L’Ironman 2018 è ancora un vegetariano!

Marcello Pamio disinformazione.it 19.10.18



Marcello Pamio

I dogmi ufficiali stanno saltando uno alla volta.
Nella nutrizione collegata allo sport era impensabile, fino all’altro giorno, un atleta professionista che non si nutrisse esclusivamente di proteine e grassi animali. Fantascienza.
Nulla di nuovo, d’altronde all’università il mantra è sempre lo stesso: l’uomo è una macchina proteica, una specie di caldaia dove si mette dentro il carburante per produrre dell’energia.
Semplice matematica.

Se con l’attività e lo sport consumiamo le riserve proteiche (aminoacidi), queste le troviamo nelle nobili proteine che gli animali sacrificandosi ci mettono gentilmente a disposizione. Il discorso non fa una piega, anche se tale discorso è completamente falsato all’origine.
A causa di queste devianze la maggior parte degli sportivi agonistici ingollano quantità industriali di zozzerie inenarrabili, solo perché il loro nutrizionista e/o preparatore trasuda ortodossia.
Per fortuna nel mondo sempre più persone (per scelta o per necessità) e sempre più atleti hanno capito che qualcosa non torna in questa visione materialista e nichilista e lo stanno dimostrando al mondo.

Ironman Triathlon
Una delle competizioni più disumane che esista è il cosiddetto Ironman.
Si tratta di un triathlon che contempla tre sport: nuoto, ciclismo e corsa. Stiamo parlando di quasi 4 km a nuoto, 180 km in bici e 42 km a piedi: tutto nella stessa gara!
Alle Hawaii si disputano dal 1978 i Campionati del mondo di Ironman.
Quest’anno a vincerlo è stato il superman Patrick Lange che ha frantumato il record del 2017, con un tempo di 7h 52min e 39s contro le 8h 1min e 40s della precedente edizione.
Fin qui la notizia non c’è, anche perché ogni anno qualcuno vince il trofeo; la cosa interessante è che Lange non mangia carne! Ebbene sì, l’atleta tedesco è vegetariano da oltre 8 anni!

«Quando scopri – ha dichiarato in una recente intervista – gli effetti di una dieta sana sul tuo corpo, non hai bisogno di nient’altro». E i risultati gli danno ragione.
A colazione, invece di ingurgitare bacon fritto con uova strapazzate, il tutto irrorato da un bicchiere di latte vaccino, Lange mangia «fiocchi di grano e avena, noci, cocco tritato e semi di girasole» irrorati da latte di mandorla.
Nel periodo prima delle preparazioni alle Hawaii, cioè quando si doveva allenare duramente per sei o sette ore di fila ogni giorno, ha usato molti «frullati, barrette energetiche e integratori di proteine», ovviamente vegetali.
Alla stampa ha spiegato i motivi della sua scelta di vita: «mio zio ha una macelleria dove lavoravo spesso durante le vacanze e quindi vedevo macellare i maiali. E – come diceva Paul McCartney– chiunque abbia mai visto l’interno di un macello prima o poi diventa vegetariano».
Anche il grande Leone Tolstoi soleva dire che se i macelli avessero le pareti di vetro, quindi trasparenti, tutti diventerebbero vegetariani. Ma siccome l’industria della morte non ci fa vedere nulla, e trasmuta degli animali in pezzi che non ricordano la loro origine, l’uomo miope continua imperterrito con l’ecatombe, ammalando se stesso e la Natura…

Il caso di Peter Lange però non è certo l’unico.
Come non ricordare il grandissimo Dave Scott, chiamato la “leggenda sportiva” perché per ben sei volte (1980-1982-1983-1984-1986-1987) vinse la competizione alle Hawaii dell’Ironman.

Si dà il caso che pure Scott in quel periodo era vegetariano!
Come la mettiamo a questo punto? Rimaniamo fermi e ancorati alle idiozie di una scienza della nutrizione di stampo medioevale che considera primario il conteggio delle calorie e delle proteine? Ci mettiamo col bilancino radicati in una visione disumanizzante che ancora distingue i 21 aminoacidi in essenziali e non essenziali, collocando guarda caso i primi nelle proteine animali?
Oppure iniziamo a cestinare le bilance comprendendo che l’organismo umano non è una pentola a pressione statica ma un organismo dinamico complessissimo; che in Natura c’è tutto quello che serve all’uomo e all’animale per stare bene e in salute. I casi (emblematici per la scienza) di Dave Scott e Peter Lange rappresentano la prova vivente, la dimostrazione inequivocabile che l’uomo nutrendosi a base vegetale non solo è in grado di raggiungere uno stato di salute e benessere ottimali, ma è in grado anche di vincere la più massacrante gara sportiva che esista al mondo!
Ovviamente questo per Big Pharma e Big Foodnon è una buona notizia…
La bella notizia invece è che dopo aver smantellato il record mondiale, pochi metri dopo il traguardo, Lange ha avuto ancora il fiato per chiedere alla fidanzata di sposarlo.

“Sei un disastro, un imbarazzo per i tuoi genitori” – L’amministratore delegato Rage all’analista Goldman durante la chiamata di guadagni

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

E hai pensato che Elon Musk l’avesse perso …

Durante la telefonata dei guadagni questa mattina, l’amministratore delegato di Cleveland-Cliffs, Lourenco Goncalves, 60 anni, ha scatenato un fiume di abusi contro un analista di Goldman Sachs (così come i venditori allo scoperto) che minacciavano di

La chiamata non è andata a buon fine:

“… prima di chiamare la prossima domanda, c’è un ragazzo di nome Matthew Korn che aspetta in fila per fare una domanda.

Lui è – si definisce un analista e lavora per Goldman Sachs.

Matthew Korn, se sei nella chiamata, sono ancora le 10:42, perché non fai una domanda strana. Sarò felice di rispondere . “

E dopo aver risposto ad alcune domande – in una chiamata calma e ordinata – Goncalves è andato al muschio …

“… alcuni degli analisti che non possono leggere i numeri …

È incredibile che questa grande banca impieghi ancora questo tipo di persone, voi ragazzi dovreste dimettermi per la vostra mancanza di conoscenza delle cose,perché non è come se non capiate … siete tra i migliori, non è come se non lo foste ” Comprendiamo la nostra attività, non capisci, non capisci la tua attività.

