Vendeva titoli Veneto Banca Direttore di banca a giudizio

Cristina Genesin mattinopadova.geolocal.it 4.10.18

Il capo della filiale di Conselve fece investire (e perdere) al cliente 500 mila euro In tribunale a Padova ora è accusato di truffa e falso in scrittura privata

Padova

Non solo i “piani alti” di Veneto Banca sono chiamati a rispondere penalmente di fronte alle migliaia di risparmiatori che, convinti di aver messo a segno investimenti prudenti, si sono ritrovati per le mani obbligazioni cartastraccia. La resa dei conti si profila anche per i piani intermedi. A Padova, di fronte al giudice Laura Alcaro, si sta celebrando il processo nei confronti di Ermanno Avezzù, 41enne rodigino di Lendinara, all’epoca dei fatti direttore della filiale di Conselve dell’istituto di credito montebellunese. Uno dei primi processi in Italia nei confronti di un direttore di filiale dell’istituto in liquidazione coatta amministrativa per quanto riguarda la parte “marcia (bad bank) mentre la parte “attiva” – conti correnti e rapporti di prestiti – è stata ceduta per un simbolico euro al gruppo Intesa San Paolo, senza il peso dei crediti deteriorati.

Le accuse al responsabile di filiale? Truffa e falso in scrittura privata con l’aggravante di essersi assicurato un profitto. Reati contestati ai danni di correntisti e risparmiatori nei confronti di “quadri” dell’istituto pure in altre Regioni italiane dove le indagini non sono ancora arrivate a una verifica processuale. È stata la denuncia di un imprenditore della Bassa padovana a far decollare l’inchiesta coordinata dal pm Giorgio Falcone. Un passo indietro. È il 23 gennaio 2013 quando il padovano accetta di investire 500 mila euro nell’acquisto di un prodotto finanziario denominato “Veneto Banca 5% 2013-2017 convertibile con facoltà di rimborso in azioni”. Si tratta di un prestito obbligazionario: il risparmiatore presta soldi alla banca attraverso l’acquisto di una tipologia di titoli che dovrebbero fruttare un buon rendimento. L’imprenditore ha un rapporto di fiducia con il direttore che dura da tempo. Per giunta viene rassicurato sul fatto di poter “disinvestire” con facilità. Garanzie massime: nessun rischio e possibilità di recuperare la liquidità in qualsiasi momento. Così sottoscrive l’offerta pubblica con i moduli relativi al numero d’operazione 16 e 17.

Tempo qualche mese e sulla stampa sono pubblicate le prime notizie che svelano le fragili fondamenta di Veneto Banca, mentre nel Nordest dal 28 marzo al 26 giugno 2014 risultano firmati ben 3.757 contratti per 46 milioni di acquisti. L’istituto è sempre più in bilico. Si moltiplica il rosso, frontale è l’urto con la vigilanza, l’esercito dei clienti arrabbiati si allarga mano a mano che cresce la consapevolezza di non riuscire più a recuperare i risparmi. Nella primavera 2014 l’imprenditore cerca di saperne di più. Ed è una doccia fredda: viene informato che l’investimento è stato convertito in azioni della banca di valore inferiore a quelle dell’investimento iniziale e difficilmente piazzabili sul mercato. A luglio scrive un formale reclamo. Tutto inutile.

Le sorprese non sono finite. Sui moduli sottoscritti, tra le tante firme di suo pugno non riconosce come sua quella in calce alla clausola «l’operazione non è adeguata per rischio concentrazione per l’operazione 17: titolo non quotato, conoscenza non soddisfatta e operazione non adeguata per il rischio di concentrazione». Formulario tecnico per indicare un investimento a rischio.

Un film replicato tante volte. In aula ha testimoniato una commerciante di Cartura, cliente della filiale di Conselve: «Ero seguita da mia nipote che lavorava nella banca. Mi sono fidata quando mi propose di rinnovare un investimento e scegliere un tipo di prodotto. Le chiesi “c’è rischio?”.

Mi rispose di no. Disse ”non siamo quotati in borsa, siamo una banca del territorio. In sei mesi puoi riprenderti tutto”. Integrai anche l’investimento iniziale. Non ho più nulla».

Si tornerà in aula 7 novembre: la parola ai consulenti tecnici della pubblica accusa. —

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