PALAZZO CHIGI DEF, INTESA RAGGIUNTA NEL GOVERNO: DEFICIT AL 2,4%

Rainews.it 27.9.18

Dopo il vertice di maggioranza, riunione del Consiglio dei ministri

Vertice di Governo sulla manovra economica a Palazzo Chigi

27 settembre 2018

Il governo ha raggiunto una intesa sul deficit per il 2019. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, fisserà nel Def l’asticella dell’indebitamento al 2,4%. Lo riferiscono fonti dell’Esecutivo, dopo il vertice di maggioranza sulla Manovra. Sembrano così superate le perplessità di Tria.

Subito dopo, è iniziato il Consiglio dei ministri. All’ordine del giorno fra le altre cose la nota di aggiornamento del Def sulla quale si baserà la legge di Bilancio e che è stata oggetto del vertice sulla politica economica svoltosi prima della seduta del Governo.

Di Maio: pensioni di cittadinanza e fondo per truffati banche

“Via libera alla pensione di cittadinanza che dà dignità ai pensionati. E con il superamento della Fornero, chi ha lavorato una vita può finalmente andare in pensione  liberando posti di lavoro per i nostri giovani, non più costretti a lasciare il nostro Paese per avere un’opportunita’”. Lo dice il vicepremier Luigi DI Maio. “Non restano esclusi i truffati delle banche, che saranno risarciti con un Fondo ad hoc. Per la prima volta lo Stato è dalla parte dei cittadini, per la prima volta non toglie ma dà”, ha aggiunto.

“Abbiamo portato a casa la manovra del popolo che per la prima volta nella storia di questo Paese cancella la povertà grazie al reddito di cittadinanza, per il quale ci sono 10 mld, e rilancia il mercato del lavoro anche attraverso la riforma dei centri per l’impiego. Restituiamo futuro a 6 milioni e mezzo di persone”, ha poi sostenuto Di Maio.

Salvini: soddisfatto per obiettivi raggiunti finora 

“Tasse abbassate al 15% per più di un milione di lavoratori italiani, diritto alla pensione per almeno 400.000 persone e altrettanti posti di lavoro a disposizione dei nostri giovani superando la legge Fornero, chiusura delle cartelle di Equitalia, investimenti per scuole, strade e Comuni. Nessun aumento dell’Iva. Pienamente soddisfatto degli obiettivi raggiunti”. Così il vicepremier e ministro dell’interno Matteo Salvini a margine del vertice di governo sul Def.

In arrivo un attacco speculativo contro l’Italia?

FEDERICO CENCI interris.it 27.9.18

L’esperto Filini: “Sovranità monetaria unica soluzione per uscire dalla morsa del debito”

Bandiera italiana e nubi

Questo governo aveva promesso di imporre alla Bce il taglio di 250miliardi di titoli di debito pubblico. Ovviamente Mario Draghi ha risposto picche. Dopo di che si è ostentata la volontà a Palazzo Chigi di sforare il 3 per cento del deficit, ma subito è stato agitato lo spread come arma di ricatto e si è dunque tornati nei ranghi. Così oggi ha finito per contrattare l’elemosina di un piccolo margine per la Manovra. Ma è impossibile ottenere risultati davvero efficaci facendo l’elemosina a chi ci ha defraudati della nostra sovranità. L’alternativa all’elemosina è dotarci di uno strumento che ci permetta di fare a meno di loro: emettere moneta”. È questo il giudizio schietto di Francesco Filini su quella che il vicepremier Luigi Di Maio ha definito in modo roboante “una Manovra del popolo”. Anima della pagina Rapporto Aureo e autore del libro “Il segreto della Moneta” (ed. Solfanelli, 2018), Filini è un sostenitore della sovranità monetaria, seguace del prof. Giacinto Auriti e promotore, da assessore di un Municipio di Roma, dello Scec, una sorta di moneta complementare all’Euro. In Terris lo ha intervistato.

Partiamo dalla Manovra: se il governo fosse andato avanti con l’intento di sforare il 3 per cento del rapporto debito/Pil, ci avremmo guadagnato o rimesso?

“C’è un questione alla base del discorso: mettiamo il caso che il governo decida di superare la soglia del 3 per cento, dovrà poi emettere titoli di debito e trovare chi li acquista. È l’unico modo per far ottenere allo Stato moneta necessaria per le spese. In Italia funziona che in un’asta per l’acquisto dei titoli di debito si fanno tre chiamate, nel corso delle quali il tasso d’interesse per lo Stato sale. È così che i protagonisti di queste aste – in genere le banche speculative, americane e non solo – fanno il bello e il cattivo tempo: abbassano il tasso d’interesse giocando con lo spread”.

Il famoso spread…

“Già, in Germania queste aste funzionano diversamente: finita la prima chiamata, il debito che resta viene acquistato dalla Bundesbank, per cui è come se avessero una banca centrale che copre il debito mantenendo basso il tasso d’interesse. Invece in Italia sono le banche private che possono in qualsiasi momento alzare il tasso d’interesse, magari perché reputano poco affidabile il sistema Italia”.

Ma sforare può servire o no?

“Lo Stato può sforare certo, ma poi si assume le responsabilità delle conseguenze: ne abbiamo avuto un assaggio ad agosto, quando al solo annuncio da parte di esponenti del governo che l’Italia avrebbe potuto superare la soglia del 3 per cento, è stato agitato lo ‘spauracchio’ dello spread e tutti si sono ritratti per evitare ricadute economiche sul sistema Paese”.

E l’ipotesi che i titoli di debito possano essere acquistati da Stati stranieri? Penso alla Cina oppure agli Stati Uniti: Conte un mese fa avrebbe strappato una promessa in tal senso da Trump…

“È assurdo dover considerare la Cina o gli Stati Uniti la nostra salvezza. L’Italia sta assumendo una centralità politica che è tutt’altro che confortante: da una parte c’è chi, da Oltreoceano, vorrebbe usare il nostro Paese come grimaldello per minare l’economia della Germania, che tiene sotto scacco l’Eurozona, “rea” di essersi avvicinata troppo a Mosca; dall’altra c’è chi – la Cina – ha interessi per mettere la fiche sull’Italia per estendere ancora di più i propri tentacoli sull’Europa. Dunque stiamo diventando un terreno di conquista, il mercanteggiare sul nostro debito è deprimente, grava sul nostro welfare, sui nostri beni pubblici, sulle nostre aziende di Stato, che sono ormai oggetto di un’aggressione predatoria straniera. Del resto un Paese privo di sovranità monetaria si presta a diventare ostaggio di altri Paesi che, invece, una loro sovranità riescono a esercitarla”.

