Popolare Bari, Popolare Sondrio e non solo. Che cosa succederà alle banche di credito cooperativo

 startmag.it 17.10.18

Domani il Consiglio di Stato si pronuncerà sui ricorsi presentati contro l’applicazione della legge di riforma delle banche popolari che la Consulta ha comunque ritenuto costituzionalmente legittima. I profili attuativi riguardano, tra gli altri, l’ammissibilità della costituzione di una holding cooperativa in occasione della obbligatoria trasformazione in Spa delle «Popolari» da deliberare entro il prossimo 31 dicembre.

È possibile che il Consiglio si pronunci anche sulle modalità del rimborso dei soci dissenzienti che abbiano esercitato il recesso in relazione alla suddetta trasformazione. Già la Corte Costituzionale ha fissato dei paletti al riguardo ammettendo la possibilità di una limitazione (nel quantum) ovvero di un rinvio del rimborso, ma in entrambi i casi debbono sussistere precise ragioni di tutela della stabilità della banca e, nell’eventualità del rinvio, la permanenza di tali motivazioni deve essere puntualmente monitorata dal consiglio di amministrazione dell’istituto che ha deciso la proroga.

Più interessati di tutti alla sentenza sono i due istituti non ancora trasformati: la Popolare di Bari e la consorella di Sondrio. Ma gli argomenti, per esempio il recesso, sono tali da interessare anche le altre banche, pure quelle già trasformate. Siamo così in presenza degli ultimi sviluppi di una riforma pessimamente progettata, per di più emanata nel 2015 con un decreto legge in un contesto di opacità tuttora all’esame dell’Autorità giudiziaria: una revisione, insomma, che ben avrebbe potuto essere diversamente strutturata attraverso il coinvolgimento della categoria, come poi è avvenuto per la riforma delle Bcc, anche per la negativa esperienza fatta con quest’ultima rivisitazione. L’ipotesi della holding cooperativa e della spa realizzata attraverso lo scorporo d’azienda ben avrebbe potuto essere la strada principale della rivisitazione. Da anni su queste colonne l’avevamo indicata, prima ancora della normativa del 2015.

Stando alle cronache, comunque l’ammissibilità di una tale holding sarebbe un argomento che interesserebbe soprattutto la Popolare di Sondrio , mentre la Popolare di Bari, certamente non disattenta anche a tale ammissibilità, ha già stabilito per il 16 dicembre la convocazione dell’assemblea per la trasformazione in spa. È chiaro, in ogni caso, che il completamento del quadro normativo-applicativo del recesso e del conseguente rimborso impatta decisamente sull’adesione dei soci alla trasformazione.

Per esempio, il rinvio eventuale, determinando per di più una prospettiva di incertezza, peserebbe come un macigno sul cambiamento della natura giuridica per ovvie ragioni riguardanti l’adesione di nuovi azionisti. Se a ciò si aggiungono le iniziative di qualche Authority, nel caso specifico la Consob – le cui recenti decisioni sanzionatorie nei confronti di una parte dei vertici della «Bari» vengono erroneamente considerate dalle cronache come definitive e immutabili, mentre sarebbe avviata anche in sede giurisdizionale la relativa contestazione – si comprende facilmente quale groviglio di problemi può presentarsi anche nell’ultimo tratto di applicazione dell’inadeguata riforma.

Non sarà mai sufficiente considerare quanto su questa materia la Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche – che pure ha prodotto dei risultati interessanti, mentre è platealmente fallito il tentato attacco campale alla Banca d’Italia – abbia paradossalmente indotto possibili ipercorrezioni nei comportamenti. Ma l’aver detto della situazione della «Bari» suggerisce pure che questa della realizzazione della riforma potrebbe essere l’occasione per valutare l’opportunità di un progetto aggregativo di diverse Popolari meridionali che, concentrate e mantenendo comunque il diffuso insediamento territoriale evitando le sovrapposizioni, potrebbero dare vita a un sistema del tipo di quello delle Bcc, fatte le dovute distinzioni anche dimensionali, che tornerebbe vantaggioso per la stabilità, l’efficienza e la competitività, a beneficio, più in particolare, dell’economia dei territori e dei risparmiatori – investitori, nonché dei prenditori di crediti.

Sarebbe anche un modo per corrispondere alle esigenze di una riattualizzazione della politica meridionalistica che da tempo appare spenta o, addirittura, accantonata come se fosse diventato «fuori moda» o anacronistico il solo parlarne ovvero, ancora, come se fossero stati risolti tutti i problemi secolari del dualismo territoriale. In definitiva, sarebbe una riforma che, a questo punto, verrebbe vissuta non come quasi penalizzatrice, ma come un passaggio per la realizzazione, in ascesa, di una forma plurale di intermediazione. Le istituzioni direttamente e indirettamente competenti dovrebbero valutare una tale iniziativa.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)