando una forte inflazione dagli esiti drammatici. E’ solo una scenario teorico, il più negativo, reso improbabile dallo statuto della banca che impegna alla stabilità, ma è sicuro che la fine degli stimoli artificiali avrà conseguenze sui mercati europei. Non mancano tuttavia le voci che ritengono possibile un effetto benefico sull’economia a medio termine per il prevedibile rialzo dei tassi dopo la fine del QE.

In Gran Bretagna il meccanismo fu adottato dal 2009 al 2012, provocando un appiattimento della curva dei rendimenti, nonché una caduta della massa monetaria (M4) e dei prestiti. L’economia si trovò due volte prossima alla recessione. Dopo la conclusione del QE, l’M4 e i prestiti risalirono, il Pil si rafforzò e gli investimenti da parte delle imprese subirono un’accelerazione. Storicamente, è dimostrato che esperimenti di questo tipo, realizzati anche in Giappone e negli Usa, non hanno concorso alla crescita né hanno conseguito l’obiettivo di determinare quel tanto di inflazione permessa dal pensiero unico monetarista, responsabile dei disastri degli ultimi decenni.
Ciononostante la tensione sale. In chiave italiana, pesa l’ostilità aperta di Mario Draghi, uno degli ospiti del panfilo Britannia che diede l’avvio nel 1992 all’affossamento dell’Italia,oltreché il “fuoco amico” capitanato dal Quirinale, a partire dalla sconcertante dichiarazione con la quale ha intimato al governo di “non mercanteggiare” in sede di bilancio europeo. Insomma, dobbiamo rimanere servi felici, pagare e tacere. La conclusione è quella di una profonda vulnerabilità del sistema che si ripercuote su un’Italia fragile e divisa, con l’intero establishment schierato contro il governo gialloblù.

Il mondo è oggi più indebitato di dieci anni fa. E’ cambiata la composizione, sta esplodendo il debito privato negli Usa e in Cina, aumenta costantemente in Francia e Germania, mentre l’Italia sta assai meglio di molti altri paesi nel rapporto tra PIL e debito aggregato, la somma delle esposizioni pubbliche e private. Altrove, come in Spagna, il debito privato è stato tamponato trasferendolo sulle casse pubbliche. Il rapporto debito/PIL non superava il 40 per cento nel 2007, ora sfiora il 100 per cento. Un’immensa trasfusione di sangue dal popolo al sistema creditizio. Dell’agonia greca sappiamo.

Un altro rilievo di Crespo riguarda una lezione dei fatti del 2007/2008: “la crisi cominciò perché i veicoli di investimento speciali, creati per realizzare fuori bilancio quello che non era profittevole in bilancio, ignorarono un principio base: finanziarono a breve termine i loro investimenti a lungo termine.” Molto più di un dettaglio, una specie di confessione di colpa, giacché conferma che il sistema si basa su menzogne, illegalità coperta ai massimi livelli, falsificazione di dati, report e bilanci, sostentandosi su scommesse rischiose, folli arrampicate sugli specchi che lasciano sul terreno tre sconfitti: i cittadini investitori gabbati, gli Stati che, come il Cireneo, si sono dovuti caricare sulle spalle enormi perdite altrui, l’economia reale.

I fatti mostrano che le banche contano più di dieci anni fa, non solo per l’impulso europeo all’ unione bancaria. La sostanza è che il peso principale delle perdite è ricaduto sugli Stati, ovvero su tutti noi; oggi abbiamo concentrazioni bancarie progressive in base al principio “too big to fail”, troppo grande per fallire. Tanto il conto lo paga lo Stato, ovvero depositanti e obbligazionisti dopo la legge detta “bail in”. Non si è riusciti a sciogliere neppure il nodo del ritorno alla divisione tra banche d’affari e banche di credito e deposito, le uniche meritevoli di aiuto pubblico.

La Germania, attraverso il centro di potere politico economico e finanziario rappresentato da Angela Merkel e Jens Weidmann (Bundesbank) ha ucciso la Grecia per salvare i propri istituti esposti dopo averne finanziato non solo il deficit, ma anche garantito gli incauti acquisti ellenici di armi sul mercato tedesco e francese, salvando contemporaneamente con il denaro dei contribuenti (europei!) i suoi colossi alla canna del gas. Ciò che è stato vietato all’Italia nelle crisi di MPS e delle banche venete, Berlino lo ha fatto tranquillamente, nazionalizzando di fatto Deutsche Bank e Commerzbank.