Come si raggiunge la sovranità monetaria?

“L’attuale governo aveva fatto una proposta positiva: i minibot, ovvero titoli di Stato di piccolo taglio. Ma quella proposta sembra oggi sfumata. Il punto però è che per raggiungere una vera sovranità monetaria è necessario emettere una moneta parallela libera dal circuito del debito bancario e finanziario. Così si farebbe risalire la domanda interna, perché non riusciamo più a produrre non avendo il mezzo di pagamento necessario per far risalire l’economia”.

Proposta suggestiva ma che sembra di nicchia. Ci sono economisti che la caldeggiano?

“Questo è un tema che, finalmente, cominciano a coltivare gli economisti keynesiani – su tutti penso a Nino Galloni -, che si oppongono alla linea dell’austerity proponendo invece di fare spesa pubblica, al costo del deficit, per rilanciare l’economia”.

Ma è realistico auspicare la sovranità monetaria nel contesto politico e finanziario attuale, considerando gli accordi che l’Italia ha sottoscritto con strutture sovranazionali?

“Dipende dal popolo. Siamo noi a dover decidere se vogliamo morire di debito o diventare sovrani”.

Stampare moneta non provocherebbe però inflazione?

“È un rischio che ad oggi non ci riguarderebbe, anzi un po’ d’inflazione (almeno il 3 per cento) sarebbe un enorme beneficio perché siamo in deflazione strutturale da parecchio tempo. Se anche il governo riuscisse a fare deficit, sarebbe un problema solo per chi ha grandi crediti. Il meccanismo è semplice: se oggi la moneta vale dieci e domani la stessa moneta, per effetto dell’inflazione, vale sette perché si aumenta la massa monetaria circolante, chi ha crediti da riscuotere, cioè tutto il comparto finanziario e bancario, li vedrà dimezzarsi a beneficio di chi oggi è debitore. La paura della Bce è proprio questa: che il valore della moneta scenda. Ecco perché l’Euro viene artificialmente tenuto una moneta forte, malgrado l’economia dell’Eurozona sia più debole”.

Ma la Bce ha fatto il Quatitative easing (Qe): non è stato forse un modo, simile ai minibot, per acquistare debito nazionale e sostenere l’economia nazionale?

“Assolutamente, sono due strumenti non paragonabili. Il Qe è la facoltà del sistema europeo delle Banche centrali di acquistare debito pubblico, ma non nel mercato primario bensì in quello secondario. Ad esempio in questi anni la Bce ha comprato diversi miliardi di debito pubblico italiano non direttamente dal Tesoro, ma dalle banche che regolano il tasso d’interesse sul debito, determinando così lo spread. E ne deriva anche un grande paradosso”.

Quale?

“La Banca d’Italia, che dovrebbe essere la nostra banca centrale ma che in realtà è tenuta a seguire gli indirizzi formulati dalla Bce, non compra direttamente il debito dal Tesoro italiano, ma deve rivolgersi alle banche private pagando l’interesse”.

Lo Stato è dunque subordinato alla finanza?

“Certo. La volontà popolare, che si esprime attraverso il voto, viene costantemente tradita da questo sistema finanziario basato sul debito. Quando uno Stato cede la propria sovranità monetaria nelle mani delle banche speculatrici, diventa ostaggio della loro volontà. In qualsiasi momento possono decidere di prestare o meno il denaro sufficiente per consentire lo scambio di beni e servizi di un Paese. Se la Bce volesse mandare in crisi il sistema finanziario italiano, potrebbe farlo già domattina…”.

A proposito, il sottosegretario Giorgetti nell’agosto scorso ha parlato di possibili speculazioni finanziarie contro l’Italia, considerata un temibile modello di sovranismo per altri Paesi Ue. Lo ritiene credibile?

“In qualsiasi momento la grande finanza può innescare una crisi dovunque voglia. Certo è che dovrebbe poi confrontarsi con un problema di ordine pubblico”.

A cosa fa riferimento?

“Credo che in Italia ci sia molta tensione sociale. C’è, da una parte, una spinta migratoria che non accenna a diminuire, checché se ne dica. E dall’altra una crisi strutturale che dura dal 2011: il tasso di disoccupazione resta alto e le aziende continuano a chiudere. Se a ciò si aggiungesse un attacco speculativo dell’alta finanza, una reazione suppongo che ci sarebbe”.

“Bav boys” in ritirata, Proverbio verso Intesa

lospiffero.com 19.10.2017

Nuovi assetti di una banca in cui Torino è sempre più ai margini. Mega operazione di outsourcing nei settori Ict e Back office con l’arrivo del responsabile Financial Services di Accenture. La cordata di Messina in affanno, i “vecchi” mugugnano

“Noi non ci stiamo”. Chissà se le istituzioni piemontesi di fronte all’ulteriore perdita di peso nella governance di Intesa Sanpaolo sapranno battere i pugni e, ribaltando il tormentone della maldestra direttrice della filiale di Castiglione delle Stiviere, protagonista a sua insaputa di un inciampo sui social? L’allarme sta suonando in questi giorni che anticipano una rivoluzione annunciata in seno alla banca e che pare destinata a vedere un pesante ricorso all’outsurcing affidato a un nome pesantissimo, quello di Accenture, la multinazionale di consulenza e direzione strategica con sede negli Usa ma ormai operante a livello globale.

Secondo indiscrezioni tra i cosiddetti Bav Boy (i manager, capitanati dal consigliere delegato Carlo Messina, provenienti dall’ex Banco Ambrosiano Veneto) sarebbe forte l’intenzione di dare vita a una mega operazione di outsourcing con la stessa Accenture sulle attività ICT e Back Office sul modello di quello che fece qualche anno fa Unicredit con Ibm, in grado di portare ossigeno (grazie ad entrate una tantum per la vendita di rami di azienda e dismissione personale) e varare un piano industriale in cui, al momento, pare tutt’altro che facile quadrare i conti. Se questa ipotesi venisse confermata, con Accenture come interlocutore e senza garanzie per il territorio, arriverebbe il colpo di grazia al già parecchio indebolito asse torinese della banca, conservato fino ad oggi grazie al polo Ict.

