Finlombarda nella bufera: l’audit straordinario svela speculazioni senza controllo con i soldi del Pirellone e dell’Europa

Andrea Sparaciari businessinsider.com 25.9.18

Palazzo Lombardia, sede della Regione. Imagoeconomica

Finlombarda – la cassaforte di Regione Lombardia che gestisce ogni anno circa 850 milioni del Pirellone – non ha certezza di quanto spende; finanzia investimenti senza limiti di rischio, non rispondenti ai “principi cardine della prudenzialità e conservatività” richiesti da Regione Lombardia; in passato ha investito enormi cifre in speculazioni finanziarie temerarie; ha utilizzato fondi europei forse indebitamente e, per concludere in bellezza, non ha un sistema di controlli in grado di “contenere in modo adeguato il rischio di comportamenti abusivi e di frodi”

Sono alcune – ma non le uniche – gravi mancanze rivelate dall’audit commissionato dal Pirellone sulla sua società per l’attività da questa svolta nel 2017.

Per gli ispettori, la società “presenta rischi peculiari connessi all’oggetto sociale e alla qualificazione della società come intermediario unico. Pur dando atto che la Direzione entrata in carica a luglio 2017 ha posto in essere alcune iniziative di revisione della regolamentazione e delle modalità operative, il processo di miglioramento richiede di essere accelerato nel ritmo, ampliato nell’estensione e approfondito nei contenuti per ottenere un controllo più efficace dei rischi operativi”.

Il rapporto – redatto con le avvertenze che “la società non dispone di un sistema documentale affidabile”, che “Il sistema di archiviazione non garantisce la conservazione dei documenti autentici e la corretta classificazione della corrispondenza” e che “la mancanza di una procedura per la tenuta delle scritture contabili relative ai fondi regionali e di informazioni di dettaglio sulle grandezze di tesoreria limitano l’efficacia dell’informativa resa con il Bilancio” – è un vero tsunami, che dovrebbe non allarmare, ma far rizzare i capelli sulla testa del presidente Attilio Fontana.

Intendiamoci, nulla che le inchieste di varie procure italiane non avessero già svelato, ma che lette in un audit ufficiale, dovrebbero scatenare un terremoto.

I rischi finanziari

La prima nota fortemente negativa, per gli ispettori, è che Finlombarda tra il 2013 e il 2016 si è lanciata in “scelte d’investimento effettuate, per volumi rilevanti, (che, ndr) non risultano adeguatamente motivate a fronte dei rischi di controparte assunti”, avvenute anche grazie alla “mancanza di regole efficaci per disciplinare l’esercizio della discrezionalità del responsabile delle scelte di investimento”.

Tra tali operazioni rientrano gli investimenti “in bond e liquidità, in istituti bancari e/o aziende non rispondenti alle accezioni di ‘primaria banca’ e ‘grande gruppo quotato’, con riferimento al mercato italiano (i quali, ndr) presentano il rischio di esposizione a perdite patrimoniali”.

E gli ispettori fanno anche l’elenco delle operazioni a rischio e degli istituti: Banca Popolare di Vicenza e Banca Popolare del Veneto, le polizze vita ISV Riserva Speciale di Intesa Sanpaolo (che prevede l’immobilizzazione a tempo indeterminato di oltre 10 milioni di euro), le polizze sottoscritte con Carige e le operazioni effettuate con fondi FESR.

In particolare, l’audit si riferisce a quei 150 milioni in obbligazioni bancarie sottoscritte nel 2016 da Finlombarda con i due istituti veneti (96 milioni in bond della Popolare di Vicenza e 36 di Veneto Banca), poi finiti nella bufera. Tutti soldi di Regione Lombardia. Non contenta, però, Finlombarda aveva riversato nelle stesse banche anche fondi suoi: 18,3 milioni in Popolare di Vicenza e altri 7,2 in Veneto Banca.

