Carige, Fitch taglia il rating a CCC+

SN finanzareport.it 10.10.18

Il fallimento della banca è visto dall’agenzia di rating come “una reale possibilità”. La banca replica: requisiti in linea con la vigilanza, oggi incontro “costruttivo” con la Bce


Fitch ha tagliato il rating di lungo termine di Banca Carige a CCC+ da B- con rating watch negativo.

La decisione dell’agenzia di rating arriva mentre la banca è impegnata a mettere in campo misure per il rafforzamento, tentando però di evitare il ricorso a un aumento di capitale, e nel giorno in cui il management della banca era atteso a Francoforte per un incontro con la vigilanza Bce. 

Il taglio del merito creditizio per Fitch riflette il fatto che “il fallimento della banca sia una reale possibilità dal momento che sarà una sfida per l’istituto rafforzare il capitale”, con la conseguenza che alla fine potrebbe rendersi necessario “un intervento del regolatore”, con perdite a carico dei creditori senior. “Questo porterebbe a un (ulteriore) downgrade”, spiega Fitch. 

L’agenzia mette in discussione il potenziale successo del bond subordinato da 200 milioni, una delle misure prioritarie per soddisfare le richieste della Bce. 

Fitch scrive infatti che il maggiore azionista Malacalza, nonostante la volontà espressa di supportare Banca Carige, non abbia preso un deciso impegno a sottoscrivere l’intero prestito obbligazionario. 

In serata è arrivata la replica di Carige, affidata a una nota in cui si precisa “che nelle interlocuzioni con i Regulators non è mai stato espresso alcun riferimento a una eventuale possibilità di fallimento. Si evidenzia a riguardo che il CET1, indice che misura la solvibilità della Banca, è in linea con i requisiti previsti dalla Vigilanza”.

Si sottolinea inoltre che “l’Agenzia non ha tenuto conto dei progressi realizzati dopo l’assemblea degli azionisti in tema di governance e di sostegno finanziario degli azionisti. Si riserva quindi valutazioni sull’operato di Fitch”.

Carige conferma che si è svolto oggi “il programmato incontro con BCE, che è stato costruttivo in ottica di percorso per il rispetto dei requisiti sull’Overall Capital Requirement 2018 e si sono analizzate le prospettive future anche in vista della valutazione di possibili alleanze”. 

Tornando al report di Fitch, il taglio del rating riflette anche il nuovo cambio di management, poiché secondo l’agenzia aggiunge incertezza su strategie future e sulla tempistica del rilancio. 

L’agenzia sottolinea poi la “vulnerabilità” dell’istituto anche in termini di qualità del credito. Sul fronte dei crediti problematici Fitch ritiene infatti plausibile che le inadempienze probabili possano essere deconsolidate entro fine anno, mentre la cartolarizzazione di Npl per 1 miliardo già prevista dal piano potrebbe subire ritardi a causa delle mutate condizioni di mercato.

L’istituto ligure deve presentare alla Bce un nuovo piano di conservazione del capitale entro il prossimo 30 novembre. La banca è già reduce da tre aumenti di capitale in 4 anni, l’ultimo meno di un anno fa.  

In Borsa intanto Carige ha lasciato oggi sul terreno il 5,77% a 0,0049 euro dopo un minimo storico intraday a 0,0048

Il vulcano dei derivati ​​ha già iniziato a scoppiare?

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Scritto da David Goldman su The Asia Times,

La cura per l’ultima crisi si trasforma sempre nella causa del prossimo …

Le economie dell’Europa meridionale – Grecia, Italia, Spagna e Portogallo – sono quasi crollate nel 2011 e le autorità monetarie europee hanno risposto con tassi di interesse negativi. Così ha fatto il Giappone.

Gli europei e i giapponesi pagano per detenere liquidità o possedere titoli di stato tedeschi a 10 anni, il che significa che ogni fondo pensione e assicuratore chiuderà un orizzonte temporale limitato. Hanno risposto esportando di più, risparmiando di più e acquistando asset americani che pagano ancora un rendimento reale, seppure basso, positivo.

La copertura del rischio di cambio in questo business da mezzo trilione di dollari l’anno ha esaurito il bilancio del sistema bancario globale. Ciò spiega che gran parte del salto nel rendimento delle note decennali negli Stati Uniti è sceso al 3,2% lo scorso venerdì dal 2,85% di inizio settembre. La copertura del rischio di cambio in questi enormi flussi ha creato una montagna di derivati, e ha iniziato a vomitare fumo e lava.

Le banche stanno razionando le linee di swap in valuta estera, rendendo le coperture così costose che gli investitori tedeschi e giapponesi non possono più permettersi di acquistare obbligazioni statunitensi. Se l’offerta estera per il debito degli Stati Uniti si prosciuga, aumenterà il costo del finanziamento del deficit di bilancio annuale americano di 1 trilione di dollari, e così i costi degli interessi in tutto il mondo.

I meccanismi di copertura di miliardi di dollari di flussi di capitale sono complessi, ma l’economia è semplice. La Germania e il Giappone esportano insieme mezzo trilione di dollari l’anno di beni e servizi più di quanto importino. L’America importa più di mezzo trilione di dollari di beni e servizi più di quanto esporti.

Germania e Giappone hanno tassi di interesse reali negativi, quindi i loro investitori acquistano obbligazioni americane a tassi di interesse reali positivi. Ma tedeschi e giapponesi devono pagare euro e yen, non dollari. Vanno nelle loro banche per scambiare il reddito in dollari in reddito in valuta locale. Le banche prendono in prestito dollari negli Stati Uniti, li vendono sul mercato a termine e ricevono euro e yen.

Le banche europee stanno esaurendo la capacità di indebitamento. Dopo cinque anni di tassi negativi a breve termine, la loro redditività è bassa, i loro prezzi delle azioni stanno diminuendo e il loro credito si sta deteriorando. Non possono più prendere in prestito i dollari necessari per costruire le siepi di cui hanno bisogno gli investitori locali.

I derivati ​​su valute estere costituiscono la più grande montagna di obbligazioni nel sistema finanziario mondiale – un ammontare nozionale di circa 90 trilioni di dollari, rispetto ai 60 trilioni di dollari nel 2010.Abbattendo i numeri, gli economisti della Bank for International Settlements (BRI) hanno dimostrato che i derivati ​​valutari presi le società non finanziarie monitorano la crescita del commercio mondiale e gli obblighi derivati ​​degli istituti finanziari non bancari – gestori monetari e compagnie assicurative – hanno monitorato gli investimenti in titoli internazionali (vedi grafico sotto).

Gli economisti della BRI guidati da Robert McCauley osservano che le banche non statunitensi devono ora $ 10.7 trilioni di dollari USA, la maggior parte dei quali riflette le esigenze di copertura di questi flussi globali. Le banche non segnalano swap in valuta con i loro clienti nei loro bilanci, ma la BRI stima che tali obblighi ammontano a $ 13 o $ 14 trilioni.

Gli Stati Uniti

Per più di un anno, i regolatori bancari internazionali e il Fondo monetario internazionale hanno avvertito che il sistema bancario non è più in grado di supportare questi enormi flussi.  La Federal Reserve sta rafforzando la liquidità negli Stati Uniti e, in un mercato volatile, le banche europee potrebbero non essere in grado di coprire quasi $ 11 trilioni di obbligazioni a breve termine – e potrebbero essere inadempienti.

