DAL CAIMANO AL LEONE – NON C’È SOLO VERONICA LARIO AD AVER INVESTITO IN GENERALI (3 MILIONI): C’È LA CONTESSA VISCONTI DI MODRONE (CON IN TOTALE 220 MILIONI DI INVESTIMENTI FINANZIARI E ZERO DEBITI), UN SIGNORE BAVARESE DI 87 ANNI CHE OGNI ANNO DEPOSITA IN ASSEMBLEA I SUOI 50 MILIONI IN AZIONI. CHE QUEST’ANNO GLI HANNO PERMESSO DI INCASSARE 2,7 MLN IN DIVIDENDI…

dagospia.com 14.10.18

Mario Gerevini per www.corriere.it – L’Economia

veronica larioVERONICA LARIO

Davanti alla spettacolare villa in Brianza di un introvabile socio Generali viene un dubbio: non sarà più importante segnalare che la People’s Bank of China ha alleggerito la partecipazione in Generali dal 2 all’1%? Cercando di capire chi sia quel vecchio tedesco titolare di un gigantesco pacchetto di azioni del Leone, spunta dal profondo Lussemburgo la Purple Protected Asset che ha messo in portafoglio l’1% della compagnia: sembra poco ma sono 225 milioni di euro. Ma vogliamo parlare della contessa che ha 220 milioni in un mix di azioni-bond-liquidità, oppure della solita Mediobanca & C con annessi fondi e connesse banche che si sono mossi ben poco nel capitale Generali?

veronica larioVERONICA LARIO

 Dell’investimento della ex moglie di Silvio Berlusconi o quello dei fondi pensione americani? Opzione uno: uomini e donne in carne, ossa e conto titoli. Poi faremo i compiti anche sul resto. Alla base c’è quanto di più aggiornato sia possibile trovare alla voce «Azionisti Generali», cioè il libro soci, passato in rassegna incrociando i dati con bilanci societari e altre fonti. Così abbiamo messo in fila, per la prima volta, gli attuali 100 più importanti azionisti persone fisiche. Di alcuni si può fare nome e cognome.

L’uomo da 50 milioni

Allora partenza, direzione Monaco di Baviera, a «caccia» di Wilhelm Winterstein. È il number one, dopo di lui gli altri 99 sono tutti e solo italiani: possiede da molti anni la bellezza di 50 milioni di euro in azioni Generali che deposita sempre alle assemblee. Non sappiamo se è soltanto una parte del suo patrimonio. Fatto sta che quest’anno solo di dividendo ha incassato 2,7 milioni. Winterstein, 87 anni, casa che dà sull’ Englischer Garten, è un avvocato e banchiere, figlio di un collezionista d’arte e nipote per parte di madre di Wilhelm von Finck fondatore della banca privata Merck Finck & Co., venduta a Barclays nel 1990 per 600 milioni di marchi.

Il brianzolo d’oro

GENERALI 24x576@LaStampa.itGENERALI 24X576@LASTAMPA.IT

Il secondo in classifica è il brianzolo del villone, parecchio distanziato. Ha «solo» 32 milioni investiti in Generali ma una quarantina d’anni meno del tedesco. Ed è anche lui un cassettista: da anni non muove i titoli e nulla facendo porta a casa con la cedola circa 1,8 milioni di rendimento, cioè 5 mila euro al giorno. È evidente che questi ricchi signori non seguono con apprensione l’andamento del titolo in Borsa altrimenti dovrebbero dotarsi di personal-cardiologo: ogni volta che il titolo si muove dell’1% «ballano» 300 mila o 500 mila euro. Dal cancello, la villa si intravede attraverso le piante curatissime del grande parco. C’è una casa-portineria all’ingresso, la governante dice che il nostro brianzolo d’oro è via. Si starà godendo il dividendo.

philippe donnet gabriele galateri di genola alberto minaliPHILIPPE DONNET GABRIELE GALATERI DI GENOLA ALBERTO MINALI

Il leone di Torino

In centro a Milano vivono due anziani commercialisti da decenni soci a Trieste. Hanno circa 17 milioni ciascuno e anche loro sembrano appartenere alla foltissima schiera di chi tramanda i titoli di padre in figlio. Patrimoni enormi. Come quello di una giovane signora torinese che con il padre ha piccole attività immobiliari ma il vero tesoro è un pacchetto da 30 milioni del Leone. Non fa vita mondana, profilo bassissimo, una ricchissima signora nessuno. Stiamo a Torino, precisamente nel conto titoli della Fondazione Accorsi-Ometto: lì sono depositate azioni Generali per 11,3 milioni di euro e altri 6 milioni sono in capo a Giulio Ometto, il «presidente a vita». In Toscana un altro milionario (circa 17, compresa la quota della moglie) in Generali è un imprenditore che fu azionista della Popolare Vicenza con i famosi finanziamenti baciati.

Fausto ed Ettore LonatiFAUSTO ED ETTORE LONATI

Poi troviamo due vecchie conoscenze bresciane con circa 5 milioni a testa: i fratelli Lonati che furono a fianco di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno nella scalata a Telecom del 1999. Le famiglie Gavio e Boroli hanno discreti pacchetti personali, come anche il titolare di un noto negozio di mobili a Bologna (3,5 milioni) o quello di un’antica tessitura brianzola (4,5) o l’erede di un acquedotto genovese (11) o l’agente Generali di un paese ligure (7 milioni). E Miriam Bartolini, più nota come Veronica Lario moglie di Berlusconi? I soliti 3 milioni, parcheggiati da anni a Trieste, evidentemente con soddisfazione.

La contessa che conta

beniamino gavioBENIAMINO GAVIO

Caso a sé la contessa Maria Gloria Gorgone Visconti di Modrone che in realtà non ha le azioni della compagnia triestina (6 milioni di euro) in carne e ossa ma attraverso la sua finanziaria Fingold, controllata dal Lussemburgo. Già che ci siamo, curiosiamo un po’ in questa società di cui si sa poco o nulla: ci sono anche 24 milioni in azioni Intesa e poi addirittura 126 milioni in titoli obbligazionari, 55 milioni liquidi in un conto corrente Bnl e altri su Abn Amro. Totale oltre 220 milioni di attivo con zero debiti. Mica male. Di Mediobanca con annessi e connessi parleremo un’altra volta. E torneremo a suonare alla villa in Brianza.

Terremoto federale bavarese

 spiegel.de 14.10.18

Il risultato di queste elezioni cambierà la Baviera e anche la Germania: Horst Seehofer non può più rimanere ministro. E l’SPD non è più nella coalizione.

Horst Seehofer e Markus Söder

DPA

Horst Seehofer e Markus Söder

Le Alpi sono ancora lì, dopo tutto. Il solo brevemente alla calma per tutti coloro che gli avvertimenti apocalittici del principale candidato CSU e il primo ministro Markus Söder sono stati privati del loro sonno, quando hanno pensato delle elezioni dello stato bavarese. La CSU ha perso, ma il Bayern è ancora in piedi.

Söder ora si salverà in una coalizione con i Free Voters (FW), secondo le estrapolazioni della serata, sarà sufficiente per questo da lui preferito “alleanza civica”. La CSU si unisce quindi a se stessa fino a un certo punto: il FW si differenzia dal sociale cristiano in primo luogo per nome, ma difficilmente politico.

“Bayern” non è più sinonimo di “CSU”

Quindi in pratica tutto rimane uguale nel Free State? Neanche quello. L’eterno partito al governo è chiaramente troncato. L’unica regola nello Stato Libero, esercitata per decenni solo con una breve interruzione, è probabilmente persa per sempre. La parola “Bavaria” non è più sinonimo con il simbolo “CSU” – questo è soprattutto un successo dei Verdi, che hanno ottenuto ciò che la SPD non potrebbe mai in Baviera per essere percepita come un’alternativa credibile.

