ARIECCO MARIO CIANCIO / LA VOCE NE SCRIVEVA 33 ANNI FA

24 settembre 2018

di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Torna alla ribalta uno dei famosi Cavalieri dell’Apocalisse mafiosa,  Mario Ciancio. Al quale hanno sequestrato beni (soprattutto testate giornalistiche) per centinaia di milioni di euro. Uno

sempre in pista, inossidabile, sempre in affari, con i vari Costanzo, Rendo, Graci, Finocchiaro.

La Voce ebbe il modo di scriverne per la prima volta addirittura nel 1985, una grossa inchiesta dedicata alla ricostruzione post terremoto ’80. E in molti consorzi per la realizzazione di interi quartieri erano impegnati anche loro, con tutta la loro “esperienza”. Da rammentare perché quei consorzi furono il veicolo principale per l’infiltrazione di camorra – e anche mafia – nel settore dei grandi lavori pubblici, come è stata proprio quella mega ricostruzione che ha inghiottito – secondo i calcoli di fine anni 90 –  almeno 70 mila euro, più tutte le integrazioni successive.

A quell’inchiesta collaborò anche Miki Gambino, all’epoca impegnato ne “I Siciliani” di Pippo Fava e poi tra i protagonisti di Avvenimenti.

Un incredibile intreccio di sigle, società, consorzi, quello messo in campo in tutto l’hinterland partenopeo. Una ricostruzione, comunque, che arrivò fino in provincia di Caserta, ad esempio con i super appalti dei Regi Lagni, arrivati a sfiorare i 10mila miliardi di lire per opere che non solo non avevano nulla a che fare con il dopo terremoto, ma che finirono per massacrare quel territorio, da allora in poi sempre più fragile.

Riportiamo, di seguito, la pagina di quell’inchiesta dedicata a Mario Ciancio. Che già allora aveva il pallino di inchiostri e rotative.

Acqua: Italia batte Inghilterra. Un esempio per Autostrade

Barbara Corrado firstonline.info 24.9.18

Avere affidato all’Arera la regolamentazione e la vigilanza sul servizio dell’acqua ha portato notevoli vantaggi: rimesso in moto gli investimenti, favorito il recupero dei costi senza eccessi tariffari. Con più gradualità e meno forzature di quanto in Inghilterra e Galles ha fatto l’Ofwat. Lo afferma uno studio di Ref che guarda anche al futuro di Autostrade

Se il Ponte Morandi di Genova fosse stato affidato al controllo di un’Authority indipendente, sarebbe ugualmente crollato? E’ lecito dubitarne. Perché? Prendendo ad esempio la vicenda dell’acqua affidata dal 2012 alla regolamentazione e controllo dell’Autorità per l’Energia. Sei anni dopo, il giudizio sul lavoro svolto è decisamente positivo: i prezzi si sono riallineati ai costi, la qualità è migliorata grazie alla ripresa degli investimenti, è stato introdotto un bonus per sostenere le fasce più disagiate. A promuovere a piene mani l’attività dell’Arera (Autorità indipendente per Energia, reti e Ambiente) è uno studio dil Ref.ricerche, il laboratorio fondato a suo tempo da Carlo Dell’Aringa per indagare su settori che vanno dalla finanza pubblica, alle infrastrutture, ai prezzi.

30 ANNI DI REGOLE IN INGHILTERRA E GALLES

Per valutare l’operato della nostra Authority i ricercatori di Ref hanno messo a raffronto l’esperienza realizzata in Inghilterra e Galles con Ofwat, l’Authority pubblica indipendente che ha preso in mano il settore dell’acqua nel 1991 ed è considerata un punto di riferimento in Europa. Le differenze tra la situazione italiana e quella inglese sono abissali: sostanzialmente il nostro Paese ha 30 anni di ritardo rispetto all’Inghilterra; non solo, ma mentre oltre Manica Ofwat si è trovata di fronte dieci gestori, qui Arera ne ha dovuti fronteggiare un migliaio, quasi tutti piccoli o micro, fatta eccezione per le grandi utility come Hera, Acea, Iren che si contano sulle dita di una mano. Risultato? “L’allievo ha superato il maestro” è il verdetto di Ref che spiega il perché.

“In Inghilterra e Galles – si legge nelle conclusioni della ricerca – nei primissimi anni seguiti alla privatizzazione (avvenuta nel 1989 e seguita dal Water Act del 1991) la priorità è stata sin da subito data al rilancio degli investimenti. Il modello inglese ha avuto il pregio di assicurare immediatamente e per lungo tempo un ingente flusso di risorse finanziarie a sostegno degli investimenti delle gestioni. Tuttavia l’Autorità inglese è stata aspramente criticata per alcune scelte troppo generose che possono avere sostenuto i profitti delle gestioni a discapito degli utenti”. E in Italia? Qui Arera ha intrapreso “ un percorso di recupero dei costi del servizio e di adeguamento delle tariffe a lungo compresse per motivi di consenso, operato scelte in grado di fare ripartire gli investimenti oltre che a migliorare la qualità del servizio”. L’approccio italiano “ha privilegiato la gradualità senza forzature” anche per la forte attenzione sul settore dell’acqua sottoposto anche a referendum e afflitto da polemiche interminabili. L’impalcatura disegnata dall’Area insomma, spiega lo studio Ref, è riuscita a disegnare un quadro di regole prudenti e graduali che ha funzionato, dati alla mano, e evitato aumenti ingiustificati dei prezzi promuovendo invece investimenti necessari in un settore profondamente arretrato (salvo alcune eccezioni).

IL RECUPERO DEI COSTI E IL PERIODO DELLA QUALITA’

Ecco in sintesi i dati su cui poggia la ricerca. Se è vero che sono passati più di vent’anni prima che l’Italia scegliesse di dotarsi di un regolatore indipendente modello inglese, è anche vero che il nostro sin da subito ha avuto pieni poteri ed è riuscito così ad evitare alcune storture. In Inghilterra i primi cinque anni di regolazione (1990-95) hanno spinto al recupero dei costi con un aumento delle tariffe del 34%, in linea con quanto è avvenuto in Italia tra il 2012 e il 2019. Ma in Italia l’aumento tariffario è servito sia a riallineare prezzi e costi del servizio che a sostenere gli investimenti. In Inghilterra invece la tariffa ha coperto essenzialmente gli investimenti che sono raddoppiati in pochi anni: da 2 miliardi di sterline degli anni ’80 si balza a oltre 4 miliardi nei primi anni 90. Altro indicatore, è l’andamento della Rab (Regulatory asset base) passata da 557 a 968 euro per abitante con un aumento di quasi il 70%. In Italia si è partiti da 250 euro per arrivare a 390, con un rialzo del 60% circa.

I benefici della formula inglese si sono avuti in termini di notevole miglioramento del servizio sia dal punto di vista tecnico (dispersioni e interruzioni quasi azzerate) che contrattuale (risposte alla clientela ed efficienza) ma nella fase iniziale hanno portato ad extra-profitti per i gestori che l’Ofwat ha poi dovuto correggere e a un forte indebitamento degli operatori per sostenere gli investimenti, con conseguenti difficoltà a gestire l’equilibrio finanziario.

Tornando all’esperienza italiana, tra il 2012 e oggi le tariffe sono salite del 30%, la dinamica gli investimenti procapite è passata da -1 a +38%, l’incremento della Rab procapite è salito da zero al 28%. Si tratta in pratica di curve gradualmente crescenti a fronte di un andamento di balzi e successivi rallentamenti nel caso inglese, con picchi della Rab del 70%. Un miglioramento che, ha evidenziato il centro studi Agici, può essere considerato come l’inizio di un “nuovo rinascimento italiano”.

IL CASO DELL’ACQUA E QUELLO DI AUTOSTRADE

Tutto ciò dimostra, conclude lo studio di Ref, che la regolazione indipendente italiana – che ha fatto tesoro dell’esperienza inglese – ha saputo mitigarne le asperità e massimizzarne i benefici per la collettività, privilegiando “la gradualità senza forzature”. Il che ha consentito di dribblare la pioggia dei ricorsi al Tar ed evitare eccessi di prezzo. Una lezione importante – è in definitiva la conclusione – proprio ora che la tragedia del Ponte Morandi a Genova ripropone con drammaticità il tema dei controlli e della necessità di manutenzione delle infrastrutture. “La magistratura accerterà le responsabilità ma appaiono nitide quelle dell’aver sottratto la regolazione economica ad un Authority indipendente che pure era stata costituita proprio per questo scopo” (l’Autorità per i Trasporti, ndr).