Sei un disastro Sei un imbarazzo per i tuoi genitori. Con questo detto, useremo i soldi per premiare gli azionisti a lungo termine “.

https://player.cnbc.com/p/gZWlPC/cnbc_global?playertype=synd&byGuid=7000046692&size=530_298

Ascoltate gli amministratori delegati di Cleveland-Cliffs come candidati alla teleconferenza da CNBC .

Goncalves passò quindi ad attaccare i corti:

“Quindi se il titolo continua a scendere, sulla base di questi ragazzi che giocano con i computer e il denaro di qualcun altro, stiamo per riacquistare azioni.

Stiamo per rovinare così tanto questi ragazzi che non credo che saranno in grado di dare le dimissioni. Dovranno suicidarsi. Quindi stiamo andando a rovinare così tanto questi ragazzi che sarà divertente guardarli. Questa sarà la mia prima priorità oltre alle due massime priorità di finire HBI e pagare il debito.

Stai scherzando con un ragazzo sbagliato. Questo è il mio messaggio per te. Ho intenzione di fare con te esattamente quello che ho fatto a Nashwauk per un po ‘. Quindi sarai il prossimo in fila. Ricorda, sei il mio prossimo secchio di scarpe …

… sarà tutto fatto per infliggere il massimo dolore a questi ragazzi. Mi sveglio ogni mattina al mattino, guardando questi ragazzi e andrò a letto la sera tutti i giorni a pensare a questi ragazzi. E questo è un brutto posto. Questo è il messaggio che vorrei esprimere in questa chiamata. “

Goncalves ha riacquistato la sua compostezza e ha risposto ad alcune altre domande prima che la chiamata finisse, ma un diffusore non verificato proprio alla fine ha scatenato questa tirata …

“Sì. Con ciò, abbiamo finito e Matthew Korn di Goldman Sachs, puoi correre, ma non puoi nasconderti.

Ti vedrò alla Goldman Sachs Conference, molto presto e porterai il tuo capo delle materie prime perché mi devi questo per l’ultimo anno. Sarà più facile per te se hai il ragazzo delle materie prime con te che mi intervisti. Se sei da solo, sarebbe molto peggio, sarà male, non importa quale, ma sarà molto peggio se sei solo.

Porta la merce che ragazzi o ragazze con te perché ti prometto l’anno scorso che mi prenderò cura di lui / lei la prossima volta e la prossima volta arriverà. Probabilmente il tempo è lì, l’orologio non si ferma. Ci vediamo presto. Grazie per avermi seguito questa chiamata oggi. Ciao, per ora.”

La domanda è: vieterà a Goncalves Twitter di ferire i sentimenti di Korn?

Italia lampeggia? Roma ha detto di considerare l’obiettivo di ridurre il disavanzo al 2,1%

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

In quella che potrebbe essere la conferma che i recenti disordini sui bond italiani hanno finalmente spaventato il governo di coalizione italiano in “battito di ciglia” nel suo standoff con la Commissione Europea, il quotidiano Il Foglio riferisce che “alcuni consiglieri economici” stanno spingendo i partner della coalizione a ridurre l’obiettivo di deficit dell’Italia per 2019 a seguito delle pressioni di Bruxelles (e dei vigilantes).

In particolare, il quotidiano cita fonti anonime secondo cui alcuni consulenti della Lega e delle Cinque Stelle favorirebbero una riduzione del target del deficit dall’attuale 2,4% con il 2,1% considerato come possibile compromesso.

Come promemoria, ieri la commissione ha respinto il budget proposto dall’Italia, dicendo che era eccessivo, e la deviazione dagli orientamenti dell’UE era “senza precedenti”.

Nel frattempo, le tensioni all’interno della coalizione di governo stanno crescendo, il vice primo ministro italiano Salvini ha interrotto le manifestazioni linguistiche nell’Italia settentrionale, dove il suo partito combatterà domenica alle elezioni regionali, per tornare a Roma in mezzo allo stallo con l’Europa.

Bloomberg ha riferito che mentre i mercati italiani sono crollati venerdì con l’Unione Europea che si prepara a respingere il bilancio del 2019 in Italia, Salvini è stato coinvolto in uno spasmo con il suo socio di coalizione, Luigi Di Maio del Movimento a cinque stelle, sulla politica fiscale. Nello specifico, Di Maio ha accusato il partito pro-business di Salvini, la Lega, di segretamente addolcire una proposta di amnistia fiscale che in un primo momento avrebbe acconsentito a malincuore. Salvini ha negato che qualcosa di simile sia mai accaduto e sta tornando dal Trentino vicino al confine con l’Austria per sradicare la questione in una riunione di gabinetto a Roma alle 13.00 di sabato.

“I nostri nemici sono fuori, non all’interno del governo – parliamo di questo come di una famiglia”, ha detto Salvini in un video di Facebook Live. Alcuni legislatori della Five Star agiscono come se fossero in opposizione al governo, ha aggiunto.

L’amministrazione è sotto il fuoco degli investitori e dell’UE. Con i rendimenti delle obbligazioni in ascesa, il programma di spesa del 2019 è stato attaccato da diversi leader europei durante un vertice a Bruxelles questa settimana, quando la Commissione europea ha avvertito che il suo progetto di bilancio non volerà.

“Se uno infrange queste regole e l’Italia diverge da Maastricht, allora significa che l’Italia sta mettendo in pericolo se stessa e ovviamente mettendo in pericolo gli altri”, ha detto il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ai giornalisti, riferendosi al trattato di Maastricht che governa la moneta unica. L’Unione non è disposta ad assumersi questo rischio “.

Il mercato è stato veloce a punire l’Italia venerdì mattina quando lo spread tra le obbligazioni decennali italiane e tedesche ha raggiunto il massimo di cinque anni di 341 punti base venerdì dopo che il premier Giuseppe Conte non è riuscito a convincere i suoi partner europei che l’Italia avrebbe dovuto il regolamento fiscale dell’UE.

Anche se Di Maio e Salvini hanno entrambi escluso di apportare modifiche al budget mentre cercano di mantenere le promesse elettorali tra cui “reddito del cittadino” per i poveri, tagli alle tasse e un’età pensionabile più bassa, stanno lottando per l’amnistia fiscale pianificata .

Di Maio ha detto mercoledì che qualcuno ha cambiato la lingua nel progetto di decreto del governo per consentire agli italiani di aggirare il limite di 100.000 euro ($ 115.000) su cui il suo partito aveva insistito. La Lega aveva spinto per un tetto di 1 milione di euro, secondo quanto riferito dalla stampa locale, e Di Maio stava chiaramente puntando il dito contro la squadra di Salvini.

