B.Carige: F.Innocenzi informa sindacati dell’ipotesi fusione (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’a.d. di Banca Carige Fabio Innocenzi, nell’incontro odierno, ha informato il sindacato della possibilità di una fusione per l’istituto. 

E’ quanto ha riferito una fonte a MF-Dowjones aggiungendo che l’aggregazione è stata esplicitamente suggerita dalla Bce. La banca ligure continua a lavorare anche sull’ipotesi stand-alone che tuttavia non può, in questa fase delicata, essere l’unica opzione allo studio. Innocenzi nella riunione avrebbe riferito di essere stato investito, all’inizio del suo mandato da “una slavina” inaspettata in parte data dalla situazione dei mercati (ovvero dal livello di Spread e dalla volatilità) in parte dal rischio interno. Il sindacato si dice soddisfatto dell’atteggiamento tenuto dall’a.d. che è stato definito “di apertura e ascolto”. Le sigle hanno poi ribadito l’indisponibilità ad accettare un ulteriore taglio del costo del lavoro (a gennaio sono già previsti esuberi definiti da un precedente accordo stretto a dicembre) e hanno chiesto di investire sul personale per evitare situazioni insostenibili sul fronte organizzativo. In un comunicato emesso ieri sera Carige ha fatto sapere che “intende verificare tutte le modalità di turn-around operativo, valutando in una prossima riunione consiliare l’individuazione di una banca di investimento per esplorare possibili 

aggregazioni”. 

cce 

claudia.cervini@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 12, 2018 13:10 ET (17:10 GMT)

Tangenti e fisco, condannato ex consulente Cattolica

vvox.it 01.10.18

Prime sentenze sull’inchiesta che a giugno 2017 svelò un giro di tangenti e favori illeciti tra Agenzia delle Entrate e imprenditoria a Verona. Si tratta del caso dell’ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate Christian David e Albino Zatachetto, già addetto alla segreteria del presidente di Cattolica Assocurazioni Paolo Bedoni (con un contratto di consulenza), i quali avrebbero promesso all’altro dirigente dell’Agenzia Elio Borrelli, che ha confessato, dell’assunzione in Cattolica di un’amica in cambio di uno “sconto fiscale”. Zatachetto, insieme al collega Giuseppe Milone – ex direttore amministrativo di Cattolica, da cui è stato immediatamente sospeso alla notizia dell’inchiesta – avrebbe partecipato agli incontri con Borrelli, il quale aveva poi rivelato a David l’accordo, rendendolo così – secondo gip e Riesame – corresponsabile degli illeciti. 

Lo stesso Zatachetto, insieme al colonnello Corrado, è anche accusato di traffico illecito di influenze. Grazie a lui, infatti, il colonnello Corrado ottenne l’assunzione di un amico e dell’allora giudice tributario Cesare Rindone(anche lui ha confessato) e la promessa dell’assunzione per sé, oltre ad alcuni orologi. In questo caso però la procura di Venezia rilevò che non c’era prova di passaggio di beni al pubblico ufficiale David. Come scritto da Laura Tedesco sul Corriere di Verona di sabato 29 settembre,  Zatachetto è stato condannato con rito abbreviato a due anni per traffico illecito d’influenza, e sempre davanti al gup Roberta Marchiori è stato ufficializzato il patteggiamento per Rindone alla pena di 11 mesi e 10 giorni. Sono stati invece rinviate le sentenze sia per Milone che per Borrelli e David, in quanto per il gup il reato va riqualificato da «corruzione» a «induzione a dare e/o promettere utilità».

 

Vi dico fino a quando i fondi esteri manterranno gli investimenti nei titoli di Stato italiani

 startmag.it 12.10.18

Il Punto di Gianfranco Polillo fra politica e mercati con un raffronto significativo fra bond americani e titoli di Stato italiani

Le piccole montagne russe, che accompagnano l’andamento del Ftse-mib, dopo i forti cali dei giorni precedenti, dimostrano che il peggio, per l’Italia, non è passato.

CHE COSA STA SUCCEDENDO ALLO SPREAD

Del resto lo spread sembra aver conquistato, piuttosto stabilmente, quota 300. Un altro passo falso e raggiungerebbe la cima critica dei 400, dando luogo ad una spirale che è bene non auspicarsi. In quel caso le banche italiane, che hanno già bruciato il 30 per cento della loro capitalizzazione, a causa delle minusvalenze accumulate, sarebbe costrette a chiedere al mercato denaro fresco per ricapitalizzare un patrimonio che, già oggi, è al limite rispetto ai requisiti di garanzia richiesti dalla Bce.

GLI EFFETTI NEGATIVI DELLA MANOVRA ANNUNCIATA

Gli effetti negativi della manovra di bilancio – troppa assistenza e poco sviluppo – sembrano essere già scontate dai mercati. Su quel fronte, quindi, non dovrebbero esserci sorprese. Tanto più che quando saranno note le disposizioni legislative, destinate a dare attuazione ai desiderati del contratto per il cambiamento, si vedrà che molti di quei sogni sono destinati a rimanere nel cassetto.

LA QUESTIONE DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Prima che il salario di cittadinanza possa andare a regime, a meno che non si tratti di un’elargizione con “riffa“, ci vorranno mesi, se non anni. I centri per l’impiego sono tutti da costruire. L’app, di cui tanto si parla, per consentire il controllo dei flussi di denaro relativi, presenta un’architettura gestionale talmente complessa, da far tremare le vene ai polsi. Quindi, dopo tanto parlare, i risultati, in termini di spesa effettiva, saranno probabilmente modesti.

LE RIFORME NECESSARIE

Su una cosa si è poco riflettuto, a livello governativo. Ogni ipotesi di modernizzazione del Paese passa inevitabilmente per le grandi riforme che, come si è soliti dire, non costano. Riforma della pubblica amministrazione, semplificazione legislativa, diffusione a livello di massa delle nuove tecnologie informatiche, e via dicendo. Obiettivi su cui si discute da tempo immemorabile. E che, da tempo immemorabile, sono rimaste sulla carta. E tali rimarranno almeno fin quando una forte ripresa dello sviluppo economico non avrà creato, nella società italiana, gli anticorpi per battere interessi, resistenze e pigrizie intellettuali.

I SEGNALI CHE ARRIVANO DALL’ESTERO

In attesa che questo avvenga, sarà difficile vedere un qualche risultato. Quindi, bene che vada, il ristagno è in qualche modo assicurato. Bene che vada: dall’estero, soprattutto dagli Stati Uniti, non vengono segnali incoraggianti. La Fed, nonostante le proteste di Donald Trump, ha rialzato i tassi di interesse. L’inflazione è ancora sotto controllo, ma le rigidità di un mercato del lavoro, dopo più di nove anni di sviluppo ininterrotto, non lasciano ben sperare. Sempre che non si vinca la forza di gravità, un momento di stasi è da mettere nel conto. Una stretta eventuale che non avrà conseguenze limitate solo oltre Atlantico.

IL PARALLELO DEI RENDIMENTI AMERICANI E ITALIANI

Negli ultimi due giorni il rendimento dei Treasury americani a 10 anni è passato dal 3,05 al 3,25 per cento. Quello dei Btp italiani, con analoga scadenza, al 3,53 per cento, confermando la correlazione di medio periodo. La spiegazione è semplice. I grandi fondi esteri che hanno sottoscritto i titoli italiani mantengono l’investimento, prescindendo dalla situazione complessiva del nostro Paese, solo se il loro rendimento è almeno pari a quello dei bond americani. Altrimenti vendono Milano e comprano Wall Street. Se i rendimenti americani dovessero ancora salire, la nuova equivalenza porterebbe lo spread verso quota 400.

CHE COSA NON FARA’ LA BCE

Potrebbe, in quel caso, intervenire la Bce, come lender of last resort (finanziatore in ultima istanza) come spesso ipotizzato, anche da esponenti governativi? Sarebbe bello, ma improbabile. Lo statuto della Bce lo esclude. Salvo non ricorrere alle procedure dell’Omt (Outright monetary transactions). Concessione di liquidità, anche illimitata, a favore del sistema bancario, ma solo nell’ambito di uno specifico programma di politica economica e finanziaria. In pratica la vituperata Troika.

ATTENZIONE AI CDS

Ci sono i sintomi? Purtroppo qualche segnale si avverte. A partire dal valore dei Cds (Credit default swap). Si tratta, com’è noto di una sorta di polizza d’assicurazione contro il rischio Italia. Il premio pagato è pari al 13,2 per cento, in caso di semplice default del debito, ma diventa del 23,8 per cento nell’ipotesi di un ritorno alla lira. Che annullerebbe il paracadute della Bce.

CHE SUCCEDE FRA EURO E DOLLARO

Altro dato da non trascurare è la divergenza che si registra rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona. Il rischio di un contagio dell’eventuale crisi italiana si registra, soprattutto, nella caduta dell’euro rispetto al dollaro. Anche se in parte giustificata dalla diversa dinamica dei saggi di interesse praticati tra le due sponde dell’Atlantico. Altri Paesi esposti, come la Grecia, la Spagna o il Portogallo, non registrano invece analoghe turbolenze sugli spread. In questo caso, infatti, l’eventuale intervento della Bce, con le procedure dell’Omt, non avrebbe le stesse conseguenze, viste per l’Italia, trattandosi di un fenomeno esogeno alle rispettive economie.

Insomma: chi vuol esser lieto, sia. Ed esponenti della maggioranza lo dimostrano ogni giorno. Ma ricordando che del diman non c’è certezza.

Come sopravvivere ai rifiuti

(The EconomistRegno Unito) internazionale.it 12.10.18

Una fabbrica dove si ricicla la plastica a Dhaka, Bangladesh, il 4 luglio 2018. (Khandaker Azizur Rahman Sumon, NurPhoto/Getty Images)

Gli uffici della Miniwiz al centro di Taipei hanno tutti i segni caratteristici di una startup dinamica e lanciata. Il grande open space al quattordicesimo piano di un edificio di soli uffici, da cui si apre la vista sulla capitale di Taiwan, è pieno di giovani alla moda accalcati intorno a schermi di computer. Nell’area comune al piano inferiore si possono trovare una console per videogiochi, un tavolo da ping-pong e un canestro. La sensazione di non essere di fronte alla solita impresa di ecommerce, però, deriva dai sacchi pieni di vecchie bottiglie di plastica, cd e filtri di sigaretta differenziati con estrema cura.

Invece di commerciare prodotti virtuali nuovi di zecca, la Miniwiz trae i suoi guadagni dal dare nuova vita e nuovo utilizzo ai rifiuti. Le sedie della sala conferenze, all’inizio della loro vita, sono state bottiglie di plastica, imballaggi alimentari, barattoli di alluminio e suole di scarpe.