Per cercare di comprendere uno scenario complesso, dal quale la regione e il suo tessuto economico-finanziario potrebbe uscire ulteriormente indebolito, può essere utile osservare parte di quel che sta succedendo (e quel poco che di esso trapela) nel quartier generale di Intesa. Dove lo stesso inciampo sui social ha evidenziato non solo qualche approssimazione nel loro uso, ma anche quell’irritazione palpabile tra i padri nobili dell’istituto di credito. L’iniziativa dei video tra i dipendenti, che avrebbe dovuta rimanere ad uso interno, ha la paternità del capo della Banca dei Territori, Stefano Barrese, ma gli è scappata di mano scatenando ilarità, battute sarcastiche e pure qualche insulto alla direttrice aziendalista, con rapido ma tardivo intervento del capo delle relazioni esterne Vittorio Meloni. Ma, soprattutto, il pasticcio ha suscitato una forte irritazione in personaggi del calibro di Giuseppe GuzzettiGiovanni Bazoli  e nello stesso vecchio leone della finanza torinese, Enrico Salza. Un provvidenziale pretesto per lanciare segnali su ben più importanti questioni? Così pare. (video clicca qui)

Messina e il suo team erano già osservati speciali dopo il susseguirsi di pessime figure inanellate, una su tutte la tentata scalata a Generali miseramente fallita tra lo scherno della finanza italiana e internazionale e l’irritazione degli azionisti, questi ultimi già dubbiosi per le operazioni straordinarie destinate solo a rimpolpare bilanci lontani dalle promesse cedendo asset profittevoli (Setefi, Allfunds Bank). A dire il vero segnali di cedimento della migliore stagione della cordata dei Bav Boys iniziavano ad apparire con il susseguirsi di voci sul riassetto della guida dell’area Coo della Banca (quella deputata alla gestione delle più importanti componenti di costo della Banca:n l’Ict, l’Operations, e ancora Immobili Acquisti e Sicurezza) ora affidata a Omar Lodesani, anch’egli di provenienza ambrosiano-veneta.

In questi giorni voci accreditate indicano che la scelta di Messina, per la staffetta con Lodesani sia caduta su Massimo Proverbioattuale responsabile dei Financial Services di Accenture. Insomma, la già citata società di consulenza che ha visto in questi anni crescere il proprio fatturato verso al Banca in modo esponenziale (da 54 milioni nel 2013 a 140 milioni nel 2016) con risultati progettuali definiti da molti, e in maniera eufemistica, non sempre entusiasmanti: il nuovo portale internet della banca in ritardo cronico e scarsamente apprezzato dalla clientela, sarebbe solo un esempio a conferma. Logico, di fronte alla scelta che probabilmente farà Messina, lo stupore alimentato dal fatto che non sia stato possibile immaginare la crescita interna di uno della moltitudine di manager della banca (lo stesso Lodesani arrivava dal settore commerciale), privilegiando, invece, la scelta di un esterno sessantenne.

Il cambio sarà proposto nel cda del 24 ottobre, data in cui si prevede anche l’uscita di Maurizio Montagnese, tra l’altro numero uno di Turismo Torino e per questo finito impelagato (indagato) nell’inchiesta per i fatti di Piazza San Carlo. A lui sarebbe affidata la presidenza di una marginale società per l’innovazione, mentre la presidenza della “moritura” Isgs finirebbe a a Lodesani.

Clima tranquillo di fronte a questi giri di valzer e di poltrone? Non si direbbe: più d’uno ha iniziato a farsi qualche domanda sulla opportunità (paventando ipotesi di conflitto di interesse) dell’assunzione di un manager di uno dei principali fornitori della banca per gestire, tra le altre cose, anche le forniture sul precedente datore di lavoro. E pare che qualcuno sia pure intervenuto per tagliare fortemente le responsabilità del nuovo arrivato la cui nomina dovrebbe essere ufficializzata in poche settimane, sempre che non decida di rinunciare all’operazione, visto il pressoché certo ridimensionamento del campo di azione e del potere.

Bancari sotto pressione in Carisbo (Intesa)

Marco Muffato bluerating.com 27.9.18

Presunti eccessi nella sollecitazione alla vendita hanno compattato il fronte sindacale. La reazione di Intesa Sanpaolo “Noi corretti”.

Presunte pressioni commerciali sul personale bancario. Un nuovo capitolo di un tema spinoso è stato recentemente sollevato in un documento da cinque importanti sigle sindacali (Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca Uil e Unisin) nell’ambito delle segreterie di coordinamento della Carisbo, l’istituto del gruppo Intesa Sanpaolo.

Polizze e obbligazioni nel mirino. Nel documento delle 5 sigle si fanno esempi concreti delle pressioni commerciali effettuate a settembre e dirette al personale di sportello per collocare polizze di ramo I e obbligazioni in dollari americani. Nel volantino si parla di monitoraggi nelle vendite  tramite file excel da spedire al capo area con cadenza oraria nella giornata. Altra vicenda sollevata dai sindacati riguarda lo stop alla commercializzazione dei mutui rivolta ai gestori base. I cinque sindacati Carisbo chiedono che vengano fermate le pratiche commerciali scorrette. Nel frattempo hanno invitato i colleghi a consegnare testimonianze (con la garanzia dell’anonimato assoluto) delle sollecitazioni commerciali ricevute dai capi.

La reazione di Intesa SanpaoloBluerating.com ha contattato la capogruppo Intesa Sanpaolo per ottenere un commento sulla vicenda. Ecco la posizione della banca: “Intesa Sanpaolo non commenta specifiche prese di posizione delle Organizzazioni Sindacali e allo stesso tempo sottolinea come le politiche commerciali praticate e le relazioni con il personale della rete commerciale della Banca sono improntate alla correttezza e al rispetto degli accordi sottoscritti con le stesse Organizzazioni Sindacali”.

Ecco tutti i marchi ‘made in Italy’ che non sono più italiani

informarexresistere.fr 27.9.18

Versace

Da Bulgari a Versace: così la moda “made in Italy” è sempre meno italiana – di Filippo Burla

La cessione di Versace a Michael Kors, perfezionata nei giorni scorsi al costo di quasi due miliardi di euro, è solo l’ultima di una serie di acquisti sfrenati che hanno visto l’Italia dello stile e dell’eleganza soccombere ai colpi sferrati da oltreconfine.

Una lunga campagna acquisti che non è però storia solo recente, ma investe alle fondamentali un sistema economico diventato evidentemente incapace di tutelare le proprie eccellenze dalle mire straniere.

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Correva il 1993 quando il fondo americano InvestCorp acquisiva la proprietà di Gucci, storica casa fiorentina fino ad allora controllata dagli eredi del capostipite Guccio.

Da quel momento, rotta metaforicamente la diga, è stato un profluvio di marchi ceduti all’estero.