Nel frattempo, il primo ministro Conte ha detto in un post su Facebook che il dibattito tra i diversi gruppi della coalizione è stato a volte “vivace”, ma il governo ha “dimostrato di essere in grado di lavorare in squadra”. Tuttavia, la crescente acrimonia all’interno della coalizione ha messo in dubbio che i maggiori nemici italiani siano effettivamente “al di fuori”, e se la mancanza di un compromesso non porterà a un collasso nel relativamente nuovo governo populista.

La Svizzera non è un paradiso per gli 007

tvsvizzera.it 19.10.18

“La ricreazione è finita”: questo il messaggio lanciato venerdì dal capo del servizio delle attività informative, Jean-Philippe Gaudin, dopo i suoi primi cento giorni oggi alla guida dell’intelligence elvetica. L’avvertimento è indirizzato a tutti quei servizi segreti che intendono attaccare infrastrutture o organizzazioni internazionali con sede in Svizzera.

VIDEO CLICCA

Come c’era da aspettarselo, nella presentazione davanti ai media, sia Gaudin che il consigliere federale Guy Parmelin hanno accennato, incalzati dai giornalisti, al caso di spionaggio cui è stata bersaglio la Svizzera da parte di agenti dell’intelligence militare russa, alcuni dei quali arrestati in Olanda grazie anche alla cooperazione elvetica. Bersaglio degli 007 russi, mediante cyberattacchi, figuravano l’Agenzia mondiale antidoping a Losanna e, altre organizzazioni, tra cui il Laboratorio chimico dell’esercito di Spiez.

Nuova legge

Grazie alla nuova legge, che conferisce maggiori possibilità di intervento, e alla cooperazione con altri servizi, è stato possibile sventare gli attacchi, ha sostenuto Gaudin, secondo il quale i risultati non sarebbero stati gli stessi senza i nuovi strumenti di indagine messi a disposizione con la rivista legge entrata in vigore a inizio settembre 2017.

Spie russe sempre attive in Svizzera

Ad ogni modo, nelle parole di Gaudin, la presenza di agenti dello spionaggio russo in Svizzera è sempre stata importante; anzi il numero di loro ufficiali nel nostro paese è cresciuto negli ultimi tempi, ha dichiarato il vodese di 55 anni con una lunga carriera militare alle spalle.

Tale presenza viene monitorata, anche in relazione ad un possibile tentativo da parte dei russi di influenzare le prossime elezioni federali dell’autunno 2019, eventualità che preoccupa anche altri Paesi, come gli Stati Uniti. Ad ogni modo, Gaudin ha voluto precisare che non ci sono solo i Russi che spiano. 

Oltre al pericolo dei cyberattacchi, per il responsabile del servizio di intelligence elvetico rimane tutt’ora elevato il pericolo del terrorismo, specie di matrice islamica. Il rischio maggiore, secondo Gaudin, è rappresentato dalla radicalizzazione e dal ritorno in Svizzera di combattenti, con famiglia al seguito. Si tratterà di “una sfida importante e complessa per la Svizzera”.

 

Bankitalia, sui titoli di Stato è fuga degli stranieri

Andrea Montanari milanofinanza.it 19.10.18

ignazio visco

L’Italia è nel mirino non solo dell’Europa, ma anche dei grandi investitori internazionali. La complessa situazione politica successiva all’esito del voto elettorale dello scorso 4 marzo pesa parecchio sulla fiducia che viene riposta nell’economia nazionale e nella solidità del sistema. E ovviamente, la bocciatura preventiva della Ue alla manovra finanziaria è l’ultimo campanello d’allarme. Questa situazione di difficoltà oggettiva è certificata dalla Banca d’Italia. Secondo il bollettino economico dell’istituzione di via Nazionale, “gli acquisti di titoli pubblici italiani effettuati da non residenti nel periodo tra gennaio e aprile (41,7 miliardi) sono stati più che compensati dalle vendite registrate in maggio e in giugno (57,9 miliardi nei due mesi), in concomitanza con le tensioni sui mercati finanziari del nostro paese. A luglio e agosto gli investitori esteri hanno venduto titoli del debito sovrano complessivamente per 8,7 miliardi”. Inoltre nel periodo gennaio-agosto i non residenti hanno ridotto le consistenze di titoli italiani di 42,8 miliardi. I disinvestimenti hanno riguardato soprattutto i titoli pubblici (24,9 miliardi) e le obbligazioni bancarie (12,4 miliardi). Una conferma del sentiment globale nei confronti dell’Italia, in attesa che entro fine mese si pronuncino poi le agenzie di rating: il 26 dovrebbe toccare a S&P’s.

Le tensioni sui mercati finanziari e in borsa, con lo spread che vola oltre quota 300 (ora è a 325 punti base) sta avendo un effetto negativo sull’andamento dei titoli del sistema bancario, che rischia così di essere minato nella sua ricerca di stabilità dopo anni difficili. “La situazione delle banche è in via di miglioramento ma gli istituti di credito risentono dell’andamento negativo in borsa”, certifica Bankitalia, per la quale “dall’inizio dell’anno le condizioni reddituali e patrimoniali delle banche sono significativamente migliorate. Tuttavia sia i corsi azionari, in rialzo di oltre il 10% nel primo quadrimestre, sia i premi per il rischio sui titoli obbligazionari del settore bancario hanno risentito delle incertezze del mercato finanziario italiano”.

Sempre su questo tema nel bollettino dell’istituzione governata da Ignazio Visco si legge: “A metà ottobre le quotazioni delle aziende di credito, che erano cresciute significativamente nel 2017, risultavano in calo rispetto alla prima metà dell’anno; i premi sui cds dei principali istituti erano più elevati di 40 punti base rispetto alla fine di giugno (di circa 110 rispetto alla fine di marzo). Anche il tasso medio sui nuovi prestiti alle imprese è lievemente aumentato, pur rimanendo su valori molto bassi nel confronto storico”.

In questo panorama complesso e articolato, c’è perà un elemento di positività. Perchè continuano a diminuire i crediti deteriorati in pancia al sistema bancario. Nel terzo trimestre è proseguito il miglioramento della qualità del credito: “Al netto delle rettifiche di valore, l’incidenza dei crediti deteriorati sul totale dei finanziamenti è ancora scesa, al 4,7% nel secondo trimestre”, si legge nel documento di via Nazionale.