Come avvertito dalla BRI nel settembre 2017: 

La combinazione di vulnerabilità dei bilanci e restrizione del mercato potrebbe innescare problemi di finanziamento in caso di tensioni sul mercato. Le turbolenze del mercato possono rendere più difficile per le banche gestire i divari valutari nei mercati di swap volatili, rendendo probabilmente alcune banche incapaci di recuperare i finanziamenti in dollari a breve termine. Le banche potrebbero quindi agire da amplificatore delle tensioni del mercato se le pressioni del finanziamento obbligassero le banche a vendere attività in un mercato turbolento per pagare le loro passività dovute.

La pressione dei finanziamenti potrebbe anche indurre le banche a ridurre i prestiti in dollari ai mutuatari non statunitensi, riducendo così la disponibilità di credito. In definitiva, c’è il rischio che le banche possano far valere i loro obblighi in dollari.

Le turbolenze di mercato di cui la BRI ha avvertito nel suo rapporto trimestrale di settembre 2017 sono ormai alle porte: il governo populista italiano minaccia di aumentare il debito sovrano del paese, già ad un insostenibile 130% del PIL. I rendimenti sul debito italiano sono saliti alle stelle e gli stock bancari sono crollati. 

L’affidabilità creditizia di alcune delle più grandi banche europee è peggiorata. Nel caso di Deutsche Bank, il costo della copertura contro insolvenze obbligazionarie nei prossimi cinque anni è raddoppiato da quando la crisi italiana è scoppiata a maggio.

Mentre il credito delle banche europee si deteriora, i regolatori statunitensi richiedono alle banche americane che prestano a loro di mettere più riserve contro la loro esposizione. Ciò solleva il costo del rifinanziamento dei 12 trilioni di dollari di prestiti bancari europei da parte delle banche americane e probabilmente ha portato a una riduzione delle linee di credito. Le banche europee, in cambio, devono addebitare tariffe esorbitanti ai clienti per la copertura.

Il crunch ha colpito alla fine del terzo trimestre, quando la linea di credito a breve termine delle banche europee in dollari USA ha dovuto essere rinnovata. I dati per il volume del prestito interbancario non sono ancora disponibili, ma lo “scambio di basi” tra euro e dollari USA è trasversale, lo spread che le banche fanno pagare ai propri clienti per espandere i loro bilanci per fornire coperture valutarie si è improvvisamente allargato.

Lo spostamento dello 0,3%, o 30 punti base, del cosiddetto basis swap è stato abbastanza grande da eliminare qualsiasi vantaggio che gli investitori europei potrebbero ottenere dall’acquisto di titoli in dollari USA e dallo scambio dei flussi di cassa in euro.

Nel frattempo, i ricercatori della Deutsche Bank hanno notato in un rapporto del 3 ottobre: ​​”Il 27 settembre il costo degli investimenti in valuta forex denominati in dollari dal Giappone è salito a 315 punti base, il livello più alto dalla crisi finanziaria del 2008″.

In effetti, questo ha spazzato via l’incentivo per gli investitori giapponesi ad acquistare obbligazioni statunitensi. Le obbligazioni giapponesi a 10 anni hanno un rendimento di circa lo 0,14% e i buoni del Tesoro statunitensi hanno un rendimento del 3,23%, quindi il costo del 3,15% della copertura cancella il vantaggio di rendimento per gli investitori giapponesi. Il motivo del cambiamento è stato un salto dello 0,46% nello swap base yen-dollaro in un solo giorno lavorativo. I prestiti in dollari stanno diventando scarsi anche per le banche giapponesi.

Se gli investitori esteri non possono riciclare il deficit del conto corrente statunitense da mezzo trilione di dollari in titoli in dollari perché il sistema bancario non è in grado di fornire coperture valutarie, i rendimenti USA saliranno, forse in modo brusco. Sarà più difficile per il Tesoro degli Stati Uniti prendere in prestito i mille miliardi di dollari che richiede ogni anno, e il costo del servizio del debito aumenterà il deficit di bilancio degli Stati Uniti: ogni aumento dell’1% dei costi del prestito aggiunge 200 miliardi di dollari al servizio del debito.

Dubito che i governi europei permetterebbero alle loro banche di inadempienza sugli obblighi in dollari; molto prima che ciò potesse accadere, i regolatori europei avrebbero organizzato fusioni di fucili a pompa e ricapitalizzazioni di emergenza. Ma il rischio rimane che il credito in dollari si impadronirà a livello globale, con conseguenze disastrose per i paesi che devono prendere in prestito dollari per coprire i deficit.

Strage bus in Irpinia, chiesti 10 anni per i vertici di Autostrade

Redazione pupiatv.it 10.10.18

 

Dieci anni di reclusione per i vertici di Autostrade per l’Italia, accusati di omicidio colposo plurimo e disastro colposo: è la condanna richiesta dal procuratore capo di Avellino, Rosario Cantelmo, al processo per la strage del bus precipitato il 28 luglio 2013 dal viadotto “Acqualonga” dell’A16 Napoli-Canosa, uccidendo 40 persone. Al processo sono imputati Giovanni Castellucci, a.d. di Autostrade, e altri 11 dirigenti e dipendenti.

La procura di Avellino punta il dito anche contro gli esponenti di Autostrade che sarebbero stati responsabili per la mancata manutenzione del viadotto le cui barriere cedettero sotto l’impatto del bus, facendo precipitare il veicolo nella scarpata sottostante. Le perizie depositate durante il processo – la cui attendibilità è stata contestata dai legali della società – hanno evidenziato la scarsa manutenzione delle barriere e dei “tirafondi” (i bulloni che bloccano i “New Jersey” alla sede stradale) che se non fossero risultati usurati avrebbero “derubricato al rango di grave incidente stradale” quello che ha invece causato la morte di 40 persone.

Il cedimento delle barriere è stata una concausa dell’incidente: l’accusa nella prima parte della requisitoria svoltasi il 5 ottobre puntava anche sulle cattive condizioni del bus, immatricolato nel 1985 e con ben 800mila chilometri percorsi, non sottoposto a regolare revisione. Da qui la richiesta di condanna a 12 anni di reclusione per Gennaro Lametta, il titolare della “Mondo Travel” e proprietario del bus, che nell’incidente ha perso il fratello Ciro che era alla guida del mezzo; 9 anni per Antonietta Ceriola, dipendente della Motorizzazione Civile di Napoli e 6 anni per Vittorio Saulino, anch’egli dipendente della Motorizzazione.

Lametta, accusato dalla Procura di concorso in omicidio, lesioni e disastro colposo, è responsabile non soltanto delle pessime condizioni del bus ma in primo luogo per non aver sottoposto l’automezzo a revisione: se questo fosse avvenuto, ha sostenuto la pubblica accusa, l’automezzo non avrebbe ottenuto l’autorizzazione a circolare. I due funzionari della Motorizzazione Civile sono invece accusati di non aver assolto alle loro funzioni di controllo che avrebbero impedito la circolazione del bus.

