Il vero responsabile dell’innesco della crisi del 2011: Mario Draghi, un Italiano alla BCE necessario per mettere (impropriamente) in mora l’Italia

Mitt Dolcino scenarieconomici.it 5.10.18

Un caro amico ormai trapassato mi diceva che le persone da cui massimamente bisogna diffidare sono quelle che creano il problema con lo scopo di ottenere successivi applausi risolvendo il problema da loro stesso creato.

Caso pratico: Mario Draghi, eletto a capo della BCE nel 2011, giusto in tempo per lasciare la sua impronta indelebile sulla caduta del governo Berlusconi, avvenuta – tengo a precisarlo – in modo improprio. Ed a cui successe Mario Monti il quale, con l’obiettivo di distruggere la domanda interna (sua esplicita dichiarazione durante un’intervista alla CNN, vedasi LINK) non solo azzerò il vigore economico italico ma gettò anzi le basi per il successivo crollo del PIL. Dopo 6 anni, le conseguenze dirette sono la deflazione, per il tramite dell’accumulo di prestiti inesigibili in pancia alle banche italiane causa fallimento dei soggetti economici a cui gli istituti di credito avevano prestato soldi.

Scrissi su questo circa 5 anni fa, denunciando da ingegnere – sebbene rivestendo lavorativamente ruoli economici e finanziari, … – gli errori del professore della Bocconi; spiace confermare che le mie tesi di allora siano state davvero centrate (vedasi LINK).

Or dunque, nel 2011 la situazione economica italiana non era malvagia, ANZI, anche perchè l’Italia era l’unico – ripeto, L’UNICO – paese occidentale il cui sistema bancario era solvibile. Questo perchè le banche italiane NON avevano partecipato al banchetto del subprime, dove gli istituti internazionali dal 2004 al 2008 – pur accumulando enormi rischi prestando soldi ad alti tassi a soggetti che poi si dimostrarono non in grado di restituirli, Grecia inclusa – fecero montagne di utili. Dunque, le banche di Germania, Francia, UK, gli stessi States dovettero essere salvate con soldi pubblici; pensate che anche la mitica UBS era tecnicamente fallita e venne comprata dalla Confederazione svizzera. Or dunque, tutte le banche italiane erano sanissime, ad eccezione di Unicredit, in forza delle sue partecipate austriache e tedesche che avevano anch’esse lasciato lo zampino sulla torta avariata dei subprime. Fa sorridere che Unicredit alla fine fu salvata non da Roma ma da Muhammar Gheddafi, attraverso il fondo statale libico: forse fu proprio questa la ragione della sua condanna a morte lato francese.

“Jesuit International”: Van Rompuy, Monti, Draghi y Rajoy

Dunque nel 2011 l’Italia era l’unico paese ad avere un sistema bancario solvibile, ad esempio i sistemi bancari tedesco, francese, olandese, belga e britannico dovettero essere SALVATI dallo stato (cito alcuni nomi di banche pesantemente afflitte dalla crisi se non proprio fallite: Wesl LB, HSH Nordbank (tutte le banche che fallirono a valle di HSH),  IKB, ABN Amro, Northern Rock, Lloyds, Dexia, … vedasi LINK).

La crisi italica del 2011 non iniziò quindi a causa della crisi bancaria subprime ma avvenne concomitanza della reticenza di Berlusconi nel versare soldi richiesti dall’EU per salvare le “loro” banche (soprattutto francesi e tedesche) che stavano fallendo a causa dei prestiti inesigibili concessi “in” ed “alla” Grecia. Dunque, a seguire, ci fu la messa in mora formale dell’Italia, che avvenne in modo improprio, ossia fu attuata tramite una lettera inviata dalla BCE in maniera assolutamente impropria, una vera e propria ingerenza.

Per una volta possiamo citare integralmente Wikipedia (vedasi LINK), che riassume bene cosa accadde.

Or dunque, per inviare tale lettera fu creato un tandem ad hoc al comando della BCE, ossia cooptando Mario Draghi, che appena nominato co-Governatore (evidentemente volevano provarlo prima di lasciarlo solo) scrisse ed inviò assieme a Trichet la missiva che fece cadere il governo Berlusconi.

Il retroscena che nessuno ha considerato è che la BCE, oltre ad aver espresso un parere/missiva che non le competeva, aveva necessità di avere un italiano a capo dell’istituzione per poterlo fare. Immaginate cosa sarebbe successo se un francese avesse mandato una lettera “impropria” al governo italiano chiedendo il rientro del debito, lettera ripeto impropria sia per il metodo che per il mittente (non titolato a discutere sui conti nazionali). Dunque l’EU del 2011 aveva bisogno di un italiano proprio per rendere accettabile l’invio di tale lettera poi inviata al Governo. Per questo fu scelto un Italiano. E fu proprio Mario Draghi, che si presto al gioco, invece di rifiutarsi!!!

Dunque per l’Italia il ruolo di Mario Draghi alla BCE è da assolutamente da riconsiderare relativamente ai fatti del 2011, in modo assolutamente diverso dalla retorica mediatica, secondo chi scrive tutt’altro che un benefattore (personalmente lo considero – pur intelligentissimo – il perfetto contrario, mia opinione).

Passiamo ai nostri giorni: ieri Draghi è andato in confessione da Mattarella e successivamente è stato indicato chiaramente via stampa, di nuovo in modo improprio (la prassi vorrebbe che gli incontri e soprattutto i contenuti di siffatti rendez-vous debbano restare riservati, anche per non influenzare i mercati) quali sarebbero i passi che il governo italiano dovrebbe compiere nell’approvazione del DEF.

Draghi a Mattarella: stile testa di cavallo nel letto matrimoniale italiano?

Enfatizzo: oggi come nel 2011 il richiamo arriva di nuovo dalla BCE, soggetto che dovrebbe occuparsi di tutt’altro, sempre con Draghi nel ruolo di “fustigatore dell’Italia”. Fortunatamente il contesto non è lo stesso del 2011, ai tempi frangente in cui Draghi doveva farsi riconoscere dagli EUropei la statura di banchiere prestandosi a vari “giochetti” anche contro gli interessi dell’Italia: oggi col governo gialloverde saldamente in sella Draghi sa che è e sarà tagliato fuori da qualsiasi posizione di potere in Italia alla fine del suo mandato.

Forse è per questo che Draghi oggi attacca il governo italiano? Ai posteri l’ardua sentenza!!

Sta di fatto che tutti noi siamo curiosi di sapere che lavoro andrà a fare Draghi a fine 2019.

Meditate gente.

MD

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Nota:

Approfitto della data (…) per fare gli auguri di buon Compleanno allo stimatissimo Paolo Savona

Fca ormai è ferma

lospiffero.com 5.10.18

A novembre altri cinque giornate di cassa integrazione alle Presse di Mirafiori, oltre alle dieci di ottobre. Dal 2 novembre non si produrrà più la Levante. Stessa situazione alla Maserati di Grugliasco. Segnali inquietanti sul futuro degli stabilimenti

Cinque giorni di cassa integrazione alle Presse di Mirafiori a novembre, che si aggiungono alle dieci giornate già annunciate per ottobre. Dopo Grugliasco si ferma anche il sito produttivo di Torino, in attesa che dai vertici del Lingotto, dopo la nomina di Pietro Gorlier, arrivino rassicurazioni sugli stabilimenti torinesi.

Mir

Una situazione di crescente incertezza in cui le ore di lavoro continuano a diminuire senza notizie sui nuovi modelli che Mirafiori e Grugliasco attendono da tempo. Alle richieste giunte a più riprese da istituzioni e sindacati di un confronto, per ora Fca ha risposto con un lungo silenzio, che ancora prosegue. Intanto, secondo i dati della Fim Cisl cresce sempre di più negli stabilimenti italiani il ricorso agli ammortizzatori sociali, che si era ridotto negli anni scorsi e nel primo semestre 2018 interessava poco più dell’8 per cento della forza lavoro a fronte del 27 per cento del 2014.

L’allarme dei sindacati arriva dopo le ultime comunicazioni dell’azienda con il nuovo stop alla Maserati di Grugliasco, dove la fabbrica rimarrà chiusa anche la prossima settimana raggiungendo i 76 giorni di chiusura su 150 giorni teorici di lavoro dall’inizio dell’anno. Situazione preoccupante anche all’Automotive Ligthing di Venaria, gruppo Magneti Marelli in cui sono impiegate 850 persone, che produce proiettori per automobili e non aveva mai fermato gli impianti. L’azienda ha comunicato che utilizzerà la cassa dal 29 ottobre al 2 novembre e che per tutto il mese prossimo si lavorerà solo 32 ore settimanali utilizzando quindi 8 ore di cassa. In Comau è stata aperta una procedura di mobilità per 72 lavoratori dello stabilimento di Grugliasco, che interesserà, solo su base volontaria e con incentivo, chi raggiungerà la pensione entro due anni. “Nessun esubero strutturale – prova a tranquillizzare Claudio Chiarle della Fim Cisl – ma un cambio mix generazionale. Anzi in Comau crescerà l’occupazione anche con i prestiti da altri stabilimenti Fca”.

Le fermate colpiscono la maggior parte delle fabbriche. A Cassino la cassa integrazione ordinaria interesserà i 4.069 lavoratori dal 25 ottobre al 3 novembre. A Pomigliano, secondo dati della Fiom, da inizio anno ci sono stati 17 giorni di fermo con 15.300 Panda in meno prodotte.

I sindacati temono anche un aumento dei contratti di solidarietà a Melfi, già colpita dall’uscita di produzione della Punto. Per Michele De Palma, responsabile Auto della Fiom, “è allarme rosso. Il governo deve convocare urgentemente azienda e sindacati”. “Ci preoccupa la flessione dei volumi e l’aumento della cassa integrazione. È urgente incontrare l’ad Mike Manley e affrontare il problema soprattutto per Mirafiori e Pomigliano, dove gli ammortizzatori scadranno tra un anno perché se non si conosce la tempistica degli investimenti c’è il rischio che la situazione si aggravi”, spiega Ferdinando Uliano, segretario nazionale della Fim.

“Da giugno quando è stato presentato il piano – ricorda Rocco Palombella, segretario generale della Uilm – sollecitiamo l’incontro con i vertici di Fca, il nuovo ad e il responsabile delle attività europee. Vogliamo sapere se gli investimenti sono confermati e come s’intende procedere”. “L’aumento della cassa integrazione – osserva Roberto Di Maulo, segretario generale della Fismic – è dovuto in parte all’inizio dei lavori di ristrutturazione per i nuovi modelli, come a Melfi, in parte alla stagionalità dei prodotti e al ciclo economico. Siamo preoccupati, chiediamo che al più presto l’azienda ci dia un aggiornamento del piano industriale”.