A darsi battaglia nel terreno di conquista italiano sono soprattutto i grandi gruppi francesi Kering e Lvmh.

Al primo fanno capo marchi come la già citata Gucci (passata di mano poco dopo la prima vendita), Bottega Veneta e Pomellato.

Il secondo, casa madre della celebre maison Luis Vuitton, controlla invece Loro Piana, Bulgari e Fendi.

La maggior parte delle acquisizioni è avvenuta nel corso degli ultimi anni, seguendo una falsariga che vede un impressionante squilibrio in tutti i settori: limitatamente all’ultimo decennio, da oltralpe hanno a segno acquisizioni per 29 miliardi, mentre nel senso inverso l’attività si è limitata a soli 6. Un vero e proprio deficit di 23 miliardi ai nostri danni.

Non c’è però solo la Francia. Oltre agli americani con Versace, nel campo della moda anche la Cina da tempo scalda i motori.

Mettendo a segno acquisizioni come quella di Buccellati, perfezionata a cavallo fra 2016 a 2017, mentre nel 2014 era stata la volta di Krizia. C’è spazio anche per i paesi del golfo: nel 2012, il Qatar ha messo le mani su Valentino.

Di italiano rimane ormai solo una sparuta, sia pur forte, minoranza: Armani, Prada, Dolce & Gabbana, Moncler e Tod’s.

Ci sarebbe anche Ferragamo, ma le voci su un passaggio al gruppo Lvmh sono sempre più insistenti.

Andrà a finire che resteremo solo con i Benetton e le loro produzioni mortali in Bangladesh mentre ci fanno la morale sull’accoglienza. Fonte Il primato nazionale

La macchina sanzionatoria di Washington

comedonchisciotte.org 27.9.18

PHILIP M. GIRALDI
strategic-culture.org

Probabilmente è il background culturale di tipo affaristico che induce Trump a credere che, se si fa soffrire economicamente qualcuno fino al punto giusto, alla fine si arrenderà e farà tutto quello che si vuole. Anche se un approccio di questo tipo potrebbe funzionare nel settore immobiliare di New York, non è certo la via del successo nei rapporti internazionali, dal momento che le nazioni non risentono delle pressioni economiche allo stesso modo degli investitori o dei costruttori.

L’ultima scorreria di Washington nel mondo delle sanzioni nei confronti della Cina è stupefacente, considerando anche i precedenti, veramente infimi, dei passati presidenti americani, partendo da Bill Clinton. Pechino sta già confrontandosi con le sanzioni americane imposte la settimana scorsa nei confronti dell’ente governativo Equipment Development Department of the Chinese Central Military Commission [Dipartimento Equipaggiamento e Sviluppo della Commissione Militare Centrale Cinese] e del suo direttore, Li Shangfu, per “essersi impegnati in transazioni significative” con un produttore di armi russo che è nell’elenco delle aziende sanzionate dagli Stati Uniti. Le transazioni comprendevano l’acquisto di aerei da combattimento russi Su-35 e materiale relativo al moderno sistema missilistico terra-aria S-400. Le sanzioni includono il divieto di ingresso negli Stati Uniti per il direttore cinese, la confisca di tutte le sue proprietà o conti bancari negli USA, così come il congelamento delle risorse locali del Dipartimento Equipaggiamento e Sviluppo.

Cosa più importante, queste sanzioni proibiscono qualsiasi transazione commerciale che utilizzi il sistema finanziario degli Stati Uniti. E’ l’arma più potente che Washington ha a sua disposizione, ma sta venendo contestata, perché numerose nazioni stanno studiando il modo di aggirarla. In ogni caso, dal momento che, attualmente, quasi tutte le transazioni internazionali avvengono in dollari e passano attraverso il sistema bancario americano, ciò significa che per il governo cinese sarà impossibile acquistare armi da molti produttori stranieri. Se delle banche estere dovessero aiutare la Cina ad eludere le restrizioni, verrebbero sanzionate anch’esse .

Riassumendo, Pechino ha acquistato armi da Mosca e per questo motivo è stata sanzionata dagli Stati Uniti, perché Washington disapprova il governo russo. Le sanzioni imposte alla Cina vengono definite “sanzioni secondarie” perché dipendono dalle “sanzioni primarie,” comminate all’azienda o alla persona straniera che si vuole, in realtà, colpire. Le sanzioni secondarie possone essere estese all’infinito, perché chiunque sia collegato alla transazione iniziale, entra a far parte del numero dei trasgressori potenzialmente perseguibili.

Non sorprende che l’ambasciatore americano sia stato convocato e che Pechino abbia cancellato diversi incontri bilaterali con i rappresentanti del Dipartimento della Difesa Americano. Il governo cinese ha espresso “indignazione” e ha chiesto che gli Stati Uniti revochino il provvedimento.

Secondo quanto riportato dai media, il Dipartimento Cinese aveva acquistato gli armamenti dalla Rosoboronexport, il principale esportatore russo di armi. Questo in violazione di una legge approvata dal Congresso nel 2017 chiamata, come al solito, Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act [Contrastare gli Avversari dell’America con Metodi Sanzionatori], volta a punire il governo russo e le sue diverse agenzie per l’interferenza nelle elezioni americane del 2016, per il suo presunto coinvolgimento in Ucraina, in Siria e per la sua abilità nella guerra informatica. Con questa normativa erano state colpite anche Iran e Corea del Nord.

Illustrando le nuove sanzioni, la portavoce del Dipartimento di Stato USA, Heather Nauert , ha rilasciato una dichiarazione, spiegando che le sanzioni iniziali nei confronti della Russia erano state adottate per “imporre dei costi aggiuntivi al governo russo, in risposta alle sue attività maligne.” Aveva aggiunto che gli Stati Uniti “faranno pressioni su tutte le nazioni affinché limitino le relazioni con i settori della difesa e dell’intelligence russa, entrambi implicati a livello mondiale in attività maligne.

Essere implicati in “attività maligne” è un‘accusa che potrebbe tranquillamente essere rivolta a Washington e ai suoi alleati in Medio Oriente; non è chiaro se c’è qualcun altro, oltre ai barboncini francesi ed inglesi, che crede alle razionalizzazioni di Washington per difendere l’indifendibile. Il sistema di “ Contrastare gli Avversari dell’America con Metodi Sanzionatori” è, anche come suggerisce il titolo, ridicolo. Washington è preda ad un furore sanzionatorio. La Russia, dopo l’approvazione del fraudolento Magnitsky Act, è stata sanzionata a più riprese, senza nessun riguardo per le sue legittime proteste, secondo cui interferire nella politica interna delle altre nazioni è inaccettabile. La Cina sta attualmente facendo osservare, del tutto ragionevolmente, che la compravendita di armi fra paesi diversi è perfettamente legale e in linea con la legislazione internazionale.

