Riecco lo spread. Difendere l’Italia

Roberto Pecchioli quelsi.it 5.10.18

Riecco lo spread. Tornano sul palcoscenico le statue di cera dell’UE, il franco-romeno-israelita massone Moscovici e l’ineffabile Juncker gran contribuente delle accise sugli spiriti, si materializzano nuovamente i fantasmi dei decimali nel bilancio dello Stato, risuonano gli ordini imperiali di sconosciuti funzionari stranieri, novelli corrieri dello Zar portaordini dei decisori delle nostre vite presso i governi eletti. L’occasione è la polemica sulla legge di bilancio, assai sgradita agli gnomi di Bruxelles e ai loro domines della cupola finanziaria. Non è inutile una rinfrescata alla memoria dei connazionali, alla ricerca di bugie tutt’altro che innocenti per una visione dei fatti alternativa alla vulgata corrente della stampa e delle accademie di luminari a contratto.

Una controstoria per nerd, lontana dai grafici, dagli istogrammi, dalle formule incomprensibili degli esperti, esposta senza utilizzare la lingua di legno anglotecnocratica. Partiamo da lontano, poiché il cappio che ci strangola ce lo siamo legati al collo dal 1981, allorché un ministro della sinistra DC, Beniamino Andreatta, con una semplice lettera concordata con i vertici della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), decretò il cosiddetto divorzio tra Tesoro e banca centrale. Venne cioè rimosso l’obbligo per l’istituto di emissione di acquistare i titoli invenduti alle aste mensili, calmierandone il tasso. Liberati gli istinti animali della finanza, pur in una situazione in cui il sistema bancario era in mano allo Stato, il debito pubblico dell’epoca, 142 miliardi di euro, il 58 per cento del PIL, triplicò in soli quattro anni, per quintuplicare nel 1994. Il divorzio più caro della storia: mille miliardi in quindici anni.

Basta questo dato per destituire di fondamento la narrazione che descrive gli italiani spreconi intenti a vivere allegramente a spese altrui. Andreatta e Ciampi, da brillanti funzionari della cupola bancaria che stava alzando la testa, ma da nemici del popolo che dovevano servire, perseguivano un doppio obiettivo, internazionalizzare il debito pubblico,  all’epoca detenuto dalle famiglie italiane risparmiatrici, una partita di giro interna; gettare le basi per la futura espropriazione della sovranità monetaria  e per la privatizzazione del sistema bancario nazionale, che realizzarono, sempre loro, undici anni dopo, al crollo provocato della prima repubblica e immediatamente dopo la fine del comunismo sovietico, con gli accordi di spartizione del panfilo Britannia, presente tra gli altri un funzionario in carriera di nome Mario Draghi.

Ci scuserà il paziente lettore se introduciamo un concetto che ci viene propinato in tutte le salse dal sistema di comunicazione, ma mai spiegato: il vincolo esterno. Si tratta del principio per cui non possiamo spendere se prima non guadagniamo o non ci facciamo prestare soldi. Se una comunità, uno Stato non possiede mezzi di pagamento legale propri, non può fare altro che correre con il cappello in mano da chi detiene (o meglio si è appropriato) il mezzo monetario, nel nostro caso l’euro della Banca Centrale Europea.

Poiché ci siamo spogliati di due enormi strumenti di sovranità, cioè di libertà, la sovranità monetaria e la determinazione del tasso di sconto, sono i banchieri a stabilire insindacabilmente se prestarci denaro, in quale quantità e determinare l’interesse. Se a ciò aggiungiamo che il denaro prestato non esisteva perché creato dal nulla, ex nihilo, e diventa reale solo perché lo accettiamo e circola come il sangue per il nostro lavoro, risulta chiaro chi comanda e chi obbedisce. Si rivela azzeccata la frase simbolo di un blog economico: è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita. Parole non di un saggio o di un filosofo, ma di un personaggio dei fumetti, Pippo, l’amico di Topolino.

Abbiamo il vincolo esterno che impone di vendere il frutto del lavoro collettivo del nostro popolo. Lo Stato si finanziava, nei tempi in cui possedeva la banca centrale e controllava le banche commerciali, emettendo prevalentemente BOT, buoni del tesoro ordinari a breve termine, acquistati attraverso i canali postali e creditizi dalle famiglie italiane come risparmio garantito e sufficientemente remunerato. Differenti sono i CCT, certificati di credito del Tesoro, il cui valore reale è variabile in base al mercato, investimenti di medio termine. Oggi BOT per almeno 400 miliardi sono in mano alle banche commerciali che li depositano a tassi negativi presso la Banca Centrale, un’immensa ricchezza ferma da cui trae profitto solo la cupola finanziaria, pagata per custodire gli impulsi elettronici che hanno sostituito i titoli di proprietà cartacei.

Ovvio che i risparmiatori italiani non li acquistino nella certezza di rimetterci, ponendo sul mercato la notevole ricchezza privata italiana, pari ad almeno 4.200 miliardi, due volte e mezzo il PIL. Lentamente, ma costantemente, essa passa di mano trasferendosi ai signori del rischio altrui. Da anni, nel mercato dei titoli pubblici prevale il BTP, buono del tesoro poliennale con scadenza anche a lunghissimo termine, che impegna chi lo emette fino a trent’anni, alimenta un vorticoso giro speculativo e lascia il Tesoro alla mercé dei mercati. Lo spread che tanto eccita i commentatori è la differenza di rendimento, a parità di scadenza, tra il buono considerato più sicuro, tedesco, dai tassi più bassi, e quello degli altri Stati.

Perché l’eurosistema non preveda l’emissione di buoni propri, gli Eurobond inutilmente chiesti da Giulio Tremonti, non è un mistero. L’economia tedesca, la più forte, non li vuole, per finanziarsi a basso costo e drenare ricchezza dai paesi concorrenti, il più pericoloso dei quali è l’Italia.  Il casinò finanziario (ma si può omettere l’accento per chi trae denaro dal denaro) ha inoltre inventato ulteriori meccanismi, i cosiddetti derivati. I più comuni sono i CDS (Credit Default Swaps), strumenti di copertura destinati a trasferire ad altri il rischio. Si può scommettere indefinitamente al rialzo o al ribasso sui dei conti pubblici, cioè sulla capacità o meno di rimborsare i BTP a scadenza da parte degli Stati. Basta un’oscillazione più elevata di quella normalmente accettata dai modelli matematici degli operatori, o una voce, magari diffusa ad arte, per scatenare ondate di vendite seguendo l’effetto gregge.

Azionare lo spread nel chiuso degli ambulacri finanziari non è altro che un elemento di pressione e dominazione economica dei più forti a danno degli altri. La disinformazione fa il resto del lavoro sporco, ad esempio asserendo che nei primi giorni del mese si sono persi sei-otto miliardi a causa dell’aumento del differenziale. Ciò è falso in radice in quanto non vi sono state emissioni, quindi il dato riguarda gli speculatori, e diverrebbe vero se il dato si mantenesse per un intero anno. Le menzogne, si sa, sono pane quotidiano, anche se sono definite tali, fake news, solo le affermazioni che disturbano i manovratori, i sapientissimi geni che conoscono i nostri interessi meglio di noi, con i risultati che ciascuno può verificare.

I meccanismi sono truffaldini pur essendo tutti legali. Vale la pena di conoscerli meglio, con l’avvertenza che è nei dettagli tecnici, noiosi e complicati, che si nasconde l’imbroglio. Dicevamo della profonda differenza tra il debito pubblico odierno, nella sua composizione e nell’offerta, rispetto al passato. BOT e, in misura minore CCT, sono forme di risparmio, i Buoni Poliennali del Tesoro di investimento, dunque molto adatti alla speculazione. La pacchia è enorme specie per gli intermediari, società create ad hoc dalle grandi centrali d’investimento, le banche d’affari, quelli che pomposamente chiamiamo mercati. Non fanno che incassare commissioni, il rischio è sempre del cliente, l’eventuale crollo travolgerà investitori e Stati emittenti.

La distinzione tra strumenti di risparmio (BOT, CCT) e di investimento speculativo (BTP) è decisiva, ci torneremo, ma il primo problema da aggredire, se vogliamo cambiare la raccolta di titoli pubblici, è invertire i meccanismi delle aste. Prima della cessione del tasso di sconto al mercato finanziario, si svolgevano aste competitive per BOT e CCT, che favorivano l’emittente, il quale contava che la (sua!) Banca d’Italia avrebbe ritirato l’invenduto a un tasso accettabile. Le aste odierne sono dette marginali, poiché il BTP va a chi offre il tasso più elevato, cui sono costretti ad adeguarsi l’offerente e gli altri compratori. Ma, qui sta il punto, chi sono i partecipanti all’asta, i cosiddetti investitori istituzionali? Un gruppo ristretto, un cartello di pochi giganti della finanza comprendente il gotha affaristico del mondo, Citygroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley eccetera. Gli unici italiani sono Unicredit e Intesa San Paolo, massimi partecipanti di Bankitalia, di cui conosciamo la prevalente composizione azionaria estera.

Non ci toglieremo il cappio dal collo se continueremo a riservare il controllo del nostro debito sovrano a un cartello di speculatori internazionali che agiscono in sintonia e possiedono direttamente almeno 700 miliardi di nostri titoli, e molti altri attraverso partecipazioni e incroci azionari. Fortunatamente, è in corso un lento ritorno dei buoni in mani italiane, che andrebbe favorito con un cambio di marcia i cui contorni sono stati delineati da diversi docenti e esperti. La prima mossa è quella di imporre alla Banca d’Italia, che resta un soggetto di diritto pubblico, di comportarsi come la sua omologa tedesca, la Bundesbank, che, in caso di aste nelle quali il collocamento non è totale, non accetta vendite a tassi più elevati, ma trattiene i bond invenduti per piazzarli al momento più favorevole. Nonostante il Trattato di Maastricht, la Buba agisce come elemento di equilibrio del sistema tedesco.