La CSU dovrà cambiare, e la sua posizione politica è molto indietro rispetto allo sviluppo sociale nel suo paese d’origine. Il popolo della Baviera pensa in quasi tutti i campi della politica più progressista di quanto il programma del partito voglia ammetterlo. Nessuno incarna questa discrepanza più del presidente della CSU Horst Seehofer .

Una volta che un politico sociale, impegnato con un buon feeling per le preoccupazioni e desideri degli elettori, Seehofer ha disceso in una prima-linea dura. Nella disputa politica dei rifugiati, ha verkämpft con il Cancelliere e il suo partito così spinto finora a destra che ha perso il suo Centro cristiano. Anche se i suoi inquilini Söder e capo del partito CSU hanno Alexander Dobrindt fatto la sua parte per rafforzare ulteriormente il tono della CSU – ma sono abbastanza agili a seconda della posizione in fretta, l’opposto è responsabile di quello che era considerato ieri inespugnabile. Alla fine hanno un futuro. Horst Seehofer non ha più.

Ora può far notare che analizzare le cause della sconfitta elettorale nei comitati di partito è un processo lungo e dettagliato. In effetti, cercando le ragioni della sconfitta, per lui basta uno sguardo veloce allo specchio. Già ci sono le prime richieste dei vecchi partiti dopo una “modernizzazione del capo e dei membri”. Un presidente della CSU, che deve chiamare il suo partito alle elezioni la sera del chiuso, così documenta solo due cose: l’unità è sparita – e anche il presidente presto. Persino Horst Seehofer difficilmente riuscirà a mantenere la carica di ministro federale degli interni.

E ci sono alcune indicazioni che la sua partenza non sarà l’unico cambiamento al Tavolo del Gabinetto di Berlino. L’SPD è infatti tradizionalmente debole in Baviera che è dimezzato liscia rispetto all’ultima elezione stato e ora fornisce solo con un triste risultato inferiore al dieci per cento, il quinto più grande partito in parlamento, non può stare per la loro politica federale senza conseguenze. L’SPD deve uscire dalla Grande coalizione, finché il partito esiste ancora.

L’epicentro di questo terremoto politico chiamato Elezione di Landtag si trova in Baviera. Può innescare un’ondata di marea che spazza via questo governo federale.

Vítor Constâncio liberato: abbiamo sbagliato

Di Rododak – Ottobre 14, 2018 vocidallestero.it

Frances Coppola discute un discorso tenuto alla London School of Economics dall’ex vicepresidente della BCE Vítor Constâncio, confutandone di netto un punto: che le conseguenze drammatiche delle politiche economiche fallimentari applicate nell’Eurozona non potessero essere previste. Non solo erano prevedibili, corregge decisamente la Coppola, ma molti avevano messo in guardia sulle loro conseguenze. I leader politici però si sono dimostrati ciechi e sordi, provocando una depressione epocale in Grecia e una persistente recessione in tutta l’Eurozona. E – aggiunge Coppola – continuano a farlo, oggi, insistendo sul consolidamento dei bilanci e interrompendo il QE in un’Eurozona con un tasso di disoccupazione medio ancora all’8%.

Dato che in ogni crisi c’è qualcuno che ci guadagna, e questi sicuramente non sono i lavoratori né le fasce più deboli della popolazione; e dato che il fenomeno si ripete su scala internazionale, allargando il gap tra nazioni vincenti e perdenti, c’è da chiedersi se davvero si possa parlare semplicemente di “errori”. O invece di politiche che non hanno come scopo il benessere universale, come ripete una ormai screditata propaganda, ma tutt’altro.

 

di Frances Coppola, 8 ottobre 2018

 

 

Trovo sempre affascinanti le opinioni di chi ha lasciato importanti incarichi istituzionali, non ultimo per la loro tendenza a diventare più espliciti una volta che hanno lasciato l’incarico. Alcuni esprimono opinioni molto più radicali di quelle che avevano durante il loro mandato: e sto pensando a Larry Summers e Adair Turner. Altri diventano critici verso le istituzioni che hanno guidato: è successo per esempio a Mervyn King.

 

L’ultimo ex che ha rivelato il suo vero pensiero è Vítor Constâncio, vicepresidente della BCE dal 2010 al 2018. In una interessantissima conferenza tenuta alla London School of Economics (LSE), ha discusso delle cause della crisi dell’euro, delle risposte politiche che ci sono state, e di che cosa si debba fare per evitare che si verifichi di nuovo un simile disastro. L’intera lezione è disponibile su un podcast della LSE (solo audio, purtroppo), ma Vítor ha pubblicato su Twitter quattro slide tratte dalla sua presentazione, corredate da brevi commenti.

 

La slide che ha attirato più attenzione è questa, e sembra che molti l’abbiano interpretata come una sorta di mea culpa.

 

ERRORI STRATEGICI

La crisi è stata aggravata da alcuni errori nella politica economica, che sono diventati anche più evidenti a posteriori, ma erano più difficili da prevedere in tempo reale nel corso di eventi senza precedenti. Alcuni esempi:

– l’eccessivo sforzo di correzione richiesto alla Grecia, che generò un crollo del PIL ben superiore a quello previsto nel programma;

– l’eccessivo consolidamento fiscale generale, che spiega per la maggior parte la doppia caduta recessiva nel 2012-2013;

– il processo protratto di ristrutturazione del debito greco (da ottobre 2010, alle decisioni di luglio 2011, alle conclusioni di febbraio 2012) che generò turbolenze e contagio;

– la controversa decisione di alzare i tassi di interesse nel 2008 e nel 2011, benché velocemente corretta. La decisione di avviare l’OMT fermò la “crisi esistenziale” dell’euro, ma ci fu un uso ritardato del QE, che rese la politica monetaria meno espansiva per diversi anni. Le previsioni in tempo reale non furono in grado di cogliere né la gravità della doppia caduta recessiva né il protrarsi del periodo di bassissima inflazione.

 

Sembra davvero che la slide si possa interpretare in questo modo. Ma non ne sono proprio così sicura. Nel podcast, Vítor ripete che questa è la sua visione col senno di poi, ma che al momento dei fatti molto di tutto questo non si poteva sapere. Le uniche mosse politiche che a suo avviso erano state chiaramente sbagliate sarebbero stati i due aumenti dei tassi d’interesse, uno nel 2008 e l’altro nel 2011 – e sottolinea che sono stati rapidamente corretti, e che quindi non hanno potuto contribuire in grande misura allo scatenarsi della crisi dell’euro e al crollo greco. Un titolo alternativo per la sua conferenza potrebbe essere “Il senno di poi”.

 

E invece al momento di quegli eventi, molte persone – inclusa me – erano convinte che una severa austerità a carica frontale contro la Grecia avrebbe peggiorato i problemi di debito del Paese. Estraendo dai nostri scaffali le nostre copie ben consumate dall’uso della Teoria delle grandi depressioni come effetto del debito e della deflazione di Irving Fisher e Gabbie d’oro di Barry Eichengreen, le abbiamo sventolate sotto il naso dei politici.

 

Le nostre grida non sono state ascoltate. A quanto pare Eichengreen non era pertinente, perché la Grecia non era legata a un gold standard, benché fosse intrappolata in un’unione monetaria mal progettata e incompleta che si comportava come un gold standard ancora più potente. E Fisher non sarebbe stato pertinente perché i problemi di debito della Grecia erano interamente stati causati dal governo del paese e, naturalmente, non avevano assolutamente nulla a che fare con il comportamento di banche mal gestite e imprudenti, specialmente quelle francesi e tedesche. In una infelice ripresa del modo in cui la stampa britannica descriveva gli irlandesi celtici al tempo della carestia del 1846-51, la stampa popolare, in particolare in Germania, dipingeva i greci come “pigri” e “assistiti”. Nessuno propose di ammorbidire il colpo.
Così abbiamo guardato, impotenti, la Grecia che attraversava tutte le tappe descritte da Fisher. Non c’è da sorprendersi che la crisi greca sia diventata profonda come quella degli Stati Uniti negli anni ’30. Ed è durata più a lungo. A dire il vero, non è ancora finita.

