Verso una nuova tempesta perfetta?

ticinonews.ch 10.10.18

Bruxelles sembra sollecitare un attacco finanziario contro la manovra del Governo italiano

Si sta avvicinando un’altra crisi dell’euro? La domanda è legittima alla luce di quanto sta succedendo in Italia. Si ha infatti l’impressione che la Commissione europea, i grandi organi di informazione e l’opposizione italiana sollecitino i mercati finanziari a far esplodere il famoso spread, ossia il differenziale tra i rendimenti dei titoli statali italiani a 10 anni e di quelli tedeschi.

Appare sconcertante soprattutto la politica di Bruxelles sul progetto di manovra della coalizione di Governo gialloverde (e non grigioverde, come invece avevo scritto nel blog della settimana scorsa). L’obiettivo del Governo Conte è chiaro e condivisibile: da un canto, rilanciare la crescita di un’economia, il cui PIL ancora oggi è del 4% inferiore a quello del 2008, e, dall’altro, disinnescare la bomba sociale rappresentata da oltre 5 milioni di italiani in povertà assoluta e da 17,4 milioni in difficoltà. Si tratta indubbiamente di una scommessa dall’esito incerto ed è indubbiamente vero che gli obiettive di bilancio non corrispondono alle intese con Bruxelles. E’ pure certo che le politiche di austerità imposte da Bruxelles non hanno impedito la continua crescita del debito pubblico italiano. Appare comunque inquietante che ancora prima che i dettagli e gli obiettivi di bilancio fossero conosciuti è cominciato un “fuoco di sbarramento” contro i progetti del Governo Conte evocando il rischio che l’Italia faccia la fine della Grecia. Questo pericolo è veramente reale? E ancora qualcuno scommette su questo esito?

L’Italia non è la Grecia e soprattutto l’Italia è un Paese che ha un avanzo commerciale. Ciò vuol dire, che nonostante tutti i suoi problemi, dispone ancora di un’industria competitiva a livello internazionale. Quindi l’export tira, ma all’appuntamento mancano i consumi interni e gli investimenti. Dunque la manovra si pone l’obiettivo di colmare almeno parzialmente a queste due carenze. Ma torniamo a bomba (esiste un pericolo Grecia? e qualcuno scommette su questo esito?). Questo rischio non si può escludere anche per il rialzo dei tassi di interesse americani, l’aumento del prezzo del petrolio, la crisi di alcuni mercati emergenti (Argentina e Turchia in primis) e la prossima conclusione del Quantitative Easing della Banca centrale europea stanno cambiando lo scenario internazionale e facendo prevedere un sensibile rallentamento della crescita. Quindi, il contesto mondiale si incupisce e un possibile declassamento del merito di credito dei titoli di Stato italiano da parte delle agenzie di rating americane potrebbe dare il la ad una forte ascesa dello spread italiano. Ma tutto ciò dipende in gran parte dalla politica europea. Infatti se l’Europa sostiene il Governo italiano nulla di molto pericoloso può accade, ma se Bruxelles, come fa adesso continua ad inviare ammonimenti al Governo di Roma e a sollecitare la discesa in campo dei mercati finanziari l’esplosione dello spread appare possibile.

Ma è interesse dell’Unione europea scommettere su una crisi dell’Italia che diverrebbe immediatamente una nuova crisi dell’euro? Per le persone con un po’ di cervello in zucca, questa scelta sarebbe masochistica. Non è però certo che ragionino allo stesso modo i gruppi di potere europei che temono ancora più di nuova crisi della moneta unica una vittoria dei movimenti populisti e sovranisti in maggio alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Un attacco dei mercati finanziari contro l’Italia metterebbe in moto un processo a catena che rimetterebbe in difficoltà altri Paesi europei (Spagna, Portogallo, Cipro, Grecia e forse anche Francia), poiché farebbe salire i rendimenti dei loro titoli statali. Insomma si ritornerebbe a parlare di crisi dell’euro. Ed è difficile comprendere che giovamento ne trarrebbero i partiti tradizionali, mentre appare più facile prevedere che da uno scenario del genere a trarne vantaggio sarebbero proprio quei movimenti che terrorizzano Bruxelles. Dunque sarebbe un grande autogoal, che però non è da escludere, visto l’inconsistenza della classe politica e di quella economica del Vecchio Continente. Vi è da sperare che la stupidità abbia un limite difficile da oltrepassare.

Appare dunque più probabile che l’attuale tam tam di Bruxelles e dei grandi organi di informazioni affiliati ai gruppi di potere al comando in Europa abbiano un obiettivo più limitato: far prendere paura alla coalizione gialloverde e costringerla a fare concessioni che diano la sensazione all’elettorato che non sono in grado di mantenere le promesse elettorali. Anche questo obiettivo appare però difficile da raggiungere vista la fermezza di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini. Non è quindi da escludere che il gioco scappi di mano e che dia avvio ad una nuova tempesta perfetta dei mercati finanziari.

COLOSSO MONDIALE JPMORGAN: ”ITALIA STABILE, BTP SONO UN’OPPORTUNITA’ DI INVESTIMENTO, NON VEDIAMO CRISI BANCARIE”

ilnord.it 11.10.18

 

The JP Morgan Chase & Co. headquarters, The JP Morgan Chase Tower in Park Avenue, Midtown, Manhattan, New York. JPMorgan Chase & Co. is an American multinational banking and financial services holding company. It is the largest bank in the United States. Manhattan, New York, USA. 27th January 2014. Photo Tim Clayton (Photo by Tim Clayton/Corbis via Getty Images)

NEW YORK – La decisione del governo di fissare il rapporto deficit/Pil al 2,4 per cento ha colto di sorpresa quei fondi esteri che a settembre avevano comprato BTp sulla scommessa che l’esecutivo avrebbe adottato una linea prudente in tema di conti pubblici. Ma se in questi giorni alcuni investitori esprimono timori riguardo la possibile deriva della crisi italiana non manca, nel panorama dei grandi fondi mondiali, chi vede nel recente calo delle valutazioni dei BTp un’opportunita’.

