Quelle partite di giro sulle multe che salvarono le banche Usa

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      Cosa c’è dietro i misteri della crisi finanziaria? Come è possibile che a 10 anni dal crollo dei subprime e delle manipolazioni dei mercati da parte delle banche di Wall Street, siano più i banchieri scomparsi nel nulla di quelli arrestati e condannati per frode? E perché il Governo Usa, a cui non mancavano prove da portare in una corte penale, ha scelto la strada dei processi amministrativi e dei «condoni tombali» sui reati di banche e banchieri? In nome di quale interesse è stata barattata la fiducia di contribuenti e risparmiatori sulla certezza del diritto nei reati finanziari?

      L’intreccio tra grandi banche, Borsa e politica ha fatto sempre parte delle regole del gioco, e non solo sul più grande mercato finanziario del mondo. Ma mai come negli ultimi 10 anni, e soprattutto nel periodo tra 2015 e 2017, c’è stata la sensazione che la giustizia Usa avesse rinunciato al sacro principio della rule of law. Accuse gravi, ma non fantasiose. Dal 2015 a oggi, risulta agli atti una sola condanna penale contro un banchiere di Wall Street per truffa ai danni degli investitori: Kareem Serageldin, ex «mago della pioggia» nelle speculazioni ad alto rischio del Credit Suisse di New York, fu condannato a 30 mesi di carcere per aver manipolato i prezzi dei mutui cartolarizzati che aveva in portafoglio per gonfiarne il valore. Un bilancio misero non solo per “l’inflessibile” giustizia americana, ma anche per un’amministrazione democratica che all’indomani degli scandali aveva giurato vendetta all’opinione pubblica nei confronti delle banche più colpevoli e dei banchieri che l’avevano cavalcata.

      A rendere più misero e imbarazzante il bilancio della giustizia federale a quasi sette anni dall’esplosione degli scandali bancari erano anche altri due dati di fatto. Il primo era il confronto con le inchieste sui grandi scandali degli anni 80, quando l’Fbi mise le manette ai polsi a quasi mille banchieri americani per le truffe sui Junk Bond di Michael Milken e per i fallimenti a catena delle casse di risparmio regionali. Il secondo fattore era procedurale: rispetto ai grandi processi degli anni 80, non era facile capire per quale motivo l’amministrazione Obama avesse affidato alla giustizia civile la gestione del dossier investigativo sugli scandali bancari e la manipolazione dei mercati. Il sospetto di un patto diabolico tra politica e finanza nel nome della stabilità finanziaria era più che legittimo.

      In realtà, quel patto di non aggressione tra Casa Bianca e Wall Street non lo aveva trattato Obama ma il suo sponsor nel partito democratico ed ex presidente degli Usa, Bill Clinton. Nel 1999 nasce la «Dottrina Holder», dal nome del memorandum scritto dall’allora Deputy Attorney General (viceministro della Giustizia) della Casa Bianca. Holder consegnò a tutti i magistrati a capo di una procura federale un manuale di condotta nelle inchieste penali contro le banche la cui filosofia anticipava il concetto di Too big to fail: «Le conseguenze collaterali dei procedimenti penali contro le grandi banche – scrisse il viceministro della Giustizia – possono essere devastanti per il sistema finanziario e le imprese: ogni decisione in tal senso deve basarsi sulla valutazione dei rischi e dei danni potenziali che un tale provvedimento può generare sull’economia, sul credito e sulla fiducia dei risparmiatori».

      Questo invito alla prudenza nei processi alle banche fu poi raccolto e ribadito nel 2012 da Lanny Breuer, allora capo della divisione criminale del Dipartimento di Giustizia, che in un discorso alla New York City Bar Association disse che ogni procedimento contro una banca non doveva essere valutato o deciso solo in base alla gravità del reato e della violazione della regola di legge, «ma sulla salute dell’azienda bancaria, su quella dell’industria e soprattutto sull’impatto potenziale sulla stabilità dei mercati». E questa è poi stata la linea della Giustizia nelle inchieste del dopo-scandali. In aiuto dei magistrati, la Dottrina Holder forniva anche la strada per non destare tra i risparmiatori sospetti di complicità fra banche e giustizia: bastava ritardare la chiusura delle inchieste sui banchieri fino al superamento dei 5 anni previsti per la prescrizione dei reati penali in campo finanziario. A quel punto, il procedimento poteva essere canalizzato sulla giustizia civile, i cui termini di prescrizione dei reati finanziari sono di 10 anni. Poiché le truffe sui mutui erano state consumate tra 2002 e 2005, i procedimenti penali aperti dopo la crisi del 2007 erano inevitabilmente destinati a chiudersi in poco tempo senza colpe per le banche o condanne dei banchieri. Ed è per questo che nessun grande banchiere è mai finito in galera per gli scandali di Wall Street. Nel 2015 la Casa Bianca si accorse del danno, reagendo nel modo sbagliato: invece di rilanciare i processi, preferì distrarre l’attenzione degli americani aprendo una maxi inchiesta sul calcio mondiale e il suo patron Joseph Blatter.