 

E quindi: il collasso della Grecia era prevedibile ed era stato previsto. Ma chi aveva previsto le conseguenze degli errori di politica economica elencati da Vítor è stato ignorato e messo a tacere, esattamente come chi aveva previsto la crisi finanziaria del 2007-8 era stato ignorato e messo a tacere.

 

Molti di noi avevano inoltre avvertito che il concomitante consolidamento fiscale in tutta l’UE, senza compensazione monetaria, avrebbe avuto effetti deflazionistici. In effetti, su questo keynesiani e monetaristi furono, per una volta, uniti: non concordavano su se fosse più importante uno stimolo fiscale o il QE, ma concordavano che non avviare nessuno dei due avrebbe reso il recupero praticamente impossibile. Ma anche loro sono stati ignorati. I politici “hanno sentito quello che volevano sentire e hanno ignorato il resto “.

 

Tuttavia, ormai lanciare una caccia alle streghe contro i politici che sono stati ciechi e sordi agli avvertimenti è inutile (magari non invitarli tutti i giorni in televisione potrebbe però aiutare, ndt). Quello che conta è che il mondo impari dagli errori che hanno commesso.

 

A questo riguardo, il contributo di Vítor rappresenta un importante passo in avanti. Pochi tra i politici europei coinvolti nella crisi dell’euro e nei salvataggi della Grecia hanno mostrato la benché minima volontà di ammettere che le loro decisioni hanno causato una depressione che si sarebbe potuta evitare in diversi paesi della zona euro e un decennio di stagnazione in tutta l’UE nel suo insieme. Giusto per fare un esempio, di recente ho letto la versione della crisi dell’euro data da Jeroen Dijsselbloem. Deve ben sapere che cosa hanno provocato le politiche sostenute dalla Troika: ma da nessuna parte emerge un ammissione del proprio ruolo nell’averle sostenute. Piuttosto, sembra compiaciuto e autocelebrativo. Penso che darei al suo libro il titolo alternativo “Non è stata colpa mia”.

 

Ma ancora più importanti sono le classifiche che Vítor ha pubblicato su Twitter. Questa è la prima coppia

 

Il primo grafico mostra la pronunciata recessione a doppia caduta  dell’Eurozona, che sembra aver provocato danni permanenti alla crescita della sua economia rispetto agli Stati Uniti.

 

Giustamente, a mio avviso, Vítor ne attribuisce la colpa principalmente alla concomitante restrizione fiscale durante e dopo la crisi dell’euro. Ma i responsabili delle politiche dell’Eurozona non hanno imparato dai loro errori. La disoccupazione nell’Eurozona è attualmente all’8%, e molto più alta in alcuni paesi. Se la disoccupazione degli Stati Uniti fosse ancora così alta, i politici avvierebbero uno stimolo fiscale e la Fed farebbe un QE senza fine. E invece che cosa stanno facendo i governi dell’Eurozona? Aggiustamento dei bilanci. E che cosa sta facendo la BCE? Interrompe il QE quest’anno. Gli errori di politica economica continuano.

 

Il secondo grafico mostra quanto duramente è stata colpita la periferia dell’Europa rispetto al nucleo. Il divario si è leggermente ridotto negli ultimi due anni, ma è ancora grande. La stretta della politica fiscale e la fine del QE renderanno praticamente impossibile per loro recuperare. Gli errori di politica economica continuano ancora.
Ma è il terzo grafico di Vítor che mi ha davvero colpito. Qui, in glorioso technicolor, sono mostrate le origini della crisi dell’euro. Le sua basi sono state poste ancora prima che l’Euro venisse creato.

 

Ora sappiamo che gran parte della rapida crescita, dal 1995, in poi è stata una bolla di credito. Ma perché è iniziata proprio allora? Qual è stato il cambiamento di politica che ha innescato la bolla del credito?

 

Nel podcast (davvero, vale la pena ascoltarlo), Vítor identifica due shock finanziari: convergenza dei tassi di interesse reali nella zona euro dopo il trattato di Maastricht del 1992; grandi afflussi di credito dal centro verso la periferia dopo la creazione dell’euro.

 

Non sposa l’idea che la crisi dell’euro sia stata principalmente una crisi della bilancia dei pagamenti. Né incolpa la politica fiscale –  anzi afferma che la stretta fiscale necessaria per compensare gli enormi afflussi diretti, per esempio, verso l’Irlanda, sarebbe stata irraggiungibile. Aggiungerei che, dato che una stretta fiscale trasferisce il debito dal settore pubblico al settore privato, non è in grado di contrastare in modo efficace una bolla di credito del settore privato e potrebbe potenzialmente peggiorare le cose.

 

Vítor osserva che la bolla del credito era in gran parte relativa a debito privato e identifica due cause principali: tassi di interesse bassi e in calo nella periferia rispetto ai livelli pre-Maastricht; mancanza di vigilanza e regolamentazione bancarie paneuropee.

 

È difficile non essere d’accordo con questo, ma non penso che sia una spiegazione sufficiente. Penso che alla base di questi problemi pratici derivanti dalla natura incompleta dell’unione monetaria ci fosse una questione di economia politica che è spesso trascurata. Ovvero che l’abbassamento dei tassi di interesse e l’eliminazione degli ostacoli alla circolazione dei capitali erano intesi a consentire ai paesi più poveri che aderivano all’unione monetaria di “recuperare”. Gli afflussi di capitali che Vítor dice “non ci sarebbero mai dovuti essere ” furono accolti con favore dai governi, perché insieme a loro arrivarono posti di lavoro, potere d’acquisto e standard di vita più elevati.

 

Si può costruire un’economia basata sul debito finché i creditori non cambiano mai idea. Ma se decidono di ritirare i loro fondi, l’edificio costruito sul debito crolla improvvisamente. Se il debito è prevalentemente privato, possono verificarsi diffuse insolvenze e bancarotte, con conseguente aumento della disoccupazione e diminuzione dei salari reali – la classica “spirale deflazionistica da debito”. Ma se anche gli Stati hanno preso a prestito estensivamente – come hanno fatto sia la Grecia che il Portogallo – il risultato può essere il default sovrano, un’economia che collassa e forti cali degli standard di vita. Imporre una severa austerità come prezzo della riduzione del debito non fa altro che peggiorare le cose.

 

Questo è ben noto nei paesi in via di sviluppo, dove il debito non rimborsabile è stato ridotto molte volte – sebbene di tanto in tanto purtroppo alcuni di essi dimentichino e si allarghino eccessivamente, e poi arriva lo “stop improvviso”, la deflazione dovuta al debito, la cancellazione del debito e la sequenza del programma dell’FMI si ripete, come sta accadendo attualmente in l’Argentina. L’hubris dei governi dell’Eurozona è stata pensare che a loro non potesse succedere. Credevano che l’unione monetaria stessa avrebbe permesso loro di prendere a prestito per risorgere, senza temere che il costo del loro debito sarebbe andato fuori controllo. Quanto si erano sbagliati.

 

Le prescrizioni politiche di Vítor potrebbero impedire una seconda crisi dell’euro? Ecco i suoi consigli:

 

1) Considerando il modo in cui la crisi si è sviluppata e la situazione corrente, le priorità dovrebbero essere:

– Affrontare il problema della fragilità di mercato del debito sovrano (crisi di liquidità, “sudden stops” e rischio di ridenominazione);

– Completare l’Unione bancaria e affrontare la situazione delle banche in condizioni di fragilità.

– Sviluppare una sistema di Stabilizzazione europeo per affrontare gli shock significativi.

 

2) Altre riforme necessarie includono la revisione del Patto di Stabilità e la effettiva creazione di una unione del mercato dei capitali.

