Foa al vertice Rai: con due voti illegali?

28 settembre 2018

di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Se un partito sospetta brogli o irregolarità del voto, alla denuncia fa seguito una scrupolosa verifica delle schede, a tutela della legittimità dei risultati. Il presidente della commissione di vigilanza della Rai ha una sua idea anarcoide della norma e rifiuta ai rappresentanti del Pd la visione di due voti a loro dire nulli perché resi riconoscibili, a dimostrare di aver rispettato la disciplina imposta dal loro mandante. Il Pd contesta il voto sul Cda Rai: “Due schede nulle, ma non ci fanno vedere gli atti””. Barachini, presidente della commissione, arzigogola e nega la visione con la perentoria e non dimostrata affermazione che i voti si sono svolti in maniera regolare. Svicola dal problema: la contestazione del Pd non riguarda le l’andamento del voto, ma il vizio di forma di due voti, resi riconoscibili a vantaggio di Salvini. Non fosse così, perché non mostrare le schede? I componenti dem della commissione: “”Forse sanno di aver violato la legge e che il voto su Marcello Foa è nullo? Che cosa hanno da nascondere? E soprattutto come fanno a tacere i Presidenti delle Camere, Fico e del senato Casellati?”.

Ma chi è Foa? C’è una raccolta firme di parlamentari europei preoccupati per la scelta di Foa, “ospite regolare degli strumenti di propaganda russa ‘Russia to day e Sputnik’ e uso a diffondere disinformazione via internet”. Il Guardian: “Giornalista euroscettico che ha spesso condiviso notizie verificatesi false e titolare di posizioni anti gay, anti immigrati, anti vaccini e filo russe”. Intanto ha preso il via l’occupazione gialloverde della Rai. Nominato ad interim, direttore della testata giornalistica regionale, Casarin, uomo di Salvini. Ne vedremo delle belle.

E’ la manovra del cambiamento dicono in stato di euforica ebbrezza e il “languido, incompiuto” Di Maio. Il socio “Ce l’ho duro” leghista Salvini fa il controcanto. Cinguettano “E’ la manovra del cambiamento”. Di Maio, per non trascurare la vocazione populista aggiunge “E’ la manovra del popolo” e non mente perché a pagare i 27miliardi dello sforamento del deficit sarà proprio il popolo. Chi se ne intende di economia e chiunque ha sale in zucca risponde “E’ la manovra del fallimento”. I due incoscienti hanno fatto precedere il cedimento di Tria da minacce di licenziamento e gli hanno imposto di aumentare il debito dello Stato al 2,4 percento. Se il ministro rimane al suo posto è solo per volontà di Mattarella che intende evitare di vedere al suo posto un economista ancora più permeabile alla volontà del governo.

Lo spettacolo dei grillini al balcone di palazzo Chigi, con le dita a “V” in segno di vittoria, è da conservare in archivio per i giorni bui, quando la nostra economia sarà devastata dal duopolio gialloverde.  Dell’autoesaltazione fa parte anche la cancellazione della legge Fornero, ma Tria, pur in stato precomatoso per la mazzata ricevuta, ammonisce” Non ci sono risorse per abolirla”. In margine all’evento, l’inconsapevolezza dell’evanescente premier. Conte commenta soddisfatto la legge senza capire di che parla: “E’ un rigoroso accordo politico per mantenere il rapporto deficit/pil al 2,4% fino al 2021”. Capito? Si moltiplica per tre il debito annuale di 17 miliardi. Si salvi chi può. La coda dell’accordo di governo è il grido incosciente “Non temiamo lo spread né i mercati”. Peccato non ci si avveda che lo scontro con l’Europa porterà a una procedura d’infrazione contro l’Italia. E peccato che non si commenti con le dita a “V” l’indice Ftse Mib che precipita in basso (-3%) che le banche perdono dal 10 al 4%, che c’è tensione sui titoli di Stato italiani, che lo spread rimbalza a 280 punti e il rendimento decennale sale al 3,24 percento. Dima e Salvi dicono ancora chi se ne frega?

Dove comincia e dove finisce l’accordo governo-Forza Italia? Mariastella Gelmini: “Il governo ha scelto la strada dell’azzardo esponendo il Paese a incredibili rischi, portando il rapporto deficit-Pil ben oltre il 2%. Tutto questo per finanziare un programma assistenzialista. E adesso l’Italia vede il baratro. Questo è il governo dell’avventura, che invece di eliminare la povertà, rischia di far collassare il Paese, senza offrire la spinta necessaria a sostenere l’economia. Una responsabilità che si assumono in toto tutti e due i partner di governo”.

Il sovraeccitato vice premier grullino (non è un errore grullino), vittima di voracità da potere, grida allo scandalo per l’elezione di Ermini, Pd dimissionario, alla vicepresidenza del Consiglio Superiore della Magistratura. Il ministro grullino (non è un errore grullino) della giustizia Bonafede: “La maggioranza delle toghe ha deciso di fare politica”. Alla terza votazione Ermini ha battuto con 13 consensi (anche della Lega, alleata di M5S) il professore grillino Alberto Maria Benedetti, che ne ha presi 11. Come la mettono Bonafede e con lui Di Maio: avesse prevalso Benedetti, grullino doc, avrebbero usato uguale metro di valutazione o avrebbero messo la sordina alla presenza politica nel CSM del loro candidato?

Che fine ha fatto il rosario sgranato da Salvini per catturare voti dei cattolici? Il papa e i suoi vescovi hanno idee opposte alla politica di respingimento dei migranti e non ne fanno mistero. Il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti: “Un decreto dovrebbe fronteggiare un periodo di emergenza e, per quello che ho letto, il nostro decreto abolisce i permessi per motivi umanitari. In sostanza, si toglierebbe a prefetti e giudici la discrezionalità sulla protezione umanitaria, mentre rimarrebbero solo permessi per cure mediche o per necessità di rientro nei paesi d’origine per breve tempo. E’ incostituzionale l’espulsione al primo grado di condanna. Se basta questo, mi sembra si faccia qualcosa che non è proprio in pieno con quanto previsto dalla Carta Costituzionale, perché non tiene conto dei tre gradi di giudizio”.

Mozione pro-Orban, sì della Camera, Lega e M5S uniti al contrario di Strasburgo. Non passa alla Camera la mozione con cui il Pd intendeva sostenere la posizione dell’Europa contro il governo di destra xenofoba ungherese guidato da Viktor Orbàn. Disco verde a favore del leader magiaro dalla Lega e dal M5S, nonostante i grillini a Strasburgo abbiano votato a favore delle sanzioni. Prodigi della coerenza grullina (non è un errore, grullina).

L’Europa lancia la guerra sui piani fiscali italiani: avverte il debito “Esplosione”, minaccia i risparmiatori

Tyler Durden zerohedge.com 28.9.18

 

All’indomani dell’annuncio ribelle dell’Italia che avrebbe esteso il suo deficit di bilancio 2019 al 2,4% del PIL, al di sopra sia della proposta iniziale di finmin Tria che era dell’1,6%, sia anche superiore alla “linea rossa” europea del 2,0%, la domanda era come reagirebbe l’Europa a questo ammutinamento aperto dall’Italia.

Le risposte hanno cominciato ad emergere venerdì, quando il capo del Parlamento europeo Antonio Tajani ha affermato che gli obiettivi fiscali fissati dal governo euroscettico italiano erano “contro il popolo” e potevano colpire i risparmiatori senza creare posti di lavoro.

“Sono molto preoccupato per ciò che sta accadendo in Italia”, ha detto Tajani, che è un politico di opposizione di centro-destra in Italia e stretto alleato dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi. I piani di bilancio “non aumenteranno l’occupazione ma causeranno problemi ai risparmi degli italiani”, ha detto Tajani.

“Questo bilancio non è per il popolo, è contro il popolo ” , ha detto Tajani, aggiungendo che le misure previste “creeranno molti problemi nel nord (dell’Italia) senza risolvere problemi nel sud”, che è la parte meno sviluppata del paese.

Separatamente, Pierre Moscovici, commissario per gli affari economici dell’UE, ha dichiarato in un’intervista alla televisione BFM che “l’Italia, che ha un debito al 132 percento, sceglie l’espansione e lo stimolo. È “un budget che sembra jaywalking e non in linea con le nostre regole”. 