Preoccupazioni condivise anche con i padroni: “Il settore più in difficoltà è l’auto, il mercato peggiora. Siamo molto preoccupati” poiché “anche Fca ha registrato dati fortemente negativi” afferma il presidente degli industriali di Torino, Dario Gallina. “Spero che il nuovo management confermi la presenza a Torino e gli investimenti anche su ricerca e nuove tecnologie – conclude -. Siamo disponibili a dialogare con il responsabile delle attività europee Gorlier. Aziende e filiera hanno bisogno degli investimenti di Fca”.

Danske Bank condivide il crollo come ulteriori dettagli su $ 234 miliardi di scandali di riciclaggio di denaro Emergono

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Le azioni della banca Danske sono crollate venerdì, aggiungendo ad un declino già considerevole finora quest’anno, in seguito ad un rapporto del Financial Times che ha rivelato che la banca – che è stata coinvolta in uno dei più grandi scandali di riciclaggio di denaro nella storia europea – ha anche eseguito “mirror” commercia “per i clienti russi, aumentando la possibilità che la banca si trovi ad affrontare multe e sanzioni ancora più gravi.

Danske Bank ha eseguito fino a 8,5 miliardi di dollari (9,8 miliardi di dollari) in operazioni speculari per i clienti russi in un solo anno, secondo una nota interna citata dal FT. Il memo solleva “nuove intuizioni sulla scala e la tattica dietro il suo scandalo da 200 miliardi di euro di riciclaggio di denaro”. Anche il banco di Mosca della Deutsche Bank utilizzava scambi di specchi – in cui lo stesso partito prende entrambi i lati di un commercio, vendendo in rubli e poi acquistando dollari – per aiutare i criminali a spostare denaro dalla Russia, un’attività per la quale è stata multata per più di $ 600 milioni. La banca ha guadagnato circa 10 milioni di euro dai traffici, ha detto.

Danske

Danske sta già affrontando inchieste in sei paesi, compresi gli Stati Uniti, dove il Dipartimento di Giustizia sta indagando sulle rivelazioni del dilagante riciclaggio di denaro attraverso la filiale estone di Danske, che ha gestito i flussi di capitali dai clienti non residenti che ammontano a multipli del PIL della piccola nazione baltica.

Il memorandum Danske, visto dal FT, ha stimato che Danske ha realizzato € 10 milioni nel 2013 dalle negoziazioni mirror, che utilizzavano titoli di stato russi per consentire ai clienti di effettuare pagamenti internazionali in un modo “più veloce, più economico e più affidabile”.

“C’è un potenziale rischio reputazionale di essere visto assistere alla” fuga di capitali “dalla Russia”, ha detto la nota, prima di aggiungere: “Questo è comunque un rischio che corriamo in altre parti della nostra attività non residente, dove il flusso di valuta naturale è sempre fuori dalla Russia. [. . .] Dato il forte reddito derivante dalla soluzione, il rischio-rendimento è visto come molto attraente. “

Le azioni sono crollate del 10% dopo il rapporto FT per scambiare al loro livello più basso dal 2014. E i rapporti di un downgrade obiettivo-obiettivo del Credit Suisse non hanno certamente aiutato , come ha sottolineato Reuters . CS ha tagliato l’obiettivo di 199 corone danesi ($ 30) da 244 corone ($ 37).

“Il caso di investimento e il motivo principale per acquistare Danske e prendere il rischio di riciclaggio di denaro sporco sono andati via perché i riacquisti non supportano più le azioni”, ha affermato il Credit Suisse.

In una revisione interna rilasciata il mese scorso, Danske ha rivelato che un aumento di 235 miliardi di dollari che scorreva attraverso la banca tra il 2008 e il 2015 dovrebbe essere considerato “sospetto”. Il CEO Thomas Borgen, che gestiva la divisione internazionale della banca mentre l’attività illecita si stava svolgendo e spingeva la banca a guardare dall’altra parte, ha promesso di dimettersi di conseguenza.

Danske

Nel frattempo, Bloomberg ha riferito che il CFO provvisorio di Danske Bank Morten Mosegaard ha assicurato agli investitori in un’intervista che non vi è alcun rischio che Danske venga tagliata fuori dal sistema bancario statunitense come punizione per lo scandalo bancario. Ma ovviamente Mosegaard non ha modo di sapere con certezza quale potrebbe essere la risposta delle autorità statunitensi.

A dire il vero, il problema del riciclaggio di denaro nei paesi baltici non è limitato all’operazione estone di Danske. Secondo i dati della banca centrale dell’Estonia, fino a 1 trilione di dollari di denaro non residente che fluisce attraverso le banche estoni durante quel periodo dovrebbe essere considerato sospetto.

Ma criminali e oligarchi russi che hanno fatto affidamento su queste scappatoie del regolatore possono tirare un sospiro di sollievo. Perché, come ha detto a Bloomberg un esperto di compliance, i Paesi Baltici non sono i soli a dover controllare il riciclaggio di denaro sporco. In effetti, è un problema a livello europeo. 

“Ho lavorato su AML negli stati baltici e non ho visto niente di peggio di quanto non abbia visto altrove.”

In altre parole, mentre Danske Bank è al centro dell’attenzione oggi, il gioco del whack-a-mole regolamentare continua …

“L’inganno sta per prendere”: David Einhorn scatena il muschio di Elon, confronta Tesla con Lehman

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Come abbiamo riferito durante il fine settimana, è stato un altro brutto quarto – e brutto anno – per Greenlight di David Einhorn, che nella sua ultima lettera appena rilasciata agli investitori scrive di avere “un altro trimestre difficile e ha perso un ulteriore (9,1%), portando il I fondi di Greenlight Capital (la “Partnership”) perdono da inizio anno al (25,7)%. “

E mentre la lettera elenca le varie recenti azioni del fondo, compresa la vendita delle sue ultime quote Apple, l’uscita del suo pluriennale a Mylan, liquidando le sue partecipazioni in Micron e Twitter, coprendo il suo undicenne corto a Martin Marietta, un’analisi divertente sulle aziende senza profitto …

L’attuale visione di mercato è che le società senza scopo di lucro con una crescita del 20-30% della top-line valgono 12x-15x, mentre le società redditizie che non hanno quel livello di opportunità valgono solo 5x-8x dopo i guadagni fiscali. Come esercizio aritmetico, se paghi 12 volte i ricavi per una società che alla fine produce un 10% al netto delle imposte e negozia a 20x P / E, l’azienda deve sostenere un tasso di crescita del 25% per 8 anni per ottenere un pareggio, e per 12 anni per farti un IRR dell’8% (che richiede una crescita del fatturato di 15 volte). Se la società aumenta il numero di azioni pagando dipendenti in magazzino, la matematica peggiora.

… e così via ( vedi lettera piena sotto per i dettagli completi ), quello che è stato più notevole nell’ultima lettera di Einhorn è stato il suo aggressivo attacco a tutto campo su Elon Musk e Tesla, che non ha parole e paragona a Lehman Brothers .

Vi presentiamo l’estratto completo di seguito:

Anche se fino ad ora non ha portato grandi ritorni, nel 2016 la nostra opinione ha espresso che la General Motors (GM) probabilmente guadagnerà la sua capitalizzazione di mercato prima che Tesla (TSLA) faccia il suo primo guadagno annuale sulla buona strada per diventare realtà. Parlando di GM e TSLA, durante la discussione di mercato sul fatto che TSLA debba diventare privato, Catherine Wood di ARK Investment Management, uno dei principali azionisti di TSLA, ha spiegato perché TSLA potrebbe valere $ 4000 per azione o $ 900 miliardi e ha fornito un’analisi per sostenerlo su.

La cosa interessante dell’analisi è che l’84% del valore deriva dal presupposto che TSLA avrebbe operato una piattaforma di tre milioni di robo-taxi nel 2023. Ad oggi, TSLA non ha nemmeno annunciato un piano per entrare nel robo- attività di taxi, né è possibile per l’azienda sviluppare la capacità di produzione di fare 3 milioni di robo-taxi entro cinque anni. Mettendo da parte questo, GM Cruise ha compiuto notevoli progressi nello sviluppo di robo-taxi e prevede di lanciare un servizio commerciale nel 2019. Tutti i GM hanno un valore di $ 48 miliardi o circa il 6% di quello che l’ARK sostiene essere il valore dell’opportunità del robo-taxi di TSLA. Di recente, Honda ha investito 750 milioni di dollari in GM Cruise con una valutazione del titolo di 14,6 miliardi di dollari. Tuttavia, quando si recupera l’accordo, Honda prevede di aggiungere altri 2 miliardi di dollari in 12 anni per i diritti di tecnologia non esclusiva – e. g. il diritto di essere un cliente. Nella misura in cui il supporto di Honda potrebbe essere considerato equo, la valutazione implicita di Cruise potrebbe raggiungere fino a $ 50 miliardi. Di conseguenza, lo sviluppo di GM Cruise è nel senso tradizionale: finanziamento garantito!

Pensando più a TSLA, ci riporta a Lehman, che è fallita 10 anni fa. Uno dei nostri punti chiave su Lehman era che la compagnia aveva affrontato una stretta creditizia nel 1998, aveva fatto un bluff e si era fatta scappare. In effetti, piuttosto che affrontare le conseguenze normative, legali o addirittura di mercato per non averlo realizzato fino alla realtà nel 1998, la società è stata premiata quando la sua attività si è svolta. Questa gestione incoraggiata è stata ancora più aggressiva durante la prossima stretta creditizia nel 2007 e nel 2008.

Lehman ha minacciato i venditori allo scoperto, ha rifiutato di raccogliere capitali (ha persino riacquistato azioni) e la direzione ha suggerito pubblicamente che sarebbe diventata privata. Mesi dopo, gli azionisti, i creditori, i dipendenti e l’economia globale pagarono un grosso prezzo quando il comportamento spericolato della direzione portò alla bancarotta. L’intera faccenda avrebbe potuto essere evitata se le autorità avessero violato Lehman nel 1998.