Dobbiamo riprendere a utilizzare la ricchezza nostra, frutto di generazioni di risparmiatori laboriosi. Far scendere gradualmente la quantità di BTP (ora all’80 per cento del totale) a favore di BOT e CCT, da remunerare in maniera magari modesta, diciamo l’1, 1, 5 per cento, ma tale da suscitare l’interesse delle famiglie, sottraendole al ricatto degli investimenti a rischio offerti dal sistema creditizio. Il motivo per cui la nostra banca ci fa firmare pile di documenti fitti di clausole scritte in caratteri minuscoli, che non leggeremo mai e comunque non capiremmo, è per farci accettare il rischio degli investimenti che ci propone/impone, interessi spesso in contrasto con quelli del nostro Paese.

Attraverso l’inversione dei meccanismi d’asta, si potrebbe rimettere nel sistema pubblico un consistente pezzo di risparmio privato con l’opportunità di ricomprare nel tempo i BTP in mano alla speculazione. A quel punto, la pistola dello spread sarebbe scarica. L’arma del ritiro dei bond germanici utilizzata dalla Buba permette di aggirare il divieto dell’art.123 del Trattato di Maastricht che vieta prestiti diretti agli Stati, peraltro ampiamente superato dalle acrobazie finanziarie che permettono da quasi quattro anni l’iniezione nel sistema bancario da parte di BCE di decine di miliardi di euro virtuali ogni mese, per sconfiggere, con modesti risultati, la deflazione.

Il grosso problema all’orizzonte internazionale è la crescita costante del debito privato, una distorsione da cui l’Italia è risparmiata. Un prestigioso organismo di consulenza, il Boston Consulting Group, già nel 2011 ha pubblicato un rapporto in cui consigliava di cancellare parte del debito privato, prendendo atto che non sarà mai ripagato.  Una soluzione nota già nella Mesopotamia e tra gli antichi ebrei, a cui Dio ordinava di rimettere ogni debito dopo mezzo secolo (sette volte sette anni), di cui resta traccia nella preghiera del Padre Nostro. La finanza postmoderna ha escogitato una soluzione alternativa, che sta facendo inserire nelle legislazioni degli Stati assoggettati al suo dominio. Si chiama bail in (le parole devono sempre risultare oscure, arcane, per impressionare e confondere) e significa prelevare i nostri soldi, forzosamente e per legge, dai nostri conti. Nel diritto penale comune si chiama rapina ed è un titolo di reato, ma la nuova legalità incombe ed è urgente difenderci.

Fondamentale è disporre di un grande istituto bancario pubblico in grado di convogliare i risparmi, renderli sicuri rilanciando il ruolo fiduciario dello Stato. Gli strumenti esistono: Banco Poste è un istituto di diritto privato, ma la proprietà è pubblica, la sua diffusione sul territorio capillare. CDP, Cassa Depositi e Prestiti può essere convertita in una vera banca di investimento in grado di alimentare l’economia reale e assorbire parti di debito. Nulla di nuovo: è il ruolo della tedesca Kreditsanstalt fuer Wiederaufbau (Istituto di Credito per la Ricostruzione), attraverso la quale la Repubblica Federale finanzia operazioni che non figureranno nel bilancio dello Stato, mascherando al ribasso il proprio debito, a partire dal riacquisto dei titoli pubblici sul mercato secondario e dalla messa in sicurezza del debito degli enti pubblici. La raccolta di KfW (oltre 500 miliardi) è circa doppia rispetto alla nostra CDP. Analogo ruolo ha la francese BPI, Banque Publique d’Investissement, segno che gli Stati che intendono proteggere la propria sovranità economica riescono a farlo.

Alcuni propongono di estendere a tutti i cittadini l’obbligo di disporre di un conto fiscale già vigente per le partite IVA. Un conto corrente fiscale attivo presso Banco Poste, organizzato come sistema di pagamenti interno, renderebbe più semplice la raccolta del risparmio privato nazionale destinato a BOT dal rendimento modesto, ma certo, bypassando le regole che l’oligarchia ha imposto per i propri interessi. I rubinetti chiusi dall’esterno si riaprirebbero per merito della ricchezza che gli italiani hanno silenziosamente prodotto e conservato, di cui non devono essere espropriati dalla finanza internazionale nemica.

La conclusione è che la situazione è molto difficile, agire è complicato ma non impossibile, a patto che vengano assunte decisioni condivise da un popolo unito. Sappiamo che la tradizione di divisione intestina, il preferire lo straniero all’avversario interno è antica quanto la nostra nazione. Tuttavia, se intendiamo conservare non solo sovranità e indipendenza, ma la concreta proprietà del nostro denaro, frutto del sudore nostro e dei padri, da trasmettere ai figli, non vi sono alternative. La strada è stretta ma non del tutto impraticabile. Ai tempi della Roma repubblicana, minacciata nella sopravvivenza dalla potenza cartaginese, Catone il Censore, custode intransigente della romanità, usava concludere i suoi discorsi in Senato con una frase destinata a riassumere l’intera politica di Roma: ceterum censeo Carthaginem esse delendam”, per il resto, penso che Cartagine debba essere distrutta.

Nel presente, nessun vero cambiamento potrà ripristinare la sovranità popolare e la stessa democrazia politica se non recupereremo il controllo pubblico dell’emissione e della circolazione del denaro, sottraendola ai potentati finanziari privati che ce l’hanno legalmente sottratta, creando il debito nella forma e nell’abnorme dimensione attuale. Quel giorno i popoli torneranno a respirare. Sino ad allora, dovremo accettare un destino da servi o, al massimo, difenderci con meccanismi del tipo di quelli esposti, elaborati da studiosi estranei al potere dei signori del denaro. La Cartagine finanziaria non può essere riformata, ma sconfitta attraverso la volontà popolare.

Attenzione, l’EUropa è obbligata ad istigare un golpe in Italia entro fine 2018: ecco come e perchè

quelsi.it 6.10.18

Attenzione, l’EUropa è obbligata ad istigare un golpe in Italia entro fine 2018: ecco come e perchè

L’EU è in crisi esistenziale. Soprattutto a causa delle enormi bugie dette in passato con il fine non di aiutare i vari paesi ad uscire dalla crisi ma piuttosto di perpetrare il potere in mano all’asse franco tedesco, con lo scopo di creare un mostro sovranazionale – l’EU – in grado di sostituirsi a termine agli USA in EUropa, asservendosi agli interessi dell’asse dominante. Un piano che data dalla fuga dei nazisti in Sud America 75 anni fa; la rivincita, come se fosse stato rinviato a tempi più propizi.

Il problema reale è che l’austerità imposta ai periferici dal 2009 NON ha funzionato e non funziona, serve solo per drenare ricchezza dalla periferia al centro (gli USA ad esempio crescono del 4% facendo il perfetto contrario). Esempio da manuale la Grecia: lo stesso FMI ha riconosciuto che l’austerità ha fatto danni in Grecia, che “si sono sbagliati” a fare i conti, che il moltiplicatore fiscale è stato stimato male con il risultato di far crollare l’economia ellenica pur senza ridurre il debito (è passato dal 140% nel 2010 a circa il 175% attuale, senza prospettiva di ridurlo drasticamente per i prossimi 20 anni almeno).

Il problema è che annientare economicamente la Grecia è servito alle aziende EUropee, previa imposizione via troika di svendere le aziende statali, per comprare a basso prezzo pezzi pregiati del sistema ellenico. Su tutti gli aeroporti greci, preziosi, acquistati addirittura dallo Stato tedesco (ossia da un’azienda di stato teutonica). Lascio perdere il caso – scandaloso – dell’imposizione tra le misure della troika di una data di scadenza del latte ellenico più lunga, in modo da permettere alle aziende casearie e lattiere francesi e tedesche di penetrare il mercato del Peoloponneso, altrimenti troppo lontano.

Or dunque, oggi l’EU si trova davanti ad una minaccia mortale: le politiche economiche gialloverdi che rinnegano l’austerità rappresentano una minaccia mortale per gli interessi franco-tedeschi. Come abbiamo visto – appunto – l’austerità NON serve per uscire dalla crisi, anzi solo per peggiorarla costringendo nel tempo alla svendita del Paese. Oggi abbiamo finalmente uno scienziato dell’economia – e non il solito economista corrotto – a dirigere le danze, uno che NON ha bisogno di soldi ovvero non si fa comprare: Paolo Savona. Egli ha elaborato un piano tanto semplice quanto rivoluzionario: togliere austerità e fare spesa, contando sul fatto che l’economia sarebbe crescita più della salita del debito. Ossia riducendo il rapporto debito/PIL. BANG!

Pensateci bene: se il progetto savoniano funzionerà – come io penso, per altro – significherà mettere in discussione 10 anni di crisi euroimpostaDi più: si tratterà di chiedere i danni all’EU per gli errori fatti, in primis alla Grecia da Germania, Francia ed Olanda. Infatti sarà un attimo rinfacciare gli errori fatti in passato ad esempio con gli eurobonds.

Ricordo poco tempo fa le parole di uno di quei giornalisti intelligenti ma sempre troppo allineati a chi comanda, Barisoni, di Radio 24. La sua tesi era tanto semplice quanto disarmante: sulla Grecia e l’austerità euroimposta ci si è sbagliati, ci spiace, ma ora bisogna guardare avanti. Più o meno questo era il discorso. Eh non Barisoni, chi ha sbagliato deve pagare Anzi, come in qualsiasi rapporto economico e commerciale, bisogna RIFONDERE I DANNI. Partiamo da questo concetto, correggere le storture passate pagando i danni, che è meglio. Faccio notare che per colpa di misure sbagliate la mortalità infantile di Atene ha raggiunto livelli di terzo mondo. L’Europa, noi Europei tutti, dobbiamo vergognarci di questo. E per colpa di Berlino e Parigi e delle loro manie di grandezza oltre che brame di potere!.