“I servizi pubblici a rete – è la conclusione – hanno bisogno di una governance responsabile, capace di indirizzare e controllare, di regole chiare e stabili, di gestioni affidabili e competenti, pubbliche private o miste, in grado di fornire servizi di qualità in modo efficiente, di investire per realizzare e mantenere in buono stato le reti”. E’ questo il suggerimento dei ricercatori di Ref (Donato Berardi, Samir Traini e Nicolò Valle) al governo alle prese con progetti di nazionalizzazione di Autostrade che non affrontano il nocciolo della questione sottostante: quello di una regolazione indipendente e che dia garanzie di controllo sulle gestioni.

Per saperne di più leggi: “La regolazione del servizio idrico:quando l’allievo supera il maestro”, Laboratorio SPL Collana Ambiente, gruppo di lavoro: Donato Berardi, Samir Traini, Nicolò Valle.

Versace diventa americana: accordo fatto con Michael Kors

Firstonline.info 24.9.18

Firmati i documenti, in serata l’ufficialità – La famiglia Versace rimarrà nell’azienda, mentre Blackstone uscirà di scena – Titolo Michael Kors in forte ribasso a Wall Street

Versace diventa (quasi) ufficialmente americana. La casa di moda italiana avrebbe fatto un accordo tra Michael Kors, che stamattina era indicato tra i papabili acquirenti della maison della Medusa, insieme a Tiffany e al “solito” Kering.

Secondo quanto riferisce l’Ansa, proprio in questi minuti, le parti sarebbero impegnate nella firma dei documenti, mentre il comunicato ufficiale arriverà entro stasera.

Dopo aver acquistato il marchio di scarpe, Jimmy Choo, Michael Kors amplia i propri orizzonti nel mercato del lusso, accaparrandosi uno dei fiori all’occhiello del madde in Italy.

La notizia però non sembra piacere troppo agli investitori. A Wall Street, il titolo della casa di moda americana cede il 7,4%.

Cosa prevede l’accordo? Versace dovrebbe essere stata valorizzata circa 2 miliardi di dollari, pari a circa 1,7 miliardi di euro. La famiglia Versace, tramite la holding Givi, oggi all’80% del capitale, dovrebbe rimanere nell’azienda con una partecipazione di minoranza, mentre Blackstone – che possiede il restante 20% – sembra destinata ad uscire di scena.

Glifosato nelle urine: 60 francesi denunciano la Monsanto e l’Unione europea

LifeGate.it 24.9.18

Decine di cittadini francesi hanno ritrovato nelle urine concentrazioni di glifosato ben oltre i limiti consentiti. E hanno sporto denuncia.

L’Ariège è un dipartimento francese della regione Occitania, situato al confine con la Spagna. Il capoluogo è la cittadina di Foix, meno di diecimila abitanti. E il territorio è costituito praticamente soltanto da campi coltivati, colline e da una porzione della catena dei Pirenei. Chi abita qui si può considerare in piena campagna, lontano da industrie, traffico stradale, grandi infrastrutture inquinanti. Eppure, in 60 si sono visti costretti a depositare una denuncia presso il tribunale. Per “attentato alla sicurezza altrui e all’ambiente”.

Jacques Dufresne

@jacqduf

Ariège : 60 nouvelles plaintes bientôt déposées contre des fabricants de pesticides – France 3 Occitanie

https://

france3-regions.francetvinfo.fr/occitanie/arie

ge/foix/ariege-60-nouvelles-plaintes-bientot-deposees-contre-fabricants-pesticides-1543218.html 

03:05 – 22 set 2018

Ariège : 60 nouvelles plaintes bientôt déposées contre des fabricants de pesticides – – France 3…

Après une campagne lancée par les Faucheurs volontaires de l’Ariège pour rechercher des traces de glyphosate dans l’urine de citoyens, 60 nouvelles plaintes vont être déposées devant le tribunal de…

france3-regions.francetvinfo.fr



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La quantità di glifosato nelle urine è 14 volte il massimo consentito nell’acqua potabile

Nel mirino delle decine di cittadini “ariégois” che si sono rivolti ai giudici c’è il glifosato, sostanza chimica alla base del pesticida Roundup, prodotto dall’americana Monsanto (ormai di proprietà della tedesca Bayer). Come riportato dal quotidiano 20 Minutes, infatti, i cittadini francesi hanno deciso di aderire ad una campagna organizzata dai “Faucheurs volontaires” (“Falciatori volontari”): un movimento transalpino che lotta principalmente contro gli organismi geneticamente modificati.

Ad essere denunciate sono non solo le multinazionali che fabbricano prodotti a base di glifosato ma anche le istituzioni che ne hanno autorizzato il commercio © Adam Berry/Getty Images

Obiettivo: sottoporre ciascuna persona ad analisi delle urine per comprendere quali siano i tassi di glifosato assorbiti dai loro organismi. I prelievi sono stati effettuati nello scorso mese di aprile e i risultati sono stati senza appello. Coloro che hanno deciso di depositare un esposto, si sono ritrovati con in media 1,43 nanogrammi per millilitro nei campioni prelevati, il che rappresenta 14 volte la dose massima autorizzata nell’acqua potabile.

“Sappiamo di non poter contare sulle istituzioni”

Di qui la decisione di chiedere giustizia: una denuncia che si aggiunge ad una prima già depositata da otto cittadini di Foix nello scorso mese di giugno. E che non si limita a chiedere conto dei propri comportamenti alla Monsanto (così come alle altre aziende che usano tale sostanza). I cittadini puntano il dito anche contro le istituzioni. A partire da quelle europee che hanno consentito – e consentono – la commercializzazione del glifosato.

Chloé Muller

@Chloe_Abeille

Ariège : des faucheurs volontaires déposent plainte contre des fabricants de pesticide

https://

wd52t.app.goo.gl/4z4FSECeF39EJZ

ov7 

13:23 – 15 giu 2018

Ariège : des faucheurs volontaires déposent plainte contre des fabricants de pesticide – – France 3…

Une quarantaine de “faucheurs volontaires” se sont réunis devant le Palais de justice de Foix. Huit d’entre eux ont déposé une plainte contre les fabricants de pesticides contenant du glyphosate et…

france3-regions.francetvinfo.fr



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Nonostante i rischi, infatti, l’Unione europea nello scorso mese di novembre ha autorizzato i prodotti a base di tale sostanza per altri cinque anni. Mentre la stessa Francia di Emmanuel Macron, malgrado gli annunci rassicuranti, ha dimostrato di tentennare fortemente sul tema.

Teaser Campagne Glyphosate

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“Da mesi sapevamo di non poter contare sui decisori politici affinché prendessero una posizione netta sul glifosato. Possiamo fare affidamento soltanto sui cittadini”, ha affermato Dominique Masset, uno dei responsabili dell’associazione “Campagna Glifosato”. Secondo il quale altri 250 abitanti dell’Ariège hanno deciso di effettuare analisi delle urine e sono pronti ad unirsi alla battaglia legale.

Uno dei chirurghi dello storico trapianto di faccia è un precario sottopagato

Globalist.it 24.9.18

Benedetto Longo ha fatto parte dell’equipe di medici che ha realizzato l’intervento. Guadagna pochissimo e deve fare attività privata per tirare avanti

Storie all’italiana. Da una parte quelli che volevano abolire i privilegi e che danno 170 mila euro l’anno a Casalino e dall’altro prodigi della medicina che guadagnano 25 mila euro l’anno lordi pari a circa 1300/1400 euro al mese.

Così è uscito fuori che Benedetto Longo, quarantunenne di Crotone, ha lavorato in equipe con tanti altri chirurghi e con il professor Fabio Santanelli di Pompeo, primario di chirurgia plastica al Sant’Andrea di Roma al trapianto di faccia, un intervento di microchirurgia altamente sofisticata, in cui occorre ‘riannodare’ vasi sanguigni e nervi, oltre a tutti gli altri tessuti che compongono un volto è un precario sottopagato.

