Evans-Pritchard: il pericoloso gioco dell’Unione europea

Di Rododak – Ottobre 8, 2018 voci dallestero.it

Contrariamente alla stampa mainstream italiana, Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph vede sì i rischi della situazione attuale per l’Italia – il braccio di ferro sul Def tra governo e Ue, basato più su motivazioni politiche che questioni tecniche – ma non tace i punti di forza di cui gode il nostro Paese. Riassumiamo le parti più interessanti dell’articolo, rinviando per la lettura completa all’originale (pubblicato il 3 ottobre 2018).

Il “chicken game”, ovvero “gioco del pollo” (o del coniglio) è, nella teoria dei giochi, un contesto così esemplificabile: due auto si dirigono a tutta velocità l’una contro l’altra; entrambi gli automobilisti contano sul fatto che sarà l’altro a spaventarsi, cedere e sterzare per primo, diventando il “pollo” – ovvero il codardo – della situazione. Se ciascuno dei due tira dritto, però, lo scontro sarà inevitabile, così come il disastro per entrambi.

Ed è proprio questo, secondo Ambrose Evans-Pritchard, giornalista del Telegraph e uno dei più attenti commentatori della politica economica italiana ed europea, il pericoloso gioco che Juncker sta consapevolmente conducendo nei confronti del Governo italiano, per mettere sotto stress il sistema bancario. E funziona.

Le autorità dell’UE, spiega il giornalista, contano sui mercati: all’aumentare dei tassi, sperano, la paura per la tenuta del sistema bancario spingerà l’opinione pubblica italiana verso più miti consigli.

Il gioco però è rischioso, secondo Pritchard. Se si va troppo oltre, infatti, l’Ue rischia di scatenare essa stessa una crisi di credito che travolgerebbe il sistema bancario italiano e la caduta in una spirale di recessione che si autoalimenta, provocando esattamente ciò che vuole evitare.

Secondo Evans-Pritchard i margini del gioco sono stretti, la tattica è rischiosa, perché l’economia italiana negli ultimi mesi ha rallentato. E sgombra il campo da tecnicismi e ipocrisie: non sono certo i punti percentuali di deficit previsti nel Def italiano che sono in questione, afferma. È invece una questione tutta politica. “Nell’Ue c’è qualcuno che punta a mettere in ginocchio l’Italia”, come ha detto Matteo Salvini, citato da Evans-Pritchard nell’articolo.

“Quando Jean-Claude Juncker questa settimana si è scagliato contro i ribelli della Lega – Movimento Cinque Stelle agitando lo spettro di una ‘nuova Grecia’, ha volutamente gettato benzina sul fuoco. Era una strategia calcolata […] Ciò che i mercati dei bond temono in questo momento è un’escalation della battaglia tra l’alleanza Lega – Cinque Stelle e Bruxelles, che – se mal gestita – comporta il rischio di un’uscita italiana dall’euro e la rottura dell’unione monetaria.”

Le conseguenze, come spiega Evans-Pritchard, sono quelle note: “Il rischio di denominazione, diverso dal normale rischio di insolvenza. Che si può isolare e misurare confrontando l’andamento dei prezzi di diverse annate di credit default swap con contratti legali diversi. La componente è in forte rialzo.”

Secondo Evans-Pritchard, “Bruxelles potrebbe avere ragione nel calcolare che Roma cederà e che gli eterni ‘poteri forti’ dell’establishment italiano piegheranno i ribelli o li compreranno.”

Ma avverte anche che per ora non è successo: e cita le recenti affermazioni di Di Maio sul fatto che chi spera in un’inversione di rotta si illude.

Evans-Pritchard – pur definendo illusorie le promesse di Di Maio sul fatto che la maggior crescita ripianerà il deficit – mette anche in fila una serie di punti di forza italiani, abitualmente taciuti dalla nostra stampa mainstream e quindi poco noti all’opinione pubblica: che l’Italia in rapporto al bilancio UE è un contribuente netto; il nostro avanzo nelle partite correnti, ovvero nella differenza tra esportazioni e importazioni, di 2,8 punti percentuali del PIL; le dimensioni del nostro settore manifatturiero, maggiori di quello della Francia o della Gran Bretagna. Inoltre sottolinea come con un avanzo di bilancio primario come il nostro – a differenza della Francia, che peraltro ha ripetutamente violato il Patto di stabilità – potremmo passare tecnicamente alla lira senza temere una crisi di sostenibilità del debito.

Quanto al nostro debito pubblico, Evans Pritchard ricorda che è di 2.300 miliardi di euro, cui aggiunge un ulteriore debito di 500 miliardi di dollari alla Banca centrale europea attraverso il sistema di pagamenti Target2 (che si tratti di un reale debito anche in questo caso è questione notoriamente controversa), ma sottolinea che può essere convertito unilateralmente in lire secondo le regole della Lex Monetae.

Inoltre Evans -Pritchard nota che al minimo cenno che l’Italia fosse in procinto di lasciare l’euro – e o convertire i debiti in lire o fare default – si scatenerebbe immediatamente il contagio in Portogallo, Spagna e Grecia. I creditori tedeschi rischierebbero un taglio del loro credito da un trilione di euro. Per evitarlo, la Germania e gli altri Paesi del Nord dovrebbero accettare quello che finora hanno ostinatamente rifiutato: il grande balzo in avanti verso l’unione fiscale, sostenuta da una banca centrale con pieni poteri di prestatore di ultima istanza. Ma Evans-Pritchard non sembra molto ottimista sul realizzarsi di questa ipotesi.

In caso di dissoluzione dell’Eurozona – messa a rischio anche dalla fine degli acquisti di obbligazioni da parte della BCE, a fine anno, che lascerà gli stati del Sud Europa esposti alle forze del mercato – Evans-Pritchard fa notare che si potrebbe parlare di “distruzione reciproca assicurata”, ma sottolinea che

“l’Italia avrebbe almeno qualche effetto di compensazione: un vantaggio competitivo dovuto alla tanto necessaria svalutazione (il tasso di cambio reale è del 20% troppo alto) e una ripartenza dopo il taglio parziale del debito. È difficile invece vedere quale potrebbe essere il lato buono della medaglia per Germania, Olanda o Francia. Quindi chi ha davvero il coltello dalla parte del manico? – continua – L’Italia non assomiglia alla Grecia, dove il gruppo dirigente pro-Syriza voleva strenuamente rimanere nell’euro. La Lega e i Cinque Stelle affondano le loro radici nell’euroscetticismo. Il loro piano di riserva per una valuta parallela – i “minibot” – è inserito nel contratto di governo dell’alleanza. Se gli spread delle obbligazioni salgono a livelli che soffocano il sistema bancario, il governo può in qualsiasi momento emettere carta sostitutiva come una liquidità alternativa a fini fiscali e contrattuali, sovvertendo l’unione monetaria dall’interno.”

Evans-Pritchard cita diversi elementi a sostegno della posizione italiana sull’euro. Tra questi, la ormai celebre recente dichiarazione di Claudio Borghi a Radio Uno, quando disse (ripetendolo peraltro per l’ennesima volta) che sua convinzione è che tornare alla propria moneta per l’Italia sarebbe meglio, anche se non è nel programma di governo e richiede il consenso dei cittadini. Secondo Evans-Pritchard l’Ue sta cadendo in una trappola, ovvero sta spingendo la situazione talmente al limite che finirà col creare proprio il consenso necessario per l’uscita dall’euro. Nell’articolo sono citati inoltre i documenti sul “piano B” di Paolo Savona.

E conclude così Evans – Pritchard:

“Le agenzie di rating sono pronte a muoversi. Potrebbero perdonare l’allentamento fiscale se i soldi fossero spesi per investimenti che aumentassero la velocità di crescita economica dell’Italia, ma non per invertire la riforma pensionistica e per un reddito di base universale […] Il piano di abbandonare il consolidamento fiscale per i prossimi tre anni lascia il paese ancora più vulnerabile a un cambio di rotta del ciclo economico e dei tassi di interesse. […] L’aumento dei tassi erode il capitale delle banche italiane, che possiedono un quarto del debito pubblico negoziato e fanno affidamento sui mercati dei capitali all’ingrosso per il 21% del loro finanziamento. […] Siamo tornati al nostro vecchio amico della crisi della zona euro, il circolo vizioso. Titoli di debito pubblico e banche possono ancora abbattersi a vicenda in un effetto a spirale. Questo è il difetto fondamentale di un’unione monetaria senza un prestatore automatico d’emergenza. Difetto che l’Ue non ha mai sanato. Juncker potrebbe riuscire a terrorizzare l’Italia fino a indurla alla sottomissione nelle prossime settimane. Ma potrebbe invece appiccare l’incendio che brucerà la sua casa europea.”

