Sapir – L’Italia presenta un bilancio espansivo e si prepara al conflitto con l’UE

Di Carmenthesister – Ottobre 16, 2018 lavocedellevoci.it

L’economista francese Jacques Sapirpresenta un quadro della possibile evoluzione dello scontro in atto tra il governo italiano e le istituzioni europee: i prossimi passi e le possibili mosse delle parti da qui alla definitiva approvazione del bilancio a fine anno, quando potrebbe essere formalmente avviata una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, sino a possibili nuove elezioni il prossimo anno.  Il futuro appare molto incerto perché non è chiaro quanto le istituzioni europee intendano davvero forzare la situazione. Quello che invece sembra abbastanza sicuro è la volontà del governo di andare avanti e riconfermare la sua scelta, a dire il vero assai razionale, di portare avanti una politica economica anticiclica di rilancio, indispensabile in un paese come l’Italia, ancora al di sotto dei livelli di Pil precedenti alla crisi. Anche se una politica di questo tipo è contraria agli interessi e all’ideologia di Bruxelles.

di Jacques Sapir, 13 ottobre 2018

La presentazione del bilancio italiano sta sollevando un problema di compatibilità con le istituzioni europee (sulla misura del deficit) e una vivace polemica all’interno del Paese. Ormai è chiaro che ci stiamo dirigendo verso una grave crisi tra l’Unione europea e l’Italia.

Un bilancio orientato verso le classi disagiate

Il governo italiano ha infine optato per il limite di deficit del 3,0% del PIL, fermandosi al 2,4% per il 2019. Questo obiettivo è in totale contrasto con il quadro delle finanze pubbliche stabilito per l’Italia dall’Unione europea, che fissa il deficit massimo attorno allo 0,7%.

Ancora più importante, nelle dichiarazioni del governo italiano non si fa menzione alcuna di un obiettivo di bilancio in pareggio per i prossimi tre anni. Di fatto, ciò significa che, se ci atteniamo alle regole di bilancio dell’UE, dovrebbero essere finanziati circa 24 miliardi di euro che in realtà non ci sono. Di questa somma, 12,4 miliardi saranno utilizzati per ridurre drasticamente gli aumenti dell’IVA, come promesso in campagna elettorale; 1,5 miliardi di euro dovrebbero essere destinati alla ristrutturazione bancaria per compensare le perdite dei risparmiatori e 8 miliardi sono previsti per finanziare la cancellazione della legge sulle pensioni e i pensionamenti anticipati per circa 400.000 lavoratori. Inoltre, 10 miliardi di euro saranno spesi per redditi a 6,5 milioni di persone; infine, è necessario calcolare un calo della pressione fiscale equivalente ad una diminuzione delle entrate fiscali dai 3,5 a 4,5 miliardi di euro. Questo bilancio è chiaramente un bilancio di stimolo, che combina il sostegno alla domanda e le riduzioni di imposta. Il fatto che la maggior parte di queste diminuzioni si riferisca all’IVA mostra la dinamica sociale di questo bilancio. Dei 24 miliardi di deficit aggiuntivo previsto nel progetto di bilancio, circa 20 miliardi dovrebbero essere destinati alle famiglie più povere e alle classi medie.

Cronologia degli eventi

La decisione del governo è importante. Inoltre, questa decisione è stata pienamente confermata dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che era stato presentato come un sostenitore delle regole dell’UE. O ci si era sbagliati sulle idee di Tria, oppure Tria avrà ceduto ai desideri di Di Maio e Salvini.

Tuttavia, la presentazione degli obiettivi di bilancio è solo il primo passo di un procedimento più complesso. L’ufficio parlamentare di bilancio, l’UPB, che è un’agenzia indipendente dal governo, deve esprimere il proprio parere. Probabilmente sarà negativo. Ma il governo può ignorare questo parere consultivo.

Il Parlamento italiano probabilmente approverà il bilancio, perché il governo dispone di una maggioranza sufficiente. Il Presidente Mattarella, che ha già lanciato un avvertimento in proposito, dovrebbe quindi dichiarare che il bilancio non è compatibile con il quadro dei conti pubblici (che in realtà è solo una fotocopia del quadro di bilancio europeo) e dovrebbe respingerlo. Tuttavia, la procedura prevede che il governo possa richiedere un nuovo voto in Parlamento. Quest’ultimo dovrebbe quindi riconfermare il proprio sostegno al bilancio. A questo punto, il Presidente non avrebbe altra scelta che firmarlo. Solo in un secondo momento la Corte costituzionale potrebbe respingere il bilancio in quanto incostituzionale. Tuttavia, per motivi pratici ciò potrebbe richiedere diversi mesi, ma soprattutto provocherebbe una grave crisi politica in Italia, che probabilmente porterebbe a nuove elezioni. Queste ultime, secondo gli attuali sondaggi, potrebbero vedere una forte vittoria del M5S e della Lega (accreditati rispettivamente al 27% e al 33% delle intenzioni di voto). Ciò potrebbe comportare una maggioranza dei due terzi in Parlamento, che consentirebbe al governo di procedere a una revisione della Costituzione.

Lo scontro con l’UE

Entro il 15 ottobre, il governo dovrà inviare il disegno di legge di bilancio a Bruxelles. Il 20 ottobre il bilancio verrà ufficialmente reso pubblico, al di là di quelli che sono semplicemente gli obiettivi di disavanzo. Il 22 ottobre la Commissione invierà una prima lettera al governo italiano, in cui probabilmente si dichiarerrà preoccupata della situazione e proporrà una proroga di una settimana, per apportare gli adeguamenti necessari e ripresentare nuovamente il progetto. Se il governo dovesse modificare il bilancio (come accaduto nel 2014), la situazione tornerebbe normale e conforme. Se il governo, tuttavia, mantiene la sua proposta di bilancio – e le ultime dichiarazioni vanno in quella direzione – il conflitto sarà inevitabile. Se, pertanto, il governo italiano non dà seguito alle riserve della Commissione europea e mantiene gli obiettivi e il bilancio originari, allora il 29 ottobre la Commissione procederà a respingerlo ufficialmente.

Nelle prossime tre settimane, tuttavia, il governo avrebbe ancora l’opportunità di modificare il bilancio, ma la volontà del governo di attuare i suoi piani, qualunque sia l’opinione della Commissione europea, sembra essere ben ferma. Di conseguenza, il 21 novembre i pareri ufficiali sui progetti di bilancio per i diversi paesi saranno presentati al Comitato economico e finanziario, il Comitato Ecofin per i paesi dell’eurozona. Il Comitato potrebbe quindi formulare una raccomandazione formale in base al cosiddetto articolo 126, paragrafo 3, il che rappresenta il primo passo per avviare la procedura per disavanzo eccessivo nei confronti dell’Italia. Altri passi formali dovrebbero seguire. Nel caso di un dibattito politico, e ci sarà certamente un dibattito importante perché l’Italia nel Comitato economico e finanziario ha degli alleati, dovrebbe comunque esserci il tempo sufficiente per consentire ai ministri di prendere le loro decisioni all’inizio di dicembre e poi al Consiglio europeo alla fine dell’anno. Ma la decisione dovrebbe essere confermata all’inizio del 2019: una dichiarazione di non conformità e il probabile avvio della procedura per i disavanzi eccessivi.

Il futuro incerto

L’Italia sarà quindi sottoposta a molte pressioni, sia da parte delle autorità dell’Unione europea che dal suo interno (la stampa attualmente è schierata contro il governo) che dai mercati finanziari. Ma il governo italiano sembra essere preparato a resistere. Può contare sui presidenti delle due commissioni economiche della Camera e del Senato (Claudio Borghi e Alberto Bagnai), le cui convinzioni euroscettiche sono ben note, sui membri del governo (da Salvini a Savona), su un certo sostegno all’estero, ma anche, cosa più importante, sul consenso della maggioranza degli italiani.

Il fatto che Stefano Fassina, dirigente storico della sinistra italiana, che si era dimesso dal governo rompendo con il PD di Matteo Renzi, e poi è stato eletto alla Camera sotto la bandiera di Liberi e Uguali, abbia annunciato la sua partecipazione a un convegno organizzato da Alberto Bagnai (“Euro, mercati, democrazia 2018 – Sovrano sarà lei!”, vedi il sito dell’associazione a/simmetrie, ndt) è un segno che questo sostegno potrebbe benissimo essere trasversale alle diverse forze politiche.

Il dilemma fatale di Humpty-Dumpty

comedonChisciotte.org 17.10.18

DMITRY ORLOV
cluborlov.blogspot.com

C’è una filastrocca inglese che fa:

“Humpty Dumpty sedeva sul muro
Humpty Dumpty cascò sul duro
Cavalieri, cavalli, fanti e fantocci
Non ne misero più insieme i cocci.”

Viene spesso presentata come un indovinello e ai bambini viene suggerito che Humpty sia un uovo. Questa, naturalmente, è la risposta sbagliata, quella giusta, come tutti i bambini bene aggiornati dovrebbero sapere, è che Dumpty è il dollaro americano.

Ma ritorniamo alla filastrocca: perché tutti gli uomini del re dovrebbero tentare di rimettere insieme un uovo rotto, e perché verrebbero mandati in soccorso i cavalieri? Infatti, Dumpty non era un uovo ma un grosso cannone, che era accidentalmente caduto dalle mura di un castello durante la Guerra Civile Inglese del 1642-1649 e si era ridotto in pezzi. C’è un’altra filastrocca, “Ring a ring o’ roses” [il girotondo] che si riferisce alla Grande Pestilenza del 1665. Le filastrocche non riguardano gli aspetti dell’infanzia, ma le cose serie, come le guerre civili, le pandemie… e i collassi valutari.