Come promemoria, l’Italia ha il debito pubblico più alto di qualsiasi paese europeo, superando sia la Francia che la Germania, e il suo debito / PIL è il secondo più alto nell’UE dopo il salvataggio della Grecia; fino a poco tempo fa, l’Italia aveva commesso per il prossimo anno un deficit tre volte inferiore.

I fuochi d’artificio verbali continuarono, con Moscovici che ricorda all’Italia che l’unica ragione per cui il suo debito “esplosivo” non è crollato è dovuto agli acquisti della BCE, che la monetizza attivamente negli ultimi anni.

“Non abbiamo alcun interesse per una crisi tra la Commissione e l’Italia”, ha detto Moscovici, “ma non è nel nostro interesse che l’Italia non rispetti le regole e non riduca il debito pubblico, che rimane esplosivo. 

A sua volta, l’italiano Di Maio ha spazzato via rapidamente Moscovici, con Bloomberg che lo citava come riferito ai giornalisti di un evento di Roma che “le preoccupazioni sono legittime ma il governo si è impegnato a mantenere il deficit-PIL al 2,4% e vogliamo rimborsare il debito “. Anche Salvini era fiducioso. “I mercati faranno i conti con il budget “, ha detto in un video di Facebook.

Lo spavento verbale si è verificato in una liquidazione su vasta scala di attività italiane che ha visto 10Y rendimenti italiani salire di 35 punti base al 3,24%, il più grande aumento da una disfatta a maggio durante la formazione del governo. Il rendimento diffuso in Germania ha raggiunto un massimo di tre settimane.

Christoph Rieger, capo della strategia a tasso fisso di Commerzbank, ha affermato che gli investitori hanno ragione a essere nervosi con il compromesso sul bilancio nella parte alta della gamma di cui si era parlato prima.

“E ciò che pesa di più, ha demolito la credibilità di Tria”, ha detto Rieger. “Questo sottolinea l’equilibrio di potere all’interno del governo, e avere un ministro delle finanze anonimo zoppo in questa situazione richiederà un premio di rischio più elevato. 

Per ora, la risposta europea alla sfida dell’Italia è stata limitata all’escalation verbale. Come osserva Bloomberg, l’Italia deve presentare il bilancio 2019 alla Commissione entro il 15 ottobre, momento in cui Bruxelles ha il potere di imporre ammende fino allo 0,2% del PIL per i paesi che violano costantemente le norme fiscali del blocco. Ciò che complicherebbe un giro di vite sull’Italia è che quando “spingono a spingere” nel 2016, la Commissione ha deciso di non penalizzare la Spagna e il Portogallo – i colpevoli dell’epoca – e ha invece imposto sanzioni zero simboliche.

La decisione fu vista in quel momento come un tentativo da parte del braccio esecutivo dell’UE di non alienare i suoi membri tra il crescente populismo e il malcontento verso l’austerità. Ma per molti funzionari dell’UE ha offuscato la credibilità delle regole fiscali del blocco.

In quanto tale, qualsiasi sanzione dell’Italia sarà vista come una vendetta personale contro il paese del Mediterraneo.

Inoltre, l’obiettivo di bilancio allentato è visto come una battuta d’arresto per il ministro delle finanze Tria e il presidente Mattarella, che aveva “cercato di moderare gli istinti più estremi del governo” formati a giugno dal Movimento Cinque stelle anti-establishment di Di Maio e dall’anti-migrante di Salvini Lega secondo Bloomberg. D’altro canto, non dovrebbe sorprendere il fatto che un paese che ha richiesto politiche populiste si concluda proprio con questo.

Per quanto riguarda la tecnocratica Tria, che inizialmente ha procurato un senso di calma agli investitori a causa del suo approccio moderato, e le cui raccomandazioni di budget sono state calpestate, ha detto che rimarrà nel suo lavoro perché ha la responsabilità di aiutare a mantenere la stabilità, La Repubblica giornale segnalato. Uno sguardo alle turbolenze dei mercati italiani questa mattina suggerirebbe che anche lui ha fallito in quel lavoro …

Facebook Scoperto violazione della sicurezza che colpisce 50 milioni di conti, diapositive

Tyler Durden  zerohedge.com 28.9.18Photo by Michele Doying / The Verge

Un altro giorno, un’altra grave violazione della sicurezza, e ancora più dolore per Facebook che negli ultimi mesi non è riuscito a tenere il passo con l’euforia FANG.

Facebook ha dichiarato che il 25 settembre ha scoperto una violazione della sicurezza che ha colpito quasi 50 milioni di account. La società ha dichiarato di indagare sulla violazione, che ha consentito agli hacker di rilevare l’account di una persona .

Nella dichiarazione, Facebook ha dichiarato che “gli aggressori hanno sfruttato una vulnerabilità nel codice di Facebook che ha avuto un impatto su” Visualizza come “, una funzionalità che consente alle persone di vedere come appare il proprio profilo a qualcun altro, consentendo loro di rubare i token di accesso a Facebook che potrebbero utilizzare per prendere in consegna i conti delle persone.I token di accesso sono l’equivalente delle chiavi digitali che mantengono le persone registrate su Facebook in modo che non debbano reinserire la propria password ogni volta che usano l’app. “

Questo attacco ha sfruttato la complessa interazione di più problemi nel nostro codice. È derivato da una modifica apportata alla nostra funzione di caricamento dei video a luglio 2017, che ha avuto un impatto su “Visualizza come”. Gli aggressori non solo avevano bisogno di trovare questa vulnerabilità e di usarla per ottenere un token di accesso, ma hanno dovuto fare il pivot da tale account a altri per rubare più gettoni.

Il social network ha aggiunto che “deve ancora determinare se questi account sono stati utilizzati in modo improprio o se sono state accedute informazioni”. Inoltre non sa “chi c’è dietro questi attacchi o dove sono basati”.

Come parte della sua risposta, la rete dei social media ha affermato di aver risolto la vulnerabilità, reimpostare i token di accesso dei quasi 50 milioni di account che sappiamo essere stati colpiti per proteggere la loro sicurezza, disattivare la funzione “Visualizza come” e comunicare la legge autorità preposte all’applicazione della violazione.

Le azioni sono diminuite di oltre il 2% per cento nelle notizie.

… con la goccia sufficiente a spingere il Nasdaq più in basso:

Dichiarazione completa di Facebook qui sotto :

Aggiornamento di sicurezza

Di Guy Rosen, VP of Product Management

Nel pomeriggio di martedì 25 settembre, il nostro team di ingegneri ha scoperto un problema di sicurezza che interessa quasi 50 milioni di account. Lo prendiamo incredibilmente sul serio e vogliamo far sapere a tutti cosa è successo e l’azione immediata che abbiamo intrapreso per proteggere la sicurezza delle persone.

La nostra indagine è ancora nelle sue fasi iniziali. Ma è chiaro che gli aggressori hanno sfruttato una vulnerabilità nel codice di Facebook che ha avuto un impatto su “Visualizza come”, una funzionalità che consente alle persone di vedere come appare il proprio profilo a qualcun altro. Ciò ha permesso loro di rubare i token di accesso a Facebook che potevano quindi utilizzare per prendere possesso degli account delle persone. I token di accesso sono l’equivalente di chiavi digitali che mantengono le persone che hanno effettuato l’accesso a Facebook in modo che non debbano reinserire la propria password ogni volta che usano l’app.

Ecco l’azione che abbiamo già intrapreso. Innanzitutto, abbiamo risolto la vulnerabilità e le forze dell’ordine informate.

In secondo luogo, abbiamo reimpostato i token di accesso dei quasi 50 milioni di account che sappiamo essere interessati a proteggere la loro sicurezza. Stiamo anche prendendo il provvedimento cautelativo di reimpostare i token di accesso per altri 40 milioni di account che sono stati oggetto di una ricerca “Visualizza come” nell’ultimo anno. Di conseguenza, circa 90 milioni di persone dovranno ora accedere nuovamente a Facebook o a qualsiasi app che utilizza Facebook Login. Dopo aver effettuato l’accesso, le persone riceveranno una notifica nella parte superiore del loro feed di notizie che spiega cosa è successo.

In terzo luogo, disattiviamo temporaneamente la funzione “Visualizza come” mentre eseguiamo un’analisi approfondita della sicurezza.