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I laboratori del Gran Sasso sono nei guai

ILPOST.IT 10.10.18

Un’inchiesta della procura di Teramo su alcune perdite di sostanze pericolose potrebbe fermare uno dei centri di ricerca di fisica più importanti al mondo

 Uno degli ingressi dei Laboratori del Gran Sasso (INFN)

I Laboratori Nazionali del Gran Sasso, una delle più grandi e importanti strutture di ricerca per la fisica nucleare e lo studio della fisica delle particelle, sono finiti nel mezzo di un’inchiesta giudiziaria che potrebbe rallentare (se non compromettere) alcuni dei loro esperimenti più importanti. La vicenda è legata a una serie di perdite nei sistemi dei laboratori, che secondo la procura di Teramo avrebbero portato al rilascio di sostanze tossiche e inquinanti nelle falde acquifere della zona. La procura ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini a inizio settimana, e ha iscritto nel registro degli indagati 10 persone compresi alcuni responsabili dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).

Collocati all’interno del Gran Sasso, il massiccio montuoso più alto dell’Appenino centrale in Abruzzo, i laboratori comprendono tre enormi ambienti scavati nella montagna, nelle vicinanze dell’autostrada che collega Teramo con L’Aquila. Lo strato di roccia spesso 1.400 metri è la soluzione ideale per schermare interferenze di vario tipo, rendendo possibili ricerche molto complesse e delicate sulle particelle subatomiche, la materia oscura e la rivelazione dei neutrini. Per alcuni di questi esperimenti sono utilizzate grandi vasche con acqua e altri composti chimici, che servono per schermare ulteriormente le interferenze e osservare particolari fenomeni fisici. Benché i laboratori applichino da sempre tutte le misure necessarie – e previste dalla legge – per evitare contaminazioni, gruppi ambientalisti della zona contestano la presenza del centro di ricerca e le sue attività.

Il lavoro di ricerca al Gran Sasso prosegue dalla fine degli anni Ottanta: nel 2002 sono iniziate le contestazioni a livello locale in seguito all’imprevisto rilascio nell’ambiente di 50 litri di pseudocumene, un composto usato dall’esperimento Borexino per la ricerca sui neutrini. Lo pseudocumene è piuttosto diffuso, viene utilizzato per esempio per la produzione di coloranti e profumi, non è classificato come cancerogeno e a basse concentrazioni non è particolarmente pericoloso. Il composto finì nelle acque di un torrente della zona, la magistratura mise sotto sequestro l’ambiente di lavoro di Borexino e di fatto rese necessaria la chiusura di altri esperimenti. Intervenne anche il governo, con la nomina di un commissario per assicurarsi che fossero migliorati gli standard di sicurezza al Gran Sasso.

La nuova inchiesta contiene accuse di “negligenza e imprudenza” nella gestione dei laboratori e delle loro attività, a partire almeno dal 2002. Tra gli accusati ci sono alcuni responsabili dei Laboratori del Gran Sasso, compreso il loro direttore, Stefano Ragazzi, e il presidente dell’INFN, Fernando Ferroni.

I magistrati sono tornati a occuparsi del Gran Sasso in seguito a un altro incidente, avvenuto nell’estate del 2016, che portò alla dispersione di diclorometano, un solvente utilizzato per molti processi chimici. La perdita avvenne nell’ambito dell’esperimento CUPID per i neutrini, mentre era in corso il lavaggio dei cristalli utilizzati dal rivelatore del laboratorio. La vicenda è complicata e non molto chiara: tracce del solvente furono trovate nell’acquedotto di Teramo, ma non si sa di preciso come fossero andate le cose. Il responsabile della ONLUS Stazione Ornitologica Abruzzese, Augusto De Sanctis, venne a conoscenza del fatto e sporse denuncia.

De Sanctis è uno dei personaggi più ricorrenti in questa storia, come spiega anche un’inchiesta da poco pubblicata su Science sul tema, visto l’importanza degli esperimenti condotti al Gran Sasso per la comunità scientifica a livello internazionale. De Sanctis sostiene ci siano stati altri casi di perdite, ma è soprattutto contrario al fatto che nei laboratori siano conservate enormi quantità di acqua con composti chimici per gli esperimenti. Le preoccupazioni sono legate soprattutto all’esperimento Borexino, che utilizza 1.300 tonnellate di una soluzione con pseudocumene, e al Large Volume Detector (LVD), che utilizza circa mille 1.000 tonnellate di acquaragia.

La procura di Teramo accusa i responsabili dei Laboratori del Gran Sasso di non avere attuato i provvedimenti necessari per la gestione e la rimozione, in sicurezza, delle sostanze usate per i suoi esperimenti; e li accusa di non avere mai completato i lavori previsti nel 2002 dopo la prima perdita, come un nuovo isolamento per la pavimentazione dei laboratori e una revisione dei sistemi di scarico.

Uno dei temi sollevati dalla procura è che una legge del 2006 vieta che siano conservate sostanze pericolose entro 200 metri da falde e sorgenti di acqua potabile. L’anno scorso l’INFN aveva risposto a queste accuse ricordando che la legge del 2006 non è applicabile ai laboratori, perché le loro infrastrutture sono antecedenti. In realtà anche questo aspetto legale è controverso e ha portato a diverse polemiche, anche tra istituzioni. Nel 2013, per esempio, l’Istituto Superiore di Sanità chiese ai Laboratori del Gran Sasso di rivedere le proprie attività, in modo da ridurre i rischi di contaminazione delle acque.

Se si andasse a processo, potrebbero esserci conseguenze per gli esperimenti al Gran Sasso. Tra le soluzioni, si parla da tempo della possibilità di accorciare la durata di Borexino e LVD, in modo da terminare le attività entro la fine del 2020. Questa soluzione potrebbe essere un compromesso accettabile, dal punto di vista degli scienziati, per risolvere la situazione.

L’INFN per ora non ha commentato molto le notizie sull’inchiesta giudiziaria, precisando che nel frattempo le attività di ricerca proseguono normalmente. Sempre a Science, Gianpaolo Bellini, ex portavoce dell’esperimento Borexino, ha detto che le polemiche sulle contaminazioni sono “prive di fondamento”. Il suo timore, come quello di altre persone che lavorano al Gran Sasso, è che la vicenda possa screditare a livello internazionale i laboratori, disincentivando l’arrivo di nuovi ricercatori dall’estero. Altri ritengono che i rischi effettivi legati agli esperimenti siano stati ingigantiti, portando a un eccessivo allarmismo intorno alle attività dei laboratori. Qualcosa di analogo era accaduto un anno fa, per un esperimento che prevedeva l’utilizzo di una fonte radioattiva, poi modificato.

L’ex assistente del CEO Goldman commette suicidio dopo aver confessato $ 1,2 milioni di furto di vino

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Un ex assistente del CEO di Goldman Sachs, John Solomon, si è suicidato martedì, il giorno in cui avrebbe dovuto dichiararsi colpevole in tribunale federale per aver rubato oltre $ 1 milione di vino raro dal suo ex capo, secondo Bloomberg. Nicolas De-Meyer, 41 anni, è saltato dalla sua camera al 33 ° piano al Carlyle Hotel, sul lato est di Manhattan, alle 14:30 di martedì, nel periodo in cui avrebbe dovuto comparire in tribunale per presentare la sua dichiarazione di colpevolezza per il trasporto interstatale di beni rubati in connessione con un furto dopo aver ammesso di aver rubato 1,2 milioni di dollari in vino pregiato.

Salomone

John Solomon

De-Meyer è stato accusato di aver rubato centinaia di bottiglie da Solomon, che è stato nominato Mr. Gourmet nel 2010 dalla Society of Bacchus America. Il furto includeva sette bottiglie di una delle annate più rare e più costose del mondo. Solomon è noto per avere un impianto di stoccaggio di 1.000 bottiglie di vino nella sua residenza. 