Tra questi c’e’ la potente Jp Morgan AM, il braccio di asset management della banca americana. Un peso massimo nell’industria del risparmio gestito, con asset per 1.700 miliardi di dollari e un portafoglio obbligazionario da 484 miliardi. “I fondamentali dell’Italia restano buoni, nonostante l’incertezza politica. Per questo, per noi, l’impennata dello spread italiano rappresenta un’opportunita’ di investimento”, dichiara Nick Gartside, capo della divisione reddito fisso e commodities, in una intervista a “Il Sole 24 Ore”.

“Le nostre strategie di investimento sono da sempre orientate dai fondamentali e dalla valutazione sul rapporto rischio/rendimento. Ad oggi crediamo che l’incertezza politica sia adeguatamente remunerata: per questo alcuni dei nostri fondi stanno aumentando l’esposizione in BTp. I problemi dell’Italia sono ben noti ma non si possono trascurare i punti di forza come il surplus della bilancia commerciale e l’avanzo primario”. 

E non preoccupa la decisione del governo di portare il deficit al 24 per cento: “Non eccessivamente. Tanti governi, a partire da quello americano, stanno facendo deficit spending. Non vedo nulla di strano nel fatto che anche l’Italia faccia altrettanto. E’ una tendenza che andra’ ad aumentare nei prossimi anni. Per compensare la riduzione dello stimolo monetario si utilizzera’ sempre di piu’ la leva fiscale”.

“Il problema numero uno per l’Italia e’ il debito ma, allo stato attuale, la sua sostenibilita’ non e’ in discussione. La variabile chiave sara’ la crescita economica e crediamo che le misure messe in atto dal governo possano essere di stimolo per l’economia”.

E in merito alla prospettiva di un declassamento del rating: “Una bocciatura da parte di Moody’s e’ gia’ scontata dai mercati ma ritengo assai improbabile che il rating dell’Italia scenda a quota ‘junk’. C’e’ da aspettarsi molta volatilita’, questa si’, in vista delle decisioni delle agenzie. La volatilita’ e’ tornata e bisognera’ farci l’abitudine. E’ un fenomeno strettamente correlato alla riduzione degli stimoli monetari da parte delle banche centrali e all’incertezza politica. Oggi – continua – c’e’ volatilita’ sui BTp ma lo stesso e’ successo con i Gilt britannici in occasione della Brexit o con gli Oat prima delle presidenziali francesi: “Noi crediamo che, se adeguatamente gestita, possa essere un’opportunita’. Altrimenti non compreremmo BTp”. 

“C’e’ uno stretto legame tra banche e titoli di Stato, che va monitorato con molta attenzione. Ritengo tuttavia improbabile, allo stato attuale, una crisi bancaria in Italia perche’ credo che lo spread Bund-BTp non si attestera’ oltre la soglia di allarme dei 400 punti”. Per quanto riguarda, invece, l’idea dei Cir, i conti individuali di risparmio, che il governo vuole varare per incentivare l’investimento in titoli di Stato da parte dei risparmiatori privati, è una strategia che anche altri governi, ad esempio il Regno Unito, hanno adottato e che mi pare sensata. Tutto cio’ che puo’ servire a stabilizzare le fonti di rifinanziamento del debito e’ positivo per un governo come quello italiano, molto indebitato. Il modello di riferimento e’ il Giappone dove il debito (oltre il 250% del Pil – ndr) e’ in stragrande maggioranza storicamente detenuto da investitori domestici”, ha concluso Gartside.

Insomma, gli speculatori di mestiere sono avvisati: hanno contro il colosso mondiale JpMorgan, con una potenza finanziaria tale da “spianare” anche famigerati banksters come Soros.

Redazione Milano

COLOSSO MONDIALE JPMORGAN: ''ITALIA STABILE, BTP SONO UN'OPPORTUNITA' DI INVESTIMENTO, NON VEDIAMO CRISI BANCARIE''

Non solo tassi Bot, volano anche rendimenti BTP. Ma JP Morgan aumenta puntata su Italia

Responsabile reddito fisso dell’asset management del colosso bancario: “C’è volatilità sui Btp ma se gestita può essere un’opportunità”, ha detto, rassicurando sul fatto che “lo spread Btp/Bund non si attesterà …

Debito sovrano italiano ancora al test dei mercati: dopo l’asta dei Bot annuali di ieri, oggi è stata la volta dei BTP a 3, 7, 15 e 30 anni.

Dai risultati emerge chiaramente quanto messo in evidenza alla vigilia anche con i Bot: la pressione rialzista sui rendimenti c’è, ed è anche decisa.

I tassi dei BTP a tre anni sono infatti più che raddoppiati, come sono più che raddoppiati anche i tassi a un anno.

Nello specifico, i rendimenti a tre anni – a fronte di BTP emessi per un valore di 3,5 miliardi di euro – sono volati al 2,51%, record dall’aprile del 2013.

Non confortante neanche il bid-to-cover, ovvero il rapporto di copertura, che è sceso in modo deciso a 1,26, rispetto all’1,67 del precedente collocamento, confermando così il calo della domanda per questa categoria di titoli di stato.

Assegnati anche 1,5 miliardi di BTp 7 anni, con il tasso balzato al 3,28%, il top dalla prima emissione.

Complessivamente, il Tesoro ha assegnato tutti i 6,5 miliardi di titoli in asta. Nell’asta odierna, sono stati emessi anche, per un valore di 942 milioni, BTP a 15 anni, con rendimenti in crescita al 3,66% rispetto al 3,04% del mese scorso e BTP a 30 anni, con tassi al 3,79% rispetto al 3,55% precedente.