La parete trasparente che separa quest’area dagli uffici del direttivo deve il suo aspetto simile all’ambra a un mix di plastica riciclata e crusca. Il caffè è servito in bicchieri ricavati da schermi di iPhone rotti.

Arthur Huang, 40 anni, architetto laureato ad Harvard, è il fondatore e capo dell’azienda. Nei primi anni duemila aveva provato a mettere in piedi la sua attività a New York, ma la sua impresa fallì scontrandosi con il fatto che erano davvero pochi gli americani determinati come lui a diminuire i rifiuti al livello globale. Al contrario, molti suoi compatrioti avevano la sua stessa ossessione. E continuano ad averla.

Sprechi storici
L’isola di Taiwan è un perfetto testimonial di questa situazione: si ricicla il 52 per cento di rifiuti domestici e delle attività commerciali e il 77 per cento dei rifiuti di origine industriale e queste cifre la portano a rivaleggiare con la Corea del Sud, la Germania e le altre nazioni leader nel settore (gli Stati Uniti riciclano invece rispettivamente il 26 per cento e il 44 per cento).

I proventi derivati annualmente dall’industria dello smaltimento dei rifiuti a Taiwan ammontano a due miliardi di dollari; 16 delle 32 squadre che quest’anno si sono sfidate ai Mondiali di calcio in Russia, afferma con orgoglio il ministro dell’ambiente Lee Ying-yuan, indossavano divise prodotte sull’isola con fibre derivate da plastica riciclata.

Nel 2016 nel mondo sono stati prodotti due miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani

Da più di due secoli, dall’inizio della rivoluzione industriale, le economie occidentali si reggono sul modello “prendi, produci, getta”, ma lo spreco che questa condotta ha generato in Europa e negli Stati Uniti nel ventesimo secolo è nulla in confronto alla mole di rifiuti prodotta al giorno d’oggi dalle economie in espansione come la Cina.

Stando a una recente relazione della Banca mondiale, nel 2016 nel mondo sono stati prodotti due miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani (rifiuti domestici e commerciali), un netto aumento rispetto all’1,8 miliardi di tonnellate di tre anni prima. Ciò corrisponde a circa 740 grammi al giorno pro capite, includendo nel conto ogni uomo, donna e bambino sulla Terra.

Questa cifra non include la quantità ancor più vasta di rifiuti prodotti dal settore industriale. Gli scarti solidi industriali contengono più materiali come gli scarti di metallo prezioso e la loro raccolta è da tempo gestita assai meglio da aziende in cerca di profitto. C’è poi il problema più rilevante in termini di gestione dei rifiuti, ossia i 30 miliardi di tonnellate di anidride carbonica che ogni anno finiscono nell’atmosfera.

Il costo del benessere
Mano a mano che si diventa più ricchi si tende a consumare – e a gettare via – di più. La popolazione dei paesi industrializzati corrisponde al 16 per cento di quella mondiale, ma produce il 34 per cento dei rifiuti del pianeta. La parte del mondo non industrializzato sta velocemente accorciando le distanze.

Se le tendenze resteranno quelle attuali, secondo le proiezioni della Banca mondiale, entro la metà del secolo la popolazione europea e nordamericana arriverà a produrre il 25 per cento di rifiuti in più rispetto a oggi. Nello stesso lasso di tempo, il volume aumenterà del 50 per cento in Asia orientale, del 200 per cento in Asia meridionale e del 300 per cento nell’Africa subsahariana). La cifra mondiale annua sarà di circa 3,4 miliardi di tonnellate.

Nella relazione della Banca mondiale si afferma che la produzione di rifiuti sta aumentando a un ritmo troppo elevato e che non può procedere di pari passo con la crescita economica e il miglioramento del tenore di vita. Per porre fine a questa correlazione è necessario che tutti gettino via meno e riutilizzino di più, rendendo così le economie più “circolari”, come dicono gli attivisti. Questo può avvenire solo se le persone cominceranno a “identificare l’economia circolare con il guadagnare denaro”, sostiene Tom Szaky di Terracycle, azienda sviluppatrice di tecnologie per l’uso di materiali difficili da riciclare. “Prendi, usa e getta” deve cedere il passo a “riduci, riusa, ricicla”, afferma Szaky.

Esempi virtuosi
Il problema dei rifiuti al livello globale forse non è una sfida terrificante come quella del riscaldamento climatico, ma potrebbe essere più semplice da risolvere. Questo perché le azioni locali di raccolta e riciclo dei rifiuti hanno effetto immediato sul territorio e possono quindi innescare un circolo virtuoso del cambiamento.

La gente prende più facilmente l’iniziativa se può vedere quasi subito i risultati di un cambiamento delle abitudini. A maggior ragione se si considera che diminuire la produzione di rifiuti comporta non uno, ma due benefici. Non solo risolve un grande problema (i rifiuti solidi) ma, diversamente dalla lotta allo smog, crea un beneficio tangibile sotto forma dei materiali riciclati che possono essere nuovamente usati. In aggiunta, tutti sanno quanto sia spiacevole vedersi circondati da rifiuti solidi (l’unica categoria di rifiuti presa in considerazione in questo rapporto).

In totale solo il 13 per cento dei rifiuti solidi urbani di tutto il mondo è riciclato: troppo poco

Questo non significa che passare a un’economia più circolare sarà facile. Attualmente il 37 per cento dei rifiuti solidi finisce in discariche interrate in tutto il mondo, il 33 per cento in discariche a cielo aperto, l’11 per cento negli inceneritori. Una parte finisce in cumuli di compost. Negli Stati Uniti sono attualmente riciclati due terzi dei barattoli di alluminio, ma solo il 10 per cento della plastica. In totale solo il 13 per cento dei rifiuti solidi urbani di tutto il mondo è riciclato e siamo tutti d’accordo che questo è davvero troppo poco.

L’urgenza del problema è fuor di dubbio. Nel luglio 2018 la corte suprema dell’India ha lanciato un monito sullo stato di Delhi, la capitale del paese, sepolta sotto immensi cumuli di rifiuti. Quando le discariche prendono fuoco, come è successo a più di 70 discariche in Polonia nell’arco di questa torrida estate, i fumi tossici invadono e soffocano le zone circostanti. I materiali tossici si infiltrano nel terreno e avvelenano i bacini idrici.

Alcuni fiumi dell’Indonesia sono talmente ricoperti dai rifiuti da rendere impossibile vedere l’acqua. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, nelle aree dove i rifiuti non sono raccolti con regolarità l’incidenza della diarrea è doppia e le infezioni acute delle vie respiratorie sono sei volte più frequenti del normale.

L’immondizia gettata in mare può tornare a terra creando il caos. Ad agosto il mare Arabico ha depositato in soli due giorni dodicimila tonnellate di detriti e rifiuti sulle coste di Mumbai. Oppure può privare il mare dei suoi tesori. I pescatori del mare Arabico lamentano il fatto che la plastica pescata è diventata il quadruplo del pesce. L’isola di rifiuti nel Pacifico (o Great Pacific garbage patch) nasce da un vortice oceanico delle dimensioni dell’Alaska a nord dell’oceano Pacifico e su di esso confluisce ogni rifiuto galleggiante portato dalle correnti: oggi si stima che possa contenere 79mila tonnellate di rifiuti in plastica.

Entro il 2025 i gas serra prodotti dall’industria dei rifiuti e nati dal susseguirsi di reazioni chimiche all’interno delle fosse, potrebbero rappresentare l’8-10 per cento del totale delle emissioni responsabili del riscaldamento globale. Se non si trova rimedio, questa discarica a cielo aperto rischia di travolgere il pianeta.

La buona notizia è che in tutto il mondo sia la classe politica sia la sfera pubblica si stanno sempre più rendendo conto dei costi in termini economici, ambientali e umani dei rifiuti, nonché delle opportunità perse che rappresentano.

Molti dei governi dei paesi meno industrializzati cominciano a capire che spendere meno – o niente – nella gestione dei rifiuti significa dover pagare di più per servizi come l’assistenza sanitaria necessaria a curare le ricadute sulla salute di questa condotta. Nel mondo meno industrializzato viene raccolta solo la metà dei rifiuti urbani; nei paesi con i redditi più bassi circa il 90 per cento degli scarti finisce nelle discariche abusive. Per far sì che i dati migliorino è necessario investire in infrastrutture per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti come discariche gestite o inceneritori a basso impatto ambientale. L’esempio di Taiwan dimostra che è possibile e che non significa affatto porre ostacoli al riciclo.

I paesi ricchi hanno già queste strutture: ora devono aumentare la capacità di ricavare materiali di valore dai propri cicli di rifiuti. Per un ventennio hanno contato sui paesi in via di industrializzazione, prima tra tutti la Cina, per far riciclare i propri rifiuti. Nell’arco degli ultimi 25 anni, nei porti della Cina sono stati scaricati 106 milioni di tonnellate di plastica da riciclare provenienti da tutto il mondo.

Tutto questo sistema è saltato in aria lo scorso gennaio, quando la Cina ha chiuso le sue frontiere all’importazione di plastica e carta indifferenziata, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze sull’ambiente. I responsabili della gestione dei rifiuti di tutto il mondo si sono così trovati con tonnellate di rifiuti indesiderati e i politici con montagne di domande – come aumentare l’efficacia della raccolta differenziata e cambiare finalmente l’approccio dei cittadini al problema rifiuti – alle quali non sanno rispondere.

La classe politica europea e quella statunitense – forse non Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti dalla linea politica tutt’altro che ambientalista – si stanno dando degli ambiziosi obiettivi nel campo del riciclo e stanno cercando di cambiare radicalmente il loro metodo di gestione dei rifiuti.

Tecnici o imprenditori come Huang e Szaky sognano e danno forma a modi più intelligenti e produttivi di gestire e riutilizzare l’immondizia. Le multinazionali cominciano a prendere in considerazione modelli d’impresa a basso impatto basati su contratti per fornitura di servizi anziché sulla vendita di prodotti. E molti sono i consumatori che stanno adottando stili di vita più semplici.

L’esempio di Taiwan
I bilanci delle amministrazioni locali, d’altro canto, sono ovunque limitati. Le guerre doganali ostacolano il commercio di scrap (come vengono chiamati nel settore i rifiuti riciclati). Sono necessarie leggi che regolamentino la gestione dei rifiuti, ma spesso sono scritte in modo oscuro. I governi devono ancora trovare il modo di sostenere investimenti su larga scala nel settore del riciclo, ostacolato dal continuo calo dei prezzi delle materie prime. E molti temono che il passaggio a una economia più circolare possa essere dannoso per chi opera secondo il vecchio modello d’impresa.

