Banche italiane colpite dalla crisi dei BTp, in fumo 37 miliardi con Lega e 5 Stelle al governo

di Giuseppe Timpone, pubblicato il 

Banche italiane affossate dalla crisi dello spread e dall’avvio delle trattative per formare il nuovo governo hanno persi 37 miliardi in borsa. Male anche i loro bond.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il 
Banche italiane affossate dalla crisi dello spread e dall'avvio delle trattative per formare il nuovo governo hanno persi 37 miliardi in borsa. Male anche i loro bond.

E’ un momento molto difficile per le banche italiane, che in borsa sono state affossate nelle ultime sedute dalle tensioni attorno alla manovra di bilancio dell’Italia ancora da presentare alla UE entro il 15 ottobre. Tuttavia, il trend è negativo da metà maggio scorso, quando iniziarono formalmente le trattative tra Lega e Movimento 5 Stelle per formare il nuovo governo. Da allora, stando ai nostri calcoli, il listino bancario a Piazza Affari risulta avere perso 37 miliardi di euro, pari al 28,5% della capitalizzazione. A guidare le perdite in valore assoluto sono stati naturalmente i grandi istituti: Intesa-Sanpaolo ha mandato in fumo esattamente un terzo del suo valore, “bruciando” 18,7 miliardi; le azioni Unicredit si sono contratte di poco meno del 30%, pari a -11,8 miliardi in meno; BancoBPM ha contribuito alle perdite con un pesante -33,6%, pari a 1,5 miliardi; Ubi Banca e MPS hanno ridotto le rispettive capitalizzazioni entrambe di 1,3 miliardi ciascuna, corrispondenti al -26% per la prima e a oltre il -35% per la seconda.

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Ad avere devastato i titoli bancari tricolori è stata la crisi dei BTp. Lo spread è quasi raddoppiato dalla metà di maggio ad oggi, salendo nei pressi dei 300 punti base sulla scadenza a 10 anni, segnalando il calo delle quotazioni dei nostri titoli di stato. E poiché le nostre banche sono stracolme di bond sovrani domestici, naturale che risentano di queste variazioni negative. Attenzione: ciò non significa che il mercato si attenda che i BTp non vengano rimborsati alla scadenza al loro valore nominale, semplicemente che stia scontando potenziali perdite nel caso in cui gli istituti volessero rivenderli sul secondario prima della scadenza a prezzi più bassi. Al 31 luglio scorso, le banche italiane detenevano in portafoglio titoli di stato nazionali per 383,5 miliardi di euro, anche se li avrebbero ridotti un po’ ad agosto, quando spread e rendimenti si sono stabilizzati.

A soffrire non sono solamente le azioni; pure le obbligazioni bancarie cedono. Il bond di Intesa-Sanpaolo con scadenza luglio 2020 ha perso il 3,3% dall’avvio delle trattative per il nuovo governo “euro-scettico”, mentre il subordinato 2026 ha segnato un più pesante 7,5% e le obbligazioni con scadenza ottobre 2023 segnalano un -6,2%. Non va meglio ai titoli del debito delle altre banche: il bond senior di Unicredit con scadenza ottobre 2026 cede del 7,7% e il marzo 2023 un tondo 5%. Questi numeri ci dicono che il costo della raccolta per i nostri istituti sta salendo. Prezzi più bassi, infatti, equivalgono a rendimenti più elevati. E Reuters nota come dei 267 miliardi di euro di obbligazioni bancarie risultanti emesse in Italia al febbraio scorso, la metà giunge a scadenza entro il 2020. In pratica, almeno 130 miliardi di liquidità dovranno reperirsi sul mercato entro i prossimi 2 anni a costi crescenti, anche se il confronto andrebbe effettuato con quelli sostenuti all’atto delle emissioni, non certamente bassi prima dell’allentamento monetario della BCE.

Male anche le obbligazioni bancarie

E oltre a rifinanziare i bond in scadenza, diverse banche italiane potrebbero ritrovarsi costrette a richiedere agli investitori privati ulteriore liquidità per rafforzarsi sul piano patrimoniale, dovendo tenere sotto controllo i ratios minimi imposti dal regolatore europeo, tra cui il CET 1. Questo si è abbassato mediamente di 40 punti base nel secondo trimestre e di 8 nel terzo. In generale, la situazione non desta allarme, anche perché il Liquidity Coverage Ratio – la capacità di affrontare le scadenze con cash e assets prontamente liquidabili – si attesta ancora alla media del 171%, una percentuale nettamente superiore al 100% minimo richiesto dalla Vigilanza BCE. Tuttavia, tassi crescenti tendono a erodere il valore degli assets (bond, azioni, etc.), con la conseguenza che tale rapporto potrebbe presto abbassarsi, mentre salirebbe la pressione sul fronte dei capitali necessari per mostrarsi solidi.

E stiamo ragionando a regole correnti. I vertici della Vigilanza europea stanno per essere rinnovati e in corsa vi è anche l’italiano Andrea Enria, ex presidente dell’Eba (“European banking authority”). La Bundesbank e gli altri stati del Nord Europa vorrebbero che l’ente fissasse nuovi criteri più restrittivi sulla detenzione dei titoli di stato, in modo da allentare il legame tra bilanci bancari e quelli pubblici. Tra le proposte, l’imposizione di un tetto massimo rispetto al valore delle attività o del patrimonio, oppure l’eliminazione del trattamento “risk free” dei bond, in modo che il loro acquisto preveda l’accantonamento di capitale da parte delle banche, similmente a quanto avviene con i prestiti ai privati. Nell’uno e nell’altro caso, le banche italiane sarebbero indotte a vendere BTp, aggravandone il calo dei prezzi e con ripercussioni negative anche sul valore dei propri assets, visto che i titoli di stato italiani pesano per un decimo.

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giuseppe.timpone@investireoggi.it

 

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