Ci sono molti paralleli con TSLA. Nel 2013, TSLA era sull’orlo del fallimento poiché i clienti che avevano versato depositi non stavano prendendo in consegna le riserve di cassa del Modello S. TSLA scese a un livello pericolosamente basso e il CEO Elon Musk cercò segretamente e disperatamente di vendere la società a Google. Piuttosto che comunicare la verità agli azionisti, il signor Musk si è fatto strada attraverso la crisi. Non ci sono state conseguenze normative, legali o di mercato per non essere in possesso della realtà. Il business è sopravvissuto e Mr. Musk è stato celebrato per il suo bluffing di successo.

A nostro avviso, questo ha incoraggiato il CEO di TSLA ad imbarcarsi in inganni sempre più aggressivi. Nel 2016, Mr. Musk ha fatto il suo ingresso nel piano di salvataggio TSLA di SolarCity dimostrando un prodotto molto eccitante ma falso chiamato Solar Roof. La società ha iniziato a prelevare 1.000 dollari a maggio 2017 e ha lanciato il prodotto ad agosto 2017, ma a partire dal 31 maggio 2018, i rapporti indicano che sono stati installati solo 12 tetti solari, 11 dei quali sono di proprietà di dipendenti Tesla.

Ma, come Lehman, pensiamo che l’inganno stia per raggiungere TSLA. Il comportamento irregolare di Elon Musk suggerisce che lo vede allo stesso modo. Ad agosto ha dichiarato al New York Times: “Ma dal punto di vista del dolore personale, il peggio deve ancora venire”. Data questa previsione, non possiamo capire perché qualcuno vorrebbe possedere azioni di TSLA. In realtà non è molto più chiaro di quello.

Ecco la nostra opinione sul perché pensiamo che Elon Musk sia così scoraggiato:

Nel 2016, la Model S era già diventata un’icona automobilistica per circa $ 80.000. Tuttavia, il mercato di $ 80.000 di automobili è piccolo. TSLA ha annunciato il Modello 3, che sembrava essere una versione ridotta del Modello S, a partire da $ 35.000 prima di un credito d’imposta di $ 7.000. Se il Modello 3 era addirittura dell’80% buono come un Modello S, questa era un’offerta incredibilmente eccitante. Centinaia di migliaia di persone hanno inviato $ 1.000 come deposito rimborsabile per ottenere un posto online. Allo stesso tempo, TSLA ha promesso che potrebbe ottenere un margine del 25% a quel prezzo.

Perché TSLA pensava che potesse rendere l’auto così a buon mercato? All’assemblea degli azionisti del 2016, Mr. Musk ha dichiarato: “Ci siamo resi conto che il vero problema, la vera difficoltà e il potenziale più grande è la costruzione della macchina che fa la macchina. In altre parole, sta costruendo la fabbrica. Penso davvero alla fabbrica come a un prodotto. “Pensava di poter migliorare la produzione automobilistica di un ordine di grandezza e sosteneva che la produzione sarebbe il vantaggio competitivo di TSLA.

Avanti veloce di un anno, e Forbes ha scritto sulla visione di Mr. Musk, “In effetti, i robot si muoveranno così velocemente e in modo così efficiente che gli umani non saranno al sicuro sui pavimenti della fabbrica. Quindi, solo uno scheletrico staff di ingegneri sarà a disposizione e controllerà semplicemente la produzione. “La maggiore velocità significherebbe molto più produttività e costi di produzione molto più bassi. A luglio 2017, TSLA ha acceso la macchina che doveva costruire la macchina … e non ha funzionato.

Invece di produrre previsioni TSLA di 5.000 modelli 3 a settimana nel mese di dicembre, TSLA ha prodotto solo 2.425 per l’intero trimestre . Elon Musk si rese conto che l’automazione completa non è pratica. Gli umani hanno sostituito alcuni robot. L’aggiunta di esseri umani al processo di produzione significa che TSLA non può migliorare la velocità della fabbrica per raggiungere la sua visione di migliorare la produzione di un ordine di grandezza. Come diceva Musk nel 2016, “Non si può davvero avere persone nella linea di produzione stessa, altrimenti arriverà automaticamente alla velocità della gente.”

Nel 2016, TSLA pensava che la sua fabbrica di Fremont potesse produrre 5.000, 10.000 e 20.000 veicoli alla settimana, rispettivamente alla fine del 2017, 2018 e 2020. Questo non può accadere alla velocità delle persone. Di conseguenza, la struttura dei costi del Modello 3 è molto più alta di quella prevista per Elon Musk quando ha prelevato depositi da centinaia di migliaia di persone per un’auto da $ 35.000. È una promessa che non può mantenere.

UBS ha effettuato un’analisi di demolizione e ha stimato che il costo per realizzare una versione ridotta del Modello 3 è di $ 41.000. Questa è una lunga strada da $ 35.000, per non parlare di $ 26.250 – il livello necessario per TSLA per ottenere un margine del 25%.

A maggio, Elon Musk ha twittato che la versione da $ 35.000 sarebbe stata lanciata 3-6 mesi dopo che la compagnia aveva raggiunto 5.000 auto a settimana. Quella pietra miliare è stata colpita con grande clamore a giugno. Tuttavia, i rapporti con gli investitori hanno fatto trapelare che la società ora prevede la versione da $ 35.000 nel secondo trimestre del prossimo anno. Significativamente, TSLA ha smesso di prendere ordini per la versione da $ 35.000, poiché potrebbe già sapere che non rilascerà una versione da $ 35.000 in qualsiasi momento, presto o mai. La società ha cambiato la sua politica sul rimborso dei depositi in modo che i clienti che sono stanchi di sperare che TSLA faccia un’auto che non esiste e vogliono che i loro risparmi debbano attendere 45 giorni. Ci ricorda Jane e Michael Banks in Mary Poppins: https://www.youtube.com/watch?v=xE5klz0yUT0

Pensiamo che questo possa spiegare il comportamento irregolare di Mr. Musk. Non può fare la macchina senza perdere troppi soldi e non può permettersi di cancellare il programma e rimborsare i depositi di tutti. La sua condotta suggerisce che sta facendo del suo meglio per essere sollevato dalla sua posizione di amministratore delegato per evitare la responsabilità. Smettere non è un’opzione perché impedisce al signor Musk di sostenere che avrebbe potuto risolvere il problema se fosse rimasto.

Ma è uno stallo messicano: il Consiglio è troppo vicino a lui per licenziarlo e inoltre non vuole essere biasimato.Lo stesso si può dire per la SEC, che ha fatto marcia indietro sulla sua minaccia per impedirgli di essere un ufficiale. Finora, TSLA ha prodotto diverse varianti più costose del Modello 3 con un prezzo medio di circa $ 60.000. Il mercato indirizzabile a quel prezzo non è più di un terzo del mercato indirizzabile a $ 35.000. Una piccola parte dei clienti che hanno effettuato depositi per il Modello 3 sono stati disposti e in grado di acquistare una delle versioni premium. Ad oggi, TSLA ha prodotto circa 95.000 modelli 3, e dato che alcune versioni sono ora disponibili per la vendita immediata a persone che non erano nella lista d’attesa e che TSLA offre sconti promozionali come la sovralimentazione gratuita, sembra chiaro che il backlog per le versioni premium sono quasi esaurite.

TSLA dovrebbe produrre e consegnare più di 65.000 Model 3 nel trimestre di dicembre. Potrebbe essere in grado di farli, ma senza un portafoglio ordini ci sono pochissime possibilità che ci sia abbastanza domanda per venderli. Ci aspettiamo grandi profitti sulle entrate e sugli utili nel quarto trimestre. L’insufficienza della domanda esposta dovrebbe rovinare un pilastro chiave del caso toro. L’anno prossimo, TSLA perde il sussidio governativo Zero Emission Vehicle, che renderà ancora più difficile attirare la domanda. I risultati di settembre saranno probabilmente all’altezza di TSLA.

Nel frattempo, il marchio è nei guai. Il blocco e la risoluzione del lancio del Modello 3 stanno lasciando i clienti insoddisfatti. Ci sono state molte segnalazioni di consegna di serpenti e auto di scarsa qualità. Ci sono aneddoti su TSLA che accetta il pagamento completo per le auto e quindi non le consegna. Ci sono molte storie di auto (anche Model S e Model X) nei negozi di servizi per mesi per mancanza di pezzi di ricambio. Con così tante nuove auto TSLA sulla strada, il problema è la schiacciante infrastruttura di servizi limitata di TSLA. Il Modello 3 è l’auto meno affidabile sul mercato.

Se si aggiunge la delusione in sospeso dei clienti che hanno pagato i depositi e potrebbero ritrovarsi come creditori non garantiti involontari, TSLA sembra sul punto di perdere tutti, tranne i suoi fan più dedicati.

Questa sezione della lettera è durata più di un po ‘, il che non lascia spazio per affrontare il famigerato tweet di manipolazione del mercato “finanziamento protetto” e un numero di apparenti bandiere rosse contabili a TSLA. Saremmo negligenti nel notare che nel mese di agosto TSLA ha assunto un dirigente finanziario di tutto rispetto come nuovo Chief Accounting Officer. Doveva ricevere 10 milioni di dollari di azioni in quattro anni. Basti dire che non è la tariffa corrente per i ragionieri. È durato un mese e ha smesso prima di essere associato a una dichiarazione finanziaria riportata. TSLA potrebbe essere nell’inferno della contabilità.

Il nostro corto TSLA è stato il nostro secondo maggior vincitore nel trimestre . La più grande è stata la Brighthouse Financial (BHF), che ha annunciato un trimestre soddisfacente, ma ha annunciato più importante un buyback di $ 200 milioni, iniziando così il ritorno sul capitale per ben 2 anni prima di quanto previsto nel roadshow spin-off.

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Lettera completa qui sotto:

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Rinaldi Vs Monti a La 7: “Senza di me la Germania non avrebbe concesso il QE” “Draghi lo avrebbe fatto lo stesso, se voleva salvare l’Euro”

scenarieconomici.it 5.10.18

 

Un interessante scambio in diretta fra il Prof. Antonio Maria Rinaldi, in studio, e il Senatore Mario Monti, collegato a sorpresa telefonicamente,  a L’Aria che Tira del 5/10.