Or dunque, visto che le misure economiche di Paolo Savona e del governo gialloverde FUNZIONERANNO, l’EU deve impedirlo, semplice. Da qui la recente discesa in Italia di Draghi in confessione gesuitica con Sergio Mattarella.

Per essere chiari fino in fondo, l’EU è OBBLIGATA ad istigare un colpo di stato in Italia entro la fine dell’anno al massimo, più propriamente entro gli inizi di novembre, se non vuole scomparire nei prossimi 2 anni.

Questo per una serie di ragioni: la prima, con la nomina di Kavanaugh e le successive elezioni Midterm, Donald J. Ttump ed i suoi militari avranno il pieno controllo delle operazioni. Infatti il Senato statunitense di fatto ha il ruolo di controllore del presidente; dopo la morte di McCain e dopo la prossima tornata elettorale la Presidenza USA avrà mani libere prima di tutto in tema di nomine, sia come ministri che ad esempio alla Fed, dove le strategie trumpiane sono state bloccate con lo stop alle nomine da parte del Senato, fino a oggi senza piena maggioranza.

In più la prossima primavera ci saranno le elezioni europee: immaginatevi cosa potrebbe succedere se le misure italiane, magari aiutate opportunamente dagli USA, dovessero anche solo fare intravedere una crescita dell’economia nazionale. Significherebbe la rivoluzione in EUropa all’ordoliberismo, tutta EUropa si accorgerebbe di essere stata turlupinata da Berlino e Parigi. E questo con lo scopo da una parte di rafforzare geostrategicamente i tedeschi e dall’altra per permettere alla Francia di continuare a vivere al di sopra delle sue possibilità.

Il progetto franco tedesco funziona solo se si riesce per un verso a drenare ricchezza dalla periferia (prima di tutto dal paese più ricco, l’Italia) e dall’altro ad indebolire il potere dell’avversario futuro dell’EU nel vecchio continente, gli USA. Ossia, encore, scagliarsi in particolare contro i principali partners statunitensi in EUropa (encore l’Italia).

Capito il perchè, possiamo immaginare come si estrinsecherà detto tentativo di golpe istigato dall’EU in Italia.

Prima di tutto si tenterà di destabilizzare il Belpaese a livello finanziario, con lo spread. Poi si faranno intervenire i cooptati ed i media locali per dinamitare le politiche italiche, ecco dunque spiegato il viaggio di Draghi a vistare Mattarella, con annessa conferenza stampa che tutti abbiamo dubitato avesse lo scopo di a destabilizzare i mercati contro l’Italia.

Chiaramente la BCE farà la sua parte facendo esplodere lo spread.

Dopo le elezioni Midterm Trump, con la maggiranza della Fed per via dell’elezione di M. Bowman e M. Goodfriend, gli USA avranno gioco facile nel deragliare i tentativi della BCE di indirizzare i mercati in versione anti USA (ad oggi la maggioranza dei governatori eletti alla Fed – e non di quelli a rotazione – è ancora incredibilmente di stampo obamiano, con un governatore chiave per le decisioni di policies [Lael Brainard, nominata da Obama] addirittura tedesca, cresciuta nella Polonia comunista [ossia prossima a A. Merkel, …] ed in Germania prima della caduta del muro di Berlino).

Come capite l’EU non ha molto tempo. Se a fronte di risultati economici incoraggianti l’Italia anti austerità farà in modo di rendere ingovernabile l’EU alle prossime elezioni EUropee sarà un disastro.

Speriamo tutti che Germania e Francia non decidano di fare il grande passo ossia destabilizzare l’Italia con gli attentati (ora che l’arma dei migranti è stata neutralizzata, occhio però al futuro tentativo tedesco di spedire quanto più migranti giunti in Germania e Francia nel luogo diprimo approdo). Va per latro detto che per evitare tale deriva gli USA da un anno e mezzo si sono premurati di rimpolpare tutti i ranghi NATO in Europa ed Italia con la maggioranza di generali italiani od oriundi. Ed il prossimo attacco agli francesi in Libya e Tunisia è questione di settimane, post conferenza intergovernativa per il Maghreb di metà novembre

Attenti ai segnali deboli nei prossimi giorn, l’EU è obbligata a reagire, non può lasciare lavorare Savona et al.

Crac banche venete, i risparmiatori rivedranno i loro soldi

Francesco Rossi rainews.it 6.10.18

L’annuncio della presidente di Consumatori attivi. Il governo avrebbe assicurato 1,5 miliardi di euro, attingendo ai cosiddetti “conti dormienti” che a novembre andranno in prescrizione

La presidente di Consumatori attivi, Barbara Puschiasis, canta vittoria davanti ai 300 risparmiatori delle Popolari venete giunti alla Camera di Commercio di Udine per fare il punto della situazione. Dall’incontro del 4 ottobre al Ministero dell’economia e delle finanze – sottolinea – è giunta la rassicurazione che i rimborsi arriveranno. Come? Con i soldi dimenticati – da altri risparmiatori – in banche e assicurazioni. I cosiddetti conti dormienti, fermi da vent’anni, che a novembre andranno in prescrizione e confluiranno in uno specifico fondo statale. La legge Tremonti, che lo regola, prevede che questo gruzzolo venga utilizzato esclusivamente per ricerca scientifica, social card e – appunto – frodi finanziarie.
L’impegno preso dal Ministero, nell’incontro con le associazioni di tutela, è che un miliardo e mezzo di euro confluisca direttamente al fondo dei risparmiatori traditi. Non solo quelli delle Popolari venete, ma pure di Carife, Banca Marche, Banca Etruria e CariChieti. In tutto sono 350mila – di cui 210 mila delle Popolari venete, 16mila in Friuli Venezia Giulia – per un totale di 15 miliardi di euro andati in fumo. Data la provenienza del denaro, questa misura non influisce sulle tasche dei cittadini, e quindi sul deficit, sottolinea Puschiasis.
Considerato che non tutti faranno la domanda di rimborso – c’è tempo fino al 30 aprile 2019 – e che la prima rata non può superare i 100mila euro, Consumatori attivi confida che i piccoli risparmiatori già il prossimo anno potranno recuperare il 30 per cento dell’importo perso.
Ora – dichiara Puschiasis – è importante non abbassare la guardia, attendendo che l’impegno preso diventi realtà nel collegato al Def, il documento di economia e finanza. Poi proseguire la battaglia, insistendo affinché il fondo di ristoro continui a essere alimentato con le somme  che anno per anno arriveranno dai conti dormienti, fino al completo rimborso dei risparmiatori traditi dalle banche.

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La Grecia è talmente salva che ci vuole un altro bailout

 scenari economici.it 6.10.18

La Grecia è salva, il mantra europeo è questo. Peccato che sia necessario un altro bailout. Le banche greche non stanno andando affatto bene, anzi, le loro quotazioni stanno andando a picco:

Vediamo Piraeus Bank:

Ed ora consideriamo Alpha Bank

Il problema è l’enorme carico di NPL delle banche locali. A dimostrare il fatto che non può esistere un sistema bancario sano in un’economia defunta, possiamo dire che le principali banche greche hanno una percentuale di NPE su affidamenti che è superiore al 40%…. L’obiettivo è di dimezzare questi valori riportandoli a percentuali se non europee, almeno italiane, ma si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere per via ordinaria:

Un disastro per il quale si cerca una via di fuga imitando l’Italia, cioè con dei veicoli speciali che possano essereceduti sul mercato, quindi finanziarizzando gli NPL. L’operazione ha però dei lati problematici anche peggiori rispetto all’Italia, soprattutto per quanto riguarda il taglio Junior degli eventuali titoli, il cui valore sarebbe , oggettivamente, vicino a zero, mentre perfino i tagli Senior non sarebbero facili da vendere e tutto può avere senso solo con l’intervento del Fondo Ellenico di Stabilità Finanziaria. Attraverso questo fondo le banche scambierebbero almeno la parte senior del proprio debito con titoli garantiti dallo stato, ma questo presenterebbe due ordini di problemi:

  • i titoli a garanzia statale quanto sarebbero sicuri ?
  • il Fondo Ellenico di Stabilità Finanziaria già possiede importanti partecipazioni nelle banche per cui aumenterebbe la propria esposizione negli istituti.

Purtroppo quando la Banca Centrale non esiste più e la BCE , sinceramente, se ne infischia non resta che far pagare il costo delle operazioni ai cittadini, quando questo è possibile, oppure portarsi dietro omnia saecula seculorum un sistema creditizio virtualmente fallito e farcito di NPL; inadatto a finanziare qualsiasi crescita.

Torna il “VaR Shock”: le obbligazioni globali perdono 880 miliardi di dollari in una settimana

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

I mercati erano in subbuglio, i futures S & P sono stati bloccati al ribasso mentre gli operatori si sono fatti prendere dal panico, il sistema politico dell’istituzione era nel caos e i portafogli obbligazionari globali stavano per subire in pochi giorni quasi 1,2 trilioni di perdite.

Tutto ciò è avvenuto nelle ore e nei giorni successivi all’elezione dell’8 novembre 2016 di Donald Trump come shockwave Value at Risk (o VaR) diffuso in tutto il mondo per timore che Trump avrebbe innescato una conflagrazione inflazionistica che avrebbe annullato anni di politica monetaria non ortodossa, inviando interessi valuta i mercati azionari in forte rialzo e in frenata.