A tutto ciò vanno aggiunti anche gli 8,7 milioni versati sempre nel 2016 in bond di Monte dei Paschi di Siena. Scelte che col senno di poi (ma anche di allora) non si sarebbero dovute fare, venute alla luce solo grazie alle interrogazioni dell’allora consigliere regionale M5s, Stefano Buffagni…

Ma non è finita qui, perché buona parte dei soldi regionali finiti nei bond a rischio provenivano dal FESR, Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, ed erano destinati per statuto a finanziare iniziative di innovazione e ricerca, agenda digitale, sostegno alle piccole e medie imprese, economie a bassa emissione. Ora, si sono chiesti gli ispettori, che c’entrano i bond bancari con le basse emissioni o l’agenda digitale? Pochino, e infatti annotano: “Le registrazioni aziendali non permettono di conoscere in dettaglio la motivazione di alcune delle operazioni effettuate con fondi conferiti da Regione Lombardia per l’attuazione delle politiche regionali e in particolare sollevano dubbi sulla legittimità dell’operazione attuata con i fondi FESR”.

Abuso di potere e conflitti di interesse

Altro aspetto assai preoccupante è che, essendo le funzioni decisionali, gestionali e di controllo accentrate in poche figure apicali, non mitigate da un adeguato sistema di controllo, possano verificarsi abusi e ruberie.

“Le carenze del sistema di controllo interno in tema di flussi di tesoreria non permettono di contenere in modo adeguato il rischio di comportamenti abusivi e di frodi dato dal fatto che, in un’azienda strutturata, un’unica funzione non può disporre da sola, senza controlli incrociati, operazioni su C/C di cui è la sola ad essere a conoscenza”. E ancora: “Il permanere della responsabilità di Finanza e Amministrazione e Controllo in capo agli attuali dirigenti confligge con il principio di rotazione volto a contrastare i rischi di abusi”.

Sfortunatamente anche questo aspetto era già noto, grazie ai magistrati della Procura di Milano Paolo Filippini e Roberto Pellicano (ora a Cremona), i quali nel giugno scorso hanno chiuso le indagini a carico di 85 indagati (60 persone e 15 aziende), accusati di aver creato una rete in grado di drenare risorse a Finlombarda al fine di arricchirsi personalmente.

Nel registro degli indagati erano finiti i vertici delle società, in gran parte ciellini della prima ora, come Marco Nicolai, ex direttore generale di Finlombarda, l’ex sottosegretario di Forza Italia nel governo Letta, Marco Flavio Cirillo, che di Finlombarda era stato consigliere d’amministrazione; Danilo Maiocchi, ex dg dell’assessorato regionale allo Sviluppo economico. A questi si affiancavano una selva di piccoli imprenditori i quali, dicono i magistrati, in cambio di mazzette e regalie (a Cirillo sarebbe andata, tra le altre cose, anche una cena con la escort annessa), ottenevano finanziamenti regionali senza averne diritto.

Per i pm, a fronte delle stecche, ricevevano voucher da 30 mila euro e la sottoscrizione del 40% massimo di un minibond regionale da 5 milioni. Diversa l’accusa per Maiocchi, il quale, invece, sarebbe stato socio occulto di una società, la Europartner Service, che vendeva consulenze agli imprenditori per ottenere finanziamenti proprio da Finlombarda…

È forse pensando alla vicenda della doppia casacca di Maiocchi che gli ispettori nel report puntano il dito sulla “lacunosità della regolamentazione interna relativamente alle modalità di distribuzione delle istruttorie, alle procedure di supervisione e alle modalità di relazionamento con beneficiari e consulenti (che, ndr) non consente un controllo adeguato dei rischi di conflitto d’interesse e di abuso di potere nell’attribuzione dei contributi regionali tali da eluderne l’originaria finalità”.

Tradotto: fino al 2017 in Finlombarda – società nata per favorire il credito locale e lo sviluppo – le pratiche di finanziamento vengono gestite da chiunque, così che il funzionario avrebbe potuto “scegliere” a chi prestare il denaro pubblico.

Rischi operativi

Restando in tema di finanziamenti, altro punto dolente è che Finlombarda non monitora l’andamento dell’investimento, né le procedure di rientro del prestito, con il paradossale rischio di poter finanziare più volte un creditore inaffidabile: “L’incerta definizione delle procedure di monitoraggio dei piani di rimborso dei crediti erogati con fondi regionali, oltre che compromettere la significatività delle informazioni rese all’azionista, produce rischi relativi alla reiterazione di operazioni di finanziamento a favore di soggetti non meritevoli di credito”, si legge nell’audit.