Eppure ci sono voluti tre anni di organizzazione per arrivare all’intervento, che ha avuto bisogno anche dell’ok del Consiglio Superiore di Sanità, oltre a quello del Centro Nazionale Trapianti, ma ora l’iter dovrebbe essere più semplice per i prossimi. In totale nel mondo ne sono stati eseguiti una cinquantina.

Repubblica ha raccolto le dichiarazioni del chirurgo.

L’intervento è durato quasi 28 ore. Ha avuto bisogno di riposarsi ogni tanto? 

«A dir la verità io sono rimasto in ospedale 60 ore, praticamente da quando è arrivata la potenziale donatrice a dopo il ricovero in terapia intensiva della trapiantata. È stata dura ma l’adrenalina di situazioni come queste ti fa restare iper vigile per tutto il tempo».

Ci sono stati momenti più difficili degli altri? 

«Tecnicamente è stato difficile dal primo all’ultimo minuto. Ci sono strutture più complesse di altre da connettere ma si sta sotto pressione tutto il tempo. Anzi, lo siamo ancora perché ci sono una serie di problemi post intervento da gestire bene, come i rischi di rigetto o di complicanze. Comunque siamo abituati alla pressione».

Lei è ancora precario? 

«Sì, da dieci anni ho contratti da 12 mesi al Sant’Andrea. Guadagno 25 mila euro lordi l’anno per cinque giorni alla settimana di lavoro proprio sul progetto di trapianto della faccia. Per crescere i miei figli faccio anche attività privata. Ma non svolgo questo mestiere per il posto fisso. È una passione e poi la cosa più importante è la soddisfazione dei pazienti».

Certo, ma dopo un trapianto del genere non vorrebbe essere finalmente assunto? 

«In effetti non so cosa devo fare ancora per interrompere il precariato».

Oxfam: colossi farmaceutici mettono a repentaglio la salute dei cittadini

Politicamentescorretto.info 24.9.18

quattro colossi farmaceutici “più importanti al mondo mettono a repentaglio la salute dei cittadini, privando i governi di risorse erariali che potrebbero essere investite nei sistemi sanitari pubblici, e compromettendo la possibilità di accesso ai farmaci essenziali per milioni di persone“.

La denuncia arriva dal nuovo rapporto di Oxfam (Oxford committee for Famine Relief), Prescription for poverty.

Sotto accusa Pfizer, Merck, Johnson & Johnson e Abbott Laboratories.

Oxfam, movimento globale per l’eliminazione della povertà, ha condotto un’analisi dei bilanci consolidati depositati dalle società capogruppo negli Usa ed esaminato i bilanci pubblici di 359 sussidiarie dei 4 gruppi in 19 Paesi nel periodo 2013-2015, riscontrando un potenziale trasferimento di profitti da Paesi a fiscalità medio-alta verso giurisdizioni dal fisco agevolato.

Tanto nelle economie avanzate prese in esame (Australia, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Spagna), quanto nei mercati emergenti e Paesi in via sviluppo (Cile, Colombia, Ecuador, India, Pakistan, Perù e Tailandia), i margini medi degli utili delle quattro industrie farmaceutiche sono risultati, al lordo delle imposte, estremamente bassi: rispettivamente del 7% e del 5% nel triennio 2013-2015. In altre parole, un utile lordo di appena 7 e 5 centesimi per ogni dollaro fatturato. Eppure su scala globale, evidenzia il rapporto, hanno dichiarato alla Sec (la Consob statunitense) profitti annui che raggiungevano in alcuni casi il 30% dei ricavi. I profitti mancanti non sono evaporati, ma ne è stata trovata traccia in quattro paradisi fiscali societari: Belgio, Irlanda, Paesi Bassi e Singapore. L’organizzazione non governativa ha riscontrato in questi Paesi, margini medi di profitto prima delle imposte pari al 31%. E stima che il potenziale trasferimento degli utili verso giurisdizioni a fiscalità agevolata possa aver comportato perdite fiscali per le economie avanzate pari a 3,7 miliardi di dollari all’anno nel triennio 2013-2015.

In Italia la sotto-contribuzione fiscale potrebbe aver causato un ammanco annuo da 270 milioni di dollari.

Nei sette Paesi in via di sviluppo esaminati, la stima delle perdite erariali si è attestata a 112 milioni di dollari all’anno: somma sufficiente a vaccinare 10 milioni di ragazze contro il virus che causa il tumore alla cervice uterina, responsabile della morte nel mondo di una donna ogni due minuti.

Il rapporto evidenzia inoltre come le case farmaceutiche arrechino danno alla salute delle persone più povere, applicando sovrapprezzi sui farmaci e rendendoli così inaccessibili. Un esempio è dato dal ciclo standard da dodici settimane di Paclitaxel, farmaco antitumorale prodotto da Pfizer per 1,16 dollari e rivenduto negli Stati Uniti a 276 dollari e nel Regno Unito a 912 sterline. (ANSA salute).

via ImolaOggi

Vittime di BPVi e Veneto Banca scrivono a presidente@pec.governo.it come consigliato da fondosocibanchevenete@vicenzapiu.com

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 24.9.18

Gentile Presidente Giuseppe Conte, come saprà, il Governo Gentiloni ha “salvato” le banche venete. Gesto lodevolissimo, peccato che lo abbia fatto anche con i nostri soldi“: così inizia la lettera firmata per esteso che un risparmiatore obbligazionista, S.F., ha inviato al presidente del Consiglio dei Ministri, su nostro consiglio, che ripetiamo da qui a tutti (mail: presidente@pec.governo.it), come da scambio di mail dall’indirizzo da noi riservato a informazioni e consigli ai soci truffati da BPVi e Veneto Banca ma anche dalle 4 banche risolte (fondosocibanchevenete@vicenzapiu.com) e di sotto riportate per il caso specifico. S. F. aggiunge a Giuseppe Conte quanto riportiamo di seguito.

Siamo infatti tra gli obbligazionisti subordinati che potremmo non ricevere alcun rimborso in quanto i bond da noi acquistati non hanno i requisiti richiesti fino ad ora dalla legge per avere un ristoro. Siamo risparmiatori, non speculatori della “City”, come qualcuno vuole far credere. Ci siamo purtroppo fidati di istituti che credevamo solidi e che invece, a causa di pluriennali gestioni a dir poco discutibili, si sono rivelati autentiche scatole vuote.

Le nostre famiglie stanno affrontando una difficile situazione economica e psicologica. Spero ci sia ancora la possibilità di poter prevedere a livello normativo un indennizzo per tutti i titolari di obbligazioni subordinate senza discriminazioni di sorta. Abbiamo infatti acquistato questi titoli tramite home banking (non quindi presso uno sportello bancario) e questo, al momento, ci preclude ogni possibilità di avere un ristoro.

Il Decreto, con cui le banche sono state salvate, ha stabilito dei limiti così stringenti per avere un risarcimento che davvero in pochi potranno sperare di riavere indietro qualcosa; e ciò ci fa pensare che i troppi vincoli normativi che regolano i rimborsi siano stati dettati dalla volontà di risarcire, con somme simboliche, solo una ristretta platea di investitori. Questo conferma la nostra sensazione di essere vittime di un’ingiustizia perpetrata dalla finanza prima, e dalla politica poi.

La nostra fiducia nel sistema bancario nazionale vale ormai quanto i titoli veneti che abbiamo in portafoglio. Non Le neghiamo che anche la fiducia nella politica si sta rapidamente azzerando. Speriamo che almeno Lei, quale Presidente del Governo del Cambiamento, voglia continuare a dar voce ai tanti risparmiatori che si ritrovano con un pugno di mosche in mano.

La ringraziamo se ha avuto la pazienza di ascoltarci e speriamo nella possibilità che un Suo intervento sia in grado di porre rimedio a una grave ingiustizia.

Con stima

S. F.

Il 07 set 2018 10:46 PM, ….. ha scritto:

Gentile Direttore, La ringrazio tanto della gentilezza. Come può immaginare si tratta di situazioni difficili da gestire, sia per il dispiacere dovuto alla perdita dei risparmi, sia per la difficoltà nel reperire informazioni utili all’ottenimento di un’auspicabile quanto improbabile ristoro.

La ringrazio in anticipo se vorrà tenermi informato su eventuali notizie che possono riguardare il mio caso.