Questi sono problemi reali ma non insormontabili. Negli anni novanta la crescita economica, l’innalzamento del tenore di vita e il forte aumento dei consumi avevano di gran lunga superato la capacità di Taiwan di gestire i suoi rifiuti, portando il paese a guadagnarsi il soprannome per nulla lusinghiero di Isola di immondizia. Nel 1993, 25 anni fa, un terzo dei rifiuti di Taipei non veniva nemmeno raccolto e né tantomeno riciclato. Nel 1996 i due terzi delle discariche erano ormai quasi pieni.

 

Di fronte al crescere delle proteste il governo decise la creazione di 24 impianti di incenerimento per bruciare i rifiuti, al costo di 2,9 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, la popolazione fu incoraggiata a produrre meno rifiuti. Produttori e marchi di distribuzione hanno cominciato a contribuire ai costi di smaltimento dei loro prodotti, sia pagando un contributo per i costi di gestione e smaltimento, sia talvolta provvedendo essi stessi alla loro gestione.

Meno il prodotto è riciclabile e tanto più i costi per l’azienda saranno elevati. E questo schema è in vigore ancora oggi. I nuclei familiari pagano per la quantità di rifiuti non differenziati che producono, ma non per la carta, il vetro, l’alluminio e gli altri materiali riciclabili. Chi viene sorpreso a disfarsi illegalmente dei propri rifiuti va incontro a sanzioni salatissime e al pubblico scherno. Oggi un taiwanese getta, di media, 850 grammi di rifiuti al giorno, rispetto al chilo e mezzo di vent’anni fa.

Sono passati cinquant’anni da quando gli ecologisti hanno cominciato a implorare i consumatori a ridurre, riutilizzare e riciclare, e oggi esortazioni di questo genere riecheggiano da San Francisco a Shanghai. E il mondo, sommerso di rifiuti, ha finalmente cominciato ad ascoltare.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale The Economist.

Banche, Viola mette nel mirino Farbanca

Rosario Murgida finanzareport.it 12.10.18

Prima Lending, la Spac promossa dall’ex banchiere, avrebbe individuato la sua preda. Si tratta dell’istituto delle farmacie da tempo in difficoltà

L’obiettivo di Fabrizio Viola con la sua Spac Prima Lending si sa da tempo: acquistare un soggetto abilitato all’attività bancaria in Italia. Ora spunta il primo nome di una possibile preda.

Secondo MF, il veicolo promosso dall’ex numero uno di Mps, insieme agli avvocati d’affari Gregorio Gitti e Carlo Andrea Bruno, e all’ex Nomura John Derek Vago per raccogliere fino a 200 milioni di euro, si sarebbe fatto avanti per acquisire Farbanca, istituto specializzato nel settore delle farmacie attualmente alle prece con un travagliato processo di vendita.

Farbanca è infatti una delle attività rimaste ancora nelle more della curatela fallimentare della ex Banca Popolare di Vicenza a causa del fallimentare tentativo d’acquisto della cinese Cefc, costretta a ritirarsi a causa di un’inchiesta giudiziaria avviata dalle autorità di Pechino. 

La nuova procedura di vendita, condotta da Mediobanca, ha già visto le prime manifestazioni di interesse. Prima Lending, secondo la testata, si è fatta avanti insieme ad altri soggetti, mentre Banca Ifis (interessata inizialmente) avrebbe messo da parte il dossier. 

DOPO CUCCHI / PERCHE’ NON PARLANO I POLIZIOTTI DI ILARIA ALPI E VIA D’AMELIO?

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

I muri di gomma a volte miracolosamente di sgretolano. Succede oggi con il caso di Stefano Cucchi, ammazzato dentro una caserma in una tragica notte. Oggi un carabiniere trova la forza di confessare e accusare anche due colleghi che uccisero di botte il giovane.

Un caso più unico che raro nella storia di casa nostra. Perchè le cortine fumogene e i muri di gomma, appunto, quando si tratta di “istituzioni che ammazzano” sono più impenetrabili che mai.

S’è saputo qualcosa del caso di Giuseppe Uva? O del cingolato che passò sul corpo di Carlo Giuliani?

Speriamo sia il primo tassello di un mosaico di omertà che viene giù, e a seguirne ce ne siano tanti altri che hanno fino ad oggi macchiato in modo indelebile la storia del nostro Paese.

Torniamo su due casi, di cui abbiamo più volte trattato, perchè coinvolgono – come protagonisti negativi – uomini della forze dell’ordine, quindi figure istituzionali, ma che ovviamente ubbidiscono a dei superiori, da individuare in vertici dei corpi militari di appartenenza, ma soprattutto ad altri superiori gerarchici, a livello di magistratura, di politica. Anche d’affari.

Casi per certi versi più gravi dello stragrave caso Cucchi, perchè qui i livelli di complicità sono ad altissimi livelli e tutti uno più intoccabile dell’altro. E siamo anche in fase di nuovi sviluppi che speriamo riescano a scalfire quei maledetti impenetrabili muri. Ci riferiamo ai casi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ed alla strage di via D’Amelio.

Per sommi capi la ricostruzione dei due gialli e qualche novità.

 

DEPISTAGGIO PERFETTO PER ILARIA E MIRAN

Il caso di Ilaria e Miran è appeso al filo della decisione del gip di Roma, Andrea Fanelli, il quale si dovrà pronunciare a breve sulla doppia richiesta di archiviazione avanzata dal pm Elisabetta Ceniccola e controfirmata dal procuratore capo del tribunale di Roma Giuseppe Pignatone.

Secondo questi ultimi non è possibile accertare la verità perchè è passato troppo tempo, la mole di documenti presentata dai legali della famiglia Alpi (gli avvocati Giuseppe e Giovanni D’Amati, l’avvocato Carlo Palermo) a nulla serve per identificare killer e mandanti dell’esecuzione, gli ultimi elementi probatori arrivati dalla Dda di Firenze – vale a dire alcune intercettazione  del 2012 fra alcuni somali che parlavano del duplice assassinio – non spostano il quadro indiziario di un centimetro.

Ma ecco la circostanza più grave di tutte: il pm Ceniccola e il capo Pignatone se ne fregano altamente di quanto contenuto nella sentenza che il tribunale di Perugia ha messo nero su bianco un anno fa, quando non solo ha scagionato il giovane somalo, Hashi Omar Assan, che da innocente stava passando il suo sedicesimo anno in carcere, ma ha ricostruito tutta la story e ha scritto senza mezzi termini di Depistaggio di Stato.

Cosa era successo? Il processo s’è chiuso con la condanna di Hashi sulla base di una sola testimonianza: quella di tale Ahmed Ali Rage, alias “Gelle”, il quale ha verbalizzato davanti al pm di turno e ad alcuni poliziotti ma non si è presentato neanche una sola volta in dibattimento. Circostanza ben strana: una condanna così pesante senza che l’unico testa venga a confermare le accuse in aula. Cosa era successo, così come dettagliatamente descrive la sentenza di Perugia? Gelle era stato ‘taroccato’ dalla polizia, imbeccato sulle risposte da dare e sul colpevole da indicare. Poi tutto ok, gli trovano – sempre i poliziotti di cui nella sentenza perugina si fanno nomi e cognomi – un lavoro, Gelle viene addirittura portato all’officina in auto, tutto dura tre mesi, quindi viene messo su un treno per la Germania, dove trascorrerà alcune settimane, fino a raggiungere la meta finale, Londra.

Hanno poi sostenuto, le nostra forze dell’ordine, di aver cercato in tutti i modi e con tutti i grossi mezzi che hanno a disposizione di ritrovare Gelle e riportarlo in Italia. Ma niente, missione impossibile.

Missione più che possibile, invece, per l’inviata di “Chi l’ha visto”, Chiara Cazzaniga, che dopo alcune ricerche presso la comunità dei somali a Roma, ha preso l’aereo, è sbarcata a  Londra e in un baleno è riuscita a trovare Gelle! Lo ha intervistato e Gelle ha raccontato di tutta la messa in scena: la polizia gli ha detto che doveva accusare quel giovane somalo e lo ha imbeccato con tutti i  dettagli del caso. Fine della storia.

L’intervista è andata in onda e ovviamente per il Hashi si è aperto il processo di revisione al tribunale di Perugia, dove è stato scagionato da ogni colpa. Ma le toghe perugine sono riuscite a fare di più: hanno cioè ricostruito – attraverso Gelle – tutto il percorso fatto di clamorosi Depistaggi, attuato dalla polizia ma su evidenti input superiori.

Quali? Li poteva agevolmente trovare la procura capitolina, dopo tale assist. Ma invece di fare questo, avendo la strada già ben spianata dalla sentenza di Perugia, cosa ha fatto la procura di Roma, tornata a pieno titolo il Porto delle nebbie? Ha chiesto l’archiviazione di tutto!

Poi sono arrivati gli elementi dalla Dda fiorentina, quindi il gip ha chiesto tempo per decidere. Imperterriti, Ceniccola e Pignatore hanno di nuovo chiesto l’archiviazione e ora si è in attesa, a giorni, della pronuncia definitiva del gip.

Sorge spontanea la domanda: perchè un poliziotto coinvolto nel depistaggio adesso non parla? Potrà non sapere tutto del giallo, chi sono i veri mandanti, ma perchè non si comincia a dare qualche picconata a qual muro di cemento? E per lorsignori, più in alto: non sentono bruciare dentro qualcosa, per aver calpestato la giustizia, mandato al massacro due giovani giornalisti, in nome di affari come traffico d’armi, di rifiuti super tossici e via dicendo? Che razza di uomini sono, senza un grammo di dignità e di coscienza?

 

UN TAROCCAMENTO A REGOLA D’ARTE

Copione molto simile per la strage di via D’Amelio. 7 innocenti sono stati condannati – e hanno scontato 16 ani di galera – per il tritolo di via d’Amelio. E il tutto sulla scorta di una sola testimonianza, quella di Vincenzo Scarantino, anche in questo caso inventato a tavolino dalla polizia, addestrato di tutto punto come uno scolaretto che deve mandare a memoria la lezione. C’è voluta la testimonianza di Gaspare Spatuzza a smontare quel castello di menzogne e la successiva confessione dello stesso Scarantino il quale, nel corso del Borsellino 4, ha raccontato per filo e per segno come è stato intimidito e costretto a recitare quella parte: anche stavolta un soggetto che viene costruito a tavolino, imbeccato di tutto punto. Come successe per Gelle.

Stavolta la catena di comando è più articola ma anche più chiara. Si sta aprendo il processo a carico di 4 poliziotti per Depistaggio, i quali racconteranno naturalmente che ricevevano ordini dal loro capo, il numero uno della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera. Il quale però non può più difendersi perchè è morto nel 2002. E allora? Con ogni probabilità, seguendo il filo logico, La Barbera avrà avuto degli iterlocutori, difficile immaginare un’operazione ‘solitaria’. E quindi con in magistrati che avevano in mano il fascicolo sulla strage di via D’Amelio.