L’Iran è stato sottoposto a sanzioni, anche se aveva rispettato un accordo internazionale riguardante il suo programma nucleare e, dopo le prime sanzioni, ne sono state aggiunte delle nuove. E, fra cinque settimane, gli Stati Uniti sanzioneranno CHIUNQUE acquisterà petrolio dall’Iran e, a quanto dicono, non saranno ammesse eccezioni. Il Venezuela è sottoposto a sanzioni americane come punizione per il suo governo, la Turchia, membro della NATO, per aver acquistato armi dalla Russia e Cuba, l’eterno ragazzaccio dell’emisfero occidentale, è sotto diversi embarghi fin dal 1960.

Bisogna notare che le sanzioni generano un sacco di sentimenti ostili e, di solito, non risolvono nulla. Cuba sarebbe probabilmente una  nazione normalissima, se non fosse per le restrizioni e le altre forme di pressione degli Stati Uniti che hanno dato al suo governo la possibilità di mantenersi saldo al potere. La stessa cosa potrebbe valere anche per la Corea del Nord. E le sanzioni sono una pessima cosa anche per gli Stati Uniti. Un giorno, quando gli USA cominceranno a perdere la presa sull’economia mondiale, tutti i paesi che erano stati sanzionati si metteranno in fila per avere la loro vendetta, e non sarà piacevole.

Philip M. Giraldi

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://www.strategic-culture.org/news/2018/09/27/washington-sanctions-machine.html
27.09.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Vco fuori dalla fondazione Cariplo, schiaffo alle aspirazioni lombarde

lospiffero.com 26 Settembre 2018

Ecco l’accoglienza che da Oltreticino riservano alla provincia piemontese che anela a unirsi alla Lombardia. Messa alla porta dall’organismo che nomina il cda dell’ente. Borghi (Pd): “Il risultato delle promesse miracolistiche”

La provincia dove c’è chi aspira a farla diventare lombarda e spera di poterlo fare con il referendum del prossimo 21 ottobre, per ora viene esclusa dalla più importante fondazione bancaria della Lombardia. E, guarda caso le coincidenze (chiamiamole così…), ad aver concorso alla stesura del nuovo regolamento che ha ridotto il numero di componenti della Comissione di Beneficenza della Fondazione Cariplo dove oltre a Novara ha sempre avuto un posto anche il Verbano-Cusio-Ossola è stato il rappresentante uscente di quest’ultimo nella fondazione, ovvero Francesca Zanetta, figlia dell’ex senatore Valter oggi promotore della consultazione popolare per il passaggio della provincia dal Piemonte alla Lombardia.

Un posto per due province, che fare? Non essendo stato trovato l’accordo su chi avrebbe dovuto incominciare la staffetta sedendo sull’unica poltrona per due ci si è affidati al sorteggio, che ha premiato Novara. Così, per la prima volta dalla sua istituzione che risale al 1995 la Provincia del Vco rimane fuori dall’organismo che dura in carica sei anni e a cui spetta in non irrilevante ruolo di nominare il cda della fondazione.

Uno smacco per la provincia ai ferri corti con Torino per la vicenda dei canoni idrici e per quella marginalità che viene imputata alla Regione, tanto da aver fatto crescere il fronte favorevole al passaggio in Lombardia culminato nella proposta e successiva indizione del referendum. Certo la decisione assunta dalla più importante fondazione lombarda non suona proprio come un’accoglienza a braccia aperte.

“La riforma ha come primo effetto concreto l’esclusione del territorio più periferico dal board della Fondazione”, osserva non senza polemica il deputato ossolano Enrico Borghi, membro dell’ufficio di presidenza del Pd alla Camera. “Si fa un gran parlare, in queste ore, di garanzie che arrivano da Milano in caso di un passaggio della provincia in Lombardia, e al primo atto pratico veniamo lasciati a casa da un organismo che in questi anni, sia pure con modalità molto discutibili e spesso autoreferenziali, ha distribuito sul territorio risorse finanziarie importanti per servizi ed investimenti. Negli anni scorsi – ricorda Borghi – ho avuto motivo di polemica con Guzzetti, e oggi i fatti purtroppo mi danno ragione”.

Il parlamentare dem sottolinea ancora come “affidarsi a miracolistiche promesse in caso di modifiche territoriali, significa imboccare la strada della delusione. Certo, se a tempo debito la riforma dello statuto della fondazione fosse stata fatta in trasparenza, avvisando e coinvolgendo le istituzioni, anzichè fare tutto alla chetichella, forse – sostiene Borghi – oggi non saremmo arrivati a questo risultato penalizzante per il Vco. Ma ormai cosa fatta capo ha, e di questo sappiamo chi ringraziare”.

Il riferimento a Zanetta (figlia) appare evidente, pur senza sminuire le polemiche che in queste settimane hanno visto protagonisti Borghi e l’ex senatore di Forza Italia (di origini democristiane) transitato di recente nella Lega. E a proposito di Francesca Zanetta, che rimarrà fuori dalla commissione di cui era membro, rumors raccontano che non l’abbia presa poi così male. Soprattutto perché, sempre secondo voci (un po’ maligne, ma forse non del tutto campate in aria) che circolano attorno alla fondazione, la figlia dell’ex senatore avrebbe avuto rassicurazioni di un ripescaggio, magari attraverso qualche altro ente, da parte della vice di Guzzetti, ovvero la potentissima Mariella Enoc, presidente dell’ospedale Bambin Gesù.

Autostrade, che cosa prevede la bozza finale del decreto Urgenze-Genova

 startmag.it 27.9.18

Tutti i principali dettagli della bozza finale del decreto Urgenze-Genova al centro della discussione politica, economica e istituzionale. Il testo completo

Oneri e modalità per la ricostruzione del Ponte Morandi a Genova. I costi per lo Stato. E il ruolo di Autostrade per l’Italia, la concessionaria del gruppo Atlantia. Sono alcuni degli aspetti salienti che emergono dalla bozza finale del decreto Genova-Urgenze ora al vaglio del Quirinale.

(ECCO IL TESTO COMPLETO DELLA BOZZA FINALE DEL DECRETO)

Ecco tutti i dettagli.