Sfortunatamente anche qui erano arrivati prima i magistrati. Sempre nell’inchiesta di giugno, infatti, gli inquirenti avevano scoperto che Luciano Baielli, direttore generale della Fondazione regionale per la ricerca biomedica, aveva ricevuto dal Pirellone 9,6 milioni destinati alla lotta contro il cancro (“all’attuazione di bandi di ricerca finalizzati a progettualità di ottimizzazione diagnostica e di appropriatezza terapeutica”), soldi che in gran parte aveva girato a Finlombarda “per la restituzione di un debito della stessa Fondazione nei confronti di Finlombarda, contratto per finanziare, in conflitto di interessi, la controllata Nerviano Medical Sciences Group e a sua volta la Nerviano Medical Sciences srl”. Da qui il reato ipotizzato di “malversazione ai danni dello Stato”. Peccato che nessuno in Finlombarda se ne fosse accorto.

Dall’audit emergono aspetti preoccupanti, in particolare la gestione dei fondi regionali, risultata rischiosa sia all’oggetto sociale che alla qualificazione della società Finlombarda come intermediario unico, e i chiarimenti richiesti sulle operazioni con BP del Veneto e di Vicenza, su capitalizzazione, polizze vita e operazioni effettuate con Fondi Europei di sviluppo regionale. Per di più, sono venute a galla anomalie anche sugli investimenti del triennio 2013-2016, scaturiti sia dalla non completa coerenza della regolamentazione interna, che dalla mancanza di regole per disciplinare la libera azione e decisione del responsabile delle scelte di investimento», ha dichiarato il consigliere Niccolò Carretta del Gruppo Lombardi Civici Europeisti, membro della Commissione speciale Antimafia, anticorruzione trasparenza e legalità della Regione.

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Finlombarda, nata per sostenere le imprese invece finanzia le banche

21.10.16 espresso.repubblica.it

La finanziaria della regione Lombardia, nata per aiutare le piccole aziende, presta più soldi agli istituti di credito che alle ditte. E finisce nell’inchiesta su Veneto Banca. Con un’intercettazione
dai contorni poco chiari

21 Ottobre, 2016

Una montagna di soldi. Soldi pubblici: almeno 200 milioni di euro amministrati da Finlombarda, la società che fa da cassaforte alla Regione Lombardia. Si parte da questo tesoretto, per ricostruire un capitolo fin qui inedito della storiaccia di Veneto Banca, la grande Popolare che ha prosciugato i risparmi di decine di migliaia di piccoli azionisti in un falò di affari sballati, prestiti ad alto rischio e complicate operazioni finanziarie finite nel mirino della magistratura. Ebbene, seguendo le tracce del denaro, si scopre che Finlombarda era diventata un affezionato cliente di Veneto Banca. Fin qui niente di illegale, ovviamente. Se non fosse che a sollevare sospetti sulla natura dei rapporti tra la finanziaria regionale e l’istituto di Montebelluna sono gli investigatori della Guardia di Finanza.

Negli atti dell’indagine che a fine luglio ha portato all’arresto (ai domiciliari) di Vincenzo Consoli, per quasi vent’anni dominus incontrastato di Veneto Banca, viene segnalata una conversazione intercettata dalle Fiamme Gialle il 27 febbraio del 2015. Marco Maffei, un manager della Popolare, parla al telefono con Francesco Acerbi, all’epoca direttore finanziario di Finlombarda e, in seguito, promosso direttore generale. La coppia discute di acquisti di titoli e di tassi d’interesse su depositi bancari. Il sospetto è che la società pubblica abbia negoziato un trattamento di favore promettendo di destinare capitali ingenti verso l’istituto con sede a Montebelluna. Al momento, comunque, né Acerbi né il suo interlocutore risultano indagati.

Per capire meglio il senso di quella conversazione ne va spiegato il contesto. I manager guidati da Consoli erano da mesi sulla graticola. Dopo anni di controlli indolore, alla fine del 2013 la Vigilanza di Bankitalia aveva finalmente portato alla luce pesanti irregolarità nella gestione della Popolare. E il 17 febbraio, quindi solo pochi giorni prima dell’intercettazione, le indagini della procura di Roma erano diventate di dominio pubblico per effetto di una spettacolare perquisizione del quartier generale di Veneto Banca. In quelle settimane concitate di inizio 2015, diventava quindi sempre più difficile far fronte alle richieste dei correntisti che, allarmati da tante notizie negative, volevano alleggerire o chiudere del tutto il loro conto. Senza contare che intanto proseguiva anche l’assedio dei soci: migliaia di piccoli azionisti dell’istituto trevigiano desiderosi di disfarsi dei loro titoli.