Riferendosi al debito sovrano italiano, e ai risultati del collocamento odierno, intervistato da Reuters Antoine Bouvet, strategist di Mizuho, ha commentato che “i risultati sono stati piuttosto contrastati, con una forte domanda che ha interessato tre dei quattro bond (emessi)”. Arnaud-Guilhem Lamy, gestore di fondi presso BNP Paribas Asset Management, ha dal canto suo affermato che “l’elemento chiave per l’Italia è la sostenibilità del debito, ed è questo il motivo per cui i risultati dell’asta sono importanti”.

Eppure, nonostante i timori che continuano ad assillare l’Italia, e che hanno portato Fitch,  l’Fmi e l’INPS  a lanciare nuovi avvertimenti sulla legge di bilancio, una nota confortante è arrivata dal responsabile della divisione reddito fisso di JP Morgan Asset Management Nick Gartside, intervistato da Il Sole 24 Ore. Gartside ha ammesso che alcuni fondi di JP Morgan stanno aumentando addirittura l’esposizione verso l’Italia.

“C’è volatilità sui Btp ma se gestita può essere un’opportunità“, ha detto, rassicurando sul fatto che “lo spread Btp/Bund non si attesterà oltre la soglia di allarme dei 400 punti”.

L’incertezza del quadro italiano, ha continuato l’esperto, a suo avviso è “adeguatamente remunerata: per questo alcuni dei nostri fondi stanno aumentando l’esposizione in Btp”.

Il gestore ha detto anche che “i problemi dell’Italia sono ben noti ma non si possono trascurare i punti di forza come il surplus della bilancia commerciale e l’avanzo primario”.

Da segnalare come il commento di Gartside, almeno per quanto riguarda la convinzione che lo spread BTP-Bund non supererà la soglia pericolo di 400 punti, ricalca l’opinione sia del vicepremier leghista e ministro dell’Interno Matteo Salvini, secondo cui il differenziale non salirà fino a questa soglia, sia quella del ministro degli Affari europei Paolo Savona.

La differenza tra i due leader è che, se Salvini ha detto che comunque, anche in caso di spread a quota 400, nessun passo indietro sarà fatto, Savona ha affermato che, nel caso in cui lo spread dovesse correre troppo, la legge di bilancio dovrebbe cambiare.

Intanto i risultati dell’asta del Tesoro hanno portato lo spread a tornare a puntare verso quota 310, in rialzo di 4 punti percentuali circa.

C’è da dire che i tassi sui BTP oggi (in rialzo fino al 3,61%), scontano anche l’avversione al rischio presente sui mercati, alimentata dal forte tonfo sofferto da Wall Street e in generale dall’azionario globale.

L’avversione al rischio ha portato gli investitori a rifugiarsi nella carta tedesca, e l’effetto è stato dunque di un forte calo dei tassi sui Bund decennali scesi di oltre -6% allo 0,50% circa.

Ieri il Tesoro ha collocato tutti i 6 miliardi di euro di Bot annuali che erano stati offerti. Alert rendimenti, più che raddoppiati rispetto al precedente collocamento, allo 0,949%.

Barnard spiega la DISRUPTION a tutti: come funziona nel cuore.

comedonChisciotte.org 11.10.18

DI PAOLO BARNARD

paolobarnard.info

Prefazione fissa: cos’è la Disruption.

Per Disruption oggi s’intende lo sconvolgimento, in positivo o in negativo, delle società e dell’economie portato dall’arrivo di nuove tecnologie dotate di una potenza mai vista dalla Storia umana. Il termine Disruption esprime il seguente concetto: tutto cambierà come mai visto prima, e nulla sarà più come prima. Ne consegue che, nel Terzo Millennio, non comprendere la Disruption equivale alla progressiva esclusione di Stati e individui da tutto, fra cui lavoro, produzione, salute, democrazia.

Non si può scrivere una piccola enciclopedia della Disruption iniziando a raccontare le cose che già, almeno di nome, sono sula bocca di tutti, come l’Artificial Intelligence, le App, la robotica, i super computer, la Blockchain o Big Data. Questo perché è fondamentale, prima, darvi lo strumento per capire cosa si nasconde dietro a tutto questo immane potere tecnologico, cioè proprio come fa a funzionare alla base. Infatti quasi nessuno lo sa.

Ogni singolo oggetto Digitale che oggi esiste, da quelli nella tasca del cittadino fino ai sistemi industriali e intercontinentali, deve la sua straordinaria capacità al seguente e davvero strano concetto:

Mucchi di elettroni sparati dentro a circuiti contando sull’alta… probabilità che si comporteranno come desiderato. Questo è il succo della grande scoperta chiamata Meccanica Quantistica. Senza di essa non esisterebbe il Digitale, né la Disruption.

A questo punto vi chiederete: la tech del futuro che già oggi domina il Pianeta sta in piedi su… calcoli di PROBABILITA’? Sembra una frase assurda, ma vi garantisco che è precisamente il modo in cui nell’essenza più profonda un cellulare usa la Rete, un computer crea una grafica, un laser esplora lo Spazio, una risonanza magnetica cerca immagini, un robot industriale riconosce una vite, l’Artificial Intelligence pensa, o l’energia illumina le città.

Ora scomponiamo parola per parola quell’affermazione, e alla fine avrete compreso tutto ciò che è fondamentale capire su come le incredibili tecnologie della Disruption siano potute nascere e possano fare ciò che fanno.

DIGITALE.

Il Digitale è venuto dopo l’Analogico come applicazione tecnologica, e il primo è diventato sinonimo di modernità, quindi di tecnologie della Disruption, diciamo infatti “l’era Digitale”. Ma cosa sono? Si tratta di due tipi di segnali elettronici diversi, che portano dentro di sé le ‘informazioni’ che poi i nostri gadget o macchinari trasformano in colori, immagini, numeri, parole, istruzioni, suoni ecc. Partiamo dal più ‘vecchio’.