I vini rubati comprendevano sette bottiglie della tenuta francese Domaine de la Romanee-Conti, una Borgogna ampiamente considerata “tra i migliori, più costosi e più rari vini al mondo”, che era stata precedentemente acquistata per 133.650 $, secondo l’accusa.

Solomon e sua moglie hanno rilasciato una dichiarazione che esprimeva il loro profondo rammarico per la morte di De-Meyer, dicendo che era stato “vicino” con la famiglia per molti anni.

“Mary ed io siamo profondamente rattristati nel sentire che Nicolas si è tolto la vita”, ha detto Solomon in una dichiarazione attraverso Goldman Sachs, riferendosi a sua moglie. “Era vicino alla nostra famiglia per diversi anni e siamo tutti addolorati per la sua tragica fine”.

De-Meyer era impiegato da Solomon tra il 2008 e la fine del 2016, quando fu scoperto il furto. è stato accusato di aver rubato centinaia di bottiglie, tra cui bottiglie di RDC, un top di Borgogna. Le sette bottiglie di RDC che erano state rubate erano state precedentemente acquistate per 133.650 $.

Romaine

I compiti di De-Meyer nel suo lavoro per il Solomon includevano il ritiro delle spedizioni di vino e il trasporto dall’appartamento di Manhattan a Salomone nella sua cantina di East Hampton. De-Meyer alla fine decise di usare lo pseudonimo Mark Miller per vendere bottiglie a un commerciante di vini con sede nella Carolina del Nord. Dopo aver scoperto il furto nel novembre 2016, Solomon ha affrontato De Meyer, che ha subito confessato e ha promesso di restituire il denaro a Salomone. Tuttavia, presto fuggì dal paese e nei successivi 14 mesi viaggiò a Roma, Rio de Janeiro e Buenos Aires prima di tornare negli Stati Uniti, dove fu arrestato all’inizio di quest’anno dopo essere atterrato a Los Angeles. Trascorse i due mesi successivi in ​​custodia federale prima che sua madre impegnasse la sua casa per pagare il suo prestito di $ 1 milione in contanti. 

I procuratori e gli avvocati di De-Meyer stavano aspettando in tribunale che De-Meyer si presentasse e accettasse la sua dichiarazione di colpevolezza quando avevano saputo del suo suicidio.

Popolare di Bari, FQ: dopo BPVi e Veneto Banca un altro scandalo bancario a scoppio ritardato

Rassegna Stampa Vicenzapiu.com 10.10.18

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Se non fosse una tragedia, la crisi delle banche popolari non quotate italiane sarebbe una pochade. Dopo la tournée in Veneto, l’ennesima replica sta andando in scena in Puglia, ancora una volta tutta giocata sullo strabismo delle autorità di vigilanza. Negli anni scorsi Banca d’Italia e Consob hanno sorvolato sulla Banca Popolare di Bari, autorizzandola anzi ad acquisire istituti di credito in difficoltà. Ora che però la situazione della banca governata dalla famiglia Jacobinisi fa difficile, alle prese con la trasformazione in società per azioni (l’assemblea è fissata per il 16 dicembre) e con un nuovo aumento di capitale, gli sceriffi del mercato si riscuotono dal torpore e impugnata la Colt riportano la legge in città.

Dai conti, Banca Popolare di Bari non parrebbe in affanno: il bilancio del gruppo nel 2017 ha segnato un utile di 1,05 milioni (erano 5,25 nel 2016) dopo rettifiche di avviamenti per 18,5 milioni. Gli indici patrimoniali sono migliorati – il Cet1 dal 9,2 al 10,2 per cento e il Tier1 dal 12 al 12,7 per cento, sopra i requisiti regolamentari – Ma non è tutto oro quello che luccica.

Lo sanno bene i quasi 70mila soci della Popolare, che a fine 2017 contava 353 filiali in 13 regioni e 3.062 dipendenti. A questi risparmiatori negli anni la banca ha piazzato 160,36 milioni di azioni non quotate e illiquide. Titoli che valevano sino a 9,53 euro ma che oggi sono scambiati sul circuito telematico Hi-Mtf a 2,38 euro, con un tracollo del 75 per cento. Prima dell’obbligo di trattazione sul circuito telematico, deciso il 18 ottobre 2016 dalla Consob con la comunicazione 92492 a tutte le banche non quotate, le azioni erano valutate come quelle delle altre Popolari non quotate, attraverso procedure di esperti indipendenti richieste dal consiglio di amministrazione e poi approvate dai soci in assemblea a multipli elevatissimi. Un modo, utilizzato anche a Vicenza, per chiedere all’oste se il vino era buono. Se si considera che incombe un aumento di capitale stimato dai 250 ai 350 milioni (ma potrebbero essere di più), non è difficile immaginare il futuro dell’azione.

E sì che nel tempo la Bari era come il Mr. Wolf di Pulp Fiction: “risolveva i problemi” alla Vigilanza. Banca d’Italia nel 2009 autorizzò la Popolare ad acquistare Cassa di Orvieto e nel 2014 diede via libera all’acquisizione della Casse di Teramo (Tercas) e di Pescara (Caripe), in grosse difficoltà. L’acquisizione di Tercas e di Caripe fu finanziata dalla Bari con un aumento di capitale da 500 milioni, vidimato da via Nazionale e da Consob, piazzato metà in azioni (a 8,95 euro l’una) e metà in obbligazioni subordinate.

Eppure il carico da novanta ora lo mettono proprio le autorità di controllo. Dopo anni di denunce di azionisti inferociti per l’impossibilità di vendere le proprie azioni e segnalazioni dei media, la Consob si è svegliata e con le delibere 20583 e 20584 nei giorni scorsi ha sanzionato i vertici della Popolare, a partire dall’ad Marco Jacobini (consigliere da quarant’anni), e la banca stessa per 2,6 milioni. La motivazione? Violazioni di legge sugli aumenti di capitale del 2014 e 2015 nella vendita delle azioni ai clienti. La banca non avrebbe comunicato nei prospetti informativi le modalità di determinazione del prezzo dell’azione, omettendo consulenze che lo fissavano più in basso, e avrebbe forzato i profili di rischio dei clienti per potergli piazzare azioni, bond subordinati e finanziamenti “baciati”. Esemplare il caso della società di costruzioni Debar, cui fu concesso di vendere azioni per 4,1 milioni per rientrare di 5,15 milioni di finanziamento concesso dalla stessa Popolare. Secondo la Consob, a fine 2016 29mila clienti della Bari (il 36,5 per cento del totale) “presentava un portafoglio inadeguato”.

Chi si è accorto delle irregolarità? Proprio Banca d’Italia, che nel 2016 ha disposto una verifica. Il tutto ha portato a scoprire che sino a metà 2017 la gestione degli scambi delle azioni della Popolare di Bari, realizzata dall’area finanza della banca, presentava carenze ed errori che non consentivano di rispettare gli ordini dei clienti, come d’altronde già segnalato da oltre 200 esposti. Tant’è vero che la banca ha dovuto rimborsare cinque azionisti e che l’Arbitro bancario finanziario ha disposto rimborsi per i danni, stabilendo che la banca ha violato le “regole di condotta” perché gli acquirenti non erano in grado di percepire la rischiosità dei titoli. Intanto sulla banca indaga anche la Procura del capoluogo pugliese.