SOROS / PRONTO A TUFFARSI SULLA PREDA-ITALIA IN SPRED?

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Arie di crisi? Paesi alle prese con pressanti problemi? Economie allo sbando? E’ il momento adatto per il super finanziere d’assalto internazionale, George Soros, di avventarsi sulla sua preda. Successe addirittura con l’Inghilterra nel 1991, aggredita a morsi; e quella crisi costrinse il nostro governo Amato a prendere drastici provvedimenti – lacrime e sangue – per salvare la nostra lira.

Ora Soros, a quanto pare ci riprova. Dopo un quarto di secolo il clima sembra tornato favorevole e lui è sempre pronto per afferrare alla gola i paesi in crisi: ha da un anno la Macedonia nel mirino e aspetta solo il momento giusto.

Intanto si traveste da magnate internazionale, a favore delle Ong (che lui stesso spesso e volentieri crea a finanzia a botte di milioni di euro), dei processi di massicce immigrazioni. Un santo, papabile per il Nobel per la Pace…

Alla trasmissione di Lilli Gruber, “Otto e mezzo”, è intervenuto l’ex premier Mario Monti che ha raccontato un episodio, quando era appena arrivato a palazzo Chigi dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi via spread. “Una delle prime telefonate mi è arrivata da George Soros. Mi chiamava per suggerirmi di chiedere aiuto all’Europa. Noi decidemmo di non far intervenire la Troika e non seguimmo il suo consiglio. Ma Soros era molto preoccupato per la situazione italiana”.

Nel senso che forse intendeva ricevere qualche consiglio o qualche dritta per entrare nel “big business” e mangiare a pezzi e bocconi il Belpaese.

E di più, Soros, ha fatto circa un anno fa, quando si è autoinvitato a palazzo Chigi, stavolta inquilino Paolo Gentiloni. La vicenda è rimasta sempre avvolta nel mistero. Si entra ed esce a proprio piacimento da quel Palazzo inaccessibile ai comuni mortali? Si è davvero autoinvitato? Oppure è stato lo stesso Gentiloni a chiedergli qualche consiglio? Da rammentare che era appena scoppiata la bomba Ong, con le inchieste dalla magistratura siciliana sui business intrecciati sulla pelle di tanti immigrati. Era forse venuto a trattare?

E oggi, con un’Italia tra le onde dello spread, forse ha pensato sia venuto il momento di soffiare sul fuoco, tanto per creare il terreno giusto per qualche blitz.

Osserva il ministro degli Interni Matteo Salvini: “dietro questa impennata (dello spread arrivato a quota 305, ndr), c’è una nuova manovra finanziaria di speculatori alla vecchia maniera, come successe 25 anni fa con George Soros, per comprarsi in saldo delle aziende italiane. Chi oggi pensa di speculare in quel modo perde tempo”.

Da rammentare che in giro per il mondo opera la tanto umanitaria corazzata di Soros, la Open Society Global Foundation, nel cui board è presente la nostra ex commissaria Ue (fine anni ’90) e radicale storica, Emma Bonino.

Vedremo presto quel che bolle in pentola.

BIG DEL MATTONE IN CRISI / ARRIVA UNA MAXI FUSIONE O INTERVIENE LA CASSA DEPOSITI E PRESTITI ?

 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

E’ partito il gioco del mattone. Mesi fa è scoppiata la crisi di Condotte, poi entrata in amministrazione straordinaria. Sta scoppiando la crisi di Astaldi, che ha portato i libri in tribunale (di Roma) e spera nel concordato preventivo. E’ in fortissima crisi Trevi che ha urgente bisogno di  una sostanziosa ricapitalizzazione (almeno 400 milioni).

Il copione è quasi sempre lo stesso: i vecchi colossi sono indebitati con le banche (le solite Intesa Sanpaolo e Unicredit in pole position) e non riescono a rientrare nei crediti, soprattutto per opere eseguite all’estero. Nel caso di Astaldi, ad esempio, per via delle turbolenze del governo e dell’economia turca, non riesce a sbloccare la situazione del terzo ponte sul Bosforo, così come ha grossi problemi per riscuotere gli importi di lavori eseguiti dell’ancor più turbolento Venezuela.

E pensare che vent’anni fa erano le star dell’edilizia pubblica (Condotte) e privata (Astaldi). Per un certo periodo si parlò, ad inizio anni ’90, di una possibile fusione con l’Icla, l’impresa emergente per via dei mega appalti del dopo terremoto in Campania e i lavori per l’Alta Velocità, una società molto cara all’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino. Poi non se ne fece niente e ognuno ha continuato per la sua strada.

Qual è il cavaliere bianco all’orizzonte? Quali le soluzioni possibili? Ci sono varie piste. Una porta al numero uno del mattone oggi, il gruppo Salini-Impregilo, il quale, però, a sua volta ha sul groppone un debito da 1 miliardo con le banche. Potrebbe rilevare una fetta del ramo costruzioni di Astaldi, quello con parecchi lavori in portafoglio. La parte ‘estera’ di Astaldi, invece, verrebbe messa sul mercato, in attesa di offerte non troppo penalizzanti.

Ma c’è un’altra pista che porta alla sempre più attiva Cassa Depositi e Prestiti, che ormai molti etichettano come la nuova Iri, vista la sempre più massiccia presenza nei capitali azionari anche di grandi aziende.

 

Io sono sempre stato leale, ma adesso basta

comedonchisciotte.org 9.10.18

DI MASSIMO FINI

massimofini.it

Nel 2003 il produttore e regista Eduardo Fiorillo mi propose di partecipare a un format che avrebbe chiamato Cyrano e che sarebbe dovuto andare in onda in terza serata su Rai Due diretta dal leghista Antonio Marano. Io non vi avevo nemmeno la parte del conduttore (per questo c’era la bella, brava e sperimentata Francesca Roveda) dovevo solo dare un filo coeso ai vari spezzoni dello spettacolo che trattavano di vecchiaia, di narcisismo, della morte cioè di argomenti politicamente neutri. Senza nemmeno aver visto la pilota che avevamo fatto negli studi Rai di corso Sempione a Milano e che peraltro non avevamo nemmeno montato, Fiorillo si sentì chiamare da Marano, che parlava da Roma: “Devi togliere di mezzo Massimo Fini. Tu naturalmente puoi fare la trasmissione”. Fiorillo si rifiutò. Ci fu un incontro con Marano il giorno precedente la trasmissione che era stata annunciata su tutti i giornali. Il Don Abbondio Marano a suo modo fu onesto. Disse: “A questo punto la puntata l’ho vista. Potrei dirle che lei non buca il video, che ci sono dei difetti e altre cose del genere. Ma non me la sento, perché non è così. E’ che su di lei c’è un veto politico aziendale da parte di persona cui non posso resistere”. La trasmissione andò in onda con altro nome (Borderline), senza di me. Non era quindi una censura sui contenuti, ma antropologica, sulla persona sulla cui spalla era stata appiccicata una stella gialla come per gli ebrei durante il nazismo. Per censure anche meno gravi sui media si è sempre scatenato il putiferio. Per me ci fu solo silenzio. Michele Santoro si degnò di dire che era una ben piccola cosa rispetto a quello che aveva dovuto subire lui. Peccato che dopo l’editto bulgaro di Berlusconi avesse trovato subito un posto come parlamentare europeo nella lista Uniti nell’Ulivo. Un giornalista indipendente, come si è sempre dichiarato a gran voce Santoro, non fa il parlamentare né europeo né italiano e nemmeno il consigliere comunale.

Nel giugno del 2004 partecipai con il mio gruppo, Movimento Zero, alle manifestazioni anti-Bush a Roma. Un parlamentare dei Comunisti italiani avvicinò uno dei pulotti affermando che noi non potevamo stare in piazza perché eravamo “fascisti”. Fui portato su un cellulare, identificato, fermato per un’ora. Se una cosa del genere fosse successa a qualsiasi altro giornalista italiano si sarebbero sollevati tutti i giornali e il sindacato per “il gravissimo attentato alla libertà di stampa”. Per me ci fu solo silenzio. Peggio. Il Corriere della Serascrisse che inalberavamo uno striscione-shock “Noi con i Talebani”. Vero. Peccato che sottacesse l’altra parte dello striscione che diceva “per l’autodeterminazione dei popoli”. Faccio da troppi anni questo mestiere per non conoscere le manipolazioni di cui sono capaci i media. Non dicono menzogne, dicono mezze verità che sono peggio di una menzogna. In una questione che conosco bene, l’Afghanistan, questa operazione l’ho vista fare mille volte da tutti i giornali, nessuno escluso.