In retrospettiva, non è accaduto, e mentre lo shock iniziale della rivoluzione politica negli Stati Uniti ha perso il fiato, gli acquisti di obbligazioni sono ripresi e lo shock del VaR del 2016 è svanito come un ricordo spiacevole.

O meglio, non è successo allora , perché l’avanzamento veloce di poco meno di due anni, quando la consapevolezza che qualcosa potrebbe cambiare profondamente con l’economia statunitense ha scatenato l’ultimo mercato globale Value at Risk, o VaR shock, quando in appena l’intervallo di tre giorni con l’esplosione dei tassi d’interesse sia negli Stati Uniti che in tutto il mondo …

… sono stati persi circa $ 876 miliardi nel valore del mercato obbligazionario , il più grande calo settimanale dopo lo shock del VaR delle elezioni Trump , e cancellando il valore di un anno di profitti sul mercato quando il valore aggregato delle obbligazioni globali è sceso a $ 48,9 trilioni, il più basso di nuovo a ottobre 2017.

I catalizzatori immediati sono stati ampiamente discussi qui nei giorni scorsi: un ISM non manifatturiero, un discorso sorprendentemente da falco del presidente della Fed Powell in cui ha avvertito che i tassi “possono andare oltre neutrali” e, in conclusione, un’altra robusta busta paga non agricola . Nel frattempo, le obbligazioni europee hanno perso terreno a causa dei rinnovati timori sulla politica italiana mentre i mercati emergenti sono stati eliminati a causa del dollaro forte che a sua volta ha schiacciato le obbligazioni locali.

Ma oltre ai catalizzatori economici e politici, una minaccia più grande è il disastroso deficit del bilancio USA: con tagli alle tasse da parte dell’amministrazione Trump che mettono il disavanzo del bilancio degli Stati Uniti sulla strada giusta per raggiungere $ 1 trilione l’anno prossimo, il Tesoro di Steven Mnuchin prevede di prendere in prestito $ 770 miliardi nella seconda metà del 2018, un aumento di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso; e con la Fed che ha ridotto attivamente il proprio portafoglio ora a un ritmo di $ 50 miliardi / mese in un brusco calo dei fondi pensione e degli acquisti di investitori stranieri, i tassi di interesse non hanno altro da fare che aumentare per attirare gli acquirenti.

L’impatto netto è drammatico. BlackRock stima che la fornitura netta di titoli del Tesoro raddoppierà più del doppio quest’anno, raggiungendo oltre $ 900 miliardi e salirà a quasi $ 1,2 trilioni nel 2019. Il mercato non ha dovuto assimilare tanto debito pubblico dal 2010, quando la Fed monetizzava un parte sostanziale di questo deficit con QE1 e QE2.

In tutto questo, non sorprende che il rendimento del debito a 10 anni non abbia toccato solo un massimo di sette anni, ma lo ha fatto a una velocità pari a quella del selloff di gennaio, che ha innescato una correzione del 10% nello S & P .

E mentre le azioni hanno subito il peggior calo di due giorni da maggio, potrebbe peggiorare molto: forse l’unica cosa che impedisce è che mentre la volatilità del mercato obbligazionario è esplosa da un minimo storico questa settimana, ha ancora un modo per recuperare alla drammatica mossa osservata a gennaio.

Ciò potrebbe ancora accadere, perché ora che la realtà è tornata di nuovo nel mercato obbligazionario con un botto, non un piagnucolio, ci viene ricordato quello che ha detto Ray Dalio a gennaio, quando poco prima del picco del mese di gennaio, il fondatore di Bridgewater ha detto al miliardario Bloomberg TV afferma  che il mercato obbligazionario è “scivolato in una fase ribassista” e ha avvertito che un aumento dei rendimenti potrebbe innescare la più grande crisi per gli investitori a reddito fisso in quasi 40 anni.

“Un aumento dell’1 per cento dei rendimenti obbligazionari produrrà il più grande mercato orso in obbligazioni che abbiamo visto dal 1980 al 1981 ” , ha detto il fondatore della Bridgewater Associates Dalio in un’intervista televisiva Bloomberg a Davos. disse.

I lettori potrebbero ricordare che quando si è rivolto alla Fed di New York nell’ottobre 2016, Dalio ha fatto praticamente la stessa predizione quando ha commentato il DV01 del mercato obbligazionario:

… ci vorrebbe solo un aumento di 100 punti base dei rendimenti dei titoli del Tesoro per innescare il peggior calo dei prezzi delle obbligazioni dal crollo del mercato obbligazionario del 1981. E poiché tali tassi di interesse sono incorporati nella determinazione del prezzo di tutti i beni di investimento, ciò li invierebbe tutti molto più bassi.

Dalio si riferiva al record DV01 nel mercato obbligazionario, che secondo l’ ultimo rapporto OFR pubblicato a dicembre, è salito a $ 1,2 trilioni: è la perdita del conto economico da un aumento dei tassi di 100 pb.

Il cane da guardia ha rilevato che “le valutazioni sono anche elevate” nei mercati obbligazionari. Di particolare interesse è la discussione dell’OFR sulla durata. Riprendendo da dove avevamo lasciato a giugno 2016 , e calcola che “ai livelli attuali di duration, un aumento di 1 punto percentuale dei tassi di interesse porterebbe a un declino di quasi $ 1,2 trilioni di dollari dei titoli sottostanti l’indice”.

E visivamente:

Tuttavia, come abbiamo spiegato lo scorso dicembre, si tratta di una stima a bassa palla che “sottovaluta le potenziali perdite” in quanto “non include obbligazioni ad alto rendimento, mutui a tasso fisso e derivati ​​a reddito fisso”, il che suggerirebbe che il il numero reale è probabilmente più del doppio di quanto stimato se si tiene conto di tutti i prodotti di durata. Come promemoria, Goldman ha calcolato l’intero universo della durata a $ 40 trilioni a partire dall’estate 2016, causando $ 2,4 trilioni di perdite per una mossa dell’1%. Ormai il numero è molto, molto più grande.

E sicuramente, con i tassi USA in rialzo di circa un quarto di punto percentuale nella scorsa settimana, il risultato è stato di oltre $ 800 miliardi in perdite MTM, meglio noto ai trader obbligazionari come uno ” shock VaR ” .

In un altro momento di lungimiranza, durante il Davos di quest’anno, Dalio ha anche previsto che la Federal Reserve stringerà la politica monetaria più di quanto abbia segnalato e ha affermato che “la crescita economica è nella fase avanzata del ciclo, ma potrebbe continuare a migliorare per altri due anni.” Ancora una volta, è stato l’avvertimento esplicito di Powell che la Fed aumenterà al di là del tasso neutrale che ha spinto le azioni, che fino a quel momento avevano ampiamente ignorato il selloff sulle obbligazioni, a prestare attenzione e ad immergersi.

Perché? Perché, come abbiamo dimostrato all’inizio di questa settimana per gentile concessione del seguente grafico di Stifel, ogni volta che questo è accaduto, inevitabilmente è seguito un mercato orso.

Questa è una brutta notizia per Trump: non solo Powell ha lasciato intendere che manterrà i tassi di escursioni per il prossimo futuro, ma in tal modo la Fed sarà il catalizzatore che alla fine si schianterà sul mercato, qualcosa di cui abbiamo discusso in precedenza  quando abbiamo definito le condizioni sotto che la Fed avrebbe continuato a fare escursioni, e ha avvertito che ogni ciclo di inasprimento della Fed termina con una crisi.

Ecco come il macro stratega di Deutsche Bank, Alan Ruskin, ha spiegato questa sequenza di eventi a maggio:

  • Ogni ciclo di inasprimento della Fed crea una crisi significativa da qualche parte, spesso esterna ma di solito con alcune cadute domestiche (USA). La stretta della Fed può essere paragonata alle autorità monetarie che scuotono un albero con alcuni frutti troppo maturi. Di solito non è del tutto ovvio che cosa cadrà fuori, ma che ci sia “caduta” non dovrebbe essere una sorpresa.
  • Tornando indietro nella storia, la stretta della Fed del 2004-6 è sembrata benevola, ma il collasso degli Stati Uniti ha scatenato il contagio e un quasi collasso del sistema finanziario globale che ha sminuito tutte le crisi postbelliche.
  • Alla fine degli anni ’90, l’arresto della Fed ha iniziato a inasprire la crisi asiatica, il crollo della LTCM e della Russia, e al momento del risanamento, il pop della bolla azionaria.
  • L’iniziale fase di inasprimento del 1993-4 ha incluso le turbolenze dei mercati obbligazionari e la crisi messicana.
  • La fine degli anni ’80 ha rafforzato l’introduzione della crisi S & L.
  • Il primo inasprimento di Greenspan nel 1987 ha aiutato a scatenare il Black Monday, prima che la Fed si allentasse e “Greenspan put” sia decollato sul serio.
  • I primi anni ’80 includevano la crisi del debito LDC / Latam e il crollo di Conti Illinois.

Tornando all’inizio, il problema con gli shock VaR è che sono, per definizione, inaspettati e diversi dalle correzioni tradizionali quando i compratori entrano in gioco a livelli “value”, uno shock VaR è un ciclo di feedback positivo di liquidazione, quando di conseguenza della crescente convessità negativa dalla rapida perdita di valore delle posizioni sott’acqua, i commercianti sono costretti a vendere ancora di più, accelerando la mossa verso il basso.

Questo potrebbe essere il motivo per cui le quotazioni delle obbligazioni a 10 anni hanno chiuso venerdì prossimo ai massimi di sessione, anche se i compratori di tuffo sono emersi nell’ultima ora di negoziazione nell’S & P500. Il loro ottimismo potrebbe essere prematuro: dopotutto, come Bloomberg ha scritto correttamente a venerdì inoltrato, ” Tutti gli incubi per gli investitori azionari iniziano nel mercato obbligazionario “. E se la rotta del bond globale accelera la prossima settimana, quando la Cina tornerà in vacanza per una settimana, l’incubo sarà appena iniziato.