Questo attacco ha sfruttato la complessa interazione di più problemi nel nostro codice. È derivato da una modifica apportata alla nostra funzione di caricamento dei video a luglio 2017, che ha avuto un impatto su “Visualizza come”. Gli aggressori non solo avevano bisogno di trovare questa vulnerabilità e di usarla per ottenere un token di accesso, ma hanno dovuto fare il pivot da tale account a altri per rubare più gettoni.

Poiché abbiamo appena iniziato le nostre indagini, non è ancora stato determinato se questi account sono stati utilizzati in modo improprio o se sono state ricevute informazioni. Inoltre, non sappiamo chi c’è dietro questi attacchi o dove sono basati. Stiamo lavorando sodo per comprendere meglio questi dettagli e aggiorneremo questo post quando avremo maggiori informazioni o se i fatti cambiano. Inoltre, se troviamo più account interessati, ripristineremo immediatamente i loro token di accesso.

La Borsa al minimo da più in 2 anni, rendimenti obbligazionari salgono per il panico per il deficit

comedonchisciotte.org 28.9.18

DI TYLER DURDEN

zerohedge.com

Dopo la  decisione italiana dell’ultim’ora , presentata ieri dalla coalizione di governo, di spingere il deficit del paese al 2.4% del PIL -2019 –  percentuale che sfida Bruxelles e le sue richieste di un prevedere deficit non superiore al 2.0% – dopo aver visto superate le resistenze del Ministro delle Finanze che proponeva un buco di deficit non superiore all’1,6% del PIL, avevamo detto che sarebbe stato solo questione di tempo vedere impazzire i mercati, perché l’Italia ora si è messa in rotta di collisione con l’Europa. E questo è successo stamattina quando il mercato ha buttato nel cesso gli asset italiani, mentre azioni, azioni bancarie e  obbligazioni italiane sono crollate tutte insieme, dopo che il VP Matteo Salvini ha promesso di “andare avanti” con il controverso piano di bilancio che prevedeva un deficit tre volte maggiore del deficit della precedente amministrazione.

L’Indice azionario  FTSE MIB  è sceso ai minimi di giornata, in calo del 3,7%, dopo un’apertura nettamente inferiore e per il momento non riesce a fermarsi ; il peggior crollo intraday dei titoli italiani da giugno 2016, con diversi titoli bancari bloccati per eccesso di ribasso.

Peggio di tutto sono state le banche italiane, con l’indice FTSE Italia All-Share che ha ceduto addirittura il 5,3%; i peggiori sono stati Banco BPM -6%, UBI -4.7%, UniCredit -3.9%, Intesa -3.5%  e poi nel caos delle vendite la maggior parte sono stati bloccati.

Nemmeno è stato risparmiato il mercato obbligazionario  e l’obbligazione 10Y dell’Italia è stato spazzato via, per le inesorabili vendite che hanno portato il rendimento di circa 36 punti base al 3,25% …    superando i picchi toccati durante le ultime due crisi  italiane.

Il debito italiano è stato volatile nei giorni scorsi, ma è rimasto sotto controllo per gran parte di settembre, contando sulle promesse che il Ministro dell’Economia Giovanni Tria avrebbe agito sui piani di spesa del governo. Cosa che non è successa la scorsa notte quando Tria ha capitolato alle richieste di Salvini e Di Maio ed ha accettato di aumentare il deficit pur di mantenere le promesse populiste di un reddito di base che costerebbe circa 10 miliardi di euro.

James Athey, della Aberdeen Investments, ha detto che il sell-off italiano dovrà presto cominciare a  “nutrirsi da solo”. Comunque, ha detto che gli investitori avranno bisogno di qualcosa in più per comprare debito italiano, dati i maggiori livelli di indebitamento impliciti nel nuovo budget, aggiungendo che l’umore è chiaramente cambiato.

“È interessante notare che tra i primi articoli che ho letto oggi sulle vendite, erano stati scritti da gente che prevedeva rialzi sul mercato Italia, ma che ora sta puntando su operazioni  al ribasso”-  “I prossimi tre-sei mesi saranno chiaramente impegnativi. Restiamo sul breve e resteremo sul mercato a breve. ”

In alternativa, le prossime 3 o 6 ore potrebbero essere altrettanto sfidanti, perché l’accelerazione del sell-off italiano ha provocato ondate di shock in tutta Europa, e ad una accelerazione della vendita di euro che ha toccato i minimi di giornata, scendendo di oltre 200 pips negli ultimi due giorni.

Il fattore chiave alla base della risposta al panico del mercato è l’incognita di come  risponderà una Europa furiosa alla sfida italiana, in cui un governo populista appena eletto si è messo in posizione di scontro aperto, cosa che potrebbe persino minacciare l’esistenza dell’euro.

Come scrive il FT, con un Continente ancora in balia della crisi del debito che vide prima il crollo del sistema bancario cipriota e che poi ha quasi portato i ribelli Greci ad abbandonare l’euro, la Commissione Europea ora teme che la coalizione del governo italiano  – che include l’estrema destra, una Lega anti-immigrazione e un Movimento a cinque stelle anti-establishment – stia inaugurando una esplosione del debito che potrebbe portare gli investitori internazionali a perdere fiducia nella zona euro e, cosa ancora più importante, sul suo debito.

Intanto, ben lungi dall’esprimere preoccupazione, l’accordo è stato celebrato dai leader della coalizione di governo. Luigi Di Maio, 32 anni, capo del Movimento Cinque Stelle anti-establishment, il maggior partito della coalizione populista, giovedì sera è stato accolto da una folla di parlamentarti che sventolavano le bandiere dopo essere usciti da una riunione di gabinetto.  Di Maio ha salutato l’accordo come una “un giorno storico”. “Ce l’abbiamo fatta!” Ha detto, mostrandosi da un balcone di Palazzo Chigi, a Roma, dove si era tenuto l’incontro.

“Oggi abbiamo cambiato l’Italia! Per la prima volta lo stato è dalla parte dei cittadini”, ha aggiunto, mentre i ministri e i membri del parlamento del suo partito si abbracciavano fuori, sulla piazza del parlamento.

Matteo Salvini, leader della Lega di estrema-destra, parte della coalizione e vicepremier al fianco di Di Maio, anche lui ha accolto con favore l’accordo sulla spesa, affermando di essere “pienamente soddisfatto per gli obiettivi raggiunti”, che includono gli impegni presi dal suo partito per i tagli fiscali e per una inversione sulle  impopolari riforme sulle pensioni risalenti al 2011.

Tutti gli occhi erano puntati sul tecnocratico Ministro delle Finanze Giovanni Tria, che aveva insistito per mantenere il deficit  all’1,6% del PIL. Giovedì sera, Tria ha detto che non si sarebbe dimesso, secondo il quotidiano “Repubblica”: “Non lascerò, solo per il bene del paese, e resterò per patriottismo, per evitare il rischio di una tempesta finanziaria: che butterebbe il paese nel caos “, ha detto Tria.

Tuttavia, “il fatto che l’accordo finale veda una spesa che supera di tre volte le proiezioni iniziali per il 2019. . . fa pensare che Tria non abbia quel livello di influenza che si pensava avesse avuto ”  si legge su un’analisi della Rabobank.

Allo stesso tempo, strateghi della Commerzbank dicono che un deficit di bilancio del 2,4% non deve innescare una nuova “escalation” per le obbligazioni italiane, ma la realtà è che Tria, un ex accademico considerato da tutti forza moderatrice nel governo, ne esce indebolito e il “rischio sui rendimenti” è cambiato per gli investitori.

Per il momento il contagio italiano è stato limitato anche se sono saliti anche i rendimenti sul debito pubblico spagnolo e portoghese, ma molto meno. Il rendimento delle obbligazioni spagnole a 10 anni è salito di 2 punti base all’1,52%, mentre quello sull’equivalente bond portoghese  è salito di 2 punti base all’1,87%.

Certo che , se le vendite dovessero accelerare, è improbabile che il panico resti circoscritto entro le frontiere italiane.

 

Fonte: https://www.zerohedge.com

Link: https://www.zerohedge.com/news/2018-09-28/italian-stocks-plunge-bond-yields-soar-amid-budget-deficit-fiasco

28,09.2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

Creval: Fiordi si dimette da consigliere e presidente

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Credito Valtellinese ha ricevuto le dimissioni di Miro Fiordi, dalla carica di Consigliere di Amministrazione e Presidente, Michele Colombo, dalla carica di Consigliere di Amministrazione e Vice Presidente, nonché di Elena Beccalli, Gabriele Cogliati, Giovanni De Censi, Flavio Ferrari, Paolo Stefano Giudici, Gionni Gritti, Livia Martinelli, Paolo Scarallo e Alberto Sciumè dalla carica di Consiglieri di Amministrazione.