Altro elemento che viene analizzato nel bollettino è la situazione economica del Paese. Perché, dalle elaborazioni effettuate dai tecnici di Banca d’Italia, la crescita economica prosegue, ma si sarebbe attenuata nel terzo trimestre. “Nel secondo trimestre la forte espansione degli investimenti ha contribuito a sostenere la crescita, mentre le esportazioni sono rimaste stabili, risentendo della debolezza del commercio mondiale. Gli indicatori congiunturali disponibili suggeriscono che nei mesi estivi la dinamica del prodotto avrebbe rallentato, attorno allo 0,1% sul periodo precedente, riflettendo un ristagno della produzione industriale, una prosecuzione della crescita nei servizi e un contributo moderatamente positivo delle costruzioni”, specifica ancora il bollettino. “Sono rimasti favorevoli gli indici di fiducia del settore edile, delle famiglie e delle imprese manifatturiere; specialmente per queste ultime sono tuttavia emersi segnali di minore ottimismo nel corso dell’estate, con l’inasprirsi delle tensioni commerciali internazionali. Il sondaggio condotto presso un campione di imprese dell’industria e dei servizi, si legge ancora nel bollettino, segnala per il complesso del 2018 la prosecuzione della crescita degli investimenti, sia pure in misura inferiore a quanto programmato a inizio anno”.

Infine, uno sguardo sui consumi delle famiglie che “sono rimasti invariati nel secondo trimestre, ma sarebbero cresciuti nei mesi estivi, sostenuti dal deciso aumento del reddito disponibile”, si legge nel bollettino. “Le immatricolazioni di autoveicoli sono diminuite per il secondo trimestre consecutivo”. Mentre, per quel che attiene al reddito disponibile, al netto dell’inflazione, “ha ripreso a crescere, beneficiando anche della spinta proveniente dal mercato del lavoro. Nella media dell’ultimo anno la propensione al risparmio è aumentata all’8%.

Bond, il clan dei rating colpisce ancora: titoli tossici classificati Tripla A

di Alessandro Plateroti ilsole24ore.com 19.10.18

Domanda da un miliardo e mezzo di dollari: è possibile dare un rating senza accorgersi che il bond è di una mucca e non di un banchiere? È quanto si è chiesta la Sec dopo la scoperta nei server di Standard & Poor’s di un messaggio un po’ strano: «I nostri modelli di analisi non riescono a catturare la metà dei rischi di un derivato sui mutui: se ci chiedessero di valutare un bond strutturato da una mucca, daremmo un rating anche a quello». 

GUARDA IL VIDEO / Lo spauracchio per Piazza Affari? Il «taglio» delle agenzie di rating

Ecco com’è finita: dopo tre anni di infruttuosa battaglia giudiziaria, quel messaggio ha convinto il colosso dei rating a chiudere in gran fretta e con un patteggiamento record da 1,3 miliardi di dollari l’inchiesta federale sulle manipolazioni dei rating nella crisi dei mutui. E questo, dopo aver già patteggiato poco prima un’altra sanzione da 150 milioni di dollari per chiudere un altro filone di inchiesta sulle “valutazioni allegre” dei derivati immobiliari.

In totale, dopo aver rifiutato qualunque ipotesi di accordo per oltre tre anni, la prima agenzia di rating del mondo ha saldato quindi con un assegno da un miliardo e mezzo di dollari buona parte delle battaglie legali sul decennio degli scandali e non solo negli Stati Uniti. In India, per esempio, il governo è stato appena costretto a nazionalizzare la IF&LS (si veda articolo in basso), una «banca ombra» che le agenzie di rating consideravano «tripla A», cioè il massimo della sicurezza: in realtà, annaspava tra i debiti da più di un anno. Solo il 7 agosto, quando il default è diventato chiaro a tutti, l’agenzia di rating Icra l’ha declassata a doppia A, appena al di sotto del voto più alto della scala. A fine ottobre, la bancarotta è stata ufficializzata, ma il rating non era cambiato. Casi analoghi in Cina e in Russia: alla Dagong, la più grande agenzia di rating cinese, è stato vietato dal governo di prendere nuovi clienti per almeno un anno, oltre al divieto di emettere valutazioni sui derivati fino a nuovo ordine. 

E solo lunedì 15 ottobre, è scoppiato il caso della Xinjiang Production and Construction Corps, una banca ombra cinese arrivata al con un rating (da poco tagliato) doppia A dell’agenzia Shanghai Brilliance Credit Rating & Investors Service Co: anche in questo caso sono scattate le contromisure del governo. E questi sono due esempi tra i tanti. Dall’America all’Europa, dalla Russia alla Cina, una miriade di sanzioni, risarcimenti e nuove inchieste hanno riportato alla luce gli stessi problemi di dieci anni fa: governance inconsistente, controlli interni inadeguati, conflitti di interesse e modelli di analisi dei derivati di cui nessuno riesce a capire logica e funzionamento. Compreso chi fa i rating: come Moody’s, per esempio.

La seconda agenzia del mondo per quota di mercato è stata costretta a patteggiare 60 giorni fa una multa di oltre 15 milioni di dollari per violazioni sulle procedure di calcolo che applica regolarmente su alcune classi di bond: in 54 casi non è neppure riuscita a spiegare per quale motivo i rating assegnati fossero materialmente diversi dai risultati impliciti previsti dai modelli di valutazione utilizzati per i derivati. Se si pensa che solo in Europa circolano derivati che hanno un valore nozionale di oltre 660mila miliardi di euro, il problema non è di poco conto. E tenerlo presente è importante anche in vista del probabile scontro in arrivo tra il governo italiano e le agenzie di rating: Moody’s deciderà infatti entro il 26 ottobre se declassare il debito sovrano, aprendo la strada alle altre due grandi concorrenti. Anche per questa ragione – e non certo per vendetta – Il Sole 24 Ore ha messo sotto osservazione il divario tra gli impegni presi formalmente dalle «Big Three» nei loro patteggiamenti con la realtà dei fatti e l’opinione del mercato. Il risultato è preoccupante.

Riforme e risultati 

Sulla carta, gli Stati Uniti hanno risposto nel 2010 all’ondata di scandali con la legge «Dodd–Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act», mentre l’Europa ha affidato nel 2011 all’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, la vigilanza e la stretta regolatoria contro gli abusi delle agenzie di rating. Ebbene,i cambiamenti su cui si puntava di più – come l’apertura a nuove agenzie, l’introduzione di nuovi strumenti di vigilanza, la trasparenza sulle metodologie d’analisi e il potenziamento dei controlli interni – non sono mai arrivati. Le Big Three continuano a spartirsi il 95% del mercato mondiale e un solo concorrente, Dbrs, sfiora a malapena il 2%: gli altri operatori hanno quote di mercato inferiori all’1%. Nel caso dell’Europa a difendere l’oligopolio sono le stesse regole pensate per romperlo: i requisiti imposti dall’Esma per ottenere la licenza di agenzia riconosciuta sono talmente elevati e costosi da scoraggiare nuovi ingressi sul mercato. 