Il 29 giugno 1985 scrissi sulla Domenica del Corriere un pezzo molto critico su Sandro Pertini che, dopo il suo primo settennato, voleva ad ottantanove anni ricandidarsi alla Presidenza della Repubblica (“Il presidente ch’io vorrei”, 29/6/1985). Il Presidente “democratico”, quello “amato da tutti gli italiani”, “quello che si comporta come ognuno di noi”, chiese la testa mia e del direttore, Pierluigi Magnaschi, e le ottenne. A un Costanzo Show cercai di raccontare questa storia ma il conduttore mi bloccò. Più recentemente, in concomitanza di non mi ricordo quale celebrazione di Pertini, volevo riprendere sul Fattoquell’episodio che era solo emblematico delle prepotenze, ad esser lievi, di cui Pertini si era reso responsabile durante il suo settennato. Marco Travaglio mi bloccò: “Non si parla male dei morti”. Ora, per me, se delle persone hanno commesso delle mascalzonate quando erano vive, non è che diventino sante solo perché sono morte. A questo proposito c’è da notare una cosa curiosa. Tutte le volte che muore qualcuno in qualche circostanza drammatica è sempre “un padre affettuoso”, “un marito esemplare”, “una gran bella persona”. Lo sarà anche, ma allora mi chiedo come mai questo Paese sia pieno di furfanti.

Ho sempre rispettato la legge,  il che dovrebbe essere ovvio ma in Italia ovvio non è, visto il numero dei lestofanti che sono in libertà, e non mi riferisco ai mafiosi o ai camorristi che perlomeno sono criminali dichiarati, ma ai colletti bianchi in circolazione, dai Formigoni agli Scajola ai Verdini in una lista che sarebbe infinita. Ho sempre pagato le tasse, il che dovrebbe essere ovvio ma in Italia ovvio non è, visto l’enorme numero degli evasori fiscali e degli ancora più astuti “elusori”.

Non mi sono mai imbandato in partiti, lobbies, conventicole, camarille di sorta, anche se adesso mi tocca subire l’onta delle accuse di quella faccia di bronzo di Vittorio Feltri, che ha passato metà della sua vita professionale all’ombra di Berlusconi, per aver cominciato la mia carriera all’Avanti! .

Questa mancanza di protezione lobbistica ha finito per colpire anche mio figlio che in un concorso universitario decisivo per la sua carriera e la sua vita si è visto soffiare il posto dalla moglie del cattedratico.

E quelle che ho fin qui raccontato non sono che il florilegio delle infinite vessazioni che ho dovuto subire durante tutta la mia vita e che mi hanno portato, professionalmente, socialmente, economicamente, esistenzialmente, ai margini della società nella frustrante posizione del “bombarolo” di De André.

Per tutta la vita ho cercato di essere leale nei confronti del Paese in cui mi è toccato di nascere, non nascondendo mai le mie posizioni quando gli erano avverse. Ma adesso mi sono stufato di fare “il bravo ragazzo”. E questa è l’ultima dichiarazione leale che faccio. D’ora in poi, nemici o estimatori che siate, non potrete più fidarvi di me. E le forme della mia rivolta le sceglierò io.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2018

Supervisori dell’UE che monitorano la liquidità bancaria italiana “Più intensamente del solito”

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Con i rendimenti dei titoli di Stato italiani scagliati negli ultimi mesi ai massimi livelli in oltre 4 anni, il settore che è stato il più colpito sono state le banche italiane, che hanno perso un terzo del loro valore di mercato nei sei mesi successivi al picco di aprile.

Mentre i rendimenti tradizionalmente più alti tendono ad essere positivi per le banche locali che possono guadagnare un profitto maggiore sul margine di interesse netto, l’Italia negli ultimi anni è stata un caso di paniere “a testa in giù” a causa delle loro massicce riserve di debito sovrano italiano. E, come recentemente ha scritto Bloomberg , mentre i bilanci delle banche italiane sono molto migliorati dalla crisi del debito sovrano dell’Eurozona del 2011, le banche hanno utilizzato gran parte dei fondi successivamente iniettati dalla Banca Centrale Europea per acquistare ancora più debito sovrano.

Come mostrato di seguito, le istituzioni finanziarie del paese detengono di gran lunga il maggior numero di obbligazioni statali tra i creditori in Europa. In particolare, secondo i dati della BCE, le banche italiane detengono circa € 375 miliardi di obbligazioni nazionali – o il 10% delle loro attività – e il picco dei rendimenti, danneggiando il valore di tali partecipazioni, mangia nei loro livelli di capitale, rendendo particolarmente vulnerabili per valutare ulteriormente gli aumenti.

Ciò significa che quando i prezzi dei titoli italiani crollano, come stanno facendo ora, ciò porta alla sottocapitalizzazione delle banche e, se il calo dei prezzi è abbastanza ampio, potrebbe addirittura portare all’insolvenza bancaria.

Di qui l’aumento dei prezzi delle azioni e l’aumento dei CDS al crescere delle probabilità di default.

Commentando questo problema strutturale che affliggono le banche italiane, Luigi Zingales, professore di finanza presso la School of Business dell’Università di Chicago, ha dichiarato a fine settembre che “l’Italia si trova di fronte a un circolo vizioso di banca sovrana che può portare a una crisi simile a quella dell’Italia affrontato nel 2011. ” Peggio ancora, Zingales ha avvertito che “dal 2011 non è cambiato nulla a livello europeo” aggiungendo che “senza il completamento delle misure bancarie e di sostegno, l’Italia rischia una spirale negativa come accaduto nel 2011. L’incertezza sta aumentando gli spread delle obbligazioni, influenzando così le banche” bilanci e il loro costo di finanziamento e in ultima analisi la loro capacità di dare credito “.

Quindi ” doom loop “.

Ora sembra che l’Europa si sta iniziando a preoccuparsi preoccupato, perché come riferisce Reuters supervisori bancari europei hanno intensificato il loro monitoraggio dei livelli di liquidità presso le banche italiane “più intensamente del solito” a causa di turbolenze di mercato nei giorni scorsi, che ha portato ad un forte aumento dei rendimenti dei titoli di Stato del Paese.

E visto che l’Italia è l’unica nazione che, dopo la Grecia, ha il rischio più alto di una corsa alla banca terminale, l’ultima cosa che l’UE vuole – o la BCE può permettersi – è innescare un panico bancario semplicemente con la notizia che le banche ora sono “intensamente monitorato”, così la Reuters ha citato una fonte europea di alto livello che “non c’è motivo di allarme”.

Naturalmente, l’alternativa sarebbe che ci sia una causa di allarme, e le linee notturne si formerebbero quando i locali presi dal panico cercarono di ritirare i loro depositi e risparmi e parcheggiarli nel loro materasso molto più sicuro.

Secondo la Reuters, secondo il sondaggio UE, i controlli coinvolgono sia i depositi dei clienti che il mercato interbancario che le banche utilizzano per prestarsi reciprocamente senza richiedere garanzie collaterali, ha detto la fonte, aggiungendo che “nessun segnale di allarme” era stato rilevato.

Inoltre, l’ampia liquidità fornita dalla BCE durante anni di politica monetaria ultraespansionistica sta proteggendo il mercato interbancario da qualsiasi tensione, hanno detto i commercianti di Milano.

Ancora più importante, le banche italiane non hanno sofferto alcun deposito, nonostante le recenti turbolenze del mercato e i prezzi delle banche in ribasso: a luglio i depositi delle banche italiane si sono attestati a € 2 39 trilioni, in calo da € 2,41 miliardi a giugno, quando il nuovo il governo ha prestato giuramento e negli ultimi mesi è stato ampiamente stabile.

Questo potrebbe cambiare presto se l’UE continuerà a scavare, spingendo la popolazione locale a chiedersi perché Bruxelles è così nervosa.

Nel frattempo, con gli ispettori comunitari in città, l’Italia continua la disputa con l’UE sul suo bilancio, la diffusione del debito sovrano continua ad aumentare, salendo oltre 300 punti base, con gli analisti del Credit Suisse che avvertono che uno spread superiore a 400 punti base non sarebbe sostenibile per le banche italiane . Secondo la relazione, un ampliamento di 200 punti base a partire da fine giugno ridurrebbe in media il coefficiente patrimoniale dei finanziatori italiani di 66 punti base, secondo le stime. E questo potrebbe innescare la necessità di fare un aumento di capitale, hanno detto gli analisti, incluso Carlo Tommaselli.