Si trattava di Anna Maria Palma, seguita da Carmine Petralia, quindi dopo 5 mesi entra nel pool anche un giovane Nino Di Matteo.

Da mesi Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato trucidato con la sua scorta, chiede a qualcuno di parlare. Si rivolge ai poliziotti, ma non dimentica certo i magistrati. Qual è stato loro ruolo? Chi ha realmente costruito il pentito Scarantino, che significa aver ordito il Depistaggio di Stato?

Perchè, soprattutto oggi, dopo che il sipario si è alzato sul caso Cucchi, uno dei poliziotti chiamati a testimoniare nei prossimi giorni ritrova il fegato – ma soprattuto il cuore – per raccontare come sono andate le cose?

Perchè resta impenetrabile come una cassaforte il mistero dell’agenda rossa, passata di mano in mano e con un processo finito in flop? Perchè nessuno chiede alla giornalista antimafia Roberta Ruscica tra quali mani è passata l’agenda di Paolo Borsellino?

Si tratta di due buchi neri tra i più clamorosi e dolorosi della nostra malastoria, perchè parlare di Depistaggio di Stato significa parlare di un Stato che sta marcendo, di una Giustizia che diventa sempre più una lontana utopia.

Facciamo in modo che questo giorno in cui si vede finalmente verità e giustizia nel caso del povero Stefano Cucchi e della sua famiglia per anni straziata, possa rappresentare un inizio. E i casi Alpi e Borsellino sono più attuali e bollenti che mai.

 

JPMorgan Q3 Saldi netti salgono come tasse Scivola; Ma Sales & Trading, Miss I-Banking

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JPMorgan ha lanciato ufficialmente la stagione degli utili del terzo trimestre con guadagni generalmente in linea tra cui un solido guadagno sui guadagni, nonostante un inaspettato mancato nelle vendite e nel trading di FICC e nel settore dell’investimento bancario, unitamente alla debolezza dei prestiti a casa come risultato dello slittamento delle attività di restituzione dei mutui.

Il JPM ha registrato entrate gestite totali pari a $ 27,8 miliardi (la somma di $ 14,1 miliardi di reddito da interessi e $ 13,8 miliardi di entrate senza interessi), sopra la stima di $ 27,44BN, con un guadagno netto di $ 8,4 miliardi, un aumento del 24% a / a, traducendo in $ 2,34 EPS, superiore alla stima di consenso di $ 2,25. Il numero includeva addebiti netti pari a $ 1 miliardo, compensati da una riserva di $ 0,1 miliardi, con un costo totale del credito di $ 0,9 miliardi.

Commentando i risultati, Jamie Dimon era il suo solito sé ottimista: ” gli Stati Uniti e l’economia globale continuano a mostrare forza, nonostante crescenti incertezze economiche e geopolitiche, che a un certo punto nel futuro potrebbero avere effetti negativi sull’economia”.

Qualcos’altro: come osserva Max Abelson di Bloomberg, “quando rileggo stamattina i commenti di Dimon, sono colpito da quanto sembra stia tentando di adulare Donald Trump”.

Dimon cita non solo “una politica di regolamentazione intelligente” (un eufemismo, in parte, per una più amichevole Casa Bianca) e “un sistema fiscale aziendale competitivo” (tasse più basse per le grandi aziende), egli addirittura sollecita la prima filiale della banca a Washington. In altre parole, sta ancora tornando indietro dal suo famigerato insulto Trump poche settimane fa. Mi chiedo se abbia avuto una piccola spinta dalla sua bacheca?

Aiutare la linea di fondo è stata l’effettiva aliquota fiscale del JPM di solo il 21,6%, in netto calo rispetto al 29,6% di un anno fa, il che potrebbe spiegare perché Jamie Dimon ha dato un grido alle modifiche delle imposte societarie: “Siamo estremamente entusiasti di espanderci di nuovo, come intelligenti la politica di regolamentazione e un sistema fiscale aziendale concorrenziale ci aiutano a mantenere il nostro impegno a investire nei nostri clienti e comunità.

Per un altro trimestre, JPM ha fatto affidamento su prestiti in vecchio stile, riportando prestiti medi in aumento del 2% a $ 479,6BN da $ 469,8BN, mentre i prestiti core su base consolidata sono aumentati del + 6% a / a. Complessivamente, i crediti core sono cresciuti sia per i consumatori che per le imprese, mentre gli accantonamenti per le sofferenze sono diminuiti mentre i prezzi delle abitazioni sono aumentati e le insolvenze sono migliorate. La raccolta media è salita da $ 673,8 miliardi a $ 674,2 miliardi.

Di conseguenza, JPMorgan ha dichiarato che il reddito da interessi netto è salito a $ 13,9 miliardi nel periodo, aiutato dall’aumento dei tassi di interesse e dalla costante crescita di ciò che la banca considera prestiti core. Nel frattempo, i ricavi delle obbligazioni sono diminuiti del 10 percento (più sotto).

Altri dettagli più importanti tramite BBG:

  • Common Equity Tier 1 ratio 3Q Basilea III 12%, stima 11,9
  • Ritorno del capitale netto 3Q + 14%
  • Rendimento netto 3Q su attivi fruttiferi 2,51%, stima 2,50%
  • Asset under management $ 2,1 trilioni

Per quanto riguarda i costi, le spese di compensazione sono state di $ 8,11, in linea con l’exp $ 8,13.

Da segnalare, l’accantonamento per perdite su crediti è sceso dal periodo di anno fa e verso il basso rispetto al secondo trimestre, il che significa che stanno mettendo da parte meno soldi per il potenziale perde sul debito cattivo ed è generalmente indicativo di ottimismo di JPM sull’economia. Nello specifico, JPM ha registrato solo $ 948MM in accantonamenti per perdite su crediti, nettamente inferiori alla stima di $ 1,46BN e in calo rispetto a $ 1,452 miliardi un anno fa. Il numero includeva una riserva di $ 0,1 miliardi. La banca ha spiegato il calo dei costi del credito nella sua divisione consumer banking come segue:

  • Home Lending: release di riserva PCI da $ 250mm; recupero netto in gran parte guidato da una vendita di prestiti
  • Carta: build di riserva di $ 150mm questo trimestre contro un $ 300mm build nel 3Q17

JPM ha anche detto che il trimestre corrente includeva un rilascio di riserva di $ 250 milioni nel portafoglio crediti ipotecari acquistati dall’Home Lending, “che riflette il continuo miglioramento dei prezzi e delle insolvenze”, compensato da una riserva di $ 150 milioni in carta guidata dalla crescita dei prestiti e più alti tassi di perdita. Le compensazioni nette sono risultate inferiori, principalmente a causa di una ripresa netta degli Home Lending, in gran parte determinata da una vendita di prestiti.

C’è stato anche un miglioramento degli addebiti su carta di credito di JPM, che è diminuito per il secondo trimestre a $ 1,073 TN dopo aver raggiunto il picco nel primo trimestre, ma non aspettatevi che la tendenza al miglioramento continui dopo il recente brusco aumento dei tassi di interesse.

Ci sono stati anche dei numeri deludenti, soprattutto nella Banca d’Investimento della banca, dove le entrate e le vendite di FICC sono diminuite di $ 320 milioni a / a $ 2,84 miliardi, al di sotto della stima di $ 2,96 miliardi, il 4% delle aspettative . Anche l’Investment Banking ha perso, con un aumento di $ 1,73 miliardi, invariato rispetto a un anno fa e inferiore alla stima di $ 1,82 miliardi.

Il lato positivo è stato che ancora una volta i mercati azionari hanno sovraperformato, con la banca che ha registrato $ 1,595 miliardi di entrate sul mercato azionario, in rialzo di $ 232 milioni all’anno e migliore della stima di consenso di $ 1,42 miliardi.

In Consumer & Community Banking (CCB) di JPM, n. Di rev. è aumentato del 18%, trainato da un maggior margine di interesse a causa di maggiori margini sui depositi, crescita del saldo. Allo stesso tempo, i ricavi netti dei prestiti a domicilio sono diminuiti del 16%, spinti dai minori ricavi netti di servizi, nonché dallo spread dei prestiti e dalla compressione dei margini produttivi: è qui che l’aumento dei rendimenti si abbatte mentre l’attività di refri domestici si è schiantata quando le origini dei prestiti sono crollate $ 26.9BN un anno fa a $ 22.5BN.

I ricavi netti da Card, Merchant Services e Auto sono aumentati del 10%, spinti dal maggiore margine di interesse della carta su espansione dei margini e crescita dei prestiti; maggiori volumi di leasing auto, maggiori ricavi da Card noninterest, che riflettono i minori costi di acquisizione, che sono stati compensati da un minore reddito netto da interscambio.

Ecco come Octavio Marenzi, CEO di Opimas, ha riassunto i risultati di JPM:

“Entrando in questo ciclo di utili, ci sono stati alcuni timori che i margini di interesse iniziassero a deteriorarsi e che i ricavi da negoziazione ne risentirebbero. Nessuna di queste preoccupazioni è stata confermata dall’annuncio di guadagni di JPMorgan. il consumer banking ha più che compensato, così come un declino nei mercati dei titoli a reddito fisso, ma questo è stato almeno in parte compensato dai guadagni in azioni “. 

E così, con le entrate del 3Q e le battute dell’EPS, ma non con la solita cifra da blockbuster, e con qualche preoccupazione per le vendite e il trading della banca e l’i-Banking, l’entusiasmo degli investitori è stato limitato da azioni che hanno tagliato i guadagni, ora immutate dopo aver saltato tanto come 1,5%.

La presentazione degli utili di JPM è la seguente:

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Ultimatum Bce all’Italia: in caso di crisi liquidità aiuti solo con accordo bailout con Ue

 

Ora non si può neanche parlare di credit crunch, visto che non sono stati rilevati episodi di corsa agli sportelli o di chiusura di conti correnti. Determinante sarà il giudizio …

Ultimatum della Bce di Mario Draghi all’Italia: stando a quanto hanno riportato a Reuters cinque fonti senior, la Banca centrale europea non salverà il paese nel caso in cui lo Stato o le banche italiane si trovassero ad affrontare una grave crisi di liquidità, a meno che non fosse stato raggiunto prima un accordo di bailout tra Roma e Bruxelles. In poche parole, l’ultimatum di Francoforte è il seguente: “Obbedite all’Ue, o non vi salveremo”.

Le cinque fonti, che hanno parlato da Bali, Indonesia, a margine delle riunioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, hanno detto di ritenere che l’Italia sia ancora in tempo per evitare una crisi del debito – sempre che il governo M5S-Lega decida di cambiare atteggiamento sulla legge di bilancio – ma, anche, che non debba fare affidamento sulla Bce in caso di eventuali buchi di bilancio delle sue banche.