Si parlava della Finanziaria attuale e del ruolo della BCE. Il prof. Rinaldi ha elogiato il ruolo di Draghi e della BCE per placare lo spread, esploso durante il governo Monti, con il QE, ed è intervenuto Monti . Secondo il Senatore è stato proprio il suo governo a permettere che avvenisse il QE, rivelandoci una grande realtà: l’Euro è comandato dalla Germania, dalla Mekel, che non avrebbe permesso nessun intervento, neppure per salvarlo, se non alle proprie esatte condizioni.  A questo il professor Rinaldi risponde facendo notare che il QE era obbligato, se si voleva salvare l’euro, sia che ci fosse stato Monti o Berlusconi. Una osservazione semplice ed efficace, che mette in luce come la vera debolezza dell’euro sia una politica semi – ricattatoria per cui non si fa nulla, anche a costo di portare tutti al disastro, se non sono accettati diktat inutili, quanto arbitrari, imposti da qualcuno a scapito di qualcun altro. Inutili perchè proprio il governo Monti è stato un periodo di esplosione del debito pubblico italiano, aumentato di oltre 80 miliardi e di 6 punti percentuali sul PIL, a dimostrazione dicome le misure di austerità imposte siano prima di tutto economicamente, poi  politicamente, devastanti.

Buon ascolto

Lucio Baccaro su “Chi non rispetta le regole?”

politicaeconomiablog.blogspot.com 3.10.18

Economia e politica ha pubblicato una lunga e bella recensione di Lucio Baccaro al mio libro. Per chi non lo sapesse, Lucio ha ereditato da Wolfgang Streeck la direzione del prestigioso Max Planck Institute for the Study of Societies di Colonia.

Le doppie morali della crisi europea

Lucio Baccaro

Max Planck Institute for the Study of Societies

Settembre 2018

Sergio Cesaratto ha scritto un bel libro, Chi non rispetta le regole? (Cesaratto 2018), con l’obiettivo di smontare sistematicamente una particolare lettura della crisi dell’Euro, che assolve completamente la classe dirigente politica ed economica tedesca, e scarica per intero la responsabilità sui paesi della periferia europea. È una lettura moraleggiante, diffusa non solo in Germania, ma anche in ambienti italiani di orientamento liberista. Non è affatto un’invenzione dell’autore. Al contrario, personalmente ho ascoltato diverse volte questo tipo di narrazione quando, nell’autunno del 2013, condussi con Klaus Armingeon una serie di interviste volte a capire in quale maniera funzionari publici, politici e sindacalisti tedeschi interpretassero la crisi dell’Euro e le risposte da dare ad essa (Armingeon e Baccaro 2015).

 

La lettura “tedesca” della crisi

Esagerando un po’ (ma lasciando inalterata la sostanza), la lettura della crisi che emerse da quei colloqui in Germania si può riassumere nella maniera seguente: a dire degli intervistati, la situazione dei paesi della periferia europea era per molti versi simile a quella della Germania nei primi  anni 2000. Anche l’economia tedesca languiva in quel periodo in una crisi profonda. Diversamente però dai paesi del Sud, la Germania scelse di mantenere in ordine i suoi conti pubblici e di introdurre riforme importanti del mercato del lavoro e della protezione sociale (le riforme Hartz). Sindacati e imprese contribuirono alla ripresa economica accordandosi per flessibilizzare il sistema di contrattazione collettiva, in precedenza eccessivamente rigido, e in questo modo consentirono alle imprese, attraverso la moderazione salariale, di riguadagnare la competitività internazionale persa negli anni immediatamente successivi alla riunificazione. Fu un governo di centro-sinistra, il governo Schroeder, ad introdurre le riforme, e ad esse pagò un prezzo politico molto alto: non fu rieletto, ma si dimostrò capace di anteporre gli interessi del paese agli interessi di parte. Grazie alle riforme fatte, la Germania tornò a crescere in capo a pochi anni. 

La storia di solito si concludeva con considerazioni su quel che avrebbero dovuto fare i paesi della periferia europea. Come la Germania dieci anni prima, anche per questi l’unica soluzione era imboccarsi le maniche e fare le riforme strutturali troppo a lungo rimandate. La loro spesa pubblica era fuori controllo, i mercati del lavoro eccessivamente rigidi, i sistemi pensionistici troppo generosi, e in più avevano sprecato l’opportunità dei bassi tassi di interesse forniti dall’Euro nei primi anni 2000. Erano responsabili delle proprie sfortune. Pretendere che i loro debiti fossero ripagati da altri paesi era un abuso. Chiedere alla Germania di rinunciare alla propria competitività duramente riconquistata era come chiedere al Barcellona di giocare senza Messi per fare un favore agli avversari (Weidmann 2012). 

Questa ricostruzione veniva fornita, con poche variazioni, da personaggi di diversa estrazione: funzionari del ministero delle Finanze e politici di CDU e SPD. Gli unici ad avere una lettura differente della situazione erano i sindacalisti di Ver.Di., il sindacato dei servizi, che mettevano l’accento sulla necessità per la Germania di espandere la domanda interna, ma la loro posizione appariva del tutto isolata, ed incapace di incidere sulle scelte politiche.    

    

È esattamente contro questo tipo di narrazione che il libro di Cesaratto si rivolge, ricordando come un’unione monetaria, l’Euro come il gold standard, si regga su “regole del gioco” implicite. Il sistema è sostenibile solo se ci sono meccanismi e strumenti che consentano l’aggiustamento simmetrico in caso di squilibri della bilancia di parte corrente. In particolare, un paese in surplus dovrebbe consentire ai suoi prezzi interni di crescere più rapidamente dei prezzi dei paesi in deficit in modo da riequilibrare il tasso di cambio reale (che è dato dal rapporto tra i prezzi interni ed esteri) e attraverso questo l’equilibrio di parte corrente. Tali meccanismi non sono però automatici, ma dipendono da decisioni politiche. Se, come nel caso della Germania, il paese in surplus ha un’economia “tirata dalle esportazioni”, il non aggiustamento gli permette di trarre beneficio dalla situazione, almeno per un po’. Dunque una prima conclusione di Cesaratto è che il paese che ha violato le regole (implicite) di funzionamento dell’unione monetaria è la Germania, e lo ha fatto perseguendo scientemente il suo interesse nazionale.

La crisi dell’Eurozona come crisi di bilancia dei pagamenti

Nel dibattito di economia eterodossa, Cesaratto è associato alla tesi che equipara la crisi dell’Euro ad una crisi di bilancia dei pagamenti (Cesaratto 2015). In sintesi, secondo questa tesi l’Eurozona è assimilabile ad un sistema di cambi fissi. È noto che i sistemi di cambi fissi sono soggetti ad un particolare tipo di crisi (verificatasi finora soprattutto nei paesi in via di sviluppo), nota come “arresto improvviso” (Frenkel e Rapetti 2009). Anche la crisi del 2010-2011 ha per Cesaratto le caratteristiche di un arresto improvviso, sia pure sui generis

Negli anni precedenti alla crisi, i mercati finanziari si erano convinti che il rischio paese fosse scomparso e che il debito pubblico di tutti i paesi dell’Eurozona, compresi quelli periferici, fosse di fatto garantito in solido da tutti i paesi membri. Questa percezione aveva comportato una convergenza dei tassi di interesse nominali a partire dalla metà degli anni ’90. Permanevano tuttavia tassi di inflazione differenti a livello nazionale e questo creava disparità dei tassi di interesse reale, che erano più alti nei paesi a bassa inflazione, in primis la Germania, e più bassi nei paesi ad alta inflazione, quelli della periferia meridionale più l’Irlanda. 

Queste differenze nei tassi di interesse reali, note come “effetto Walters” (Walters 1988), rallentavano la domanda nei paesi core e la facevano aumentare nei paesi della periferia, soprattutto nel settore delle costruzioni, tradizionalmente sensibile al tasso di interesse reale, stimolando la concessione di credito da parte del settore bancario e l’indebitamento, in primis privato. Per un certo periodo sembrò che gli squilibri fossero espressione di un processo benefico di convergenza (Blanchard e Giavazzi 2002), che incoraggiava gli investimenti nei paesi della periferia riducendo le disparità di sviluppo. Solo successivamente divenne chiaro che gli investimenti erano in settori a bassa produttività e non generavano convergenza. 

Fino all’esplodere della crisi, le banche periferiche prendevano a prestito riserve da quelle dei paesi core, le quali erano ben liete di riciclare le loro riserve in eccesso a tassi un po’ più elevati di quello sui depositi presso la banca centrale (Cesaratto 2016). Dopo il fallimento di Lehmann Brothers, tuttavia, e soprattutto dopo la crisi greca, i flussi interbancari dal centro alla periferia si interruppero bruscamente. 

Occorre sottolineare che nel caso dell’Euro, a differenza di un sistema di cambi fissi, non c’è un problema di esaurimento delle riserve valutarie da parte dei paesi sotto attacco, grazie alla presenza di un meccanismo di pagamenti interbancari, il Target 2, che consente ai paesi membri di finanziare il deficit estero (e le fughe di capitali) in maniera potenzialmente illimitata anche quando i flussi transfrontalieri di capitale si bloccano, sostituendo ai prestiti interbancari i prestiti del sistema delle banche centrali. Dunque la conseguenza più immediata dell’arresto improvviso è stata un accumulo di crediti Target 2 da parte della Bundesbank, e un corrispondente accumulo di debiti da parte delle banche centrali dei paesi periferici (Sinn 2014). In assenza del sistema Target 2, le misure di austerità necessarie a far fronte all’arresto improvviso sarebbero state probabilmente assai più gravose.  

Gli effetti immediati dell’arresto improvviso di flussi di capitale si manifestarono non nel sistema bancario, ma nel mercato dei titoli pubblici. Preoccupati dall’aggravarsi delle finanze pubbliche di alcuni paesi, appesantite dalla crisi e dagli interventi pubblici per “mettere in salvo” i sistemi bancari (per esempio in Irlanda), i mercati finanziari cominciarono a nutrire dubbi sulla capacità di alcuni governi di ripagare i loro debiti, e dunque domandarono tassi di interesse sempre più elevati per compensare l’aumentato rischio. L’aumento dei tassi di interesse aggravava, invece di alleggerire, il rischio di fallimento. Ad un certo punto alcuni paesi della periferia divennero incapaci di rifinanziare le proprie emissioni di titoli pubblici anche a tassi molto elevati, e dunque furono costretti ad invocare l’intervento della “trojka” proprio come in simili circostanze i paesi in via di sviluppo invocano l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Ed infatti tra i programmi di austerità richiesti dal FMI ai paesi in via di sviluppo e quelli richiesti dalla trojka non c’è grande differenza: entrambi comportano l’aggiustamento fiscale attraverso il taglio della spesa piuttosto l’aumento delle imposte, e la liberalizzazione dei mercati dei prodotti e soprattutto del lavoro.

