Vi spiego come Usa, Germania e Francia scrutano la Brexit

Guido Salerno Aletta startmag.it 23.9.18

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sullo stato dei rapporti in vista della Brexit fra Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito

Sulla Brexit, si gioca ancora a carte coperte. Le partite in corso parecchie: quella tra il governo di Theresa May da una parte ed il negoziatore europeo Michael Barnier dall’altra non è l’unica, né tantomeno quella decisiva. Di certo, il nuovo Ministro britannico incaricato di trattare il dossier, Dominic Raab, si sta dimostrando un osso assai più duro del predecessore David Davis, dimessosi non tanto per l’accusa di latitanza nelle trattative con il suo interlocutore diretto a Bruxelles, quanto per essere stato clamorosamente preso in contropiede dalla predisposizione direttamente da parte del Premier Theresa May di una posizione negoziale ufficiale. Il documento fu fatto approvare dal Gabinetto, convocato d’urgenza presso la residenza estiva di Chequers, al termine di una tempestosa riunione nella notte dello scorso venerdì 6 luglio.

La Brexit implica due distinte trattative: quella in corso definisce le condizioni dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, il cosiddetto divorzio, che riguarda solo alcune tematiche specifiche. Secondo Bruxelles, sono almeno tre: la clausola finanziaria, per stabilire importi e tempi di ulteriore partecipazione al bilancio europeo; i diritti dei cittadini europei in Gb e di quelli britannici nell’Ue; la questione della frontiera irlandese. Quest’ultima è la questione più spinosa rimasta da definire, mentre per quanto riguarda l’assegno ci si è accordati su 39 miliardi di sterline. Sul pagamento effettivo di questa somma, a Londra c’è chi pensa che debba essere versata solo in caso di un accordo complessivo. In caso di no-deal, non sarebbe dovuta. Inutile dire che a Bruxelles la pensano diversamente. Ci sono poi altre questioni, opzionali: la collaborazione in materia giudiziaria e di sicurezza, in particolare per combattere il riciclaggio ed il terrorismo; il ruolo delle decisioni della Corte di Giustizia, che da parte inglese dovrebbe essere limitato al potere interpretativo del diritto europeo.

Solo successivamente, si apriranno i negoziati relativi alle nuove relazioni, secondo modalità tutte da definire, ivi compresa la possibilità della Gb di avere autonomia in campo di relazioni commerciali internazionali, con una politica doganale autonoma.

Questa impostazione in due fasi viene sostenuta soprattutto da chi ha interesse a portare tutto alle lunghe, in modo da svuotare nel tempo la Brexit della sua portata dirompente. Il Cequers Plan approvato dal governo inglese è molto più articolato, perché definisce da subito anche i rapporti commerciali prevedendo il mantenimento di un “single rulebook” per facilitare gli scambi, e la nuova disciplina doganale, distinguendo tra le importazioni definitiva e quelle temporanee in conto lavorazione destinate al mercato europeo .Le prime sarebbero soggette alla futura disciplina autonoma britannica, mentre le seconde verrebbero gestite dal punto di vista doganale da Londra, in nome e per conto dell’Unione. Per Bruxelles, si tratta di una impostazione inaccettabile.

Bufere e schiarite si alternano. Sono stati riportati più volte gli echi delle riunioni tempestose tra Raab e Barnier sulla questione della frontiera con l’Irlanda del nord: le soluzioni proposte dal governo britannico, basate su controlli non fisici ma tecnologici, sono state giudicate risibili, perché inapplicabili, dalla controparte europea. Il governo inglese l’ha messa giù dura: nessuno accetterà mai né una frontiera fisica che metta in discussione gli accordi del Venerdì Santo, che hanno posto fine ai sanguinosi conflitti tra Indipendentisti ed Unionisti, né a maggior ragione una frontiera interna tra l’Irlanda del Nord ed il resto della Gran Bretagna.

La strumentalizzazione negoziale della questione irlandese è evidente, non fosse altro perché il governo britannico, per sopravvivere a Westminster, ha bisogno del sostengo di una sparuta pattuglia di Unionisti. Barnier, da parte sua, ha insistito sul fatto che è indispensabile un “backstop agreement”: sin dal momento in cui scatta la Brexit, e fino alla definizione degli Accordi che disciplineranno i rapporti tra Uk ed Ue, ci deve essere comunque una frontiera efficace, ancorché invisibile. Nel frattempo, dopo che lo stesso Barnier aveva annunciato con un certo ottimismo che un accordo poteva essere trovato nel giro di otto settimane, in tempo per il Consiglio europeo di ottobre, c’è stata una ennesima sfuriata: la Gran Bretagna ha inviato una nota ai singoli Paesi aderenti all’Unione chiedendo loro di preparare “accordi collaterali” in materia di viaggi aerei e di trasporto, per assicurare la continuità dei flussi di traffico nel caso di un mancato accordo con Bruxelles sulla Brexit. A Londra temono il caos nel caso di un no-deal, e si portano avanti. Di tempo per chiudere l’accordo, ce n’è davvero ormai poco.