Uno degli eventi di più grande impatto degli inizi del 21° secolo è il declino [del dollaro] dal ruolo di valuta di riserva primaria mondiale. Dal momento che molte persone vorrebbero immediatamente sapere il momento esatto in cui tutto questo si verificherà, lasciate che mi affretti a fornire loro la risposta corretta: questo accadrà agli inizi del 21° secolo. Per quanto riguarda il come accadrà, beh, questa è la parte interessante.

Perchè il dollaro americano è come Humpty-Dumpty? E’ tutto nella filastrocca: è fragile, sta per cadere e rompersi e non esiste nessuna quantità di energia (i cavalli del re) o di forza militare (gli uomini del re) che possa rimetterlo insieme. Bisogna considerare anche un’altra cosa in questa faccenda della caduta dal muro. Stare seduti su di un muro non è poi una cosa tanto comune, ma la frase “fence sitting” [sedere su una staccionata] è spesso usata per indicare un’indecisione.

Tutto questo porta allo scoperto un altro importante aspetto che riguarda il precipitare da un muro, un fatto che noi, a nostro rischio e pericolo, ignoriamo: ci sono due modi per cadere e il decidere quale sarà il migliore è di rado senza conseguenze. Muri e staccionate hanno in comune una caratteristica fondamentale: servono a separare un interno da un esterno. Se Humpty Dumpty fosse caduto all’esterno gli uomini del re avrebbero dovuto tentare una sortita e andare all’assalto, correndo gravi pericoli per recuperarne l’enorme rottame.

Quali siano i due lati del muro da cui cadrà il dollaro americano e come differenti essi siano, ci arriveremo a tempo debito, ma, per prima cosa, dobbiamo chiarire alcuni aspetti fondamentali. Perchè una moneta possa servire da valuta di riserva mondiale, occorre che essa sia disponibile in gran quantità. Ci sono tre modi fondamentali con cui una nazione può far proliferare la propria valuta: creandola a prestito, creandola a debito, stampandola e rendendola disponibile senza condizioni.

Crearla a prestito è, naturalmente, la modalità preferibile: le altre nazioni vi pagheranno gli interessi, che potrete reinvestire nel progetto di indurre le altre nazioni a pagarvi gli interessi nella vostra stessa moneta. Ma tutto questo funziona solo se le altre nazioni devono a tutti i costi comprare la vostra valuta per acquistare qualcosa di cui hanno assolutamente bisogno, come il petrolio dell’Arabia Saudita (che da molto tempo può essere commercializzato solo in dollari americani, in base ad un accordo fra Stati Uniti ed Arabia Saudita). Funziona anche solo fino a quando molte delle nazioni che avete depredato incominciano a non pagare più i debiti, creando dei grossi buchi nel vostro sistema bancario, a cui si può porre rimedio solo stampando altra moneta con cui cercare di riempire quei buchi.

Il trucco di costringere gli altri a pagare per poter usare la vostra moneta è carino, ma non funziona sempre; a questo punto si può far ricorso all’alternativa: pagare gli altri affinchè usino la vostra moneta. Il modo più facile per farlo è quello di avere un deficit commerciale e di bilancio e metterci una pezza creando debito pubblico. Il motivo per cui questo non sempre funziona è semplice: che cosa dovrebbero farsene i Sauditi di tutti quei dollari che ottengono in cambio del loro petrolio (oltre a dilapidarli in inutili armamenti americani che immediatamente seppelliscono sotto la sabbia)? E’ ovvio, riprestarli agli Americani, naturalmente! Per un certo periodo di tempo, questo schema, chiamato “riciclaggio dei petrodollari” ha funzionato a meraviglia: gli Americani prestavano dollari ad un tasso di interesse alto e poi li riprendevano in prestito dai Sauditi ad un tasso minore.

Ma, come tutte le cose buone, questo schema del “qualcosa in cambio del nulla,” alla fine, ha cessato di funzionare. I deficit commerciale e di bilancio hanno creato una montagna di debito gigantesca, a cui è stato permesso di crescere in continuazione, e, nel mondo, semplicemente, non ci sono abbastanza debitori su cui poter contare per il riciclo di tutto questo denaro. Visto ciò, gli Stati Uniti hanno sempre di più scelto di pagare la gente affinché usasse la loro moneta, creandola a debito e pagando gli altri affinchè utilizzassero il dollaro americano; proprio così. Il problema connesso a questo modo di agire è che, alla fine, diventa impossibile far crescere la propria economia, perché i capitali di cui essa necessita vengono fagocitati dal pagamento degli interessi sull’enorme, mostruoso e sempre crescente debito pubblico.

La soluzione di questo problema, visto che la moneta è  vostra e potete farne quello che volete, è quella di mandare a zero i tassi di interesse e iniziare a prestare soldi a interesse zero. Ecco che, all’improvviso, di gente interessata ce n’è in abbondanza! Questo non è proprio come stampare soldi e renderli disponibili, dal momento che esistono delle condizioni: quando i crediti arrivano a scadenza dovrebbero essere estinti (molto improbabile!) o rinegoziati, sempre a tasso 0%, o almeno così si spera. Ma, siccome gli unici che possono foraggiarsi alla mangiatoia dello 0% sono le multinazionali e le istituzioni finanziarie, il denaro a costo zero non filtra fino ai consumatori e non stimola la domanda, impedendo così il suo possibile investimento in attività produttive.

[Questo denaro] viene invece utilizzato per gli investimenti speculativi: le aziende gonfiano le loro quotazioni borsistiche, ricomprando le loro stesse azioni, le istituzioni finanziarie inflazionano i prezzi del mercato immobiliare e di altre attività. Questo fa sì che i dollari federali continuino ad affluire e allontana il collasso del sistema finanziario. Fa anche sentire i ricchi ancora più ricchi, ma non è affatto un ciclo virtuoso per l’economia nel suo complesso: i prezzi inflazionati dei beni di prima necessità, come la casa, deprimono la spesa al consumo e riducono, piuttosto che far crescere, l’economia reale dei beni di consumo e dei servizi. Nonostante ciò, si possono ancora sentire un sacco di dichiarazioni senza senso del tipo: “…l’inflazione patrimoniale è stata il principale strumento di crescita per lo sviluppo mondiale, dalla crisi finanziaria globale di dieci anni fa…”Guardate che enorme, meraviglioso cancro finanziario abbiamo fatto crescere, mangiando nient’altro che sciroppo di mais ad alto tasso finanziario-zuccherino!

Ma non abbiamo avuto bisogno di aspettare gli investitori speculativi per farci sanguinare il naso con i prezzi superinflazionati dei beni o con un’economia al consumo che implode a causa di questa inflazione, perché, dopo non molto tempo, gli acquirenti stranieri del nostro debito hanno educatamente iniziato a chiedere qualcosina in più dello 0% per il loro disturbo. I tassi di interesse sul debito federale hanno allora dovuto essere rialzati un po’, per far sì che il mercato potesse assorbire il nuovo debito, senza aumentare il deficit degli Stati Uniti. I tassi d’interesse dell’indebitamento da parte del governo americano ora sono al di sopra del magico 3%, il livello in cui si pensa che le cose incomincino a precipitare.

Arrivati ad un certo punto, gli alti tassi di interesse scateneranno una recessione/depressione. Ma, anche se non lo facessero, i compratori stranieri arriverebbero alla fine a capire che gli alti tassi di interesse sono dannosi tanto quanto lo 0%, se il tuo creditore è uno spiantato. Tutto questo lo abbiamo già visto succedere un’altra volta: prima del default del governo russo, nel 1998, i tassi di interesse sul debito pubblico russo erano schizzati al 100%. Era stato a quel punto che gli investitori internazionali avevano deciso che la cosa non era più divertente e avevano girato i tacchi. Morale, non si può sceglier il “giusto” tasso di interesse, mentre si precipita dentro il buco del debito.

Esistono alternative alla caduta nel buco del debito? A questo riguardo, alcune possibilità si erano aperte con l’elezione di Donald Trump. In macroeconomia ha tutto l’acume intellettuale di un proprietario di hotel e casinò, incrociato con quello di un organizzatore di concorsi di bellezza e di un presentatore di reality show (cioè zero), ma il carattere megalomane gli impedisce di rendersi conto dei suoi limiti intellettuali. Aggiungeteci il fatto che è stato privato di tutte le sue possibilità d’azione, salvo alcune: ridurre le tasse alle multinazionali e ai super-ricchi, aumentare il bilancio della difesa e imporre sanzioni unilaterali contro chiunque non gli sia simpatico. Queste ultime si stanno rivelando abbastanza letali per quanto riguarda lo status di valuta di riserva internazionale del dollaro. Se chiunque può vedersi annullata, senza preavviso e sulla base degli umori presidenziali, la possibilità di usare il dollaro statunitense come riserva per gli scambi con i paesi esteri o negli accordi internazionali, [è evidente come] tutto ciò renda la valuta americana assai poco attraente. Questo sviluppo ha messo il turbo allo sforzo, già in corso, per l’abbandono del dollaro USA negli scambi internazionali.

