Economia o finanza?

comedonchisciotte.org 23.9.18

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

In tempi di Legge Finanziaria, ogni arma è valida – verrebbe da dire – perché lì si decide chi vivrà meglio nel prossimo anno e chi pagherà. E chi raccoglierà consensi: tutto qui. Casalino ha lanciato un segnale pesante come un macigno, ma vero fino al midollo: il MEF è infarcito di Troll delle lobby economiche, di uomini che sono lì soltanto per controllare che i soldi vadano da una certa parte e non dall’altra, di certo non verso il RdC del M5S. Ma c’è dell’altro.

Il governo è chiamato, ogni Autunno, a redigere un documento Finanziario. E chi lo redige? Il Parlamento, sotto l’attenta osservazione del Ministero dell’Economia, ossia il MEF. I parlamentari, che sono dei politici – ossia i governatori della Polis – sono chiamati semplicemente a cambiare, controllare o stornare dei flussi di cassa. Mentre, un politico, per sue formazione dovrebbe segnare col dito alcune direttrici verso le quali si dovrà muovere l’Economia, che – ricordo sempre – è letteralmente EkosNomos, ossia norma(governo) della casa.

In altre parole, l’Economia comprende di gran lunga i termini della pura Finanza, che ne risulta essere solo una sua componente: cambiano direzione e soggetti i denari stanziati, ma se non c’è un obiettivo economico da perseguire, ogni anno si rischia solo che qualcuno, oggi, sia più o meno ricco, e domani lo sia un altro. Vi sembra Economia questa?

Se vogliamo espandere un poco il termine originario, il compito dell’Economia è quello di stabilire i settori o gli ambiti d’importanza primaria per una nazione: accertati i quali, ecco che la Finanza diventa il mezzo per intervenire. Ma nulla più.

Chi è ancora ipnotizzato dai “miracoli” della Finanza, ricordi che l’Economia mondiale sta ancora leccandosi le ferite dal “crollo” del 2008, mentre i soliti attori stanno preparando nuove trappole per il futuro. Perché – e tutti dovremmo averlo capito – le cosiddette e ricorrenti “crisi finanziarie” assomigliano a delle “prese di beneficio”. Ossia, appena c’è nuovamente un poco di ricchezza diffusa, si procede al “taglio”: ieri furono i subprime, domani altro…non è questo il problema. E’ il concetto ad avere importanza.

Lo Stato mantiene alcuni apparati produttivi in sua proprietà (parziale o totale) come l’ENI, ENEL Italcantieri, e poco altro. Ma, se se ne ravvisa la necessità, può farlo quando vuole. E nessuno può dire nulla: questo sarebbe un modo per essere – orgogliosamente e con vantaggio – “sovranisti”.

Vi citerò un esempio, così la faccenda sarà meglio comprensibile.

Quest’anno, chi usa il pellet per il riscaldamento domestico, ha avuto una brutta sorpresa: dopo anni che si sosteneva un uso di prodotti “riciclabili”, il prezzo è schizzato alle stelle: aumenti dell’ordine del 20%.

Le ragioni?

La prima è d’origine finanziaria e la dobbiamo a Renzi, che ha portato l’IVA sul pellet dal 10 al 22% (un regalo per ENI? Grazie Matteuccio! Sempre a rovistare nelle nostre tasche) ma c’è una seconda ragione: il pellet è quasi tutto d’importazione, cosicché la forte domanda in alcuni Paesi esteri (che sono anche produttori) ha avuto come conseguenza il “pellet a peso d’oro”.

Perché lo importiamo? Non abbiamo boschi? Andiamo a vedere.

Secondo Rete Rurale (1) la superficie boschiva italiana è aumentata di circa 600.000 ettari negli ultimi 10 anni e raggiunge, oramai, un terzo della superficie italiana, come potrete osservare in figura:

Come la usiamo?

In Europa, la media di prelievo della biomassa forestale è, annualmente, del 60% della crescita annua: in altre parole, il bosco continua ad espandersi per circa il 40% annuo. In Italia, invece, ci si ferma al 30-35% annuo, prelevando solo 12 milioni di m3 dei 30 milioni disponibili. Va detto subito che, questi prelievi, non intaccano minimamente la specificità del bosco – trattandosi di boschi cedui – di trattenere il terreno dal punto di vista idrogeologico.

Potremmo prelevare, quindi, altri 18 milioni di m3 sempre rimanendo ben sotto la crescita annua: quanto fanno, in miseri euro, 18 milioni di m3 di pellet, al prezzo di 350 euro la tonnellata(2)?

Tenetevi forte: 6,3 miliardi di euro.

C’è un antefatto, che voglio ricordare.

Cercando sul Web, troverete (soprattutto su youtube) molti filmati dove si osservano macchine “stellari” per il taglio e la triturazione del legno, direttamente nel bosco, che rimane pulito, giacché viene triturato tutto, anche le ramaglie.

Anni fa – in epoca Prodi/Berlusconi, non ricordo chi regnava dei due – l’associazione dei produttori di macchine agricole si rivolse al Governo per sapere che tipo di macchine avrebbero dovuto progettare e produrre in futuro, visto che il mercato si stava orientando verso le biomasse – giustamente – una fonte rinnovabile.

Il silenzio fu fragoroso.

Così, adesso – a parte qualche piccolo impianto – importiamo dalla Romania, dalla Polonia, Lituania, Canada…ovunque, e siamo così più esposti alle variazioni del mercato.