Le dimissioni, si legge in una nota, hanno effetto a partire dalle ore 9h15 AM del 12 ottobre 2018, vale a dire da un momento immediatamente precedente l’avvio dei lavori della prossima assemblea di Creval, convocata su richiesta di un socio qualificato.

Tale decisione, come anche la scelta del Consiglio di Amministrazione di non presentare una propria lista, è maturata con l’esclusivo obiettivo di perseguire l’interesse della Banca in piena coerenza con il grande rispetto e dedizione verso i suoi azionisti tutti, il mercato e, più in generale, i suoi stakeholder) e al fine di evitare spaccature nel corpo sociale e tensioni che potrebbero mettere a repentaglio il ben avviato processo di rilancio della Banca stessa.

La società ricorda altresì che Mauro Selvetti, Consigliere di Amministrazione e Amministratore Delegato della Banca, è stato cooptato nel Consiglio di Amministrazione di Creval in data 5 giugno 2018 e che pertanto la cessazione dalla sua attuale carica risulta, ai sensi di legge, già prevista in occasione dell’Assemblea Creval del 12 ottobre 2018.

com/mcn

(END) Dow Jones Newswires

September 28, 2018 12:08 ET (16:08 GMT)

Riapre dopo 21 anni la Cappella della Sindone

Interno di una cappella con volta e statue
Un restauro complesso, “grande sfida di tecnica e immaginazione”.

(RSI-SWI)

È stata riaperta giovedì a Torino la cappella della Sindone. Opera barocca di Guarino Guarini, era rimasta gravemente danneggiata da un incendio che la colpì l’11 aprile del 1997. Un rogo che sconvolse i torinesi.

Il restauro della cappella, edificata per custodire il lino che per la tradizione cristiana è o rappresenta il lenzuolo funebre di Gesù, “è stato una grande sfida di tecnica e immaginazione”, ha detto la direttrice dei Musei Reali Enrica Pagella, sottolineando come i 21 anni trascorsi siano dovuti alla complessità del lavoro.

È costato 30 milioni di euro e ha riguardato l’intero edificio, con la sostituzione di oltre 1’400 elementi di marmo e il consolidamento di 4’000 componenti e delle murature. Nuove catene in acciaio inox sono state inserite a supporto di quelle storiche. 

I lavori, finanziati dal Ministero per i beni e le attività culturali insieme a fondazioni e sponsor, non sono del tutto finiti: in primavera inizierà il recupero dell’altare.

VIDEO

Per l’occasione, a Torino, si è inaugurata la mostra La sindone e la sua immagineLink esterno, nella quale 80 opere raccontano le cosiddette ostensioni (esposizioni pubbliche del lino) degli ultimi cinque secoli, tra storia, arte e devozione.

Quanto alla Cappella, sarà visitabile per tre giorni con un biglietto speciale e, da martedì 2 ottobre, inserita nel percorso dei Musei RealiLink esterno. La riapertura era stata annunciata con illuminazioni notturne installate sulla cupola.

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La cattedrale San Giovanni Battista (Duomo di Torino) indicata su Google Street View

La cattedrale San Giovanni Battista (Duomo di Torino) con la cupola del Guarini sotto restauro

La solitudine di Emmanuel Macron

Il presidente francese Emmanuel Macron attende l’arrivo del primo ministro armeno all’Eliseo, Parigi, 14 settembre 2018. (Philippe Wojazer, Reuters/Contrasto)

Le parole sono importanti. Esprimono idee, possono convincere e, alla lunga, cambiare le cose. Il problema di Emmanuel Macron, però, è che sulla scena internazionale, oltre alle parole, non ha altre armi. In Europa il presidente francese è solo, senza la possibilità di appoggiarsi a nessuno degli altri 27 leader dell’Unione.

Theresa May sembra più instabile ogni giorno che passa, con un partito diviso e una maggioranza fragile, e in definitiva non ha più una diplomazia, dato che il Regno Unito è troppo occupato a “uscire dalla sua uscita” dall’Unione. Allontanandosi dall’Europa, i britannici si sono allontanati anche dal mondo, e stanno scoprendo che non esiste una potenza europea così forte da continuare a contare anche fuori dall’Ue. Nonostante sia, insieme alla Francia, l’unica potenza militare dell’Europa occidentale, il Regno Unito è ormai diventato una “non entità” politica. Dunque per Macron è impossibile agire in accordo con il vicino d’Oltremanica.

Quanto alla cancelliera tedesca, non se la passa molto meglio. In quello che sarà ricordato come il suo mandato di troppo, Merkel non è più alla guida di una grande coalizione con i socialdemocratici, ma di una tripla coalizione tra il suo centrodestra, l’Spd e la Csu bavarese, la destra della democrazia cristiana che fa la voce grossa sull’immigrazione e ha trovato un leader nella persona del ministro dell’interno Horst Seehofer. La coalizione tedesca non appare molto più solida di quella britannica, e la cancelliera dedica gran parte del suo tempo a evitare che si sbricioli definitivamente. Anche Angela Merkel sembra instabile, una copia sbiadita di quella leader dell’Unione che è stata per così tanto tempo.

Oggi per la Francia è difficile giocare la carta russa, tanto quanto lo è essere solidali con gli Stati Uniti

E gli altri? L’Italia è al momento un punto interrogativo, non certo un punto fermo. Belgio, Paesi Bassi e paesi scandinavi non possono sostituire Germania e Regno Unito, e lo stesso vale per la Spagna. L’Europa centrale, Polonia compresa, sprofonda in un sovranismo e in una tentazione nazionalista che la stanno emarginando inevitabilmente.

In sostanza, al momento l’Europa è troppo divisa perché Macron possa anche solo sognare di farne una potenza politica. Per questo la Francia è condannata ad agire da sola. Il problema è che il contesto internazionale non glielo consente più.

Ai tempi di Charles de Gaulle e poi di Valéry Giscard d’Estaing e François Mitterrand, la Francia poteva anche permettersi di mantenere un canale personale di dialogo con l’Unione Sovietica e i paesi satellite per ricavarsi una posizione speciale all’interno del fronte occidentale. Parigi poteva farsi forte della sua specificità e al contempo della forza della Nato. Era contemporaneamente un “altrove”, un pilastro del mondo libero e il promotore di un’unità europea attraverso la quale sperava di amplificare la sua influenza.

Per una potenza media come la Francia, era il modo di continuare a spacciarsi per la grande potenza che era stata e che, dalla prima guerra mondiale, non era più. Ma i tempi di quell’età dell’oro adesso sono molto lontani. Oggi è difficile giocare la carta russa, tanto quanto lo è essere solidali con gli Stati Uniti.

Il revanscismo russo di Putin
Diversamente dai leader sovietici, che tendevano a consolidare frontiere ed equilibri europei che non erano mai stati così favorevoli alla Russia, Vladimir Putin vuole riconquistare l’influenza del passato e rimettere piede nei territori perduti del vecchio impero russo. Oggi esiste un revanscismo russo laddove non è mai esistito, giustamente, nessun revanscismo sovietico. Anche tralasciando il suo destabilizzante progetto per il Medio Oriente, non dimentichiamoci che la Russia è stata artefice in Crimea della prima annessione territoriale in Europa dopo la seconda guerra mondiale, mentre in Ucraina orientale sta finanziando un tentativo di secessione il cui successo aprirebbe la strada a una seconda modifica forzata delle frontiere europee.

Putin è tutto tranne che un partner plausibile, insomma. La Francia non può appoggiarsi nemmeno sugli Stati Uniti come aveva fatto de Gaulle in occasione della crisi di Cuba, perché gli Stati Uniti di Donald Trump non sono gli Stati Uniti di John F. Kennedy. Trump non vuole alleati ma solo vassalli pronti a giurargli fedeltà. Il presidente americano calpesta allegramente il multilateralismo, il libero scambio, l’Alleanza atlantica, le istituzioni internazionali e i trattati di cui il suo paese è firmatario.