Ma i guai non sono finiti. Secondo Giuseppe D’Orta, consulente finanziario indipendente e responsabile della tutela del risparmio di Aduc, “al prezzo attuale di 2,38 euro la Popolare di Bari capitalizza circa 380 milioni: erano un miliardo e 200 milioni al prezzo di 7,5 euro. Applicando i multipli di bilancio di altri istituti comparabili con la banca, il prezzo può ancora almeno dimezzarsi, e la capitalizzazione complessiva scenderebbe a 190 milioni. In caso di aumento di capitale da 250-350 milioni, alla Popolare occorrerebbe nuovo capitale per un valore superiore alla propria capitalizzazione. Chi sborserebbe 250-350 milioni? Difficile pensare ai piccoli azionisti, visto il crollo delle azioni da loro possedute”. Anche a Mr. Wolf così ora serve un Mr. Wolf.

di Nicola Borzi, da Il Fatto Quotidiano 

Rovesciare Juncker e Moscovici Il piano dei sovranisti in Europa

sovranismo Unione europea

Creare un fronte compatto che rovesci l’attuale leadership dell’Unione europea. Prendersi la Commissione e riuscire a costruire un fronte da destra che cambi l’Europa, trasformandola in una realtà confederale. Sono questi gli obiettivi del blocco sovranista per le elezioni europee ma non solo, come dimostrato da Matteo Salvini e Marine Le Pen al convegno dell’Ugl a Roma.

La strategia del fronte sovranista è molto più complessa e articolata di quanto possa apparire. Non c’è solo una campagna elettorale da portare a termine ma cambiare l’Europa. Per farlo il fronte sovranista parte da una certezza: non può fare tutto da solo. C’è bisogno anche del Ppe e di quel vento di destra che sta animando anche parte del movimento moderato dell’Unione europea. Il blocco nato dai movimenti più radicali” non vuole tagliare i ponti con il centro: vuole che il centro si riequilibri a destra. E per farlo, ha al suo interno alleati utilissimi alla causa: Viktor Orban ad esempio, il cui Fidesz rimane nel Ppe, ma anche la Csu di Horst Seehofer e i popolari dell’austriaco Sebastian Kurz.

Nel mirino dei sovranisti non c’è solo quello di strappare consensi, ma c’è anche quello di diventare una presenza costante e necessaria all’interno dell’Europarlamento. Primo step sarà quello delle elezioni europee del 26 maggio 2019 e cercare di diventare la seconda forza politica superando il Partito socialista. Come riporta Il Tempo, il fronte sovranista è “un nucleo in grande espansione come conferma la rilevazione del sito specializzato ‘pollofpolls.eu’ che lo dà oggi a 160 seggi, nettamente avanti ai socialisti (crollati a 138) e a un passo dai 179 seggi dei popolari”.

Nel caso in cui le elezioni rendessero concreto questo scenario, il blocco a destra otterrebbe quanto voluto: diventare indispensabile e rendere soprattutto difficile, se non impossibile, la riproposizione della Grande Coalizione in salsa europea. Niente più alleanza Ppe- Pse e Alde per spartirsi i posti di comando in Europa. Ma qualcosa di diverso, che potrebbe anche vedere di nuovo il Ppe fra i protagonisti, ma senza la sinistra e con i sovranisti a fare da ago della bilancia. E in questo modo, decidere insieme la nuova Commissione europea.

L’obiettivo di Salvini & co. non è quello di rivoluzionare l’Europa con un voto. La strategia è più a lungo termine e bisogna partire da mosse pragmatiche. Intanto riuscendo a creare un’alleanza politica che rovesci la nomenklatura che ha dettato finora legge in tutto il continente. Nel mirino ci sono i vari Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e tutti i rappresentanti della Commissione che ha scatenato la ribellione degli elettori europei. E che rappresentano il vero obiettivo del blocco sovranista di cui il ministro dell’Interno e la leader francese rappresentano gli alfieri.

A questo punto, una volta ottenuto un blocco di voti di grande peso e che rappresentino la seconda forza del Parlamento europeo, c’è il secondo step: iniziare a proporre una propria idea di Europa. E in questo senso, l’idea del fronte sovranista è quella di ripensare l’Ue in termini confederali. Non un’unione politica, ma un’alleanza di Stati che abbia a cuore solo alcuni punti, come la protezione dei confini, e che lascia ai singoli governi libertà di movimento sulla società che vuole costruire nel proprio Paese.

Un’Europa minimalista, soft, senza una potenza leader né un sistema di funzionari che controlli la vita dei singoli Stati membri. Un obiettivo arduo, ma non impossibile. E dalla loro parte, i sovranisti hanno alleati forti non solo in Europa, ma anche al di fuori: Russia e Stati Uniti.

Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri, il forcing del governo e l’ipotesi Cdp sussurrata al Tesoro

C’è voluta anche la moral suasion del governo, e in particolare dei ministeri dell’Economia e della Difesa, affinché due colossi che gravitano nell’orbita dello Stato tornassero a parlarsi e non a scontrarsi come è avvenuto di fatto nella partita Vitrociset.

È questo il senso politico dell’accordo comunicato ieri da Leonardo (ex Finmeccanica) e Fincantieri su come procederà la collaborazione nella società Orizzonte Sistemi Navali (Osn).

Dalle due aziende filtra la considerazione che quella annunciata era una naturale prosecuzione di quanto deciso nel 2014. Eppure la definizione dell’accordo operativo sulla società congiunta Orizzonte Sistemi Navali è arrivata dopo anni. Guarda caso mentre entra nel vivo il dossier militare in Francia fra Fincantieri e Naval Group (che desta le preoccupazioni di Leonardo, timorosa di essere surclassata da Thales, azionista di peso d Naval Group) e dopo la sorprendente vicenda della società Vitrociset partecipata da Leonardo, che alla fine ha comprato l’azienda che stava per finire nelle mani di Fincantieri.

Ma partiamo dalla nota di ieri per poi addentrarci negli scenari che riguardano i due gruppi italiani.

LA NOTA DI IERI

Leonardo e Fincantieri, nell’ambito del rapporto di collaborazione e preferred partnership avviato nell’ottobre 2014, hanno concordato i principi guida di un’intesa nel settore delle navi militari per cogliere al meglio le nuove sfide sui mercati internazionali al fine di presentare soluzioni congiunte in un settore sempre più competitivo ed esigente, hanno comunicato ieri i gruppi capitanati rispettivamente da Alessandro Profumo e Giuseppe Bono.

IL RUOLO DELLA SOCETA’ OSN

La valorizzazione delle reciproche competenze passerà attraverso il rilancio di Orizzonte Sistemi Navali (Osn), la joint venture partecipata da Fincantieri e Leonardo con quote rispettivamente del 51% e del 49%, “a cui entrambe le parti hanno previsto di conferire risorse che le consentiranno di assumere la responsabilità del Sistema di Combattimento, definendo requisiti e architettura dei singoli componenti, ivi compreso il Combat Management System (CMS)”, si legge nella nota.

GLI OBIETTIVI

Secondo Profumo e Bono, la rinnovata intesa rafforzerà le due società con una strategia di prodotto congiunta per il settore navale militare. Fincantieri e Leonardo faranno della JV Orizzonte Sistemi Navali la Design Authority del Sistema di Combattimento. La Jjvrappresenterà dunque il veicolo in grado di massimizzare il contenuto italiano e i conseguenti ritorni per l’industria nazionale e la sua filiera, promettono i due gruppi.