End Of An Era: le banche svizzere ora espongono trucchi fiscali

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

È la fine di un’era per i famigerati conti segreti della Svizzera, in quanto il rifugio storico del mondo per la gestione della ricchezza offshore ha iniziato a condividere automaticamente i dati dei clienti con le autorità fiscali  in dozzine di altri paesi , secondo la  Reuters . 

L’Amministrazione federale delle contribuzioni (FTA) ha annunciato oggi che per la prima volta ha scambiato dati sui conti finanziari alla fine di settembre secondo standard globali che mirano a reprimere i trucchi fiscali.

Il segreto bancario esiste ancora in alcune aree – le autorità svizzere non possono automaticamente vedere cosa hanno i cittadini nei loro conti bancari nazionali, ad esempio – ma sono passati i tempi in cui i professionisti europei ben retribuiti potevano nascondere la ricchezza oltre confine e oltre gli sguardi indiscreti della loro tassa uomo. – Reuters

Lo scambio di informazioni era originariamente previsto per i paesi dell’UE più nove altre giurisdizioni: Australia, Canada, Guernsey, Islanda, Isola di Man, Giappone, Jersey, Norvegia e Corea del Sud, tuttavia “Cipro e Romania sono attualmente escluse perché non soddisfano ancora il requisiti internazionali in materia di riservatezza e sicurezza dei dati “, secondo l’accordo di libero scambio. 

Il trasferimento dei dati in Australia e Francia è stato posticipato “poiché questi stati non potevano ancora consegnare all’AFC per motivi tecnici”, ha detto l’agenzia, aggiungendo che mancano ancora informazioni da Estonia, Polonia e Croazia. 

Circa 7000 banche, trust, assicuratori e altre istituzioni finanziarie registrate presso l’FTA raccolgono dati su milioni di conti e li inviano all’agenzia delle entrate svizzera. L’FTA a sua volta ha inviato informazioni su circa due milioni di account agli stati partner. Non ha valore sugli account in questione. – Reuters

Le informazioni scambiate comprendono i nomi dei proprietari degli account, gli indirizzi, il paese di residenza e le informazioni di identificazione fiscale – nonché il saldo del conto, l’istituto di segnalazione e il reddito da capitale. Ciò consente alle autorità di indagare se i contribuenti hanno dichiarato le loro partecipazioni finanziarie estere. 

Lo scambio annuale di dati si espanderà l’anno prossimo in circa 80 stati partner, purché soddisfino i requisiti in materia di riservatezza e sicurezza dei dati. L’idoneità all’inclusione è determinata dal forum globale dell’OCSE sulla trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali. 

Il famigerato segreto bancario svizzero si sta erodendo da anni sotto la pressione internazionale, il che ha in gran parte bloccato la possibilità per i ricchi individui e famiglie di nascondere i beni nel rifugio alpino. Come   osserva la Reuters , ciò pone la Svizzera in “feroce concorrenza” con centri finanziari a crescita più rapida come Singapore e Hong Kong. 

Il capitalismo della cannabis: chi è che guadagna nell’industria della marijuana?

comedonchisciotte.org. 6.10.18

ALEX HALPERIN

theguardian.com

A due ore di viaggio a nord di San Francisco, nella contea di Mendocino, gli ordinati vigneti a lato della strada lasciano spazio ai fitti boschi e alla costa nebbiosa dell’Emerald Triangle, la più famosa regione americana per la coltivazione della marijuana. Nel mese di giugno, più di 300 membri dell’industria della cannabis si erano riuniti laggiù per un fine-settimana a base di falò, camminate sotto le stelle e nuotate nel fiume.

Era un’ambientazione meravigliosa, dove discutere il motivo per cui nessuno di loro sembrava guadagnare qualcosa.

Gli Americani spendono circa 40 miliardi di dollari l’anno in marijuana, legale ed illegale. Il loro appetito è certamente destinato ad aumentare, dal momento che diventa sempre più facile avere accesso alla droga e che l’industria continua a presentare l’erba come compatibile con una normale vita da persona adulta.

Nella sola California, decine di migliaia di aziene agricole coltivano la pianta, che viene lavorata e commercializzata in sigarette elettroniche splendidamente impacchettate e in forme commestibili, destinate a consumatori che esulano dal mercato consolidato degli adolescenti. Oggi, negli Stati Uniti, gli anziani sono la categoria dei consumatori di marijuana che cresce più rapidamente.

Il futuro sembra davvero molto verde. Ma, fin dal primo gennaio del 2014, quando il Colorado aveva inaugurato il primo mercato mondiale regolamentato per la marijuana ricreativa, il contesto economico delle aziende del settore della cannabis si è rivelato estremamente ostico, per tutta una serie di ragioni: tassazione elevata, regole che cambiano di continuo e un sempre robusto mercato clandestino.

Oltre alle sfide imprenditoriali, l’industria americana della marijuana legale deve fare i conti anche con un inevitabile aspetto morale. Gli Stati Uniti sono coinvolti in una “guerra alla droga,” iniziata nel 1971 da Richard Nixon. Mentre gli Americani bianchi fanno uso di marijuana e di altre droghe più o meno nella stessa proporzione, sotto tutti gli aspetti, degli Afro-Americani e dei Latini, le minoranze etniche vengono incarcerate in misura nettamente superiore e, in ogni caso, punite per il loro coinvolgimento con le droghe, vendita di marijuana compresa.

In più, i gruppi emarginati, pazienti sofferenti di Aids, disabili, veterani di guerra, che si erano battuti per la legalizzazione quando era molto più pericoloso farlo, ora si trovano impreparati a competere contro ex-manager di grosse aziende, ben forniti di fondi, che vogliono saltare sullo stesso treno.

Una società, la Acreage Holdings, che questa estate ha raccolto 119 milioni di dollari in capitali di investimento, ha arruolato l’ex portavoce repubblicano della Camera, John Boenher, per essere aiutata a muoversi in questo mercato. Boenher non ha mai fumato erba, “non ne aveva la necessità o l’inclinazione,” secondo un portavoce [dell’azienda], e , mentre era in carica, si era dichiarato “fermamente contrario” alla sua legalizzazione.

Con la marijuana legalizzata, diventata ora una delle industrie nazionali in più rapida crescita, chi ci guadagna è una domanda altrettanto legittima del chiedersi chi possa essere punito.

La sfida morale di questa industria è quella di far sì che i gruppi che hanno sofferto maggiormente durante la guerra alla droga possano partecipare alla corsa all’oro verde e aggiudicarsi le spoglie della legalizzazione.

Una classica storia di gentrificazione

La storia di Amber Senter, una donna in affari ed attivista, che aveva partecipato al campeggio del fine-settimana, ribattezzato Meadows Land, ci chiarisce, in qualche modo, come mai l’equità razziale sarà difficile da raggiungere nel settore della cannabis, così come lo è nel resto della vita americana.

La Senter si era trasferita ad Oakland, California, nel 2014. Veterana della guardia costiera, con esperienza di marketing aziendale e progettazione grafica, aveva lavorato come dirigente per Magnolia, un dispensario, ed era diventata la paladina delle donne di colore che, come lei, operano in questo genere di attività.

Oakland, la patria del partito delle Pantere Nere, è nota per la politica estremista e letensioni razziali. E’ stata la prima delle giurisdizioni americane a vedere nella legalizzazione un’opportunità economica e aveva autorizzato l’apertura dei dispensari fin dal 2014. Più di recente, è stata una delle prime municipalità a creare un “programma di partecipazione” per sostenere imprenditori della marijuana detenuti per reati connessi alla droga o provenienti da quartieri considerati troppo coinvolti nella “guerra alla droga.”

La Senter non era riuscita ad entrare nel programma di partecipazione. Ma, nel novembre del 2017, il suo socio in affari aveva stipulato un accordo di intesa per aprire un dispensario con Marshall Crosby, un personal trainer di una cinquantina d’anni, che era riuscito a qualificarsi.

Nato nella zona povera di Oakland, l’East Side, Crosby aveva avuto una vita dura. Primo di otto figli, diceva di portare in corpo ancora diverse pallottole e aveva anche trascorso alcuni periodi in prigione. “Sono diventato una statistica in una vita di droga, già da molto tempo,”aveva detto.

Il 31 gennaio, Crosby aveva avuto un colpo di fortuna. Oakland aveva deciso di estrarre a sorte, fra alcune decine di candidati al programma di equità, i nomi di chi avrebbe potuto ottenere la licenza per un dispensario. Crosby si era ritrovato fra i quattro vincitori.

Alcune settimane dopo, aveva scritto al socio di Senter: “Ho deciso di non lavorare con lei. Ho preso un’altra strada.” Piuttosto che impegnarsi con i suoi partners locali, Crosby aveva deciso di associarsi con Have a Hearth, una catena di dispensari, con sede a Seattle, a 1220 km. di distanza, che cercava di espandersi nella zona di Oakland.

In un’intervista, Crosby aveva detto di essersi sentito abbandonato dopo la firma del memorandum con il socio della Senter. E di provare un senso di affinità per il Direttore Operativo della Have a Heart, Ed Mitchell, che era cresciuto in un’altra zona difficile di San Francisco, la Bay Area.

Mitchell aveva detto a Crosby che, in Have a Heart, avrebbe ricevuto, una volta acquisita la licenza, una cifra di importo non precisato.

Il programma di partecipazione della città di Oakland è stato laboriosamente sviluppato nel corso degli anni per favorire non solo la creazione di posti di lavoro per i cittadini, ma anche per le aziende locali di marijuana. Ma la politica non ha impedito a Crosby di associarsi con una società esterna.