In questo nuovo scenario, una fine del dopoguerra che rischia di trasformarsi in un nuovo anteguerra, l’unica arma che rimarrebbe alla Francia è l’Unione europea, ma l’Europa, proprio nel momento in cui il mondo avrebbe più bisogno di lei, è più disgregata che ai tempi della guerra fredda.

Quindi, per il momento, a Macron non resta altro che il verbo, le parole con cui si esprimono idee che forse, un giorno, cambieranno le cose.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Astaldi: concordato preventivo per salvarsi dalla mancata vendita sul Bosforo

monitorimmobiliare.it 28.9.18

I vertici di Astaldi scelgono il concordato preventivo per salvare l’azienda dagli effetti della mancata vendita del Terzo Ponte sul Bosforo. La società, proprietaria dell’infrastruttura, contava di chiudere l’operazione entro la fine del mese di agosto, anche al fine di reperire liquidità necessaria a sostenere un aumento di capitale. Così non è stato e il consiglio di amministrazione si è visto costretto a presentare, dinanzi al Tribunale di Roma, una domanda di concordato preventivo “con riserva”, strumento, questo, necessario a “superare una temporanea tensione finanziaria”.

Astaldi precisa che continua a mantenere “una solida realtà industriale” ma il protrarsi della procedura di vendita del Terzo Ponte sul Bosforo “ha imposto di adeguare il complessivo Piano di rafforzamento patrimoniale e finanziario presentato al mercato. Tale Piano, basato, tra l’altro, sull’aumento di capitale già deliberato dall’assemblea e sulla cessione degli asset in concessione, deve, infatti, tenere conto delle conseguenze determinate dalle mancate disponibilità finanziarie nei tempi previsti”.

 

Una situazione che negli ultimi mesi si è fatta via via sempre più critica, complice l’instabilità degli scenari economici e politici della Turchia. I tempi dilatati per la cessione del terzo Ponte sul Bosforo hanno infatti bloccato la necessaria realizzazione dell’aumento di capitale da 300 milioni. Manovra, quest’ultima, che fa parte di un più ampio progetto di rafforzamento patrimoniale del valore complessivo di 2 miliardi. Come è noto, senza la valorizzazione dell’asset turco di fatto non scatta la garanzia di Jp Morgan sulla parte di aumento potenzialmente inoptata, ossia 150 milioni considerato che la quota restante dovrebbe venir sottoscritta dai soci storici (la famiglia Astaldi) e dalla giapponese Ihi.

 

Di qui la richiesta delle banche creditrici, tra le quali UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Bnp Paribas, di valutare una strada alternativa che metta al sicuro l’azienda e i suoi creditori. 

 

La società, intanto, fa sapere che continuerà ad operare in regime di continuità aziendale e che è in fase avanzata lo studio di un nuovo piano in continuità aziendale.

 

Se il Tribunale, come pare probabile, accetterà la domanda, Astaldi avrà 120 giorni di tempo per presentare un piano di salvataggio, mentre i creditori saranno “congelati”. Tra i creditori ci sono anche i possessori di un bond da 700 milioni in scadenza nel 2020.

Ma qual è il piano di ristrutturazione a cui ora pensa Astaldi?

La società, da un lato, punta ad una concessione in affitto, a due newco di nuova costituzione possedute al 100% da Astaldi, dei rami di azienda comprensivi, il primo, delle attività eseguite tramite joint venture operation con partner internazionali e, il secondo, delle attività eseguite direttamente attraverso succursali locali (in entrambi i casi Astaldi rimarrà solidalmente responsabile con le società affittuarie dei rami d’azienda nei confronti dei committenti);

Dall’altro lato si punta all’acquisizione di finanza prededucibile e un aumento di capitale in esecuzione del concordato.

Inoltre il cda della società, che non pubblicherà la semestrale prevista oggi, ha deliberato di chiedere l’esclusione volontaria delle azioni della società dal segmento Star e il passaggio delle stesse al segmento Mta organizzato e gestito da Borsa Italiana.

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Astaldi crolla dopo la richiesta di concordato con riserva

Il titolo è sospeso (-25% teorico) sulla scia della decisione di presentare istanza al tribunale di Roma. Una scelta presa per salvaguardare il patrimonio e superare le tensioni finanziarie. Salva la continuità aziendale. Rinviata l’approvazione della semestrale e chiesta l’esclusione dallo Star

di Paola Valentini milanofinanza.it 28.9.18

paolo astaldi

Il titolo Astaldi  è sospeso a Piazza Affari (-25,44% teorico) dopo la decisione del cda di ieri sera di presentare, al tribunale di Roma, una domanda di concordato preventivo “con riserva”. Una scelta presa per proteggere le attività del gruppo alle prese con una difficile fase di rilancio. L’azienda è in crisi di liquidità con debiti per 2 miliardi di euro che saranno attribuiti alla procedura concorsuale, mentre il business delle costruzioni continuerà ad andare avanti. 

“Con la domanda di concordato in bianco, l’attuale cda di Astaldi  rimane in carica e può svolgere solo l’attività di ordinaria amministrazione mentre gli atti di straordinaria amministrazione richiedono l’approvazione del tribunale a tutela dei creditori”, ricorda Equita  che conferma il giudizio reduce sull’azione con un target price a 2 euro.

In particolare, il protrarsi della procedura di vendita del Terzo Ponte sul Bosforo, a causa della crisi politica ed economico-finanziaria che ha interessato la Turchia quest’anno, ha imposto alla società presieduta da Paolo Astaldi  di adeguare il complessivo piano di rafforzamento patrimoniale e finanziario presentato al mercato.

Tale piano, basato, tra l’altro, sull’aumento di capitale già deliberato dall’assemblea (da 300 milioni) e sulla cessione degli asset in concessione, deve, infatti, tener conto delle conseguenze determinate dalle mancate disponibilità finanziarie nei tempi previsti. L’ottenimento di un’offerta vincolante relativa alla vendita del Terzo Ponte sul Bosforo era posta come una delle condizioni per la formazione del consorzio di garanzia per l’aumento di capitale.

Con la domanda di concordato la società, che mantiene una solida realtà industriale, intende avvalersi di uno strumento di gestione della crisi per superare una temporanea tensione finanziaria, causata principalmente dai fattori sopra indicati, che ha determinato ritardi con riferimento, tra l’altro, allo start-up di alcune nuove commesse acquisite, all’incasso di alcuni anticipi e al regolare avanzamento di alcuni progetti per cui il gruppo ritiene non più perseguibili a oggi gli obiettivi aziendali delineati nel piano strategico 2018-2022.

In ogni caso, anche nel corso del concordato preventivo “con riserva”, la società continuerà a operare in regime di continuità aziendale, proseguendo, tra l’altro, nell’esecuzione dei contratti pubblici in corso e partecipando, nei modi consentiti dalla legge, a nuove gare. È in fase avanzata lo studio, con gli advisor di un nuovo piano in continuità aziendale da sottoporre al vaglio di ammissibilità del tribunale, nonché all’approvazione dei creditori.

Il piano in corso di definizione è orientato, in primo luogo, alla salvaguardia del business, con particolare riferimento alle commesse estere. A tal fine, la società ha individuato un percorso di ristrutturazione di massima, che allo stato prevede, tra l’altro la concessione in affitto, a due newco di nuova costituzione possedute al 100% da Astaldi  Spa, dei rami di azienda comprensivi, il primo, delle attività eseguite tramite joint venture operation con partner internazionali e, il secondo, delle attività eseguite direttamente attraverso succursali locali (in entrambi i casi Astaldi  rimarrà solidalmente responsabile con le società affittuarie dei rami d’azienda nei confronti dei committenti).

Inoltre al servizio della continuità aziendale del gruppo, sono previsti l’acquisizione di finanza prededucibile e un aumento di capitale in esecuzione del concordato. Astaldi  ha anche rinviato l’approvazione della semestrale al 30 giugno 2018 prevista oggi, una scelta, ha spiegato il gruppo, che serve a attendere l’evoluzione della procedura di concordato, fermi restando gli obblighi informativi previsti sulla base della normativa applicabile.

“Il management ritiene che le complessive misure adottate con l’ausilio dei propri consulenti possano consentire di meglio salvaguardare il patrimonio aziendale, anche a garanzia dei creditori, e di superare le attuali tensioni finanziarie nella continuità dell’operatività della società in Italia e all’estero”, ha sottolineato l’azienda. Il cda ha, infine, deliberato di chiedere l’esclusione volontaria delle azioni della società dal segmento Star e il passaggio al segmento Mta ma che nel periodo di esclusione volontaria continuerà a rispettare le best practice e i principi di governance previsti dal codice di autodisciplina delle società quotate.

