Bono Vox, lo sbandieratore dell’Ue (da buon elusore irlandese)

  tempi.it

Non so se Bono Vox, al secolo Paul David Hewson, abbia mantenuto la promessa di mettere al centro della scenografia dei quattro concerti che gli U2 tengono in questi giorni al Forum di Assago la bandiera blu stellata dell’Unione Europea. Essendo cittadino irlandese, ha tutte le ragioni per farlo: l’appartenenza dal 1973 alla Ue non ha impedito a Dublino di sfruttare a fondo le opportunità offerte dalla globalizzazione finanziaria, anzi l’ha messa al riparo da indebite pressioni e sanzioni internazionali quando ha deciso di diventare un paradiso fiscale e le ha fornito i mezzi (mercato unico, libero movimento dei capitali, ecc) per la migliore riuscita delle sue gabole.

IL SUPERPARADISO FISCALE 

Irlanda paradiso fiscale? Sì, e per la precisione il più grande del mondo. Come scrivono nel loro studio The Missing Profits of Nations gli economisti Gabriel Zucman, Thomas Torslov e Ludvig Wier delle università di California, Berkeley e Copenaghen, nel 2015 l’Irlanda ha vinto la palma di paradiso fiscale numero uno del pianeta, sottraendo a una seria tassazione 106 miliardi di dollari di profitti di grandi imprese multinazionali, una cifra superiore a quella di tutti i paradisi fiscali dei Caraibi sommati insieme (97 miliardi), di Singapore (70 miliardi), della Svizzera (49 miliardi) e dell’Olanda (48 miliardi), altro paese Ue che da anni fa il furbo. Mentre gli economisti americani e danesi, la no profit internazionale Oxfam e il Tax Justice Network britannico puntano il dito contro l’Irlanda e gli altri paesi dell’Unione Europea che hanno creato sistemi fiscali funzionali all’elusione delle tasse da parte delle grandi multinazionali (Olanda, Malta, Cipro e Lussemburgo), tutte le istituzioni della Ue – Commissione europea, Consiglio europeo, Parlamento europeo – da anni si muovono sull’argomento all’insegna dell’omertà, al punto di stilare una black list di “giurisdizioni fiscali non collaborative” nella quale non compare nessun nome di paesi dell’Unione Europea. Eppure, scrive Oxfam nel suo rapporto “Blacklist or Whitewash?”, se i criteri che l’Unione Europea utilizza per stilare la lista nera dei paradisi fiscali fossero applicati anche ai paesi Ue, l’Irlanda comparirebbe sulla lista insieme a Olanda, Malta e Lussemburgo.

NELLA TOP FIVE DEI PAESI RICCHI

Dunque Bono fa bene a sventolare la bandiera della Ue sul palco dei concerti: l’Irlanda, che ancora agli inizi degli anni Ottanta era uno dei paesi più poveri dell’Europa occidentale (nel 1982 il Pil pro capite era di appena 6 mila dollari annui), oggi è il quinto paese più ricco del mondo e il secondo della Ue con 70 mila dollari, preceduto solo dal Lussemburgo. Certo, non tutto è oro quel che luccica: dei 275 miliardi di euro del Pil irlandese, 85 circa sono fittizi, consistendo in profitti delle multinazionali che transitano formalmente attraverso l’Irlanda, ma senza lasciare traccia. Quando nel 2010 il paese è stato colpito da una grave crisi finanziaria non ha chiesto aiuto alle grandi corporation che formalmente contribuiscono al 30 per cento del suo Pil, ma al Fondo europeo di stabilità finanziaria dell’eurozona (al quale l’Italia contribuisce con 78 miliardi di euro), che ha messo a disposizione 40 miliardi di euro fra il 2011 e il 2013.