Ci sono due effetti che possono scaturire da uno sviluppo del genere. Uno è che la richiesta mondiale di dollari americani andrà scemando, man mano che le altre nazioni trovano il modo di commerciare fra di loro utilizzando le rispettive valute o il baratto, bypassando il dollaro. L’altro è che la disponibilità di dollari americani aumenterà, perché i detentori stranieri di questa divisa si libereranno sempre più delle loro partecipazioni. Come risultato, gli Stati Uniti non saranno più in grado di continuare a vendere debito al resto del mondo per finanziare il loro enorme deficit commerciale e di bilancio. Al contrario, gli USA si ritroveranno sommersi di dollari provenienti dall’estero e l’America ha ancora moltissimi beni da vendere. Dobbiamo aspettarci che la maggior parte degli Stati Uniti cada in mano ad acquirenti nuovi e stranieri. Dovremmo anche prevedere che tutto quello che non è ancorato al terreno possa venire imballato ed esportato, la maggior parte in Cina.

Che cosa possiamo ricavare dal dilemma fatale di Humpty? Humpty dovrà cadere con i piedi in avanti o a testa in giù? Cadendo in avanti, verso tassi di interesse più alti, Dumpty continuerebbe a far affluire denaro fresco (per il momento), mentre manderebbe in bancarotta le numerose aziende che finora non sono fallite grazie solo ai tassi di interesse eccezionalmente bassi, scatenando una grave recessione/depressione ed un collasso finanziario vero e proprio. Cadendo all’indietro, e tenendo i tassi di interesse bassi, il dollaro perderebbe di valore, facendo salire l’inflazione e rendendo difficile agli Stati Uniti il rifinanziamento del proprio deficit. Nell’impossibilità di creare moneta a debito o a credito, si sarebbe costretti a passare al Piano C: stampare dollari e darli via, senza condizioni. Ma questo porterebbe all’iperinflazione ed anche al collasso finanziario totale.

Forse il dilemma di Dumpty è solo una questione di stile, perché, in ogni caso, il risultato sarebbe lo stesso. Non sarebbe neanche una scelta razionale, perché coloro che negli Stati Uniti hanno in mano le leve del potere hanno rinunciato ormai da molto tempo a prendere in considerazione gli aspetti realistici [del problema], come il tasso di disoccupazione, l’inflazione o la crescita del PIL. I loro modelli di sviluppo potrebbero benissimo basarsi sullo studio dei fondi di tè o delle interiora di capra. Ma, in ogni caso, a seconda di quello che vedremo succedere per primo, saremmo comunque in grado di capire da che parte è caduto Dumpty. Se vedremo un crollo deflazionistico, Dumpty aveva puntato in alto ed era caduto di schiena, se vedremo un collasso inflazionistico, Dumpty aveva mirato in basso ed era caduto in avanti.

Dmitry Orlov

Fonte: cluborlov.blogspot.com
Link: http://cluborlov.blogspot.com/2018/10/humpty-dumptys-fateful-choice.html
16.10.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Perché il Financial Times non sballotta l’Italia sulla manovra (nonostante la tarantella di Di Maio)

 startmag.it 17.10.18

Il commento di Gianfranco Polillo sulla legge di bilancio presentata dal governo tra la sonata del Financial Times e la tarantella di Luigi Di Maio

Inviato a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio, inizia la fase più delicata di quel percorso ad ostacoli che porterà all’approvazione definitiva della legge di bilancio. La “manovra del popolo” come continua a ripetere, con enfasi, Luigi Di Maio, forte del successo conseguito nei confronti del suo alleato.

Da una parte i soldi necessari per il salario di cittadinanza, da utilizzare in tempo utile. Vale a dire prima delle prossime elezioni europee. Perché essere secondi a Matteo Renzi, che elargendo gli 80 euro conquistò la vetta del 40 per cento? Dall’altra un limitatissimo ristoro nel pagamento delle tasse, per altro interamente (o quasi) finanziato, almeno per l’anno in corso, dal “condonino”, com’è stato subito ribattezzato, dopo la levata di scudi dei 5 stelle contro gli orrendi “evasori”. E’ facile prevedere che il Parlamento non farà storie. Tuttalpiù, come sempre è capitato, aumenterà il tiraggio della spesa corrente, rispetto alle ipotesi iniziali. I problemi inizieranno, invece, proprio nella capitale belga.

Jean Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, ha già messo le mani avanti. Nell’apposita conferenza stampa con i corrispondenti italiani, dopo aver ribadito il suo amore sperticato per il Bel Paese, ha fatto chiaramente capire che ben poco dipende da lui. “Se accettassimo il derapage” previsto dalla manovra rispetto alle regole europee – ha detto candidamente – “alcuni Paesi ci coprirebbero di ingiurie e invettive con l’accusa di essere troppo flessibili con l’Italia”. Preoccupazioni reali o semplici auspici? Nel gioco di specchi della diplomazia europea, finzione e realtà si mescolano e si sovrappongono continuamente. Ed è difficile individuare i relativi confini.

Quella vecchia volpe di Mario Draghi, in trasferta con il Gotha finanziario internazionale a Bali, non aveva esitato a dare una mano agli inesperti governanti italiani, invitandoli a moderare i toni. La strada più agevole per giungere ad un onorevole compromesso nel reciproco interesse. Consigli che l’irruenza giovanile di Di Maio (per non dire altro) gli ha impedito di cogliere. Rispondendo a Juncker, non ha esitato a rincarare la dose: “Solo perché il governo” italiano “non è simpatico a lui e all’élite di cui fa parte” può pure continuare a rivoltarsi contro la “manovra del popolo” ma “gli rimane tempo ancora fino a maggio”. Dopo sarà spazzato via dal trionfante populismo: questo il retro pensiero. Sennonché, dopo i risultati delle elezioni bavaresi, è un po’ vendere la pelle prima di aver catturato l’orso.

Per fortuna, in Europa, vi sono ancora esseri pensanti. Una lancia, a favore del governo italiano, è stata spezzata in questi giorni dal Financial Times. In un lungo articolo, la logica del Fiscal compact è stata vivisezionata, facendo emergere tutte le ombre che si addensano su una procedura sempre più lontana dal mondo reale. “Barocchismo, esoterismo, ingestibilità”: queste le accuse riportate, sentendo esperti e uomini di Governo. Come pure ricordando i tanti episodi – Germania, Francia, Spagna e Portogallo – che hanno segnato il percorso della Commissione: il più delle volte impotente di fronte ad una violazione, anche plateale, delle regole del gioco. Per giungere alla conclusione che non sarebbe giusto condannare un Paese come l’Italia, dopo averne assolto tanti altri.

E’ il dilemma italiano. Aver ragione sul merito della questione e torto sulla procedura seguita nel tentativo di farla valere. Non si può chiedere ad un Paese che cresce ad un ritmo inferiore all’1 per cento – questa la tesi del Financial Times – un’ulteriore manovra deflattiva, sul fronte della pubblica finanza. Assolutamente condivisibile. A motivare ulteriormente questa diagnosi c’è solo da aggiungere che da oltre 5 anni l’Italia vive non sopra, ma al di sotto, delle proprie possibilità. Con un avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti superiore al 2,5 per cento del Pil che, secondo le previsioni, è destinato a durare ben oltre il 2021. Il che significa un eccesso di risparmio interno sulla capacità di investimento, che non trovando occasione di impiego all’interno dei confini nazionali, sceglie la via dell’estero. Situazione sempre meno tollerabile, se si considera il livello di disoccupazione esistente (circa il 10 per cento della forza lavoro) e il progressivo restringimento (solo al Nord) delle basi produttive dell’intero Paese.

Contraddizioni così evidenti la dicono lunga sul risentimento, nei confronti dell’Europa, da parte di uno strato crescente dell’elettorato italiano. Ai burocrati di Bruxelles si imputano, anche sbagliando, gran parte delle responsabilità circa il perdurare della crisi. Forse dimenticando che quei condizionamenti hanno potuto operare soprattutto a causa dell’inadeguatezza di un ceto politico che, negli anni passati, non ha saputo difendere i colori nazionali. Triste prospettiva che, purtroppo, rischia di ripetersi nell’immediato futuro. Pensare che sia sufficiente mostrare i muscoli, che per altro non si hanno, per risolvere i problemi è la peggiore illusione che si possa coltivare.

Nella passata legislatura qualche piccolo passo in avanti era stato compiuto. Camera e Senato, con due distinte mozioni, seppure con motivazioni diverse, avevano chiesto al governo Gentiloni di votare contro la proposta della Commissione europea di inserire definitivamente il Fiscal compact nell’ordinamento europeo, secondo quanto stabilito dal relativo Trattato. In vista della relativa discussione, che si sarebbe dovuta svolgere nella prossima primavera, forse, l’attuale governo doveva far valere fin da ora quella posizione. Presentarsi, cioè, nelle varie riunioni (Ecofin e Consiglio europeo) non per richiedere maggiori margini di flessibilità. Vecchia posizione. Ma per prendere di petto la questione.

Dire, in altre parole, che l’architettura tradizionale del Fiscal compact non era compatibile con gli assetti dell’economia italiana. L’applicazione meccanica di quella regola, infatti, avrebbe aumentato e non diminuito i suoi squilibri macroeconomici, creando addirittura i presupposti per una futura procedura d’infrazione. Avrebbe così spostato l’asse della discussione: non più la staticità (Paolo Savona) di un semplice rapporto aritmetico, ma il dinamismo di una diversa politica economica. Posizione, tra l’altro, che non avrebbe legittimato fenomeni imitativi da parte degli altri Paesi europei. Il surplus strutturale dei conti con l’estero è, infatti, un appannaggio quasi esclusivo: Italia, Olanda e Germania.