S. F.

Il 07 set 2018 6:02 PM, Direttore VicenzaPiù <direttore@vicenzapiu.com> ha scritto:

Gentile sig. S.F. ,

scusi, intanto, per il ritardo nella risposta e grazie per aver seguito il nostro lavoro giornalistico.

In linea di massima anche lei dovrebbe essere compreso in chi la 205 “vuole” ristorare perché questa legge prevede (comma 1106)

“l’erogazione di misure di ristoro in favore di risparmiatori che hanno subito un danno ingiusto, riconosciuto con sentenza del giudice o con pronuncia degli arbitri (Anac, ndr) in ragione della violazione degli obblighi di

– informazione, – diligenza, – correttezza e trasparenza

previsti dal testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria,di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, nella prestazione dei servizi e delle attivita’ di investimento relativi alla sottoscrizione e al collocamento di strumenti finanziari emessi da banche aventi sede legale in Italia sottoposte ad azione di risoluzione ai sensi del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180, o comunque poste in liquidazione coatta amministrativa, dopo il 16 novembre 2015 e prima della data di entrata in vigore della presente legge”.

Mi informerò meglio sul suo profilo, perché, da investitore autonomo con l’home banking, ci potrebbe essere qualche diversità ferma restando la sua annotazione che lei ha sottoscritto bond ma sulla base di informazioni fasulle.

Chi non ha un lodo, come previsto dalla 205, lo dovrà attivare tramite l’ANAC, come sa, e poi, per quanto si legge, fare istanza. Ma siccome i nuovi lodi saranno espletati da Anac penso e spero che stilerà una procedura onnicomprensiva. Tecnicamente potrà presentare l’istanza senza supporto, bisogna però valutare i tipi di passi che dovrà compiere per chiedere il lodo e poi fare istanza (sarebbe augurabile, ripeto, che l’ANAC fissi una modulistica per quanto possibile semplice)

Ovviamente tutto ciò vale se verrà emanato il decreto attuativo con incrementi di dotazioni e non con gli emendamenti presentati in questi giorni da due parlamentari, dispiace dirlo, del M5S che tendono a rinviare e a dotare in tutto il fondo di meno di mezzo miliardo in tre anni!.

Ogni azione che spinga verso l’emanazione del decreto attuativo, con dotazione crescente, rende possibile contare su un ristoro.

Scriva ad esempio appelli ai giornali o, meglio, direttamente, al presidente del consiglio che deve bloccare il decreto:

presidente@pec.governo.it

Rimango a sua disposizioneGiovanni Coviello

Giovanni Coviello

Direttore responsabile VicenzaPiù Magazine, VicenzaPiù.Tv, www.vicenzapiu.com

Il 04 set 2018 2:52 PM, ….  ha scritto:

Gentile Direttore, ho letto l’articolo con il quale si fa chiarezza sui possibili, futuri ristori per i risparmiatori truffati delle banche venete. In questo, come in altri articoli, si fa riferimento ai soci delle banche. Cosa ne sarà invece di chi ha acquistato obbligazioni subordinate, anche queste azzerate? Per chi, come me, ha acquistato bond subordinati facendo l’operazione da solo tramite home banking, quali scenari sono ipotizzabili? Nessuno mi ha costretto o convinto ad acquistare quei titoli, l’ho fatto semplicemente nella convinzione che le banche fossero solide. Il problema è che poi i bilanci hanno rivelato una realtà ben diversa che ovviamente al pubblico dei risparmiatori era stata taciuta.

La ringrazio dell’attenzione

S. F.

Pace fiscale, Castaldi (M5S): ‘Ascoltate la storia di questa signora, è quella di tanti italiani’

silenziefalsita.it 24.9.18

Ascoltate la storia di questa signora, è quella di tanti italiani!”

Così Gianluca Castaldi in un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, condividendo il video di un servizio mandato in onda ad Agorà, su Rai2.

Nel video condiviso dall’esponente 5Stelle una signora afferma che è stata rifiutata la sua richiesta di rateizzazione perché non aveva pagato la rottamazione per problemi economici e familiari.

“Ora – spiega la donna – c’è in corso un pignoramento sulla mia banca, mi hanno bloccato il conto, non posso prelevare, non ho soldi, ho problemi familiari perché sono separata con due figli. Io sono libera professionista, non mi fanno una cessione del quinto, per i dipendenti la fanno, a me hanno bloccato il conto, non posso fare niente e per questo io chiedo la rateizzazione per fare una vita normale: questa non è vita.”

Jacopo Fo, ospite in studio ad Agorà, riferendosi alle parole della donna, ha detto: “questa signora, è lei la colpevole del disastro italiano? La gente viene massacrata, la sinistra non si rende conto che la gente è esasperata da un sistema demenziale e criminale. Centinaia di funzionari che invece di andare a colpire chi sta veramente fregando la vita agli italiani, se la prendono con questa signora, e la sinistra deve capire che se la gente vota il 5S e la Lega perché hanno fallito sul difendere i deboli.”

Castaldi ha commentato così: “i governi precedenti regalavano scudi fiscali ai grandi evasori, quelli che fanno sparire milioni all’estero. Noi invece diamo una possibilità di ripartire a pmi, partite iva, lavoratori dipendenti: saldo e stralcio non per chi voleva fare il furbo, ma per chi proprio non ce l’ha fatta a pagare tutto.”

“Chiamiamola pace fiscale, condono o come volete: l’importante è che persone normali ed oneste possano tornare a vivere e lavorare serenamente,” ha concluso.

Guarda il video:

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Guarda video (2:27)

Pubblicato da Gianluca Castaldi

La Russia potenzia la difesa aerea siriana – Dice alle “teste calde” di darsi una calmata

comedonChisciotte.org 24.9.18

MOON OF ALABAMA

moonofalabama.org

Il Ministro della Difesa Russo ha annunciato oggi alcune delle misure che verranno prese in Siria in risposta all’abbattimento del velivolo per contromisure elettroniche e la conseguente perdita dei 15 uomini dell’equipaggio. Ieri, il Ministro della Difesa Russo aveva detto di considerare Israele responsabile dell’incidente.

Subito dopo il fatto, avevamo fatto notare che:

Su richiesta personale di Netanyahu, la Russia aveva bloccato la consegna all’esercito siriano dei sistemi originali russi di difesa aerea S-300. Questi avrebbero potuto, malauguratamente, essere indirizzati contro il bersaglio sbagliato. In conseguenza di ciò, un 747 iraniano era stato danneggiato e 15 militari russi avevano perso la vita. Netanyahu altri simili ‘favori’ da Mosca se li può scordare.

Ieri, avevamo aggiunto:

L’incidente avrà conseguenze a diversi livelli. Per prima cosa, lo spazio aereo lungo la costa siriana sarà off-limits per gli aerei israeliani.

La difesa aerea siriana sarà ulteriormente modernizzata e rafforzata. Il suo personale otterrà un ulteriore training specialistico. Ma, probabilmente, la maggior disgrazia per l’esercito israeliano verrà dal raffreddamento delle relazioni con le forze russe. Non ci saranno più omaggi, non ci saranno più occhi girati dall’altra parte e i Russi faranno fuoco sulle forze israeliane, se dovessero tentare ancora simili trucchi.

Queste erano le misure che avevamo previsto e sono esattamente quelle annunciate oggi dal Ministro della Difesa Shoigu. La Siria otterrà gli S-300, la sua difesa aerea verrà ulteriormente rafforzata, la costa siriana sarà difesa in modo ancora più saldo:

MOSCOW, September 24./TASS. “Entro due settimane, l’esercito siriano otterrà dalla Russia i sistemi di difesa aerea S-300 per rafforzare le sue capacità di combattimento dopo l’abbattimento dell’IL-20 russo in Siria,” ha detto lunedi il Ministro della Difesa Sergei Shoigu.

La Siria aveva ordinato i sistemi S-300 nel 2013, ma la Russia ne aveva bloccata la consegna su richiesta di Israele. La Siria, del resto, aveva necessità molto più urgenti, riguardanti sopratutto i sistemi di difesa aerea a corto raggio, che la Russia aveva fornito in numero cospicuo. Erano stati questi sistemi che avevano permesso alla difesa aerea siriana di mettere fuori uso gran parte dei missili da crociera statunitensi lanciati contro la Siria nel mese di aprile. Gli S-300, con una gittata che arriva a 250 km., saranno in grado di colpire gli aerei israeliani sul Libano e anche molto all’interno dello spazio aereo di Israele.