Il no si giustifica con le stesse regole dell’Unione europea, in base a cui la Bce non ha l’autorizzazione ad aiutare un qualsiasi paese dell’Eurozona, a meno che lo stesso non abbia già raggiunto un accordo di bailout con Bruxelles, attraverso cui possa essere aiutato in cambio di riforme economiche severe. Dunque, in cambio dell’austerity. Reuters ricorda che il governo italiano ha strenuamente rigettato una tale opzione che, se realizzata, vedrebbe la Bce acquistare i suoi bond sul mercato attraverso il piano OMT (Outright Monetary Transactions).

Tutti i vari appelli lanciati da diversi esponenti del governo Conte affinché la Bce intervenga per aiutare l’Italia, che sia attraverso il mantenimento dello scudo BTP (ovvero del Quantitative easing), o attraverso acquisti diretti dei suoi bond per azzerare addirittura lo spread (vedi appello del ministro Paolo Savona) sarebbero dunque destinati a cadere nel vuoto.

L’iter vuole che l’Italia bussi prima alla porta di Bruxelles, e poi a quella di Francoforte. Il che significa che l’unico modo di accedere a eventuali aiuti della banca centrale è trovare un’intesa con quelli che vengono spesso chiamati con disprezzo i burocrati europei.

Le cinque fonti hanno avvertito che il punto dolente dell’Italia è rappresentato dalle sue banche, che si portano dietro un carico di bond governativi per un valore complessivo di 375 miliardi di euro.

“Se l’Italia, come nel caso della Grecia, dovesse perdere il suo rating investment-grade (e scivolare dunque nel girone dei junk), l’effetto sarebbe disastroso”, si legge nell’articolo.

Le banche non potrebbero infatti più utilizzare i BTP che hanno in pancia a titolo di garanzia per ricevere cash dalla Bce – come è avvenuto per i prestiti di lungo termine del valore di 250 miliardi di euro ricevuti finora – né potrebbero continuare a usufruire del QE (che, comunque, termina alla fine dell’anno, almeno stando ai piani attuali della banca centrale).

Con i BTP a junk, le banche italiane che si trovassero orfane di altri bond con rating investment grade da presentare a titolo di garanzia sarebbero costrette a ricorrere all’ELA (Emergency Liquidity Assistance), strumento fornito da Bankitalia.

A tal proposito, una fonte ha precisato che in Italia “ci sono comunque banche che versano in buone condizioni di salute e che dunque non tutte dovrebbero richiedere l’ELA”. Tuttavia, se le richieste di fondi di liquidità di emergenza fossero troppe, gli istituti incapperebbero in alcune limitazioni.

I fondi di liquidità possono essere erogati infatti solo a favore di banche reputate solvibili. Di conseguenza, il Consiglio direttivo della Bce potrebbe pretendere che l’Italia disponesse di un programma economico ben definito, prima di dare l’ok alle erogazioni di cash.

E di vero e proprio ultimatum si tratterebbe, così come è accaduto nella grave crisi attraversata dalla Grecia quando, nell’estate del 2015, la Bce decise di congelare i finanziamenti ELA a favore delle banche elleniche, dopo la decisione del governo Tsipras di rifiutare un accordo di bailout. Fu allora che l’allora e attuale premier fu costretto a chiudere le banche, per evitare una corsa agli sportelli.

“Non avremmo dato cash alle banche solo per veder poi portate via le somme all’estero“, ha detto una delle fonti intervistate da Reuters.

Fortunatamente questi, per ora, sono solo scenari, considerati più o meno concreti a seconda dell’economista di turno. Non si tratta certo di scenari impossibili, visto che l’Italia ha già rischiato di far saltare in aria l’euro nell’autunno del 2011.

Tuttavia ora non si può neanche parlare di crisi di liquidità, ovvero di credit crunch, visto che non sono stati rilevati episodi di corsa agli sportelli o di chiusura di conti correnti.

Al momento, il rating del debito italiano assegnato da tre delle quattro agenzie riconosciute dalla Bce -Moody’s, Fitch, S&P – rimane al di sopra di quello junk di due livelli, mentre quello assegnato dall’altra agenzia,DBRS, ha uno stacco rispetto a junk di tre gradini.

Determinante sarà il giudizio che sarà snocciolato nella seconda metà di questo mese da Moody’s e S&P Global.

Gli analisti intervistati da Reuters ritengono che i mercati stiano già scontando almeno un downgrade. A quel punto, le cose potrebbero davvero cambiare, e lo spettro di un credit crunch non necessariamente sarebbe così inconcepibile.

Intesa Sanpaolo: in fumo 17 miliardi in Borsa in 5 mesi, esposizione a BTP non aiuta ma nessun analista dice Sell

La forte concentrazione sul mercato domestico si sta ritorcendo contro Intesa Sanpaolo in questi mesi di crescenti tensioni sull’Italia. L’impennata dello spread ha fatto riaffiorare lo spauracchio di una riedizione della crisi del 2011 che lasciò in eredità la necessità per molte banche di ingenti aumenti di capitale. Unica eccezione Intesa Sanpaolo che riuscì a superare senza traumi la crisi.

Ora il mercato sta tornando a testare la tenuta del sistema bancario italiano con il salasso spread che ha mandato in fumo 36 miliardi di euro di capitalizzazione per le big bancarie. Dal 17 maggio, quando circolò la prima bozza del contratto di governo giallo-verde, la capitalizzazione del settore bancario è scesa di quasi un terzo, il 31,2%. Un bagno di sangue con Mps che ha perso il 40% (-1,47 mld di euro), Intesa Sanpaolo il 35% (-17 mld) e Unicredit il 30% (11 mld).

Un sell-off decisamente violento con l’indice Ftse Italia All Share Banks scivolato ieri ai minimi da dicembre 2016. Nei giorni scorsi Credit Suisse ha avvisato che ritiene un’eventuale quota 400 dello spread insostenibile per le banche che potrebbero dover fare i conti con lo spettro di nuovi aumenti di capitale. Il FMI nel suo Global Financial Stability Report ha rimarcato che le crescenti incertezze politiche comportano un rinnovato focus sul nesso tra debito sovrano e sistema bancario” e questo legame “rimane un importante canale di trasmissione del rischio”.

Guzzetti aiuta rimbalzo rassicurando su dividendi

Oggi Intesa Sanpaolo guida il tentativo di rimbalzo del settore con un +1,7% a 2,068 euro dopo che nei giorni scorsi era brevemente sceso sotto la soglia dei 2 euro. Sostegno dalle parole del presidente di Cariplo, Giuseppe Guzzetti, che ritiene che la banca possa confermare la politica dei dividendi per il triennio 2019/2021.

Per il 2018 Intesa Sanpaolo ha in conto la distribuzione di un dividendo in contanti corrispondente a un payout ratio pari all’85% del risultato netto.

Nel suo ultimo report sulle banche Morgan Stanley ha rimarcato che il gruppo guidato da Carlo Messina offre un potenziale di rialzo attraente grazie a un bilancio solido  e la promessa di pagare cospicui dividendi in contanti per i prossimi tre anni.

Aumento spread non è un dramma (per ora), ma focus su Italia penalizza

Le banche hanno un’esposizione significativa al debito italiano (364 mld di Btp in pancia secondo gli ultimi dati Bankitalia) e sono quindi altamente sensibili alla rischiosità percepita del debito italiano. Un aumento di 100 punti base dello spread Btp-Bund riduce il CET1 di Intesa Sanpaolo e UniCredit, le due maggiori banche del Paese, di 35 punti base (stime Citi Research). Più elevato l’impatto su UBI Banca e Banco BPM, pari rispettivamente a 56 e 66 punti base.

In generale le banche italiane hanno rafforzato la loro posizione patrimoniale negli ultimi anni con il CET1 ratio medio pari al 13,8% alla fine del 2017 rispetto al 7,1% del 2008 (dati Bankitalia) anche se alcuni istituti di credito minori si trovano ancora in difficoltà sul fronte patrimoniale e in particolare Banca Carige è finita nuovamente sotto la lente della Bce che ha sollecitato nuove misure volte a rafforzare il patrimonio suggerendo anche un’aggregazione.

Ad agosto l’ammontare dei titoli di Stato in capo alle banche italiane è sceso da 373 a 364 mld, invertendo un trend di aumento dell’esposizione che andava avanti da 7 mesi. Il livello di agosto è tornato a quello del settembre 2017.

Tanti Buy dagli analisti, ma tp medio sceso molto rispetto a maggio

La maggioranza degli analisti che coprono il titolo Intesa Sanpaolo è positiva. Il 46,7% degli esperti punta sul titolo (giudizio Buy), il 53,3% ne raccomanda il mantenimento in portafoglio (Hold) mentre nessun analista è posizionato sul Sell. Il prezzo medio indicato dagli analisti è 2,83 euro con quindi un potenziale upside del 37,4% rispetto ai prezzi attuali. A inizio maggio il target price medio degli analisti era decisamente più alto (3,47 euro).

Ieri gli analisti di Santander hanno avviato la copertura sulle due big bancarie italiane, Unicredit e Intesa , con giudizio Buy sulla prima e Hold sulla seconda. Relativamente all’istituto guidato da Carlo Messina la casa d’affari iberica sottolinea sia un player relativamente solido tra le banche nazionali nonostante la prevalenza di venti contrari dovuto alla forte esposizione domestica (oltre l’80% dei ricavi derivanti dall’Italia e la diversificazione quindi troppo limitata per mitigare tali rischi).

Bce, nessun soccorso a Italia senza piano salvataggio Ue

Francesco Canepa it. Reuters.com 12.10.18

NUSA DUA (Reuters) – La Banca centrale europea non potrà andare in soccorso dell’Italia, nel caso in cui il governo e le banche dovessero fronteggiare una crisi di liquidità, se non nel quadro di un piano di salvataggio da parte della Ue. 

Lo riferiscono a Reuters cinque fonti autorevoli a conoscenza delle valuazioni dell’istituto centrale. 

I mercati finanziari hanno spinto verso l’alto — ai massimi da oltre quattro anni — il costo di finanziamento del debito pubblico italiano, dopo la presentazione della legge di bilancio del governo guidato da Lega e Movimento Cinque Stelle, che devia dal percorso di consolidamento strutturale dei conti pubblici previsto dalla regole europee. 

La mossa mette a rischio la riduzione del rapporto debito/Pil, che per Roma è pari 130,2%. 

Le fonti, presenti agli incontri del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale in Indonesia, sostengono che l’Italia potrebbe ancora evitare una crisi se il governo tornasse sui suoi passi, ma l’esecutivo non dovrebbe contare sulla banca centrale per ammansire gli investitori o sostenere i propri istituti di credito. 