L’Analogico è un segnale fluido e continuo. Se lo vedeste su un grafico è disegnato come una riga ondulata che va su e giù in vari modi ma che non s’interrompe mai. Il Digitale è invece un segnale non fluido e discontinuo. Se lo vedeste su un grafico immaginate la stessa riga ondulata del segnale Analogico, ma che se osservata alla lente d’ingrandimento è invece formata da tanti pezzettini a sé stanti e separati.

Questa caratteristica del Digitale, di essere appunto formato da pezzettini a sé stanti e separati, ha fatto sì che il suo segnale elettronico potesse essere maneggiato in modi mai pensati prima e con applicazioni mai possibili prima, producendo quindi molti dei miracoli tecnologici che oggi compongono la Disruption.

MECCANICA QUANTISTICA.

La domanda da farsi è: chi scoprì che l’energia può anche essere intesa sotto forma di pezzetti a sé stanti e separati, invece che, come sempre si pensò, sotto forma di un flusso unico e continuo? A inizio novecento un gruppo di fisici europei, fra cui Max Planck e Niels Bohr, notò delle stranezze nell’energia dei gas riscaldati. Era come se gli elettroni di quegli atomi si comportassero in modo assurdo. Ci doveva essere una spiegazione inedita. Scoprirono che l’energia degli elettroni – quindi ciò che noi chiamiamo generalmente energia – non era un flusso continuo, in realtà esisteva in blocchi precisi e assolutamente separati. Chiamarono questi blocchi col nome latino di Quanta, da cui proviene il nome della loro scienza, la Meccanica Quantistica.

Si trattò di una scoperta sconvolgente, perché cambiava totalmente l’idea delle struttura dell’energia. Se gli umani fossero rimasti fermi all’idea di energia che si comporta come flusso unico e continuo, non avremmo mai scoperto come gli elettroni si comportano davvero, e dunque come usarli nel Digitale. Quindi non avremmo mai visto l’epoca degli Ipad, dei touch screen, o delle macchine intelligenti, cioè Artificial Intelligence, Blockchain, robotica futuristica, e super computers, e oggi non avremmo il cambiamento epocale chiamato Disruption.

Ma un poco più in profondo si trova un’altra scoperta clamorosa della Meccanica Quantistica, che è l’altro pilastro del funzionamento di tutte le tecnologie della Disruption.

La fisica moderna, da Newton ad Einstein, aveva stabilito leggi sull’energia che erano state comprovate e quindi certificate come leggi certe. Quando l’umano usa l’energia, dissero, essa si comporta in modi certi sempre. La Meccanica Quantistica buttò invece queste certezze all’aria. Un esperimento dopo l’altro dimostrò infatti che quando l’umano usa gli elettroni, essi non si comportano con certezze, ma solo secondo leggi di… probabilità. I fisici tradizionali, fra cui anche Einstein, rimasero allibiti e non ci credevano. Ancora un attimo e tutto avrà senso.

LA PROBABILITA’ DELLA QUANTISTICA E COME FA FUNZIONARE LE TECH DIGITALI.

Per farla davvero semplice, la spiego così: tutti immaginiamo che un impulso elettronico dato a un computer, a un robot tech o a un cellulare, significhi che degli elettroni osservabili come microscopici operai sono diretti con certezza dagli scienziati a una meta. Sbagliato. La realtà dimostrata dalla Meccanica Quantistica è fantasticamente diversa.

In realtà quando parte un impulso elettronico in un computer, nessuno scienziato sa con precisione dove quegli elettroni sono e come si comportano. Quello che si sa con certezza è che vi sono probabilità che un numero di essi arrivino in un preciso luogo. E allora ecco che conoscendo con certezza il calcolo di quelle probabilità gli scienziati sono in grado di fare previsioni precise su dove un certo numero di elettroni (l’impulso elettronico) arriverà per far funzionare qualsiasi apparato Digitale.

Avete letto bene: probabilità e previsioni. Il trucco sta nel numero di elettroni che viaggiano in un computer, che è inimmaginabile per la mente umana. Per capire, pensate a un tizio che se ne sta in cima a un grattacielo e che tira una monetina in strada nella speranza di beccare la fessura di un parchimetro. Se ipoteticamente quel tizio avesse milioni di miliardi di tentativi a disposizione e li potesse fare ogni secondo d’orologio, il calcolo delle probabilità che entro ogni secondo un numero di monetine finisca davvero nel parchimetro sarebbe prevedibilecon precisione.

E’ esattamente così che si comportano gli elettroni (energia) in tutto ciò che esiste di Digitale al mondo, ma anche in tutto il resto dell’universo, salvo che lo fanno alla velocità della luce e non in lunghi secondi come nell’esempio del grattacielo. E allora adesso ha senso rileggere…

Mucchi di elettroni sparati dentro a circuiti contando sulla probabilità che si comporteranno come desiderato.

Senza il genio di Planck o Bohr, e altri addirittura più di un secolo fa, io non potrei postarvi queste righe, voi non potreste leggerle in autobus sul cellulare, e non staremmo parlando del più straordinario, ma anche inquietante, cambiamento nei nostri destini da sempre: la Disruption.

Bè, questo inizio è indispensabile perché ora sapete meglio com’è fatta davvero questa energia ‘nuova’ che dal vecchio mondo Analogico ci ha portati nel mondo Digitale. Cioè sapete che una radicale nuova comprensione di come si comportano gli elettroni, scoperta un secolo fa, è ora la ragione per cui esistono il banale telefonino ma anche i super computers che accendono le luci di tutto il pianeta. E sapete il nome della scienza che oggi produce i miracoli d’immagini, colori, suoni, e intelligenze artificiali che abbiamo attorno, e con essi la Disrutpion: la Meccanica Quantistica con la sua visione probabilistica dell’universo che il buon Alber Einstein mai accettò.

