SPY FINANZA/ JP Morgan, la trappola da evitare per l’Italia

JP Morgan sembra interessata ad acquistare i Btp italiani, che invece rischiano un downgrade. Meglio però diffidare della banca d’affari Usa. MAURO BOTTARELLI il sussidiario.net 13.10.18 spiega perché

SPY FINANZA/ JP Morgan, la trappola da evitare per l'ItaliaLapresse 

Non c’è niente da fare, è più forte di loro. Al governo non sanno proprio capire quando è il momento di smetterla con le balle da vendere all’opinione pubblica, quando la narrativa è ormai sovraccarica e sarebbe salutare, visto anche il clima sui mercati, fare una pausa. No, niente da fare. Ma c’è da capirli, visto che hanno a che fare con un’opinione pubblica talmente irretita e imbevuta di odio iconoclasta verso la cosiddetta “casta” da non capire nemmeno quando gli viene detto chiaro e tondo che la stanno prendendo in giro. Basta guardare i numeri del Def e gli annunci: reddito di cittadinanza e flat tax ora partiranno da maggio, non più da gennaio. E, stando agli annunci del Governo, queste due manovre sarebbero la base espansiva del programma, quella che stando a quanto dichiarato dal ministro Salvini l’altra sera, mentre entrava con un descamisado a palazzo Chigi per il vertice di governo, farà crescita il nostro Paese anche più del 2%. 

Bene, vi rendete conto che se quei due provvedimenti sono la dinamo del Pil e partono a maggio dovrebbero sortire effetti da moltiplicatore a tasso cinese per non tradire le promesse di crescita (quelle ufficiali del Def, intendo), visto che per i primi 5 mesi dell’anno saranno inattivi e opereranno unicamente con l’effetto annuncio? E questo prendendo per buono il fatto che una flat tax per pochi intimi e solo nella categoria delle partite Iva e un reddito di cittadinanza che, in fase iniziale, si concentrerà unicamente sulla riorganizzazione dei Centri per l’impiego, possano in qualche modo generare non solo crescita ma addirittura super-crescita, rispetto agli zero virgola soliti e in un contesto in cui la stessa Germania ha già abbassato le stime del suo Pil all’1,8%. Ci credete? Vi ammiro. E un po’ vi invidio. 

Ma c’è dell’altro, perché quando si mettono i nostri eroi fanno come Totò con la punteggiatura nella mitica lettera dettata a Peppino De Filippo: abbondano. Ed ecco che ora anche il problema di chi comprerà i nostro Btp dopo la fine del Qe della Bce e quando occorrerà emettere di più per finanziare il deficit che stanno creando, pare risolto: lo comprano gli americani! Per l’esattezza JP Morgan, la stessa banca d’affari fino a tre anni fa per i grillini era il diavolo in terra e ora è invece il cavaliere bianco. La certezza nasce da un’intervista al Sole24Ore di Nick Gartside, capo del reddito fisso, a detta del quale «il problema numero uno per l’Italia è il debito, ma, allo stato attuale, la sua sostenibilità non è in discussione. La variabile chiave sarà la crescita economica e crediamo che le misure messe in atto dal Governo possano essere di stimolo per l’economia». 

E fin qui, niente che stupisca, le cantonate le prendiamo tutti. Ma è qualche riga dopo che salta fuori la realtà: «L’impennata dello spread italiano rappresenta un’opportunità di investimento, perché i fondamentali macroeconomici italiani sono tutt’altro che negativi e, in questo contesto, non è certamente la spesa in deficit a rappresentare un rischio». Insomma, rendimento alto, mi ci ficco. E non perché credo in voi, ma perché, di deficit in deficit, di flessibilità in flessibilità, di clausola di salvaguardia in clausola di salvaguardia, fino a oggi l’Italia ha sempre onorato le scadenze. Se poi crescerà del 2% o dello 0,1% o andrà in recessione, fatti vostri, a me basta che paghiate cedole e interessi a scadenza. E questa sarebbe l’enorme rassicurazione sull’acquirente di ultima istanza che dovrebbe farci dormire sonni tranquilli e mandare a quel Paese la Bce? Proprio sicuri? 

Non a caso, nelle stesse ore la Reuters faceva filtrare dal meeting del Fmi in Indonesia un venticello, riconducibile ad alcune fonti vicine all’Eurotower e ovviamente anonime, in base alla quale Francoforte non potrebbe fare nulla per venire incontro al Governo o anche alle banche italiane se andassero in crisi di liquidità, a meno di non entrare a pieno in un piano di salvataggio dell’Ue. Insomma, la Grecia. Chiaramente, siamo alle panzane contro le minacce a vuoto, ovvero un derby di poca credibilità al potere, ma resta il dato di fondo: gli Usa, al netto di un loro deficit salito del 27% in un anno per il piano fiscale monstre di Trump e di interessi sul debito schizzati alle stelle già quest’anno, devono loro stessi emettere debito con il badile, sicuri che basti JP Morgan? Perché, al netto della balle, il Tesoro Usa e la Fed non compreranno proprio nulla. E JP Morgan, per quanto grande e potente, non ha la magnitudo di fuoco della Bce quindi, occorre fare un conto semplice. Al netto di quanto Francoforte reinvestirà e di quanto è in mano alle nostre banche, l’anno prossimo dobbiamo piazzare debito per 110 miliardi di euro a soggetti stranieri, i cosiddetti e potenziali acquirenti marginali. Pensate che JP Morgan, la quale ha un portafoglio obbligazionario di 484 miliardi di dollari, possa investire un quarto del totale in Btp? Io ne dubito. 