LA BORDATA DEL DECRETO CONTRO AUTOSTRADE PER L’ITALIA (ATLANTIA-BENETTON)

La ricostruzione del ponte di Genova sarà affidata dal commissario straordinario ad “uno o più operatori”, escludendo Autostrade per l’Italia, la concessionaria del gruppo Atlantia. E’ quanto si evince dalla bozza finale del decreto Genova-Urgenze. Infatti il provvedimento del governo prevede che gli operatori non dovranno avere “alcuna partecipazione diretta o indiretta in società concessionarie di strade a pedaggio, o siano da quest’ultime controllate o ad esse collegate”. A questo punto viene inserita un’aggiunta che suona come un’ulteriore critica verso la società del gruppo Benetton guidata dall’ad, Giovanni Castellucci: “Anche al fine di evitare un indebito vantaggio competitivo nel sistema delle concessioni autostradali”.

(ECCO IL TESTO COMPLETO DELLA BOZZA FINALE DEL DECRETO)

CHE COSA C’E’ SCRITTO NEL DECRETO GENOVA-URGENZE

Nel caso in cui Autostrade non pagasse o ritardasse le spese di ricostruzione del ponte sarà lo Stato ad anticiparle, attingendo al Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale. E’ quanto prevede la bozza finale del decreto Genova-Urgenze. “Per assicurare il celere avvio delle attività del Commissario, in caso di mancato o ritardato versamento da parte del Concessionario, a garanzia dell’immediata attivazione del meccanismo di anticipazione, è autorizzata la spesa di 30 milioni annui dal 2018 al 2019”.

IL RUOLO DI AUTOSTRADE PER L’ITALIA E DELLO STATO

Il governo stanzia altri 20 milioni di risorse che verranno trasferite alla contabilità speciale intestata al Commissario delegato, si legge nella bozza finale del dl Genova che si sta esaminando in queste ore negli uffici della presidenza della Repubblica. “La contabilità speciale intestata al Commissario delegato per l’emergenza”, che in base all’ordinanza del 20 agosto disponeva di 33,5 milioni, “è integrata di 9 milioni di euro per l’anno 2018 e 11 milioni di euro per l’anno 2019”, si legge nel testo. Le risorse sono coperte con l’uso del Fondo per le emergenze nazionali.

(ECCO IL TESTO COMPLETO DELLA BOZZA FINALE DEL DECRETO)

GLI ACCORDI

Il decreto Genova-Urgenze reintroduce, in deroga agli art. 4 e 22 del Jobs Act, la cigs per cessazione di attività. La misura potrà essere autorizzata “sino ad un massimo di 12 mesi complessivi” per gli anni “2019 e 2020”, è scritto all’art.44 del decreto al vaglio del Quirinale. Il decreto specifica: la “sostenibilità” dell’onere finanziario per la copertura sarà “verificata” “in sede di accordo governativo”. “Qualora dal monitoraggio emerga che e’ stato raggiunto o sarà raggiunto il limite di spesa, non possono essere stipulati altri accordi”.

IL MONITORAGGIO DELLA SPESA

“Al fine del monitoraggio della spesa – si legge ancora nella bozza di decreto – gli accordi governativi sono trasmessi al Ministero dell’Economia e delle finanze e all’Inps per il monitoraggio mensile dei flussi di spesa, non possono essere stipulati altri accordi” “Il trattamento straordinario di integrazione salariale per crisi aziendale” può essere autorizzato “qualora l’azienda abbia cessato o cessi l’attività produttiva e sussistano concrete prospettive di cessione dell’attività con conseguente riassorbimento occupazionale” oppure “laddove sia possibile realizzare interventi di reindustrializzazione del sito produttivo, nonché in alternativa, attraverso specifici percorsi di politica attiva del lavoro posti in essere dalla Regione interessata”.

(ECCO IL TESTO COMPLETO DELLA BOZZA FINALE DEL DECRETO)

(TUTTI I DETTAGLI E LE INDISCREZIONI SUL SUBBUGLIO AUTOSTRADE-FINCANTIERI PER LA RICOSTRUZIONE DEL PONTE MORANDI)

Mercati in ansia per ottobre, storico “mese della sfortuna”. Ma sarà così davvero?

 

Il mese di settembre in genere ha una reputazione di debolezza storica per quanto riguarda il mercato statunitense, ma quest’anno così non è stato, confortando gli investitori superstiziosi che guardano avanti al prossimo mese, quello di ottobre, degno di nota per alcuni incidenti storici e altre turbolenze verificatesi in passato.

Ottobre il mese della sfortuna?

Secondo l’Almanacco di Stock Trader, ottobre è noto come “il mese della sfortuna” a causa del numero di vendite principali avvenute in passato proprio ad ottobre. Gli esempi sono tanti: gli incidenti nel 1929 e nel 1987, la  caduta di 554 punti del 27 ottobre 1997, il venerdì 13 del 1989, e il tracollo nel 2008. Tutti hanno difficili hanno reso ottobre un mese relativamente più debole per le azioni anche se c’è da sottolineare una certa positività. Storicamente, il Dow Jones sale in media dello 0,6% sul mese, una mossa che rende ottobre il settimo migliore dell’anno. Negli ultimi 67 anni, ottobre è stato in media positivo per 40 volte e negativo per 27. Stessa sorte per l’indice S & P 500 che in genere aumenta dello 0,9% sul mese. Guardando al Nasdaq Composite Index, ottobre si pone come l’ottavo mese migliore dell’anno, e questo grazie ai dati degli ultimi 46 anni fa. Storicamente è salito dello 0,7% sul mese, tanto che il mese di ottobre è risultato positivo per il Nasdaq 25 volte negli ultimi 46 anni. Se le prestazioni attuali dovessero corrispondere a queste medie storiche, il rialzo dell’S & P sarebbe sufficiente per riportare l’indice ai livelli record. L’indice è attualmente dello 0,6% al di sotto del suo record mentre il Dow Jones è inferiore dello 0,9% Lo stesso vale per il Nasdaq, attualmente inferiore dell’1,2% al suo stesso record: il che significa che l’andamento di ottobre non sarebbe comunque sufficiente per portare le azioni in un territorio inesplorato.