Questo perché le regole europee non consentono alla Bce di aiutare un Paese a meno che non abbia già concordato con l’Unione europea un “programma” di salvataggio, ovvero un piano di assistenza finanziaria in cambio di misure improntate al contenimento della spesa e riforme economiche impopolari, strada che il governo italiano ha già detto non voler percorrere. 

Qualsiasi tentativo di aggirare le regole danneggerebbe la credibilità della Bce irrimediabilmente e minerebbe l’accettazione dell’unione monetaria nei Paesi creditori, come la Germania, hanno argomentato le fonti.

E’ un test per far vedere che l’Europa e i suoi meccanismi funzionano”, ha detto una delle fonti. Se l’Italia decidesse di chiedere e accettare un programma di assistenza finanziaria, la Bce potrebbe acquistare sul mercato titoli di Stato italiani tramite lo strumento Outright monetary transactions (Omt), uno strumento messo a punto nel 2012 per arginare la speculazione sulla rottura dell’euro, mai utilizzato finora. 

Un portavoce Bce non ha voluto commentare. 

PUNTO DI ROTTURA 

Le fonti hanno avvertito che le banche italiane, le quali hanno in pancia 375 miliardi di euro di titoli di Stato nazionali, potrebbero essere il punto di rottura. 

Questo perché utilizzano questi titoli come garanzia per ottenere liquidità dalla Banca centrale europea, tra cui circa 250 miliardi di euro di finanziamenti a lungo termine (Tltro). 

Se l’Italia, come la Grecia, dovesse perdere il rating investment grade, i titoli di Stato italiani diventerebbero inutilizzabili per le regolari operazioni di finanziamento presso la Bce, che non potrebbe neppure includerli nel paniere di asset acquistabili nel quantitative easing. 

Le banche italiane senza collaterale di buona qualità dovrebbero quindi richidere una linea di credito di emergenza nota come Ela (Emergency liquidity assistance), fornita da Banca d’Italia, su autorizzazione della Bce. 

“Ci sono alcune banche che sono in una situazione abbastanza buona, quindi non sarebbe qualcosa che chiederebbero tutte”, ha detto un’altra fonte.

Ma anche questo strumento potrebbe incontrare dei limiti dopo qualche tempo se le banche ne facessero un uso eccessivo e ne divenissero eccessivamente dipendenti. 

Dal momento che la liquidità di emergenza può essere concessa solo alle banche solventi, il consiglio della Bce potrebbe pretendere l’esistenza di un programma di assistenza finanziaria prima di dare il proprio via libera a finanziamenti di emergenza di importo consistente, come avvenuto per la Grecia nel 2015. 

La Bce congelò l’ammontare di liquidità di emergenza disponibile per le banche elleniche nell’estate del 2015 quando il governo di sinistra radicale guidato da Alexis Tsipras rifiutò il piano di salvataggio, lasciando poca scelta se non quella di tenere le banche chiuse e imporre limiti ai movimenti di capitali. 

“Non vogliamo fornire liquidità alle banche per farla poi solo portare all’estero”, ha detto una terza fonte. 

Prima che questo avvenga, i titolari dei depositi e gli altri istituti finanziari dovrebbero interrompere i legami con le banche italiane, in vista di un downgrade, innescando una crisi di liquidità, dicono le fonti. 

Tre delle quattro agenzie di rating considerate dalla Bce valutano il merito di credito italiano due gradini sopra la soglia ‘junk’, mentre il rating di Dbrs sull’Italia è tre ‘notch’ superiore a tale limite. 

Perché i titoli di stato italiani diventino inutilizzabili nelle operazioni di finanziamento presso la Bce occorre che l’Italia perda la classificazione investment grade da parte delle quattro agenzie. 

Moody’e e S&P dovrebero aggiornare la loro valutazione sull’Italia entro la fine di ottobre. La prima ha messo sotto osservazione Roma per un possibile downgrade.

Legge di bilancio, Savona lancia il New Deal italiano: ‘Faremo come Roosevelt’

 

         Paolo Savona (foto d’archivio: Ansa)

 

“Iniziamo a costruire un new deal. Siamo coscienti delle riforme. Il programma è prudenziale. Nel programma gli investimenti si incrementano di 0,2% o,3% o,4% nel primo secondo e terzo anno. …

La nota di aggiornamento al Def passa alla Camera e al Senato, così come passa la risoluzione di maggioranza che autorizza il rinvio del pareggio di bilancio a dopo il 2021:  dopo dunque, quel triennio 2019-2021 coperto dalla legge di bilancio che l’esecutivo sta per varare.

L’economista Savona lo dice chiaro e tondo: “Cominciamo a costruire un New Deal. Siamo coscienti che dobbiamo fare quelle riforme che Roosevelt avviò”.

Il ministro cita i punti del programma, in particolare quelli che attengono agli investimenti, aggiungendo:

Io sono convinto che il governo ce la farà e ci sono gli impegni”.

Vale la pena ricordare i punti cardine del New Deal, il programma che venne lanciato dall’ex presidente americano Franklin Delano Roosevelt, effettivo dal 1933 al 1939.

Il termine New Deal viene fatto risalire al momento in cui Roosevelt proferì il discorso con cui accettò ufficialmente la nomination democratica per la presidenza. Era il 2 luglio del 1932.

Stremati dalla Grande Depressione che aveva falcidiato l’economia americana, e che il precedente presidente Herbert Hoover non era riuscito a combattere, gli americani votarono in gran massa a favore di Rooselvelt nel giorno dell’Election Day di novembre.

Opposto alla filosofia fino allora seguita dalla politica americana, quella basata sul laissez-faire, il New Deal per il ‘Forgotten Man’, ‘l’uomo dimenticato’ lanciava il concetto di un’economia regolamentata dal governo, volta a garantire un equilibrio tra i conflitti di interesse economici.

L’economia americana era in condizioni disastrose: tutto era iniziato il 29 ottobre del 1929, con il famoso ‘Black Tuesday’, il giorno passato alla storia come il crash di Wall Street, che diede poi il via alla crisi più grave degli Stati Uniti, sfociata nella Grande Depressione.

Entro il 1933, il Pil pro-capite Usa era crollato di quasi -29% e il tasso di disoccupazion e era balzato in media dal 3,2% al 25,2%.

New Deal: successo o fallimento?

Tuttora ci sono visioni molto contrastate su cosa rappresentò la formula lanciata da Roosevelt per curare le profonde ferite che la crisi aveva inferto al tessuto non solo economico-finanziario ma anche sociale degli Stati Uniti.

Con un articolo che spiega bene gli effetti del New Deal, Investopedia ricorda che nel 1933, quando Roosevelt salì al potere, il Pil oscillava a valori inferiori del 39% rispetto a quelli precedenti il crash dei mercati del 1929. Il problema è che entro il 1939, il Pil rimaneva ancora ostinatamente molto al di sotto di quei livelli, di ben -27%.

Nel 1939, il tasso di disoccupazione si attestava inoltre attorno al 19%, e sarebbe rimasto al di sopra dei livelli precedenti la Grande depressione fino al 1943.

Indicativo il giudizio che del New Deal ha dato l’economista Philip Harvey.

In un paper di qualche anno fa, Harvey ha scritto che la strategia della creazione diretta dei posti di lavoro adottata dall’amministrazione di Roosevelt in programmi del calibro del WPA (The New deal Strategy) può essere interpretata più come l’intento di far diventare realtà il diritto al lavoro, che non come una politica economica lanciata per promuovere una vera e propria ripresa dalla Grande Depressione.

Allo stesso tempo, scrive l’economista, “nell’adottare una politica garante del diritto al lavoro, i New Dealers, senza saperlo, svilupparono una strategia volta a fornire uno stimolo fiscale keynesiano che fu alla fine decisamente superiore ad altre strategie che erano state adottate contro la recessione.

Harvey va poi avanti sottolineando che “per una frazione della somma che il governo Usa decise di allocare per stimolare l’economia dopo la recente crisi finanziaria del 2008, la strategia del New Deal avrebbe potuto ridurre immediatamente il tasso di disoccupazione, facendolo scendere ai livelli precedenti la recessione e promuovendo contestualmente una ripresa più rapida delle assunzioni nel settore privato”.

Un paper pubblicato sul sito Thebalance.com sottolinea inoltre che i programmi del New Deal riuscirono a smorzare gli estremi dei cicli economici.

“Prima del New Deal, ovvero negli anni compresi tra il 1797 e il 1929, c’erano state 33 crisi economiche, 22 recessioni, quattro depressioni e sette casi di corse agli sportelli. Tutto questo, in 60 dei 132 anni presi in considerazione, avvenne secondo i sostenitori di Roosevelt perchè all’epoca non esistevano ancora le agenzie federali che nacquero durante l’amministrazione di Roosevelt. Agenzie preposte a evitare casi di corruzione, frode e sfruttamento. Agenzie tentacoli dello Stato pronte a stoppare gli eccessi della finanza, dell’industria e dell’economia”.

A conferma di come i cicli economici siano diventati successivamente meno frequenti, viene fatto notare che “dalla seconda guerra mondiale, ci sono stati 11 casi di recessione che hanno interessato appena 10 anni in un arco temporale complessivo di 60 anni”.

Ma non mancano certo i critici della stessa filosofia del New Deal, tra cui si è messa in evidenza negli anni soprattutto Amity Shlaes, giornalista e autrice di diversi bestseller tra cui quello con cui ha spiegato la sua contrarietà al Roosevelt-pensiero: “L’uomo dimenticato. Una nuova storia della Grande Depressione”.

Nel suo libro Shlaes ha bocciato in toto la politica del New Deal, basata per l’appunto sul concetto di Forgotten Man (Uomo dimenticato), che Roosevelt stesso aveva citato nel suo discorso come uomo a cui la politica economica Usa avrebbe dovuto tornare a concentrarsi. Così Shlaes:

“Il vero problema dei New Dealers di sinistra non furono i rapporti con Mosca o col Partito comunista negli Stati Uniti, sempre ammesso che ne abbiano avuti. Il senatore McCarthy si sbagliava. Il vero problema fu l’ingenuità degli uomini di sinistra nel lasciarsi abbindolare dai risultati economici del collettivismo in stile sovietico o europeo, e il fatto che imposero quel collettivismo al loro stesso paese. La paura d’esser etichettati come cacciatori di rossi ha impedito per troppi anni agli storici d’analizzare l’influenza sovietica sulla politica interna americana negli anni trenta”.

Ancora Shlaes:

“Di fronte al collasso monetario e climatico, gli uomini e le donne d’America si sentirono incredibilmente impotenti. Ma il più serio guaio fu l’interventismo pubblico, la scarsa fiducia nel mercato”.