La prima, di cui tutti ricordiamo il ruolo di killer esercitato nel 2011 contro l’Italia con la svendita dei Buoni del Tesoro, ha in pancia 42.000 miliardi di euro di titoli derivati, spazzatura pari a 16 volte il PIL della Repubblica Federale di Germania. Commerzbank non sta meglio; il valore sul mercato dei due istituti è crollato di quasi il 90 per cento, di cui il 35 nell’anno corrente. Si prepara una maxi fusione tra i giganti malati, la cui capitalizzazione complessiva è adesso simile a quella di Unicredit. Weidmann, in un’intervista cui la stampa italiana, sdraiata come sempre sugli interessi antinazionali, non ha dato troppo risalto, ha rivendicato tutte le mosse dell’ultimo decennio che hanno rafforzato il ruolo della Germania e messo sotto scacco l’Europa del Sud, a partire dalla sua principale economia, la nostra.

Shauebke con Merkel

Illuminante è un brano di Adulti nella stanza, libro dell’ex ministro greco Varoufakis, che rivela la dipendenza del ministro italiano Padoan dal falco tedesco Schaeuble, il quale impartì gli ordini di Berlino al governo Renzi in materia di mercato del lavoro. Solo dopo che passarono n Italia i provvedimenti graditi a Schaeuble, riferisce Varoufakis, cessò l’ostilità tedesca all’Italia.
Nessuna indignazione o finta sorpresa. In Germania hanno difeso i loro interessi, con l’aiuto francese. Il problema è l’impossibilità di suscitare in Italia analoga capacità di agire a tutela di noi stessi. Storia vecchia di secoli: gli italiani spalancano sempre le porte agli stranieri. La politica non tenta neppure di riappropriarsi di ciò che è suo, ovvero il potere di determinare le politiche economiche e quelle finanziarie. Dopo Draghi, arriverà il super falco Weidmann: dalla padella nella brace. E’ ancora possibile inserire in un programma politico la riconquista della sovranità monetaria attraverso una profonda riforma del Trattato di Maastricht nella parte relativa alla Banca Centrale Europea e il ritorno di Bankitalia (un istituto il cui nome contraddice la realtà dei suoi azionisti) in mani pubbliche?

Il tabù resiste e nessun progetto di governo potrebbe oggi permettersi di evocare una rivoluzione tanto grande. Pure, se vogliamo sopravvivere come nazione, potenza economica, speranza di futuro comune e indipendente dai signori del debito, non dobbiamo smettere di alimentare il dibattito, elaborare strumenti, individuare percorsi. Come dicevano della riconquista dell’Alsazia Lorena gli irredentisti francesi dopo la disfatta del 1870, alla sovranità monetaria occorre pensare sempre e, in pubblico, parlarne pochissimo.

Fonte: Ereticamente

Terremoto di Messina del 1908: solo oggi viene chiesto ‘lo stato di emergenza’ per eliminare la baraccopoli ancora in piedi!

politicamentescorretto.info 23.9.18

Ormai in Sicilia passato e presente si fondono e si confondono. Ben 110 anni dopo il terribile terremoto del 1908, Regione siciliana e Comune di Messina chiedono a Roma la “dichiarazione di emergenza igienico-sanitaria” per eliminare la baraccopoli ancora in piedi! Certo, avrebbe dovuto occuparsene il Governo Giolitti, forse anche Mussolini, o la Prima Repubblica, magari anche la Seconda Repubblica. Invece se ne occuperà l’attuale Governo di Giuseppe Conte 

Leggendo il comunicato della presidenza della Regione siciliana non si sa cosa pensare. Perché non è cosa di tutti i giorni leggere di un Governo regionale che, nel 2018, chiede a Roma la “dichiarazione del gravissimo stato di emergenza igienico-sanitaria-ambientale” per gli effetti di un terremoto avvenuto 110 anni fa! E’ invece è quello che sta succedendo: il Governo regionale di Nello Musumeci chiede la dichiarazione di stato di emergenza per gli effetti del terremoto di Messina del 1908.