Tra tanti clienti, la milanese Finlombarda, forte di un bilancio traboccante di liquidità, era un peso massimo in grado di muovere milioni di euro alla volta. Meglio tenersela buona, quindi. Si spiega anche così quella telefonata intercettata dagli investigatori, con Acerbi, il tesoriere della finanziaria regionale, che appare ben deciso a far pesare la sua posizione di forza. Il manager pubblico sembra mirare «a possibili agevolazioni», si legge nell’ordinanza di custodia del luglio scorso.

Ma in cambio di quali contropartite Veneto Banca avrebbe dovuto concedere queste agevolazioni? E queste ultime, di preciso, in che cosa consistono? Le cronache dei mesi scorsi raccontano che migliaia gli investitori, spesso anche piccoli risparmiatori, sono stati convinti a comprare titoli della Popolare di Montebelluna con la promessa di futuri finanziamenti. Salvo trovarsi con un pugno di mosche quando l’istituto è stato travolto dalle perdite e il valore delle azioni praticamente azzerato. Un caso limite è quello della Finpro, un’azienda milanese di elettronica che, secondo quanto lamentano gli amministratori della società, è arrivata al capolinea del fallimento dopo che per anni era stata costretta a investire centinaia di migliaia di euro in azioni Veneto Banca.

Ben diversa era la posizione di Finlombarda, che non aveva bisogno di finanziamenti per sbarcare il lunario, ma, al contrario, poteva mettere somme ingenti a disposizione della controparte. E l’istituto allora guidato da Consoli in quei giorni aveva più che mai bisogno di contante e, in teoria, avrebbe potuto compensare l’eventuale investitore in termini, per esempio, di maggiori rendimenti. Proprio questi potrebbero essere le “agevolazioni” ipotizzate nell’ordinanza. “L’Espresso” ha interpellato Finlombarda per chiarire circostanze e motivi della conversazione finita agli atti dell’inchiesta giudiziaria. Le domande sono però rimaste senza risposta.

Di certo, la finanziaria pubblica viaggia da tempo agganciata al treno dei banchieri. A ben guardare, si scopre infatti che nel 2014 Finlombarda ha cambiato strategia d’investimento per buttarsi a capofitto sulle obbligazioni bancarie. Vengono comprati titoli per milioni, compresi quelli di banche già in difficoltà come Veneto Banca, Popolare Vicenza e Monte dei Paschi di Siena. Nel bilancio 2014 si legge così che le «obbligazioni emesse da primarie banche italiane ammontano a 164 milioni», mentre 12 mesi prima questa voce superava di poco i 25 milioni. La musica non cambia nel 2015: 157 milioni sono ancora investiti in obbligazioni bancarie. In pratica, quasi metà dell’attivo di bilancio dell’anno scorso risulta impegnato in titoli emessi da istituti di credito, mentre i finanziamenti alle piccole e medie imprese del territorio ammontano a 51 milioni di euro. Altri 40 milioni sono invece parcheggiati in conti correnti intestati alla società pubblica, mentre 58 milioni sono andati alle Ferrovie Nord, la società di trasporti della Regione.

Dati alla mano si può quindi concludere che Finlombarda preferisce prestare soldi alle banche invece che dare una mano agli imprenditori. Niente di male, questione di scelte d’investimento. Se non fosse che la finanziaria pubblica viene di solito presentata come uno strumento di sostegno alle aziende del territorio e i vertici politici della Regione, a cominciare dal governatore leghista Roberto Maroni, non perdono occasione per sbandierare la loro solidarietà verso piccole industrie ed artigiani messi all’angolo da banchieri senza scrupoli.

Parole che suonano come vuota retorica se si confrontano con la realtà del bilancio di Finlombarda, che ha puntato oltre 150 milioni sulle banche. Certo, di questi tempi prestare soldi alle imprese può rivelarsi una scelta azzardata. L’economia è ferma e quei crediti potrebbero non tornare indietro. Meglio parcheggiare il denaro altrove, allora.

Anche se poi, in qualche caso, i bilanci di istituti come Veneto Banca riservano sorprese ben peggiori. Senza contare, che in qualche caso, si corre il rischio di spuntare nei brogliacci di un’intercettazione telefonica. Con buona pace dei comizi sui banchieri avidi.

ha collaborato Luigi Franco