Insomma, i tratti caratteristici di un arresto improvviso, argomenta Cesaratto, sono chiaramente identificabili anche nella crisi dell’Eurozona: afflusso di capitali esteri (in questo caso per rifinanziare l’espansione di credito bancario nei paesi periferici), improvvisa crisi di fiducia, arresto e fuga di capitali, intervento delle istituzioni monetarie internazionali con annesse condizionalità, e programma di aggiustamento strutturale (ovvero austerità). Per quanto la crisi si sia manifestata nel mercato dei debiti pubblici – un mercato in cui il rischio non è “coperto” dalla BCE, che può fornire riserve in maniera potenzialmente illimitata alle banche, ma non può, a norma di trattati europei, acquistare titoli dai governi – è stata per Cesaratto in primis una crisi di debito privato: alcune parti hanno prestato eccessivamente e in maniera poco prudente, ed altre parti, corrispondentemente, hanno preso in prestito eccessivamente e in maniera poco prudente. Guardare alla situazione, come fa la Germania, solo dal lato del creditore è forse comprensibile, ma del tutto parziale. Le parti in causa sono due e hanno responsabilità simmetriche: il debitore si impegna a ripagare il debito, il creditore concede il credito dopo aver adeguatamente vagliato la solvibilità della controparte. 

Cesaratto sottolinea come le regole di governance previste dai trattati europei erano e sono completamente inadeguate a scongiurare il tipo di crisi descritta nel paragrafo precedente, in quanto sostanzialmente disinteressate alle dinamiche del settore privato e interamente finalizzate a limitare la discrezionalità fiscale dei governi. Tali regole presuppongono, in linea con l’economia neoclassica, che il settore privato sia efficiente, e in particolare che il settore finanziario sia in grado di prezzare adeguatamente il rischio, cosa per lo meno discutibile dopo l’ultima crisi. I trattati si preoccupano dunque del problema di “azzardo morale”, ovvero di impedire che il settore pubblico si indebiti più del dovuto sfruttando l’aumentata credibilità derivante dal far parte di un’unione monetaria. Per questo motivo furono introdotti nel Trattato di Maastricht vincoli di deficit e debito pubblico attraverso il Patto di Stabilità e Crescita. Tuttavia, nulla fu previsto per limitare l’indebitamento privato, né per impedire politiche di svalutazione competitiva (reale) all’interno dell’Eurozona. 

Il “mercantilismo” tedesco

Per quanto il libro di Cesaratto non prenda posizione esplicita nella disputa accademica sull’importanza delle politiche di contenimento del costo unitario del lavoro in Germania, limitandosi a sintetizzare le varie posizioni (pp. 45-47), si tratta di un tema importante per la tesi centrale del libro, che colei che ha davvero violato le regole (implicite) di un’unione monetaria è stata la Germania.

La disputa, una sorta di “fuoco amico” tra autori che condividono un approccio eterodosso all’economia, ha opposto Flassbeck e Lapavitsas da un lato (2015) e Storm e Naastepad dall’altro (2015). Per Flassbeck e Lapavitsas la causa prima della crisi è da cercarsi nella pluriennale moderazione salariale tedesca, sia nominale (contenimento dei costi unitari del lavoro) che reale (aumenti salariali reali inferiori alla crescita della produttività del lavoro), effetto dell’offensiva padronale per la riduzione dei costi e delle strategie cooperative di sindacati e (soprattutto) consigli di fabbrica delle grandi aziende tedesche, preoccupati oltre ogni cosa di garantire i posti di lavoro dei propri affiliati, e dunque disposti a fare contrattazione concessiva (Baccaro e Benassi 2017). Con l’Euro, e con la conseguente impossibilità di compensare le differenze tra i tassi nazionali di inflazione attraverso l’aggiustamento del cambio nominale, la moderazione salariale ha prodotto una svalutazione del tasso di cambio reale tedesco a svantaggio degli altri paesi dell’Eurozona, ed è dunque di importanza fondamentale, secondo Flassbeck e Lapavitsas (2015), per spiegare l’accumularsi di squilibri delle partite correnti.

Storm e Naastepad ritengono invece che la moderazione salariale e la compressione dei costi unitari del lavoro abbiano un’importanza marginale nello spiegare i surplus di parte corrente tedeschi, dato che, a loro dire, il sistema produttivo tedesco non compete sui costi, ma su livelli qualitativi superiori (resi possibili dalla presenza di istituzioni non liberali nelle relazioni industriali e nella formazione professionale), ed attribuiscono un ruolo più importante ai flussi di capitale dal centro alla periferia dell’Eurozona, che avrebbero causato la perdita di competitività di quest’ultima. Se un effetto della moderazione salariale c’è stato, argomentano Storm & Naastepad, si è fatto sentire più sulla riduzione delle importazioni tedesche che sullo stimolo alle esportazioni. Insomma, mentre per Flassbeck e Lapavitsas la catena causale procede dal mercato del lavoro (moderazione salariale) alle differenze di competitività, per Storm parte dichiaratamente dalla finanza, mentre il mercato del lavoro ha un ruolo secondario e derivato (le perdite di competitività sono conseguenze delle bolle immobiliari).

Cesaratto, come detto, non si schiera esplicitamente, ma un intero capitolo del libro è dedicato al “mercantilismo” tedesco, il che lascia pensare che simpatizzi per la versione di Flassbeck e Lapavitsas. Allo stesso tempo, ci si deve chiedere fino a che punto questa versione (che come detto mette fortemente l’accento sul mercato del lavoro come origine della catena causale) sia conciliabile con la sua tesi che la crisi dell’Euro è crisi di bilancia dei pagamenti, tesi che mette al centro dell’azione i movimenti di capitale e la finanza. In ogni caso, il libro discute i numerosi vantaggi che l’Euro ha fornito alla Germania, ricordando ad esempio che il famoso “salvataggio” della Grecia del 2010 fu in realtà un salvataggio delle banche francesi e tedesche (ancor più francesi che tedesche in verità), fortemente esposte rispetto al sistema bancario greco: se la Grecia avesse fatto default, queste banche avrebbero subito perdite che ne avrebbero compromesso la stabilità finanziaria, costringendo i governi di riferimento a rifinanziarle. Attraverso il salvataggio della Grecia, pagato in maniera proporzionale dai altri partner europei, Parigi e Berlino hanno mutualizzato i costi del loro bail-out. Cesaratto ricorda anche come la Germania abbia beneficiato dalla flight to security seguita alla crisi dei debiti sovrani, ovvero della fuga di capitali dai paesi della periferia verso il centro, che ha condotto ad un ulteriore abbassamento dei tassi di interesse in Germania.

Le proposte di riforma inadeguate

Le riforme di cui la zona Euro avrebbe bisogno dovrebbero consistere nell’introduzione di regole che rendano simmetrici i costi dell’aggiustamento tra paesi, permettendo di restaurare “le regole del gioco”. Un esempio che Cesaratto non discute, ma che andrebbe in questa direzione, riguarda il sistema di contrattazione collettiva, che dovrebbe essere coordinato tra i vari paesi in maniera da assicurare che i tassi di crescita del salario nominale corrispondano in media all’obiettivo di inflazione della BCE più la crescita media della produttività nazionale, in modo da rendere impossibili le svalutazioni competitive (del cambio reale) che hanno caratterizzato i primi anni dell’Euro. Tuttavia, queste e altre regole di bilanciamento incontrerebbero difficoltà e resistenze politiche probabilmente insormontabili, oltre che difficoltà di coordinamento tra attori nazionali (sono i sindacati tedeschi della manifattura disposti a rinunciare alla competitività di costo delle loro imprese?). 

Una soluzione che viene di frequente avanzata, e sdegnosamente rifiutata dall’opinione pubblica tedesca, consiste nell’introduzione di trasferimenti fiscali dai paesi in surplus a quelli in deficit. Trasferimenti di questo tipo sono già politicamente difficili da sostenere in paesi in cui vi è comunanza di storia, cultura e tradizioni (si pensi a quanto spinosa sia la questione dei trasferimenti tra Nord e Sud in Italia, o tra Ovest e Est in Germania), figurarsi nell’Unione europea, ove tali condizioni non esistono. In ogni caso, i trasferimenti non risolvono il problema degli squilibri di competitività tra paesi, ma semmai li compensano a posteriori, condannando i paesi della periferia ad un poco dignitoso futuro di dipendenza dalla solidarietà altrui.

Cesaratto sottolinea inoltre l’assoluta inadeguatezza delle proposte di riforma dell’Eurozona al momento in discussione. Lungi dal muovere verso una più equa ripartizione dei costi di aggiustamento, esse mirano a restaurare l’ortodossia monetaria violata, agli occhi dell’élite tedesca, dalla politica monetaria non-convenzionale della BCE di Draghi, e a far applicare le regole di rigore fiscale troppo spesso violate, a dire della Germania, dai paesi del Sud. Spiccano in questo senso il breve documento (detto “non-paper”) fatto circolare da Schaeuble prima di lasciare il Ministero delle Finanze, che chiede una più rigorosa applicazione delle regole fiscali (compreso il Fiscal Compact) da affidarsi ad un organismo tecnico, un fondo monetario europeo, che possa imporre la disciplina a governi recalcitranti, sostituendosi alla Commissione Europea, un organismo ritenuto eccessivamente comprensivo nei riguardi dei governi inadempienti. Contemporaneamente il non-paper rifiuta l’assicurazione comune dei depositi bancari e l’introduzione di Eurobonds, ovvero ogni forma di ulteriore mutualizzazione dei rischi tra paesi europei. Chiede inoltre che ogni intervento di “salvataggio” degli stati sia condizionato ad interventi di ristrutturazione del debito, con perdite per i detentori di titoli. Se tali proposte fossero applicate, fa notare Cesaratto, i tassi di interesse sui titoli italiani aumenterebbero a causa dell’aumentato rischio, mettendo a rischio la sostenibilità del debito pubblico e accelerando, invece di prevenire, una nuova crisi di fiducia.

Anche le recenti proposte francesi, nonostante la gran fanfara con cui sono state accolte, non affrontano la sostanza dei problemi dell’Eurozona e rischiano di peggiorare la situazione. Cesaratto si sofferma sul contributo di 16 economisti francesi e tedeschi (Bénassy-Quéré e et al. 2018), che si propone come una mediazione tra esigenze diverse, e lo considera troppo vicino al non-paper tedesco per rappresentare una soluzione durevole. In particolare, le proposte degli economisti franco-tedeschi incorporano la richiesta tedesca che interventi di sostegno da parte del fondo salva-stati siano subordinati alla ristrutturazione del debito.

Che fare?