“La baraccopoli di Messina – si legge nel comunicato – costituisce una vergogna per la politica nazionale e regionale. Per cento anni (in realtà, per essere precisi, gli anni, come già accennato, sono centodieci ndr) non sempre ai buoni propositi hanno fatto seguito i fatti. L’Agenzia per il risanamento, voluta dalla coalizione del mio governo deve essere lo strumento più agile per cancellare questa pagina disonorevole. Siamo accanto al Comune messinese in questa impresa difficile e insidiosa. E la delibera della richiesta di dichiarazione del gravissimo stato di emergenza igienico-sanitaria-ambientale è per noi un atto dovuto e sentito. Ora la palla passa a Roma. Ma sono certo che non mancheranno al governo centrale sensibilità e celerità per non arrestare una procedura già avviata”.

Sembra di essere dentro uno di quei romanzi di certi scrittori sudamericani dove i morti e i vivi si confondono, mentre passato e presente di fondono in un gioco infinito e smisurato. E non si capisce se il presidente Musumeci si rivolga oggi all’attuale Governo nazionale di Giuseppe Conte o al Governo di Giovanni Giolitti…

“Il terremoto di Messina del 1908 (citato in letteratura scientifica come terremoto della Calabria meridionale-Messina[1][4][5] o anche come terremoto calabro-siculo) – leggiamo su Wikipedia – è considerato uno degli eventi sismici più catastrofici del XX secolo. Il sisma, di magnitudo 7.1 Mw, si verificò alle ore 5:20:27 (ora locale) del 28 dicembre 1908 e danneggiò gravemente le città di Messina e Reggio nell’arco di 37 secondi. Metà della popolazione della città siciliana e un terzo di quella della città calabrese perse la vita. Si tratta della più grave catastrofe naturale in Europa per numero di vittime, a memoria d’uomo, e del disastro naturale di maggiori dimensioni che abbia colpito il territorio italiano in tempi storici”.

Da allora ad oggi ‘qualche anno’ è passato: la Grande guerra (o prima guerra mondiale), il fascismo, la seconda guerra mondiale, la Prima Repubblica, la Seconda Repubblica fino ai giorni nostri. Dopo tanti anni – sembra incredibile! – a Messina c’è ancora la baraccopoli del terremoto del 1908! Magari non saranno tutti discendenti dei terremotati, ma qualcosa di anomalo c’è.

A sollevare la ‘turilla’ è stato il nuovo sindaco di Messina, l’ex parlamentare regionale Cateno De Luca. Che si è rivolto al presidente Musumeci. Che, a propria volta, con ‘appena’ 110 anni di ritardo, pone la questione dell’emergenza igienico sanitaria.

Già, un’emergenza, si legge ancora nel comunicato, che “riguarda sei zone della città (Annunziata, Giostra-Ritiro-Tremonti, Camaro, Fondo Saccà, Bordonaro-Gazzi-Taormina e Santa Lucia) che si estendono per oltre 230mila metri quadrati, nelle quali sono presenti baracche e casette degradate, molte abusive – che ospitano 6.400 persone – conseguenza della gravissima situazione determinata dal terremoto del 1908 e mai risanata”.

Insomma, più che terremotati – anche per questioni meramente anagrafiche – sembrano abusivi, forse discendenti dei terremotati. Chissà.

“Dalle relazioni dell’Azienda sanitaria provinciale e dai sopralluoghi effettuati dai tecnici del Comune di Messina – si legge sempre nel comunicato di Palazzo d’Orleans, sede del Governo siciliano – è emersa una condizione igienico-sanitaria molto precaria con scarichi fognari a cielo aperto, cumuli di rifiuti abbandonati, esalazioni maleodoranti e coperture realizzate in cemento-amianto. Con rischi elevati, quindi, per la salute dei residenti”.

“Il Piano di lavoro previsto dalla Protezione civile regionale – prosegue il comunicato – prevede, prima, la bonifica delle aree e successivamente la demolizione delle baracche. Secondo la stima degli interventi effettuata dal Comune, il costo complessivo dell’operazione dovrebbe essere di circa 35 milioni di euro. Nel contempo l’amministrazione comunale sta provvedendo a reperire gli alloggi (temporanei e definitivi) per gli oltre duemila nuclei familiari che vi abitano e per i quali è stato già disposto lo sgombero.
La delibera della Giunta (regionale) sarà adesso inoltrata alla presidenza del Consiglio dei ministri che dovrà delibera lo stato di emergenza”.

