La solitudine di Emmanuel Macron

Il presidente francese Emmanuel Macron attende l’arrivo del primo ministro armeno all’Eliseo, Parigi, 14 settembre 2018. (Philippe Wojazer, Reuters/Contrasto)

Le parole sono importanti. Esprimono idee, possono convincere e, alla lunga, cambiare le cose. Il problema di Emmanuel Macron, però, è che sulla scena internazionale, oltre alle parole, non ha altre armi. In Europa il presidente francese è solo, senza la possibilità di appoggiarsi a nessuno degli altri 27 leader dell’Unione.

Theresa May sembra più instabile ogni giorno che passa, con un partito diviso e una maggioranza fragile, e in definitiva non ha più una diplomazia, dato che il Regno Unito è troppo occupato a “uscire dalla sua uscita” dall’Unione. Allontanandosi dall’Europa, i britannici si sono allontanati anche dal mondo, e stanno scoprendo che non esiste una potenza europea così forte da continuare a contare anche fuori dall’Ue. Nonostante sia, insieme alla Francia, l’unica potenza militare dell’Europa occidentale, il Regno Unito è ormai diventato una “non entità” politica. Dunque per Macron è impossibile agire in accordo con il vicino d’Oltremanica.

Quanto alla cancelliera tedesca, non se la passa molto meglio. In quello che sarà ricordato come il suo mandato di troppo, Merkel non è più alla guida di una grande coalizione con i socialdemocratici, ma di una tripla coalizione tra il suo centrodestra, l’Spd e la Csu bavarese, la destra della democrazia cristiana che fa la voce grossa sull’immigrazione e ha trovato un leader nella persona del ministro dell’interno Horst Seehofer. La coalizione tedesca non appare molto più solida di quella britannica, e la cancelliera dedica gran parte del suo tempo a evitare che si sbricioli definitivamente. Anche Angela Merkel sembra instabile, una copia sbiadita di quella leader dell’Unione che è stata per così tanto tempo.

Oggi per la Francia è difficile giocare la carta russa, tanto quanto lo è essere solidali con gli Stati Uniti

E gli altri? L’Italia è al momento un punto interrogativo, non certo un punto fermo. Belgio, Paesi Bassi e paesi scandinavi non possono sostituire Germania e Regno Unito, e lo stesso vale per la Spagna. L’Europa centrale, Polonia compresa, sprofonda in un sovranismo e in una tentazione nazionalista che la stanno emarginando inevitabilmente.

In sostanza, al momento l’Europa è troppo divisa perché Macron possa anche solo sognare di farne una potenza politica. Per questo la Francia è condannata ad agire da sola. Il problema è che il contesto internazionale non glielo consente più.

Ai tempi di Charles de Gaulle e poi di Valéry Giscard d’Estaing e François Mitterrand, la Francia poteva anche permettersi di mantenere un canale personale di dialogo con l’Unione Sovietica e i paesi satellite per ricavarsi una posizione speciale all’interno del fronte occidentale. Parigi poteva farsi forte della sua specificità e al contempo della forza della Nato. Era contemporaneamente un “altrove”, un pilastro del mondo libero e il promotore di un’unità europea attraverso la quale sperava di amplificare la sua influenza.

Per una potenza media come la Francia, era il modo di continuare a spacciarsi per la grande potenza che era stata e che, dalla prima guerra mondiale, non era più. Ma i tempi di quell’età dell’oro adesso sono molto lontani. Oggi è difficile giocare la carta russa, tanto quanto lo è essere solidali con gli Stati Uniti.

Il revanscismo russo di Putin
Diversamente dai leader sovietici, che tendevano a consolidare frontiere ed equilibri europei che non erano mai stati così favorevoli alla Russia, Vladimir Putin vuole riconquistare l’influenza del passato e rimettere piede nei territori perduti del vecchio impero russo. Oggi esiste un revanscismo russo laddove non è mai esistito, giustamente, nessun revanscismo sovietico. Anche tralasciando il suo destabilizzante progetto per il Medio Oriente, non dimentichiamoci che la Russia è stata artefice in Crimea della prima annessione territoriale in Europa dopo la seconda guerra mondiale, mentre in Ucraina orientale sta finanziando un tentativo di secessione il cui successo aprirebbe la strada a una seconda modifica forzata delle frontiere europee.

Putin è tutto tranne che un partner plausibile, insomma. La Francia non può appoggiarsi nemmeno sugli Stati Uniti come aveva fatto de Gaulle in occasione della crisi di Cuba, perché gli Stati Uniti di Donald Trump non sono gli Stati Uniti di John F. Kennedy. Trump non vuole alleati ma solo vassalli pronti a giurargli fedeltà. Il presidente americano calpesta allegramente il multilateralismo, il libero scambio, l’Alleanza atlantica, le istituzioni internazionali e i trattati di cui il suo paese è firmatario.

In questo nuovo scenario, una fine del dopoguerra che rischia di trasformarsi in un nuovo anteguerra, l’unica arma che rimarrebbe alla Francia è l’Unione europea, ma l’Europa, proprio nel momento in cui il mondo avrebbe più bisogno di lei, è più disgregata che ai tempi della guerra fredda.

Quindi, per il momento, a Macron non resta altro che il verbo, le parole con cui si esprimono idee che forse, un giorno, cambieranno le cose.

(Traduzione di Andrea Sparacino)