Così, nel presentare il New Deal italiano alla Camera, il ministro Savona ha risposto all’onorevole Renato Brunetta:

Come l’onorevole Di Maio ha insistito molto sul ripetere ciò che fece Roosevelt, il mio convincimento è che l’esperimento è un poderoso sforzo di Italia unitaria e coincidenza di interessi fra la zona avanzata e quella arretrata, non certo culturalmente. Credo che Brunetta sappia che se la disputa è sui modelli econometrici non se ne esce fuori. C’è uno spazio di 50 miliardi e possiamo assorbirlo con una politica economica. Iniziamo a costruire un New Deal. Siamo coscienti delle riforme. Il programma è prudenziale. Nel programma gli investimenti si incrementano di 0,2% o,3% o,4% nel primo secondo e terzo anno. Può essere fatto. Falliremo? Ci giudicherete sul fatto politico. Io sono convinto che ce la faremo…”.

Travaglio: ‘Bankitalia e Fmi ci dicono di non toccare legge Fornero e Jobs Act? Ma chi li ha eletti questi signori?

silenziefalsita.it 12.10.18

travaglio-severgnini
“In Grecia il popolo greco fu chiamato a un referendum, decise in un certo modo, dopodiché arrivò la Troika e disse: ‘il popolo ci fa un baffo, decidiamo noi quello che deve fare la Grecia’”.

Lo ha detto Marco Travaglio intervenendo a Otto e Mezzo, su La7, mercoledì sera.

“Allo stesso modo – ha spiegato il giornalista – sta avvenendo, in termini meno drammatici perché per fortuna non siamo nelle condizioni in cui era la Grecia, che non solo ci dicono che pochi decimali in più, tra l’altro molto simili a quelli di manovre precedenti sul rapporto debito-PIL, sono una tragedia, ma ci dicono, lo ha detto ieri il FMI e lo ha ribadito la Banca d’Italia, che non si devono toccare la legge Fornero e il Jobs Act. Io mi domando: ma chi li ha eletti questi signori non per dirci quali sono i nostri parametri, ma per dirci addirittura quali leggi dobbiamo fare, quali leggi non dobbiamo fare e quali leggi dobbiamo riformare o non riformare?”.

“Io – ha aggiunto – mi domando veramente che cosa andiamo a votare a fare se poi le leggi le stabiliscono il Fondo Monetario Internazionale e la Banca d’Italia, per le quali io ho un grande rispetto”.

Travaglio ha poi affermato che Bankitalia e Fmi non possono permettersi di dire ai governi quali leggi devono fare, quali leggi devono mantenere, quali leggi possono cambiare e quali leggi non possono cambiare.

Il direttore del Fatto Quotidiano ha spiegato che “fare i conti”, ovvero ciò che le due istituzioni sopracitate dovrebbero fare, significa dire quali sono le stime di crescita del governo: “Invece ieri hanno fatto qualcosa di più: hanno detto che cosa non si può toccare. Io capisco – ha continuato Travaglio – che a Severgnini non gliene importa niente se alla maggioranza degli elettori italiani garba che venga riformata la legge Fornero, garba che venga riformato il Jobs Act e che venga riformato il reddito di cittadinanza. Ma purtroppo fino a quando avremo scritto che la sovranità appartiene al popolo, appartiene al popolo”.

Guarda il video:

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Finanza: la spac di Viola vuole Farbanca (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Anche se il contesto di mercato ha imposto di rivedere la tabella di marcia, Fabrizio Viola e Derek Vago non hanno abbandonato il progetto di una spac focalizzata sui servizi finanziari innovativi. Al contrario Prima Lending (questo il nome dell’iniziativa) è alla ricerca di opportunità di investimento e, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, avrebbe messo nel mirino una possibile preda. 

Il veicolo si sarebbe fatto avanti per rilevare Farbanca, l’istituto operativo dal 1999 e specializzato nel settore della farmacia. La storia recente di Farbanca è travagliata: comprato nel 2007 dalla Popolare di Vicenza, l’istituto è tornato in vendita l’anno scorso con la liquidazione della banca. Il primo cavaliere bianco è stato il gruppo China Cefc che però, complici le difficoltà registrate a Pechino, ha interrotto le trattative prima dell’estate quando il processo di cessione è stato riaperto sotto la regia di Mediobanca. Ora Prima Lending si è fatta avanti insieme ad altri soggetti, mentre B.Ifis (interessata inizialmente) avrebbe messo da parte il dossier. 

L’offerta per Farbanca è coerente con la strategia messa a punto nei mesi scorsi da Viola e dalla sua squadra. Prima Lending punterebbe infatti soprattutto su servizi di specialty finance e di credito alle pmi, creando una banca d’affari simile a quello che nel Nordest è stata Interbanca. La recente evoluzione della normativa bancaria sta creando consistenti problemi di accesso al credito a questa categoria di imprese, indipendentemente dalla qualità dei loro progetti industriali. Non a caso altre challenger bank attive in Italia hanno iniziato a fornire servizi a questa tipologia di clientela con un modello di business agile, basato su una base costi leggera e su un uso intenso delle nuove tecnologie. Nel team Viola (che è azionista con 208 mila azioni) affianca Derek Vago, ex top banker di Nomura che è il vero deus ex machina oltre che l’amministratore unico del veicolo. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 12, 2018 03:38 ET (07:38 GMT)

Che aspetto avrà Internet in Europa dopo il passaggio della direttiva orwelliana?

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Il mese scorso, i membri del Parlamento Europeo hanno votato per far avanzare una controversa direttiva sul copyright che contiene disposizioni che obbligano i giganti della tecnologia a installare i filtri dei contenuti, stabilendo al contempo una potenziale tassa sul collegamento ipertestuale. 

Il disegno di legge, noto come articolo 13, filtra tutto ciò che viene pubblicato online e lo abbina a un database crowdsourcing di “opere protette da copyright” che chiunque può aggiungere o modificare. 

Timania@TimaniaTM

Good job, EU.

Once again, you have proven that your MEPs are old people who have not understood until today and who also boast of their “fight against unauthorized sharing” so that they leave like him:

Un’altra parte della direttiva, l’articolo 11, è una “tassa di collegamento” che vieterebbe la citazione di più di una parola da un articolo che si collega a un’altra pubblicazione, a meno che non si stia utilizzando una piattaforma che ha pagato per una licenza di collegamento. La tassa di collegamento tuttavia consente agli Stati membri di creare limitazioni ed eccezioni al fine di proteggere la voce in linea. 

Quello che viene dopo?

Ora che la direttiva è passata per il Parlamento, il passo successivo, secondo la  Electronic Frontier Foundation , sono i “triloghi”, che sono incontri a porte chiuse tra i funzionari del governo europeo, la Commissione europea e il Parlamento europeo – che sarà l’ultimo tempo in cui il linguaggio della direttiva può essere sostanzialmente modificato senza un secondo dibattito in Parlamento. 

Detto questo, una donna è impegnata a illuminare le discussioni segrete: 

Normalmente i trilogue sono completamente opachi. Ma Julia Reda, l’eurodeputata tedesca che ha guidato l’opposizione di principio agli articoli 11 e 13, si è impegnata a pubblicare tutti i documenti negoziali dei triloghi man mano che si svolgono (Reda si basa su una recente sentenza della Corte di giustizia europea che ha diritto del pubblico) per sapere cosa sta succedendo nei triloghi).

Questo è un momento incredibilmente importante. I triloghi non sono tenuti in segreto perché i negoziatori sono sicuri che sarete deliziati dal risultato e non vogliono rovinare la sorpresa. Sono incontri in cui si sentono voci di lobbisti corporativi ben organizzate e potenti e il pubblico non è in grado di parlare . Rendendo pubblici questi documenti, Reda sta cambiando il modo in cui è fatta la legge europea, e non un momento troppo presto. – EFF

Detto questo, gli articoli 11 e 13 “sono così difettosi da essere inviolabili”, scrive il  FEP,  aggiungendo che “quando vengono impugnati alla Corte di giustizia europea, potrebbero essere abbattuti”. 

I triloghi, nel frattempo, lotteranno per chiarire tutti i termini contenuti nella direttiva al fine di risolvere l’inevitabile potenziale di abuso e ambiguità. I triloghi possono estendersi sulle ampie pennellate della Direttiva e produrre termini quantificabili che minimizzeranno gli effetti negativi della legge mentre si farà strada attraverso i tribunali. 

Giocare al sistema

Come nota il FEP, i filtri di copyright esistenti come il sistema ContentID di YouTube sono progettati per bloccare gli utenti che attraggono troppi reclami sul copyright,  ma cosa succede se le persone fanno affermazioni false per punire gli avversari ideologici? Le piattaforme devono essere in grado di identificare e terminare gli account di tali soggetti che ripetutamente fanno affermazioni false o inesatte riguardanti i diritti d’autore. 

Un registro pubblico di cui i titolari dei diritti chiedono quali procedure di rimozione sarebbero essenziali per la trasparenza e la supervisione, ma potrebbero funzionare solo se attuate a livello UE obbligatorio.

Sui collegamenti, l’attuale linguaggio di cui all’articolo 11 non definisce quando la quotazione equivale a un uso che deve essere concesso in licenza, sebbene i sostenitori abbiano sostenuto che la citazione di più di una parola richiede una licenza.

I triloghi potrebbero risolvere questa ambiguità ritagliandosi un chiaro porto sicuro per gli utenti e garantire che vi sia un insieme coerente di eccezioni e limitazioni a livello europeo per i nuovi pseudo-copyright dei mezzi d’informazione che assicurano di non esagerare con il loro potere. – EFF

Nel frattempo, i triloghi devono assolutamente salvaguardare dai colossi di Internet come Facebook, Google e MSM i siti Web di notizie dalla creazione di accordi di licenza che escluderebbero chiunque altro. 

I siti di notizie, ad esempio, dovrebbero essere in grado di rinunciare a richiedere licenze per siti che vorrebbero collegarsi a loro senza timore di azioni legali – tuttavia questi opt-out dovrebbero essere applicati universalmente a siti web grandi e piccoli, in modo che la legge non t dare slancio sleale a società come Google, che potrebbero semplicemente consentire ai partner di negoziare un’esenzione esclusiva, punendo i giocatori più piccoli che sarebbero affogati nei canoni di licenza.  

I triloghi devono stabilire una chiara definizione di “collegamento commerciale non personale”, chiarendo se effettuare collegamenti a titolo personale da blog o piattaforma di social media richiede una licenza e stabilendo che (ad esempio) un blog personale con pubblicità o collegamenti di affiliazione per recuperare i costi di hosting è “non commerciale”.

