Un giovane assunto per ogni pensionato in più? Un bel sogno

Greta Ardito e Mario Lorenzo Janiri lavoce.info 28.9.18

l fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Matteo Salvini sul ricambio generazionale nel mercato del lavoro.

Un nuovo assunto per ogni pensionato?

Prima ancora del fascicolo immigrazione, per Matteo Salvini viene il superamento della legge Fornero. Il ministro dell’Interno continua infatti a sostenere che “mandare in pensione la gente a 70 anni è sbagliato” e che “la legge Fornero ha rovinato milioni di italiani di 60 anni, di 70 anni, di 20 anni”. L’introduzione della cosiddetta “quota 100” per andare in pensione sarà quindi un punto imprescindibile dell’imminente manovra.

Uno degli argomenti che Salvini ama recare a supporto della sua crociata contro la legge Fornero è stato ripetuto in due occasioni nell’ultima settimana, prima a Non è l’arena (La7) e il giorno dopo a Quarta repubblica (Rete 4):

“Se l’anno prossimo diamo il diritto alla pensione a 3 o 400 mila italiani, finalmente ci saranno 3 o 400 mila giovani che invece di scappare per andare in Germania, in Svizzera, in Australia, Londra o chissà dove per cercare un lavoro potranno costruirselo in Italia il loro futuro.”

La tesi di Salvini è quindi duplice: non soltanto il ministro afferma l’esistenza di una relazione negativa tra posti di lavoro dei più anziani e posti di lavoro dei giovani – diminuiscono i primi, aumentano strutturalmente i secondi – ma sostiene anche che il rapporto tra i due sia di 1 a 1. In altre parole, per ogni lavoratore che va in pensione, un giovane lavoratore lo sostituisce. È davvero così? Per rispondere occorre fare riferimento alla letteratura economica in materia.

La relazione tra occupati anziani e lavoro giovanile

È comune la convinzione secondo la quale più tardi gli occupati si ritirano dal mercato del lavoro, più tardi i giovani ci entreranno. Questa idea è nota tra gli economisti come teoria della lump of labor, ossia della “quantità fissa di lavoro”: assumendo che il numero di posti di lavoro nell’economia sia stabile e che questi possano soltanto essere distribuiti (e non creati ex novo), per aumentare l’occupazione giovanile è necessario pensionare i più anziani.

Tuttavia, come ha ricordato anche il think-tank Tortuga sul Sole 24 Ore, questa teoria è stata considerata fallace (Lump of labor fallacy o Llf): non necessariamente a una riduzione dei posti di lavoro dei lavoratori più anziani corrisponde un aumento conseguente dei posti di lavoro dei giovani; al tempo stesso, aumenti di occupazione tra gli over 55 non sottraggono inevitabilmente spazio alle altre fasce di età. Un recente lavoro pubblicato dall’Ufficio parlamentare di bilancio evidenzia infatti che le forze di lavoro di diversa età non sono omogenee per capacità e vocazioni, e che quindi le diverse generazioni sono complementari più che sostituibili all’interno degli organici. In secondo luogo, un pensionamento degli anziani usato per far posto ai giovani creerebbe immediatamente maggiore spesa per pensioni che, se finanziata a ripartizione (pay-as-you-go) come in Italia, assorbirebbe maggiori risorse fiscali e contributive, con potenziali effetti distorsivi sia sul lato dell’offerta di lavoro sia sul lato della domanda.

D’altra parte, un sottofilone della letteratura sulla Llf sottolinea però che un certo spiazzamento generazionale potrebbe verificarsi nel breve periodo, in presenza di un mercato del lavoro rigido e di aumenti occupazionali degli over 55 indotti da riforme pensionistiche. Attenzione: il messaggio di fondo di questo recente filone non è che il numero totale dei posti di lavoro nell’economia sia fisso, come proposto dalla teoria della lump of labor, bensì che innalzamenti dei requisiti pensionistici dovrebbero essere realizzati il più possibile con gradualità.

La teoria della lump of labor, fa notare l’Economist, è molto difficile da debellare, perché ben si sposa con il sentire comune delle persone. Per intenderci, è lo stesso meccanismo per cui si pensa che gli immigrati o i robot “ci rubino il lavoro”. Di fronte alle percezioni e all’evidenza aneddotica, la cartina di tornasole va ricercata nei dati.

Esiste un trade-off?