GUARDA IL VIDEO / Quando Tria diceva: «Ecco perché sono ottimista su spread e rating»

Ma è davanti alla giustizia che il «Clan dei rating» sembra davvero intoccabile: mentre le prime dieci banche internazionali hanno pagato multe che viaggiano oltre i 400 miliardi di dollari, le sanzioni contro le agenzie di rating superano di poco i due miliardi . Non solo. I patteggiamenti più importanti sono stati inspiegabilmente secretati nella primavera del 2013, quando Moody’s e Standard & Poor’s chiusero con dei settlement due grandi cause che si trascinavano dal 2008. In quei dossier, si dice, ci sarebbero tutti gli elementi per far luce sulle manipolazioni dei rating e sull’intero sistema di complicità alla base dello scandalo: il giudice archiviò le denunce con la clausola del «prejudice», una formula che impedisce a chiunque di riavviare cause basate sulle stesse ipotesi di reato. Non è un caso, insomma, se dieci anni di inchieste abbiano all’attivo solo cinque patteggiamenti e pochi spiccioli in risarcimenti. Ecco come e perché.

Differenza tra rating e opinioni

Da quarant’anni, i rating diffusi pubblicamente godono della protezione del Primo Emendamento della Costituzione americana, perché equiparati alle opinioni o ai normali pareri. Così, grazie allo scudo della libertà di espressione, le agenzie si sono sottratte da ogni responsabilità civile per i loro errori, tranne che per le frodi. Per rivalersi delle perdite subite a causa dei rating sbagliati, gli investitori sono costretti a provare l’esistenza di comportamento doloso, o come si dice in inglese «malevolo»,dimostrando che l’agenzia era consapevole dell’inattendibilità dei rating.

Con la riforma Dodd Frank la situazione sarebbe dovuta cambiare radicalmente. La legge prevedeva infatti in modo esplicito che i rating non sono opinioni e che quindi, in caso di errore serio, gli investitori danneggiati hanno il diritto di ricorrere al giudice contro le agenzie come avviene per tutti gli intermediari finanziari. La reazione è stata violenta: all’abrogazione del privilegio (la cosiddetta Rule 436) le agenzie hanno risposto rifiutandosi di emettere rating per alcuni nuovi prodotti finanziari, potenzialmente soffocando l’accesso del sistema alle fonti di valutazione del merito creditizio.

Invece di punirle, la Sec ha fatto il contrario: in una lettera di non intervento ha intimato alle procure federali e statali di non avviare azioni legali contro le agenzie se i prodotti finanziari richiedono obbligatoriamente un rating. L’ingiunzione sarebbe dovuta scadere il 24 gennaio 2011, ma è stata poi prorogata indefinitamente, ristabilendo lo scudo normativo. Se non cambia il sistema, ci sarà sempre il rischio che qualcuno confonda mucche e banchieri.

LA GUERRA INVISIBILE A CHI DIFENDE LA PROPRIA TERRA

Serena Tarabini nogeoingegneria.com 17.10.18

Continua la svendita del patrimonio agroalimentare italiano alle multinazionali

La guerra occultata dell’estrattivismo

Difendere la terra, a cominciare da quella dei territori in cui si vive, proteggere le relazioni sociali e con la natura non assoggettate alle insaziabili esigenze di estrazione del valore, ovunque e a qualsiasi prezzo, è da tempo un atto di resistenza a una guerra. Una guerra non apertamente dichiarata ma violenta e implacabile, come dimostra il livello di repressione messo in atto dagli apparati degli Stati quando si tratta di proteggere gli interessi dell’industria mineraria in Perù o quelli della Trans Adriatic Pipeline nel Salento, le monocolture di soia nelle pampas argentine o lo sviluppo del fracking in Alaska. Lo sviluppo del modello “estrattivo” e dell’ideologia che lo alimenta è una forma globale dell’accumulazione del nostro tempo. Per questo le tre giornate del workshop internazionale di Borgagne, frazione salentina di Melendugno, sono state di grande importanza, ricchissime di analisi e di proposte di azione concreta per i movimenti e i territori che resistono alla rapina in tutto il pianeta

di Serena Tarabini*

Che cosa accomuna gli ulivi del Salento e i minerali del Perù, l’acqua della Palestina e le praterie dell’Argentina, un agricoltore di Melendugno e un attivista anti-fracking del Regno Unito? Un fenomeno globale che prende il nome di estrattivismo.

In Italia come in Europa non abbiamo ancora molta dimestichezza con questo termine: si riferisce a quando le risorse di una regione vengono prelevate, rimosse e spesso esaurite a vantaggio di luoghi e persone diverse e a discapito dell’ambiente e delle popolazioni locali. “Estrattivismo” rimanda a una dimensione coloniale, in cui il Nord depreda il Sud del mondo: come ci ricorda Raúl Zibechi nel suo libro “La corsa all’oro: società estrattiviste e rapina” si tratta di un processo il cui inizio può essere individuato nello sfruttamento del Cerro Rico de Potosí, dove nel 1545 furono sacrificati 8 milioni di indigeni; un crimine a cui si è accompagnato l’ inizio della modernità e del capitalismo, nonché della relazione centro-periferia sulla quale si basano.

Il tipo di risorse a cui questo ragionamento fa pensare sono le materie prime come minerali e idrocarburi che vengono appunto a tutt’oggi estratti dal sottosuolo di paesi in condizioni geopolitiche di subalternità rispetto ad altri dove queste materie prime vengono traferite e trasformate. Ma è in una accezione più ampia e quindi ancora meno familiare che il termine estrattivismo è stato affrontato e discusso a Borgagne (frazione di Melendugno-LE) nel workshop internazionale  “Policing Extractivism: Security, Accumulation, Pacification”, promosso dal TNI -Transnational Institute e dall’Associazione Bianca Guidetti Serra in collaborazione con l’Università del Salento. Un incontro fra accademici e militanti di movimenti territoriali in cui l’estrattivismo si è palesato come fenomeno multi-sfaccettato, condiviso da Nord a Sud, e denso di implicazioni per le sue connessioni con le dinamiche capitalistiche e neoliberiste.