Quest’approccio è completamente mancato. Il governo italiano ha preferito seguire le orme dei precedenti esecutivi. Trascurando completamente le novità ch’erano intervenute nella presa di posizione del Parlamento. Ed ora si trova tra l’incudine ed il martello. Speriamo solo che l’eventuale colpo non sia particolarmente duro e si possa, seppure tardivamente, trovare il necessario compromesso, che in qualche modo anticipi la discussione circa la futura riforma del Patto di stabilità. Ma per ottenere un qualche risultato tangibile è tempo di usare la testa, invece di insistere sull’invettiva. Come si sta facendo, puntando sulla palingenesi di un risultato elettorale – la cacciata del vecchio establishment – la cui certezza è tutt’altro che matematica.

La Danimarca e l’Italia combattono contro i confini aperti mentre il populismo si gonfia in tutta Europa

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Scritto da Jon Hall tramite il blog di Free Market Shooter,

Sulla scia delle  disastrose politiche di immigrazione del  Regno Unito e dell’Europa,  sia la Danimarca che l’Italia stanno combattendo contro le frontiere aperte.

Inger Støjberg, ministro danese per l’integrazione e l’immigrazione, ha  recentemente respinto le quote migratorie dell’UE per il 2018, specificando che i  rifugiati  non fanno abbastanza per contribuire alla Danimarca.

Støjberg ha dichiarato a  Jyllands-Posten :

Sebbene abbiamo ottenuto un controllo significativamente migliore sull’afflusso, siamo ancora nella posizione che stiamo lottando per integrare i numerosi rifugiati che sono venuti in Danimarca negli ultimi anni. Nonostante il fatto che altri rifugiati si siano messi al lavoro, ce ne sono ancora troppi che non si sostengono da soli … Ecco perché ho deciso che la Danimarca non dovrebbe prendere quota di rifugiati nel 2018 …

Durante il suo mandato come ministro dell’Integrazione e dell’immigrazione, Støjberg è stato fortemente critico nei confronti delle migrazioni di  massa  , dichiarando addirittura di essere aperta all’idea di collocare i richiedenti asilo falliti in deserte isole danesi. Tuttavia, ha ammesso che ci sarebbero state sicuramente “sfide legali” a questa nozione.

Dopo che è stato rivelato che i migranti erano tra la maggioranza rappresentata nei casi di stupro, Støjberg ha detto che “è qualcosa che abbiamo visto negli anni, che i tassi di criminalità sono molto più alti nei  circoli degli immigrati  di quanto non lo siano tra i danesi”.

Støjberg non è l’unico a scoppiare le penne per quanto riguarda le frontiere aperte avversarie …

Ministero dell’Interno, Matteo Salvini ha guidato la deportazione del governo italiano di tre migranti africani sospettati di complotto con  gruppi terroristici islamici ,  tra cui un rifugiato che ha espresso il desiderio di uccidere “cristiani” e turisti bianchi “.

Insieme alle deportazioni dei tre rifugiati africani, un imam accusato di “incitamento al terrorismo islamico” ha visto anche l’espulsione dal paese. L’imam, Ahmed Elbadry Elbasiouny Aboualy, condivise  le vedute islamiste radicali confermate dalla sorveglianza elettronica delle sue comunicazioni e dai suoi rapporti con la sua moschea locale.

In una  dichiarazione  rilasciata la scorsa settimana, Salvini ha sottolineato che in Italia  ci sono state 339 espulsioni da gennaio 2015 ad oggi, 102 delle quali si sono verificate nel 2018.

La dichiarazione riporta anche le schede rap dei migranti africani deportati, specificando che uno di loro  “ha elogiato l’ISIS e ha attaccato la polizia carceraria” ; mentre un altro è stato sospettato di  “aver prestato servizio in gruppi terroristici internazionali … e di aver creduto in Allah per il successo dei suoi” attacchi a turisti e cristiani.  L’ultimo rifugiato africano   deportato dal governo italiano ha  “molestato i passanti al grido di ‘Allah Akbar'”.

Tra la  correttezza politica  e l’ignoranza che prende d’assalto l’Europa,  è un sollievo vedere i leader politici che capiscono la posta in gioco e i pericoli imminenti di un’immigrazione libera attraverso  le frontiere aperte .

Anche con i leader che si stanno svegliando e combattendo contro la minaccia, ci vorrà un monsone di grinta fantastica e combatterà per trasformare le già  catastrofiche maree che spazzano il continente,  cambiando irrevocabilmente le culture e le società tradizionali  .

Mps: il Tesoro vuole sostituire ad Morelli, rosa di nomi

S.N. FINANZAREPORT.IT 17.10.18

Avvicendamento per lanciare segnale al mercato, intanto il titolo tenta un rimbalzo dopo aver segnato un nuovo minimo storico


Si profila un cambio al vertice per Banca Mps, il cui titolo intanto tenta un rimbalzo dopo avere aggiornato ieri il minimo storico in area 1,70 euro. 

Il Tesoro, azionista al 68% e in schiacciante maggioranza nel cda, punterebbe a sostituire l’ad Marco Morelli in un imminente rimpasto del board, di cui si era già parlato nelle ultime settimane.

Secondo il Giornale, che riporta la notizia, il ministro Giovanni Tria avrebbe infatti preso in mano il dossier della banca dopo i rinvii dovuti soprattutto alla preparazione della manovra di bilancio. L’intenzione, spiega il quotidiano, non sarebbe quella di sfiduciare Morelli, ma di lanciare un segnale al mercato. 

Ci sarebbe già una rosa di candidati fra cui potrebbe essere scelto il successore di Morelli alla guida di Mps. Fra i “papabili” figurano l’attuale ad di Ubi, Victor Massiah, e il presidente di Fondazione Fiera Milano, Giovanni Gorno Tempini, quest’ultimo però visto anche in pole position per il posto di Giuseppe Guzzetti alla guida della Cariplo dal 2019. In corsa anche il vicepresidente della Bei, Dario Scannapieco, già indicato nei mesi scorsi per il timone della Cdp poi affidato a Fabrizio Palermo. 

Dal ritorno in Borsa avvenuto il 25 ottobre 2017 al minimo segnato ieri, le azioni della banca senese hanno ceduto il 58,5%. Il Tesoro ha perso così potenzialmente circa 4 miliardi del suo investimento per salvare il Monte dei Paschi di Siena, cui si aggiungono gli 1,5 miliardi sborsati per il ristoro degli obbligazionisti, portando le perdite complessive a 5,5 miliardi. 

Intanto a Piazza Affari Mps segna alle ore 9,54 un +1,3% a 1,7545 euro, con il Ftse Italia Banche a +0,9%.

 

B.Carige: a cda 23/10 scelta advisor e bond (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Dovrebbe riunirsi martedì 23 ottobre il cda di Banca Carige con all’ordine del giorno la scelta dell’advisor per il piano di 

rafforzamento mediante l’emissione del bond da 200 milioni e la ricerca di un partner, come suggerito senza troppe alternative dalla Bce. 

Lo scrive Il Messaggero spiegando che ieri mattina ci sarebbe stata una riunione straordinaria del cda per completare la discussione sugli argomenti rimasti inevasi nel board di giovedì 11, terminato oltre le 22h30, con la presa d’atto delle indicazioni impartite, il giorno prima, dalla Vigilanza europea, nel corso della missione a Francoforte del 

presidente Pietro Modiano e dell’ad Fabio Innocenzi: il piano sul capitale dovrà essere presentato entro il 30 novembre con l’elasticità concessa di emettere il bond entro il 31 dicembre a prescindere dalle condizioni dei mercati. 

L’Authority, per evitare rinvii, ha richiesto l’assunzione delle garanzie da parte dei sottoscrittori, secondo modalità da definire. Quindi underwriting, accollo, pari passu. Sembra che da parte degli investitori istituzionali sarebbe stato manifestato interesse al top management, specie in rapporto con la remunerazione ipotizzata del 

bond: dovrebbe attestarsi attorno al 10%. 

Per individuare l’advisor, l’ad sta sondando alcune banche d’affari. La scelta potrebbe ricadere su Ubs, l’istituto che ha lasciato per assumere la guida della banca ligure ed è il consulente storico di Vittorio Malacalza. 

Sul tavolo ci sono varie strutture dell’operazione, quella finale dipende dal via libera della Bce. Malacalza è pronto a coprire proquota l’eventuale inoptato. Anche Gabriele Volpi ha espresso disponibilità. Quanto a Raffaele Mincione, sarebbe sulla carta propenso, ma avrebbe fatto sapere al management di voler conoscere le condizioni e modalità dell’emissione. 

Sembra che la luna di miele con la maggioranza del cda, spiega il giornale, sarebbe già in fase calante e il finanziere che aveva votato il nuovo vertice “per spirito di coesione” si sarebbe smarcato su alcune decisioni. Il vero banco di prova dei rapporti interni sarà il partner e i tempi. Sulla carta restano Ubi e Banco Bpm che non ne vogliono sapere. Il vertice potrebbe allora chiedere tempo, ma Mincione potrebbe incalzare. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 17, 2018 02:51 ET (06:51 GMT)

Immobiliare: in vendita l’outlet di Barberino (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Per Henderson Global Investors (oggi TH Real Estate) è tempo di valorizzare l’investimento fatto nel Barberino Designer Outlet nel 2009. 