Le raccomandazioni di policy che derivano dall’analisi sono sorprendentemente moderate, considerate le prese di posizione precedenti dell’autore (per es. Cesaratto 2016). Non si consiglia di uscire dall’Euro; anzi, se ne mettono in evidenza le incognite e i rischi difficilmente quantificabili data la mancanza di precedenti (pp. 98-105). Quel che l’Italia dovrebbe fare, nell’opinione di Cesaratto, è esigere la non-applicazione delle regole fiscali, in particolare del Fiscal Compact. Invece di impegnarsi a tagliare il debito attraverso attivi di bilancio primario anno dopo anno, cosa che ha effetti recessivi, il governo italiano dovrebbe impegnarsi a stabilizzare il debito, ma non a ridurlo. Con questa proposta, si scommette sul fatto che un aumento del deficit pubblico faccia ripartire la domanda aggregata, e generi un tasso di crescita sufficientemente superiore al tasso di interesse medio pagato sullo stock di debito da stabilizzare il debito pur in presenza di un deficit primario. Questa politica, però, richiede la collaborazione della BCE che deve impegnarsi non solo a mantenere basso il tasso di interesse di riferimento, ma anche a proteggere i titoli del debito pubblico italiano da improvvise crisi di sfiducia dei mercati finanziari, continuando ad acquistarli (o dichiarando di essere disposta a farlo whatever it takes).

C’è molto con cui concordare in questo libro. Personalmente condivido che fosse necessario opporre alla narrazione “tedesca” della crisi una narrazione alternativa e opposta che la bilanciasse. Occorre tuttavia ricordare che non c’è stato nessun raggiro teutonico: le regole che sono state applicate sono quelle inserite nei Trattati europei, che l’Italia ha volontariamente sottoscritto e spesso incoraggiato. Concordo anche sull’analisi della natura della crisi, anche se avrei voluto un po’ più di chiarezza sulla catena causale: la crisi ha origine dalla moderazione salariale tedesca? O dalla creazione di credito bancario nei paesi periferici, conseguenza di  tassi di interesse reali troppo bassi (nella periferia)? O le due cose sono inscindibili? È importante rispondere a queste domande, dato che le implicazioni di policy sono differenti. Sono inoltre d’accordo che l’Italia dovrebbe prendere le distanze dalle proposte dell’Eurozona formulate recentemente dai tecnocrati franco-tedeschi. 

Quel che mi lascia un po’ insoddisfatto è invece la parte di political economy: non vedo perché i partner europei dovrebbero accettare che l’Italia metta da parte gli impegni già presi sul deficit e sulla riduzione del debito (attraverso il Fiscal Compact), per impegnarsi solo a stabilizzare il debito. Inoltre, quanto è realistico pensare che la BCE sia disposta a intervenire in difesa dei titoli di debito pubblico italiano, soprattutto ora che il mandato di Draghi è in scadenza?

In breve, il programma di Cesaratto, per quanto ragionevole, non mi sembra politicamente realizzabile nelle condizioni attuali. Cesaratto ha ragione che per superare la crisi è necessario che la Germania cambi la direzione della sua politica economica, rilanciando la sua domanda interna, e permettendo agli altri di fare altrettanto. Tuttavia, questo non accadrà perché qualche economista riesce a convincere les elites politico-economiche tedesche che le loro analisi sono sbagliate, ma perché cambiano i rapporti di forza. Concretamente questo significa due cose: primo, un pesce grosso (ovvero di importanza sistemica, come l’Italia) decide che è disposto ad uscire dall’Euro se le cose non cambiano. Questo però è un chicken gamemolto pericoloso, in cui ci si può fare molto male. Secondo, un pesce grossissimo, come gli Stati Uniti di Trump, costringe la Germania a ribilanciare il proprio modello di crescita minacciando il ritorno al protezionismo. Credo che la seconda minaccia sia più credibile della prima.

Referenze bibliografiche

Armingeon, Klaus e Lucio Baccaro. 2015. “The Crisis and Germany: The Trading State Unleashed.” Pp. 165-83 in Complex Democracy, edito da V. Schneider e B. Eberlein: Springer International Publishing.

Baccaro, Lucio e Chiara Benassi. 2017. “Throwing out the Ballast: Growth Models and the Liberalization of German Industrial Relations.” Socio-Economic Review 15(1):85-115.

Bénassy-Quéré, Agnès e et al. 2018. “Reconciling Risk Sharing with Market Discipline: A Constructive Approach to Euro Area Reform.” Center For Economic Policy Research, Policy Insight No 91.

Blanchard, Olivier e Francesco Giavazzi. 2002. “Current Account Deficits in the Euro Area: The End of the Feldstein-Horioka Puzzle? .” Brookings Papers on Economic Activity 2:147-86.

Cesaratto, S. 2015. “‘Alternative Interpretation of a Stateless Currency Crisis’.” Cambridge Journal of Economics 41(4):977-98.

Cesaratto, Sergio. 2016. Sei Lezioni Di Economia. Reggio Emilia: Imprimatur.

Cesaratto, Sergio. 2018. Chi Non Rispetta Le Regole? . Reggio Emilia: Imprimatur.

Flassbeck, Heiner e Costas Lapavitsas. 2015. Against the Troika: Crisis and Austerity in the Eurozone. London: Verso.

Frenkel, Roberto e Martin Rapetti. 2009. “A Developing Country View of the Current Global Crisis: What Should Not Be Forgotten and What Should Be Done.” Cambridge Journal of Economics33(4):685-702.

Sinn, Hans-Werner. 2014. “Austerity, Growth and Inflation: Remarks on the Eurozone’s Unresolved Competitiveness Problem.” The World Economy 37(1):1-13.

Storm, Servaas e C. W. M. Naastepad. 2015. “Crisis and Recovery in the German Economy: The Real Lessons.” Structural Change and Economic Dynamics 32:11-24.

Walters, Alan. 1988. “A Critical View of the Ems.” Cato Journal 8(2):503–6.

Weidmann, Jens. 2012. “Rebalancing Europe.” Speech at Chatham House in London, 28 March.

Intervista a Sergio Cesaratto da New Europe – L’Italia distruggerà l’eurozona?

Di Saint Simon – Ottobre 5, 2018 vocidallestero.it

Da New Europe, l’intervista al professore Sergio Cesaratto, docente di Economia Internazionale all’Università di Siena e nome ben conosciuto all’interno del dibattito critico sull’euro. Il professor Cesaratto spazia a tutto tondo su debito pubblico italiano e la sua sostenibilità, lo spread, le politiche economiche del governo gialloverde e lo scontro che si prospetta tra Italia e Unione europea. Scontro che, nelle sue parole, non sembra poter terminare, a causa della stolidità tedesca, se non con la distruzione di uno dei due contendenti.

 

di Ilia Roubanis, 28 settembre 2018

 

 

 

Il dibattito critico sull’euro è mainstream in Italia. L’attuale governo è una coalizione che comprende le tradizioni politiche sovraniste di sinistra e di destra.

 

L’economia è l’epicentro della discussione.

 

Fino all’inizio di questa settimana, il governo italiano ha tenuto fermi i suoi fondamentali impegni su una maggior redistribuzione e un minor carico fiscale. Tutto ciò ha spaventato i mercati, e da maggio 2018 i rendimenti dei titoli pubblici è raddoppiato. Le agenzie internazionali di rating e i mercati stanno esercitando ulteriori pressioni. La Commissione europea richiede, ancora una volta, disciplina fiscale.

 

In questo clima di tensione, politica e profondamente economica, New Europe ha chiesto aiuto ad un economista per comprendere la mentalità italiana. Sergio Cesaratto (SC) è Professore di Economia Internazionale all’Università di Siena, in Italia. Insegna Economia internazionale e Politica Fiscale e Monetaria dell’Unione monetaria europea (UME). Il suo più recente volume è “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania – Le doppie morali dell’euro” edito da Imprimatur.

 

Il professor Cesaratto ha contribuito in maniera importante al dibattito post-keynesiano, concentrando l’attenzione sulla teoria della crescita e dell’innovazione, sulle riforme delle pensioni, sull’economia monetaria e la crisi europea. Per questa ragione, è anche una fonte spesso citata in quello che adesso è il dibattito euro-critico, ormai divenuto mainstream in Italia.

 

New Europe (NE): Il Giappone ha un rapporto debito-PIL del 250%, la Grecia del 180% e l’Italia del 132%. Perché gli investitori si preoccupano?

 

Sergio Cesaratto (SC): Naturalmente non esiste un livello naturale del rapporto debito pubblico-PIL. Sono spesso evocati due fattori per valutare la sostenibilità del debito pubblico:

 

1. la sua denominazione, in valuta nazionale o estera

2. se è detenuto principalmente da creditori nazionali o esteri

 

Un debito denominato in valuta nazionale e detenuto dai residenti è generalmente ritenuto sicuro. Questo è il caso del Giappone. In particolare, in Giappone i principali detentori dei titoli di stato sono la banca centrale e il sistema finanziario nazionale che, prevedibilmente, non speculeranno contro il proprio governo.

 

Che il debito pubblico giapponese sia detenuto a livello nazionale non è un fatto sorprendente. Poiché il Giappone tradizionalmente registra avanzi commerciali con l’ estero, l’economia non dipende dai prestiti esteri. Inoltre, il suo debito è denominato in Yen e il governo può fare affidamento sulla Banca del Giappone come acquirente di ultima istanza, cosa che rassicura gli investitori privati. Questo significa anche che i tassi d’interesse – e i rendimenti dei titoli – sono sotto controllo.

 

Questo circolo virtuoso mantiene stabile il rapporto debito-PIL. Se il debito del Giappone fosse denominato in una valuta estera e detenuto da non-residenti, l’economia sarebbe esposta ad ondate di panico finanziario. Nel caso di Grecia, Spagna e, parzialmente, dell’Italia, non c’è una banca centrale che possa agire come acquirente di ultima istanza.

 

Il problema del debito pubblico italiano è la sua denominazione in una valuta straniera (l’euro) e la mancanza di una banca centrale nazionale, cose che vanno di pari passo con la mancanza di controlli sui flussi di capitale. Ma, a differenza della Spagna, l’Italia non ha una esposizione significativa con l’estero.

 

NE: L’Italia come ha raggiunto questo livello di debito? Pensa sia un caso di sperpero o si tratta di una questione più sistemica?

 

SC: Il grande balzo del debito pubblico italiano ebbe luogo negli anni ’80.