Ora siete pronti per il resto della Disruption. Avete le sue basi vere.

Paolo Barnard

Fonte: http://www.paolobarnard.info

Link: https://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=2109

9.10.2018

Fitch: ‘target NaDef mettono a rischio conti’. Fmi, Lagarde: ‘Italia in un club, rispetti regole’

Allarme conti pubblici da Fitch mentre da Bali, Indonesia, dove sono in corso le riunioni dell’Fmi e della Banca mondiale, anche Christine Lagarde (numero uno del Fondo Monetario Internazionale)  cerca di rimettere in riga l’Italia.

Fitch scrive chiaro e tondo nella sua nota che i nuovi obiettivi di bilancio fissati dal governo M5S-Lega mettono a rischio i conti pubblici.

L’agenzia di rating non crede nella capacità dell’esecutivo italiano di riuscire a centrare i target, “soprattutto dopo il 2019”, tanto che per il 2020 prevede un deficit-Pil al 2,6% e non in calo dal 2,4% previsto dalla nota di aggiornamento al Def per il 2019 al 2,1% per il 2020, come stimato dal governo.

Per l’agenzia a salire sarà anche il debito pubblico,che prevede in crescita al 129,8% entro la fine del 2021, invece che al 126,7% atteso nel NAdef.

Così, di fatto, si legge nella nota:

“La nostra prossima revisione messa in programma è nel primo trimestre 2019 . Gli obiettivi della nota di aggiornamento al Def puntano a una moderata riduzione del deficit nel 2020 al 2,1% del Pil. Noi ci aspettiamo un risultato più vicino al 2,6% che avevamo previsto da agosto, il che contribuisce a una stima del debito/Pil più alta (129,8% entro fine 2021, contro 126,7% nella Nadef)”.

Da segnalare che nel mese di agosto Fitch aveva tagliato l’outlook da “stabile” a “negativo”, confermando il rating BBB, che dista di soli due gradini dal livello “junk”, spazzatura.

Un nuovo monito all’Italia sulla necessità di mettere in sicurezza i conti pubblici è arrivato in queste ultime ore anche dal numero uno dell’Fmi Christine Lagarde che, nel commentare la legge di bilancio del governo M5S-Lega, ha detto che, “se si fa parte di un club e si decide di rimanerci, allora è necessario che se ne rispettino le regole”.

La speranza, per Lagarde, è che ci sarà una differenza, alla fine, tra quella che è la retorica del governo, e quelle che saranno “le cifre finali” che saranno presentate con la manovra economica.

L’Fmi sta monitorando anche la questione italiana del doom loop – abbraccio mortale tra banche italiane e titoli di stato italiani – , come è emerso ieri con la pubblicazione del Global Stability Report.

Il Fondo ha avvertito che, “nel caso in cui le preoccupazioni sulla politica di bilancio dovessero riemergere sui mercati, il rischio è che il legame tra banche e debito sovrano possa tornare a infiammarsi. In uno scenario del genere, le tensioni sul mercato potrebbero diffondersi sui mercati dei bond dell’Europa, così come è accaduto nella crisi dell’Eurozona e, in modo più limitato, lo scorso maggio”.

Tra l’altro, Il Corriere fa notare oggi che, con il risultato dell’asta di ieri, che ha visto protagonista il collocamento, da parte del Tesoro, di Bot a 1 anni a tassi più che raddoppiati, la “bolletta per il servizio del debito pubblico è aumentata in un giorno di altri 30 milioni di euro”.

“Questa è la somma – scrive il quotidiano – che il ministro dell’Economia mette in conto di sborsare in più per interessi dopo che, nel collocamento dei Bot annuali, i rendimenti sono schizzati di oltre mezzo punto percentuale. Tra il rendimento dei Bot annuali dell’asta di settembre e quello di oggi passano 51 punti base (dallo 0,436 allo 0,949 per cento) che, rapportati all’importo emesso (6 miliardi in ciascuna delle due aste) restituiscono un aumento della spesa per interessi pari appunto a poco meno di 30 milioni di euro”.

Perché accuso Moody’s, S&P’s e Fitch. Le tesi del prof. Tridico (vicino a Di Maio)

startmag.it 11.10.18

Che cosa pensa il consigliere economico di Luigi Di Maio dell’operato di Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch. Il paper dell’economista Pasquale Tridico pubblicato ieri sulla rivista Economia e Politica

Contiene un attacco alle agenzie di rating il paper scritto da un consigliere economico del vicepremier, Luigi Di Maio, e pubblicato ieri sera dalla rivista on line Economia e Politica.

Il saggio analizza con toni positivi l’azione del governo M5S-Lega sul terreno della politica economica, a partire dalla Nota di aggiornamento al Def, e poi sferra un giudizio molto negativo su ruolo e influenze delle agenzie di rating, sulle quali c’è già un certo subbuglio nella maggioranza dopo il giudizio di ieri di Fitch.

IL SAGGIO DI TRIDICO SU ECONOMIA E POLITICA

L’analisi è firmata anche da Pasquale Tridico, economista molto ascoltato dal capo del Movimento 5 Stelle tanto da essere stato candidato alla testa del ministero del Lavoro durante la campagna elettorale.

IL GIUDIZIO DEL CONSIGLIERE ECONOMICO DI DI MAIO SULLE AGENZIE DI RATING

Ecco il passaggio che riguarda Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch contenuto nel paper scritto da Tridico (università Roma Tre) e Giacomo Bracci (università di Trento): “Le agenzie di rating (quali Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch) sono considerate i “guardiani” dell’affidabilità ed in un certo senso la garanzia dei mercati. Ma come è possibile affidare a tre grandi agenzie/aziende monopoliste, che da sole controllano circa il 90% del mercato globale, la garanzia per i mercati?”.