Intrum: Erikson, quasi pronto management team Jv Npl con Intesa Sanpaolo

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Entro poche settimane sarà pronto il management team della joint venture con Intesa Sanpaolo, di cui noi saremo azionisti al 51% e Intesa al 49%. Posso dire che il 60% del management team sarà composto da elementi di Intrum, al 30% da esponenti di Intesa e il rimanente 10% da elementi esterni”.

E’ quanto ha dichiarato l’amministratore delegato di Intrum, Mikael Erikson, parlando con la stampa a margine dei lavori dell’Npl Forum di Banca Ifis in corso al Lido di Venezia. Il cda della joint venture sarà composto di cinque membri, tre nominati dal gruppo scandinavo e due da Intesa. Il presidente sarà Giovanni Gilli, nominato da Intesa mentre il ceo sarà espresso, entro il mese di ottobre, da Intrum.

cce


(END) Dow Jones Newswires

September 28, 2018 10:21 ET (14:21 GMT)

Candy ai cinesi di Qingdao Haier per 475 milioni

SN finanzareport.it 28.9.18

Firmato accordo con la famiglia Fumagalli, il quartier generale sarà a Brugherio

Il gruppo cinese Qingdao Haier, quotato alla Borsa di Shanghai, e la famiglia Fumagalli hanno annunciato un accordo relativo alla combinazione delle attività di Haier e Candy.

In base all’intesa, Haier investirà 475 milioni di euro per accelerare ulteriormente la propria crescita nel mercato europeo. Dopo il perfezionamento dell’operazione, Haier stabilirà a Brugherio, alle porte di Milano, il proprio quartiere generale europeo. Haier, si legge ancora in un comunicato, continuerà a investire in Candy per aumentarne la competitività in Europa e a livello globale.

Qingdao Haier, che fa parte della classifica Fortune 500, possiede sei marchi globali, Haier, GE Appliances, Fisher & Paykel, AQUA, Casarte e Leader.

La congiura dei poteri forti. Mai un Governo con tanti nemici. Dai tecnici del Mef a chi ha frenato il decreto su Genova. C’è uno Stato che l’ha giurata a Cinque Stelle e Lega

Gaetano Pedulla la notiziagiornale.it 28.9.18

Il caso è esploso con la diffusione del messaggio audio di Rocco Casalino. Le resistenze che il Governo ha trovato dal primo giorno all’interno dello Stato si erano concentrate nella trincea del Mef, il ministero dove gli alti papaveri dell’Economia manovrano motu proprio i cordoni della borsa. All’apparenza comuni burocrati, questi signori sono dotati però di poteri sovrannaturali in una pubblica amministrazione, e nessuno si meraviglia più se i custodi del nostro Tesoro (o per meglio dire del nostro debito) da sempre contano quanto e più dei ministri che si accomodano alla scrivania di Quintino Sella. D’altra parte, nella scorsa legislatura riuscirono a dare una lezione persino al Parlamento, rifiutando di rivelare le ragioni di una perdita miliardaria su alcuni strumenti finanziari (derivati) disposti dall’allora dirigente Maria Cannata. Motivi di riservatezza, fu l’alibi utilizzato, stabilendo così un’inedita supremazia di un pezzetto dell’amministrazione pubblica pure sul sancta sanctorum del potere legislativo. Privilegi di un’alta dirigenza che da tempo ha smesso di puntare sui carri politici di turno per accomodarsi su treni più sicuri, che possono portare lontano, fino ai vertici di Banca d’Italia, Bce, Bruxelles e Palazzo Chigi, e senza il fastidio di una sosta periodica per quella incombenza della democrazia che è il consenso degli elettori.

Il carro che verrà – Di tutto questo i Cinque Stelle e la Lega erano avvertiti prima di firmare il contratto e poi la nascita del Governo Conte, ma lo sbarramento che abbiamo visto in questi ultimi giorni per l’aggiornamento al Def è senza precedenti. La sensazione è che i poteri forti non credano alla capacità dell’Esecutivo di andare avanti a lungo, e sia partita una gara a giocare d’anticipo per accreditarsi con il mondo che verrà. Di qui l’indolenza di ampi pezzi dello Stato, che formalmente non stanno commettendo nulla di illecito o censurabile, ma attenendosi al millesimo a regole fatte su misura per non far funzionare niente stanno mettendo in grande difficoltà chi ci governa.

Boicottaggio – Un esempio lampante in questo senso è arrivato dalla vicenda del ponte Morandi di Genova. La volontà politica rispetto al decreto, alle modalità della ricostruzione e alla provvista delle risorse economiche è stata spiegata chiaramente da Conte e dal titolare dei trasporti, Toninelli. Poi però il premier e il suo ministro hanno fatto una figura pessima, non certo per colpa loro, visto che tocca ai dirigenti scrivere e fare approvare dalla Ragioneria il provvedimento che serve a rimettere in moto non solo la Liguria.

L’Italia si fermi – Che il ministero dei Trasporti e delle infrastrutture sia più ingestibile di altri, al pari dell’Economia, lo si è visto anche da altre decisioni. Una su tutte è l’avvio di nuovi bandi di gara per decine di milioni di euro da parte della società che sta costruendo l’Alta velocità sulla tratta Torino-Lione, nonostante l’impegno di Toninelli a fermare tutto fino alla valutazione dei costi-benefici dell’opera.Il ministro dispone, insomma, e i burocrati se ne fregano. Ma l’alta dirigenza, per quanto intangibile, potrebbe osare tanto senza fiutare un vento favorevole tra ben altri poteri? Sicuramente no, e dunque se siamo a un passo dall’insubordinazione dai ministri è perché dall’Europa ai mercati, fino alla magistratura, diventa sempre più vorticosa la danza macabra partita attorno ai nuovi regnanti populisti.

Ue e giudici – Di ingerenze come quelle fatte a gamba tesa dal Commissario Ue al Bilancio Guenther Oettinger (il Governo italiano vuole distruggere l’Ue) o dal collega agli Affari economci Pierre Moscovici (l’Italia è un problema per l’Europa), non se ne ricordano dai tempi delle minacce dell’Eurogruppo a Tremonti e poi la successiva lettera spedita dalla Bce con cui fu deposto l’ultimo Governo Berlusconi. In casa nostra invece gli schiaffi arrivano dalla magistratura. La richiesta di indagare il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini per sequestro di persona in merito alla vicenda della nave Diciotti è emblematica, tanto quanto il sequestro dei 49 milioni sui conti della Lega, nonostante il processo sul presunto abuso di questa somma sia tuttora in corso. Ieri però il Csm si è superato ed eleggendo un deputato del Pd, David Ermini, sotto l’evidente regia di un ex parlamentare dello stesso partito, Cosimo Ferri, non poteva che far insorgere prima il guardasigilli Alfonso Bonafede e poi lo stesso vicepremier Luigi Di Maio. Il candidato che garantiva più equidistanza dalla politica, il professore di diritto Alberto Maria Benedetti, sostenuto da grillini e Lega, oltre che dalla corrente dell’ex pm di Milano Piercamillo Davigo, è stato battuto di misura. In sfregio alla prima regola di qualunque democrazia, secondo cui i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario non si devono sovrapporre, la poltrona più rilevante nell’organo di autogoverno dei giudici è finita a un politico. E che politico, visto che si tratta di un parlamentare notoriamente vicino all’ex segretario del Pd Matteo Renzi, un personaggio che con la sua famiglia ha da tempo più di qualche problemino con la magistratura. I poteri forti, insomma, non solo non ci stanno a cedere spazio al Governo gialloverde, ma hanno capito di avere forza a sufficienza per logorare chi sta al timone del Paese in nome di un popolo italiano che ha sbagliato – dal loro punto di vista – a votare. Così, dopo la Manovra arriverà subito un altro intoppo e poi un altro ancora. Mettendo a dura prova l’asse di M5S e Lega. E pazienza se a soffrirne sarà l’Italia intera.