Per ora, il motivo principale per cui i depositanti locali sono stati ottimisti alla luce della caduta dei prezzi delle azioni e dell’accelerazione del declino della capitalizzazione, è che molti confidano che il capo della Bce Mario Draghi non permetterebbe mai alle banche italiane di fallire, il che tuttavia alla luce delle il governo populista può essere un’ipotesi ottimistica: dopotutto, quale modo migliore per insegnare al nuovo governo nazionalista della coalizione è una lezione tanto necessaria che invitare i rendimenti a salire ancora più in alto e mandare in bancarotta una o più banche, concentrando la rabbia pubblica sul governo Di Maio-Salvini.

Per ora, la BCE si è rifiutata di giocare questo asso nella manica, anche se a giudicare dal calo dei rendimenti, non è intervenuto neanche con acquisti aggressivi. In agosto, Goldman Sachs ha sottolineato che le banche italiane spesso forniscono una fonte costante di domanda nei momenti di crisi, ma che il crescente rischio politico e i cambiamenti normativi potrebbero renderli più riluttanti a intervenire.

E la ragione principale di ciò è che, dopo 3 anni, il QE della BCE si sta finalmente concludendo alla fine dell’anno.

Questo è il motivo per cui mentre gli ispettori dell’UE possono trovare “nulla di allarmante”, potrebbero voler rimanere in sospeso per i prossimi 3 mesi, sempre più vicini al giorno in cui la BCE non monetizzerà più il debito italiano e bloccherà le banche italiane. Non saremmo sorpresi se le temute linee di banche depositarie, che l’Italia finora ha evitato, inizino a formarsi solo pochi giorni prima della suddetta scadenza …

C’è davvero un effetto spread sui mutui?

Greta Ardito e Mario Lorenzo Janiri lavoce.info 9.10.18

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Andrea Marcucci, senatore Pd, e Armando Siri, sottosegretario ai Trasporti della Lega, sulla relazione tra mutui e spread.

La relazione tra spread e mutui

L’invio della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza alle Camere non ha allentato la pressione sui titoli di Stato italiani, tutt’altro. E i costi che l’Italia deve affrontare per indebitarsi continuano a salire rispetto al resto d’Europa.

Con i mercati in subbuglio, molti cittadini si chiedono se l’estrema volatilità della differenza di rendimento tra Btp e Bund avrà un impatto sul costo dei mutui. Ne hanno discusso anche il capogruppo del Partito democratico al Senato, Andrea Marcucci, e il sottosegretario al ministero dei Trasporti, Armando Siri, in una puntata di Porta a Porta(Rai 1):

Armando Siri: “Lo spread – lo diciamo a chi ci segue da casa, se no si spaventa – con i mutui non c’entra assolutamente nulla, primo perché il 90 per cento dei mutui in Italia sono a tasso fisso; secondo perché i mutui sono collegati all’Euribor, non c’entra niente lo spread”.

Andrea Marcucci: “Non è vero che [lo spread] non tocca i mutui; non è vero, perché oggi che le banche italiane possiedono molti titoli di stato italiani, nel momento in cui vengono svalutati, perdono il rating, perdono forza, il loro denaro gli costerà di più e i mutui – certamente quelli fissi no, quelli variabili – costeranno di più. Ma soprattutto costeranno di più i nuovi mutui a tutti i cittadini, quelli che da oggi in poi vorranno comprare una casa”. 

La questione non è nuova, ma è lecito riproporla in una fase di evidente pressione nei confronti dei titoli italiani. Qual è quindi la relazione tra spread e mutui? La tensione finanziaria generata dalla sfiducia dei mercati verso la manovra del governo può far aumentare i tassi di interesse sulle rate del mutuo?

L’impatto sui mutui esistenti

Anzitutto, è essenziale distinguere tra mutui a tasso fisso e mutui a tasso variabile.

I mutui a tasso fisso già stipulati sono invulnerabili alle dinamiche dei tassi di interesse e dei mercati; in altre parole, l’ammontare della rata non subirà mai variazioni, indipendentemente da eventuali rialzi futuri dei tassi di interesse. È questo il motivo per cui il mutuo a tasso fisso costa sempre più del variabile: il sovrapprezzo copre una sorta di polizza assicurativa che consente al mutuatario di avere bloccata, fino alla scadenza, la rata stabilita nel giorno della stipula. Pertanto, l’andamento dello spread non ha alcun effetto sul costo dei mutui a tasso fisso.

Tuttavia, come evidenzia un recente articolo sul Sole-24Ore, i tassi sui nuovi mutui a tasso fisso stanno iniziando a salire, dopo una lunga stagione di continui ribassi. I rincari non sono però da imputare all’aumento dello spread tra Btp e Bund, bensì all’aumento dell’Irs, ossia il tasso di interesse interbancario al quale sono indicizzati questi mutui. Un aumento che non ha niente a che fare con la situazione italiana.

Veniamo ai mutui a tasso variabile. Per definizione, hanno una componente di imprevedibilità: le rate dei mutui variabili sono infatti agganciate alle oscillazioni e all’andamento degli indici Euribor (il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in euro tra le principali banche europee) e per una quota residuale al tasso Bce. Come fa notare un altro articolo del Sole-24Ore, gli indici Euribor – tanto quello a un mese quanto quello a tre mesi, le due principali scadenze utilizzate dalle banche per calcolare la rata dei mutui indicizzati – sono fermi da tempo su valori negativi. In particolare, i valori attuali Euribor sono gli stessi di quelli di inizio anno (-0,37 per cento quello a un mese, -0,32 per cento quello a tre mesi) e non hanno risentito della forte volatilità dello spread Btp-Bund degli ultimi mesi.

Quali sono, quindi, i fattori che influenzano l’Euribor? Può salire essenzialmente quando si verificano due circostanze: innanzitutto, quando la Bce alza o sta per alzare il tasso sui depositi, quello che la Banca centrale europea dovrebbe pagare (se positivo) alle banche private per la liquidità che queste vi parcheggiano in eccedenza rispetto alle riserve obbligatorie. Il tasso sui depositi è stato fissato a -0,4 per cento; quindi, fintanto che la Bce non lo alzerà, è più che logico aspettarsi Euribor poco volatili, indipendentemente da come si muoverà lo spread Btp-Bund (le stime indicano un prossimo rialzo di 10 centesimi del tasso sui depositi a settembre 2019, questo significa che fra un anno le rate dei mutui variabili saliranno leggermente).

La seconda circostanza che potrebbe far salire l’Euribor è una crisi di fiducia tra le banche, che quindi non si fidano a prestarsi liquidità tra loro nel mercato interbancario. Uno scenario – verificatosi nel 2008 – oggi assai inverosimile, vista l’abbondanza di liquidità interbancaria in circolazione.

Apparentemente non esistono motivi per cui lo spread Btp-Bund dovrebbe avere effetti sugli indici Euribor, pertanto anche i mutui a tasso variabile già stipulati sembrano al riparo dalle montagne russe subite dai rendimenti dei titoli di stato italiani.

Può darcene una riprova anche l’evidenza empirica. Se guardiamo infatti alla correlazione tra spread Btp-Bund e l’andamento dell’Euribor, possiamo notare che le due grandezze si muovono da qualche anno in modo diverso, mentre in passato si potevano osservare somiglianze. Nel 2011, a un rialzo del differenziale Italia-Germania è corrisposto un rialzo dell’Euribor e la discesa delle due grandezze dal 2012 al 2016 potrebbe sembrare molto simile (in quel periodo anche il tasso sui depositi della Bce è stato abbassato). Ma è ormai da aprile 2016 che l’Euribor è fisso e negativo, al di là delle fluttuazioni dello spread.

Figura 1 – Andamento spread Btp-Bund, Euribor a 1 mese, Euribor a 3 mesi. 2010-2018

Fonti: Euribor.it; Investing.com

E i mutui futuri?

Cosa potrebbe succedere invece ai nuovi mutui che saranno stipulati nel prossimo futuro dalle famiglie italiane, ipotizzando che lo spread rimanga ai livelli di questi giorni?

La seconda parte dell’affermazione di Marcucci coinvolge dinamiche economiche diverse.