Estrattivismo significa l’accaparramento di diversi tipi di ricchezza da parte di grandi interessi privati, nazionali o esteri, ai danni di comunità locali che da quella ricchezza dipendono. Fanno parte di questa logica anche le monoculture di soia o olio di palma, le grandi infrastrutture che, oltre a consumare suolo, svolgono la funzione di trasporto e allontanamento delle risorse dal luogo di origine, come anche i meccanismi di speculazione finanziaria connessi alla realizzazione di mega-opere.

E’ ancora Raúl Zibechi a mettere a fuoco una serie di aspetti che permettono di ricondurre al processo estrattivista situazioni molto diverse fra di loro e mostrano come le “maniere neocoloniali “ affliggano anche il nord globale: occupazione massiccia del territorio, relazioni asimmetriche fra imprese transnazionali, Stati e popolazioni, economie verticali che non si articolano con le economie locali, un forte intervento politico con leggi ad hoc , l’attacco all’agricoltura familiare ed alla sovranità alimentare, militarizzazione territorio.

Queste implicazioni le ritroviamo tutte nella situazione che stanno vivendo gli abitanti del Salento alle prese con il grande progetto del Trans Adriatic Pipe Line (Tap) e ci permettono di capire le ragioni della battaglia dei No TAP. Non a caso ricercatori ed attivisti sono venuti a scambiare esperienze, teorie e riflessioni sull’estrattivismo a Melendugno, riconoscendo alla resistenza del piccolo comune salentino il valore della difesa globale della terra. E’ una terra straziata, quella salentina, dice il Prof. di Diritto Costituzionale Michele Carducci, messa in tensione da una serie di sollecitazioni imposte come il Tap, ma anche la gestione della Xilella, o dell’Ilva, ma che per questo rappresenta anche un laboratorio politico di un contesto mondiale, dove le popolazioni locali stanno mostrando senso civico, maturità intellettuale, desiderio di democrazia.

La grande resistenza dei Sioux a Standing Rock contro l’oleodotto nel Nord Dakota. Il movimento ha guadagnato solidarietà internazionale e ha molte cose in comune con le lotte indigene contro i megaprogetti in America Latina. Foto tratta da Ipsnews.net. Credit Downwindersatrisk.org

I campi di ulivi pugliesi feriti da voragini e zone di interdizione recintate e presidiate manifestano un aspetto dell’estrattivismo a cui nel workshop si è prestata particolare attenzione: la sottrazione e la militarizzazione dello spazio pubblico a protezione di interessi privati, l’utilizzo della forza e della repressione contro il dissenso della popolazione, la sospensione di diritti democratici e costituzionali. Gli interventi da parte dell’Osservatorio sulla repressione, la presentazione di un dossier sulla repressione in Salento, l’analisi giuridica della criminalizzazione del movimento no TAV, ma come le relazioni della Coordinamento contro la repressione poliziesca in Argentina e dell’Osservatorio dei conflitti minerari in Perù, le testimonianze di chi nel Regno Unito protesta contro la controversa estrazione del gas di scisto conosciuta comefracking: sono accomunate dalla presenza di strategie di repressione comuni in modo impressionante. Come altrettanto impressionante è rendersi conto che in ognuno di questi luoghi le strategie disegnano una sorta di “stato di eccezione”, paradigma politico dell’estrattivismo. Zone rosse, fogli di via, provvedimenti sulla base di presunta pericolosità sociale, sanzioni economiche, aggravamento delle pene, leggi speciali. E poi ci sono gli abusi, le vittime; viene ricordato all’inizio del workshop che secondo l’ultimo rapporto di Global Witness sono più di 200 i difensori dell’ambiente morti ammazzati. La maggior parte sono in America Latina, Africa, Asia. Ma anche l’ ‘Europa ha i suoi morti, l’ultimo pochi giorni fa, un giovane giornalista, durante lo sgombero della foresta di Hambach in Germania, dove centinaia di persone protestavano contro una miniera di lignite che l’avrebbe distrutta.

Questo ed altri dati fanno rendere conto che ovunque è in corso una guerra fra Stato e difensori dell’ambiente. Dove spesso lo Stato si fa cane da guardia degli interessi privati. Mentre chi viene accusato di rifiutare il progresso in relazione a egoismo, localismo e ignoranza, in realtà si oppone a quel modello economico globale palesemente ingiusto che sta portando il pianeta al collasso. In questi giorni dal Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC ) arriva l’ennesimo allarme: l’obbiettivo concordato a Parigi nel 2015 è già a rischio, bisogna ridurre ancora più drasticamente le emissioni di gas serra, o sarà catastrofe. Basta questo per capire chi sta dalla parte giusta.

* Fonte: Serena Tarabini, IL MANIFESTO

I LINK VIDEO

La Risoluzione finale

Ci siamo incontrati per tre giorni in Salento, ospiti del Transnational Institute, dell’Associazione Bianca Guidetti Serra, CEDEUAM- UniSalento e del Movimento No TAP per discutere e scambiare esperienze sulla “Guerra invisibile a chi difende la propria terra”.

Siamo accademici ed accademiche, attivisti e attiviste, avvocati ed avvocate, esperti di ogni parte del mondo che studiano o si trovano quotidianamente a vivere direttamente le conseguenze della stretta correlazione tra espansione delle attività estrattive e delle infrastrutture collegate e la cosiddetta “pacificazione”, strategia di repressione e criminalizzazione da parte degli stati e delle forze di polizia e sicurezza contro chi difende la terra e chi ci vive.

Qua in Salento come in Amazzonia, o in Inghilterra dove tre attivisti che protestavano contro le attività di fracking sono stati recentemente condannati a un anno e mezzo di reclusione. O come nella foresta di Hambach in Germania minacciata dall’espansione di una miniera di carbone o il territorio di Bure in Francia dove si vorrebbe costruire un impianto di stoccaggio di rifiuti nucleari.

Oggi per accedere a risorse chiave necessarie per alimentare l’attuale sistema di sviluppo sfruttano e occupano territori fragili dal punto di vista sociale ed ambientale, si sfruttano fonti di energia e minerali strategici, esternalizzando i costi del modello su comunità locali e indigene.

Quei territori vengono trasformati profondamente, militarizzati, vengono create di fatto zone di sospensione dei diritti di cittadinanza e di resistenza, ed al contempo agevolati gli investimenti delle industrie estrattive. Lo sono le zone economiche e di libero scambio lo diventano ora i luoghi nei quali si estraggono risorse e valore per i mercati globali. Territori che vengono militarizzati, alla stessa stregua delle frontiere, chiuse alla libera circolazione delle persone, aperte ai capitali ed agli investimenti.