IL RUOLO DELLE TRE SORELLE DEL RATING

Le stesse agenzie – criticano i due autori – “che alla vigilia della crisi del 2008-09, davano il miglior rating possibile alle grandi corporation che da li a poco sarebbero completamente fallite”. Non solo:  “Agenzie che erano e tuttora rimangono in pieno conflitto di interesse, poiché suggeriscono prodotti finanziari che loro stesse valuteranno”, secondo Tridico e Bracci.

CHE COSA SCRIVONO TRIDICO E BRACCI

Critiche che si ricollegano anche alla questione dello spread e al rischio sovrano. Ma “le dinamiche all’interno degli stessi “mercati finanziari” sono spesso guidate dall’azione di poche e grandi istituzioni finanziarie, che sono sensibili alle tensioni che possono nascere fra uno stato membro della zona euro e le istituzioni europee, in particolare la Banca Centrale Europea”, scrivono i due autori: “Queste tensioni influiscono in maniera significativa sulla rischiosità dei titoli di stato dei Paesi che ne sono protagonisti a prescindere dai fondamentali di questi Paesi, perché possono implicare un rischio di ristrutturazione del debito o default in un’area valutaria nella quale la Banca Centrale Europea non svolge per decreto il ruolo di prestatore di ultima istanza degli Stati, a differenza di quanto avviene nella maggior parte delle aree economiche avanzate”.

(CHI E’ E COSA PENSA IL PROF. TRIDICO)

SPILLO/ Bazoli, de Bortoli e Colao: la ripartenza ambrosiana del Gruppo Etica e Finanza

Giovanni Bazoli ha deciso di convocare a Milano una platea molto selezionata per la ripartenza del Gruppo Etica e Finanza. Presente anche Vittorio Colao. NICOLA BERTI il sussidiario.net 11.10.18

SPILLO/ Bazoli, de Bortoli e Colao: la ripartenza ambrosiana del Gruppo Etica e FinanzaGiovanni Bazoli (Lapresse) 

Una cena sobria e riservata in uno dei luoghi simbolo della milanesità: il palazzo della Banca Commerciale Italiana in Piazza della Scala, da tempo rimodellato da Intesa Sanpaolo per ospitare le Gallerie. È stato proprio Giovanni Bazoli, presidente emerito della maggiore banca italiana (era presente anche il banchiere torinese Enrico Salza) a convocare una platea molto selezionata per la ripartenza del Gruppo Etica e Finanza: un circolo culturale che a metà degli anni Ottanta l’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, aveva incoraggiato nel “milieu” meneghino della finanza cattolica, ramificato fra banche, università, media, istituzioni pubbliche e mondo ecclesiale.

Bazoli lo ha ricordato fin nell’invito, firmato assieme a Ferruccio de Bortoli, l’ex direttore del Corriere della Sera, oggi impegnato fra l’altro nella Fondazione Vidas e all’Ospedale Bambin Gesù di Roma. Una riflessione culturale e civile su ciò che è “bene comune” resta imprescindibile nell’Italia odierna: soprattutto dopo un decennio di sconvolgimenti geopolitici ed economico-finanziari. Ed è su questo sfondo che ha tenuto la conversazione inaugurale del nuovo circolo Vittorio Colao: che ha da poco concluso un lungo mandato come Ceo di Vodafone, gigante britannico delle tlc globali.

Colao, di casa a Milano per esservi stato amministratore delegato Rcs, ha ragionato su opportunità e rischi dello sviluppo digitale. L’Europa, ha sottolineato rimane il vero laboratorio planetario della compatibilità fra mercato e regulation, fra business, libertà d’impresa e d’espressione e tutela multiforme del “cittadino digitale”.

Non è ovviamente noto quando Bazoli e de Bortoli prepareranno un nuovo invito e con quale “guest speaker”. Appare invece improbabile che il “nuovo”Gruppo Etica e Finanza” non abbia l’ambizione di tornare rapidamente un luogo di elaborazione privilegiata e influente di “civiltà ambrosiana”.


Grazie all’imbroglio del debito, vogliono portarci via tutto

Giorgio Cattaneo libreidee.org 11.10.18

Siamo nei guai, da quando «abbiamo consegnato direttamente ai mercati finanziari la possibilità di creare nuova moneta». A chi conveniva? A loro, l’élite finanziaria speculativa. Si sono fatti le leggi che volevano. E oggi l’establishment ci racconta che il deficit è una tragedia, e che i “mercati” sono i nostri unici, veri padroni. Lo ammette persino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Siamo caduti in un colossale imbroglio, avverte l’ex manager Bnl Guido Grossi, intervistato da “Tiscali”. La buona notizia è che possiamo uscirne: primo passo, rimettere in debito in mani italiane, riattivando i Bot a breve scadenza su misura per i cittadini: «Bastano 200 miliardi per far svanire l’incubo dello spread. E l’Italia è ricchissima: 4.200 miliardi di risparmi, più 5.000 miliardi di patrimonio immobiliare». Ci si può allontanare anche rapidamente, dalle secche artificiose del rigore, a una condizione: che si sappia chi ci ha inguaiati, come funziona la trappola del debito “privatizzato” e a cosa serve. Ad accumulare soldi? Sbagliato: il vero obiettivo è fare incetta di beni pubblici, dopo averne fatto crollare il prezzo attraverso crisi pilotate.