COME LEONARDO-FINMECCANICA E FINCANTIERI SI DIVIDERANNO I COMPITI

Fincantieri svolgerà il ruolo di Prime Contractor, interfaccia unica verso il cliente e responsabile della nave combattente nel suo complesso (Design Authority della Whole Warship), pertanto responsabile dell’architettura del sistema nave sia per quanto riguarda la piattaforma che il Sistema di Combattimento attraverso OSN, mentre Leonardo si consoliderà come preferred partner per il Combat Management System e sistemi ed apparati del sistema nave.

LO SCENARIO FRANCESE PER FINCANTIERI CON NAVAL GROUP

L’accelerazione sulla società Osn da parte di Leonardo e Fincantieri ha come obiettivo di breve termine quello di far andare in simbiosi le due aziende in Francia nella partita militare avviata a latere del dossier dei cantieri navali Stx da Fincantieri con la francese Naval Group (partecipata da Thales)

Il negoziato con Naval Group sarebbe in stallo a causa di disaccordi sui termini dell’integrazione, ha scritto nei giorni scorsi Le Figaro. Il quotidiano riporta che l’Italia vuole procedere senza indugi con il matrimonio, mentre la Francia è più prudente, chiede un graduale avvicinamento, come è avvenuto in questi anni tra Renault e Nissan. La trattativa stenta a decollare, anche perché in questo momento i rapporti tra Roma e Parigi sono tesi e per i traccheggiamenti dai tempi dilatati delle autorità transalpine. Ci sono poi le richieste di coinvolgimento di Leonardo, arrivate dall’Italia, non troppo gradite dalla Francia.

LE IDEE DEI BANCHIERI D’AFFARI

Su Fincantieri e sull’ex Finmeccanica si stanno esercitando nel frattempo anche alcuni consulenti e banchieri d’affari – non si sa se su mandato esplicito di qualcuno o meno – prefigurando idee e ipotesi al Tesoro. Ambienti del governo – si argomenta da giorni – stanno analizzando la possibilità di trasferire dal ministero dell’Economia e delle Finanze le partecipazione in aziende quotate alla Cassa depositi e prestiti, controllata all’82% dal Mef. Un giro contabile permetterebbe di ridurre il debito pubblico. In particolare, sarebbe allo studio il trasferimento della partecipazione in Leonardo (30,2%) a Fintecna (100% Cdp) che già detiene il 71,6% di Fincantieri, ha scritto lunedì scorso il Corriere Economia.

SUGGERIMENTI AL MEF O ALLA CD?

Idea suggerita da alcune banche d’affari (Goldman Sachs?) al Mef e non alla Cassa. A oggi Cdp ha negato l’esistenza di un piano per l’acquisto di Leonardo e di un merger con Fincantieri. L’idea potrebbe rientrare – almeno a livello teorico e potenziale – in quel piano in passato accarezzato dall’ex premier Matteo Renzi con Goldman Sachs e ora rivisitato dai vertici del Movimento 5 Stelle (qui approfondimenti, indiscrezioni e raffronti in un articolo recente d Start Magazine).

IL COMMENTO DI FIDENTIIS

Sull’idea, si sono già esercitati gli analisti. “Se confermato, il trasferimento potenziale della partecipazione di controllo in Leonardo a Cdp non porterebbe, a nostro avviso, a cambiamenti significativi nella strategia o nella governance del gruppo”, commentano gli analisti di Fidentiis.

COSA DICONO GLI ANALISTI DI BANCA IMI

Non sono d’accordo gli analisti di Banca Imi che evidenziano che la cessione dell’intera partecipazione di Leonardo a Cdp obbligherebbe la Cassa a lanciare un’offerta pubblica su Leonardo (ex Finmeccanica). “Consideriamo questa possibilità improbabile”, affermano alla banca d’affari. In secondo luogo, Bruxelles potrebbe votare contro questo piano come è stato anche in passato con altri governi.

I RISCHI BRUXELLESI

D’altra parte l’ulteriore acquisizione di società a controllo pubblico da parte di Cdp trasformerebbe la Cassa depositi e prestiti in un’entità pubblica con una missione modificata rispetto a quella attuale. “Per evitare uno stop da parte Bruxelles sarebbe necessario indire un beauty contest per Leonardo, permettendo ad altri offerenti di fare un’offerta”, aggiungono a Banca Imi. Un altro modo per evitare qualsiasi veto da parte di Bruxelles sarebbe conferire le azioni di Leonardo a Cdp attraverso un aumento di capitale.

IL REPORT DI BANCA IMI

“Ma consideriamo questa possibilità non fattibile in quanto non garantirebbe alcun introito al governo e diluirebbe gli altri azionisti di Cdp”, precisano gli esperti che rimangono scettici sull’effettiva creazione di valore da una potenziale fusione tra Leonardo e Fincantieri “che riteniamo abbiano solo somiglianze parziali. Riteniamo anche che lo svantaggio potenziale di un’aggregazione superi i benefici derivanti dall’integrazione delle attività navali delle due società”, concludono gli analisti di Banca Imi.

Banche e quel fardello di 373 mld di BTP in pancia. Per FTSE Italia Banks punto di non ritorno già superato (Grafico)

L’andamento in Borsa non lascia certo adito a dubbi circa il momento decisamente delicato per l’intero comparto bancario italiano. Nei giorni scorsi sono arrivati ripetuti tagli delle stime sulle banche italiane da parte dei principali broker con in particolare Credit Suisse che ritiene un’eventuale quota 400 dello spread insostenibile per le banche che potrebbero di nuovo fare i conti con lo spettro di nuovi aumenti di capitale.

Sul tema banche si è espresso ieri anche il Fondo Monetario Internazionale che nel suo Global Financial Stability Report ha parlato di rischio contagio in generale a causa della massiccia presenza nei bilanci delle banche di forti quantitativi di bond emessi da paesi altamente indebitati. Relativamente all’Italia il FMI le crescenti incertezze politiche comportano un rinnovato focus sul nesso tra debito sovrano e sistema bancario” e questo legame “rimane un importante canale di trasmissione del rischio”.

Da maggio in avanti il livello dello spread è aumentato notevolmente e di pari passo è aumentata la rischiosità delle banche testimoniata dal balzo dei credit default swap (CDS).

In pancia alle banche ci sono ancora 373 miliardi di euro di BTP che stanno a testimoniare la forte esposizione sul mercato domestico. In aggiunta, argomenta l’FMI, le tensioni di mercato potrebbero estendersi ad altri titoli sovrani nell’area Euro, in modo simile a quanto accaduto durante la crisi dell’Eurozona o, in modo limitato, lo scorso maggio.

 Il quadro del comparto bancario risulta estremamente complicato guardando il grafico del Ftse Italia All Share Banks che, come sottolinea l’Ufficio Studi di FinanzaOnline, ha dato il primo bruttissimo segnale a maggio 2018 con il break della trend line rialzista di lungo corso, descritto sui minimi del luglio e novembre del 2016, per poi confermare tale debolezza a fine settembre. L’indice infatti ha infranto il 10 agosto la trend rialzista descritta sui minimi del 29 maggio e 11 giugno, per poi effettuare il pull back a settembre e riprendere con forza al ribasso, segnando i minimi il 9 ottobre a 8.361 punti.