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      Alla verifica dei fatti, fu questa scelta a rendere – da un lato – opaco, misterioso e inconcludente il risultato dei pochi procedimenti penali contro i singoli banchieri; e dall’altro a incrinare la fiducia degli americani nell’amministrazione di Obama: non è un caso, del resto, se proprio l’impunità dei grandi banchieri fu subito cavalcata con successo da Trump nella sua corsa presidenziale. Questi fatti aiutano anche a capire, almeno in parte, i misteri che circondano i suicidi a catena di decine di trader e di giovani banchieri: senza poter testimoniare in un processo penale, erano gli unici a restare fuori dall’ombrello legale dei condoni tombali siglati dalle banche. Che da parte loro ottenevano risultati fondamentali: tagliare fuori dai processi le testimonianze di trader e dirigenti sotto accusa; evitare il sequestro di migliaia di documenti riservati e di e-mail imbarazzanti; ridurre il danno reputazionale dei verbali e dalla copertura giornalistica delle udienze.

      Grazie al Memorandum Holder, le grandi banche internazionali possono liberarsi della pressione giudiziaria senza ammettere responsabilità. Senza ammissione di colpa, è del tutto inutile per investitori e clienti ottenere soddisfazione in tribunale.

      Sulla base delle evidenze, è chiaro che pagare le maxi-multe non è una punizione o una dichiarazione di ravvedimento, ma una furbesca scorciatoia per uscire indenni da uno scandalo. Non a caso, dal 2009 al 2018, 49 gruppi finanziari hanno pagato a enti governativi o risarcito ai clienti oltre 400 miliardi di dollari in multe e risarcimenti, una cifra enorme, ma solo all’apparenza. Primo, perché in realtà sono gli azionisti della banca e non i responsabili degli illeciti a sostenere l’intero costo delle multe. Secondo, perché dal governo hanno incassato più soldi di quanti ne abbiano restituiti con multe e sanzioni. Basti pensare che per salvare le stesse banche la Federal Reserve ha “regalato” al sistema finanziario 4.500 miliardi di dollari in liquidità straordinaria a tasso zero. Senza contare che 400 miliardi in multe sono poco più di una mancia per le banche globali e soprattutto per quelle come JP Morgan o Bank of America: la prima ha avuto profitti netti per 73,5 miliardi di dollari solo tra il 2015 e il 2017, l’altra per oltre 56 miliardi di dollari.

      Non solo. Se quanto detto su condoni tombali e sanzioni non è sufficientemente scandaloso, è l’aspetto fiscale che grida vendetta: classificando in bilancio le multe e i risarcimenti come normali expenses, cioè come spese, le banche hanno poi il diritto di dedurne l’importo dalla dichiarazione dei redditi. Ma scandalizzarsi è inutile: dopo 10 anni di riforme finanziarie e nuove leggi, l’unica cosa rimasta inalterata è questo meccanismo perverso fiscale e giudiziario che scarica su investitori e clienti il costo degli scandali.

      Senza contare anche la beffa: il premio al top manager per averla fatta franca. All’inizio del 2014, poche settimane dopo aver firmato un accordo extra giudiziale da 40 miliardi dollari per manipolazione del mercato, il Ceo di JP Morgan, Jamie Dimon, ha avuto dal consiglio della banca un aumento di stipendio del 74% che ha portato la sua retribuzione a 20 milioni di dollari l’anno.

      Farsi una ragione di quanto è accaduto prima e dopo la crisi finanziaria, dunque, non è facile ma è possibile. Oltre all’eccesso di rischio che ha caratterizzato la finanza speculativa degli ultimi trent’anni, gran parte della responsabilità cade sui silenzi della vigilanza, sulla miopia del legislatore e soprattutto sul timore reverenziale che la politica americana vive ancora nei confronti del mondo finanziario. La dottrina Holder, insomma, resta il timone della giustizia.