Vi spiego i veri effetti della sentenza della Consulta sui licenziamenti post Jobs Act

Pietro Ichino startmag.it 27.9.18

Il commento di Pietro Ichino, giuslavorista, sulla sentenza della Corte costituzionale che ha deciso una modifica della disciplina dei licenziamenti introdotta con il decreto n. 23 del 2015 (Jobs Act)

Secondo le notizie dell’ultima ora la Corte costituzionale, con un solo voto di maggioranza e un membro giuslavorista (Giulio Prosperetti) in missione, ha deciso una modifica della disciplina dei licenziamenti introdotta con il decreto n. 23 del 2015.

Più precisamente, ha ritenuto che l’indennizzo cui il lavoratore licenziato ha diritto, nel caso di insufficienza del motivo addotto dall’imprenditore, non possa essere rigidamente predeterminato dalla legge in proporzione alla sola anzianità di servizio: rientra dunque nella discrezionalità del giudice determinarlo, pur sempre entro il minimo e il massimo stabilito dalla legge, ma anche in riferimento ad altri parametri.

Quali parametri? Vedremo se la motivazione della sentenza si spingerà a fornire qualche indicazione in proposito; fin d’ora si può ipotizzare che i giudici attribuiscano qualche peso al carico di famiglia, alle condizioni del mercato del lavoro locale, ma anche eventualmente al comportamento tenuto dalle parti nel corso del rapporto e durante il giudizio.

La Corte ha invece respinto la censura mossa dal Tribunale di Roma alla parte della legge nella quale si stabiliscono un minimo e un massimo dell’indennizzo dovuto: il giudice dovrà dunque in ogni caso rispettare questi limiti. Si può dire dunque – salvo sorprese nella motivazione, che si conoscerà soltanto tra qualche settimana – che la sentenza non scalfisce il contenuto essenziale della riforma del 2015, consistente tecnicamente nel passaggio da un regime di job property (cui corrisponde la sanzione della reintegrazione) a un regime fondato su di una liability rule (la sanzione indennitaria, predeterminata nel minimo e nel massimo). L’effetto della sentenza sarà un aumento dell’incertezza circa l’entità dell’indennizzo deciso dal giudice, con conseguente probabile aumento del contenzioso giudiziale.

La sentenza avvantaggia più di tutti i lavoratori con anzianità minore, per i quali la protezione contro il licenziamento può aumentare notevolmente di peso: questo avrà un effetto disincentivante sulle assunzioni a tempo indeterminato; mentre non ne avranno vantaggio i lavoratori con anzianità di servizio elevata (per ora solo pochissimi casi di anzianità convenzionale, poiché la nuova norma si applica soltanto ai rapporti costituiti dal 7 marzo 2015), la cui indennità resterà predeterminata nella misura massima prevista dalla legge.

La predeterminazione dell’indennizzo strettamente in funzione dell’anzianità di servizio era stata decisa dal legislatore del 2015 in considerazione del fatto che è sempre molto difficile determinare l’entità del danno che una persona subisce in concreto per la perdita del lavoro: esso infatti dipende in misura preponderante dal comportamento che la persona stessa tiene nella fase successiva al licenziamento, nella ricerca della nuova occupazione, e dalle alternative occupazionali di cui essa può disporre. Per questo motivo è prevedibile che la maggior parte dei giudici continui, anche dopo questa sentenza della Consulta, ad assumere l’anzianità di servizio del lavoratore come parametro principale per la determinazione dell’indennizzo tra il minimo delle sei mensilità e il massimo delle trentasei. Se così sarà, l’impatto pratico della sentenza sarà tutto sommato limitato.