Magaldi: Tria si dimetta, se “serve” massoni ostili all’Italia

Giorgio Cattaneo libreidee.org 28.9.18

E’ assolutamente ridicolo e inaccettabile che il “fratello” Giovanni Tria affermi di «aver fatto il proprio giuramento da ministro nell’interesse della nazione», collegando questo giuramento alla sua ostinata pervicacia nel voler difendere un paradigma economico ispirato alla più occhiuta e malnata austerità e nel considerare i privati diktat dei mercati come coincidenti con il bene collettivo dei cittadini. Ostinarsi a voler difendere nel rapporto deficit-Pil il limite dell’1,6% o qualunque altra asticella astratta e priva di fondamento scientifico (meno del 2%, o anche il 3% previsto dai Trattati di Maastricht e cosi via) significa fare gli interessi di gruppi massonici neoaristocratici già ben rappresentati, nella loro distruzione dell’economia italiana, da personaggi come Mario Draghi, Ignazio Visco, Sergio Mattarella, Carlo Cottarelli, eccetera. Al contrario, il massone Giovanni Tria era stato designato alla guida del Mef in qualità di libero muratore sedicente progressista, che avrebbe dovuto contribuire ad inaugurare un “new deal” nella governance economica del Bel Paese.

Un nuovo corso significativamente postkeynesiano, e in grado di puntare più sulla crescita del Pil (e di altri fattori non meno rilevanti, per valutare lo stato di salute di un sistema economico complesso) che non sull’ottuso rigore dei conti pubblici: politica, quest’ultima, che negli ultimi anni si è dimostrata chiaramente fallimentare, peggiorando i rapporti relativi tra deficit, debito e Pil. Del resto, quale soluzione di continuità vi sarebbe tra l’azione di Tria e quella dei suoi predecessori (i massoni neoaristocratici Pier Carlo Padoan, Fabrizio Saccomanni, Vittorio Grilli e Mario Monti, che ebbe l’interim al Mef come presidente del Consiglio dal 16 novembre 2011 all’11 luglio 2012) alla guida del ministero economia e finanze, se tutta la gestione dei problemi economici italiani attuali fosse ridotta al problema di avvicinarsi il più possibile al principio neoliberista, dogmatico e funesto del pareggio di bilancio?

Insomma, il “fratello” Tria si decida: o sta dalla parte del popolo sovrano italiano oppure, infrangendo il suo giuramento “nell’interesse della nazione”, sta facendo gli interessi di gruppi apolidi sovranazionali e privati di caratura contro-iniziatica. Ma se Tria sta dalla parte di Mario Draghi (presidente Bce), Ignazio Visco (governatore di Bankitalia), Sergio Mattarella e Carlo Cottarelli (su questi ultimi due si veda l’artico pubblicato da ‘Affari Italiani‘ “Governo, Magaldi: e il paramassone Mattarella incaricò il massone Cottarelli”) e in perfetta continuità e accordo con il paradigma dell’austerity imposto in modo feroce sin dal governo del controiniziato Mario Monti, allora si dimetta. E una volta che Tria si sia dimesso, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e gli altri legittimi azionisti politici del governo Conte chiamino a dirigere il Mef Paolo Savona (come originariamente proposto), supportato da un gabinetto economico speciale che includa Nino Galloni, Antonio Maria Rinaldi, Alberto Bagnai, Claudio Borghi e altri economisti di chiara ispirazione postkeynesiana.

(Gioele Magaldi, “Attenzione alle trame dei massoni neoaristocratici Draghi, Visco e Cottarelli e secondo avvertimento al fratello Tria”, dal blog del Movimento Roosevelt del 28 settembre 2018. Magaldi è presidente del Movimento Roosevelt e gran maestro del Grande Oriente Democratico, movimento massonico progressista).

Tutti gli effetti della mossa di Vivendi in Mediobanca su Assicurazioni Generali e Unicredit

Luca Gualtieri startmag.it 28.9.18

L’articolo di Luca Gualtieri, giornalista di Mf/Milano, dopo la decisione del gruppo Vivendi di uscire dal patto di sindacato di Mediobanca. Fatti e scenari sul futuro di Piazzetta Cuccia, Assicurazioni Generali e Unicredit

Alla fine il patto Mediobanca si scioglierà. Se l’attenzione del mercato è stata fino all’ultimo concentrata su Unicredit, il colpo di maglio al sindacato nato 63 anni fa è stato assestato da Vincent Bolloré, che ieri mattina ha comunicato la disdetta attraverso la sua Financière du Perguet (titolare del 7,9% di Mediobanca). Sommando anche la quota di Italmobiliare svincolata nei giorni scorsi, il patto scenderà così sotto il 25%, decadendo automaticamente con un anno di anticipo rispetto alla scadenza di dicembre 2019 e aprendo scenari inediti per la merchant.

GLI EFFETTI DELLO SCIOGLIMENTO DEL PATTO

Se lo scioglimento del patto è un passaggio fisiologico nel processo di apertura al mercato voluto dall’amministratore delegato Alberto Nagel, non c’è dubbio che l’uscita dei francesi costituisca una svolta storica per Mediobanca. Entrato nel 2001 su invito di Antoine Bernheim, Bolloré divenne il cardine di quel fronte francese che, forte delle quote di Groupama e Serge Dassault, si presentò come alleato (temporaneo) dell’allora amministratore delegato Vincenzo Maranghi. Un investimento strategico prima che finanziario, insomma, tassello centrale di una campagna d’Italia che, partita da Olivetti e Hdp, sarebbe arrivata fino a Telecom Italia e Mediaset.

LA FUGURA DI BOLLORÉ

Bolloré imparò presto a muoversi nelle turbolente acque della Galassia, dando prova di spregiudicato pragmatismo, come quando nel 2003 abbandonò l’accerchiato Maranghi per sostenere il nuovo corso aperto da Unicredit e Capitalia. Con altrettanta destrezza ha saputo muoversi attraverso le sabbie mobili del crack Ligresti (costato comunque una multa Consob da 3 milioni per le manovre sui titoli Premafin) e attraverso i diversi ribaltoni in Generali.

I FINI DELLA MOSSA DI BOLLORÉ

Ufficialmente la disdetta di ieri viene giustificata con il crescente impegno finanziario del gruppo Bolloré in Vivendi. Una spiegazione convincente alla luce della partite in corso su tv e tlc: vendendo la quota in Mediobanca agli attuali valori di borsa Bolloré incasserebbe circa 555 milioni (a bilancio è iscritta a 659,2 milioni), somma che potrebbe rivelarsi preziosa nella contesa sulle tlc.

LE PROSSIME AZIONI DEL FINANZIERE

Ma la cessione delle azioni non sembra essere nei programmi del finanziere, che anzi, suggerisce una fonte, potrebbe restare azionista di Mediobanca e perfino prendere in considerazione un incremento della quota. Con l’avvertenza però che gli eventuali acquisti non potranno superare il 9,9%, tetto sopra il quale servirebbe l’ok della Bce.

COME SI COMPORTERANNO GLI ALTRI PATTISTI

Nel frattempo i pattisti rimasti dovranno decidere se dare o meno l’addio al sindacato. Sulla scelta inciderà la strategia di Unicredit, che per il momento non scopre carte. Le opzioni sul tavolo sono tre: fare una riedizione del patto attuale (comprensivo di diritto di prelazione) con una soglia abbassata al 15%, varare un sindacato di pura consultazione fino al 2020 oppure rinunciare a qualsiasi accordo e trasformare Mediobanca in una public company a tutti gli effetti.

LE DUE OPZIONI PER MEDIOBANCA E UNICREDIT

Va da sé che le prime due opzioni avrebbero l’obiettivo di limitare la contenibilità della merchant, coinvolgendo ancora una volta Unicredit nel gruppo di comando. Difficile però dire quale sarà la scelta dell’amministratore delegato Jean-Pierre Mustier. In passato il banchiere si è sempre mostrato refrattario ai meccanismi del capitalismo di relazione, a partire dai patti di sindacato. In aggiunta, l’uscita di Bolloré dal patto renderebbe ancor più evidente il conflitto di interesse tra Unicredit e Mediobanca sul fronte del corporate & investment banking. Di questi aspetti i pattisti discuteranno nelle consultazioni che si prolungheranno fino a novembre sotto la supervisione del presidente Angelo Casò.