L’invio dalla Russia degli S-300 per mezzo di aerei da trasporto è già iniziato. Esistono diversi sottotipi del sistema e un certo numero configurazioni radar per la loro guida. Non ci sono ancora informazioni sulle versioni con cui verrà equipaggiata la Siria e sul loro numero. Il primo dispiegamento avverrà probabilmente attorno alla capitale, Damasco.

Shoigu ha anche annunciato che le difese aeree siriane saranno ora fornite del sistema IFF russo:

“I posti di comando e le unità della difesa aerea siriana saranno dotati dei controlli automatizzati finora disponibili solo per le forze armate russe. Questo faciliterà il controllo centralizzato su tutte le forze e le risorse della difesa aerea siriana, il monitoraggio della situazione nello spazio aereo e assicurerà la corretta esecuzione degli ordini. Cosa più importante, garantiremo l’identificazione degli aerei russi da parte da parte dei sistemi di difesa aerea siriani,” ha detto Shoigu.

Il sistema IFF è il Sacro Graal di tutte le aviazioni. Con l’IFF, un radar della difesa aerea invia la richiesta di un codice segreto ad ogni velivolo non identificato che viene rilevato. Se il codice è giusto, un aereo amico risponderà con un segnale di riconoscimento. Il sistema usa frequenze speciali, una crittografia forte e questo codice ultrasegreto viene cambiato ogni giorno. (Le procedure della NATO richiedono che all’aggiornamento quotidiano di questi codici presiedano contemporaneamente due ufficiali). La Russia non aveva fornito questi codici alla Siria per evitare che potessero cadere in mano di potenziali nemici. E’ assai probabile che, per la loro gestione, nei posti di comando della difesa aerea siriana saranno presenti anche ufficiali russi.

La Russia potrà anche prendere ulteriori contromisure elettroniche per sventare possibili attacchi nelle vicinanze delle sue basi in Siria:

La terza misura annunciata dal Ministro della Difesa Russo è una ‘coperta’ di contromisure elettroniche su tutta la costa siriana, che dovrebbe “bloccare la navigazione satellitare, i sistemi radio e radar di bordo di aerei che stiano attaccando bersagli in territorio siriano.”

Shoigu ha affermato che queste misure hanno lo scopo di “raffreddare le teste calde e fare in modo che comportamenti azzardati non rappresentino un rischio per i nostri militari.” Ha aggiunto che, se una cosa del genere non dovesse verificarsi, l’esercito russo “agirebbe in base alla situazione.”

L’area dove verrebbero utilizzate queste contromisure elettroniche comprende certamente la maggior parte del Libano, il cui spazio aereo è stato usato diverse volte da Israele per attaccare la Siria. Questo e la modernizzazione delle difese aeree siriane non saranno gli unici provvedimenti che prenderà la Russia. Ci saranno ulteriori sanzioni politiche nei confronti di Israele, che devono ancora essere annunciate.

Israele sa che può fare ben poco contro la risposta russa al suo attacco proditorio. Questo è il motivo per cui alcuni suoi esponenti politici ora chiedono un maggior coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria. All’esercito americano questo non piacerà.

Moon of Alabama

Fonte:moonofalabama.org

Link: http://www.moonofalabama.org/2018/09/russia-beefs-up-syrias-air-defenses-tells-hotheads-to-cool-down.html#more

24.09.2018

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

USA nuovo paradiso fiscale: anche il gruppo Rothschild si sposta

politicamentescorretto.info 24.9.18

La trasformazione degli Stati Uniti in paradiso fiscale

di Giacomo Gabellini

A partire dagli anni ’80, la crescita ipertrofica del settore finanziario si è sviluppata entro una cornice generale caratterizzata dal più totale vuoto normativo, in cui la deregolamentazione dei singoli mercati nazionali non è stata sostituita con nuove normative internazionali atti a disciplinare i movimenti di capitale. Il che non poteva che consolidare la piuttosto diffusa pratica, da parte delle aziende, di aggirare le imposte vigenti nei Paesi d’origine sussidiando le proprie attività presso le società off-shore. L’ex presidente tanzaniano Julius K. Nyerere ha evidenziato a questo proposito che:

le transazioni finanziarie internazionali vengono effettuate in un regime che rasenta la totale anarchia. Molti organismi e commissioni tentano di coordinare politiche di regolamentazione a livello nazionale e di negoziare standard internazionali, ma non hanno poi alcun potere di garantirne l’effettiva applicazione. Le Isole Cayman e le Bermuda non offrono soltanto belle spiagge, ma anche porti al riparo da ogni regolamentazione e accordo internazionale sui movimenti dei capitale».

L’approfondimento del deficit di bilancio registrato dagli Usa nel corso degli anni ‘80 era strettamente connesso alla fuga di profitti aziendali non registrati nei bilanci, che vennero depositati nelle banche off-shore delle Cayman, delle Bahamas, della Svizzera e del Lussemburgo. Da uno studio condotto da James Henry, ex capo economista della società di consulenza finanziaria McKinsey, è emerso che alla fine del 2010 il patrimonio occulto custodito nelle Cayman o in altri ‘paradisi fiscali’ ammontava a oltre 21.000 miliardi di dollari se si prendevano in esame solo i depositi bancari e gli investimenti finanziari, mentre tenendo conto delle proprietà fisiche (immobili, mezzi di trasporto, ecc.) si arrivava a 32.000 miliardi di dollari, equivalenti grosso modo al doppio del Pil statunitense. Ma non solo soltanto le grandi aziende a ricorrere ai ‘paradisi fiscali’; trafficanti di droga e di organi, mafie, politici corrotti, evasori fiscali di altissimo livello e criminali di vario genere depositano regolarmente i propri fondi sporchi – ‘neri’ se nascosti al fisco e ‘rossi’ se macchiati di sangue – in conti correnti off-shore nei ‘porti franchi’, i quali non si limitano a garantire l’anonimato e un bassissimo livello di tassazione, ma provvedono a riciclare denaro sporco e reintrodurlo successivamente nei regolari circuiti finanziari.

La Gran Bretagna, e più specificamente l’epicentro finanziario della City di Londra, sono state per decenni il centro di questo sistema. Come spiega l’analista Nicholas Shaxson:

«la Gran Bretagna è al centro di una rete di ‘paradisi fiscali’ che alimentano in capitali la City di Londra, procurandole il gigantesco volume d’affari che sappiamo. Il primo cerchio della rete è costituito dalle cosiddette dipendenze della Corona: Jersey, Guernesey e l’Isola di Man, che fanno affari specialmente con Europa, Russia e Medio Oriente; il secondo cerchio è costituito dai territori britannici d’oltremare, come le Cayman e le Bermuda, che raccolgono soprattutto dalle due Americhe».

Stando alla diagnosi proposta da Shaxon, la vasta rete del sistema finanziario ombra si diramerebbe quindi da Londra per articolarsi ed estendersi all’interno pianeta attraverso due ‘cerchi’ intermedi. Il primo ‘cerchio’ corrisponde alle tre isole della costa inglese – Jersey, Guernsey e Man – ed è rivolto verso l’Africa e l’Asia. L’altro ‘cerchio’ coincide con le Isole Cayman (che ospitano 80.000 società – per 44.000 abitanti – e domiciliano il 75% degli hedge fund del mondo) e le Bermuda, ed è orientato verso le Americhe. Potendo contare su tali ramificazioni, la City di Londra è riuscita ad attirare l’inaudita somma complessiva di fondi esteri di 3.400 miliardi di euro. Ma se la Gran Bretagna gestisce l’enorme struttura finalizzata alla raccolta dei fondi, gli Stati Uniti rimangono la principale destinazione del denaro. Gli Usa sono stati i primi a dar sfoggio all’universo off-shore, in forza della loro consolidata inclinazione a chiudere i loro conti con l’estero, cronicamente in deficit, anche attirando denaro di provenienza poco chiara al quale offrono esenzioni fiscali e protezione legale.