I mutui futuri, infatti, possono risentire di un eventuale aumento dei costi di finanziamento delle banche. Uno spread Btp-Bund crescente nel tempo aumenterebbe i costi di raccolta per le banche e le porterebbe ad alzare i tassi dei mutui. Le obbligazioni che emettono le banche di solito risentono del più generale andamento del sistema paese. Se peggiora lo spread, le banche dovranno corrispondere interessi più alti sulle loro obbligazioni. E costandogli di più il denaro, lo faranno pagare di più anche ai cittadini. Molte banche hanno poi a bilancio una quota consistente di titoli di stato (ad agosto 353 miliardi) e un’eventuale perdita di valore di questi ultimi ne eroderebbe il patrimonio. Con attivi di bilancio più magri, le stesse riserve potrebbero risentire della minor ricchezza. Le banche sarebbero quindi costrette a recuperarla scaricando ulteriormente i costi sui clienti, ossia alzando i tassi dei mutui.

E qualcosa di tutto ciò è già riscontrabile nella realtà. Già in primavera molti istituti finanziari hanno visto erodere il proprio capitale di prima qualità (core tier 1) a causa dell’aumento dello spread. Sul fronte obbligazioni, invece, l’effetto è ancora latente. Secondo il Sole-24Ore, le banche non hanno emesso più bond senior da maggio e il costo medio di raccolta è in discesa. Ma è solo questione di tempo perché anche da questo punto di vista il problema possa manifestarsi. Per prendere decisioni relative al ritocco dei tassi d’interesse sui mutui, le banche possono infatti aspettare anche qualche mese. Il Sole-24Ore ha stimato un tempo medio di sei mesi, basandosi su quanto avvenuto nel 2011. A prescindere dal costo di raccolta, i dati della Bce da maggio 2018 (periodo d’insediamento del governo e di esplosione dello spread) mostrano che il costo dei mutui per la casa è oscillato di poco. L’indice composito costruito dalla Bce è infatti aumentato di soli 4 punti percentuali ed è ancora lontano dai livelli dell’anno scorso.

In conclusione, ciò che per adesso possiamo affermare è che le oscillazioni dello spread Btp-Bund non hanno alcun effetto sull’Euribor (e quindi sui mutui a tasso variabile in essere), ma potrebbero influenzare il costo dei nuovi mutui in futuro.

Il verdetto

Il tema dell’aumento dello spread è rovente in questo periodo e dunque il dibattito politico genera continui duelli mediatici. Nel nostro caso, Armando Siri sostiene che lo spread non abbia assolutamente niente a che fare con i mutui. Dall’altra parte, la tesi di Andrea Marcucci è che lo spread non solo abbia effetti sui mutui futuri, ma anche su quelli a tasso variabile già concessi.
La verità è che, mentre i mutui già stipulati (siano essi a tasso fisso o variabile) non risentono del recente aumento dello spread, quelli futuri potrebbero. Se la situazione non migliorasse, i costi per le banche sarebbero così importanti che potrebbero chiedere interessi più alti sui mutui per coprirli.
Le dichiarazioni sono pertanto PARZIALMENTE FALSE in entrambi i casi.

Ecco come facciamo il fact-checking.

All’Unione europea resta solo l’arma dello spread. L’Italia può creare l’effetto domino. Parla il professor Rinaldi: i mercati alla fine hanno retto

 di Carmine Gazzanni lanotiziagiornale.it

Antonio Maria Rinaldi

Mentre i grandi giornali titolano sul preoccupante boom dello spread per l’Italia, a dare una lettura completamente opposta di quanto sta accadendo è l’economista Antonio Maria Rinaldi, secondo cui invece i mercati tutto sommato hanno retto. “Devo essere molto sincero – commenta intervistato da La Notizia – Per tutto il bailamme fatto nel fine settimana dai media, io francamente questa mattina (ieri mattina, ndr) avevo paura a vedere lo spread, mentre sostanzialmente è rimasto in linea”.
Poteva andare anche peggio, insomma?
Assolutamente sì. Dopo quello che è stato detto io mi aspettavo sparate clamorose. Evidentemente c’è stata una responsabilità da parte dei mercati molto superiore rispetto a quella della stampa. Vien da pensare che questa si muova per ragioni politiche e ideologiche, mentre i mercati sono più razionali.
Il Governo deve temere la risposta dei mercati oppure sono numeri volatili?
Esattamente: numeri volatili frutto di decisioni politiche. Voglio dire: è partita una lettera da Bruxelles senza che nessuno abbia letto il Def. Si vede che lì hanno la palla di vetro…
Condivide le preoccupazioni europee?
Le dico questo: il tendenziale del 2018 ereditato dal precedente Governo era al 2%. Quindi tutto questo rumore per uno 0,4%? Sta venendo giù il mondo per uno 0,4 in più rispetto al tendenziale del 2018?
A breve ci saranno anche le pagelle delle agenzie di rating. Dobbiamo preoccuparci?
Più che agenzie le chiamerei società private di rating. La parola “agenzia” dà sempre l’idea siano propaggini governative e invece non è questo il caso.
Giusta precisazione.
Se sono le stesse agenzie che il giorno prima del fallimento della Lehman Brothers avevano confermato l’ottimo giudizio di credito, avrei delle perplessità nel credere in loro.
Resta, però, una questione aperta: con la fine del Quantitative Easing e lo spread che sale, non c’è il rischio che la Bce non acquisti più titoli di Stato italiani?
Guardi, io sono perfettamente convinto che la Bce ha fatto un ottimo lavoro con il Quantitative Easing. Se non ci fosse stato il programma di stimolo monetario eccezionale intrapreso da Mario Draghi, oggi non staremmo a parlare di moneta unica. Ecco, io sono sicuro che Draghi da presidente della Bce riuscirà a trovare qualche altro meccanismo in sostituzione del QE. Anche perché da gennaio, altrimenti, si rischia di entrare in una crisi che vanificherebbe tutti gli sforzi fatti finora.
Draghi promosso, dunque?
Assolutamente sì. Draghi di fatto ha preso quel ruolo che è stato lasciato dalla politica: la governance europea non ha dato nessuna risposta per combattere i mercati e le differenze di spread. E Draghi giustamente ha messo in atto il QE. Lui si è preso un onore che spettava alla politica.
Nel caso in cui Bruxelles dovesse continuare a opporsi alla nostra Manovra, crede che il Governo possa ricorrere all’arma del veto sul bilancio Ue?
Assolutamente sì. Dopotutto è la stessa identica minaccia formulata da Renzi due anni fa. La verità è che l’Unione europea vuole fare la voce grossa con l’Italia solo per un motivo: se la Manovra dovesse portare la crescita sperata, significa che anche gli altri saranno titolati a non seguire più le ricette di quest’Europa.

Generali Ass.: Caltagirone compra 2 mln di azioni e sale al 4,2%

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Francesco Gaetano Caltagirone acquista ancora titoli Generali e lo fa attraverso Fincal, la holding del gruppo. Il vice presidente della compagnia di Trieste ha acquistato complessivamente oltre 2 milioni di titoli pari a circa lo 0,13% del capitale, portandosi quindi al 4,2%. 

E’ quanto emerge dai filing model di internal dealing pubblicati nella nottata di ieri. 

Nella prima operazione (datata 4 ottobre) ha acquistato 900 mila titoli a 14,866 euro. Successivamente, ha comprato in tre operazioni 1,14 mln di titoli a 14,8236 euro, 12.678 titoli a 14,865 euro e 22.517 titoli a 14,788 euro. L’esborso totale per Caltagirone è pari quindi intorno a 30,8 mln di euro. Già tra il 2 e il 3 ottobre Fincal aveva comprato 700 mila azioni Generali (lo 0,045% del capitale) per 10,3 milioni circa (14,67359 euro il prezzo medio unitario). Nello stesso periodo Caltagirone aveva venduto 1,15 milioni di opzioni put sul titolo Generali (strike price tra 14 e 14,5 euro, scadenza tra ottobre e dicembre 2018) incassando 377 mila euro circa (0,327935 euro il prezzo medio unitario). Al 4 ottobre, stando alle informazioni contenute nel sito Generali, Caltagirone era al 4,07%. 

red/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 09, 2018 06:24 ET (10:24 GMT)

Il Cac 40 tenta un salto nonostante il FMI e l’Italia, il Total e il rimbalzo delle banche

JOHN WIBURG investir.lesechos.fr 9.10.18

La Borsa di Parigi si sta stabilizzando, il rimbalzo delle riserve petrolifere e bancarie per assorbire il calo delle previsioni di crescita globale del Fondo monetario internazionale e la questione del bilancio italiano.