Questa storia è sicuramente legata a disattenzione delle classi dirigenti di Messina e della Sicilia in generale. Ma è anche l’ennesima dimostrazione del disinteresse che lo Stato centrale italiano ha sempre dimostrato verso il Sud.

Il Governo Giolitti che, nel 1908, ‘scopre’ il terremoto di Messina e Reggio Calabria con due giorni di ritardo è, alla fine, molto simile al fascismo che ha affrontato la questione meridionale rimuovendola. O all’Italia repubblicana che, ancora oggi, continua a massacrare il Sud.

Una domanda, infine: ma i sindaci di Messina che hanno preceduto Cateno De Luca non si sono mai accorti di tutto questo?

Foto tratta da fabiomarinelli.ilcannocchiale.it

QUI LA STORIA DEL TERREMOTO DI MESSINA DEL 1908

Fonte: INuoviVespri

“LA LETTERA DI GARIBALDI A COLLODI”: MI CHIAMO JOSEPH MARIE GARIBALDI’ E, CONTRARIAMENTE, A QUANTO PENSANO MOLTI, SONO E MI SENTO FRANCESE

politicamentescorretto.info 23.9.18

joseph-marie-garibaldi-667

Et Voilà!! Garibaldi si confessa!!

LA LETTERA DI GARIBALDI A COLLODI” NEL ROMANZO “LE CONFESSIONI DI JOSEPH MARIE GARIBALDI’” DI FRANCESCO LUCA BORGHESI

E’ la “lettera scritta” da Giuseppe Garibaldi, o per meglio dire Joseph Marie Garibaldì che pochi giorni prima di morire inviò al professor Carlo Lorenzini, meglio conosciuto come Carlo Collodi.

E’ tratta dal romanzo “Le confessioni di Joseph Marie Garibaldì“, di Francesco Luca Borghesi. (2014)

Giuseppe Garibaldi, qualche giorno prima di morire, scrive una lunga lettera allo scrittore Carlo Lorenzini, noto come Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio.

Si dichiara francese, a partire dal nome, Joseph Marie Garibaldì (accento sulla i finale), e mostra rimorso verso tutte le ingiustizie che vennero perpetrate nel nome di un’Italia che mai venne ad essere una nazione unita.

Una storia non agiografica, che si discosta in modo deciso dalle versioni ufficiali sull’Unità d’Italia e la Spedizione dei Mille.

Una interpretazione degli eventi che getta una luce nuova, che costringe a riflettere su un revisionismo che, se non stridesse con gli interessi attuali, sarebbe degno di esami e valutazioni oggettive. Il nostro, spogliatosi della veste d’eroe, chiede giustizia alle vittime tramite Collodi, confessandosi ad uno dei parlamentari del nuovo Stato unificato.

La giustizia potrà essere dunque una meticolosa ricostruzione di ciò che fu e che non doveva essere. La storia chiede giustizia.

«Illustrissimo professore Carlo Lorenzini,

Scrivo con rispetto e gratitudine a Voi che decideste di farmi cosa grata riportando le mie memorie al popolo di una penisola che mai amai come avrei potuto, che mai difesi come avrebbe meritato.

Una penisola che non fu mai e mai sarà la mia patria.

Una penisola meravigliosa che io non solo non unificai, se non unicamente al nome, ma che addirittura divisi, e, per mia colpa, divisa sarà per sempre.

[…] codesto giorno, trentuno maggio ottantadue del secolo milleottocento, sono a ricordare la mia vita trascorsa, in attesa che venga definitivamente compiuto il mio destino […] forse non temo neppure: diciamo che attendo che presto sia fatta giustizia e chi mai può sapere se dopo la morte vi sarà giustizia?!

Voi infatti penserete che io sia felicemente italiano: se così fosse le sorprese non vi mancheranno.

Se vi aspettavate un patriota, troverete un avventuriero.

Se vi aspettavate un probo, troverete un dissoluto.

La spedizione dei mille fu realmente la più vile porcata che il suolo della penisola possa aver mai vissuto e, a questo punto, spero che mai sia costretta a rivedere.

La mia vita era rivolta alla ricerca di fama e ricchezza: mi venne in mente di unificare l’Italia in quanto sarei potuto diventare potente e ricco.

Cercai appoggi, soldi e falsi ideali su cui far leva e trovai qualcuno che, dopo avermi usato, mi mise da parte.