 

Di nuovo, è difficile non essere d’accordo. Ma sono stata colpita dai commenti di Vítor all’inizio del podcast. “Sembra che al momento non ci sia la volontà politica di fare alcunché di significativo”, ha detto, aggiungendo che i responsabili delle politiche si sentono meno spinti a fare riforme, perché la situazione nell’Eurozona sta migliorando. Ha descritto questo come un “falso senso di sicurezza”.

 

Il principio guida dell’Unione monetaria è che i governi devono farsi carico delle conseguenze sui mercati delle loro decisioni fiscali. Questo è il motivo della clausola del “no bailout” inserita nel Trattato di Lisbona. Finché la situazione è questa, trovo difficile vedere come i mercati del debito sovrano potrebbero essere riformati per eliminare rischio di crisi di liquidità, arresti improvvisi del credito e rischio di ridenominazione. Eliminare la possibilità che un governo che infrange le regole fiscali possa subire forti aumenti dei costi di finanziamento, essere spinto vicino al default o costretto a lasciare l’Eurozona mina sicuramente e fatalmente il Fiscal Compact. Dopotutto, se un governo può infrangere le regole senza conseguenze, quale cogenza possono avere queste regole?
Certo, Vítor pensa che difficilmente si ripeteranno le circostanze che hanno causato la crisi dell’eurozona:

Vitor Constâncio@VMRConstancio

However, the initial double shock of much lower rates and huge capital inflows was a one-off shock to countries from a previous regime of higher inflation and rates. It cannot not be repeated in that scale in the future. Convergence of inflation and rates is now established.

(((Frances Coppola)))

Thread. The Eurozone credit bubble could not realistically have been prevented by tighter fiscal policy. Future policy implications are profound. https://twitter.com/VMRConstancio/status/1048991168678248450 

 

 

Tuttavia, il doppio shock iniziale dovuto a tassi molto più bassi ed enormi afflussi di capitali è stato uno shock una tantum per i paesi con un precedente regime di inflazione e tassi più elevati. Non può ripetersi sulla stessa scala in futuro. La convergenza dell’inflazione e dei tassi è ora stabilita. 

 

Forse ha ragione. Ma mi chiedo una cosa. Potrebbe essere che, invece di abituarsi al convergere dei tassi di interesse e dell’inflazione, ciò a cui ci si sta abituando sia la continua pressione sui governi perché stringano la politica fiscale? Se è così, allora un governo che sfugge al laccio potrebbe rompere di nuovo l’intera costruzione. Il debito dei governi che si rifiutano di conformarsi alle regole dell’Eurozona comporta un rischio di ridenominazione – perché alla fine, se non si atterranno alle regole della moneta unica, dovranno lasciarla. Questo è il motivo per cui i rendimenti sul debito sovrano italiano oggi sono in aumento.

 

Vale la pena ricordare che l’OMT, il freno di sicurezza della BCE per il debito sovrano, è subordinato al rispetto da parte dei governi delle regole fiscali. Non è mai stato messo alla prova. Un giorno, forse, lo sarà. E allora forse guarderemo il sequel del film Eurocrisi: “Eurocrisi 2”, in alternativa intitolato “Il giorno che saltò il Fiscal Compact”.

Le finanze di Napoli

ilpost.it 14.10.18

Da tempo si parla del rischio che il comune vada in dissesto, e nel decreto Milleproroghe è stato approvato un emendamento “salva Napoli”: ma salva davvero qualcosa?

 Napoli, gennaio 2017 (CARLO HERMANN/AFP/Getty Images)

Dal 2013 il comune di Napoli si trova nella cosiddetta condizione di pre-dissesto, una situazione che i comuni in crisi finanziaria strutturale possono mettere in atto per evitare di arrivare al dissesto finanziario vero e proprio, cioè al fallimento. Sui giornali circolano da tempo notizie che hanno a che fare con Napoli e con un emendamento presente nel cosiddetto “decreto Milleproroghe” che i giornali hanno definito “salva Napoli”: secondo qualcuno è stato pensato proprio per le sue esigenze finanziarie.

La situazione di Napoli
Napoli è stato il primo grande comune d’Italia a dichiarare fallimento, nel 1993. Il contesto, allora, era quello di Tangentopoli: i bilanci del comune erano considerati “fasulli”, il passivo superava i duemila miliardi di lire e i mutui contratti dal comune non avevano copertura. In mezzo a una situazione politica altrettanto complicata, arrivarono dunque tre commissari governativi che imposero una rigidissima manovra di rientro.

Oggi Napoli si trova in una situazione vicina a quella del 1993, almeno dal punto di vista finanziario. L’assessore al Bilancio del comune, Enrico Panini, ex sindacalista entrato già nella prima giunta di Luigi De Magistris, il sindaco eletto nel 2011 e poi rieletto nel 2016, spiega che quando l’attuale amministrazione si è insediata ha trovato un disavanzo di circa 800 milioni di euro: «Napoli già allora era un comune dichiarato fallito». Sulla città pesavano gravi debiti accumulati nel passato che le varie amministrazioni non eranoe riuscite a risanare: quello nei confronti del consorzio Cr8, incaricato dei lavori successivi al terremoto dell’Irpinia del 1981 durante la fase di commissariamento del governo (e pari a circa 100 milioni di euro), e quello che aveva a che fare con l’emergenza rifiuti del 2008 (circa 50 milioni di euro).

Questi debiti, secondo il sindaco De Magistris, sono stati contratti dallo Stato durante le fasi di commissariamento straordinario del governo e quindi dovrebbero essere per gran parte di competenza dello Stato, non dell’amministrazione comunale. Per questo il comune li ha messi “fuori bilancio”, causando l’intervento della Corte dei Conti della Campania e sanzioni che sono andate ad aggiungersi ai debiti veri e propri. Questa parte della storia è stata raccontata da diversi giornali, negli ultimi mesi, perché si è arrivati a una recente sentenza. Le presunte irregolarità contabili riguardavano il 2014 e il 2016. Il 7 marzo scorso le Sezioni Riunite della Corte dei Conti hanno deciso di accogliere il ricorso del comune per quanto riguarda il 2014 ma lo hanno respinto per il 2016, dando dunque ragione, in quest’ultimo caso, ai magistrati contabili campani, secondo cui quell’anno il pareggio di bilancio, obbligatorio per gli enti locali, era stato raggiunto solamente sulla carta. La Corte dei Conti aveva dunque concluso che il comune era distante dagli obiettivi di finanza pubblica per 114 milioni di euro.

Qualche settimana fa De Magistris ha ribadito cosa pensi di questi debiti annunciando l’approvazione di nuove delibere: una di queste riguarda proprio la “cancellazione del debito” che lui definisce ingiusto: «Il debito contratto dallo Stato, in particolare nelle gestioni commissariali post-terremoto ed emergenza rifiuti, noi non lo riconosciamo. Lo cancelliamo dal nostro bilancio. Quei debiti non sono stati contratti dalla città e dai napoletani, anzi noi siamo vittime ed andremmo semmai risarciti, altro che pagare il debito agli usurpatori!». Il riferimento di De Magistris ha a che fare anche con le infiltrazioni della criminalità organizzata nella gestione degli stanziamenti di entrambe le emergenze che hanno portato all’avvio di numerose inchieste giudiziarie.

Oltre a questa situazione irrisolta, dice il comune respingendo le critiche di chi sostiene che al debito abbia contribuito anche un malgoverno della città, va considerata la situazione particolare di Napoli: «A Napoli c’è un tasso di riscossione dei tributi comunali molto basso perché è una città oggettivamente povera», dice Panini, e «sul versante delle entrate siamo davvero di fronte a una difficoltà: il reddito di un napoletano è un terzo rispetto a quello di un milanese». Nel 2017 la Corte dei Conti, facendo riferimento a Napoli ma anche ad altre città, aveva parlato di una «strutturale incapacità di riscossione». Il comune non riesce insomma a portare nelle casse i soldi su cui basa poi la propria capacità di spesa: quello che non entra in cassa si trasforma in un arretrato, nella speranza di essere recuperato negli anni successivi, e anno dopo anno i debiti invece che diminuire si accumulano.