Il comparto bancario mostra una divergenza positiva molto netta su RSI, a indicare che le pressioni ribassiste sono in netto calo e potrebbe esserci anche un movimento rialzista a breve. Come sempre però bisogna guardare due cose: la conferma di ciò sui prezzi; che la trend line rialzista su RSI non venga bucata al ribasso.

Urge dunque il rimbalzo per l’indice bancario che ha infranto persino il ritracciamento del 61,8% di Fibonacci (8 ottobre), che da molti tecnici viene considerato un po’ il punto di non ritorno dell’up trend in considerazione, in questo caso proprio quello avviato a luglio del 2016.

Questo significa che quel trend rialzista si è indebolito parecchio e potrebbe ora più facilmente venire spazzato via. Quello che fino ad ora era visto come una correzione dell’up trend, rischia ora di diventare un’inversione di trend, potenzialmente puntando i minimi del 2016. A cascata questo avrebbe ripercussioni negative sul Ftse Mib, dove dominano i bancari.

RSI sia sul bancario che su Ftse Mib indica una forte divergenza positiva che fa sperare in un’inversione. Urge però la conferma sui prezzi con il break di alcune resistenze statiche sui rispettivi indici a conferma di quanto anticipato da RSI. L’eventuale break al ribasso di RSI confermerebbe l’inversione di tendenza sul comparto bancario e a cascata avrebbe ripercussioni gravi sul Ftse Mib che potrebbe andare a 18.700 punti. “Se il Ftse Mib deve recuperare, lo deve fare ora. L’indice a nostro avviso è al bivio”, conclude l’Ufficio Studi di FinanzaOnline.

Grossi: reinventare i Bot, e svanirà l’incubo dello spread

Giorgio Cattaneo libreidee.org. 10.10.18

Come “smontare” il grande inganno e liberarsi del capestro del debito pubblico? Bastano 200 miliardi, “pescati” dall’enorme risparmio italiano, pari a 4.200 miliardi di euro (senza contare i 5.000 miliardi di patrimonio edilizio). Siamo un paese ancora ricchissimo: per questo ci stanno “rapinando”. Come uscirne? Recuperando il controllo della moneta. Ma la stretta del debito è risolvibile da subito: basta abilitare la Cassa Depositi e Prestiti. Obiettivo: offrire ai risparmiatori titoli-sicurezza, non speculativi, come ai tempi dei Bot. In pochi mesi, l’incubo dello spread sarebbe un ricordo. Lo Stato tornerebbe a finanziarsi con denaro italiano. Tutto ciò non accade per un solo motivo: manca la volontà politica. Se non potesse più “ricattare” lo Stato, un enorme sistema di potere finirebbe a gambe all’aria. Per questo non mollano, i boss della finanza che hanno “sequestrato” le nostre vite. Secondo Guido Grossi, ex manager Bnl, la politica ha rinunciato in modo folle al controllo della moneta. Prima, il cittadino portava i risparmi in una banca pubblica e quei soldi venivano investiti nell’economia reale, creando lavoro: lo Stato li usava per fare spesa pubblica. Oggi invece le banche private fanno solo speculazione, e i cittadini non possono più finanziare lo Stato, mentre gli interessi sempre più alti fanno salire l’indebitamento.

Ci hanno messo un cappio al collo, sostiene Grossi, intervistato da Ignazio Dessì su “Tiscali Notizie”. Una trappola: lo spread, il rating, il meccanismo perverso che porta lo Stato a svendere i beni pubblici, fino al caso drammatico della Grecia. La canzone è Guido Grossinota anche in Italia: abbassare il debito pubblico, chiedendo “sacrifici” ai cittadini, pena l’imminente disastro. Diventa un caso persino l’esiguo 2,4% di deficit nel Def gialloverde, per finanziare reddito di cittadinanza, Flat Tax e riforma della legge Fornero. Ma perché rastrellare soldi in prestito sul mercato finanziario estero, quando in Italia c’è una massa enorme di liquidità? Proprio l’internazionalizzazione del debito pubblico ha strangolato gli Stati, impedendo loro di impostare liberamente le politiche economiche e sociali. Per questo, quello del debito pubblico è un grande inganno: Usa e Giappone hanno debiti record, eppure scoppiano di salute. Certo, americani e giapponesi sono sovrani: possono fare deficit per aumentare il Pil e non devono far approvare i bilanci a Bruxelles. Ma persino noi, sotto le forche caudine dell’Eurozona, potremmo uscire dal tunnel anche subito.

«L’obiettivo finale – sostiene Grossi – è riportare l’emissione monetaria sotto il controllo pubblico, sotto la politica. Ma la cosa da fare subito è smetterla di farci prestare i soldi dagli investitori istituzionali. Non ne abbiamo alcun bisogno». Oggi, un risparmiatore non compra più Bot o Cct. Non conviene. Gli unici che li comprano sono le banche centrali, i fondi di investimento. «Bisogna trasformare le emissioni», dice Grossi. «Negli anni ’70, Bot e Cct erano comprati dal sistema-Italia, dalle famiglie, dalle aziende e dalle banche italiane». Quando si è passati a chiedere i soldi agli “investitori istituzionali”, i titoli sono stati trasformati «sia nel modo in cui vengono offerti sul mercato, sia nella struttura del titolo stesso». Prima, i Btp erano una eccezione. «Erano nati per andare incontro alle esigenze degli speculatori: una durata lunga con un tasso fisso più alto dell’inflazione va bene sia a un “cassettista” (li compro, li tengo da parte, aspetto la scadenza e intanto guadagno più dell’inflazione), sia a uno speculatore o a un trader che continuamente compra e vende». La durata del Btp è lunga, e il prezzo si muove ogni volta che il tasso di mercato cambia. «Gli speculatori ci vanno a nozze». I risparmiatori, invece, chiedono Titoli di Statosemplicemente sicurezza: quella che avevano, quando lo Stato controllava la moneta e investiva sull’economia, prima che arrivasse l’Ue a impedirglielo, frenando i deficit.

Secondo Grossi bisogna tornare ai titoli di Stato di durata breve: al cittadino (che non fa speculazione) i soldi risparmiati possono servire da un momento all’altro. Un tempo c’erano i Bot a 3 mesi, comodissimi e sicuri. «Invece il Btp a 7 anni, che ho pagato 100, se lo rivendo dopo un anno può darsi valga 90. Il rischio in questo caso è molto più consistente. E magari, a me cittadino, correre quel rischio non interessa». Il Btp è solo «uno strumento per speculare sui tassi», adatto quindi alle grandi banche e ai fondi d’investimento. «Serve solo a chi vuol fare soldi con i soldi», e quindi «va gradualmente eliminato». Riassumendo: abbiamo “fabbricato” titoli su misura per gli speculatori, ai quali lasciamo anche il controllo dei meccanismi d’asta. Spiega Grossi: «Se io mi sono messo nella condizione di farmi prestare soldi dai mercati finanziari, è chiaro che quando faccio l’asta sto chiedendo sostanzialmente a loro di decidere le condizioni. E se di quei soldi non posso più farne a meno, è evidente che le condizioni man mano si adatteranno alle loro esigenze: quelle di guadagnare il più possibile».