Diciamo subito e senza giri di parole: il patriottismo in Italia non è mai esistito.

Mi ricordano tutti come il patriota Giuseppe Garibaldi, ma queste sono voci, magari leggende, ma certamente menzogne.

Mi chiamo Joseph Marie Garibaldì e, contrariamente, a quanto pensano molti, sono e mi sento francese.

[…] l’Italia del Nord depredò Italia del Sud con atti di ferocia tale che mai potrà essere cancellata ed ancora accade mentre sto scrivendo…».

Fonte Qui

Sia, ecco come Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco Bpm sbuffano contro Poste Italiane

 startmag.it 23.9.18

Fatti e indiscrezioni sulla mossa di Poste Italiane che punta al controllo di Sia. Le preoccupazioni delle banche azioniste (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Mediolanum) e degli istituti di credito clienti della società che gestisce dati sensibili e piattaforme tecnologiche dei pagamenti.

Subbuglio nel mondo bancario, italiano e straniero, per la mossa di Poste Italiane che punta al controllo di Sia, società che gestisce piattaforme tecnologiche e dati sensibili legati ai pagamenti per conto di banche centrali e istituti di credito, italiani e stranieri.

Si rinfocola così la concorrenza-diffidenza del sistema bancario per l’offensiva di Poste Italiane (gruppo controllato da Cassa depositi e prestiti e ministero dell’Economia rispettivamente con il 35% e il 29%).

LA NOTIZIA DEL SOLE 24 ORE SU POSTE E SIA

Le fibrillazioni del mondo creditizio nascondo da una notizia pubblicata venerdì scorso dal Sole 24 Ore: “Poste Italiane ha conferito un incarico esplorativo alla banca d’affari statunitense Jp Morgan. Sul tavolo c’è la possibile acquisizione del controllo di Sia, la cui compagine è oggi diversificata tra Cdp, banche e F2i”, ha scritto il quotidiano ora diretto da Fabio Tamburini.

L’OBIETTIVO DI UN CAMPIONE NAZIONALE

La mossa del gruppo guidato dall’amministratore delegato, Matteo Del Fante, indica un indirizzo strategico per la società partecipata dallo Stato: essere il perno di un campione nazionale nel settore dei pagamenti, nel solco di un’impostazione sistemica gradita al governo M5S-Lega, secondo alcuni osservatori. Ma non tutti sono concordi.

LE DOMANDE DEI BANCHIERI

Perché restare azionisti di una società che sarà controllata da Poste che è in competizione con noi? E siamo sicuri che le banche estere clienti continueranno ad affidarsi non più a un soggetto terzo quale ora è Sia ma a un concorrente nel mondo finanziario come Poste Italiane che processerà dunque dati sensibili legati ai pagamenti? Sono alcune delle domande che bisbigliano in queste ore molti banchieri.

COME OPERA SIA

Ma che cosa è, e che cosa fa, Sia? Il gruppo opera a livello europeo nella progettazione, realizzazione e gestione di infrastrutture e servizi tecnologici dedicati a istituti di credito, banche centrali, imprese e pubbliche amministrazioni.

LE AREE DI BUSINESS DI SIA

Le aree da core business sono i pagamenti, la monetica, i servizi di rete e i mercati dei capitali.

LA MAPPA DEL GRUPPO

Sia eroga servizi in 48 paesi e opera anche attraverso controllate in Austria, Germania, Romania, Ungheria e Sudafrica. La società ha inoltre filiali in Belgio e Olanda e uffici di rappresentanza in Inghilterra e Polonia.

GLI AZIONISTI DI SIA

Tra gli azionisti di Sia c’è il veicolo della Cassa depositi e prestiti, Fsia Investimenti (che vede Fsi Investimenti di Cdp al 70% e Poste Italiane al 30%) con il 49,48% seguito da F2i con il 17,05%, dal fondo Hat Orizzonte (8,64%) e dal gruppo di banche storicamente presenti nella compagine: BancoBpm (4,82%), Intesa Sanpaolo (4,05%), Unicredit (3,97%), Mediolanum (2,85%), Deutsche Bank (2,58%).

E proprio nelle banche azioniste, oltre che in quelle clienti (tra cui alcune estere che operano in Italia) arrivano dubbi e perplessità della mossa di Poste Italiane.