Negli anni, dice poi Panini – ma questo riguarda gli enti locali in generale – «c’è stato un costante e cospicuo decremento dei trasferimenti del governo centrale, per i quali le minori risorse erogate complessivamente rispetto al 2011 ammontano a circa 1 milione e 100 mila euro». La difficoltà di fare cassa, per il comune, e i tagli agli enti locali, hanno insomma contribuito a peggiorare la situazione.

Il comune di Napoli si trova oggi nella situazione di pre-dissesto, e ha avviato dal 2013 un piano di risanamento che «comporta grandi sacrifici per la cittadinanza: aumento della tassazione e riduzione della spesa». Contenziosi sul debito a parte, il comune starebbe insomma cercando di risolvere la situazione, ma è stato ostacolato, dice Panini, dal fatto che sull’accordo di risanamento siano intervenuti nel corso del tempo alcuni elementi «che hanno, di fatto, modificato in peggio per l’amministrazione comunale le iniziali “condizioni contrattuali”». Ci arriviamo.

Dissesto e pre-dissesto
Gli enti locali possono trovarsi in tre principali condizioni di sofferenza finanziaria. Seguendo un ordine crescente di gravità possono essere strutturalmente deficitari, in pre-dissesto o in dissesto finanziario, che si verifica quando il comune non riesce a ripristinare l’equilibrio di bilancio e ha, semplificando, una situazione debitoria a cui non riesce più a far fronte. Nel caso del pre-dissesto e prima di arrivare al “fallimento”, il comune può ancora recuperare:dal 2012 può accedere a una procedura di riequilibrio finanziario pluriennale, autorizzata dalla Corte dei Conti, che prevede anche la facoltà di accedere a un fondo specifico, il Fondo di Rotazione, per pagare i debiti. Nella procedura di riequilibrio finanziario la Corte dei Conti è dunque direttamente coinvolta: oltre a valutare la sostenibilità del piano e autorizzarlo, deve svolgerne il relativo monitoraggio, segnalare l’eventuale mancato rispetto del piano e indicarne le responsabilità per le relative sanzioni.

Andrea Ziruolo, professore ordinario di Economia aziendale all’università di Chieti-Pescara, ha spiegato che al momento della sua introduzione («era il periodo di Monti») la durata massima del piano di riequilibrio era decennale. Nel 2017 (il governo era quello di Gentiloni) la legge di bilancio approvata per l’anno successivo è intervenuta su questa disciplina con importanti novità: superando il precedente limite temporale massimo, introducendo una durata variabile del piano stesso e consentendo agli enti locali che avevano già presentato un piano di riequilibrio di rimodularlo o riformularlo.

Napoli, di nuovo
Oltre alla parte del debito che la giunta non ritiene di propria competenza, il comune di Napoli sostiene che nella normativa che dal 2013 ha permesso di accedere al piano di risanamento sono intervenute delle modifiche che hanno reso più complicata la realizzazione del piano stesso, e che hanno modificato e complicato la lettura dei bilanci.

Secondo i dati del comune, i debiti di Napoli al 31 dicembre 2017 sono pari a più di 2 miliardi e 600 milioni di euro. Come spiega al Post l’assessore Panini, questa cifra è la somma di diversi fattori: «Oltre ai criteri di prudenza che compaiono come due nuove voci nel bilancio, c’è il debito finanziario vero e proprio (mutui, obbligazioni) pari a circa 1 miliardo e 300 milioni di euro, c’è l’anticipazione di liquidità ricevuta dal governo pari a 1 miliardo e 54 milioni di euro e c’è il fondo di rotazione per oltre 181 milioni di euro».

Qualche settimana fa c’è stata però un’ulteriore modifica in materia, stavolta favorevole alla situazione del comune. Nel cosiddetto “Milleproroghe” da poco approvato è stato infatti inserito un emendamento che concede una deroga alle norme finora valide sul rispetto del piano: d’ora in poi la verifica sarà fatta alla fine e non per tappe intermedie. Questo salva dal dissesto alcuni comuni che non hanno mantenuto gli obiettivi intermedi di risanamento; prima, se quegli obiettivi non erano rispettati, la Corte dei Conti avrebbe dovuto rilevarli, e se ai rilievi non fossero seguite delle risposte ritenute congrue l’ente sarebbe stato dichiarato dissestato.

L’emendamento si estende in teoria anche ad altri enti locali, che però non hanno potuto beneficiarne: infatti rientrano nell’emendamento solo i comuni che hanno riformulato il piano originario entro certi tempi. «Un’iniquità», spiega Ziruolo: «All’entrata in vigore della legge di bilancio 2018, alcuni enti, attraverso propri esponenti, facevano già parte dei tavoli di lavoro ANCI (l’Associazione Nazionale Comuni Italiani che rappresenta gli interessi dei comuni stessi, ndr) e governativi, o comunque ne erano stati informati, e pertanto, essendo già al corrente della modifica normativa, sono stati avvantaggiati e hanno potuto cogliere la strettissima finestra entro cui presentare il nuovo piano». Da qui la definizione dell’emendamento come “salva Napoli”.

Serve il dissesto
Secondo alcuni esperti di bilancio, i problemi del comune di Napoli non hanno tanto a che fare con la dilazione dei tempi: le modifiche delle normative possono semplicemente posticipare il problema, ma non più risolverlo. Orazio Abbamonte, avvocato di Napoli esperto di diritto amministrativo, ritiene che la questione dei debiti di Napoli sia molto antica e che il dissesto avrebbe potuto essere dichiarato già sette anni fa, quando nel 2011 De Magistris fu eletto sindaco per la prima volta. Secondo Abbamonte, però, «all’epoca De Magistris preferì tentare di non dichiarare il dissesto per evitare le conseguenze negative che questo avrebbe comportato». E lo fece «ricorrendo a una serie di discutibili operazioni contabili: valorizzando, soprattutto, crediti che in realtà si sarebbero rivelati impossibili da realizzare. Questo naturalmente gli ha consentito maggiore spazio di manovra nell’azione amministrativa, ma le conseguenze sono quelle che oggi vediamo: il comune stima come recuperabili partite che non saranno mai riscosse, e mai potranno essere recuperate», nemmeno con una gestione virtuosa. «E infatti quella stessa stima risulta di anno in anno smentita e il bilancio ne resta costantemente squilibrato».

Per Abbamonte, la norma del Milleproroghe «consente il mancato rispetto dei tempi del piano di rientro, senza che ne segua l’obbligo di dichiarare il dissesto». Sarebbe insomma una norma «che fa da eccezione a quella che è già un’eccezione. Si è concesso a un ente che non è in condizione di fare fronte ai propri debiti di sopravvivere purché si doti di un piano di rientro e lo rispetti nei tempi prefissati. Ora, quel che è accaduto è che il comune non ha rispettato i tempi stabiliti nel piano di rientro; e ciò nonostante la legge consente a quell’ente di rimanere nel piano rinviando nel tempo le verifiche». Per Abbamonte la norma «non è particolarmente rispondente ai principi costituzionali del pareggio di bilancio e del buon andamento ed efficienza dell’attività amministrativa. Ma siamo in Italia», dice, «il paese dei rinvii, delle eccezioni, delle deroghe e delle leggi ad personam. In fin dei conti questa è una legge in favore di un ente, per quanto malmesso, ma sempre un ente. E dunque è un privilegio che non favorisce la serietà amministrativa».

Anche Ziruolo pensa che con l’attuale sistema normativo dichiarare il dissesto sia in generale la cosa più conveniente per un ente locale: con il dissesto il debito dell’ente locale viene affidato a una gestione separata, i cui dirigenti sono nominati dal presidente della Repubblica su proposta del governo. Il debito viene quindi gestito con l’aiuto delle risorse statali – cioè con la fiscalità generale, i soldi di tutti – mentre il comune può continuare a operare normalmente, senza più essere gravato dal peso dei debiti. L’amministrazione locale, però, viene severamente limitata: «Sebbene il pre-dissesto preveda tempi minori rispetto a quelli del dissesto per il pagamento della massa debitoria dell’ente, quest’ultima procedura ha dei costi che sono interamente coperti da trasferimenti a fondo perduto da parte del ministero dell’Interno.

