Disperato anti-schiavistico

di Alessio Mannino – 18 ottobre 2018 lintellettualedissidente.it

Non ci vedevamo da anni, Alberto ed io. Il nome è di fantasia, mentre quella faccia larga, ruvida, arcitaliana, è reale, realissima. Sei anni fa lo avevo incrociato, per i casi della vita, e ne era venuta fuori un’intervista: allora 48enne, origini pugliesi ma straveneto di modi e mentalità, gli luccicavano gli occhi, a raccontarmi la sua storia. Una vita di normale abisso della quotidianità: nel 2006 aveva perduto il lavoro, e da allora non lo ha più ritrovato. Dodici anni di vita sul filo della precarietà.

Sempre grazie al dio Caso, ho avuto la fortuna di rincontrarlo qualche giorno fa. A ogni sigaretta accesa, la mano verso di me ad offrirmene una. No, gli faccio, le ho. Lui niente, imperterrito, ha la generosità come tic nevrotico. Dai, facciamoci qualcosa bere – mi fa. Figuriamoci se gli dico di no. Ma alla fine lo frego, e pago io. Ovviamente, si imbufalisce.

Come te la passi, vecchio mio? Esattamente come allora, come sempre:

a 54 anni non è giusto  correre da un lavoretto all’altro, col rischio di farmi licenziare dopo qualche mese perché la ditta non ha più bisogno di me.

Disoccupazione intermittente, con l’angoscia che si infiltra dentro e diventa la tua vera occupazione. Un tempo faceva l’agente assicurativo. Poi, negli anni ’90, la depressione:

fu scatenata da vicende familiari. Piombai nel male oscuro, che nel 2000 mi portò alle dimissioni dall’agenzia assicurativa per la quale lavoravo: non reggevo più il carico di lavoro.

Cominciava così l’odissea degli impieghi temporanei:

pur stando male, dovevo campare, e ho dovuto fare di tutto: l’operaio, il muratore, il magazziniere. Vivere aspettando la chiamata dell’agenzia interinale, non è vita. Quando ti va bene ti rinnovano il contratto ogni due mesi, e io in media ho avuto impieghi di un anno. Ogni volta devi imparare in fretta il tuo nuovo lavoro, e ci sono posti dove non ti rispettano, tanto dopo qualche mese te ne vai. Così a volte li ho mandati a quel paese io. Ho ancora una dignità.

Ha vissuto, in pratica, col reddito dei suoi risparmi in banca e con la pensione materna. La via d’uscita, in questi casi, è il lavoro nero:

è una necessità. Io vorrei aprire un’impresa edile, ma mi manca il capitale iniziale. Come faccio? Le banche mi sbattono la porta in faccia. Così devo cercare un lavoro da dipendente, ma vogliono solo giovani.

Adesso se la cava un po’ meglio anche grazie alla compagna che lavora: in due, si danno una mano.

È disilluso e stanco dello schifo che ha subìto:

Non vado a votare da un pezzo, per me è tutto il sistema che ha fallito. Il lavoro è diventato una fatica senza senso, ti fanno sgobbare per battere i cinesi. Ma chi vuoi battere, se loro hanno un’economia senza debito e – ho studiato, eh – liberi di battere moneta? Dobbiamo sacrificare questo sputo che è il nostro passaggio fra nascita e morte per competere a tutti i costi? Ma vaff…

Alberto viene da sinistra:

quando arriva il primo giorno di maggio mi incazzo: cosa c’è da festeggiare e da cantare? La sinistra si è venduta, fa ridere i polli. Per forza i disperati, i senza-speranza, preferiscono i 5 Stelle o la Lega. Ben venga il sussidio di cittadinanza: la Repubblica non deve forse garantire una vitaccia degna a tutti? La gente si ammazza, perfino gli imprenditori si suicidano, e dobbiamo sottostare a regole per accontentare l’Europa e la Germania e qualche infame speculatore di mestiere che sposta miliardi di risparmi (dei fessi, non certo miei, col cavolo!) da una Borsa all’altra. Dovrebbero passare quello che ho passato io e tanti come me, e forse capirebbero che la vita è una, una soltanto. Al diavolo il pareggio di bilancio, io voglio dignità.

Gli chiedo cos’è, questa benedetta dignità. È vivere senza ansia.