A partire dal 2008, le forti pressioni esercitate da diversi Paesi ed organizzazioni non statuali hanno indotto Washington a porre ufficialmente l’abolizione del segreto bancario – che è la principale arma dei ‘paradisi fiscali’ – in cima alla scala delle priorità. Nel marzo 2010, il Congresso ha approvato il Foreign Account Tax Compliance Act (Fatca), una legge che impone a qualsiasi istituzione finanziaria a fornire alle autorità tutte le informazioni riguardanti i clienti statunitensi. Dietro sollecitazione Usa, i Paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) avevano emulato l’esempio Usa, mettendo a punto una normativa, modellata sul calco del Fatca, che prevedeva l’introduzione di uno schema mondiale di scambio di informazioni teso a permettere alle autorità competenti di stanare gli evasori fiscali e assicurarli alla giustizia. Dal 2014, 97 Paesi hanno sottoscritto la normativa Ocse, compresi Svizzera e Lussemburgo, e tantissimi altri hanno cominciato a valutare la possibilità di aderire al progetto.

Solo quattro Stati hanno declinato la proposta, vale a dire Bahrein, le isole di Nauru e Vanuatu, e gli Stati Uniti. In buona sostanza, gli Usa hanno chiesto ed ottenuto trasparenza dal resto del mondo senza ricambiare il favore, permettendo così a Stati federali come Delaware, Nevada, South Dakota e Wyoming di mantenere il loro elevatissimo livello di opacità finanziaria e di consolidare la loro posizione di ‘paradisi fiscali’ on-shore, in cui i grandi evasori depositano i propri redditi per nasconderli alle autorità e dove le grandi multinazionali statunitensi domiciliano proprie società di comodo utili ad aggirare il regime fiscale in vigore nel resto degli Usa. È il caso di Apple, che, come documentato da una dettagliata inchiesta del ‘New York Times’, ha fondato Braeburn Capital, sussidiaria della Apple incaricata di gestire l’ingente patrimonio liquido della società, a Reno, in Nevada. Il regime fiscale del Nevada, che non prevede né la corporate tax né l’imposta sul capital gain, permette all’azienda non solo di sottrarre i profitti sulla liquidità investita al regime fiscale della California, dove l’azienda è domiciliata, ma anche di alleggerire il carico fiscale in Stati federati quali Florida, New Jersey e New Mexico, le cui giurisdizioni allineano la tassazione della società principale a quella cui è sottoposta la sua sussidiaria domiciliata in un altro Stato. Il ‘caso Apple’ ha quindi spinto la altre imprese della Silicon Valley (Intel, Microsoft, Oracle, ecc.) ad esercitare pressioni sullo Stato della California affinché adottasse il regime fiscale in vigore in Florida, New Jersey e New Mexico dietro la minaccia di fondare a loro volta proprie società finanziarie nel vicino Nevada per aggirare la tassazione californiana. Dopo un lungo braccio di ferro che ha determinato un’emorragia di capitali tradottasi in 1,5 miliardi di dollari in meno di gettito fiscale e conseguente dissesto dei conti pubblici, la California ha ceduto, allineando il proprio regime fiscale a quelli indicati dalle grandi aziende della Silicon Valley.

Grazie a questo livellamento verso il basso indotto dall’attività lobbistica delle grandi imprese e alla diffusione generalizzata della normativa Ocse che ha imposto ai Paesi firmatari un giro di vite sulle norme in materia di spostamento e deposito dei capitali, gli Stati Uniti hanno rapidamente scalato le posizioni del Financial Secrecy Index, la graduatoria redatta – e aggiornata ogni due anni – dall’autorevole contro studi ‘Tax Justice Network’ che classifica i Paesi in cui il segreto bancario è più forte, superando persino Isole Cayman, Lussemburgo e Singapore. Non a caso, il potente gruppo Rothschild ha creato una società a Reno, in Nevada (esentato dalle regole sulla disclosure), in cui ha cominciato a spostare i patrimoni dei suoi facoltosi clienti che fino a poco tempo fa venivano custoditi presso le Isole Bermuda, che con l’adozione della normativa Ocse sta conoscendo una progressiva contrazione della rendita da ‘porto franco’ del grande capitale. «Gli Stati Uniti sono il più grande paradiso fiscale al mondo», ha commentato Andrew Penney, managing director di Rothschild. Cisa Trust e Trident Trust, due grandi nomi della finanza elvetica, hanno emulato l’esempio dei Rothschild trasferendo ingenti quantità di denaro dalla Svizzera e dalle Isole Cayman al South Dakota. Alice Rokahr, dirigente di Trident Trust, ha rivelato che molti clienti stanno abbandonando le banche di Zurigo e Ginevra per approdare negli Stati Uniti, nella convinzione che in pochi anni la Svizzera vedrà decadere il crisma di capitale mondiale del segreto bancario che ha saputo conservare per secoli, forse in favore degli Usa.

Una recente inchiesta di ‘Global Witness’ ha fornito una pratica dimostrazione di quanto sia facile trasferire denaro di dubbia provenienza negli Stati Uniti; spacciandosi per ex funzionario di un Ministero straniero, un giornalista munito di telecamera nascosta si recato presso tredici tra i più prestigiosi studi legali di New York chiedendo delucidazioni su come trasferire in sicurezza e rimanendo nell’anonimato grosse somme di denaro ottenute tramite corruzione. Come risultato, dodici dei tredici studi legali consultati dal reporter sotto copertura hanno suggerito di utilizzare società anonime statunitensi domiciliate in Stati come il Delaware. Alcuni avvocati di grido specializzati in questioni finanziarie sono persino giunti ad indicare alcuni loro conti correnti di riferimento come canali sicuri per trasferire denaro in maniera ‘discreta’, mentre altri si sono limitati a consigliare di creare società ad hoc. Tutto in conformità alle leggi statunitensi. Il che ha portato Stefanie Ostfeld, coautrice dell’inchiesta, a concludere che «gli Stati Uniti sono divenuti da parecchio tempo uno dei ‘porti franchi’ più frequentati da politici corrotti, cartelli della droga, organizzazioni terroristiche e grandi evasori fiscali […]. Utilizzando una società anonima statunitense, qualsiasi criminale può facilmente nascondere la propria identità e la provenienza del denaro».

Fonte: Critica Scientifica Enzo Pennetta

via Informare per Resistere

Universa: il fondo Cigno Nero che punta sulla fine del mondo e triplica scommesse

24/09/2018 13:57 di Laura Naka Antonelli finanzaonline.com

Si chiama Universa Investments, è un fondo Black Swan, in stile cigno nero, dunque, e ha una caratteristica che non può passare certo inosservata: dieci anni dopo la crisi Lehman Brothers, nel ben mezzo del mercato toro più lungo della storia di Wall Street, Universa Investments è, di fatto, il fondo che scommette sulla fine del mondo. Così il suo responsabile investimenti Mark Spitznagel, intervistato dalla televisione Bloomberg:

Continuiamo a intravedere crash sempre più profondi, semplicemente per il fatto che l’interventismo si fa sempre più incisivo”. Non che la fine del mondo sia imminente, però. Il consiglio del manager è semplice: “Non andate contro la Fed: quello che dovete fare è una sorta di jiu-jitsu nei suoi confronti. Dovete mettere in un certo senso la Fed contro la Fed”.

Ovvero? Il sito Zerohedge riporta che, stando a una missiva che è stata inviata agli investitori all’inizio dell’anno e a cui il Wall Street Journal ha avuto accesso, chi ha puntato appena il 3,3% in Universa, scommettendo il resto del portafoglio in modo passivo sullo S&P 500, ha visto i propri soldi triplicare, con un ritorno annuo pari al 12,3% nei dieci anni fino allo scorso mese di febbraio.

La strategia ha reso praticamente più di quanto abbia fatto quella che si è limitata a investire nell’indice S&P 500, e più di quelle in cui tre quarti dei portafogli sono stati investiti in titoli azionari e l’ultimo quarto è stato convogliato su strumenti di hedging più tradizionali come Treasuries, oro, o un paniere di hedge fund”.

“Trascorro tutto il mio tempo a pensare ai possibili disastri che potrebbero affacciarsi da un momento all’altro – ha ammesso Spitznagel, che prevede una forte flessione nei prezzi degli asset, senza riuscire a stabilire quando, tuttavia, ciò avverrà

Anzi, lui stesso ha detto che il mercato toro potrebbe andare avanti a suo avviso anche per tanti anni.

“Le valutazioni sono elevate e possono salire ancora”.

In reatà, ciò su cui scommette Spitznagel è la natura umana: gli investitori, sostiene, tendono a “diventare più fiduciosi dopo che le cose vanno bene per un bel po’ di tempo e a seguito di elevati guadagni dei mercati: ed è lì che la probabilità che qualcosa vada davvero storto raggiunge il massimo”.