La storia della nostra “prigionia” è lunga è dolorosa, riassume Grossi. Pietra miliare, il Trattato di Maastricht: l’Ue non può prestare soldi agli Stati né ad altri enti pubblici diversi dalle banche. «Perché? Non c’è alcun ragionevole motivo». Non esiste Mattarellaragione, spiega Grossi, per cui la politica debba rinunciare al controllo della moneta. «Noi viviamo nell’economia dello scambio, visto che nessuno è in grado di prodursi tutto quello di cui ha bisogno, e per scambiarsi le cose serve la moneta. Questa deve circolare, passare di mano in mano, e quando ce n’è poca nel sistema bisogna immetterla». E dal 1971, finito il “gold standard”, è diventato chiaro che creare moneta è qualcosa che si può fare senza costi. «L’importante è che ce ne sia la giusta quantità e che, soprattutto, vada a finire nelle tasche giuste. Ma lo Stato ha rinunciato al potere di emetterla, questo è il primo punto». Il secondo? Il sistema finanziario si è trasformato: prima, il cittadino portava i risparmi in banca, e la banca li investiva nell’economia reale e creava lavoro. Oppure il cittadino prestava quei risparmi allo Stato, sotto forma di Bot e Cct, perché era un modo per metterli al sicuro.

«Lo Stato usava quei risparmi per fare spesa pubblica: in sostanza, rimetteva quei soldi nelle tasche dei cittadini che spendono e nelle casse delle imprese che investono». La moneta circolava, aggiunge Grossi, perché «c’era un controllo pubblico», sia nella sua creazione, sia nella sua circolazione. Ormai «la moneta si crea dal nulla». Dunque, «sarebbe meglio riportarla sotto il controllo pubblico». La questione è che circola molto male, la moneta, «perché il sistema finanziario è diventato privato». E non solo: «Ha smesso di fare il suo mestiere: non prende il risparmio privato per indirizzarlo sulle imprese che investono o nelle famiglie che devono comprare casa». Il grosso «finisce sui mercati finanziari». E se tutti vogliono comprare i titoli di Stato il loro prezzo sale. Peraltro, «se il mercato compra titoli e le banche centrali continuano a comprarne con le operazioni di “quantitative easing”, e comprano pure titoli di aziende private, in quelle operazioni non fanno altro che sostenere il prezzo Draghi e Moscovicidella bolla speculativa. Ci dicono che lo fanno per far salire l’inflazione e far entrare soldi alle imprese ma questi soldi vanno direttamente sui mercati finanziari».

Fino agli anni ‘90, prosegue Grossi, si finanziavano ancora investimenti e imprese. Ora invece «la gran parte viene destinata a circolare attraverso lo scambio di titoli, di derivati sempre più complessi e sempre più oscuri». Così, la finanza decide tutto: «Una grande banca d’affari può chiamare una impresa, ottenere la sua collocazione in Borsa, studiarla, preparare il report per presentarla ai mercati, finire col conoscerla meglio di quanto non riesca a fare l’impresa stessa. Può farle avere i soldi dei mercati perché conosce tutti i fondi di investimento, anzi ha i suoi fondi di investimento. Ha la sua ricerca che può distribuire a tutti gli enti istituzionali in giro per il mondo, può fabbricare i derivati sui titoli e sui prestiti, negoziarli, fare tutto per operare sui mercati finanziari». Ed è chiaro che, con tali informazioni, la banca può sapere molto prima di altri quando il prezzo può salire e quando può scendere. «Possono fare qualsiasi cosa, far arricchire chi vogliono». L’obiettivo finale? «Non è continuare ad accumulare moneta, ma comprare beni reali», spiega Grossi. «E come si fa a comprare a basso costo cose reali? Scatenando crisieconomiche».

La Grecia insegna: con la scusa del debito, società e banche tedesche si sono prese anche gli aeroporti. Chi ha impedito alla Grecia di difendersi? L’Unione Europea, con i suoi vincoli: proibendo allo Stato di creare moneta, e perfino di farsela prestare per fare spesa pubblica in investimenti. Ovvio che il mondo finanziario sia intimamente legato alle multinazionali. E paesi come la Germania e gli Usa, dove c’è un grosso nucleo di grandi aziende internazionalizzate, traggono enormi dei benefici da questo sistema: a monte, riescono a ottenere regole su misura per il proprio business. «Anche in Italia ce le avevamo, le grandi aziende: le partecipazioni statali». Certo, ricorda Grossi, ci hanno raccontato che erano “carrozzoni” spreca-soldi. «In realtà facevano invidia agli Usa, alla Gran Bretagna, alla Francia e alla Germania». Così è arrivata la mannaia Ue: «Il Trattato di Cottarelli, dirigente Fmi nella catastrofe della GreciaMaastricht ci ha poi imposto il vincolo assurdo del rapporto del 60% tra debito e Pil (e deficit non superiore al 3% del Pil)». E’ avvenuto «in un particolare momento, in cui noi eravamo a 100 e gli altri a 60». Obiettivo: frenare l’Italia, barando.

«Così abbiamo dovuto svendere le partecipazioni statali, perché l’unico modo per entrare era vendere il patrimonio pubblico». La situazione, osserva Grossi, è precipitata con il divorzio fra Tesoro e Bankitalia, quando la banca centrale ha smesso di finanziare il governo a costo zero, “regalando” il debito (interessi) alla finanza privata. E ora siamo al pareggio di bilancio, varato da Monti: «Quando l’economiaè ferma e c’è troppa disoccupazione, lo Stato ha il dovere di intervenire». C’è scritto nella Costituzione, ricorda Grossi: «Lo Stato ha il dovere di fare quanto necessario per metterci in grado di avere una esistenza libera e dignitosa, di contribuire al progresso materiale e spirituale della nazione. E ciò lo possiamo realizzare solo lavorando. Se c’è disoccupazione, crisi economica, le famiglie non spendono e  le imprese non investono, allora o interviene qualcuno dall’esterno o la crisi rimane e continua ad avvitarsi su se stessa». A questo punto come fa, uno Stato, a continuare a perseguire politiche “costituzionali”, cioè keynesiane, di sviluppo e occupazione?