Esiste una stretta relazione tra chi lotta contro l’estrattivismo, e chi si impegna per salvare vite, proteggere i diritti di chi migra, spesso espulso dalla propria terra a causa delle ricadute dirette o indirette dell’estrazione di risorse, o degli impatti ambientali e climatici da essa provocati.

Chi difende i migranti viene oggi criminalizzato e perseguito alla stessa stregua di chi protegge la terra e l’ambiente.

Esiste un nesso indissolubile quindi tra l’attuale fase del capitalismo estrattivista, la sua espansione, la distruzione dell’ambiente della Madre Terra in ogni parte del Pianeta, la repressione e la securitizzazione dello spazio pubblico, e la criminalizzazione di chi difende la terra, della famiglia umana presente e futura. Come dimostrano gli ultimi dati dell’organizzazione Global Witness si registra un aumento delle uccisioni di difensori della terra (207 nel 2017) connesso all’impatto delle attività di estrazione mineraria e agribusiness la maggior parte delle quali erano leader indigeni e indigene. Proprio come Berta Caceres, donna, indigena e difensora della terra honduregna uccisa 31 mesi fa per il suo impegno a difesa della terra del suo popolo. O come Santiago Maldonado, desaparecido ed ucciso mentre era impegnato in solidarietà con il popolo Mapuche in Argentina. O il leader Mapuche Rafael Nahual fucilato nella sua comunità.

Proprio dal Salento, dove movimenti e comunità locali da anni lottano per opporsi al progetto della Transadriatic Pipeline (TAP) ed altre forme di sfruttamento predatorio del territorio:

Esprimiamo la nostra solidarietà ed il nostro sostegno a chi oggi in ogni parte del mondo lotta per la propria dignità, il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, per i diritti della Madre Terra, per i difensori e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente;

Lanciamo una rete per mettere in connessione e condividere informazioni, esperienze e pratiche di chi oggi nelle università e centri di ricerca approfondisce le ricadute dei modelli di “pacificazione” e repressione connessi all’estrattivismo, ed i movimenti e le comunità, che resistono all’estrattivismo e ne subiscono le conseguenze. Una rete di collaborazione, scambio, apprendimento reciproco su vertenze e lotte comuni a livello locale in Italia ed a livello internazionale.

Ci appelliamo al Tribunale Permanente dei Popoli ed al Tribunale per i Diritti della Natura affinché si consideri la convocazione – il prossimo anno – di una sessione specifica sui Difensori della Terra, che offra una piattaforma di denuncia della repressione e delle violazioni dei diritti dei popoli e della natura correlate alle varie forme di estrattivismo in ogni parte del mondo. E che faccia tesoro del lavoro del Tribunale Permanente dei Popoli sui diritti dei migranti, e del Tribunale sui Diritti della Natura tuttora in corso.

Proponiamo che dal Salento, dai suoi sindaci che accompagnano la resistenza alla TAP parta un’iniziativa di accoglienza e rifugio per chi ha bisogno di lasciare il proprio paese temporaneamente, per continuare nel proprio impegno, qualora le minacce e le pressioni mettano a rischio la propria incolumità, e per rafforzare legami e alleanze.

Borgagne 7 ottobre 2018

Gli organizzatori, i relatori e i partecipanti del workshop su:

“POLICING EXTRACTIVISM: SECURITY, ACCUMULATION, PACIFICATION”

Condono, la “manina” della Castelli

lospiffero.com 19.10.18

Risolto il giallo del testo “manipolato”. Nessun golpe, semplicemente la sottosegretaria non avrebbe capito cosa c’era scritto. Salvo poi urlare al complotto e inguaiare Di Maio. Irritazione tra leghisti e compagni di partito

“Mica scrivo io le norme”, la sventurata rispose a chi nel giallo della manina non le affibbia (neppure) il ruolo del maggiordomo, imputandole però di non aver compreso appieno il senso e l’impatto di quanto contenuto nel decreto con tutto quanto ne è seguito.

Se quella frase pronunciata a sua difesa dalla grillina Laura Castelli, sgombrando il campo dal fatto che la sottosegretaria al Mef non si cimenti a scrivere leggi, suona a molti e per molti versi tranquillizzante, su di lei si accumulano indizi e sospetti. Non certo di intelligenza (col nemico), ma appunto di non aver capito quel che nel testo c’era scritto, salvo poi interpretare il ruolo di chi ha scoperto il trappolone leghista avvertendo subito Luigi di Maio, infilatosi pure lui nella trappola davanti alle telecamere di Porta a Porta.

Ormai sia nella Lega ma anche nel suo partito, sono molti a puntare il dito contro di lei, la parlamentare torinese soi-disant “economista” con laurea triennale e un curriculum da cui si evince che a quattordici anni si innamorò della palestra e della danza hip-hop e nel contempo decise di fare la contabile sapendo di dover studiare molto per diventare brava come la cugina.

Nel Carroccio, che al Mef ha il navigato Massimo Garavaglia quale omologo della Castelli, si insiste sul fatto che il testo uscito dal Consiglio dei ministri, comunque ancora allo stato embrionale, rispecchiasse tutti i punti dell’accordo, condiviso da entrambi i partiti. Alle accuse e ai sospetti della Lega, i grillini rispondono punto per punto e ne marcano soprattutto uno: chi ha seguito il lavoro preparatorio sostiene che l’accordo non era su questo. “Non siamo nati ieri. Non si fanno rientrare capitali che non si sono mai dichiarati. Stop. Non c’è niente da discutere” dicono dal Movimento, dove però l’inconfessabile dubbio sulla mancata comprensione da parte della sottosegretaria si fa sempre più prossimo alla certezza.

Bisognerà pur trovare un colpevole in questo giallo(verde), scoprire di chi è la manina evocata dal vicepremier grillino. O, perlomeno, cavarsi dall’impaccio evitando la crisi di governo indicando senza doverlo cercare troppo il capro espiatorio. Declinandolo al femminile.