Si può fare il contrario? Certo, basta volerlo. Sapendo che in Italia c’è ancora una massa enorme di liquidità (4.200 miliardi di risparmi) lo Stato può dire: cari cittadini italiani, vi offro l’1 o il 2% per un certo tempo, portate quello che volete. «Con quanto arriva mi ci vado a ricomprare i Btp sul mercato. Faccio crollare lo spread. Basta che arrivino 200 miliardi e noi gli investitori internazionali li salutiamo. Gli restituiamo i loro soldi, ma gli diciamo basta». Siamo in grado di farlo? Guido Grossi ne è certo. In Italia, spiega, si finisce col pagare 4 quello che avremmo potuto pagare 2. Funziona così: se mi scadono 30 miliardi di Btp, li devo andare a rinnovare. In un anno bisogna rinnovare circa 2-300 miliardi di euro (ogni mese, da 20 a 40 miliardi). «Per raccogliere tali cifre, cosa ci vuole a offrire ai cittadini un titolo adatto alle loro esigenze?». I nostri oltre 4.000 miliardi sono Bnl, oggi Paribascostituiti da depositi, fondi, assicurazioni e azioni. Senza contare gli immobili: un patrimonio da 5.000 miliardi. «Per questo siamo un paese ricco, e quei risparmi fanno gola a molti».

Oggi, quando i cittadini hanno risparmi vanno in banca o alla posta, dove c’è chi consiglia cosa comprare. Ma scatta un conflitto di interessi: «Chi ci consiglia e ci vende un Bot o un Cct guadagna una piccolissima commissione. Se ci vende invece un prodotto di investimento, più rischioso, guadagna molto di più. Per forza allora ci venderà quel prodotto lì, di cui non abbiamo bisogno. Qualcuno guadagna e magari noi ci rimettiamo, e in più evitiamo di finanziare lo Stato, come potremmo». Siamo arrivati a questo, spiega Grossi, perché il sistema finanziario e bancario è diventato privato. «Io ho lavorato alla Bnl, che era la banca del Tesoro. Quando sono entrato mi pagavano lo stipendio per fare il mio dovere istituzionale, difendere e tutelare il risparmio da una parte, e selezionare gli investimenti dall’altra. Non mi pagavano per guadagnare, per fare un profitto: mi pagavano per svolgere una importantissima funzione di interesse generale. Questa è la mission di un ente pubblico». Poi la banca è diventata una Spa, ed è arrivato il concetto della migliore efficienza. «In realtà ci ha portato a cambiare completamente l’ottica: la mission non è più la qualità del servizio, ma il fare soldi. Le banche sono diventate sempre più private, sempre più straniere, e amen».

Cosa si può fare? L’obiettivo fondamentale, per Grossi, è uno solo: «Recuperare tutto il controllo del sistema finanziario: è il nostro sistema vitale». Insiste: «Per una economia, per una sana società, è fondamentale. Può esserci sempre chi cerca di farci dei soldi, perché qualcuno ci toglierà sempre del sangue, ma bisogna che quel sistema sia messo sotto controllo in modo democratico e trasparente». Possiamo sempre imparare ad essere più efficienti? «Verissimo, ma comunque quel sistema era meglio di questo. Bisogna recuperare la distinzione tra prodotti di risparmio e di investimento». Negli anni Trenta, gli Stati Uniti guidati da Roosevelt uscirono dalla Grande Depressione – innescata dalla speculazione di Wall Street – proprio in quel modo: separando le banche d’affari dagli istituti di credito ordinario, non autorizzati a giocare in Borsa il risparmio di famiglie e aziende. A fare argine c’era una legge, il Glass-Steagall Act. La rimosse dopo mezzo secolo Bill Clinton, messo alle strette dallo scandalo Lewinsky. Proprio Clinton fece volare, di colpo, l’economia neoliberista basata sulla speculazione finanziaria Clinton premiato da Obamasenza più freni: quella che oggi sta strangolando l’economia reale, ulteriormente rallentata – in Europa – dagli assurdi limiti di spesa imposti dai trattati-capestro dell’Ue, che disabilitano la spesa pubblica lasciando campo libero alle privatizzazioni selvagge.

Ai cittadini, sostiene Guido Grossi, bisogna tornare innanzitutto a offrire prodotti di risparmio, anche attraverso aste differenziate. Il player giusto, in Italia? La Cassa Depositi e Prestiti, che all’80% è ancora posseduta dallo Stato. «Oggi viene utilizzata per finanziare grandi interventi. Viaggia con Bancoposta. Nessuna delle due è però una banca. Messe insieme, fanno la funzione della banca: perché Bancoposta raccoglie i risparmi e Cassa Depositi e Prestiti li investe. Entrambe però risentono dell’ottica privatistica». Bisognerebbe invece reindirizzarne il management e la “mission”, sostiene Grossi: «Se io oggi vado a Bancoposta, mi propongono né più né meno prodotti di investimento, come qualunque banca o assicurazione. In una banca pubblica mi devono invece proporre qualcosa di diverso: un deposito semplice, un titolo di Stato. Cassa Depositi e Prestiti invece può fare quegli investimenti pubblici di cui c’è enorme bisogno». Attenzione: la Germania sta già facendo, con la Bundesbank, quello che noi continuiamo a non fare con Bankitalia.

«Quando ci sono le aste dei titoli (bund), il Tesoro tedesco cerca di orientare il prezzo: non lascia cioè i mercati liberi di fare ciò che vogliono». Berlino usa due strumenti: se non c’è domanda sufficiente per assorbire la quantità di titoli proposta, la parte invenduta viene parcheggiata presso la Bundesbank. Non che la banca centrale li compri, perché l’Ue glielo vieta. Quei titoli vengono “parcheggiati”, e al momento opportuno saranno collocati. «E’ come se si allungassero i tempi dell’asta: questa dura fino a quando il mercato capisce che non può avere più di quello che il Tesoro tedesco è disposto a pagare». In definitiva, in questo modo, «si aggira in definitiva l’articolo 123 del Trattato di Maastricht», che è palesemente iniquo. Poi c’è il secondo Cdpstrumento, cioè l’utilizzo dell Kwf (Kreditanstalt für Wiederaufbau). E’ una grande banca pubblica, «non dissimile dalla nostra Cassa Depositi e Prestiti, perché utilizzata per i grandi investimenti».

La Kfw, ricordava tempo fa Paolo Barnard, può intervenire nelle aste a comprare direttamente i titoli, grazie a un cavillo: è una banca ad azionariato pubblico, controllata dal governo, ma formalmente resta un ente “di diritto privato”. Lo erano anche Bnl, Unicredit, Banca di Roma, Comit, San Paolo, Banco di Napoli e Banco di Sicilia. «Dopo, però, sono diventate tutte private, e la maggior parte straniere», ricorda Grossi. In ogni caso, adottando il sistema tedesco, ci basterebbe la Cassa Depositi e Prestiti: «Potrebbe comprare in Italia l’invenduto». Tradotto: «Se sto facendo un’asta marginale e vedo che il prezzo sale troppo, può interviene la Cassa e comprarne una parte, poi rivenderla nei giorni successivi sul mercato, come fa la Kfw. E come fanno anche in Francia con la Bpi, la banca pubblica per gli investimenti. Ed è giusto». Sottolinea Grossi: «Non c’è bisogno di chiedere il permesso a nessuno, per questi interventi: nessuna norma nazionale o internazionale li vieta. Non è che sbagliano loro a farlo, sbagliamo noi a non farlo». Che cosa stiamo aspettando?