E’ una classica storia di gentrificazione,” aveva detto la Senter, subito dopo Meadows Lands. La catena dei dispensari si era “avvantaggiata tramite opportunità che non erano state create per lei.” Oltre ad estrometterla, la nuova attività commerciale entrerà in concorrenza, probabilmente con prezzi anche più bassi, con i dispensari gestiti localmente.

Have a Heart ha affermato che assumerà abitanti di Oakland per il 90% dei posti di lavoro in città e investirà nella riqualificazione della zona di Chinatown, dove spera di aprire. “Crediamo che Oakland sia il posto dove possiamo veramente fare del bene,” ha detto Mitchell.

Anche se ciò fosse vero, questa situazione anticipa altri accordi del genere, che potranno anche andare a beneficio di qualche autoctono, ma che creeranno profitti per le grosse corporations, a spese della cittadinanza.

Qualcuno è riuscito ad intromettersi e a sabotare dei leali rapporti d’affari; tutto questo è sbagliato,” ha detto Anne Kelson, una avvocatessa di Oakland specialista della cannabis, che non è professionalmente coinvolta nel caso.

La Kelson ha aggiunto che l’incidente ha sconvolto la comunità della cannabis di Oakland. “Più di un operatore economico è venuto da me e mi ha detto: ‘Se non ci riesce Amber Senter, chi può farlo?’”

Al di là della Baia di San Francisco, un’altra ambiziosa catena di dispensari, MedMen, sta cercando di associarsi con i candidati al programma di partecipazione. A differenza di operatori meno sofisticati, MedMen fornisce “una garanzia certa di funzionamento,” come ha affermato il suo portavoce, Daniel Yi. “In definitiva, un’attività che non ha successo non è di aiuto per nessuno.”

La coltivazione della marijuana in California

Molti partecipanti al campeggio di giugno provenivano dal settore artigianale. Parecchi avevano interessi professionali nella canapa ormai da decenni.

La coltivazione della marijuana in california non è mai stata facile. Quelli che ci sono riusciti sono abili, furbi e conoscono molto bene la legge.

Oggi hanno messo in pratica il loro acume per risolvere le infinite complicazioni del mercato californiano. Si conforma e nello stesso tempo si discosta dallo sterotipo del drogato il fatto che la maggior parte delle conversazioni a Meadows Land abbiano approfondito argomenti come le variazioni al piano regolatore, i materiali da costruzione e le normative sull’utilizzo delle acque.

Fra gli esperimenti statali di legalizzazione, quello della California è di gran lunga il più importante e il più complesso. Per quei coltivatori che operano sui mercati illegali e semi-illegali della California e che vogliono entrare nel mercato legale, i costi possono essere brutali. Nel mercato clandestino, un coltivatore dell’Emerald Triangle può vendere una libbra [453 g.] a 3000 dollari, esentasse. Attualmente il prezzo [alla libbra, sul mercato regolare] è di circa 600 dollari, più tasse e costi di conformità.

Non ho mai visto un marchio artigianale di cannabis avere successo, perché non c’è convenienza economica,” ha affermato Hilary Bricken, un’ avvocatessa di Los Angeles che si occupa di cannabis nello studio di Harris Bricken.

“Attualmente, nessuno, nel settore della marijuana legale, si sta arricchendo,” ha detto Steve Schain, un legale esperto dell’Hoban Law Group, che tratta quasi esclusivamente le problematiche legate alla cannabis.

Secondo il punto di vista di Schain, anche le aziende più grandi e meglio amministrate sono destinate ad essere acquisite nel momento in cui le multinazionali dell’agroalimentare, degli alcolici e del farmaceceutico decidono che la cosa è redditizia. Già si possono trovare in Internet progetti per coltivazioni immense, centinaia di migliaia di metri quadri, nelle zone desertiche ad est di Los Angeles e in Canada.

Le difficoltà che avrebbero dovuto affrontare i piccoli produttori erano già state anticipate. Nel periodo antecedente la legalizzazione, i produttori artigianali della California avevano previsto, fino al 2013, una clausola che avrebbe proibito le coltivazioni di più un acro [0, 404 ettari], questo per dare ai piccoli coltivatori il tempo di adattarsi [alla nuova situazione].

Ma, quando lo scorso novembre, erano state approvate le nuove regole, una scappatoia aveva immediatamente consentito l’ingresso delle mega-aziende. L’Associazione dei Coltivatori Californiani (California Growers Association), che conta circa 1000 membri, ha intentato causa allo stato.

A Meadows Land, un produttore francese di hashish, noto come Frechy Cannoli aveva sostenuto che la cannabis artigianale avrebbe dovuto seguire il modello enologico francese e crearsi una “gerarchia qualitativa” basata sul concetto di territorio, secondo il principio che i fattori ambientali, come il tipo di suolo e il clima, sono quelli che contribuiscono alla resa finale di una coltivazione. Oggi, aveva detto, molti paesi producono del buon vino, ma, siccome la Francia aveva introdotto questo standard nel 19° secolo, “sarà sempre al centro dell’industria vinicola.”

Quella notte, Frenchy, che, a 62 anni, ha una fronte spaziosa e un sorriso da Arlecchino, era salito su un tavolo da pic-nic e, ridacchiando, si era messo a trafficare con narghilè a più derivazioni.

 

Iniziative per creare una “denominazione” alla francese per la cannabis della California settentrionale sono attualmente in corso, ma potrebbero anche non servire a molto, se i coltivatori si troveranno subito a dover competere con le grandi aziende industriali.

Anche se i piccoli coltivatori della California stanno lottando, hanno sempre comunque un certo peso. Questo spiega perché uno dei visitatori a Meadows Land, quel fine settimana, fosse il senatore dello stato della California, Kevin de Leòn, un candidato di basso profilo al Senato degli Stati Uniti, di tendenze politiche più di sinistra della sua collega Democratica, la senatrice Dianne Feinstein.

Mentre alcuni Democratici, come la Feinstein, si sono rassegnati alla legalizzazione, De Leòn la appoggia con tutte le sue forze. “Per molti lavoratori sottoccupati e per i disoccupati, la cannabis rappresenta il futuro,” aveva detto De Leòn, parlando una mattina nel campeggio [di Meadows Land]. Vestito con pantaloni stirati e con una camicia bianca e pulita, aveva scherzato: “non sono della narcotici.”

Il pubblico aveva riso. Dopo una notte di campeggio, erano le 8,30 del mattino e la gente si faceva le canne.

Spazio cannabis

Il Canada, come al solito, ha provveduto a legalizzare la marijuana in modo molto più ordinato degli Stati Uniti, con il giorno per la legalizzazione fissato al 17 ottobre. L’industria locale può forse dare alla sua controparte americana una visione del futuro.

In Canada, il mercato della cannabis è controllato attualmente da una manciata di società. E, poche settimane dopo Meadows Land, un’assemblea dell’industria della cannabis, molto diversa [da quella americana], si era svolta in un Grand Hotel, tutto vetrato, nel centro di Vancouver.

La cerimonia di apertura si era tenuta in una sala da ballo dove era vietato fumare. L’oratore principale era stato Henry Rollins, il leggendario cantante punk, conosciuto anche per le sue idee salutiste e che, personalmente, non fa uso di cannabis. Il suo messaggio alla International Cannabis Business Conference era stato che l’industria non dovrebbe essere troppo avida. Ma non aveva convinto nessuno.

Sono i manager che prenderanno il comando,” aveva detto Carolyn Cudmore, la fondatrice dell’azienda artigianale di Vancouver  The Preroll Factory.

Gli addetti ai lavori nel settore della marijuana parlano spesso di “spazio cannabis,” un termine abbastanza generico che comprende movimenti per la giustizia sociale e capitalismo impenitente, e non vedono nessuna contraddizione fra i due.

Con una competitività da vasca degli squali, quattro imprese start-up avevano presentato i loro progetti davanti ai rappresentanti della Canopy Rivers, il braccio finanziario della Canopy Growth, una delle maggiori aziende canadesi per la marijuana, quotata alla Borsa di New York. Si era parlato di un premio che poteva arrivare al milione di dollari canadesi (763.000 dollari americani) in fondi di avviamento, anche se il vincitore non aveva ricevuto nessuna garanzia.

Tramite l’utilizzo di un laboratorio analisi e di sofisticate apparecchiature per determinare la qualità della cannabis coltivata in serra, i giudici avevano assegnato il premio per la miglior dimostrazione a quella che sembrava la scelta migliore, la Bella Vista Cannabis, un’azienda che produce cannabis in modo biologico, gestita da un barbuto contadino da cinque generazioni. Uno dei giudici aveva detto che la Bella Vista aveva vinto la gara per la sua dedizione all’ambiente e per la sua missione sociale.

Alcune settimane dopo la conferenza, la Canopy aveva annunciato di aver ricevuto una richiesta di collaborazione dalla Constellation Brands, l’azienda di bevande americana che possiede il marchio della birra Corona, per un investimento di 4 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda Bella Vista, l’azienda si trova a dover affrontare le stesse pressioni che stanno schiacciando i piccoli coltivatori della California. Canopy non ha ancora fatto conoscere le sue intenzioni.

 

Alex Halperin

Fonte: theguardian.com
Link: https://www.theguardian.com/society/2018/oct/03/cannabis-industry-legalization-who-is-making-money
03.10.2018

Tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Cosa farà l’Italia nella European Blockchain Partnership

  startmag.it 6.10.18

Blockchain

Tutti i progetti dell’Italia nel campo della blockchain in racconto l’Unione europea

Ad aprile, l’Italia era stata una delle grandi escluse dell’accordo di partenariato europeo sulla blockchain, probabilmente anche per la concomitanza con le elezioni nazionali. Uno strumento di cooperazione tra gli Stati membri per scambiare esperienze e competenze in campo tecnico e normativo e preparare il lancio di applicazioni su scala europea in tutto il mercato unico digitale, a vantaggio dei settori pubblico e privato. A distanza di quasi sei mesi il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio ha voltato pagine e siglato l’adesione dell’Italia alla Blockchain Partnership.

