La rivoluzione gialloverde si ferma alla rissa interna sul 2%

Giorgio Cattaneo libreidee.org 24.9.18

«Non ci impiccheremo agli zero virgola», dice Matteo Salvini. Eppure, sottolinea Stefano Cingolani, editorialista del “Foglio”, si litigherà fino all’ultimo proprio sulle virgole e sui decimali. Il disavanzo pubblico, ad esempio: sarà l’1,6% del Pil, come vuole Giovanni Tria, o attorno al 2% come preferisce Salvini? O addirittura del 2,6%, come spera Luigi Di Maio? «Stando a Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario della Lega, saranno rispettati i vincoli europei, quindi non verrà sfondata la barriera del 2%». Il ministro dell’economia sa che dovrà mediare, osserva Cingolani sul “Sussidiario”, ma gioca al ribasso dando retta a Mario Draghi. E cominciano le scommesse: se anche si fermasse sotto il 2%, la spesa 2019 sarebbe «più del doppio rispetto a quello che aveva scritto Pier Carlo Padoan nel Documento di economia e finanza presentato a primavera, prima delle elezioni». La situazione non è allegra: Istat e Ocse dicono che il tasso di crescita frena, 1,2% per il 2018 e poco più dell’1% l’anno prossimo. Peggiora anche il rappoto deficit-Pil: «Il deficit tendenziale previsto nel Def di Padoan per quest’anno è pari allo 0,8% nel 2019, ma il ministro Tria ha indicato che per il 2019 è già all’1,2%, mentre il debito quest’anno migliorerà solo dello 0,1%. E l’aggiornamento del Def non potrà che accettare il ribasso della crescita». Da qui le tensioni nell’alleanza gialloverde, che potrebbero spingere Salvini a rompere con Di Maio?

Secondo Cingolani, il leader della Lega sta rinunciando alla Flat Tax pur di ottenere pensioni più dignitose, mentre i 5 Stelle non intendono accettare l’idea di posticipare l’introduzione del reddito di cittadinanza. Uno scenario deludente, che matura in modo inevitabile se si resta nel quadro ordoliberista dell’Ue, cioè senza sovranità finanziaria, esposti quindi al ricatto speculativo dei mercati. Lo spread, il divario tra Btp decennali e Bund tedeschi, oggi è a quota 220 punti base: «Nel secondo trimestre dell’anno è cresciuto di 110 punti fino a toccare quota 240 ed è costato caro», segnala il “Sussidiario”. «Le principali nove banche italiane hanno perso due terzi degli utili, cioè circa 4 miliardi di euro». Poi l’indice di Borsa: Milano viaggiava a quota 24.000 a maggio, ma a settembre è scesa a 20.000. A ciò si aggiungono i dati sulla fuga di capitali, scrive sempre Cingolani: «Tra maggio e giugno sono usciti 78 miliardi di euro, secondo i dati della bilancia dei pagamenti, ben 58 a causa della vendita di titoli pubblici, 10 miliardi per la dismissione di obbligazioni bancarie».

Per trovare una fuga altrettanto concentrata, prosegue il giornalista economico, bisogna andare a subito dopo la vittoria del No al referendum costituzionale: ben 33 miliardi nel dicembre 2016. E durante la “crisi del debito”, tra 2011 e 2012 (governo Monti) uscirono 160 miliardi, ma in due anni. «Chiamatela se volete speculazione, in pratica sono quattrini che mancano per lo sviluppo del paese». Vedremo come finirà la battaglia del 2%, dice Cingolani, ma in ogni caso lo scontro sulla politica fiscale continuerà fino all’approvazione della legge di bilancio, a metà ottobre. «Allo stato attuale sembra che Salvini abbia accantonato la Flat Tax, anche quella “dual” o quant’altro, mentre spinge l’acceleratore sulle pensioni: quota 100 che, dopo numerose versioni riviste e corrette, significa 62 anni d’anzianità e 38 di contributi». Costo stimato dalla Lega: tra i 6 e gli 8 miliardi di euro. «Ci dovrebbe essere poi un miglioramento fiscale per le partite Iva e la “pace fiscale”, o condono che dir si voglia. Qui i conti della spesa ballano, perché dipendono molto dall’estensione del beneficio: riguarderà solo il piccolo contenzioso con il fisco, arriverà fino a un milione di euro, si estenderà alla vastissima platea degli evasori?».

Di Maio, invece, sembra non aver rinunciato né al reddito, né alla pensione di cittadinanza (780 euro mensili) a partire dal prossimo anno. Costo stimato 15 miliardi, 7 dei quali da recuperare in deficit, gli altri assorbendo il reddito d’inclusione (3 miliardi) e con non meglio precisate razionalizzazioni della spesa. Problema: «Quei 7 miliardi in più non sono affatto scritti, allo stato attuale, nei conti di Tria», osserva il “Sussidiario”. «Il ministro sostiene che è sua intenzione rispettare il contratto di governo, ma a tempo e a luogo». Si potrà cominciare finanziando i centri per l’impiego, “conditio sine qua non” per la nuova indennità ai disoccupati. «Quanto alle pensioni, è possibile partire da chi ha più di 70 anni». Ma al Movimento 5 Stelle non basta. E qui Di Maio «si scontra con un muro che non è tecnico, ma politico e si chiama Lega». Secondo Cingolani, Salvini ha enfatizzato molto “l’appeasement” con Berlusconi, l’accordo per le prossime regionali e il via libera per Foa alla presidenza della Rai. «Il “capitano” leghista lo sbandiera come suo punto di forza che può aprire la strada a uno show-down con i grillini anche a costo di far cadere il governo».

Sempre secondo il “Sussidiario”, c’è già chi immagina uno scenario di questo genere: via libera alla finanziaria “tranquilla” (cioè deprimente) preparata da Tria, e resa dei conti dopo Natale. Obiettivo: arrivare in primavera a un voto politico, insieme alle elezioni locali o dopo le europee. «Ecco perché Salvini ha mollato la Flat Tax e punta sui provvedimenti anti-immigrati, coltivando cioè il terreno dove è più forte e dando ascolto alla pressione della sua base del nord-est che vuole meno tasse, ma niente avventure in economia». Per ora, annota Cingolani, sono solo «rumori fuori scena, ipotesi». Ma è di questo, purtroppo, che si nutrono «le aspettative dei mercati e le agenzie di rating come Moody’s e Standard & Poor’s che aspettano la legge di bilancio prima di compilare le loro pagelle». Ed è esattamente questo lo scenario dell’orrore che un paese nuovamente sovrano – dotato per esempio di moneta parallela – potrebbe lasciarsi alle spalle, dopo una “rivoluzione” politica capace di ridisegnare il paradigma della finanza pubblica, restituendo allo Stato il potere democratico che ha perso, a spese dei cittadini, con il Trattato di Maastrich.