L’asset toscano, scrive MF, un centro commerciale che negli anni è passato da una superficie commerciale di 21.000 mq a circa 27.000 e dagli iniziali 480 dipendenti a 920 (dato del 2016), è finito sul mercato e la cessione conferma uno dei trend del 2018. Nell’ultimo report relativo ai nove mesi pubblicato da Cbre riguardante il mercato immobiliare, la società di advisory ha sottolineato come il segmento retail sia quello al momento più effervescente, avendo registrato la maggior quota di investimenti a 1,7 miliardi. 

L’operazione, che secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza è seguita dall’advisor Cushman & Wakefield, dovrebbe avere un valore intorno a 200 milioni e si somma ad altri portafogli retail attualmente sul mercato. Il più corposo è quello di Blackstone, il cui valore stimato è circa 800 milioni, ma anche la Arcus della famiglia Percassi starebbe cercando di collocare due shopping center valutati 500 milioni. In realtà la cessione testimonia l’esistenza di compratori che ritengono il mercato retail ancora performante in Italia, a differenza del trend globale del settore. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 17, 2018 02:29 ET (06:29 GMT)

Ubi B.: fondi verso l’ok al monistico (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La nuova governance di Ubi Banca dovrebbe ottenere luce verde degli investitori istituzionali che oggi rappresentano circa la metà del capitale sociale. Venerdì 19 i soci saranno chiamati ad approvare il nuovo statuto che prevede il passaggio dal sistema duale a quello monistico, sul modello di Intesa Sanpaolo. 

Le azioni depositate finora, scrive MF, si avvicinerebbero al 40% e fanno prevedere un livello di capitale votante superiore alla media degli ultimi anni. Non solo perché il passaggio (che un consigliere definisce «puramente notarile») rappresenta comunque una svolta rilevante per la banca lombarda, ma anche perché l’assemblea sarà un termometro per misurare il consenso verso i vertici a pochi mesi dal rinnovo. Ad aprile infatti gli azionisti saranno convocati per eleggere il nuovo consiglio di amministrazione e tra gli amministratori in scadenza c’è anche Victor Massiah, consigliere delegato di Ubi ormai da dieci anni. 

Per la presentazione delle liste ci sarà tempo sino a febbraio e la scrematura delle candidature inizierà soltanto tra novembre e dicembre. Decisive saranno ovviamente le scelte dei due patti parasociali che oggi blindano quasi il 16% del capitale della banca e della Cassa di Risparmio di Cuneo, che con il 5,9% è il primo azionista del gruppo davanti alla Fondazione Banca del Monte (4,9%). 

fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 17, 2018 02:18 ET (06:18 GMT)

Popolare Bari, Popolare Sondrio e non solo. Che cosa succederà alle banche di credito cooperativo

 startmag.it 17.10.18

Domani il Consiglio di Stato si pronuncerà sui ricorsi presentati contro l’applicazione della legge di riforma delle banche popolari che la Consulta ha comunque ritenuto costituzionalmente legittima. I profili attuativi riguardano, tra gli altri, l’ammissibilità della costituzione di una holding cooperativa in occasione della obbligatoria trasformazione in Spa delle «Popolari» da deliberare entro il prossimo 31 dicembre.

È possibile che il Consiglio si pronunci anche sulle modalità del rimborso dei soci dissenzienti che abbiano esercitato il recesso in relazione alla suddetta trasformazione. Già la Corte Costituzionale ha fissato dei paletti al riguardo ammettendo la possibilità di una limitazione (nel quantum) ovvero di un rinvio del rimborso, ma in entrambi i casi debbono sussistere precise ragioni di tutela della stabilità della banca e, nell’eventualità del rinvio, la permanenza di tali motivazioni deve essere puntualmente monitorata dal consiglio di amministrazione dell’istituto che ha deciso la proroga.

Più interessati di tutti alla sentenza sono i due istituti non ancora trasformati: la Popolare di Bari e la consorella di Sondrio. Ma gli argomenti, per esempio il recesso, sono tali da interessare anche le altre banche, pure quelle già trasformate. Siamo così in presenza degli ultimi sviluppi di una riforma pessimamente progettata, per di più emanata nel 2015 con un decreto legge in un contesto di opacità tuttora all’esame dell’Autorità giudiziaria: una revisione, insomma, che ben avrebbe potuto essere diversamente strutturata attraverso il coinvolgimento della categoria, come poi è avvenuto per la riforma delle Bcc, anche per la negativa esperienza fatta con quest’ultima rivisitazione. L’ipotesi della holding cooperativa e della spa realizzata attraverso lo scorporo d’azienda ben avrebbe potuto essere la strada principale della rivisitazione. Da anni su queste colonne l’avevamo indicata, prima ancora della normativa del 2015.

Stando alle cronache, comunque l’ammissibilità di una tale holding sarebbe un argomento che interesserebbe soprattutto la Popolare di Sondrio , mentre la Popolare di Bari, certamente non disattenta anche a tale ammissibilità, ha già stabilito per il 16 dicembre la convocazione dell’assemblea per la trasformazione in spa. È chiaro, in ogni caso, che il completamento del quadro normativo-applicativo del recesso e del conseguente rimborso impatta decisamente sull’adesione dei soci alla trasformazione.

Per esempio, il rinvio eventuale, determinando per di più una prospettiva di incertezza, peserebbe come un macigno sul cambiamento della natura giuridica per ovvie ragioni riguardanti l’adesione di nuovi azionisti. Se a ciò si aggiungono le iniziative di qualche Authority, nel caso specifico la Consob – le cui recenti decisioni sanzionatorie nei confronti di una parte dei vertici della «Bari» vengono erroneamente considerate dalle cronache come definitive e immutabili, mentre sarebbe avviata anche in sede giurisdizionale la relativa contestazione – si comprende facilmente quale groviglio di problemi può presentarsi anche nell’ultimo tratto di applicazione dell’inadeguata riforma.

Non sarà mai sufficiente considerare quanto su questa materia la Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche – che pure ha prodotto dei risultati interessanti, mentre è platealmente fallito il tentato attacco campale alla Banca d’Italia – abbia paradossalmente indotto possibili ipercorrezioni nei comportamenti. Ma l’aver detto della situazione della «Bari» suggerisce pure che questa della realizzazione della riforma potrebbe essere l’occasione per valutare l’opportunità di un progetto aggregativo di diverse Popolari meridionali che, concentrate e mantenendo comunque il diffuso insediamento territoriale evitando le sovrapposizioni, potrebbero dare vita a un sistema del tipo di quello delle Bcc, fatte le dovute distinzioni anche dimensionali, che tornerebbe vantaggioso per la stabilità, l’efficienza e la competitività, a beneficio, più in particolare, dell’economia dei territori e dei risparmiatori – investitori, nonché dei prenditori di crediti.

Sarebbe anche un modo per corrispondere alle esigenze di una riattualizzazione della politica meridionalistica che da tempo appare spenta o, addirittura, accantonata come se fosse diventato «fuori moda» o anacronistico il solo parlarne ovvero, ancora, come se fossero stati risolti tutti i problemi secolari del dualismo territoriale. In definitiva, sarebbe una riforma che, a questo punto, verrebbe vissuta non come quasi penalizzatrice, ma come un passaggio per la realizzazione, in ascesa, di una forma plurale di intermediazione. Le istituzioni direttamente e indirettamente competenti dovrebbero valutare una tale iniziativa.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

In corsa per Pasta Zara ci sono anche JPMorgan con One33 e il fondo Cheney Capital

bebeez.it 16.10.18

zaraLe altre offerte per il salvataggio di Pasta Zara, oltre a quella della cordata Banca Finint-Pillarstone, di cui si è saputo nei giorni scorsi (si veda altro articolo di BeBeez), sono arrivate dal fondo britannico specializzato in credito Cheyne Capital e dall’accoppiata JP Morgan-One33 Investment House srl. Lo scrive Il Corriere del Veneto

One 33 Investment House srl è una società di investimento milanese con alle spalle investitori istituzionali internazionali, con focus la ristrutturazione di aziende in distress finanziario. E’ guidata dal managing partner Tommaso Micaglio, ex managing director di Europa Investimenti spa, operatore milanese specializzato in investimenti in aziende in distress e nell’acquisizione di crediti deteriorati e Npl, comprato da Arrow Global nel marzo 2018.

Corriere del Veneto conferma poi che c’è anche un’offerta proveniente da un soggetto industriale, di cui ancora non si conosce il nome. Nei giorni scorsi si era detto che questo soggetto è spagnolo ed è già ben presente in Italia. Alcuni quindi lo hanno individuato in Ebro Foods, altri in Deoleo, mentre altre voci parlano dell’italiana Barilla.

Le offerte sono state presentate nei giorni scorsi dall’advisor Deloitte a Milano in occasione del vertice tra l’azienda ai creditori e poi alle sole banche, negli uffici dello studio legale Chiomenti.  Le tre offerte finanziarie si muoverebbero lungo schemi simili, che prevedono l’acquisizione al 100% di Pasta Zara, o di poco meno, lasciando una piccola minoranza alla famiglia Bragagnolo, con l’iniezione di 30 milioni di euro di nuova finanza e la restituzione nell’arco di cinque anni intorno al 40% di quanto vantato dai creditori chirografari (nel caso dell’offerta Pillarstone-Finint invece il 44%).