LA TRASFORMAZIONE DI MEDIOBANCA

L’alternativa sarà la trasformazione di Mediobanca in una public company già nel gennaio 2019. La prospettiva non spaventa il mercato, anzi ne incontra l’indiscusso favore. Lo stesso Nagel vede da tempo in una public company il punto di arrivo della merchant e il dialogo avuto in questi anni con gli investitori istituzionali è un perno di questa strategia. «La presenza di fondi internazionali nel capitale è particolarmente gradita e cospicua», dichiarava il banchiere a margine dell’ultima assemblea, lasciando intendere che nel futuro gli stakeholder di riferimento potrebbero essere BlackRock, Vanguard o Invesco. Non a caso il nuovo statuto di Mediobanca prevede il passaggio al sistema monistico, che, come insegna l’esperienza di numerose banche internazionali, meglio si adatta a una proprietà diffusa sul mercato.

CHE COSA SUCCEDERÀ ALLE ASSICURAZIONI GENERALI

Al di là degli entusiasmi del mercato, è chiaro però che essere contendibili significherà anche esporsi ad appetiti internazionali e mettere a rischio l’autonomia delle Generali. Pericoli che management e soci della merchant non possono permettersi di ignorare.

Di certo una Mediobanca contendibile piacerebbe molto al mercato. Meno scontate sono le ricadute di un simile scenario sulla principale partecipata di Piazzetta Cuccia, cioè le Generali di Trieste. Finora la merchant è stata il vigile guardiano degli assetti di controllo della compagnia. tenuta così al riparo dagli appetiti dei competitor internazionali. Ma con la decadenza del patto di sindacato e la possibile trasformazione di Mediobanca in una public company gli equilibri attorno a Generali potrebbero cambiare. Anche perché, in aggiunta, entro il 2019 Piazzetta Cuccia dovrà scendere nel capitale del gruppo assicurativo dall’attuale 13 al 10%. Il primo banco di prova di questi nuovi equilibri potrebbe essere l’assemblea Generali del prossimo mese di aprile quando i soci dovranno eleggere il nuovo presidente. (CONTINUA QUI L’ARTICOLO)

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

GRUPPO GAVIO / NON SOLO AUTOSTRADE, ORA OSPEDALI DANESI

27 settembre 2018

di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

Gavio sempre in volo. Non solo le autostrade nel suo ricchissimo pedigree di lavori, anche esteri, ma mega strutture.

Ora è la volta di un boccone molto ghiotto, 204 milioni di euro l’importo, da suddividere con un’altra sigla di casa nostra, la CBM di Carpi, una volta fiore all’occhiello delle coop rosse.

Ad aggiudicarsi l’appalto, infatti, è il gruppo Itinera, corazzata di casa Gavio, e la coop che un tempo faceva sognare in un’imprenditoria più sana, sia sotto il profilo tecnologico ma anche etico.

Il tandem d’attacco ha vinto l’appalto in Danimarca, per realizzare un grosso polo universitario a Odense.

Si tratta di quattro lotti dei lavori che vanno ad aggiungersi a quelli già vinti in precedenza.

Antonio Di Pietro

Un modo come l’altro per dimenticare le traversie italiane e i grandi problemi provocati dal crollo del ponte Morando a Genova, incidente che ha non poco appannato la credibilità delle imprese italiane all’estero.

Il gruppo Gavio ha consolidato il suo storico potere soprattutto una decina d’anni fa, quando ministro dei Lavori pubblici e delle Infrastrutture era Antonio Di Pietro. Allora la Voce scrisse alcuni reportage sui rapporti privilegiati di Gavio con Anas, e di tutti i lavori in carniere / cantiere, soprattutto per le reti autostradali al Nord. Adesso è il secondo big dell’asfalto, subito alle spalle di Autostrade per l’Italia e prima del gruppo Toti.

Tutti e tre, a fine anno, si sono visti recapitare dal governo Gentiloni il cadeau tanto atteso: il folle rinnovo delle concessioni, addirittura fino al 2038. Rinnovo che ovviamente oggi naufraga dopo la tragedia di ponte Morando a Genova.

Sorge spontaneo l’interrogativo: che farà adesso Itinera con il rinnovo? Quale la sua strategia futura per l’Italia, visto che comunque viene sempre più battuto il fronte estero?

Sia, ecco come Intesa Sanpaolo e Banco Bpm con F2i bloccheranno Poste Italiane

 startmag.it 28.9.18

Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco Bpm vogliono bloccare con F2i il piano di Poste Italiane su Sia. Ecco fatti, indiscrezioni e scenari

Le banche azioniste di Sia come Intesa Sanpaolo e Unicredit si chiedono da giorni: come evitare che Poste Italiane compri la società che gestisce piattaforme tecnologiche per i pagamenti e processa dati sensibili bancari e finanziari? In queste ora una prima risposta ai crucci dei banchieri (compresi quelli di Banco Bpm) è la seguente: accelerare nel progetto di quotazione di Sia. Una soluzione che può azzoppare le mire di Poste sulla società che ha fra i clienti ha anche istituti di credito esteri e 19 banche centrali.

Ecco tutti i dettagli.

IL RUOLO DI F2I PER INTESA SANPAOLO E UNICREDIT

Perno della contromanovra delle banche è il fondo F2i, partecipato dalla Cassa depositi e prestiti, che detiene il 17% di Sia. Il fondo come soci ha, oltre il gruppo controllato dal Tesoro, anche Intesa Sanpaolo, Unicredit, fondazioni bancarie e casse di previdenza

LA QUOTAZIONE PER EVITARE L’ACQUISTO DI SIA DA PARTE DI POSTE ITALIANE

Secondo quanto scrive oggi Mf/Milano Finanza, “il fondo godrebbe di una clausola tale per cui avrebbe diritto a chiedere la quotazione di Sia in qualsiasi momento”. E un’eventuale quotazione potrebbe bloccare il piano di Poste Italiane, il gruppo guidato dall’ad, Matteo Del Fante, che “ha conferito un incarico esplorativo alla banca d’affari statunitense Jp Morgan per la possibile acquisizione del controllo di Sia”, ha svelato nei giorni scorsi il Sole 24 Ore.

COME OPERA SIA

Ma che cosa fa Sia? Il gruppo opera a livello europeo nella progettazione, realizzazione e gestione di infrastrutture e servizi tecnologici dedicati a istituti di credito anche stranieri come Ing, Bnp Paribas e Deutsche Bank, banche centrali, imprese e pubbliche amministrazioni.

LE AREE DI BUSINESS DI SIA

Le aree da core business sono i pagamenti, la monetica, i servizi di rete e i mercati dei capitali. Tutte aree su cui punta anche Poste per allargare ulteriormente il business in campo finanziario.

LA MAPPA DEL GRUPPO SIA

Sia eroga servizi in 48 paesi e opera anche attraverso controllate in Austria, Germania, Romania, Ungheria e Sudafrica. La società ha inoltre filiali in Belgio e Olanda e uffici di rappresentanza in Inghilterra e Polonia.

I PENSIERI DEI PENTASTELLATI SU SIA E POSTE ITALIANE

Qualcuno pensava che siccome i vertici di Poste Italiane sono apprezzati da esponenti di primo piano del Movimento 5 Stelle (Davide Casaleggio ha di recente lodato l’azione del gruppo controllato da Mef e Cdp) la mossa della società guidata dall’ad, Matteo Del Fante, trovasse il placet dei Pentastellati. Secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine in ambienti vicini a Luigi Di Maio, ai vertici del Movimento gradirebbero invece che – vista la strategicità dell’infrastruttura di Sia – fosse la Cassa depositi e prestiti direttamente o indirettamente a rilevare il controllo della società,.

LA CDP IN SIA TRAMITE FSIA INVESTIMENTI

D’altronde la Cdp ha già un piede in Sia. Così come anche il fondo F2i. Tra gli azionisti di Sia, infatti, ci sono: il veicolo Fsia Investimenti (che vede Fsi Investimenti di Cdp al 70% e Poste Italiane al 30%) con il 49,48% seguito da F2i con il 17,05%, dal fondo Hat Orizzonte (8,64%) e dal gruppo di banche storicamente presenti nella compagine: BancoBpm (4,82%), Intesa Sanpaolo (4,05%), Unicredit (3,97%), Mediolanum (2,85%), Deutsche Bank (2,58%).

“Proprio perché strategica, Sia, non ha senso che sia inglobata da un player di sistema come Poste”, è il ragionamento dei vertici del Movimento 5 Stelle (qui l’approfondimento di Start Magazine).