Diversamente, la procedura di pre-dissesto può contare su un fondo che però deve essere interamente restituito nell’arco di dieci anni: si tratta dunque di somme che vanno a carico di Napoli e dei suoi cittadini, e non del bilancio nazionale. La massa passiva, nel dissesto, è poi gestita da una commissione tecnica e non risente delle implicazioni di carattere politico locale che invece il riequilibrio pluriennale del pre-dissesto affida direttamente all’amministrazione in carica e che determina riflessi sui bilanci futuri dell’ente». Ma il problema sarebbe politico, più che finanziario: e ha a che fare col fatto di restare sindaco di un comune che viene dichiarato fallito.

Napoli a parte, per Ziruolo, c’è comunque un problema generale per gli enti locali, così come aveva rilevato l’assessore al Bilancio Panini: «Hanno situazioni finanziarie sempre più gravi, tagli nei trasferimenti, un sistema economico che decresce e che fa diminuire i prelievi fiscali con cui gli enti finanziano la propria attività, rigidità delle spese che da sole pesano per l’85-90 per cento del bilancio. Quale amministrazione riesce a operare in queste condizioni? Non ci sono margini in termini di adeguamento del bilancio alle nuove esigenze e di questo ne è ben consapevole il legislatore che al momento sta elaborando una riforma sostanziale della materia».

Cdp, il dossier Sia, la retromarcia di Poste e il caso Nexi. Fatti, indiscrezioni e scenari

 startmag.it 14.10.18

cassa depositi e prestiti

Davvero la Cdp punta alla realizzazione di un campione nazionale nel settore dei pagamenti?

Davvero il gruppo controllato dal Tesoro sta valutando un’acquisizione-fusione di Nexi e Sia?

Sono le domande che in queste ore assillano ambienti bancari, finanziari e anche politici dopo un’anticipazione giornalistica: domani l’inserto Affari&Finanza del quotidiano la Repubblica scriverà di un piano del genere allo studio della Cassa presieduta da Massimo Tononi e guidata dall’amministratore delegato, Fabrizio Palermo.

Secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine in ambienti milanesi, questo progetto sarebbe più che altro un auspicio di alcuni soci forti di Nexi che sarebbero pronti a uscire.

Si tratterebbe in particolare dei fondi americani Bain e Advent che avevano sondato già altri gruppi – nordamericani e asiatici – per vendere le quote di Nexi.

Ciò non significa, aggiungono fonti della maggioranza di governo, che Cdp non possa essere interessata all’evoluzione di Sia – direttamente con la capogruppo o con fondi partecipati o controllati – per preservarne la rilevanza sistemica delle sue piattaforme tecnologiche che – secondo ambienti dei due partiti che formano l’esecutivo Conte – sono ritenute strategiche.

E comunque per il gruppo controllato dal Tesoro e partecipato dalle fondazioni Sia è un’eccellenza che deve ulteriormente crescere.

Sta di fatto che c’è subbuglio sul dossier vista anche la mossa di Poste Italiane che, già con un piede in Sia tramite il fondo partecipato con la Cdp,  puntava a rilevare il controllo di Sia. Salvo poi ieri, in un articolo del Sole 24 Ore, asserire di non avere alcun progetto di controllo su Sia. Una retromarcia sullo stesso giornale che aveva dato la notizia.

Di sicuro, secondo Start Magazine, ai vertici di Cdp, non c’è in cantiere alcun progetto Sia-Nexi.

L’Italia è nei guai – L’euro sta cadendo a zero Un messaggio agli italiani. Se possiedi Euro, vorrai leggere questo rapporto domtrobocopt.com

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

 

La signora Suellen (plagio della Sue Ellen di Dallas) sposata Belloni, accasata all’esecutivo del Comune di Lodi, amministrato dalla leghista Sara Casanova, scava nella memoria e tira fuori la stagione buia del razzismo, della xenofobia Usa, dei bus, delle scuole, dei gabinetti, dei ristoranti, dei luoghi pubblici interdetti ai neri. Evoca le leggi razziali del Ventennio, la follia del colonialismo del fascismo in Africa.

Succede che la sindaca del comune lombardo, di concerto con l’assessora alle politiche sociali e alla famiglia, appunto la Belloni, inventa una circolare discriminatoria. Perché ai figli dei migranti sia concesso di usufruire della mensa scolastica e del servizio di scuola bus a costi agevolati è fatto obbligo ai genitori di presentare il documento rilasciato dal consolato di provenienza in cui si prova che nel loro Paese hanno reddito zero. Nel frattempo non è permesso ai bambini figli di extracomunitari, trattati come appestati, di accedere alla sala dove i bambini bianchi, poco manca che siano definiti “di razza ariana”, consumano il pasto. Il panino, portato da casa, lo devono mangiare in altro locale del Collegio San Francesco, “prestigiosa” scuola privata di Lodi. Il diktat ha un risvolto speculativo sulla pelle dei migranti. Se vogliono che il loro figli accedano ai due servizi citati devono pagare il doppio. Applaude il Ce l’ho duo leghista Salvini: “Tutti devono pagare” e ignora che la circolare chiede ai migranti il doppio di quanto spendono gli italiani.

Martina, segretario Pd: “Il ministro fermi questa vergogna. Subito. A quale livello di meschinità sono arrivati? Cosa aspetta il governo a intervenire?” I deputati Pd. “Accade qualcosa di indegno e inaccettabile. C’è un ministro della Repubblica che avalla quello che accade a Lodi, dove bambini vengono discriminati perché le famiglie non sono italiane. Parliamo di bambini, a cui viene impedito di mangiare alla mensa scolastica con modalità inaccettabili per un Paese civile. E’ un’evidente ‘cattiveria’ razzista. Chiediamo al governo di venire subito in aula a rispondere e chiediamo al Garante per l’infanzia di pronunciarsi su queste palesi violazioni della dignità umana”.

Majorino, assessore alle Politiche sociali di Milano: “Non siamo di fronte a una brutta pagina di amministrazione, ma a un nuovo fascismo”.

Dobbiamo un tributo di stima al vice premier di Pontida, le nostre congratulazioni per la destrezza nel districarsi dai molteplici impegni. Esulta dopo aver azzerato il centro accoglienza di Riace, straordinario esempio di pacifica e proficua accoglienza dei migranti; con la solita email ordina la chiusura degli aeroporti italiani (dopo i porti), frequenta la scuola serale di turpiloquio, mostra l’ingessatura della frattura del polso, da exploit sportivi per giovanotti e non esaurisce la sua energia da “faccetta nera, “bell’ abissina”. Non si nega al suo grande amore (l’Isoardi è la terza, prossima moglie?), che per apparire più bella, accanto ai fornelli della Prova del Cuoco, ricorre alle cure di un coiffeur romano che agisce nell’atelier del capello, il Federico Fashion Style. Via smart phone la Isoardi cattura l’attenzione e il tempo del compagno, (pardon, del fidanzato) per sapere dal suo adorato “Li taglio? E come? Tintura? Lacca?” Il Ce l’ho duro Salvini non fa una piega. IL proposito di chiudere i giornali scomodi, tappare la bocca alle testate internet critiche, bruciare in piazza i libri di autori di sinistra (in pratica quasi tutti), non interferisce con le coccole via telefono con la morosa. Urca, che uomo!

ENI / I MEGA AFFARI IN CONGO DI CLAUDIO DESCALZI & CONSORTE

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

L’abbiamo più volte attaccato per la scoperta dell’acqua calda come le mafie extra regione di provenienza o estere, per il pozzo di San Faustin dei Rocca noto da anni, per le monnezze riciclate.