«Tolto il potere di chiedere a Bankitalia di finanziare il deficit, aggiunto il vincolo di pareggio di bilancio, lo Stato in pratica non può più intervenire nell’economia». Attenzione: «Quando lo Stato poteva creare moneta, il debito pubblico materialmente finiva per non essere un problema». Controllando la leva monetaria, lo Stato non poteva mai ritrovarsi senza soldi. Gli stessi titoli di Stato, aggiunge Grossi, non servivano certo a incamerare denaro: al contrario, erano soldi che lo Stato lasciava ai cittadini, «per impiegare tranquillamente i loro risparmi nella maniera meno rischiosa e più sicura possibile». Se invece viene tolta la sovranità monetaria, sottolinea Grossi, allora il rischio comincia a nascere: «Lo Stato, per ripagare i titoli, è obbligato o a prendere con le tasse i soldi dalle tasche di alcuni cittadini per ripagare chi ha i titoli, o a farseli prestare. Per vendere i titoli di Stato, poi, il tesoro si serve degli operatori specialistici, che sono Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley e così via. GrossiAnziché rivolgersi ai suoi cittadini che non sanno dove mettere i risparmi, si rivolge alle banche private che fanno aumentare i costi dello Stato».

Solo una parte del debito italiano, comunque, è in mano a stranieri: 700 miliardi, su 2.341. Ma questo non cambia la situazione, «perché la maggior parte dei titoli è controllata da questo sistema finanziario». In pratica, «gli investitori ci prestano i soldi alle loro condizioni, e noi abbiamo il rischio spread. Un rischio che arriva dai mercati: non sta scritto in nessuna norma che dobbiamo averlo. E’ stata una scelta tecnico-amministrativa che non ci è mai stata raccontata. Di questa scelta – dice Grossi – dobbiamo liberarci». Mettendo il debito pubblico in mano agli investitori internazionali stranieri e non avendo possibilità di stampare moneta, aggiunge Grossi, lo Stato è costretto a farsi prestare i soldi da altri per pagare quegli investitori. «Ho rinunciato a farmi prestare anche i soldi dai cittadini, e dunque mi sono messo un cappio al collo. Voglio finanziare cose indispensabili per il paese? Sale lo spread, le agenzie di rating abbassano la qualifica dei nostri titoli e possono determinare eventi rischiosissimi e catastrofici. Se viene abbassato il rating molti investitori possono essere spinti a vendere i nostri titoli. E se tutti vendono, si svende».

Alla fine può arrivare il default, scattare il meccanismo “salva-Stati” come in Grecia. «Cioè: arrivano, ci prestano i soldi e in cambio ci impongono le tasse, ci dicono cosa privatizzare, cosa vendere, cosa tagliare e chi licenziare, ci piaccia o no. Per questo bisogna rimettere ordine nella nostra ricchezza e modificare il meccanismo uscendo dal cappio». Lo Stato, spiega Grossi, oggi paga inoltre tassi d’interesse altissimi perché si rivolge ai mercati finanziari esteri. «Negli anni ’80 avevamo tassi nominali molto alti, pagavamo anche il 10,15 o 20%. Oggi invece paghiamo dall’1 al 3%». Sembra che ci abbiamo guadagnato, e invece ci abbiamo perso: quello che conta, infatti, è il tasso nominale meno il tasso d’inflazione. «Se ho un debito di 100, se Monti e Napolitanoin un anno pago il 10% ma l’inflazione sta al 15%, a fine anno non ho pagato 10, ho risparmiato 5. Perché il peso del mio debito è sceso del 5%. Questo indipendentemente dal livello dei tassi nominali».

I problemi sono iniziati smettendo di chiedere i soldi ai risparmiatori italiani, «che si accontentano di un tasso al di sotto dell’inflazione perché vogliono semplicemente difendere il valore del capitale». Tradotto: se io perdo l’1% cento (inflazione) ma nessuno mi tocca il capitale, non mi preoccupo. «Se invece compro un prodotto di investimento in banca e nel momento stesso in cui lo prendo già mi hanno tolto il 4 o 5% (anni addietro addirittura il 10%) allora sì che corro dei rischi e devo preoccuparmi. E quando lo Stato sceglie di farsi prestare i soldi non più dai propri cittadini, che si accontentano di un piccolo tasso di interesse in cambio della sicurezza, e comincia a rivolgersi agli investitori istituzionali che per natura fanno gli speculatori, è per forza costretto a pagare di più». A loro sta bene rischiare un po’ di capitale, a differenza del cittadino risparmiatore, ma vogliono essere pagati molto di più in cambio del rischio. «Ed ecco che i tassi reali sono diventati positivi».

Oggi in Italia c’è l’inflazione all’1,50. Il Btp trentennale rende il 3,55%, quindi lo stato paga il 2% reale. «Sembra una cifra bassa ma è altissima, perché basta che passi il tempo e il debito cresce a dismisura. E’ esattamente quanto è successo, anche se ci raccontano che abbiamo sperperato i soldi». Insiste Grossi: «Lo spreco vero sono i 10 milioni di italiani che potrebbero lavorare e non facciamo lavorare», proprio perché il “cappio” di questo debito – gonfiato dalla speculazione – ci lascia in bolletta, mentre l’Ue ci impedisce di fare deficit per investire sul lavoro. Risultato: grazie alle politiche “lacrime e sangue”, ai tagli e all’austerity, in questi ultimi anni il debito pubblico (che si diceva di voler tagliare) è continuato a salire. «Sale il debito, sale la povertà, sale la disoccupazione. E’ evidente che la direzione presa era completamente sbagliata». Il timido Def “gialloverde”, con quel 2,4% di deficit, è primo segnale di una possibile inversione di tendenza, finalmente: il deficit generererà un aumento del Pil, dei consumi, dell’occupazione.