La sessione di negoziazione del 9 ottobre 2018: l'apertura CAC 40 |  Crediti fotografici: Caroline e Louis Volant / Creative Commons

La sessione di negoziazione del 9 ottobre 2018: l’apertura CAC 40 | Crediti fotografici: Caroline e Louis Volant / Creative Commons

Dopo essere calata del 3,5% in tre sessioni, la Borsa di Parigi si sta stabilizzando in apertura, grazie al rimbalzo di titoli bancari e petroliferi. È ancora necessaria cautela dal momento che il Fondo monetario internazionale (FMI) ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita globale di 0,2 punti al 3,7% per il 2018 e il 2019, una prima dal 2016. In discussione, le incertezze tra Stati Uniti e Cina , ma anche tra i tre paesi del Nord America, i rischi che circondano i paesi emergenti e quelli legati alla Brexit .

Alle 9:10, il CAC 40 afferra lo 0,13% a 5.307,08 punti. Altrove in Europa, il Footsie di Londra prende lo 0,13%, il Dax della Borsa di Francoforte 0,14% e il FTSE Ebb Milanese lo 0,48%.

Salta in Cina questa mattina

Ieri Wall Street è finita quasi invariata con la chiusura dei mercati obbligazionari, ma il rendimento del prestito decennale negli Stati Uniti è ripartito stamattina inserendo un nuovo picco di sette anni al 3,22%. I mercati cinesi hanno preso un po ‘di colore dopo una caduta del 4,3% nel CSI 300 , il calo maggiore da febbraio 2016.

Giovanni Tria alla brace

Il mercato non mancherà di tenere d’occhio l’Italia, mentre il ministro delle Finanze Giovanni Tria ha difeso Martedì gli obiettivi di bilancio del governo al Parlamento in relazione con il primo di una serie di audizioni con la partecipazione, al di là del parlamentare , membri della Banca d’Italia e dell’Istituto Italiano di Statistica (Istat). Bruxelles è preoccupata per l’obiettivo di disavanzo del 2,4% del PIL per il 2019, tanto più che il Consiglio due vice presidenti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sembrano assolutamente non disposti a rivedere la loro copia. Lunedì, il rendimento del titolo decennale italiano ha toccato un nuovo massimo di quattro anni e mezzo al 3,625%.

Totale supporto, TechnipFMC supera Cac 40

Total e TechnipFMC sono sulla scia del rimbalzo dei prezzi del greggiomentre leesportazioni di petrolio dell’Iransonodiminuite più del previsto nella prima settimana di ottobre.

BNP Paribas , Crédit Agricole e Société Générale stanno riprendendo i loro colori dopo il loro declino il giorno prima.

Tra i rating degli analisti, JPMorgan ha degradato Ipsen da “neutrale” a “sottopeso”.

Assicurazioni Generali, come si strattonano Caltagirone e Mediobanca

 startmag.it 9.10.18

banca-generali

Redditività, aumento di capitale, nomine. Sono alcuni dei capitoli al centro del confronto – e sovente dello scontro – fra gli azionisti di Assicurazioni Generali in vista dell’aggiornamento del piano industriale del gruppo assicurativo che sarà presentato il 21 novembre a Milano.

Negli scorsi giorni alcune indiscrezioni giornalistiche (non smentite dai diretti interessati, dunque confermate) attribuivano agli azionisti Caltagirone e Del Vecchio un auspicio per un aumento di capitale delle Generali per rafforzare il patrimonio, forse per avere più fieno in cascina per acquisizioni (magari nel wealth management) o per sventare arrivi di colossi esteri.

Ma non tutti i grandi soci del Leone di Trieste sono d’accordo su questa necessità-prospettiva, in primis Mediobanca capeggiata da Alberto Nagel e Dea Capital. Significativo a questo proposito un report di ieri di Mediobanca Securities. In nessun brano del rapporto si evoca o si invoca un aumento di capitale.

Che cosa dicono gli analisti di Mediobanca? Che cosa si aspettano dall’aggiornamento del piano industriale?

“Dal punto di vista qualitativo ci aspettiamo che il gruppo baserà il suo piano su tre aspetti: l’ottimizzazione della struttura finanziaria, la crescita operativa e dell’utile netto e l’accelerazione dello sviluppo digitale”, ha messo per iscritto l’investment bank.

Sul primo punto, Mediobanca stima che Generali possa mettere 1 miliardo, dei suoi 2,5 miliardi incassati dalle cessioni per ripagare parzialmente la tranche di debiti subordinati che scadono l’anno prossimo e quella senior che scade nel 2020. “La nostra ipotesi è che Generali  rifinanzierà soltanto una metà dei bond in scadenza nel 2019-2020, il che è compatibile con il bisogno di mantenere flessibilità finanziaria per catturare eventuali possibilità nell’m&a e con l’impegno di ridurre la leva”.

Ma questa mossa non avrà un forte impatto sul solvency ratio “poiché il rimborso parziale della tranche subordinata rappresenta soltanto 2 punti percentuali”, calcola ancora l’investment bank aggiungendo che la leva è vista scendere dal 37% del 2017 a meno del 30% nel 2021, un livello che crediamo gli investitori apprezzeranno”.

I rimanenti 1,5 miliardi saranno destinati all’investimento. Alcune operazioni sono state già annunciate (Sycomore, Aperture, Adriatic Slovenica, Concordia Capital e Concordia Polska) e altre potrebbero essere realizzati a breve, come la quota del 16% in Ingosstrakh.

“Crediamo che Generali  abbia ancora a disposizione 1 miliardo per l’m&a. I business preferiti riguardano l’asset management e l’area della salute e protezione, con il focus geografico che è nell’Est Europa, in Cina, Indonesia, Vietnam e Brasile”, aggiunge il report.

Come dire: non c’è bisogno di un aumento di capitale.

Nel frattempo Caltagirone continua a salire nel capitale di Generali. Obiettivo? Sette per cento, mentre oggi è accreditato di una quota del 4,24%. Caltagirone è favorevole inoltre a un piano industriale più aggressivo con la previsione di un aumento di capitale, come detto, per spingere magari sulla crescita per linee esterne.

Inoltre, come ha scritto di recente Mf/Milano, il costruttore ed editore romano borbotta per i corsi di Borsa del titolo del Leone.

Visione diversa a Piazzetta Cuccia.

Da quando Philippe Donnet è diventato ceo del gruppo (marzo 2016) il titolo ha segnato un rialzo del 27%, tre punti percentuali in più rispetto al Ftse Mib, hanno sottolineato ieri gli analisti di Mediobanca Securities. “Nonostante la buona performance del titolo, la capacità di fare utili di Generali  è stata senza dubbio influenzata da un periodo prolungato di bassi tassi. E questo ha avuto conseguenze maggiori sul Generali rispetto ai suoi concorrenti data l’elevata quota sull’utile netto che deriva dal business vita dipendente dallo spread”, è scritto nel report,

Ma ora che lo scenario sta cambiando e i tassi sono orientati al rialzo, “crediamo che Generali  beneficerà di questo scenario di aumento graduale del costo del denaro, il che potrebbe farle posticipare le decisioni sull’uso della sua carta”, aggiunge l’investment bank.

I borbottii di Caltagirone e Del Vecchio si appuntano anche su altri due aspetti: uno sprint maggiore su redditività presenza in alcuni Paesi come la Germania.

Rafforzare il peso in Germania? In Germania il Leone ha avviato la cessione dell’89,9% di Generali Leben che rappresenta solo una parte del portafoglio Vita di Generali in Germania. Infatti il business Vita viene ribilanciato sulle polizze unit linked, ibride e protection e il Leone di Trieste si conferma comunque il secondo più grande operatore assicurativo in Germania.

Non solo, fra alcuni addetti ai lavori che seguono Generali si fa notare come l’operazione tedesca era in linea con l’obiettivo strategico di un ribilanciamento, ha fatto incassare un importo considerevole visto che il 100% di Generali Leben è stato valutato fino a un miliardo di euro e ha avuto un impatto positivo sulla Solvency in Germania.

Sbuffi su redditività e quotazioni del titolo in Borsa? I bene informati delle vicende interne al Leone osservano come tutti i target del piano 2015-1018 in aggiornamento sono stati o centrati o sono sostanzialmente in linea con le previsioni.

Evidentemente, si mormora in ambienti finanziari milanesi, le perplessità dei due imprenditori celano altro. Che cosa?

Un indizio è presente alla fine di un articolo del settimanale Milano Finanza di sabato scorso: “Caltagirone insieme agli altri soci privati vuole avere voce in capitolo sull’intero pacchetto” di nomine per il vertice di Generali. Una partita – che comprende presidente, uno dei vice, l’amministratore delegato e in parte anche il direttore generale – dove è dominus di fatto Mediobanca.