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Bank of America: “Il Grande mercato toro è morto. Fine per liquidità e rendimenti in eccesso”

A proposito di Black Swan di Nassim Taleb: Mondo stile Skynet e Amazon-ificato, collasso immobiliare e shock geopolitici. I 10 cigni grigi di Nomura per il 2018

Generali Ass.: accordo con Barcolana per crescita internazionale

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Società Velica di Barcola e Grignano e Assicurazioni Generali hanno sottoscritto un accordo per consolidare la partnership quarantennale. Per il prossimo triennio, Generali sarà presenting sponsor accompagnando Barcolana nello sviluppo internazionale.

L’annuncio è stato dato oggi, a Trieste, dal presidente di Barcolana, Mitja Gialuz, insieme al presidente di Assicurazioni Generali, Gabriele Galateri di Genola, nel corso della conferenza stampa alla vigilia della cinquantesima edizione della regata più grande del mondo in programma a Trieste il 14 ottobre, preceduta da 400 eventi collegati che si svolgono a partire dal 5 ottobre.

Generali, con questo accordo, potenzia il suo appoggio alla manifestazione attraverso attività come l’internazionalizzazione, già avviata nell’ultimo biennio, la promozione del legame con il territorio, dello sport, della cultura e della solidarietà. Generali sarà al fianco di Barcolana lungo tutte le attività annuali, supportando la manifestazione nello sviluppo e consolidamento dei progetti che hanno permesso, a partire dal 2015, la grande crescita evidenziata dalla manifestazione.

“Per la Società Velica di Barcola e Grignano – ha affermato il presidente di Barcolana, Mitja Gialuz – è un momento strategico: alla vigilia della cinquantesima edizione che oggi presentiamo assieme al Main Sponsor Generali siamo in grado già di guardare avanti, sapendo che potremo contare sul supporto crescente di Generali nelle prossime tre edizioni e in una sponsorizzazione che permetterà a Barcolana di sviluppare nuovi progetti: promozione del territorio, creazione di valore per Trieste e il Friuli Venezia Giulia, sviluppo e salvaguardia di temi fondamentali, quali la cultura del mare, lo sport praticato a tutti i livelli, il volontariato e l’impegno dei cittadini nella costruzione di un evento che è patrimonio di tutti”.

“Generali è orgogliosa di supportare la crescita di Barcolana in Italia e nel mondo – ha affermato il presidente di Assicurazioni Generali, Gabriele Galateri di Genola – crediamo in questa manifestazione e nelle sue potenzialità di crescita, a favore del territorio, della comunità, dello sport. Per questo, come player globale presente in 50 Paesi, desideriamo contribuire ad aprirla ancora di più al mondo, portando la nostra esperienza, i nostri progetti, la nostra capacità imprenditoriale”.

com/fch

(END) Dow Jones Newswires

September 24, 2018 09:45 ET (13:45 GMT)

Non salveremo la Terra se i bicchieri di carta li facciamo meglio

comedonChisciotte.org 24.9.18

DI GEORGE MONBIOT

The Guardian.com

Dobbiamo sfidare le multinazionali che ci spingono a vivere in una società usa e getta  e non a cercare altri “modi più verdi”  se non vogliamo mantenere lo status quo. Credete nei miracoli? Se è così, allora mettevi in fila ordinatamente. C’è tanta gente che immagina che si possa continuare ad andare avanti così come facciamo oggi e che basterà sostituire un materiale con un altro. Il mese scorso, qualcuno ha chiesto a Starbucks e alla Costa di sostituire le tazzine di caffè di plastica con nuove tazzine fatte con amido di mais: questa richiesta è stata ritweettata 60.000 volte, prima di essere cancellata.

Chi si è inventato questo appello non si è nemmeno chiesto da dove sarebbe arrivato l’amido di mais che serve per produrre le nuove tazzine, né quanta terra serve necessaria per far crescere quel mais, o quanto cibo non verrebbe creato se il mais fosse usato diversamente. Non ha pensato nemmeno al danno ambientale che avrebbe prodotto questa maggior coltivazione: la coltivazione del mais è nota per causare l’erosione del suolo e spesso richiede dosi massicce di pesticidi e fertilizzanti.

Il problema non è soltanto la plastica: è tutta la massa di prodotti usa-e-getta. O, per dirla in altro modo, noi abitiamo su un solo pianeta, ma con il nostro stile di vita  ce ne vorrebbero QUATTRO di pianeti. Indipendentemente da quanto noi consumiamo, è l’enorme volume dei beni sprecati che sta travolgendo i sistemi viventi sulla Terra.

Non fraintendermi. La nostra avidità per le materie plastiche è un grave problema ambientale e le campagne per limitarne l’uso sono ben motivate e talvolta efficaci. Ma non possiamo affrontare la nostra crisi ambientale semplicemente sostituendo una risorsa sovra-sfruttata con un’altra risorsa. Quando io ho contestato quell’appello, qualcuno mi ha chiesto: “E allora che cosa dovremmo usare?”

La domanda giusta sarebbe “Come dovremmo vivere?” Ma il pensiero sistemico è una specie in via di estinzione.

Parte del problema è comprendere da chi partono le campagne contro la plastica: la serie Blue Planet II di David Attenborough. I primi sei episodi raccontavano storie forti e coerenti, ma il  settimo episodio,  quello che cercava di spiegare le minacce che devono affrontare le meravigliose creature che ci mostra la serie televisiva, si salta di palo in frasca.

Ci ha detto che avremmo dovuto “fare qualcosa” per evitare la distruzione della vita oceanica. Ma non  ci ha detto cosa. Non si danno spiegazioni sul perché si verificano certi problemi, né quali sono i motivi che li provocano e nemmeno chi dovrebbe essere coinvolto.

Nella più assoluta incoerenza, uno dei collaboratori ha detto: “Credo che dipenda tutto da ciascuno di noi che dovremmo assumerci la responsabilità delle nostre scelte nella vita quotidiana. E’ qualcosa che ognuno di noi dovrebbe fare”. Questa affermazione  rappresenta esattamente la convinzione sbagliata che basterebbe rendere il consumismo un po’ migliore,  per salvare il pianeta. I problemi che affrontiamo però sono strutturali: si tratta del sistema politico asservito da interessi commerciali e da un sistema economico che tende ad una crescita senza fine.

E’ chiaro che noi dovremmo cercare di minimizzare il nostro impatto, ma questo non basterà certo per fronteggiare il problema, semplicemente “assumendoci le nostre responsabilità” per quello che consumiamo. Purtroppo, questi sono problemi che né la BBC in generale e nemmeno David Attenborough in particolare vogliono  affrontare. Ammiro Attenborough per molti versi, ma non ammiro il suo ambientalismo. Per molti anni, è stato quasi irraggiungibile, poi quando finalmente ha parlato, non ha preso posizione contro il potere – si è messo a parlare usando termini vaghi o focalizzandosi su problemi che non toccano nessuno degli interessi dei potenti. Questa sua tendenza potrebbe spiegare il perché Blue Planet fa piccolo cabotaggio intorno ai problemi più evidenti.

Uno dei problemi più ovvi è l’industria della pesca, che trasforma in sea-food, tutte quelle stupefacenti forme di vita che Blue Planet II ci dipinge in tutte le puntate della serie.  In tutti gli oceani, questa industria, guidata dai nostri appetiti e protetta dai governi, sta provocando un collasso ecologico a cascata. Eppure l’intera attività della pesca, come spiega il programma, rappresenta circa  1% di tutto quello che si strappa al mare. È stato affascinante vedere come le barche norvegesi che pescano le aringhe cerchino di evitare di uccidere le orche, ma non è stato fatto nessun cenno a quanto quel  comportamento mostrato sia una cosa insolita.

Anche la plastica buttata a mare è in gran parte un problema per la pesca. Si scopre che il 46% del Great Pacific garbage patch – l’isola di plastica – che è diventato il simbolo della nostra società “usa e getta” – è  composto da reti abbandonate e gran parte del resto è costituito da altri tipi di attrezzature da pesca. I materiali da pesca abbandonati sono molto più pericolosi per la vita marina  delle altre forme di rifiuti. Per quanto riguarda i sacchetti e le bottiglie che contribuiscono al disastro, la gran maggioranza ha origine nelle nazioni più povere del mondo che non dispongono di un buon sistema di smaltimento rifiuti . Ma dato che non si è parlato di questo, si continua a cercare soluzioni nei posti sbagliati.