 

Gli anni ’70 erano stati un periodo di conflitto sociale che aveva portato all’instabilità dei prezzi. Un cambio flessibile, comunque, preservava la competitività esterna, mentre una politica accomodante da parte della Banca d’Italia evitava che il debito pubblico salisse. Alla fine del decennio, l’élite italiana scelse un nuovo regime di politiche economiche basato sul cambio fisso (lo SME) e una banca centrale indipendente.

 

La perdita di competitività esterna comunque portò a problemi di domanda aggregata e, come ha affermato Stiglitz, paesi con deficit di partite correnti persistenti o in espansione sono spesso obbligati a fare deficit fiscali per sostenere la domanda aggregata: “Senza deficit fiscali, avrebbero un alto livello di disoccupazione“, ha scritto Stiglitz nel 2010.

 

Questi deficit fiscali e gli alti tassi d’interesse necessari a sostenere la parità di cambio nello SME portarono all’esplosione del rapporto debito pubblico-PIL. Il tentativo di imporre un “vincolo esterno” sta a fondamento del problema del debito italiano.

 

Pur avendo ripreso un po’ di fiato dopo l’uscita dallo SME nel 1992, l’Italia ha ripetuto l’errore di “legarsi le mani” con la partecipazione all’Unione Monetaria Europea. Nel primo decennio dell’euro, l’Italia ha usato i tassi d’interesse più bassi e una politica di bilancio restrittiva per ridurre il rapporto debito-PIL da circa il 125% al 100%, al prezzo di una domanda interna stagnante, che ha mortificato la crescita degli investimenti e della produttività.

 

La perdita di competitività esterna – dovuta anche alle politiche neo-mercantiliste tedesche – non ha aiutato. Come conseguenza della crisi finanziaria e, soprattutto, dell’intervento ritardato della Banca centrale europea e dell’austerità, il rapporto debito/Pil è saltato di nuovo al 130%.

 

L’Italia ha disperatamente bisogno di un rilancio della domanda interna attraverso una politica di bilancio espansiva. Ciò richiede che i tassi d’interesse rimangano paragonabili ai livelli francesi. A questo fine, possono e dovrebbero essere prese delle misure a livello europeo.

 

Sarebbe necessario un sostegno mirato alla piena sostenibilità del debito pubblico, come proposto dal Professor Paolo Savona in un recente rapporto. L’Italia ha praticato il rigore nei conti pubblici sin dal 1991, ben più della Germania, per cui è meritevole di tale sostegno. Naturalmente dovrebbe siglare col sangue un patto di stabilizzazione del rapporto debito/Pil (o di lenta riduzione compatibilmente con la crescita).

 

È il tasso d’interesse, stupido!” per parafrasare Clinton.

 

NE: Perché il costo dei prestiti all’Italia da maggio è raddoppiato? Ha questo qualcosa a che vedere con il Ministro degli Affari Europei Paolo Savona, che ha spaventato le agenzie di rating, il Presidente (Sergio Mattarella) e la Commissione europea?

 

SC: Paolo Savona è un economista moderato ed esperto. Il suo recente rapporto ha avanzato proposte ragionevoli, che naturalmente saranno ignorate da Berlino.

 

Il problema dell’Europa è la mentalità dell’élite tedesca, caratterizzata da un modello mercantilista che insiste sulla moderazione fiscale e salariale. Soprannominato dallo storico Carl-Ludwig Holtfrerich “mercantilismo monetario“, questo modello tedesco fu inizialmente sostenuto dal ministro delle finanze (e più tardi Cancelliere) Ludwig Erhard negli anni ’50.

 

Insomma, il problema dell’economia europea è la Germania, non l’Italia!

 

Il presidente Mattarella appartiene a quell’élite italiana europeista ad ogni costo. Questa élite non ha davvero fiducia nella capacità del paese di governarsi e crede che l’Italia, fuori dall’Europa, sarebbe persa. Io sostengo che la disciplina europea (o tedesca) è la prima responsabile dell’impennata del debito pubblico, della stagnazione economica e del declino.

 

I mercati finanziari sono spaventati perché gli investitori temono che l’Italia possa deragliare in conseguenza di un’espansione fiscale priva del sostegno europeo. Così lo spread tra BTP e BUND è salito.

 

Vedete, la Francia ha uno spread molto basso rispetto al BUND, di circa 35 punti base, mentre l’Italia è ben oltre i 250 punti (ma lo spread era alto anche prima di questo governo). Senza questa abnorme spesa per interessi il governo potrebbe realizzare una parte dei suoi obiettivi stabilizzando il rapporto debito/Pil – e con la crescita, persino lentamente ridurlo. Di nuovo, è una questione di tassi d’interesse. L’Italia ha bisogno di un governo affidabile, degno di fiducia per i nostri partner, i quali, a loro volta, dovrebbero garantire il calo dei tassi d’interesse italiani.

 

Tuttavia, siamo in circolo vizioso nel quale la mancanza di fiducia verso l’Italia genera governi meno affidabili. Tuttavia, anche con governi “affidabili”, credo che l’Europa non abbia la lungimiranza per tendere una mano (che non le costerebbe nulla, peraltro).

 

NE: La Lega sembra spingere l’economia verso un modello che agevoli le imprese, favorendo una generosa riduzione del costo d’impresa: una flat tax a due livelli (15-20%) e nessun aumento dell’IVA. Il Movimento 5 Stelle sembra puntare ad uno stimolo guidato dalla domanda, con un reddito minimo garantito (€ 780) e una revisione delle riforme delle pensioni.

 

Due domande:

 

L’Italia può fare tutto questo e mantenere un deficit di bilancio inferiore al 3%, o persino all’1,6% come sostenuto dal Ministro italiano dell’Economia Giovanni Tria?

 

SC: Come ho detto, se l’Italia avesse gli stessi tassi d’interesse della Francia sul debito pubblico, questo permetterebbe una moderata politica di bilancio espansiva coerente con la stabilizzazione del rapporto debito-PIL.

 

Per come la vedo, la posizione del governo italiano dovrebbe essere la seguente: l’Italia ha mantenuto un buon livello di disciplina fiscale dal 1991 (un avanzo primario); se non fosse per le politiche sbagliate della UE e della BCE, il rapporto debito-PIL sarebbe al livello francese (100%).  In ogni caso, il 130% non fa molto differenza. Perché l’Italia non dovrebbe ottenere il sostegno europeo in cambio di un impegno alla stabilizzazione del rapporto debito-PIL al livello attuale? È ragionevole.

 

Sfortunatamente, Berlino dirà nein. Con il cambio alla direzione della BCE e un governo tedesco più spostato a destra, le cose potrebbero anche peggiorare. L’Italia dovrebbe allora prepararsi all’uscita. Il principale problema di un’uscita sarebbe la possibile ritorsione franco-tedesca. Alla faccia dei sogni europei di Mattarella.

 

NE: Come economista, quali politiche pensa che aiuterebbero di più la crescita italiana? Servono le misure sia del M5S sia della Lega?

 

SC: L’Italia non ha bisogno di una flat tax, ma di una campagna contro l’evasione fiscale.

 

Naturalmente, quando possibile, minori tasse sono desiderabili, ma non è questa la priorità. L’economia deve dare precedenza alle famiglie sotto la soglia di povertà. Comunque, preferirei un “piano per l’occupazione” piuttosto che un reddito di base generalizzato. Anche le infrastrutture e l’istruzione sono delle priorità.

 

NE: Le banche italiane, greche e spagnole hanno un’enorme mole di prestiti in sofferenza (NPL). Questo è dovuto, in parte, alle persone che non sono in grado di ripagare i propri mutui. In parte, perché le piccole e medie imprese non sono più remunerative. La disciplina fiscale sta aiutando le banche a ridurre i loro prestiti in sofferenza?

 

SC: Gli NPL sono chiaramente il risultato dell’austerità.

 

Pertanto, una continuazione delle stesse politiche non è d’aiuto. Soprattutto, la mancanza dell’ombrello di una banca centrale sul debito pubblico e tassi d’interesse in crescita influiscono anche sul costo del credito alle aziende e alle famiglie italiane.

 

Le banche italiane fanno il loro lavoro sostenendo l’economia. Le grandi banche tedesche sono istituzioni speculative, tra le protagoniste della crisi finanziaria statunitense. Sono ancora piene di asset tossici. L’opinione pubblica tedesca dovrebbe essere meglio informata su questo. Come sottolinea Adalbert Winkler, gli economisti tedeschi si lamentarono quando Draghi si mosse a sostegno del debito pubblico italiano, ma non dissero nulla quando il governo tedesco salvò le loro banche impelagate nella crisi americana.

 

L’attuale caduta del valore dei titoli del governo italiano ha influenzato negativamente anche i bilanci delle banche italiane. Naturalmente, obbligarle a sbarazzarsene sarebbe un suicidio.

 

NE: La Banca centrale europea terminerà il suo programma di acquisto titoli nel dicembre 2018. Questo come influirà sull’economia italiana?

 

SC: A parità di condizioni, non cambierà molto: i buoni del tesoro italiano sono già molto penalizzati (in modo ingiustificato). Certo, se ci fosse un attacco speculativo al debito italiano, avere un Draghi o un Trichet farebbe la differenza. A questo proposito, sembra che anche la Germania voglia evitare un nuovo presidente controverso come Weidmann.

 

Tuttavia, le riforme della governance economica europea proposte da Berlino sono destabilizzanti. L’intenzione è quella di privare la Commissione europea del potere di controllare e sanzionare l’osservanza delle norme fiscali, consegnandole a un Fondo monetario europeo e da ultimo ai mercati. Questo lascia poco spazio alla negoziazione politica, cosa che, in definitiva, è suicida. Nessun governo italiano può aderire a tali riforme.

 

NE: L’Italia distruggerà l’eurozona?

 

SC: La mia risposta spontanea sarebbe “Lo spero”.

 

Ritengo che l’Eurozona è una gabbia anti-democratica e straniera. In una certa misura, questo vale anche per l’UE, che è un’istituzione neoliberista. Ad esempio, l’UE ha vietato le politiche industriali sostenute dallo stato e costretto l’Italia a privatizzare le sue imprese in mano pubblica, principalmente vendendole a società straniere, che spesso le hanno smantellate.

 

L’Italia distruggerà la zona euro se Bruxelles spingerà il paese alla distruzione attraverso speculazioni di mercato e politiche di austerità.

 

Chi sta distruggendo l’Eurozona e il commercio globale: l’Italia o gli avanzi esteri e fiscali tedeschi? Il mio timore è che, anche se esposta a un attacco finanziario e a una Troika, l’Italia non si ribellerà ai diktat e permetterà a un nuovo Mario Monti di massacrare il paese nel nome dell’Europa. Un candidato è Enrico Letta. Sfortunatamente, la tragedia greca ci insegna che la resilienza della gente comune alle difficoltà economiche (e alla stupidità) è infinita.