DI MAIO: L’ITALIA NE ERA INSPIEGABILMENTE RIMASTA FUORI, ALMENO FINO AD OGGI

“L’Europa deve giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo delle tecnologie blockchain. Ventuno paesi dell’Unione Europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Norvegia) hanno già sottoscritto gli impegni della cosiddetta ‘European Blockchain Partnership‘ in occasione del Digital Day 2. In un secondo momento si sono uniti Grecia, Romania, Danimarca e Cipro – ha ricordato Di Maio -. L’Italia ne era inspiegabilmente rimasta fuori, almeno fino ad oggi. Lo scopo principale della collaborazione tra gli Stati membri sarà lo scambio di esperienze e competenze in campo tecnico e normativo, soprattutto al fine di promuovere la fiducia degli utenti e la protezione dei dati personali, aiutare a creare nuove opportunità di business e stabilire nuove aree di leadership dell’Ue a beneficio dei cittadini, dei servizi pubblici e delle aziende. A livello regolamentare si tenderà alla creazione di un ambiente flessibile, che rispetti le leggi dell’Unione Europea attraverso chiari modelli amministrativi”.

LA UE HA INVESTITO 80 MILIONI DI EURO IN PROGETTI LEGATI AL BLOCKCHAIN E CIRCA 300 MILIONI DI EURO SONO PREVISTI PER LO SVILUPPO DELLA TECNOLOGIA ENTRO IL 2020

Ad oggi la Commissione europea ha investito oltre 80 milioni di euro in progetti legati al Blockchain e circa 300 milioni di euro sono previsti per lo sviluppo della tecnologia entro il 2020, ha sottolineato il ministro: “A Febbraio di quest’anno la Commissione ha lanciato inoltre il ‘Blockchain Observatory and Forum‘, che rappresenta uno degli archivi più completi sulla blockchain a livello globale. La tecnologia blockchain sta già entrando nella vita quotidiana di cittadini e imprese, solo per citare alcuni esempi, nella gestione dello scambio di energia, della logistica, la tutela dei dati personali, sanitari e della proprietà intellettuale, sicurezza dei registri pubblici come catasto o anagrafe”.

IN MANOVRA FONDI SU AI, BLOCKCHAIN E INTERNET DELLE COSE. IL MISE AVVIA SELEZIONI PER GRUPPO DI ESPERTI PER SCRIVERE LA STRATEGIA NAZIONALE SULLE DLT

I primi effetti della nuova partnership sulla blockchain non hanno tardato ad arrivare. Nella Legge di bilancio sarà istituito “un fondo sull’intelligenza artificiale, la blockchain, l’Internet delle cose”, ha sottolineato prima di tutto Di Maio, parlando a un convegno sul 5G alla Camera. Mentre il dicastero da lui guidato ha pubblicato un avviso pubblico per la manifestazione di interesse per la selezione di 30 componenti del gruppo di esperti di alto livello per l’elaborazione della strategia nazionale sulle tecnologie basate su registri distribuiti e blockchain. Le manifestazioni di interesse dovranno essere presentate entro le ore 24.00 del 28 ottobre 2018. Il MiSE, si è ribadito ancora, ritiene una priorità fondamentale per il nostro Paese “conoscere, approfondire e affrontare il tema delle Distributed Ledger Technologies (DLT) e della blockchain, nonché aumentare gli investimenti pubblici e privati in tale direzione e nelle tecnologie strettamente connesse alle stesse, come giàespresso nelle linee programmatiche presentate dal Ministro”.

Dopo l’adesione dell’Italia alla partnership europea, e prendendo le mosse dalle iniziative dell’Unione, infatti, il prossimo passo del MISE – come già avvenuto per l’Intelligenza artificiale, i cui termini per la presentazione di candidature scadono il prossimo 15 ottobre – è l’adozione di una Strategia Nazionale per le DLT e la blockchain, da elaborare avvalendosi di un gruppo di esperti che approfondisca policy e strumenti sui diversi temi connessi allo sviluppo delle stesse, soffermandosi in particolare su obiettivi ben precisi. Tali obiettivi sono individuare iniziative private già esistenti a livello nazionale, monitorarle e analizzarne gli sviluppi e le ricadute socio-economiche; individuare use case relativi all’utilizzo delle DLT nel settore pubblico al fine di promuoverne la diffusione; individuare buone prassi sviluppatesi sulle tecnologie in parola elaborando strumenti per diffonderne l’applicazione; approfondire le condizioni necessarie per promuovere la ricerca, lo sviluppo, l’impiego, l’adozione ed il mantenimento del carattere decentralizzato delle DLT e in particolare della Blockchain in modo da incrementarne e accelerarne la diffusione nei servizi pubblici e privati; elaborare gli strumenti necessari per creare e favorire le condizioni economiche, politiche e regolatorie affinché cittadini e imprese, in particolare PMI e start-up, possano beneficiare del potenziale rappresentato dalle funzionalità di queste tecnologie; elaborare strumenti tecnici e normativi volti a diffondere l’applicazione degli smart contract. Per assicurare un approccio organico e trasversale al tema della Blockchain, il gruppo, presieduto dal Ministro o suo delegato, sarà composto da 10 membri esponenti del mondo imprenditoriale o delle associazioni di categoria di riferimento che operano in ambito di DLT e Blockchain; 10 esponenti di organismi e centri di ricerca, della pubblica amministrazione, del mondo accademico o think-tank; 10 esponenti delle organizzazioni sindacali, del terzo settore, dei consumatori e, in generale, della società civile; rappresentanti del MiSE. Per assicurare trasparenza e poter beneficiare della massima condivisione e del contributo dell’intera comunità di interesse, la Strategia Nazionale Blockchain, una volta elaborata, sarà poi sottoposta a consultazione pubblica. I soggetti interessati a presentare la propria candidatura possono consultare l’avviso per la manifestazione di interesse.

IL SOTTOSEGRETARIO TOFALO: IL DOMINIO CIBERNETICO HA PERÒ UNA SUA FISICITÀ E LA TECNOLOGIA BLOCKCHAIN PUÒ AVERE INFINITE APPLICAZIONI

Soddisfatto, naturalmente, il mondo politico. Per il Sottosegretario di Stato alla Difesa Angelo Tofalo la dichiarazione firmata tra il ministro Di Maio e il Commissario europeo per l’economia e la societa’ digitali, Marija Gabriel “è una data importante perché l’Italia entra nel blocco della ‘European blockchain partnership’. Sono consapevole della difficoltà nel percepirne l’importanza, questo accade spesso quando si parla di virtuale – ha evidenziato Tofalo -. Il dominio cibernetico ha però una sua fisicità e la tecnologia blockchain può avere infinite applicazioni su dati, informazioni, banche e finanza, sanità e cyber security. Il potenziamento di questa tecnologia sarà un ulteriore volano per lo sviluppo del Paese e contribuirà anche alla Sicurezza Nazionale che rappresenta il cuore pulsante della democrazia, un bene comune da tutelare per difendere con forza la nostra sovranità ed il nostro posizionamento sullo scacchiere internazionale. La tecnologia blockchain troverà di sicuro possibili applicazioni anche in ambito Intelligence”.

ANITEC-ASSINFORM,: BENE ADESIONE. ADESSO CI ASPETTIAMO CHE GIÀ DALLA PROSSIMA LEGGE DI BILANCIO IL GOVERNO METTA RISORSE RILEVANTI

Soddisfatti anche gli addetti ai lavori. “E’ una notizia importante l’adesione del nostro paese alla Blockchain Partnership. Nel 2017 il mercato globale enterprise di soluzioni e applicazioni basate su Blockchain ha raggiunto quasi 1 miliardo di dollari, raddoppiando il valore rispetto al 2016. Le previsioni nel prossimo triennio sono di ulteriore crescita con un tasso medio annuo dell’80%”, ha sottolineato Anitec-Assinform, l’Associazione Italiana per l’Information and Communication Technology. “E’ una grande opportunità su cui è importante un coordinamento europeo sia per incrementare gli investimenti in tecnologia sia per armonizzare eventuali regole a tutela dei consumatori, creare fiducia e far crescere il settore. Il nostro paese e le nostre imprese sono spesso una eccellenza sui temi dell’innovazione ma non possiamo e non dobbiamo fare da soli, per questo un coordinamento con gli altri paesi europei è essenziale – ha affermato Marco Gay, presidente dell’Associazione -. Adesso ci aspettiamo che – già dalla prossima legge di bilancio – il Governo metta risorse rilevanti per fare aumentare ancora ricerca e sviluppo, startup e investimenti innovativi nelle imprese, anche per ridare passo ai programmi di digitalizzazione della pubblica amministrazione”.

 

Io, magistrato, vi dico: il Decreto Genova è un disastro

 startmag.it  6.10.18

Il commento dell’ex magistrato Domenico Cacopardo sul decreto Genova

Mi sono inflitto la tortura di esaminare il decreto Genova (dl 28 settembre 2018, n. 109), con il quale si certifica e si sublima l’incapacità del gruppo dirigente a 5Stelle di affrontare un’emergenza vitale per una grande città, per una regione e per il Paese con la visione necessaria a mettere in fila i problemi, dando loro una soluzione razionale conseguibile in tempi ragionevoli.

È in corso il fatale impallinamento a cura del duo Di Maio-Toninelli nella ottusa convinzione che la persona incaricata dell’operazione, ancorché nell’ambito di un ministero maldestramente diretto, riesca a esprimere un potere catarchico e risolutivo, capace di portar consensi e benefici al partito di cui è leader. Alla buonora! Cercando di tediarvi il meno possibile, passo in rassegna solo alcune amenità, errori e insostenibili sciocchezze ideologiche del decreto-Genova.