L’offerta del soggetto industriale, invece, ruoterebbe intorno al pagamento immediato, all’omologa del concordato, di una quota del 33% ai creditori chirografari, e poi all’acquisizione del ramo d’azienda dello stabilimento triestino di Muggia, il gioiello tecnologico di Pasta Zara con 150 dipendenti, che sarebbe valutato intorno ai 120 milioni di euro. Il tutto per poi instaurare un rapporto di collaborazione con la Pasta Zara dotata dei due stabilimenti di Riese e Rovato, a cui verrebbe garantito il pagamento di commissioni su lavorazioni affidate, ad esempio sull’imballaggio della produzione, che permetterebbero di sostenere i margini dei due stabilimenti.

Peraltro al dossier sarebbero interessati anche Oxy Capital in cordata con Illimity, la nuova banca nata dalla business combination con Spaxs, la Spac promossa da Corrado Passera, come riferito nei giorni scorsi da Il Sole 24 Ore.

Pasta Zara, controllata dalla famiglia Bragagnolo, è partecipata dalla finanziaria regionale del Friuli Venezia Giulia, Friulia (11,25%), e da Simest (11,76%), e ha un debito finanziario lordo di  241 milioni, di cui 178 milioni nei confronti di varie banche e in particolare 73 milioni riferibili ad affidamenti ottenuti da Banca Popolare di Vicenza e da Veneto Banca e quindi finiti nel portafoglio della Sga. Il tutto senza dimenticare che a livello di holding (la lussemburghese Ffauf sa della famiglia Bragagnolo) ci sono altri 50 milioni di euro di debiti nei confronti di Bank of China.

Banche e bondholder (c’è un minibond da 5 milioni di euro) sono da tempo in trattative con gli azionisti per trovare una soluzione nella forma di un accordo di ristrutturazione del debito ex art. 182-bis della Legge fallimentare, vista la situazione di grave tensione finanziaria che aveva portato la società a chiudere il 2017 con una perdita di 25,7 milioni, dovuta in parte alla svalutazione di partecipazioni in Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza per 9 milioni di euro, a fronte di un patrimonio netto crollato a 77,3 milioni e di un debito finanziario netto di poco meno di 200 milioni. Una situazione, questa, che ha portato la società a sforare di parecchio il covenant finanziario relativo al rapporto tra PFN e patrimonio netto, fissato a 1,80 volte.

(articolo modificato il 16 ottobre 2018 ore 06:40, si aggiunge interesse di Oxy-Illimity)

Barilla valuta l’acquisto di Pasta Zara

vincenzochierchia.blog.ilsole24ore.com 16.10.18

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A Nordest non si parla d’altro in questi giorni. Il colosso mondiale della pasta secca, Barilla, starebbe valutando l’opzione Pasta Zara, una realtà produttiva del settore che negli anni scorsi si era distinta per la propensione all’export. Oggi Pasta Zara è in difficoltà, è stata ammessa al concordato, e ci sono già delle offerte di fondi di investimento. L’esposizione con le banche si aggirerebbe sui 260 milioni a fonte di circa 200 milioni di fatturato. La Zara sconta la crisi delle banche venete. Tre i siti produttivi: Muggia, Rovato e Riese Pio X. In questi giorni tecnici legati a Barilla – secondo voci insistenti – hanno visitato gli impianti per una valutazione. Ci sarebbe tempo fino all’inizio di dicembre per fare un’offerta al Tribunale di Treviso.

Manovra 2019: mazzata da 4 miliardi per banche e assicurazioni

controcopertina.com 17.10.18

 

La schiarita arriva in serata dopo tre ore di vertice a Palazzo Chigi, tra il premier Conte e i vice premier Di Maio e Salvini ed il Ministro Tria. C’è accordo sulla pace fiscale, anche sui temi economici continuano a mantenere le promesse, è l’epilogo di una giornata di tensioni e vertici su manovre decreto fiscale, si inizia mattinata a Palazzo Chigi in una riunione con il ministro Tria il premier Conte è il sottosegretario Giorgetti, lo scoglio è l’intesa sul tetto della pace fiscale, di Maio disaccordo su alcune misure: la pace fiscale che strizza l’occhio ai grandi evasori e ai capitali occulti non hanno il contratto, questa è la linea dei cinque stelle nessuna emersione per il nero. Salvini afferma: “non ci sentiamo vincolati dalle norme europee” e rilancia “Artigiani, piccolo imprenditore e commercianti che sono schiavi di una cartella da € 40.000 da una vita deve poter tornare a vivere e quella cartella va stracciata, ne sono stra convinto, e c’è nel contratto di governo”.

Via libera del Consiglio dei ministri alla manovra 2019. Il premier Conte: «Abbiamo, nei tempi previsti, approvato il decreto fiscale, e il disegno di legge sul bilancio. Manderemo la comunicazione a Bruxelles. Abbiamo tenuto conti in ordine mantenendo promesse». E sulla pace fiscale: «Condono? Voi chiamatela come volete. Noi la chiamiamo definizione agevolata. Le scelte lessicali sono libere». Il vicepremier Salvini: «Cominciamo a mantenere gli impegni presi, con coraggio, a partire dallo smantellare la legge Fornero, non c’è un aumento di una tassa in questa legge di bilancio. C’è un risparmio di oltre mezzo miliardo di euro dalla voce immigrazione, che arriverà ad essere di un miliardo e mezzo nel trienno, reinvestito in sicurezza». In conferenza stampa il vicepremier Di Maio ha chiarito: «Credo che questa legge di bilancio dimostri che le cose si possono veramente fare. In questi giorni in cui si sta creando tanta paura io dico ai cittadini che non bisogna avere paura e che bisogna avere solo paura di avere paura. Noi terremo i conti in regola». Infine il ministro dell’Economia «Non sono portato al masochismo, di subire tutta legge di bilancio e la discussione per dimettermi dopo, smentisco, non avrebbe senso» ha detto Giovanni Tria, smentendo le voci su sue possibili dimissioni dopo il percorso della legge di bilancio.

Mazzata fiscale sul settore finanziario italiano. Le tabelle del documento sulla Manovra inviato a Bruxelles parlano di un impatto complessivo di 4 miliardi di euro a carico di banche e assicurazioni, di cui circa 3 per i soli istituti di credito. Una somma che arriva dal rinvio della deducibilità delle svalutazioni e perdite da credito (1 miliardo), dalle svalutazioni per le perdite dai principi contabili spalmate su 10 anni (1,2 miliardi) e da altri interventi fiscali non definiti (forse mancata deducibilità interessi passivi) per 1,2 miliardi. Per le assicurazioni vi sarà la rideterminazione degli acconti sui premi (1 miliardo). Ci sono poi 1,5 miliardi stanziati dal governo a favore dei risparmiatori delle banche fallite ma le risorse dovrebbero arrivare da altre fonti come i conti dormienti o la gara 5G.

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Per capire la severità delle misure basti pensare che nel primo semestre 2018, che sfruttava l’ancora buona congiuntura e uno spread attorno ai 100 punti, le prime cinque banche nazionali hanno avuto un utile cumulato di 5 miliardi di euro. All’Abi, nelle banche e nelle assicurazioni, che pure nei giorni scorsi avevano lanciato l’allarme per gli effetti negativi, non solo sui bilanci ma più in generale su famiglie, imprese e sulla crescita del paese, si è ancora prudenti. Prima di fare stime si resta in attesa di vedere come questi numeri verranno tradotti nelle misure. Così si sono espressi l’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel e il vice direttore generale di Abi Giafranco Torriero, mentre il presidente di Generali Gabriele Galateri ha chiesto di «fare attenzione al settore assicurativo» e alla sua importanza.

Ma il mercato ha subito reagito. A Piazza Affari, che aveva accolto con sollievo l’approvazione della manovra nei tempi previsti e uno spread sotto i 300 punti, una volta che le misure sono state analizzate si sono registrati scossoni. Il rimbalzo del listino milanese (con un rotondo +2,2%) non è bastato a far brillare i titoli del credito. Intesa è salita dell’1,4% e Generali dell’1,2%, Unicredit dello 0,81% mentre Mps ha chiuso in negativo del 2,4% Bper dello 0,86%, Banco Bpm dello 0,69%.

Per le banche italiane si prospettano quindi mesi difficili, nonostante i risultati sulla riduzione delle sofferenze (dimezzate dal picco della crisi a 40 miliardi) e il taglio dei costi raggiunti. Nel secondo semestre si avrà l’impatto della crescita dello spread sul portafoglio dei titoli di stato che, valutato a valori di mercato, eroderà il patrimonio oltre al rallentamento dell’attività economica. Se poi il differenziale resterà alto nei mesi successivi allora questo inizierà a traslarsi sui tassi applicati. Ma un altro pericolo, forse maggiore, è quello degli effetti sull’economia dall’aumento della tassazione sulle banche. Una parte dell’aumento sarà infatti passata ai consumatori e clienti finali via aumento delle commissioni mentre è possibile che si verifichi una stretta del credito erogato generando così un “moltiplicatore negativo” per la crescita.

La pace fiscale

L’accordo raggiunto dopo un lungo braccio di ferro sul decreto fiscale collegato alla legge di bilancio stabilisce un’aliquota al 20% per sanare il pregresso di chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi. Sarà prevista l’opzione di dichiarazione integrativa ma con la possibilità di far emergere fino ad un massimo del 30% in più rispetto alle somme già dichiarate e comunque con un tetto di 100.000 euro per periodo d’imposta. Per ridurre il contenzioso, si potranno inoltre sanare le liti con il fisco pagando senza sanzioni o interessi il 20% del non dichiarato in 5 anni in caso di vittoria del contribuente in secondo grado (o il 50% in caso di vittoria in primo grado). Allo stesso tempo, con la rottamazione ter delle cartelle Equitalia saranno cancellati sanzioni e interessi, dilazionando i pagamenti in 20 rate in 5 anni e arriverà lo stralcio delle minicartelle sotto mille euro accumulate dal 2000 al 2010.