Fuorviando le cose in questo modo sorgono mille perversioni. Una nota ambientalista ha pubblicato una foto con certi gamberoni-king prawns  che aveva comprato, vantandosi del fatto che aveva convinto il supermercato a metterli in un apposito contenitore e non nel solito sacchetto di plastica, collegando questa sua vittoria alla protezione del mare. Ma comprare gamberi causa danni alla vita marina molto più della plastica con cui vengono incartati. La pesca dei gamberi presenta i più alti tassi di pesca accessoria di qualsiasi altro tipo di pesca, perché raccoglie, oltre ai gamberetti, anche un gran numero di tartarughe e di altre specie minacciate. L’allevamento di gamberi è altrettanto dannoso, perché bisogna eliminare tratti di  foreste di mangrovie, habitat dove vivono migliaia di altre specie.

Siamo tenuti all’oscuro di questi problemi ma, come consumatori, ci sentiamo confusi, bombardati e quasi impotenti – e il potere delle multinazionali ha fatto di tutto per persuaderci che NOI siamo veramente impotenti. L’approccio della BBC alle questioni ambientali è altamente partigiano e si schiera dalla parte di un sistema che ha cercato di spostare le responsabilità di chi scrive le regole sul funzionamento delle strutture verso i singoli consumatori. Eppure è solo muovendoci come cittadini attivi nelle scelte politiche che possiamo promuovere un vero cambiamento.

La risposta alla domanda “Come dovremmo vivere?” È: “In modo semplice”. Ma vivere semplicemente è molto complicato. In Brave New World di Aldous Huxley (*NdT*), il governo massacrò i Simple Lifers, cosa però che ormai non è più necessaria: oggi quelli che contestano il sisitema si possono tranquillamente emarginare, insultare e licenziare . L’ideologia del consumismo è così diffusa che nemmeno la vediamo: è lo zuppone di plastica in cui nuotiamo tutti noi.

Il saper vivere in un pianeta non significa solamente cercare di ridurre i nostri consumi, ma anche mobilitarsi contro un sistema che produce una grande marea di (inutile) spazzatura. Questo significa combattere il potere delle multinazionali, voler cambiare i risultati prodotti dalla politica e sfidare il sistema consumistico mondiale basato sulla crescita, un sistema che noi chiamiamo capitalismo.

Come scriveva Hothouse Earth paper del mese scorso, esiste il pericolo di far arrivare il pianeta ad un nuovo stato climatico irreversibile e concludeva: “Progressivi cambiamenti lineari  … non bastano per stabilizzare il sistema Terra. Probabilmente serviranno trasformazioni a tutto campo, rapide e fondamentali per ridurre il rischio di superare la soglia irreversibile.”

Le tazze da caffè usa e getta fatte con materiali differenti sono una non-soluzione: vuol dire solo voler perpetuare il problema. Difendere il pianeta significa cambiare il mondo.

George Monbiot  scrive su The Guardian

Fonte : https://www.theguardian.com

Link  : https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/sep/06/save-earth-disposable-coffee-cup-green

7.09.2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

(*NdT*) – A conferma della tesi dell’articolo: Ho inserito un link per mostrare il libro citato e mi sono reso conto che tutti i link riportati su Chrome fanno riferimento sempre e solo a Amazon

La Bce, Draghi, Bini Smaghi e Padoan. La replica di Savona

Paolo Savona startmag.it 24.9.18

L’unica uscita possibile dalle contraddizioni dell’euro è attraverso la crescita in tutti i Paesi europei, da raggiungere tramite un ampliamento dei poteri della Banca Centrale Europea che dovrebbe agire ufficialmente da prestatore di ultima istanza e, soprattutto, dovrebbe regolare il cammino attraverso il quale i Paesi si possono avviare ad un allineamento dei livelli dei debiti pubblici. Cosa che non è stata fatta, sbagliando, prima dell’entrata nell’euro.

E’ questo il senso della risposta del ministro degli Affari europei, Paolo Savona, all’ex ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, e altri esponenti dem che hanno criticato il documento del governo firmato da Savona e inviato alla Commissione europea.

Ecco il testo di Savona.

Il collega Piercarlo Padoan ha cortesemente commentato il contenuto del documento che ho inoltrato alle autorità europee per conto del Governo italiano secondo le linee discusse in seno al Comitato interministeriale degli Affari europei che presiedo. Per la considerazione che porto alle idee e all’opera di Padoan è doveroso rispondergli.

Padoan afferma che è d’accordo su tre punti della mia analisi:

1. necessità di una politica economica basata sia sull’offerta, sia sulla domanda;

2. gli investimenti pubblico e privati svolgono un ruolo centrale in questa politica biforme;

3. la governance europea, in particolare della zona euro, deve essere modificata per sostenere queste linee programmatiche.

È invece in dissenso sul ruolo che attribuisco alla Bce di operare al fine di “azzerare” gli spread sui tassi dell’interesse. Conclude la sua analisi ricordando ciò che l’Italia – invero con molto garbo omette di auto-citarsi – ha proposto per avviare a soluzione i tre punti di concordanza della nostra analisi, ma non concordo sul fatto che siano stati fatti passi avanti a Bruxelles o a Francoforte. La politica economica europea resta ancorata fermamente alle condizioni dell’offerta. Sarei tentato di chiudere questa mia replica affermando che sono d’accordo con lui, se non avessi il dovere di dire perché e precisare il quadro entro cui l’azzeramento dello spread si può realizzare.

La mia tesi è che alla nascita dell’Euro-sistema furono commessi due errori: non furono assegnati alla Bce pieni e indipendenti poteri per esercitare le funzioni di prestatore di ultima istanza anche sui debiti sovrani, né furono sistemati gli eccessi di debito pubblico rispetto al 60% del Pil prima dell’avvio dell’euro.

Draghi si è abilmente ritagliato la prima funzione dopo la crisi finanziaria del 2008, ma ha impiegato oltre tre anni per farlo, da cui deduco che non ha questo potere nei limiti quantitativi e temporali che vengono esaminati nel documento in questione. Mi dicono che la Bce ritiene di averli e Lorenzo Bini Smaghi si è fatto portavoce di questa tesi invitandomi a leggere lo Statuto della Bce, cosa che ho fatto più volte per il dubbio che deve restare caratteristica di ogni persona non mossa da pregiudizi, senza trovare argomenti per cambiare idea, deludendo lui e le persone che la pensano come lui, che il mio obiettivo non è indebolire l’istituzione o negarne l’utilità. Sarei comunque curioso di conoscere perché egli reagisce all’idea di rafforzare i poteri della Bce senza discuterli, anche perché non sono solo quelli citati da Padoan.

Circa gli eccessi di debito sul Pil, insisto che, se non vogliamo portare alla spaccatura dell’Euro-sistema e dell’Unione, si deve riuscire a innalzare e a far convergere i saggi di crescita reale degli Stati-membri, ossia avviare una politica economica che concili l’offerta con la domanda, preferibilmente dal lato degli investimenti. Occorre riaprire ovunque in Europa la speranza di crescita dell’occupazione e di tutela del welfare.

Proprio nei giorni scorsi l’Interim Economic Outlook dell’Ocse insisteva che questa è la via di uscita dalla crisi deflazionistica mondiale causata dalla vecchia finanza sregolata e dalle nuove barriere tariffarie. Se innalziamo la crescita reale e la facciamo convergere per tutti i Paesi membri con una buona politica fiscale, se sistemiamo razionalmente gli eccessi di debito pubblico sul Pil (il documento avanza una proposta) e manteniamo i bilanci pubblici in equilibrio, ossia facciamo crescere la spesa pubblica a ritmi inferiori al saggio di crescita nominale del Pil, vi è una forte probabilità che gli spread si azzerino.

Padoan obietta che non esiste un clima politico adatto per sperare che la proposta venga accettata. Il clima lo creano i gruppi dirigenti, ossia è creatura politica non è nei fatti, ossia non è ineluttabile. Questa è la sfida che ci attende, ovunque siamo impegnati. Non si farà nulla? Il voto darà la risposta.