In primavera Generali rinnoverà il board. Il capo azienda Donnet “si presenta alla scadenza forte dei dividendi assegnati ai soci nel triennio”, ha scritto di recente Il Sole 24 Ore: “Se, come pare, già a novembre il board approverà il suo nuovo piano industriale triennale, la riconferma dovrebbe essere acquisita”.

Più complicata la partita della presidenza. Il presidente uscente Gabriele Galateri di Genola non può essere rieletto perché ha superato i 70 anni previsti dallo statuto come tetto massimo. L’ipotesi di convocare un’assemblea straordinaria ad hoc per modificare lo statuto pare per ora accantonata: gli investitori istituzionali non gradirebbero, si dice a Piazza Affari.

Così sulla presidenza si stanno per scaricare le fibrillazioni tra grandi soci, con un Caltagirone sempre più scalpitante.

Banche: su stress test nuovo diktat Bce (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Giorni da incubo per le banche italiane. Oltre 

all’incudine dello spread salito oltre quota 300 che continua a 

rosicchiare patrimonio e il crollo dei titoli in borsa che ne depaupera il 

valore, ora si aggiunge il martello del nuovo intervento a gamba tesa 

della Vigilanza Bce (Ssm) sugli stress test in corso. 

Lo scrive il Messaggero spiegando che la scorsa settimana ai top bankers 

di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Ubi, i quattro istituti 

significant facenti parte del campione Eba di 48 istituzioni europee, più 

altre sei banche (Bper, Mediobanca, Carige, Iccrea, Credem, Pop Sondrio) 

della prova semplificata Bce su un totale di un’ottantina in Europa, 

sarebbe pervenuta la telefonata di Ramon Quintana, direttore generale 

della seconda divisione microprudenziale dell’Ssm. L’alto dirigente di 

Francoforte, spiega il giornale, avrebbe suggerito senza mezzi termini di 

essere “complay” rispetto al quarto ed ultimo invio (venerdì 12 ottobre) 

del processo sotto sforzo in piedi dall’inverno scorso: le banche 

dovrebbero accettare le simulazioni concepite in laboratorio dalla 

Vigilanza Ue. 

E’ la quinta volta dal 2010 che l’Europa sottopone un gruppo di istituti 

a un percorso ad ostacoli organizzato in due scenari: quello base in cui 

si ipotizza una crescita del Pil in linea con le previsioni formulata 

dalla Bce e quello avverso. Quest’ultimo è quello più 

accidentato e irrealistico essendo fondato su assunzioni astruse che 

vogliono misurare la reattività del capitale di fronte ad alcuni choc 

economici estremi nel triennio 2018-2020: riduzione cumulata del pil pari 

a12,7% (con una deviazione del 6,5% rispetto allo scenario base), 

riduzione cumulata del 12% dei prezzi del comparto residenziale e del 14% 

di quello commerciale, contrazione dei mercati azionari del 35% nel 2018, 

31% nel 2019 e 25% nel 2020. 

Dall’inizio dell’anno alla chiusura di ieri, continua il quotidiano, 

l’indice bancario è già sceso del 22,2%. Le simulazioni terranno conto 

anche degli impatti legati all’introduzione del principio contabile Ifrs9, 

degli attivi illiquidi e dei titoli di Stato. I punti di maggiore frizione 

con la Bce riguardano il calcolo del margine di interessi e delle 

rettifiche. 

Sulla redditività, in un contesto choc dei tassi, l’aumento del costo 

del funding (tassi passivi) porterebbe i banchieri ad accorciare la 

forbice aumentando i tassi (attivi) sugli impieghi. E’ una visione assurda 

di fronte alla quale si è aperto uno scontro, esteso anche alle assunzioni 

sugli accantonamenti relativi ai crediti. Aumentando le 

rettifiche si corrode il patrimonio. 

L’Ssm non vorrebbe consentire alle banche italiane di assumere una 

posizione “explain”: cioè “non mi adeguo e ti spiego i motivi”. A ridosso 

del terzo invio (5 settembre), sempre Quintana aveva scritto una lettera 

alle banche. Stesso contenuto: moral suasion per convincere i banchieri ad 

omogeneizzare le risposte. Il risultato della prova da sforzo sarà reso 

noto il 2 novembre: ogni banca comunicherà l’indice patrimoniale Cet1 che 

sarà frutto delle varie voci di conto economico e di rischio. Tutte le 

banche italiane supereranno il test con un livello superiore al 10,5% che 

equivale a una sufficienza. Ma l’altro aspetto che sarà 

importante è la classifica rispetto ai concorrenti. Ed è su questo che si 

apre la bagarre. Salvo le cose non cambino, molte banche potrebbero 

precisare che i risultati non sono fair, cioè condivisi. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 09, 2018 03:16 ET (07:16 GMT)

Astaldi: servono più soldi (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Servono più soldi di quanto ipotizzato, c’è chi stima 

che il piano di salvataggio per Astaldi comporterà misure per almeno 2 

miliardi. In ogni caso, per il general contractor romano è scattata una 

sorta di corsa contro il tempo. 

La buona notizia, scrive MF, è che il mercato, scommettendo sul fatto 

che gli advisor e i consulenti al lavoro troveranno una soluzione, ha 

permesso al titolo di guadagnare il 70% dal minimo di 0,41 euro toccato il 

2 ottobre. Da quando sono uscite le indiscrezioni sul cavaliere bianco 

Salini Impregilo , le azioni hanno recuperato una (piccola) parte di 

quanto perso nelle settimane precedenti e anche ieri hanno chiuso in 

rialzo del 12,8% a 0,6995 euro. 

Il punto, adesso, è capire i dettagli, che faranno tutta la differenza 

del mondo. Salini Impregilo, che avrebbe nominato Merrill Lynch e Vitale & 

Co come advisor, aspetta una proposta. Anche le banche aspettano che venga 

loro presentato un piano da parte dei consulenti al lavoro, ovvero Enrico 

Laghi e l’avvocato Franco Gianni (mentre Rothschild è al momento in 

sospeso, da quando Astaldi ha chiesto il concordato in bianco). 

La sensazione è che le prime cifre circolate non saranno sufficienti a 

garantire la continuità per la società di costruzioni. Va detto che 

circolano ipotesi e cifre di ogni tipo, ma quando si parla di aumento di 

capitale, è più facile che ci si muova intorno ai 600 milioni, mentre per 

quanto riguarda lo stralcio del debito bancario, gli istituti di credito 

punterebbero a una quota del 20% e a 200/300 milioni di nuova cassa per il 

gruppo. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 09, 2018 02:39 ET (06:39 GMT)

Banche: più difficile vendere gli npl (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La tempesta perfetta che si è abbattuta sulle banche italiane sta incidendo sui piani di derisking messi in cantiere nei mesi scorsi. 

La pulizia degli attivi, scrive MF, è uno dei cardini della dialettica tra gli istituti di credito e le autorità di vigilanza ma, se l’instabilità dei mercati non rientrasse, le tabelle di marcia potrebbero subire significative variazioni. Oggi sul mercato ci sono portafogli di non performing exposure (npl e unlikely to pay) per un valore nominale di quasi 25 miliardi di euro. I pacchetti più significativi sono quelli messi in vendita da Banco Bpm (fino a 9 miliardi), Unicredit (2 miliardi più il progetto Sandokan 2 che potrebbe arrivare a 3 miliardi), Mps (3,5 miliardi) e Ubi Banca (2,75 miliardi). Quasi tutte le banche comunque hanno in corso operazioni di cessione in uno o più blocchi. 

L’obiettivo infatti è portare il npl ratio (cioè il rapporto tra crediti deteriorati lordi e impieghi lordi) sotto il 10% e avvicinarsi, in qualche caso, al 5-6%. La forte incertezza che si è diffusa sul mercato a cavallo dell’estate ha però messo in allerta gli investitori che oggi chiedono un premio per il rischio maggiore. Mediamente l’Irr applicato alle non performing exposure è cresciuto da 3 a 5 punti percentuali rispetto a maggio, determinando una contrazione dei prezzi. Si tratta ovviamente di stime perché in un mercato disomogeneo come quello del credito deteriorato la qualità dell’asset fa una grande differenza. Un portafoglio chirografario ad esempio ha per un investitore un valore molto diverso rispetto a un portafoglio ipotecario, come dimostrano le operazioni chiuse in questi anni. C’è poi un secondo fenomeno che potrebbe spingere le banche a ricalibrare le proprie strategie: l’andamento dei credit default swap sta rendendo più caro il ricorso alla garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni (gacs). 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 09, 2018 02:21 ET (06:21 GMT)

Fuga capitali

 startmag.it 9.10.18

“Uscita di capitali dall’Italia? Presto per chiamarla fuga, ma preoccupa”, è il titolo di un box di approfondimento contenuto all’interno del rapporto “Dove va l’economia italiana e gli scenari di politica economica” curato dal centro studi di Confindustria diretto da Andrea Montanino e presentato a Roma il 3 ottobre. Ecco l’approfondimento integrale.