Per far luce sulla questione, è utile fare una disamina degli studi che hanno messo in relazione l’occupazione dei più anziani e la disoccupazione giovanile. È proprio l’analisi statistica a smentire (almeno in larga parte) quanto affermato da Matteo Salvini. Numerosi studi (qui e qui) hanno, in prima battuta, trovato una correlazione positiva tra i livelli di occupazione dei lavoratori più giovani e più anziani, in vari paesi e nel corso degli ultimi decenni. Inoltre, un’analisi di Munnel e Wu sugli Stati Uniti dal 1977 ad oggi mostra che un aumento occupazionale dei lavoratori più anziani non solo stimola l’occupazione giovanile, ma anche i relativi salari medi. Alla stessa conclusione arrivano studi sul mercato del lavoro in Belgio e Regno Unito. E questo accadrebbe anche in Italia, secondo lo studio di Brugiavini e Peracchi. Prendendo in considerazione il periodo 1970-2005, i tassi di occupazione e disoccupazione della fascia più giovane (20-24) e il tasso di attività di quella più anziana (55-64) si muovono in media nella stessa direzione. Questa reciprocità è data dal fatto che entrambi sono influenzati dai medesimi cicli economici di crescita e recessione. Inoltre, maggiori sono gli incentivi al pensionamento per le categorie over 55, maggiore è la crescita della disoccupazione giovanile.

Se considerando risultati generalizzabili ed estesi nel tempo il mito della lump of labor sembra essere sfatato, un mercato del lavoro sufficientemente rigido e sottoposto a drastiche riforme pensionistiche potrebbe ribaltare la realtà a favore della teoria sopracitata. Ed è proprio questo il caso del mercato italiano che, scosso dalla riforma Fornero nel 2012, avrebbe subito dei contraccolpi occupazionali.

La tesi è di Boeri, Garibaldi e Moen. Prendendo in esame imprese che differiscono per numero di lavoratori “bloccati” dalla riforma Fornero, sembra esservi un forte effetto negativo di tali blocchi sull’assunzione dei giovani. Quantificando: un lavoratore bloccato per cinque anni, oppure cinque lavoratori bloccati ciascuno per un anno, comporterebbero un giovane lavoratore in meno per impresa.

È proprio così che, secondo le stime degli autori, la riforma Fornero avrebbe ridotto le assunzioni di giovani di circa 37 mila unità, un quarto del calo che si è verificato dal 2008 al 2014. Un impatto tutt’altro che di poca entità. Testimoniato tra l’altro dai dati stessi: se guardiamo al nostro paese negli ultimi anni notiamo che proprio attorno al 2012 l’occupazione dei lavoratori over 55 e quella degli under 25 iniziano a divergere in maniera ancora più marcata di quanto già successo dal 2000 in poi.

Ma cosa succederebbe con una riforma che diminuisse anziché aumentare l’età pensionabile? Innanzitutto, come il grafico qui esposto mostra, dobbiamo osservare che la dinamica che vedeva crescere l’occupazione dei più anziani a discapito dei più giovani si è ormai rovesciata. Il contesto quindi è già molto diverso dal 2008-2014. Ma ipotizziamo anche che il mercato del lavoro sia simile a quello di qualche anno fa (chiudendo forzatamente un occhio sulla crisi del debito che ci attanagliava): mandare in pensione 400mila persone in età avanzata equivarrebbe allo sblocco di 400mila persone che avrebbero dovuto attendere un altro anno (ipotizziamo per semplicità di calcolo) prima di andarci. Dunque, anche nella migliore delle ipotesi, all’assunzione di 80mila giovani (un quinto di 400mila). Seppure il discorso di Salvini possa essere inserito in un acceso dibattito accademico, la quota di sostituzione 1 a 1 è tutt’oggi un mito ancorato a un’errata contestualizzazione del mercato del lavoro. Tale rapporto più realisticamente si aggirerebbe attorno a 5 a 1, come stimano Boeri et al., quindi cinque volte tanto.

Vale la pena far notare che il risultato del paper citato è quello che si osserva in un sottocampione di imprese italiane e non è detto che sia generalizzabile a tutte le imprese. Inoltre, si tratta di un risultato di breve periodo: nell’immediato, in attesa delle conseguenze di “equilibrio generale”, è possibile che si verifichi un trade-off tra occupati più anziani e giovani lavoratori, ma ciò non implica che nel lungo periodo la lump of labor fallacy non sia valida.

Il verdetto

Nel sostenere l’idea del ricambio generazionale tra lavoratori, Salvini parte dall’assunzione che la relazione tra occupati anziani e occupati più giovani sia sempre e necessariamente negativa. L’evidenza empirica ci mostra però che questa tesi è sostenibile soltanto nel breve periodo e in presenza di un mercato del lavoro rigido e di riforme pensionistiche radicali. Inoltre, la convinzione secondo cui il pensionamento di 400 mila persone garantisce l’assunzione di 400 mila giovani è quanto mai irrealistica. Nella migliore delle ipotesi, il rapporto tra pensionati e nuovi assunti si attesta sul 5 a 1, e non sull’1 a 1.

Per queste ragioni, l’affermazione di Salvini è infondata e nel complesso PARZIALMENTE FALSA.

Ecco come facciamo il fact-checking.