Ma stavolta ci vuole un appaluso all’Espresso per l’inchiesta “Miss Congo & Lady Eni”, un pezzo da incorniciare come vero giornalismo d’inchiesta, firmato da Paolo Biondani e Stefano Vergine.

Degli appalti Eni e delle inchieste per corruzione internazionale alla procura di Milano s’è più volte scritto, come di Algeria, Nigeria e Brasile.

Ma ora il coltello affonda in un verminaio di società estere e fiduciarie nei paradisi fiscali, stavolta le isole Mauritius, dove è acquartierata la African Beer Investment Ltd, in apparenza una innocente sigla che si occupa di birra, in realtà lo scrigno che conduce ai rapporti d’affari milionari tra il presidente ‘a vita’ congolese Denis Sassou Nguesso e la signora Marie Madeleine Ingoda Descalzi, ossia la consorte del numero uno dell’Eni Claudio Delscalzi, già impelagato in altri processi per corruzione internazionale.

Ufficialmente la African Beer risulta costituta sei anni fa, nel 2012, in un grattacielo di Ebene, la città più moderna del Congo. I nomi dei soci sono ovviamente coperti dal segreto che una fiduciaria po’ garantire. E così bisogna rifarsi ad un dossier della polizia francese per risalire agli autentici titolari delle quote azionarie: si tratta di Julienne Sassou Nguesso, figlia del presidente, di Hubert Pendino, un super faccendiere al quale pare facciano capo non pochi beni del presidente; e lady Descalzi, che è cittadina congolese (si sono conosciuti quando lui era il plenipotenziario Eni in Congo).

A Parigi la magistratura sta indagando su centinaia di milioni di dollari dell’erario congolese spariti dalle casse e investiti per super acquisti immobiliari in Francia: i capi d’accusa sono pesanti come macigni: riciclaggio e sottrazione di fondi pubblici.

Dal canto suo Pendino è il superfaccendiere di turno, un impero immobiliare a sua disposizione, lavori pubblici a go go, investimenti pubblici congolesi e anche italiani, visto che di recente ne ha ottenuti, guarda caso, dall’Eni. 

Non ci sono tutti gli elementi perchè Descalzi tolga il disturbo e lasci la sua dorata poltrona Eni?

 

Nella foto Claudio Descalzi

“Questo è un terremoto per la Baviera”: CSU soffre la sconfitta sbalorditiva, perde la maggioranza assoluta nel peggiore risultato dal 1950

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Gli elettori dello stato bavarese della Germania, che è dominato dal punto di vista economico, hanno rilasciato un rimprovero straordinario all’Unione cristiana socialista al potere, in un’elezione che ha provocato un altro colpo devastante per le parti nella grande coalizione di Angela Merkel a Berlino.

Con tutti gli occhi puntati sull’elezione della domenica di Baviera, pochi attimi fa i primi exit poll hanno mostrato un crollo storico per il partito CSU al potere, che ha governato la Baviera ininterrottamente dal 1957 e che ha visto la sua quota crollare dal 47,7% delle elezioni del 2013 al solo Il 35,5%, perdendo la sua maggioranza assoluta e subendo il peggior risultato dal 1950, quando gli elettori hanno disertato nelle loro grotte ai Verdi e nell’Alta destra per la Germania.

Il quotidiano tedesco Welt ha definito l’elezione ” la sconfitta elettorale più dolorosa degli ultimi 50 anni per la CSU”. Come previsto nei sondaggi, secondo la Welt, la CSU ha vissuto una “storica sconfitta” nelle elezioni dello stato bavarese. Il CSU è stato seguito dai Verdi che sono saliti alle elezioni, più che raddoppiando al 18,5% dall’8,6% del 2013, i Free Voters sono saliti all’11% dal 9,0%, nel 2013.

Nel frattempo, i nazionalisti AfD si aspettano di entrare per la prima volta nel parlamento bavarese con l’11% dei voti, e come tali si stanno preparando per il loro partito post-elettorale. La leader del partito Alice Weidel sta già bevendo la prima birra nella piccola comunità di Mamming, nella Bassa Baviera.

Nel frattempo, l’altro partito del partito, l’SPD di centro-sinistra ha visto il suo sostegno collassare dal 20,6% nel 2013 a solo il 10% di oggi.

I risultati iniziali completi di un exit poll ARD sono i seguenti:

  • CSU: 35,5%
  • Grüne: 18,5%
  • FW: 11,5%
  • AfD: 11,0%
  • DOCUP: 10,0%
  • FDP: 5,0%
  • Linke: 3,5%
  • Sonstige: 5,0%

visivamente:

La suddivisione per genere non ha mostrato variazioni marcate in termini di supporto alla CSU, anche se più donne hanno votato per i Verdi, mentre molti più uomini hanno sostenuto l’AfD:

C’è stata una variazione maggiore a livello di istruzione, con elettori altamente istruiti che tendono più verso il verde GRÜNE (G / EFA) e liberale FDP (ALDE) quindi la media, mentre gli elettori con istruzione bassa e media tendevano maggiormente verso CSU (PPE) e AfD ( EFDD)

Questo è stato il peggior risultato per la CSU dal 1950.

Come nota il FT, la campagna è stata dominata dalla questione divisiva dell’immigrazione, in un segno di come le onde d’urto dalla decisione disastrosa di Merkel di far entrare più di un milione di rifugiati nel 2015-16 continuino a riverberare attraverso la politica tedesca ea rimodellare la paesaggio di festa.

Allarmata dall’aumento dell’anti-immigrazione, populista AfD, la CSU ha cercato di aggirarli parlando duramente di immigrazione e litigando con la Merkel sulla politica di asilo.

Ma la strategia sembrava essersi ritorta contro spettacolarmente alienando decine di migliaia di elettori moderati della CSU e guidandoli tra le braccia dei Verdi.

Nel frattempo, mentre il supporto della CSU e SPD è crollato, il risultato ha confermato lo status dei Verdi come forza emergente nella politica tedesca. Correndo su una piattaforma di frontiere aperte, valori sociali liberali e la lotta contro il cambiamento climatico, il partito ha visto il suo sostegno salire al 18,5%, dall’8,4% nel 2013. Nel frattempo l’AfD ha vinto l’11% e per la prima volta è entrato nell’assemblea regionale bavarese .

“Questo è un terremoto per la Baviera”, ha detto Jürgen Falter, politologo presso l’Università di Mainz.

La CSU aveva governato lo stato con la maggioranza assoluta per la maggior parte degli ultimi 60 anni. “Era la Baviera e la Baviera era la CSU. Questo non è più il caso. “

L’ultimo crollo degli establishment house tedeschi mette in evidenza il terreno instabile in cui la grande coalizione di Berlino si sta ora riposando mentre tutti e tre i partiti dell’alleanza, l’Unione democratica cristiana della Merkel, la CSU e l’SPD, stanno emorrendo il loro sostegno. Alcuni si stanno ora chiedendo se la coalizione, già sfilacciata da rivalità personali e quasi costante battibecco sulla politica, possa sopravvivere a pieno mandato.

“Questo risultato getta sempre più dubbi sul futuro della grande coalizione”, ha dichiarato Heinrich Oberreuter, capo del Passau Journalism Institute e esperto della CSU. “In base agli attuali sondaggi, se ora si tenessero elezioni, la CDU, la CSU e la SPD non avrebbero nemmeno la maggioranza al comando nel Bundestag”.

La CSU sarà ora costretta a formare un governo di coalizione – un risultato umiliante per un partito che ha gestito la Baviera da solo per 49 degli ultimi 54 anni. La sua preferenza è probabilmente per una coalizione tripartita con i Free Voters, un piccolo partito che si concentra principalmente sulla politica locale. Potrebbe anche collaborare con i Verdi, anche se sarebbe estremamente riluttante a farlo: le due parti sono profondamente divise su immigrazione, trasporti e politica ambientale.

* * *

Cosa succede dopo?