“DOPPIO IRLANDESE CON SANDWICH OLANDESE”

Bono fa dunque bene a sventolare la bandiera dell’Unione Europea, ma i fan italiani presenti al Forum di Assago avrebbero fatto bene a fischiarlo. Perché grazie alle normative fiscali irlandesi le multinazionali che fanno profitti in Italia non pagano le tasse all’erario italiano, ma con la complicità irlandese fanno figurare la loro sede fiscale a Dublino e lì versano imposte poco più che simboliche. Per esempio Google non ha versato al fisco italiano 270 milioni di euro di Ires grazie al sistema detto del “doppio irlandese con sandwich olandese”. Come spiega startingfinance.com, «tale tecnica prevede una triangolazione fiscale tra due società irlandesi (di cui una avente una stabile organizzazione in un paradiso fiscale) e una ulteriore società in Olanda, totalmente “vuota” ed usata solo per far transitare gli utili e dunque per ridurre la base imponibile del gruppo. Fondamentale per capire il meccanismo è la premessa che, in Irlanda, un’azienda deve pagare le tasse nel Paese da cui viene controllata. La società madre concede il diritto allo sfruttamento di una proprietà intellettuale, dietro pagamento di un canone, alla società irlandese con stabile organizzazione offshore. Questa stipulerà poi un contratto di sub-licenza con la società olandese che, a sua volta, stipulerà un nuovo contratto di sub-licenza con la seconda società residente in Irlanda. Sarà quest’ultima, grazie al suo grado di strutturazione e alle risorse umane a disposizione, ad operare effettivamente sul mercato. Pagherà dunque il 12 per cento di tasse sui profitti al netto delle royalties, peraltro deducibili, versate alla società olandese.

IL CASO APPLE

La società localizzata in Olanda non subirà nessuna ritenuta su di esse, grazie alla Convenzione contro le doppie imposizioni in vigore tra Paesi Bassi ed Irlanda. Essa trasferirà tali royalties alla società irlandese con domicilio fiscale offshore ed esse molto probabilmente non verranno tassate grazie alla totale esenzione per i redditi d’impresa». Clamoroso poi il caso della Apple: riguardo agli accordi fiscali fra Apple e lo Stato irlandese, la Commissione europea non ha potuto fare a meno di denunciare l’indebita lievissima tassazione come “aiuti di Stato” per un ammontare di 13 miliardi di euro, e di ordinare a Apple di versare tale somma al fisco irlandese. Ma Dublino, anziché accettare la vincita alla lotteria, ha fatto ricorso perché la procedura fosse annullata: pur di mantenere in vita il suo sistema di elusione fiscale che attira su terra irlandese il fior fiore delle multinazionali americane, Dublino ha rinunciato a 13 miliardi di entrate fiscali!

IL FRONTMAN NEI PARADISE PAPERS

Lo stesso Bono Vox, benché cerchi in tutti i modi di passare alla storia come una rockstar attivista dei diritti umani e della filantropia, non è esattamente uno stinco di santo in materia fiscale. Nel novembre dell’anno scorso il suo nome è venuto fuori dalle carte dei Paradise Papers, documenti relativi a investimenti off-shore avvenuti fra il 1950 e il 2016 resi noti dal settimanale tedesco Süddeutsche Zeitung. Risulta che Bono sia stato uno degli acquirenti di un centro commerciale in Lituania attraverso una società con sede a Malta, Nude Estates, che l’ha poi rivenduta a una società di comodo dello stesso nome registrata a Guernesey, dove i profitti dell’attività non sono tassati. Il fisco lituano è intervenuto, e Nude Estates ha dovuto versare 53 mila euro fra imposte non pagate e sanzioni. Bono si è difeso dichiarando di essere stato soltanto un investitore «passivo» e «minoritario» dell’operazione. Difficile credere alla professione di ingenuità e ignoranza da parte della rockstar: nel 2006 la band ha trasferito dall’Irlanda all’Olanda la sede fiscale di U2 Limited, il fondo di gestione dei profitti delle vendite dei loro album e dei concerti. Fino a quel momento l’attività aveva goduto di uno sconto fiscale in patria, al quale però una nuova normativa aveva posto un tetto. In Olanda era possibile installare una società a cui mettere in capo royalties e diritti di licenza realizzati in un altro paese, al costo di una tassazione quasi simbolica e, in forza di accordi fra Olanda e Irlanda che evitano la doppia tassazione, senza dovere più versare imposte in Irlanda. Nel 2010 Elevation Partners, società finanziaria specializzata in proprietà intellettuale di cui Bono è socio dal 2004, ha acquistato l’1 per cento di Facebook, altra corporation specializzata nella «ottimizzazione fiscale».
Continui pure Bono Vox a sventolare o proiettare l’immagine della bandiera dell’Unione Europea ai suoi concerti. Ma sarebbe più sincero se ci affiancasse la bandiera dei pirati.