L’impatto delle elezioni di medio termine

Ma gli investitori più superstiziosi devono anche considerare che negli anni delle elezioni di medio-termine vi sono mesi di ottobre estremamente forti. “I mercati seguiranno da vicino le prossime elezioni di medio termine, poiché i cambiamenti nell’equilibrio di potere a Washington potrebbero avere implicazioni significative per la politica fiscale e le relazioni esterne” così Niladri Mukherjee, director of portfolio strategy in the Chief Investment Office at Merrill Lynch and U.S. Trust. Un rapido sguardo alla performance storica dei mercati mostra che le azioni spesso vedono uno slittamento a settembre degli anni in cui si tengono le elezioni di medio termine – e anche in altri anni. Per gli anni a medio termine, gli analisti spesso si gettano nell’incertezza, dato che a metà percorso, in genere, il partito del Presidente in carica perde i seggi. Così mentre il Dow Jones sale complessivamente dello 0,6% a ottobre, rimbalza a un 3,1% molto più forte negli anni delle elezioni midterm. Così allo stesso modo l’S & P che sale al 3,3%, tre volte in più il guadagno medio, mentre il Nasdaq salta del 4,2%, sei volte la sua media complessiva. Da ciò ne risulta che sia per il Dow che per l’S & P, ottobre è il miglior mese dell’anno in quelli delle elezioni intermedie, mentre è il sesto migliore per il Nasdaq.

I principali rischi da monitorare secondo UBS

Per prepararsi comunque a un aumento della volatilità, gli investitori devono guardare a cinque grandi fattori di rischio che derivano dai rialzi dei tassi statunitensi, dal rallentamento della crescita cinese, dalle trattative in corso sui dazi doganali e dal rincaro petrolifero, come afferma in un report Mark Haefele, Chief Investment Officer Global Wealth Management di UBS. “Nel medio periodo, i portafogli con un’ampia diversificazione” dice l’analista “dovrebbero beneficiare della crescita robusta, dell’inflazione contenuta e dei bassi tassi d’interesse reali”.

Crisi finanziaria, i 70 banchieri uccisi dagli scandali

Il 13 marzo del 2014, nel pieno della crisi bancaria, i media americani diedero grande risalto al suicidio di Edmund Reilly, 47 anni, banchiere di punta del Vertical Group, super hedge fund speculativo di Wall Street: si era gettato sotto un treno senza spiegazioni. Ma la vera notizia era un’altra: quello di Reilly era l’undicesimo suicidio di un banchiere di Wall Street in 3 mesi. Tre indizi fanno prova. Settanta cosa fanno? Senza contare il «giallo» di David Rossi e lo strano suicidio, pochi mesi dopo, del banchiere londinese che aveva «firmato» Santorini, il derivato su cui saltò Mps.

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Ma nessuno poteva ancora immaginare che cosa sarebbe accaduto nei tre anni seguenti: la lista delle morti misteriose dei banchieri coinvolti o travolti dagli scandali diventarono quasi un centinaio. E forse anche per questo, una spessa cortina di silenzio ha circondato il fenomeno più controverso ma meno discusso dei 10 anni della grande crisi.

Una lunga scia di sangue e di misteri sembra essere rimasta finora sepolta sotto le macerie della crisi finanziaria: è un elenco con i nomi di oltre 70 banchieri eccellenti – tutti al servizio delle grandi cattedrali della finanza internazionale – scomparsi senza motivo apparente, alcuni vittime di suicidi “anomali”, altri di omicidi senza movente e di incidenti inverosimili o inspiegabili. Al confronto con quanto avvenuto negli ultimi 10 anni, i grandi gialli finanziari italiani come il crack del Banco Ambrosiano, l’omicidio di Sindona e il suicidio di Roberto Calvi, diventano storie da giallo tascabile.

Nel lato oscuro degli scandali non c’è solo il suicidio di David Rossi, l’ex braccio destro di Giuseppe Mussari nel tracollo del Monte dei Paschi di Sienama anche quello ancor più misterioso (e sconosciuto) diWilliam Broeksmit, il banchiere londinese responsabile del famigerato derivato Santorini su cui affondò la banca senese: Broeksmit fu trovato impiccato al guinzaglio del cane il 26 gennaio 2014, pochi mesi dopo la morte di Rossi e alla vigilia di una convocazione degli inquirenti sullo scandalo del Libor e dei titoli derivati. Con lui, sparirono misteriosamente i documenti riservati che il banchiere custodiva in casa e che avrebbe dovuto consegnare agli inquirenti. Dove siano finiti e che cosa sia accaduto davvero intorno a quel derivato-truffa, resta ancora un mistero.

I NUMERI DEI MISTERI
(Fonte: Bankers Death)

L’altra faccia della crisi è dunque una sorta di albo nero degli scandali finanziari, con le storie di decine e decine di banchieri, trader e analisti le cui morti misteriose sono rimaste come tali: eppure, erano 70 dirigenti di grado superiore al servizio delle più importanti istituzioni finanziarie del mondo, da JP Morgan a Bank of America, da Abn Amro a Merrill Lynch, da Deutsche Bank a Goldman Sachs. Le stesse banche che tra il 2008 e il 2017 sono state sotto inchiesta (e molte lo sono ancora) non solo per lo scandalo dei mutui subprime, ma per un elenco di reati che va dalla manipolazione dei tassi interbancari ai cambi valutari, dalla truffa sul fixing dell’oro a quella sui derivati. Dieci anni di scandali che non solo sono costati alle banche (e ai loro azionisti) sanzioni per oltre 320 miliardi di dollari, ma che hanno soprattutto messo a nudo tutte le distorsioni e gli abusi favoriti dalla cultura del profitto e della speculazione selvaggia che ha portato l’economia mondiale sull’orlo del baratro.

L’archivio Bankers Death

Nella migliore delle ipotesi, questo lato oscuro della crisi è rimasto schiacciato prima dal frastuono dei fallimenti bancari e delle inchieste poi dall’euforia speculativa creata dal denaro gratis e dai tassi a zero. Per riportarlo alla luce – e soprattutto per non dimenticare che i danni di una crisi non si misurano solo col denaro – il Sole24Ore ha passato al setaccio 10 anni di articoli di stampa su fatti di cronaca apparentemente scollegati, e soprattutto i dati raccolti ed elaborati da Michael Tyler, docente inglese di finanza digitale che ha lasciato casa e docenza a Cambridge, in Inghilterra, per insegnare negli Stati Uniti e in Cina. L’opera di Tyler si chiama «Bankers Death», un archivio lascia basiti: in appena 36 mesi – da febbraio 2013 – c’è stata una media di due suicidi di banchieri al mese. Sommandoli agli incidenti mortali sospetti e agli omicidi senza movente, la crisi finanziaria è costata più in termini di vite umane che di banche fallite.