«Per la demolizione, la rimozione, lo smaltimento e il conferimento in discarica dei materiali di risulta, nonché per la progettazione, l’affidamento e la ricostruzione dell’infrastruttura e il ripristino del connesso sistema viario, il Commissario straordinario opera in deroga a ogni disposizione di legge extrapenale, fatto salvo il rispetto dei vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza all’Unione europea». Il che significa che, in sostanza, la deroga è putativa, cioè appartiene alla categoria dei desideri. I vincoli comunitari, non derogati, comportano tutte le procedure concorsuali previste per i lavori fuori soglia e, in questo caso, la gran parte degli interventi lo sarà. Certo, non è possibile derogare alle norme europee senza una specifica deroga dell’Unione. Ma l’ipotesi andava indicata, in modo da avviare un apposito negoziato.

«Il concessionario del tratto autostradale alla data dell’evento, tenuto, in quanto responsabile del mantenimento in assoluta sicurezza e funzionalità dell’infrastruttura concessa ovvero in quanto responsabile dell’evento, a far fronte alle spese di ricostruzione dell’infrastruttura e di ripristino del connesso sistema viario, entro trenta giorni dalla richiesta del Commissario straordinario, versa sulla contabilità speciale… le somme necessarie al predetto ripristino ed alle altre attività connesse… nell’importo provvisoriamente determinato dal Commissario medesimo salvo conguagli, impregiudicato ogni accertamento sulla responsabilità dell’evento e sul titolo in base al quale sia tenuto a sostenere i costi di ripristino della viabilità. In caso di omesso versamento nel termine, il Commissario straordinario può individuare, omessa ogni formalità non essenziale alla valutazione delle manifestazioni di disponibilità comunque pervenute, un soggetto pubblico o privato che anticipi le somme necessarie alla integrale realizzazione delle opere, a fronte della cessione pro solvendo della pertinente quota dei crediti dello Stato nei confronti del concessionario alla data dell’evento, potendo remunerare tale anticipazione ad un tasso annuo non superiore a quello di riferimento della Banca centrale europea maggiorato di tre punti percentuali. Per assicurare il celere avvio delle attività del Commissario, in caso di mancato o ritardato versamento da parte del Concessionario, a garanzia dell’immediata attivazione del meccanismo di anticipazione è autorizzata la spesa di 30 milioni di euro annui dall’anno 2018 all’anno 2029».

Innanzi tutto due osservazioni. All’inizio dell’articolo, si scrive «… il concessionario … in quanto responsabile dell’evento» e, poco dopo, «impregiudicato ogni accertamento sulla responsabilità dell’evento». Il corpo della norma è costituito dall’imposizione legislativa al concessionario di versare entro 30 gg dalla richiesta del commissario la somma che egli stesso riterrà congrua per il ripristino e le altre attività connesse: un ordine illegittimo che consentirà ad Autostrade di aprire la via di un contenzioso pluriennale con alte probabilità di vittoria con conseguente risarcimento di danni.

E, in questo ambito, assume un rilievo indicativo della qualità del pensiero politico ministeriale la citata affermazione «impregiudicato ogni accertamento sulla responsabilità dell’evento». Cioè, lo Stato ammette che, pur in assenza di un accertamento sulle responsabilità dell’evento, il concessionario (che, quindi e in teoria, potrebbe essere dichiarato non responsabile) dovrebbe versare al commissario i soldi occorrenti per la ricostruzione del viadotto e per le attività di demolizione, rimozione, smaltimento e conferimento in discarica dei materiali di risulta, nonché per la progettazione, l’affidamento e la ricostruzione dell’infrastruttura e il ripristino del connesso sistema viario.

All’inizio, non avendone il compito né il potere lo condanna (è responsabile) e poi formula la riserva (impregiudicato ogni accertamento sulla responsabilità).

Estratto di un articolo pubblicato su Italia Oggi

La moda italiana non è più tale

ilpensieroforte.it 26.9.18

 

Notizie del mondo finanziario, provenienti a margine della “Settimana della Moda” svoltasi a Milano la scorsa settimana, ci fanno sapere che l’impresa di moda italiana “Gianni Versace S.p.A.” è stata ceduta dalla famiglia Versace – rappresentata in particolare da Donatella, sorella del fondatore Gianni – che deteneva l’80% del pacchetto azionario, al gruppo americano di moda “Kors”. È quindi questo l’ennesimo “marchio” italiano della moda che se ne va dall’Italia, aggiungendosi alle precedenti cessioni.

 Infatti, in tempi diversi a partire dal malefico anno 1990 inizio delle  svendite del patrimonio economico e culturale italiano, le imprese “Fiorucci”, “Mila Schon”, “Iris” di abbigliamento per bambini sono  acquisite dal Giappone; le pelletterie “Gucci” e “Bottega Veneta”, le calzature “Sergio Rossi”, la sartoria “Brioni”, i gioielli di “Pomellato”, gli abiti del “Marchese Emilio Pucci”, la “Maison Fendi”, i gioielleri “Bulgari”, il cachemire di “Loro Piana” sono acquisite da imprese francesi. Anche gli americani vogliono essere presenti a questo “banchetto” in cui sono divorati i pezzi pregiati dell’inventiva, dell’artigianato e della cultura italiana e si prendono gli abiti in pelle della “Conbipel”. Poi, ci sono i cinesi, che si prendono l’abbigliamento sportivo di “Sergio Tacchini” e “Krizia”; i coreani si prendono la “Mandarina Duck” e “Coccinelle”. Gli arabi si prendono il gruppo “Gianfranco Ferrè”, “Valentino” e “Missoni”.

 Potremmo continuare aggiungendo qualche marchio poco noto passato in mani straniere. Ma, di fatto, la moda italiana – che è la più apprezzata nel mondo e anche quella che apportava entrate valutarie dalle esportazioni – ormai è tale solo di nome, perché i tecnici e i creatori continuano in gran parte a lavorarci. Ma gli utili vanno all’estero, assorbendo tutti i proventi delle esportazioni. È anche significativo che la maggior parte delle acquisizioni sia stata fatta da imprese francesi: poiché notoriamente in Francia la moda ha un ruolo molto importante, si è voluto eliminare o controllare un concorrente.

 Qui stiamo parlando di moda. Ma il discorso si allungherebbe, e di molto, se ricordassimo anche tutte le aziende di qualità di altri comparti economici acquistate dagli stranieri. Parliamo innanzitutto della FIAT, ora FCA, che è di fatto straniera anche se la famiglia Agnelli/Elkann (francese) la controllano ancora; le gomme “Pirelli” sono ora proprietà cinese; l’India (!) possiede le acciaierie di Taranto (ILVA) e Piombino; la tedesca Thyssen Krupp quella, famosa e storica, di Terni; e via dicendo. Non parliamo poi delle banche e delle assicurazioni, dove quelle totalmente italiane si contano sulle dita di una mano.

 Cosa significa e com’è successo tutto ciò? Indichiamo due responsabilità e una considerazione.

La prima responsabilità principale è ovviamente dello Stato e dei governi: in particolare, dalla fine della cosiddetta “Prima Repubblica” ossia dal 1990 e anni seguenti, è stato considerata superata e, anzi, da condannare la politica economica delle partecipazioni statali che rappresentava, sull’eredità fascista, la “terza via” tra liberal-capitalismo e comunismo. Il teorico di ciò, e quindi delle conseguenti “liberalizzazioni” fatte per ridurre il debito pubblico (che, invece, è aumentato…) è stato il mai abbastanza censurabile Beniamino Andreatta, il democristiano liberista che avviò nel 1981 la privatizzazione della “Banca d’Italia” e poi indusse, tramite il suo pupillo Romano Prodi, lo smantellamento dell’IRI. Istituto creato dal Fascismo, che tutto il mondo economico ci invidiava, e che era la forza dell’Italia: il fatto stesso che le aziende che ne facevano parte fossero desiderate e acquisite da gruppi economici stranieri, indica a sufficienza la loro qualità. Il quadro giuridico di questo programma fu elaborato da Giuliano Amato, un altro esponente della cricca degli smantellatori dell’economia indipendente italiana.

 Poi, c’è la colpa del capitalismo privato italiano: bottegaio, chiuso nei suoi ridotti ambiti familiari, incapace di avere grandi aspirazioni e grandi mete, rivolto più alla rendita parassitaria che agli investimenti e alle aggregazioni, burocratizzato dalla sua associazione di categoria “Confindustria”.

La considerazione è di tipo geopolitico. L’Italia, nonostante i suoi governi rinunciatari dominati dalla partitocrazia, è/era comunque una grande Potenza sia in termini quantitativi che qualitativi, soprattutto per la sua capacità produttiva e la genialità dei suoi abitanti. Bisognava abbatterla: ma oggi la distruzione di una Potenza ingombrante non si fa più con i carri armati, le spedizioni militari e i colpi di Stato ma con la lenta conquista economica. Perdere i suoi polmoni finanziari, sia con i trasferimenti d’intere fabbriche all’estero sia con l’acquisizione (e quindi la neutralizzazione) di quelle che si lasciano operare in Patria, sia con la sottrazione di punti di rifornimento esteri quali gli impianti petroliferi, rende l’Italia debolissima sul piano internazionale.

 In altri termini, a parere dello scrivente, l’Italia di oggi è probabilmente più debole dell’Italia del dopoguerra, quando nonostante le distruzioni vigevano ancora i sistemi dell’autarchia e delle nazionalizzazioni di banche e grandi imprese strategiche e, soprattutto, la voglia di lottare, di creare, di costruire.