L’oroscopo di Rob Brezsni- 4/10 ottobre internazionale.it

4/10 ottobre 2018

Compiti per tutti: in quale momento della tua vita hai sentito che la felicità perfetta era più vicina? Ricrea le condizioni di quel momento.

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Tendi mani amichevoli! Lancia inviti interessanti! Cerca di farti notare per i motivi giusti! Fa’ in modo che nessuno possa resistere alle tue proposte! Usa la tua capacità di risolvere enigmi per alleviare le ansie della tua tribù! Tuffati… Leggi

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Juncker invoca la sovranità dell’Europa. La sua, non la nostra

redazione ilpopulista.it 5.10.18

Dal suo discorso a Vienna traspare la paura nei confronti dei populisti, oltreché del Terzo Mondo. Ed auspica una Ue più autoritaria…

Juncker invoca la sovranità dell'Europa. La sua, non la nostra
Nello “scontro fra multilateralismo e unilateralismo”, gli europei hanno “tutto l’interesse” a che si “vada ancora avanti sul binario del multilateralismo”. “E noi europei dobbiamo fare di tutto per collaborare con l’Onu, il luogo del multilateralismo”. Lo ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, parlando a Vienna. 

L’Onu deve diventare “più efficiente”, ha aggiunto. Juncker ha sottolineato che in questo momento storico “le vecchie alleanze diventano fragili e non è chiaro in che direzione girerà il globo”. In questo scenario l’Europa, che è il continente più piccolo, “deve sforzarsi di rafforzare la sua sovranità complessiva”. Evidentemente schiacciando la sovranità dei singoli Stati, vero?

L’eurozona deve rafforzarsi al suo interno per poter fare in modo che l’euro sia più credibile a livello internazionale, ha detto ancora. “Dobbiamo mettere la nostra casa in ordine, all’interno”, ha detto Juncker, se vogliamo che l’euro “acquisisca più importanza” e “sia presente in modo credibile sui mercati internazionali” (e la stoccata è chiaramente agli euroscettici). Il Presidente della Commissione ha ricordato che l’euro “è la seconda valuta mondiale”, ma ha “una lunga strada da percorrere davanti a sé”.

Scandalo: rifiuti speciali pericolosi usati per costruire queste strade italiane

informarexresistere.fr 5.10.18

rifiuti tossici

Sotto le strade rifiuti tossici – la politica sapeva

La notizia è di questi giorni. Arezzo, 3 ottobre 2018 – Il titolo La Nazione l’aveva anticipato dieci giorni fa: «E45, la superstrada-rifiuto».

Quasi una profezia che adesso trova conferma nella superperizia appena consegnata al Gip Piergiorgio Ponticelli: il materiale della frana di febbraio fra le due uscite di Pieve Santo Stefano, quello che era stato frettolosamente rimosso nel marzo scorso per essere stoccato in un deposito di Sansepolcro dove lo sequestrarono i carabinieri forestali della procura, non era fatto di roccia e detriti di scavo ma deve essere classificato come rifiuto speciale pericoloso. …VEDI QUI

E quante strade (e non solo) sono stata costruite con miscele contenenti rifiuti tossici?

Notizia di marzo. I lavori di costruzione della superstrada Pedemontana Veneta hanno portato alla luce tonnellate di immondizia. Rifiuti di ogni tipo, “murati” tra i piloni di contenimento di un’ex discarica di 40 anni fa.

Accade a Montecchio Maggiore, a due passi da Vicenza. Sotto accusa, oltre alla mancata bonifica dei terreni, anche la superstrada a pagamento che dovrebbe passare proprio a ridosso dell’ex discarica. VEDI QUI

Non solo in Italia –  un’ indagine di 10 anni fa. La Francia contaminata

Almeno 300 milioni di tonnellate di rifiuti tossici e detriti radioattivi dell’industria estrattiva dell’uranio sono stati abbandonati e utilizzati in Francia per realizzare terrapieni, strade e parcheggi.

Senza alcun controllo e con gravi rischi per la salute. Come una filiera segreta e di Stato ha smaltito le sue scorie. Un’inchiesta di France 3, sconosciuta al grande pubblico italiano.

Quanta radioattività c’è nei terreni, nei materiali utilizzati per le infrastrutture pubbliche, nei fiumi della Francia?

Poche settimane fa è stata realizzata un’inchiesta televisiva di France 3 (vedi video in basso) che, riprendendo anche alcune passate inchieste giornalistiche, denuncia l’elevatissimo livello di radioattività di molte aree rurali e urbane (circa 80 siti) del paese transalpino a causa di massiccio utilizzo di materiali di scarto delle miniere di uranio per realizzare terrapieni, strade e parcheggi.

Una sorta di smaltimento a costo zero di materiali e detriti, definiti sterili (ma affatto innocui) che stanno procurando un danno sanitario che inizia ad assumere una notevole gravità.

L’unico laboratorio francese indipendente che si occupa di ricerca e informazione sulla radioattività (CRIIRAD) lo ha denunciato da un paio di anni alle autorità e all’opinione pubblica.

Sono state individuate infatti aree con una radioattività di 60-100 volte superiore a quella naturale.

Nel marzo del 2007 il CRIIRAD ha pubblicato un primo rapporto in cui si stimava un totale di circa 225mila tonnellate di rifuiti tossici dell’industria Cogema (Compagnia Generale delle materie radioattive) sotterrati nell’area dello stadio nella cittadina di Gueugnon con grande sorpresa ed inquietudine degli abitanti.

Ma di queste sorte di discariche ne esistono moltissime in tutta la Francia e i cittadini fino a poco tempo fa erano tenuto all’oscuro sulla loro pericolosità.

Insomma, dopo quasi tre decenni viene rivelato un segreto di Stato che sta procurando, e lo farà per molto tempo ancora, danni alla salute della popolazione coinvolta.

Un problema, quello dello smaltimento abusivo e criminale delle scorie, e in generale di rifiuti tossici, che in questi giorni è stato portato all’attenzione degli italiani, con il caso della nave dei veleni affondata a largo delle coste della Calabria.

Un esempio che dimostra, se ne ce fosse ancora bisogno, come gli interessi economici passano sulle vite delle persone e sono la conseguenza di anni di connivenze tra multinazionali, politica e criminalità organizzata.

Ma lo scandalo francese della contaminazione di decine di siti , trascurato dalla stampa e Tv italiana, ci dimostra anche qualcosa di più, e cioè che in tema di nucleare nessuno deve disturbare il manovratore, cioè lo Stato.

In più di 25 dipartimenti della Francia sono state abbandonate circa 300 milioni di tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi senza alcun controllo.

Tra il 1946 e il 2001 sul territorio francese sono state sfruttate a pieno regime circa 210 miniere di uranio per fornire materia prima alle centrali nucleari nazionali e alle bombe atomiche.

Dal 1999, forse molto prima, è stata tralasciata ogni forma di controllo sui rifiuti tossici prodotti nella filiera nucleare, per non parlare dei controlli sanitari sui minatori, gran dei quali sono deceduti precocemente per malattie collegate all’estrazione e al contatto con i raggi gamma. Ma solo oggi si sta valutando il reale impatto sulla salute delle popolazioni.

La denuncia che emerge dall’inchiesta di France 3 è che nella realtà chi effettua i controlli dovrebbe essere invece il controllato.

Gli scarti sono stati abbandonati principalmente dal CEA (Commissariato dell’energia atomica) e dalla Cogema, due aziende statali, che in questi decenni hanno potuto operare liberamente e senza alcun limite.

La Cogema da tre anni è diventata Areva, il principale operatore nucleare francese, che, ad oggi, non sembra volersi assumere le responsabilità della situazione.

Mentre alcune aree vengono misteriosamente recintate e non rese di pubblico accesso, altre vengono lasciate disponibili alle popolazioni.

Inoltre, non si parla di ripulire, dove possibile, i siti più inquinati. Ma Areva nega soprattutto la pericolosità di queste aree, o prende tempo, oppure scarica le responsabilità sull’amministrazione pubblica in merito alle decisioni di recintare le zone a rischio o informare i cittadini.

Così come non prende atto, e questo è chiaramente dimostrato dalle domande dell’intervistatrice ad un portavoce della compagnia, di uno studio dell’Istituto di Radioprotezione e sicurezza nucleare (IRSN) che afferma come prolungate esposizioni a basse dosi di radioattività possano creare nella popolazione problemi ai reni, di respirazione, di comportamento, di alimentazione e di riproduzione.

Questi detriti, scarti delle miniere d’uranio, sono stati smaltiti gratuitamente o a costi bassissimi, senza informare della loro pericolosità.

Società statali, privati ed aziende li hanno utilizzati per 25 anni anche per costruirvi sopra edifici, ovviamente oggi non più commerciabili.

Imbarazzante è la posizione dell’ASN, l’organismo di Stato che è incaricato del controllo del nucleare, della protezione della popolazione e della loro informazione.

Per il suo presidente, in carica da oltre 15 anni, non c’è alcun motivo di timore; al limite il caso dovrebbe essere esaminato con più preparazione e con più cura.

Dopo 20 anni e più? Ma chi più dell’ASN potrebbe farlo? Anche qui non viene nemmeno preso in considerazione il cosiddetto principio di precauzione.

In questi anni la politica sapeva? Certamente sì, visto che 18 anni fa era stato realizzato un rapporto a cura del capo del consiglio per la sicurezza delle informazioni nucleari in cui, in un capitolo, veniva evidenziato che il problema scorie era stato ampiamente sottovalutato, in particolare la nocività dei cosiddetti “discendenti dell’uranio” (torio, radio 226, ecc.).

Ma questo rapporto, e non sarà l’unico, verrà accantonato dai ministri di turno. Il nucleare è una questione riservata solo per le alte sfere dello Stato. E in cima c’è sempre Areva (azienda di stato con le sue differenti ragioni sociali nel tempo).

L’industria nucleare non può avere alcun ostacolo, è un terreno coperto dal segreto e dagli interessi statali e delle grandi aziende energetiche. E se poi accade qualcosa di storto è solo un effetto collaterale.

La mancanza di trasparenza di questa pericolosa filiera deve far riflettere anche il nostro paese e i nostri cittadini.

La responsabilità sociale di questo settore, è dimostrato, non esiste. Fonte – tratto da Nogeoingegneria