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Il reddito di cittadinanza

«Nei prossimi giorni conoscerete tutti i numeri, ma è una misura omogenea su tutto il territorio» dichiara inoltre Di Maio, al termine del Cdm. «La grande sfida sarà rifondare i Centri per l’impiego, e la mia personale sarà quella di far tornare il sorriso alla gente quando parla di Cp – aggiunge -. Possiamo farla partire nei primi 3 mesi del 2019, ma stiamo lavorando già da 3 mesi con le Regioni per riformare il sistema della formazione – spiega -. Domani al Mise incontrerò tutti gli assessori regionali al Lavoro e ci metteremo ulteriormente al lavoro per questa sfida di civiltà, perché esiste in tutta Europa». Servono 9 miliardi (di cui 2,6 da attingere dalle risorse già stanziate per il Rei) a cui aggiungere un ulteriore miliardo destinato al rafforzamento dei centri per l’impiego. L’attivazione vera e propria della misura scatterà nei primi tre mesi del 2019. L’assegno da 780 euro, secondo quanto annunciato finora, verrà caricato sul bancomat, con una sorta di monitoraggio degli acquisti. Il sostegno sarebbe garantito solo a patto di frequentare corsi di formazione e di prestare 8 ore a settimana di lavoro socialmente utile. Il reddito verrebbe meno dopo il rifiuto di tre offerte di lavoro, ma con una specifica «geografica», con l’obiettivo di non penalizzare cioè chi non accetterà come prima offerta un’occupazione al di fuori della propria città o Regione.

Cartelle e pensioni

Il superamento della legge Fornero è una misura che entrambe le forze di governo rivendicano. L’obiettivo è di garantire la possibilità di andare in pensione a chi tra età e contributi arriva a `quota 100´, probabilmente partendo dalla combinazione 62-38. Il costo è di 7 miliardi di euro e il meccanismo dovrebbe partire a febbraio. Via sanzioni e interessi per tutti su cartelle e liti con il Fisco, con pagamento dilazionato in 20 rate trimestrali, cioè in 5 anni. Lo stralcio riguarda le cartelle sotto i 1000 euro ante 2010. A copertura della legge di bilancio arriverà dal taglio delle pensioni d’oro un miliardo in tre anni. L’intesa prevede decurtazioni sopra i 4.500 euro netti al mese. Il taglio nella parte di assegno non coperta dai contributi pagati porterà nelle casse dello Stato un miliardo di euro nell’arco di un triennio.

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Flat TaxIl forfait esiste già ed è al 15% per i professionisti con ricavi fino a 30.000 euro e per le altre categorie con ricavi fino a 50.000 euro. L’obiettivo è estendere la platea ad autonomi, Snc, Sas e Srl che optano per il regime di trasparenza con ricavi fino a 65.000 euro. Dai 65.000 ai 100.000 euro si pagherebbe un 5% addizionale. Le start up e le attività avviate dagli under35 godrebbero di un supersconto al 5%. Il costo è di circa 600 milioni il primo anno e di 1,7 miliardi a regime.

Stop ai doppi incarichi

Confermato anche lo stop ai doppi incarichi «alla De Luca». Dunque un presidente di Regione non potrà ricoprire la carica di Commissario alla sanità, poiché viene sancita l’incompatibilità. È lo stesso caso del governatore della Regione Lazio, Zingaretti.

Rc Auto

La novità è l’arrivo di un secondo decreto, che scorpora dal dl fiscale norme altrimenti non omogenee. Il dl rinominato «taglia scartoffie e leggi inutili» cancella oltre 100 adempimenti per le imprese” e ingloba misure per garantire una Rc auto «più equa»; per sancire l’incompatibilità tra ruolo di governatore regionale e commissario alla sanità «per non avere più casi De Luca»; per bloccare i pignoramenti della casa per chi ha crediti verso la P.a. (norma Bramini) e per bloccare «i medici furbetti che aumentano la lista di attesa per l’intramoenia».

Azzardo e sigarette

Nella manovra aumenta la tassazione sul gioco d’azzardo. Arrivano norme anche per chiudere il pregresso sulle sigarette elettroniche che negli obiettivi consentirebbe di salvaguardare migliaia di posti di lavoro nel settore.

Il pre-vertice

Poche ore prima si era concluso dopo due ore e mezza il vertice convocato dal presidente del Consiglio Conte sul decreto fiscale e sulla legge di Bilancio, cui avevano partecipato i vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Proprio in quel vertice era arrivato il semaforo verde sulla pace fiscale che partirà da subito. Secondo fonti della Lega l’intesa prevede, oltre a un tetto fissato a 100mila euro, una dichiarazione integrativa con un’aliquota al 20% sul maggiore imponibile Irpef dichiarato nei cinque anni precedenti. «Abbiamo ottenuto nessun salvacondotto per gli evasori», dichiarano fonti vicine al premier Luigi di Maio. Ma dal vertice filtrano anche altre indiscrezioni. Nel decreto fiscale sarà inserita una norma per l’arresto degli evasori fiscali. Mentre il taglio delle pensioni d’oro sarà nella legge di Bilancio, e a febbraio partirà la riforma delle pensioni con quota 100. In corso ora il Consiglio dei ministri che dovrà esaminare proprio decreto fiscale e il disegno di legge di Bilancio 2019-2021.

Bilancio italiano: perché la bagarre con Bruxelles è inevitabile

GABRIEL GRESILLON lesechos.fr 16.10.18

Roma ha presentato una proposta di bilancio in totale contraddizione con le regole europee. La Commissione europea non ha altra scelta che quella di uno scontro senza precedenti.

Va bene allo scontro. Se Bruxelles non intende essere formalizzata dal fatto che l’Italia ha giocato con i limiti delle regole europee  inviando il suo progetto di bilancio in extremis – nella notte tra lunedì e martedì – sembra chiaro, tuttavia che la Commissione europea non lascerà che la proposta italiana vada nel merito. Un confronto senza precedenti nella vita europea si profila.

Contraddizione palese

Confermando la sua intenzione di registrare un disavanzo pubblico pari al 2,4% del PIL nel 2019, Roma è in flagrante contraddizione con le norme europee. 

 

Il governo italiano, che gioca deliberatamente la carta della confusione focalizzando il discorso sulla regola del 3%, deve infatti rispettare un vincolo completamente diverso: quello di ridurre il suo deficit strutturale. Questo deficit, calcolato indipendentemente dalle fluttuazioni cicliche, deve in teoria essere ridotto di 0,6 punti percentuali del PIL all’anno. Date le flessibilità consentite, Bruxelles potrebbe tollerare, eccezionalmente, un calo del disavanzo strutturale di soli 0,1 punti percentuali del PIL nel 2019. Ma Roma annuncia … un aumento di 0,8 punti percentuali del PIL!

Unanimità europea

A questo approccio aritmetico vengono aggiunte considerazioni politiche. Roma sta tentando una resa dei conti quando la tolleranza per questo tipo di atteggiamento è al livello più basso negli Stati membri. Roma ha  “esaurito tutte le possibili flessibilità negli ultimi anni”, nota una fonte al Consiglio.

Questa linea di fermezza sembra unanime, come dimostrano le posizioni dei ministri  dell’ultimo Eurogruppo  : all’unisono, tutti hanno ricordato l’importanza di seguire le regole, l’unico modo per agire collettivamente. Nessuna domanda per la Francia, in particolare, che cerca di  ricostruire la sua credibilità di bilancio in Europa, per aprire la porta al lassismo. E il Comitato del bilancio europeo , un’istituzione progettata per esercitare la supervisione della Commissione europea, ha appena presentato una relazione molto critica, affermando che Bruxelles era stata troppo fluida con alcuni paesi …

Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, ha fatto eco a questo martedì in un’intervista ai media italiani. “Se accettiamo (…) slittamenti in relazione alle norme europee, è vero che in alcuni paesi ciò avrebbe l’effetto di coprirci di insulti e invettive, perché io e la mia Commissione siamo accusato da diversi governi in Europa (…) di essere stato troppo flessibile nei confronti dell’Italia “, ha affermato .

Procedura non pubblicata

Pertanto, Bruxelles ha due settimane per rigettare formalmente il bilancio italiano, un grande primato nella storia europea. Ci sarà un round trip che potrebbe portare, probabilmente la prossima primavera, al varo di una  “procedura per deficit eccessivo” . 

Con un debito che rappresenta il 131% del PIL, Roma sarebbe di nuovo un pioniere in Europa. Gli europei dovrebbero quindi stabilire un quadro per la riduzione del debito pubblico italiano. In una situazione di stallo che il governo italiano non mancherà di utilizzare elettorali se interverrà prima del maggio europeo 2019 …

Gabriel Grésillon
Ufficio di Bruxelles

La grande depressione II

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Scritto da Jeff Thomas tramite InternationalMan.com,

Ogni volta che un film è stato un grande successo, l’industria cinematografica cerca di seguirlo facendo un sequel. Il sequel è quasi invariabilmente molto più costoso, in quanto c’è l’anticipazione da parte di coloro che lo creano che sarà un blockbuster ancora più grande dell’originale.