Come se non bastassero le ruvidità con Bruxelles, ci sono i rapporti tesi all’interno del partito di Theresa May, alle prese con il Congresso che si terrà a Birmingham dal 30 settembre al 3 ottobre. Potrebbe essere l’occasione per un ribaltone capeggiato dai Brexiters, con l’ex-ministro degli esteri Boris Johnson pronto a sfidare l’attuale Premier. Si è dimesso subito dopo la riunione di Cequers accusando Theresa May di aver progettato una Brexit solo di facciata, una sorta di BRINO (Brexit In Name Only). Comunque vada a Birmingham, anche il passaggio parlamentare su un accordo con Bruxelles potrebbe riservare grosse soprese, non solo ai Comuni ma anche alla Camera dei Lords.

Gli interessi inglesi contrari alla Brexit non fanno sconti, così come non ne ha fatti il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker nel corso del suo recentissimo discorso sullo stato della Unione: dopo aver affermato che si sta lavorando senza tregua, giorno e notte, per raggiungere un accordo, ha sottolineato ancora una volta che “il Governo britannico deve convincersi del fatto che chi lascia l’Unione non può mantenere la medesima posizione privilegiata di uno Stato membro”. Niente cherry picking, insomma. Su ogni dossier si apre conflitto, anche sulla realizzabilità di un sistema di posizionamento satellitare alternativo a Galileo: la Gran Bretagna da sola, ha chiosato Junker, non ce la potrà mai fare.

Lo scacchiere internazionale su cui la Gran Bretagna si sta orientando è ben più vasto: si va dai rapporti con la Russia e dal connesso ruolo della Nato, alle relazioni con gli Usa. Nel primo caso, l’obiettivo è quello di mantenere alta la tensione con Mosca, sia per evitare un avvicinamento ulteriore da parte di Berlino, sia per bloccare la tentazione di Parigi di bilanciare il potenziale economico tedesco enfatizzando il suo ruolo di potenza nucleare e di membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in vista della costituzione di un Esercito europeo che affranchi l’Unione dall’ombrello statunitense. La Gran Bretagna cercherà dunque di inserire nell’Accordo con la Ue gli aspetti relativi alla sicurezza militare internazionale

Nei rapporti con gli Usa, c’è da registrare il ribaltamento di prospettive rispetto agli orientamenti espressi dalla Amministrazione Obama, secondo cui un voto favorevole alla Brexit avrebbe messo la Gran Bretagna in coda rispetto alla Ue nella stipula del Ttip, l’Accordo di liberalizzazione commerciale che allora era in coro di negoziazione. Non solo il Ttip è andato in disarmo, ma Il recente accordo tra Usa e Mexico, sostitutivo del Nafta, rimette in discussione il ruolo del Canada nell’area nordamericana. L’isolamento di Ottawa è solo parzialmente bilanciato dalla provvisoria entrata in vigore del Ceta stipulato con l’Europa: un recesso unilaterale degli Usa dal Nafta, volto a consentire l’entrata in vigore del nuovo accordo commerciale col Messico, la priverebbe di un mercato di sbocco insostituibile. La stessa Inghilterra, d’altro canto, ha nei rapporti con il Commonwealth e quindi con il Canada, uno dei punti di forza per ricostruire la cosiddetta Anglosfera. Tutto dipende ora dalla forza che dimostrerà Donald Trump nei prossimi mesi: se dovesse riuscire a vincere la resistenza del Canada, estendendo ad Ottawa il nuovo Accordo commerciale sostitutivo del Nafta, la Gran Bretagna si troverebbe la strada spianata. Potrebbe inserirsi in quel contesto, abbandonando il Ceta, e cercando di aggregarvi altri Stati aderenti al Commonwealth.

Il quadro è chiaro. La Germania non si può permettere di vedere compromesso l’attivo commerciale verso la Gran Bretagna, che nel 2017 è arrivato alla stratosferica cifra di 47,6 miliardi di euro, rispetto ai 50,4 miliardi riportati nei confronti degli Usa che pure hanno una economia sette volte più grande di quella britannica ed una popolazione cinque volte più numerosa. La Gran Bretagna, a sua volta, non si può permettere di perdere l’accesso al mercato europeo dei capitali, che finora ha presidiato attraverso il Lussemburgo da una parte e Bruxelles dall’altra. La Francia cerca di trarre il maggior beneficio possibile dal venir meno della ingombrante presenza inglese nell’Unione, bilanciando a sua favore l’asse con Berlino. Gli Usa vedono con favore questo sfilacciarsi dell’Unione, che si è fatta negli anni sempre più indipendente e talora impertinente. La crisi di questi anni è stata dirompente: al cosiddetto metodo comunitario sono subentrate le politiche nazionali, forzature compiute da tutti i Paesi più forti, principalmente da Germania, Inghilterra e Francia, per tutelare le proprie banche, i propri cittadini, ed i propri interessi nei confronti degli altri partner: Fiscal Compact, Esm, Banking Union e referendum sulla Brexit sono stati i tasselli fondamentali di questa virata. Dal campo finanziario a quello delle migrazioni interne, sono stati travolti equilibri delicatissimi, costruiti con pazienza negli anni.

Se l’Europa ora si disgrega, anche con la Brexit, non è colpa dei sovranismi: sono la logica conseguenza del continuo prevalere degli interessi nazionali cui abbiamo assistito negli scorsi dieci anni, e non certo la causa.