Non solo. Tra l’avvio dei grandi processi contro le banche nel 2011 fino all’aprile del 2018, sono state censite quasi 100 morti di operatori e alti dirigenti del credito e della finanza per cause non definibili «naturali»: sono banchieri, analisti e trader con profili professionali tutt’altro che di secondo piano nelle banche per cui lavoravano (generalmente senior executive). Di questi, circa 20 sono i casi archiviati come «suicidi da depressione», 15 come «incidenti inspiegabili» e ben 68 come «omicidio in circostanze misteriose». Parliamo di casi come quello di Omar Meza, top executive del gruppo Aig ed ex campione di nuoto, trovato affogato nella piscina di un Hotel Marriott il 9 gennaio del 2015, o come quello delle sorelle Korkki, Annie e Robin, trovate entrambe morte nel settembre 2016 sul loro letto in un resort caraibico da 1.800 dollari a notte: una lavorava per JP Morgan e l’altra era trader alla Borsa dei derivati di Chicago. A distanza di due anni, le cause della morte non sono ancora state accertate.

Ma c’è anche il caso del banchiere che ha perso la vita dopo aver misteriosamente deciso di ubriacarsi con un’intera bottiglia di antigelo per auto pensando fosse whisky: il caso fu archiviato come un incidente. Ma il “suicidio” meno credibile è stato quello di Thomas Hughes, 29 anni, banchiere d’investimento di Wall Street sotto inchiesta della Sec: precipitò dal ventottesimo piano del palazzo in cui viveva, arrivando però a terra decapitato (sul rapporto, la polizia scrisse che la testa si era staccata colpendo il davanzale della finestra…). Ma il caso più misterioso è quello di due aerei privati in cui volavano due dirigenti della stessa banca newyorkese: precipitarono lo stesso giorno per «guasto tecnico» mentre volano su rotte diverse.

La realtà supera la fantasia

Suggestioni, sospetti, teorie cospirazioniste, drammi umani e personali: il confine tra realtà e fantasia è molto sottile quando ci sono di mezzo ambizioni, denaro e potere. Ma un fatto è certo: dietro ogni episodio di cronaca nera, ci sono quasi sempre personaggi che erano in prima linea negli anni ruggenti di Wall Street e che si sono poi trovati spesso da soli davanti ai giudici e alle inchieste interne, ma soprattutto nei processi mediatici e di piazza, dove le condanne di massa sono quasi sempre scritte in anticipo. «È un mosaico di storie opache e di sospetti – spiega Tyler – di inchieste senza colpevoli o rei confessi, di processi che perdono per strada troppi testimoni. Ed è quindi una storia di famiglie che ancora chiedono giustizia». Non tutti i personaggi scomparsi erano coinvolti nelle inchieste sugli scandali, e non sempre si è trattato di morti misteriose: ma il denominatore comune a tutti è che lavoravano nelle grandi banche americane ed europee protagoniste della crisi. Ed è proprio seguendo questo filo rosso della speculazione selvaggia che emerge una grottesca (ma significativa) correlazione tra processi alle banche e decessi dei loro ex super-banchieri caduti in disgrazia dopo aver macinato per anni miliardi di profitti. A cominciare da colossi come Bank of America e JP Morgan, le due banche americane più processate e multate da giudici e vigilanza: insieme, hanno pagato più di un terzo dei 320 miliardi di dollari di multe inflitte alle banche di Wall Street. Oltre 76 miliardi di dollari sono le sanzioni pagate da Bank of America, mentre il conto di JP Morgan viaggia oltre i 44 miliardi di dollari: hanno sempre pagato senza mai ammettere in tribunale alcuna colpa. Anche Deutsche Bank e Goldman Sachs, che sono nella parte alta delle sanzioni, hanno sempre preferito chiudere i conti con la giustizia senza mai arrivare a una sentenza: le testimonianze pubbliche dei loro banchieri avrebbero potuto esporre le banche a danni maggiori delle sanzioni.

Ciò che coglie di sorpresa è invece la relazione tra processi e decessi in ogni singola banca: JP Morgan e Bank of America sono infatti le banche più colpite in assoluto dai decessi di banchieri eccellenti. Nel caso di JP Morgan, sarebbe interessante sapere se il board della banca si sia mai accorto di avere più dirigenti usciti di scena per morte violenta che per limiti di età. Il 20% di tutti i decessi per «cause non naturali» registrate a Wall Street riguarda infatti banchieri e trader professionisti che lavoravano nelle aree a più alta tensione speculativa del gruppo finanziario newyorkese: in particolare, a JP Morgan fanno capo ben 13 suicidi nell’arco di due anni.

Tra pressione e depressione

Tra i tanti casi, dunque, è quello di JP Morgan il più controverso e misterioso. Basti pensare che il 28 gennaio 2014, appena due giorni dopo il suicidio di Broeksmit a Londra e 13 mesi dopo la morte di Rossi a Siena, a lanciarsi dal tetto della sede londinese di JP Morgan è Gabriel Magee, banchiere al servizio del colosso americano chiamato in causa per le manipolazioni del Libor. Il caso fu subito archiviato come suicidio, ma il giorno successivo, il 29 gennaio, dall’altro lato dell’Atlantico, è Mike Dueker, 50 anni, economista capo presso la Russell Investments a togliersi la vita gettandosi da un ponte nei pressi di Washington. Anche questa società era sotto inchiesta. Cinque giorni dopo il suicidio di Duecker, Ryane Crane, di soli 37 anni, direttore esecutivo della JP Morgan Chase di New York, sede sotto inchiesta, viene trovato morto nella sua casa di Stamford, nel Connecticut: anche in questo caso, il decesso fu subito liquidato come suicidio da depressione. Fatto sta che poche settimane dopo, la stessa “depressione” spinge fuori dal tetto di un grattacielo di Hong Kong un trader di 33 anni della JP Morgan Charter House Asia: anche questo caso fu chiuso come «suicidio da depressione».

Ma che cosa provano, o significano, queste morti eccellenti e controverse? Nessuno lo può dire con certezza. C’è chi parla di complotti, chi di sindrome depressiva post-traumatica da crisi finanziaria ed eccesso di rischio, ma anche chi accusa le banche e il sistema finanziario di aver scaricato su trader e banchieri tutto il peso della pressione competitiva. Sopportare una tale tensione fa parte dei requisiti necessari per lavorare in una grande banca internazionale. Ben più difficile è affrontare e superare con freddezza l’accusa – a volte personale – di aver provocato con i propri comportamenti la peggiore crisi finanziaria globale della storia. Come per i banchieri che nel 1929 si gettavano dai grattacieli di Wall Street, la vergogna e l’isolamento non sono facili da sopportare. Per nessuno. O quasi per nessuno: dopo 10 anni dal crack, nessun caso di morte sospetta o di suicidio ha coinvolto Lehman Brothers e i suoi banchieri.