Ci voleva tanto?

Eppure, il fatterello che ho citato, corrisponde in pieno alla visione guercia dei politici italiani, che sanno contare benissimo i voti, gli 0,qualcosa di perdita o d’aumento, ma non sanno programmare nulla per migliorare la vita dei loro cittadini, limitandosi a questo sport autunnale della Finanziaria – tutto basato sulle risorse esistenti – senza meditare su come ampliarle.

Ci devono pensare i privati! E se non ci pensano? Se de-localizzano le produzioni in un amen?

Lo Stato ha i mezzi per farlo – può usare la leva fiscale, ad esempio – per invitare i capitali ad entrare in un mercato. Oppure può farlo lo Stato stesso: a ben vedere, nessuno glielo impedisce.

Direte: ma chi ci va a tagliare i boschi…

Certo, avete ragione.

Io ho dei boschi: mio nonno, mio padre ed io li abbiamo tagliati, anche in epoca pre-motosega. Ma non mi sogno minimamente di chiederlo a mio figlio. Sarebbe inutile.

Però, guarda a caso, abbiamo in Italia circa 500.000 immigrati irregolari i quali, vuoi per le difficoltà interne (leggi farraginose) o esterne (e chi se li prende?) per ora siamo riusciti a rimpatriarne circa 6.000. Gli altri? Li manteniamo: male, da poveracci, magari a raccogliere uva e pomodori, ma li manteniamo. Prima di procedere, vediamo come si comportavano i Latini, e cerchiamo d’imparare qualcosa.

L’Impero Romano fu il primo grande impero veramente multietnico della Storia: rispettavano tradizioni, usi e costumi, ma chiedevano il pieno rispetto delle leggi.

Nel primo secolo dell’Impero, a difendere le frontiere – dal Portogallo all’Armenia, dalla Germania all’Africa – erano in servizio 250.000 effettivi. Pochi? Tanti? Fate voi: l’attuale Esercito Italiano – che non ha certo da difendere quelle estensioni ed è un esercito tecnologico – ha in servizio (escludendo i Carabinieri) circa 190.000 effettivi.

Come facevano i Romani?

Semplicemente, di quei 250.000 uomini solo la metà erano cittadini romani, mentre l’altra metà era composta da ausiliari (ossia ex barbari “romanizzati”), che ricevevano una paga pari a circa 2/3 rispetto ad un legionario romano ed erano schierati, in battaglia, in prima linea.

Qual era la “spinta” per farli marciare e rimanere nei ranghi a fronte del nemico? La promessa della cittadinanza romana, dopo anni ed anni di servizio.

La cosa funzionò sempre e, se cercate la causa della fine dell’Impero, cercatela pure da altre parti: nella gestione finanziaria, nella corruzione, negli errori strategici compiuti da uomini che non erano più un Tiberio, un Vespasiano, un Traiano od un Marco Aurelio.

E, adesso, torniamo all’oggi.

Che ne facciamo di quel mezzo milione d’immigrati?

Non mi raccontate storielle che se li prenderà l’Europa o che saranno rimpatriati: dai, su, siamo uomini e non caporali, non stiamo a credere alle promesse elettorali. Appena aperta la trattativa, la Tunisia ha subito chiuso i battenti e, attenzione, finora era stata l’unica a riprendersi qualcuno.

C’è un particolare che non ho evidenziato nella figura sopra esposta: il “verde” – che indica le foreste – corrisponde in pieno ad aree disabitate, o che stanno per essere abbandonate. Decine di chilometri senza una casa abitata, ovunque, dall’Appennino Ligure all’Aspromonte. Comuni che, a parte qualche ritorno estivo, si riducono a 50-100 abitanti. Fra un decennio non ci sarà quasi più nessuno. E non parliamo dell’arco alpino, all’infuori delle aree turistiche “quattro stagioni”: un deserto.

Io ritengo che un salario pari ai due terzi rispetto a quello degli italiani sarebbe giusto, perché – se cerchi una nuova patria – te la devi guadagnare, devi dimostrare di meritarla. E di rispettarla.

Tecnicamente come si fa?

Non è compito mio. Chi è al governo ci deve pensare: oltre alle foreste, c’è tutto il complesso agro-pastorale che, fra pochi anni, rimarrà deserto per mancanza di personale. Per avere il pecorino devi allevare le pecore, e mungerle, ogni giorno.

Se non siete d’accordo non importa, ma ricordate che non possiamo permetterci il lusso d’ignorare un terzo del nostro territorio, poiché se non è abitato, pagheremo lo stesso – e con gli interessi – per le alluvioni che, puntuali, stanno per arrivare con l’Autunno. Se nessuno regola i flussi in alto, cosa può fare chi è in basso?

Chi è al Governo, però, deve imparare la differenza fra programmare l’economia di un Paese e la semplice gestione finanziaria dei flussi perché quello, anche un semplice ragioniere, sa farlo. Essere degli economisti è tutt’altra cosa: bisogna avere una visione storica di lungo periodo. E molta immaginazione.

Ci riusciranno? Mah…

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2018/09/economia-o-finanza.html

22.09.2018

 

(1)https://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/e%252Fc%252Fa%252FD.aeb65e214bd4f0bf3639/P/BLOB%3AID%3D233/E/pdf

(2) Il peso specifico adottato (m3 > tonnellata) è stato una media fra i vari legnami, pari a 0,85.