Queste patch sono i passi minimi che i triloghi devono compiere per rendere la direttiva abbastanza chiara da comprendere e obbedire. Non renderanno la direttiva adatta allo scopo, ma solo abbastanza coerenti da comprendere. L’implementazione di queste patch dovrebbe almeno dimostrare che i negoziatori comprendono l’entità del danno che la direttiva causerà a Internet. – EFF

Nel frattempo, gli organizzatori dei triloghi hanno l’impressione di poter appianare le rughe della direttiva entro poche settimane di incontri a porte chiuse. Abbiamo i nostri dubbi 

“ Nibor Dooh & C. ( C. sta per cravattari) “ di Raffaele SALOMONE-MEGNA

 scenarieconomici.it 12.10.18

 

La storia italiana recente è piena di politici indegni, che all’amor patrio ed al perseguimento del bene comune hanno sostituito la realizzazione dei loro interessi più o meno squallidi.

Definirli grassatori, briganti di strada è far loro un complimento.

Ammantati di buonismo, operando nel solco del politicamente corretto, hanno condotto il popolo italiano, inerme come un gregge di pecore, nelle fauci di un branco di lupi famelici.

Le intenzioni malevoli di un brigante sono palesi.

Non cerca certo di convincerti che ti sta rapinando per il tuo bene o per quello dei tuoi posteri, invece, questi traditori della patria, con scaltrezza e destrezza stanno procedendo ad una vera e propria espoliazione del popolo italiano, così come non avveniva dai tempi di Brenno e dei suoi Galli Senoni.

Costoro, squallidi prosseneti e ruffiani, pur di conseguire gli interessi dei loro padroni, élites apolidi di banchieri, grandi industriali e tanta altra brutta gente, che li hanno collocati nei posti di comando dello stato, si comportano come dei Nibor Dooh, ovvero dei Robin Hood al contrario.

Rubano ai poveri per dare ai ricchi, rectius a quel branco di lupi famelici costituito dalla finanza internazionale di cui sopra, ai cravattari insomma, come vengono appellati comunemente.

Persone con il colletto bianco e le scarpe da un migliaio di euro, ma con le mani insanguinate e le anime nere come la pece.

Consorterie che hanno fatto del debito una merce e delle sofferenze umane un lucroso affare, ma che non lesinano lacrime per la caccia alla foca monaca e l’estinzione dell’airone rosa.

Ove non bastasse, questi politici indegni, sono stati supportati nella loro opera truffaldina da tecnici internazionali, come Mario Draghi, Mario Monti, Carlo Cottarelli ed altri noti e meno noti.

Ammantati dai mezzi di comunicazione, indissolubilmente legati alle lobbies economiche, di un’aura di infallibilità in materia di economia, quasi come il dogma dell’infallibilità papale in materia di fede, questi tecnici hanno continuato il processo di impoverimento del popolo italiano e di proletarizzazione del ceto medio.

Tristi personaggi che hanno quasi tutti lavorato per il Fondo Monetario Internazionale o per le grandi banche d’affari statunitensi, quali Morgan & Stanley ed accoliti.

Fatta questa premessa, cerchiamo ora di spiegare brevemente come siano riusciti a prendere il controllo del nostro paese, senza mai essere stati votati dal popolo.

Dobbiamo partire dalla fine degli anni “70, quando si avviava alla conclusione il trentennio felice del keynesismo-fordismo.

In quel periodo l’economia produceva beni reali che dovevano essere acquistati dai consumatori ed i primi acquirenti di quei beni erano gli stessi operai che li avevano prodotti.

L’Italia aveva avuto una grande crescita economica e fino al 1978 i salari italiani erano aumentati di pari passo con l’incremento della produttività, aggiungiamo, come è giusto che sia.

Tuttavia, le lobbies internazionali avevano deciso che la fase espansiva era finita.

Ma in Italia la compressione della domanda interna, dei salari e dello stato sociale non sarebbe stata facile, perché ostacolata da quella che si chiamava “ lotta di classe”, allora molto sentita e partecipata.

D’altronde non sarebbe stato agevole dichiarare, apertis verbis, le intenzioni che si volevano realizzare.

Il partito comunista italiano non aveva ancora girato le spalle ai lavoratori, c’era l’URSS, e si voleva ad ogni costo che non arrivasse al governo.

Un qualsiasi partito avrebbe riscosso scarsi suffragi elettorali se si fosse presentato con un programma politico che comprimeva la domanda interna, puntava sui tagli alla spesa, riducendo posti di lavoro e via dicendo…….

A questo punto i seguaci di Einaudi che si allignavano nella Democrazia Cristiana, ma non solo, ebbero un’idea geniale: creare per le scelte politiche un vincolo esterno, far diventare la politica ancella dei mercati e della finanza speculativa.

Come fare?

Sino ad allora l’Italia era cresciuta grazie al sostegno alla domanda interna, che avveniva con la monetizzazione del debito pubblico.

Lo stato realizzava il patto sociale contenuto nella Costituzione, emettendo debito pubblico che veniva acquistato dalla Banca d’Italia ad un tasso da essa stessa prefissato e sempre inferiore all’inflazione reale.

E’ il caso di ricordare che fino al 1981, ancorchè governata da politici poco inclini all’austerità, quali Bettino Craxi e Giulio Andreotti, che secondo i dettami attuali sarebbero sicuramente da definire laidi e corrotti, l’Italia aveva la quota di spesa pubblica in rapporto al PIL più bassa tra gli stati europei: il 41,1% contro il 41,2% della Repubblica Federale Tedesca, il 42,2% del Regno Unito, il 43,1% della Francia, il 48,1% del Belgio e il 54,6% dei Paesi Bassi.

Infine nel 1980 il rapporto tra debito pubblico e PIL era al 56,86%.

Ma nel 1981 sul proscenio della storia irrompono, purtroppo, due personaggi tragici, Carlo Azelio Ciampi e Beniamino Andreatta.

Il primo, laureato in lettere, era il presidente della Banca d’Italia, il secondo era il ministro democristiano del tesoro.

Con uno scambio informale di lettere Beniamino Andreatta, il 12 febbraio 1981, liberò la Banca d’Italia, quindi Carlo Azelio Ciampi, dall’impegno di acquistare il debito pubblico italiano.

Perso questo strumento di sovranità monetaria, l’Italia per finanziare la propria spesa dovette rivolgersi ai mercati, con tassi d’interesse di tutt’altra entità rispetto a quelli garantiti in precedenza.

I risultati furono devastanti: i 142 miliardi di euro di debito del 1981 (58% del Pil), dopo tre anni erano raddoppiati, dopo quattro, triplicati (429 miliardi), superando quota 1000 nel 1994, pari al 121% del Pil.

In buona sostanza, la ricchezza prodotta dall’Italia fu spostata dallo stato sociale, dalle opere pubbliche e dalla crescita ai detentori del debito, ai rentiers.

Fu una scelta scellerata, fatta nel più assoluto silenzio, senza alcun dibattito parlamentare e mentre il paese era ancora annichilito e scioccato per l’uccisione di Aldo Moro e per gli assassinii commessi dalle Brigate Rosse.

Ma fu fatto ancora di peggio.

Al sistema di aste competitive, con cui vendere i titoli di debito emessi, fu sostituito quello delle aste marginali.

Cosa significa? Durante l’asta i titoli vengono offerti con un rendimento di partenza. Se ci sono dei titoli invenduti, per collocarli l’interesse aumenta.

Orbene, con il sistema dell’asta marginale l’ultimo prezzo di collocamento, quello più alto, diventa di aggiudicazione di tutti i titoli trattati in quell’asta, anche se erano stati già venduti ad un tasso inferiore.

Un vero e proprio regalo alle banche d’investimento.

Nessuno conosce chi abbia deciso questa ruberia, che continua purtroppo ancora oggi.

Ove non bastasse, questi funzionari pubblici , che avrebbero dovuto lavorare nell’interesse del popolo italiano, hanno escogitato ulteriori nefandezze.

I BOT , buoni ordinari del tesoro, ed i CCT, certificati di credito del tesoro, che negli anni 80 erano detenuti al 90% dalle famiglie italiane, sono stati sostituiti con i BTP , i buoni del tesoro poliennali.

Il motivo ufficiale era quello di allontanare le scadenze del debito.

In realtà, mentre i BOT ed i CCT sono prodotti per risparmiatori che servono a proteggere il capitale, i BTP sono prodotti speculativi pensati per investitori istituzionali, affinché i capitali impiegati siano messi a frutto.

Il risultato è che oggi una quota cospicua del debito italiano è in mani straniere ( circa 700 miliardi di euro ), anche se la famiglie italiane hanno circa 4000 miliardi di liquidità.

Ma perché domanda ed offerta non si incontrano?

Semplicemente perché i BOT offrono attualmente un rendimento negativo.

I BTP forniscono invece un interesse del 3,7% che corrisponde ad un interesse reale del 2%. Un vero affare rispetto ai BUND tedeschi che hanno un rendimento negativo.

Si è così creato il vincolo esterno, il ricatto dello spread e questo prima ancora dell’adesione all’Unione Europea che poi, a sua volta, ha creato ulteriori vincoli e capestri.

La politica, i governi eletti sono stati così resi inefficaci.

Il Parlamento italiano è controllato da forze ed entità straniere non elette da alcuno. I passati Governi sono stati ridotti al ruolo di gabellieri per conto terzi.

Ma veniamo alla parte più interessante.

Tutte queste scelte infami, operate nell’ombra, di nascosto, senza alcun dibattito parlamentare cosa hanno comportato concretamente al il singolo cittadino?

Oltre ai tagli ai servizi, alle pensioni, allo stato sociale ed al degrado delle strutture pubbliche evidente a tutti, ciascun italiano è diventato, suo malgrado, garante del debito sovrano e parte delle sue imposte vanno riversate su quello che eufemisticamente viene chiamato servizio del debito pubblico.

Quanta parte delle imposte riscosse viene versata nelle tasche dei detentori del debito italiano?

La risposta è fornita dall’agenzia dell’entrate.

Sul suo sito ho trovato la seguente ripartizione relativa alla mia denuncia dei redditi. Evidenzio le voci degne di nota:

Previdenza e assistenza ( protezione sociale) euro 1.764 pari al 21% delle imposte versate;

Sanità euro 1.607 pari al 19% delle imposte versate;

Interessi debito pubblico euro 916 pari al 11% delle imposte versate;

Contributo bilancio EU euro 223 pari al 2,7% delle imposte versate;

Queste percentuali valgono per tutti i contribuenti italiani. Potremmo dire più solennemente “erga omnes”.

In Italia, quindi, si spende più per gli interessi che per l’istruzione , la difesa, i trasporti.

Si danno più soldi all’U.E. che alla protezione dell’ambiente ed alla costruzione di nuove abitazioni (i terremotati sanno qualcosa in merito).

Ma la cosa più bella e che io personalmente pago 223 euro all’anno, pari a 18,6 euro al mese, per avere il privilegio di farmi insultare e minacciare dai vari Juncher e Moscovici.