Ora che sappiamo che lo scenario di “ritorno inaspettato” previsto in precedenza è disattivato, ecco cosa la “sconfitta storica” ​​significherebbe per la Germania nei prossimi giorni, come notato in precedenza da ING:

Sconfitta storica: La CSU probabilmente condurrebbe ancora il prossimo governo bavarese con uno o due partner della coalizione. Non ci sarebbe un cambiamento significativo nella camera alta federale. Invece, il cancelliere Merkel emergerebbe come il vero vincitore delle elezioni. La CSU avrebbe bisogno di tempo per digerire una simile sconfitta elettorale, concentrandosi su questioni interne e sprecando meno energia nei conflitti con la Merkel. Di conseguenza, la coalizione di Berlino potrebbe nuovamente concentrarsi sull’attuazione della sostanza del suo accordo di coalizione. Allo stesso tempo, tuttavia, una sconfitta storica della CSU potrebbe essere un segnale preoccupante per la Merkel, che segna un nuovo capitolo nel deterioramento del blocco conservatore. Una perdita significativa alimenterebbe allo stesso tempo la posizione dell’AfD come forte partito di opposizione, illustrando la crescente frustrazione di alcuni elettori con partiti stabiliti,

Potrebbe essere peggio: come già osservato da Deutsche Welle, il crollo della CSU potrebbe portare alle dimissioni di Seehofer dal governo di Merkel, e presumibilmente all’uscita di Markus Söder, primo ministro bavarese dal governo bavarese, che eliminerebbe due dei critici più espliciti del cancelliere dal potere, e dare la sua stanza per governare nel modo più calmo, esente da crisi a cui è abituata.

Inoltre, la forte perdita e le potenziali dimissioni potenzialmente gravi nella CSU potrebbero spingere un partito disperato in una direzione più volatile e abrasiva a livello nazionale. Ciò avrebbe ulteriormente contrapposto la SPD, i giovani partner del centro-sinistra nella coalizione di Merkel, essi stessi alla disperata ricerca di una nuova direzione e già impazienti con le buffonate destabilizzanti di Seehofer, e precipitare una rottura della vecchia alleanza CDU / CSU, e quindi un rottura della grande coalizione di Merkel. In breve: tutto può succedere dopo la domenica, fino alla caduta della Merkel.

George Soros finanzia il femminismo pro-choice, ora c’è la prova

http://www.uccronline.it 13.10.18

Chi è George Soros? Un mecenate e speculatore ungherese protagonista di ogni complottismo. Tuttavia la sua rete di potere è stata confermata da testimoni al di là di ogni sospetto, da Mario Monti all’editorialista femminista del Wall Street Journal.

 

In certi ambienti il nome dell’imprenditore ungherese George Soros è talmente inflazionato che chi ne parla viene, giustamente, sospettato immediatamente di complottismo internazionale. Essendo di origini ebree, miliardario, filantropo e di stampo progressista, Soros scatena la fantasia perversa di molti.

I sospetti nei suoi confronti e sulla sua rete di potere, comandata dalla sua società Open society, tuttavia, sono stati in questi giorni in parte confermati anche da testimoni al di là di ogni sospetto.

Il primo è l’ex presidente del Consiglio italiano, Mario Monti. In diretta televisiva ha svelato che nel 2011, quando l’economista era da poco tempo in carica, ricevette una telefonata proprio dal magnate ungherese il quale, «molto preoccupato», gli suggerì di chiedere aiuto all’Unione Europea e al Fondo Monetario Internazionale. Praticamente l’arrivo della troika a Roma, come poi drammaticamente sarebbe accaduto ad Atene.

Il secondo testimone è Asra Quratulain Nomani, giornalista indiana naturalizzata statunitense, musulmana, femminista. Sul Wall Street Journal, qualche giorno fa, la donna anti-trumpiana ha fatto una rivelazione importante: George Soros ha finanziato le manifestazioni dei democratici, femministe e pro-abortiste, che si sono svolte fuori dal Campidoglio americano durante le votazioni in Senato che hanno portato Brett Kavanaugh, cattolico e pro-life, a diventare giudice della Corte Suprema.

Ecco le parole della femminista, editorialista del WSJ:

«I detrattori di Trump lo hanno accusato di proporre teorie cospirative e persino di antisemitismo contro Soros, un benefattore miliardario per le cause liberali. Eppure lui aveva ragione. Molti americani si oppongono sinceramente al signor Trump e al giudice Kavanaugh. Sono una femminista liberale le cui opinioni sull’aborto e sul matrimonio tra persone dello stesso sesso sono in linea con quelle del Partito democratico. Eppure, mentre la maggior parte dei dimostranti non è pagata per i suoi sforzi, le proteste al Campidoglio di sabato […] sono state organizzate da gruppi di cui il signor Soros è un importante mecenate […]. Almeno 50 delle più grandi organizzazioni che hanno partecipato come “partner” alla Marcia delle donne del 21 gennaio 2017 avevano ricevuto sovvenzioni da Open society foundations di Soros. Allo stesso modo almeno 20 dei più grandi gruppi che hanno guidato le proteste anti Kavanaugh del sabato sono stati beneficiari della Open society».

Una denuncia che ha fatto chiaramente scalpore. Anche perché, secondo il racconto di Nomani, dagli striscioni alle magliette, dagli slogan agli hastag di Twitter contro Kavanaugh, tutto è stato deciso a tavolino e trasmesso ai manifestanti. «Le proteste di sabato e le interruzioni illegali» della seduta al Senato, «facevano parte di una rete ben orchestrata e ben finanziata che ha prenotato autobus, camere d’ albergo e chiese per tale agitazione».

Ad inizio agosto è stato invece il giornalista Enrico Mentana, che condivide con Soros le battaglie liberal a favore dell’aborto, a scrivere su Facebook«almeno nel nostro paese Soros può purtroppo essere citato come speculatore senza bisogno di virgolette, per l’attacco alla lira del settembre 1992 che ci costrinse alla più dura manovra economica della nostra storia e fruttò allo stesso Soros un guadagno astronomico per aver scommesso contro l’Italia».

Anche dietro alle Femen c’è Soros? Il sospetto a questo punto è lecito, considerando l’ideologia laicista e abortista del violento gruppo femminista radicale. Quando si svelò che le militanti per la liberazione della donna erano sottomesse al padre-padrone Viktor Svyatskiy, alcuni giornalisti seguirono la traccia di denaro che Viktor utilizza per finanziare le campagne delle Femen, arrivando proprio alla Open society del finanziare Soros, già noto per le sue donazioni a gruppi Lgbt.

UN ELICOTTERO ITALIANO SOSTITUIRA’ LO HUEY. L’AGUSTA BELL MH 139

 scenarieconomici.it 14.10.18

Un pezzo di italia sostituirà il famoso “Huey”, l’elicottero simbolo del Vietnam. Agusta Westland, gruppo Leonardo) ha vinto la gara d’appalto per la fornitura di elicotteri all’Aviazione USA con il MH 139 , elicottero multiruolo  che sarà costruito in joint venture con Boeing in 84 esemplari, ma di progettazione italiana. Bimotore, ultimo di una famiglia di elicotteri che vede la sua versione italiana AW 139 già in servizio nell’Esercito Italiano, avrà tra i suoi compiti quello di collegamento e di protezione con le basi nucleari sparse per gli Stati Uniti, diventando l’elicottero “Nucleare ” che, in caso di necessità, trasporterà testate nucleari, oltre a provvedere alla difesa con armi convenzionali come due mitragliatrici ai lati della fusoliera, missili etc. Inoltre ha la possibilità di mondare un vasto assortimento di telecamere e di sensori necessari per le attività ri ricerca, pattugliamento e ricognizione.

Il contratto ha un valore complessivo di 2,4 miliardi di dollari i cui primi 375 sono legati alla consegna dei 4 semplari iniziali. Anche se la costruzione avverrà negli USA la progettazione è completamente tricolore.

 

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