E attenti, perché ci sono un paio di grafici che dovrebbero farci strutturalmente cambiare idea una volta per tutte sul reale stato dell’economia Usa e, quindi, sul potenziale delle sue istituzioni politiche e finanziarie di venire incontro alle nostre vitali e stringenti necessità di finanziamento e servizio del debito. 

 

Il primo, contenuto in uno studio di Goldman Sachs, ci mostra cosa sia realmente successo mercoledì sul mercato azionario Usa: un reprice della crescita statunitense, proprio dopo l’ufficializzazione del taglio delle stime del Fmi. Insomma, gli indici si sono riposizionati in base a livelli di Pil “tagliati” rispetto a quelli che hanno consentito finora al titolo azionario medio a Wall Street di viaggiare a valutazioni che sono il 73% in più di quelle storiche, operando unicamente a leva e sull’espansione dei multipli di utile per azione. Insomma, si sgonfia un po’ la bolla. Salutare. Doloroso ma salutare. Peccato non sia sufficiente e di strada – al ribasso – ce ne sia da fare ancora parecchia. Ma tranquilli, sta per arrivare il grande alibi. Il secondo grafico, infatti, ci dice plasticamente che la guerra commerciale con la Cina, se davvero dobbiamo prenderla per reale, gli Usa la stanno perdendo. E anche male, roba da 6-0 ai primi due set. I dati resi noti ieri (dalle autorità doganali Usa, non di Pechino), infatti, parlano molto chiaro: a livello generale, in settembre l’export cinese verso il resto del mondo è cresciuto del 14,5% su base annua denominato in dollari, quasi raddoppiando le aspettative degli analisi, mentre le importazioni sono cresciute del 14,3% sempre su base annua e in dollari, in netto calo dal +20% di agosto. E questi sono i dati globali. Andiamo a vedere quelli relativi all’interscambio fra Usa e Cina, il proxy che ci interessa. 

Le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono cresciute del 14% su base annua, il massimo da febbraio, mentre le importazioni dagli Usa sono calate dell’1,2% su base annua. Al netto di questo, le esportazioni di Pechino verso gli States sono al nuovo massimo storico, mentre quelle Usa verso la Cina solo al minimo da sei mesi. Risultato finale? Il surplus commerciale cinese verso gli Usa è oggi al suo dato record. Beh, non male come risultato, non vi pare? Ora, non fosse una pantomima finalizzata unicamente a decidere chi sarà il primo a smetterla con le politiche monetarie restrittive (vedi l’attacco di Trump alla Fed per il crollo di mercoledì a Wall Street), verrebbe da chiedersi cosa accadrà all’economia Usa quando, proprio a ridosso delle festività (e dello shopping) natalizio, la nuova ondata di dazi decisa in agosto da Trump farà davvero sentire a livello di carrello della spesa su generi di larghissimo consumo il proprio potenziale di erosione del potere d’acquisto. 

Perché, ammesso e non concesso che sia accaduto qualcosa nottetempo di cui non mi hanno informato, il 70% del Pil statunitense si basa ancora sui consumi e non sui servizi. Che dite, con il mercato già in reprice ribassista della crescita, la guerra commerciale che ora comincerà a fare male davvero all’economia reale e le necessità di finanziamento del deficit sempre crescenti per il Tesoro Usa, davvero JP Morgan diventerà il nostro cavaliere bianco? Oppure sta operando mordi e fuggi, visti i rendimenti molto appetibili, rispetto alla media pur in rialzo del comparto a reddito fisso globale? Davvero scommettereste a occhi chiusi su questo acquirente di ultima istanza? E davvero pensate che si possa crescere di oltre il 2%, come dice il ministro Salvini, nel 2019, quando i due pilastri “espansivi” entreranno in azione – e con impatto di investimento ridicolo, per quanto riguarda la flat tax – solo dal mese di maggio? O, forse, fino a febbraio-marzo si continuerà a vendere questa barzelletta e poi la crisi globale, la quale per allora si sarà acuita in modo tale da richiedere misure emergenziali, garantirà anche al Governo penta-leghista la scusa per dire “Ci dispiace ma c’è la crisi internazionale, tocca rimandare tutto al 2020”, se va bene, salvando la faccia per le europee che si terranno da lì a poche settimane? 

Sveglia! Prima che sia tardi. 


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