La Grande Depressione degli anni ’30 è vista dalla maggior parte delle persone come l’essenza e la fine di tutte le catastrofi economiche e c’è una buona ragione per questo. Sebbene il ciclo economico sia sempre esistito, il periodo che portò fino all’ottobre 1929 fu insolito, poiché quelli del settore finanziario erano diventati insolitamente creativi.

I mediatori hanno incoraggiato le persone ad acquistare nel mercato azionario nel modo più pesante che potevano permettersi. Quando quell’attività iniziò a livellarsi, incoraggiarono le persone a comprare a margine. L’idea era che l’acquirente avrebbe messo solo una piccola parte del denaro per l’acquisto e il broker avrebbe “garantito” il pagamento completo al venditore. Come condizione per l’accordo, l’acquirente dovrebbe rinunciare al broker il diritto di vendere le sue azioni in qualsiasi momento che desiderava, se dovesse avvertire la necessità di farlo per farsi valere in caso di un significativo modificare.

Sia l’acquirente che il broker stavano comprando azioni con denaro che nessuno aveva. Ma il broker entrò nel gioco d’azzardo in modo che potesse addebitare commissioni, che sarebbe stato pagato immediatamente. L’acquirente entrò nel gioco d’azzardo, come gli era stato promesso dal broker che le azioni stavano “andando sulla luna” e che sarebbe diventato ricco.

Anche le banche sono entrate nel gioco. Un tempo, le banche prendevano denaro in deposito, quindi prestavano quei soldi con gli interessi. Avrebbero sempre trattenuto una percentuale del denaro depositato all’interno della banca per assicurare che potessero soddisfare qualsiasi richiesta normale di prelievi. Ma alla fine i banchieri hanno capito che, se erano disposti a giocare, potevano prestare molto più denaro – molte volte l’importo che avevano ricevuto in deposito. Finché pochissimi prestiti sono diventati cattivi, alla fine avrebbero   recuperato i soldi, con interesse.

E così, negli anni ’20, prestavano denaro alle persone in modo che potessero acquistare più pesantemente nel mercato azionario. Da quel momento in poi, un investitore che è stato escluso e che non poteva permettersi di acquistare più azioni, ha poi acquistato a margine. Quando non era più in grado nemmeno di permettersi di comprare a margine,  prendeva in prestito denaro dalla banca  per comprare a margine.

Ciò significava che solo una piccola percentuale del “denaro” che passava di mano esisteva realmente. La grande maggioranza dei fondi di investimento esisteva solo sulla carta.

Naturalmente, l’esistenza stessa di questa assurda anomalia dipendeva da un mercato che prosperava e si muoveva costantemente verso l’alto. Se per qualsiasi motivo, ci fosse un’improvvisa perdita di fiducia nelle banche, un gran numero di depositanti chiederebbe di ritirare i loro depositi e ci sarebbero fallimenti bancari, poiché le banche avevano giocato con denaro che non esisteva.

Allo stesso modo, se quella perdita di fiducia dovesse aver luogo per quanto riguarda il mercato azionario, un gran numero di azionisti proverebbero a vendere allo stesso tempo e il mercato collasserebbe, poiché i broker avevano giocato con denaro che non esisteva.

Negli anni ’20, le fortune venivano fatte da coloro che gestivano banche e case di brokeraggio – con una percentuale che superava di gran lunga qualsiasi cosa che fosse mai esistita.

Sfortunatamente, hanno creato la più grande bolla finanziaria della storia e, quando è spuntata, come fanno tutte le bolle, è esplosa in un modo molto grande.

Migliaia di banche sono state spazzate via. Migliaia di case di brokeraggio sono state spazzate via. E milioni di investitori sono stati spazzati via.

Non sorprende che siano state approvate leggi per assicurare che un tale disastro non possa mai più verificarsi. Di particolare importanza è stata la Glass Steagall Act.

Poi, nel 1999, Glass Steagall fu abrogato. Ciò è stato fatto sotto la guida del presidente della Fed, Alan Greenspan, ed è stato accettato prontamente dall’allora presidente Bill Clinton, poiché gli è stato assicurato che l’abrogazione avrebbe comportato un aumento drammatico degli investimenti, il che avrebbe assicurato un’eredità brillante per lui quando ha lasciato l’ufficio .

La mia prima reazione all’abrogazione è stata che, nel corso degli anni, avremmo visto investimenti irrazionali nel mercato immobiliare, resi possibili attraverso prestiti bancari. Ciò porterebbe a un crollo nel settore immobiliare, seguito da un crollo nel mercato azionario. Credevo che questa sconfitta sarebbe stata ostacolata dai governi, portando infine a un ulteriore incidente, e che quest’ultimo incidente sarebbe stato di proporzioni epiche.

Ma perché dovrebbe essere così? Perché il secondo incidente dovrebbe essere tanto più grande?

Bene, l’entità di un incidente tende ad essere uguale all’entità dell’anormalità economica che l’ha preceduta. Il crollo del 1929 fu maggiore di quello precedente, perché i banchieri e i broker avevano trovato nuovi modi per gonfiare la bolla oltre qualsiasi cosa fosse esistita prima.

Allo stesso modo, sono diventati ancora più creativi questa volta e hanno gonfiato la bolla ben oltre ciò che esisteva nel 1929. Il livello del debito supera di gran lunga qualsiasi cosa il mondo abbia mai visto.

L’incidente del 2008 è stato, in effetti, un mini-incidente. Nessuna correzione è mai avvenuta. Invece, è stato coperto da un massiccio aumento del debito, assicurando che, quando si verificò l’inevitabile grande incidente, la gravità sarebbe stata ben al di là di qualsiasi altro incidente nella storia.

Il seguito del crash del 1929 sarà molto simile ai sequel del film. Con i film, i produttori investono più denaro nel sequel di quanto speso nel film originale, nella convinzione che, se solo ci buttano abbastanza soldi, in qualche modo andrà meglio e renderà loro ancora più soldi dell’originale.

Allo stesso modo negli eventi economici, l’ipotesi è che, se una grande quantità di denaro fosse stata versata nell’ultimo crollo, sicuramente, creando questa volta ancora più debiti, il profitto da fare sarà molto più grande di prima .

E questo ha dimostrato di essere vero. Le istituzioni finanziarie sono entrate in un’era di profitto storicamente senza eguali. L’originale era un mostro e il sequel si rivelerà un mostro ancora più grande.

Certo, c’è una differenza tra film ed eventi economici. Con i film, i produttori incassano quando gli spettatori pagano la quota di ammissione. Con le crisi economiche, i produttori fanno la loro fortuna in vista del crollo. Lo stesso incidente passa semplicemente il conto del disastro agli spettatori.

La domanda che viene sempre posta prima di ogni incidente è “Quando accadrà?” Sfortunatamente, anche se le crisi possono essere analizzate e predette in anticipo, la data è più incerta. Il fattore decisivo è la  perdita di fiducia  da parte del pubblico in generale. Quando collettivamente si indeboliscono le ginocchia sul futuro economico – quando ritirano i loro depositi dalle banche e vendono le loro azioni sul mercato, la bolla improvvisamente scoppierà.

E così, la proiezione effettiva di questa particolare epopea potrebbe essere tra un anno, o potrebbe essere la prossima settimana. Quindi, potrebbe essere prematuro comprare la tua scatola di popcorn ora, ma, quando arrivano gli arresti, arrivano all’improvviso e senza preavviso.

Dal momento che non è possibile prevedere una data esatta, coloro che non desiderano essere vittime del crollo potrebbero desiderare di prepararsi per questo – liberarsi dal debito, liquidare beni che saranno svalutati in una crisi, trasformare i proventi in denaro reale (metalli preziosi) e di trasferirsi in un luogo che rischia di essere meno colpito dalla crisi monetaria e sociale che ne conseguirà.

Spread, mai accaduto in Italia: le banche lasciano solo il governo di Lega e M5s, la strana manovra d’agosto

liberoquotidiano.it 16.10.18

Spread, mai accaduto in Italia: le banche lasciano solo il governo di Lega e M5s, la strana manovra d'agosto

Le nostre banche si difendono dallo spread inguaiano lo Stato italiano. È il Corriere della Sera a rivelare la strategia occulta degli istituti di casa nostra, che in agosto “hanno iniziato mostrare un comportamento senza precedenti per le fasi di tensione finanziaria sul Paese”. “Anziché comprare titoli di Stato mentre gli altri investitori vendevano, in modo da contrastarne la tendenza – spiega Federico Fubini -, gli istituti si sono uniti alla corrente. Si sono alleggerite di debito pubblico dell’Italia”.

Traduzione: hanno iniziato a vendere i titoli di stato italiani che si trovavano in pancia, “anche a costo di contribuire all’aumento degli interessi a carico del Tesoro”. In un mese, l’esposizione del sistema creditizio nazionale non a caso è scesa di quasi 9 miliardi. Di fatto, l’esatto opposto di quanto accaduto durante la disastrosa crisi del 2011-2012 ma pure a maggio scorso. Questo perché oggi l’allarme per l’aumento dello spread legato alla manovra e ai dubbi politici sul governo di Lega e M5s potrebbe causare un disastro per le casse degli istituti: “Un allargamento di 100 punti (1%) può produrre in aggregato 1,8 miliardi di perdite in bilancio per i primi tre istituti del Paese, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco-Bpm“. Ecco perché il matrimonio (d’interesse) tra governo e banche starebbe finendo, in silenzio e a tutto danno dell’esecutivo.