Il mercato dei titoli di debito italiani, in particolare quelli pubblici, ha registrato di recente due fenomeni di segno opposto, in qualche modo collegati, che sono preoccupanti specie se gli andamenti venissero confermati nei prossimi mesi.

Primo, gli investitori esteri hanno venduto titoli pubblici e privati italiani (Grafico A). Gli acquisti esteri netti sono divenuti molto negativi a maggio e giugno (-36 miliardi in media al mese; dati Banca d’Italia). A luglio, invece, si. avuto un dato di poco positivo (+10 miliardi). Nei primi 4 mesi del 2018 l’andamento era stato positivo. In particolare, guardando all’esposizione delle banche estere verso l’Italia (dati BIS), fino al 1° trimestre non si vedeva una fuoriuscita di capitali, n. dal settore pubblico, n. da quello privato; anzi, da inizio 2017 si era registrato un andamento abbastanza favorevole. I dati di maggio-giugno, quindi, accendono un campanello d’allarme, ma non segnalano ancora un trend significativo di fuoriuscita di fondi dal Paese. La quota di titoli pubblici in mano a investitori esteri, in fondo, non diminuita molto: 35,4 per cento da 35,6 per cento nel 2017. Se limitato nel tempo, il fenomeno non deve destare troppa preoccupazione, trattandosi peraltro storicamente di dati piuttosto volatili.
Tra 2011 e 2012 i trimestri consecutivi con segno negativo furono quattro. Va notato, comunque, che la riduzione nel 2° trimestre 2018 dei titoli italiani detenuti all’estero (-6,1 in percentuale dello stock) solo di poco inferiore al valore del 1° trimestre 2012 (-7,4 per cento), il peggiore dal 2010. Sono numeri rilevanti nel confronto internazionale: ad oggi i valori minimi in Francia e Germania sono stati di -2,0 per cento e -3,4 per cento (a fine 2016).

Secondo, le banche italiane stanno comprando titoli pubblici domestici. Da inizio 2018 si registra un improvviso aumento dello stock detenuto da istituti del Paese (+49 miliardi tra gennaio e luglio, di cui +29 a maggio-giugno, dati Banca d’Italia). Questo ha interrotto il precedente trend di graduale riduzione, osservato nel triennio 2015-2017. Ricordiamo che nel 2011-2012 gli istituti nazionali, accumulando un enorme stock di titoli, in corrispondenza dell’uscita di investitori esteri, avevano di fatto evitato scenari peggiori. Anche ora gli acquisti di titoli da parte di banche italiane compensano in parte le vendite estere, ma accrescono i rischi nel settore e potrebbero penalizzare il credito a imprese e famiglie.

Il terzo elemento da considerare è che il mercato finora è stato “tranquillizzato” dalla presenza di un massiccio compratore stabile, la BCE. Con il Quantitative Easing, sta mettendo in portafoglio titoli pubblici italiani a un ritmo sostenuto. Al termine del primo trimestre 2018 lo stock in mano alla banca centrale ammontava a 416 miliardi (dati Banca d’Italia), pari al 19 per cento del totale in circolazione. Gli acquisti della BCE, però, sono attesi terminare a dicembre e già negli ultimi mesi di quest’anno viaggeranno a ritmi più ridotti. Quindi, il mercato dei titoli pubblici italiani diventerà più fragile ed esposto a eventuali ulteriori uscite di investitori privati. Anche se, è bene ricordarlo, la BCE non ridurrà il suo stock di titoli, ma smetterà solo di accumularne ulteriormente. A fronte di questi andamenti recenti e della prossima fine del QE, dunque, diventa più urgente mettere in campo le scelte giuste di politica economica, che servono a tranquilizzare i mercati.

La posizione economico-finanziaria dell’Italia è sotto attenta osservazione delle agenzie di rating, che per ora attribuiscono all’unanimità un voto di sufficienza piena al grado di tenuta dei conti pubblici (BBB). Relativamente ad altri paesi europei come Germania (AAA) e Francia (AA), si tratta di un voto piuttosto basso (Tabella A). La valutazione più recente è stata quella di Fitch, che ha lasciato il rating invariato a BBB, ma ha cambiato l’outlook da stabile a negativo. Il peggioramento dell’outlook è stato motivato dai provvedimenti previsti nel contratto di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle e dalla mancata indicazione delle coperture necessarie per realizzarli; da ciò si deduce che le politiche annunciate, flat tax e reddito di cittadinanza in primis, rischierebbero di essere finanziate in deficit, ripercuotendosi negativamente sul debito.

Si osserva inoltre un disallineamento dell’Italia sulla curva rischio-rendimento (Grafico A). Ciò risulta evidente analizzando tre indicatori: tasso di interesse sui BTP decennali, peso del debito sul PIL e, per l’appunto, rating delle principali agenzie internazionali. Il posizionamento dell’Italia è anomalo rispetto agli altri principali paesi europei: in particolare, il rendimento sui BTP appare troppo elevato rispetto al voto assegnato dalle agenzie internazionali, o viceversa. Il rating BBB è infatti un gradino superiore a quello del Portogallo (BBB-), che ha un debito inferiore (125,7 per cento rispetto a 131,2 per cento dell’Italia) e un rendimento più basso (1,9 per cento) rispetto a quello dell’Italia (2,7 per cento). Il quadro non è molto più rassicurante se si guarda al tasso di crescita del PIL atteso, che per l’Italia si attesta all’1,1 per cento nel 2018 e 0,9 nel 2019 rispetto al 2,3 per cento e all’1,8 per cento per il Portogallo. Ovviamente va tenuto presente che l’Italia ha un’economia manifatturiera diversificata e complessa, cosa che gioca a suo favore quando le agenzie di rating sono chiamate a dover esprimere un giudizio sulla tenuta dei suoi conti. Questo suggerisce che il tasso di interesse sui BTP decennali possa convergere su livelli più bassi.

Se si guarda alle serie storiche dei giudizi espressi dalle agenzie di rating in relazione all’andamento dei tassi sui BTP decennali, si osserva che nel periodo successivo alla crisi, e in particolare a partire dalla crisi dei debiti sovrani del 2011, si è assistito a una serie di declassamenti, che hanno portato la valutazione dell’Italia al rating BBB (Grafico B). In seguito al whatever it takes annunciato da Mario Draghi nel luglio 2012, il rendimento sui BTP è calato notevolmente, ma a tale dinamica non si è accompagnato un miglioramento nel giudizio espresso dalle agenzie di rating. In proposito va detto che alla diminuzione del tasso di rendimento non è corrisposta una riduzione dell’incidenza del debito sul PIL, che anzi è passato da 123,4 per cento nel 2012 a 131,2 nel 2017.

Infine, va tenuto conto che l’Italia si trova a soli due gradini dal rating BB+, che denota titoli di stato per investimenti finanziari a carattere prevalentemente speculativo. Un tale giudizio comporterebbe una maggiore difficoltà per le nostre banche nel reperire liquidità dalla BCE, perché associato a titoli di debito sovrano troppo scadenti per rappresentare un collaterale accettabile dalla BCE stessa a fronte dei prestiti erogati; se ciò dovesse verificarsi, le banche italiane verrebbero a trovarsi in una situazione che comporterebbe il ricorso alla procedura di emergency liquidity assistance (ELA), volta a continuare l’erogazione di liquidità a istituzioni solventi che si trovano ad attraversare temporanei problemi nell’accedere alle procedure ordinarie previste dall’Eurosistema. Inoltre, l’eventuale declassamento potrebbe portare a un effetto ricomposizione nei portafogli dei grandi fondi di investimento che, in risposta al cambiamento del rischio/rendimento di un singolo titolo, sono tenuti a rimodulare il mix all’interno dei loro prodotti finanziari per mantenerne invariato il rischio/rendimento complessivo; ciò avviene spesso in automatico, per il mandato di gestione che i fondi sottoscrivono con i loro clienti. Gli effetti sull’economia reale non tarderebbero a farsi sentire, con una minore disponibilità e maggiori costi del credito per imprese e famiglie, oltre a un aumento del costo per il finanziamento del debito pubblico.