La Cina vuole lanciare una luna artificiale per illuminare una metropoli al posto dei lampioni

Viola Rita wired.it 19.10.18

L’idea è che un satellite artificiale molto potente possa illuminare le strade della grande città di Chengdu, con una luminosità 8 volte maggiore di quella della Luna. La notizia diffusa dal giornale cinese People’s Daily

(foto: Luca Libralato Photography/Getty Images)(foto: Luca Libralato Photography/Getty Images)

Addio lampioni: in Cina la città di Chengdu vorrebbe sostituire l’illuminazione elettrica stradale con una luce del tutto inedita e molto potente, quella di una luna artificiale. La stampa nazionale e internazionale – fra cui ad esempio The Guardian – ha riportato questa notizia, curiosa e sorprendente, che fa riferimento alla fonte cinese People’s Daily Online. Stando al People’s Daily, l’idea è appena stata lanciata da Wu Chunfeng, capo dell’Aerospace Science &Technology Microelectronics System Research della città di Chengdu, che prevede la realizzazione del piano per il 2020.

Chengdu è situata nel sud-ovest della Cina ed è il capoluogo della provincia di Sichuan. Si tratta di una città molto estesa, dalle dimensioni di più di 12mila chilometri quadrati – mentre ad esempio il territorio di Roma è pari a soltanto 1.287 chilometri quadri e quello di Città del Messico a 1.485. Ed è anche molto popolosa, con più di 14 milioni di abitanti (dato 2014).

Insomma, qualora la notizia fosse confermata, l’impresa di dare la luce a tutte le strade con una nuova luna finta sarebbe davvero straordinaria.

L’ipotesi, dunque, sarebbe quella di lanciare la luna artificiale nel 2020, che possa affiancare la Luna originale. I test sono iniziati anni fa ed ora i tempi sono maturi, riferisce Wu Chunfeng. E secondo lui la luminosità del nuovo satellite risulta essere molto elevata, otto volte superiore rispetto a quella della Luna reale. Il diametro che potrebbe ricevere l’illuminazione va da 10 a 80 chilometri (facendo i calcoli, potrebbe coprire un cerchio di superficie fino a 5.000 chilometri quadri).

Ma non tutti sono d’accordo, riferisce il People’s Daily, e alcune persone esprimono preoccupazione rispetto alla possibilità che le luci riflesse dallo Spazio possano comportare una qualche reazione avversa nella vita quotidiana di alcuni animali e interferire con le osservazioni astronomiche. Tuttavia, Kang Weimin, il direttore dell’Istituto di ottica, presso la Scuola aerospaziale dell’Harbin Institute of Technology, che la luce della luna artificiale somiglia al bagliore del pulviscolo, dunque non dovrebbe incidere sulla routine degli animali.

L’idea tecnologica nasce però da un’ispirazione di un artista francese, che aveva immaginato di appendere una collana di specchi sopra la Terra per riflettere la luce del Sole nelle strade di Parigi tutto l’anno. Del resto, non è la prima volta che l’idea di un gigantesco specchio possa essere utilizzato per potenziare l’illuminazione. Negli anni ’90, ad esempio, un gruppo di astronomi e ingegneri russi realizzarono un breve test, chiamato Znamya, nel quale una serie di specchi lanciati nello Spazio hanno deviato i raggi solari proiettando la luce sulla Terra nell’emisfero notturno.

L’inganno delle immagini

di Luca Martis – 19 ottobre 2018 lintellettualedissidente.it

L’acqua della Ferragni è solo l’ultimo esempio di un’epoca ormai schiava dell’apparenza, di un mondo ridotto ad ergere immagini ed influencer ad unici riferimenti culturali degni di nota.

Un arcipelago di elementari disegnini compongono l’etichetta argentea. Una stella che galleggia sul mare; dei cuoricini sparsi qua e là; un simpatico occhio smorto, effigie del nuovo glamour. Al centro, la firma del mandante di questa tragedia estetica: Evian, acqua di lusso. È questa l’immagine che è rimbalzata sui social network e che ha fatto scatenare il popolo del webAlla modica cifra di 8€ si può acquistare una bottiglia la cui etichetta è letteralmente pasticciata da uno dei più importanti personaggi del nuovo spettacolo: Chiara Ferragni, la diva che si è fatta su Instagram. Un ottimo prodotto per clienti disidratati di illusioni, con i suoi 75 cl di puro spettacolo.

La commercializzazione di questa bottiglia custodisce in sé un aspetto penoso: anche l’acqua – un bene essenzialmente primario e inalienabile – può essere gettata in quel macchinario tritatutto che è la spettacolarizzazione. Per Evian non è una novità costruire campagne di marketing di questo tipo. Sono infatti note le sue numerose collaborazioni con stilisti del calibro di Kenzo, Jean Paul Gaultier e Christian Lacroix. E giustamente, il marchio non rinuncia al rinnovamento. La pubblicità – mondo in continuo mutamento – lentamente rottama i vecchi personaggi dello showbiz televisivo, affidandosi ad un particolare cosmo di volti che popola internet: gli influencer. Instagram è infatti la nuova frontiera dello spettaccolo e della simulazione; la quintessenza dell’immagine e dell’apparenza; il nuovo spazio dell’iperrealtà sociale. Dice Guy Debord in La società dello spettacolo:

il mondo si trova sostituito da una selezione di immagini che esiste al di sopra di esso, e che nello stesso tempo si fa riconoscere come il sensibile per eccellenza.

In quella bottiglia c’è tutto questo: il nome di Chiara Ferragni viene prima del bene fisico e reale; l’immagine è più importante dell’acqua che viene venduta.

Indagare sull’acqua della Ferragni può essere utile per evidenziare aspetti della nostra società che altrimenti spesso s’ignorano. L’intenzione di questo articolo non è fare del moralismo fine a se stesso, ma usare questo fenomeno – tanto quotidiano quanto estremo – come spunto per una riflessione su ciò che contraddistingue la nostra epoca. Il tema è: cosa si compra alla cifra di 8€ acquistando quella bottiglia d’acqua? Ciò che si acquista non è il bene reale, ma è innanzitutto il segno e l’immagine che quel bene incarna: un segno costruito semioticamente per incrementare il valore del bene. Tant’è che l’acqua passa in secondo piano: il consumatore acquista quella bottiglia perché ha il nome impresso della Ferragni, la cui firma garantisce l’infusione nell’oggetto del suo stile e del suo modo di vivere. Il consumatore che decide di comperare quella bottiglia, mette nel carrello i momenti pubblici dell’influencer italiana; le sue foto pubblicate su Instagram; il suo stile di vita; i suoi successi; i suoi sogni. Siamo nell’epoca in cui è la mappa che precede il territorio; è la mappa che genera il territorio direbbe Baudrillard. In questo caso è l’immagine glamour di Chiara Ferragni a far si che quell’acqua possa esistere. Un capovolgimento aberrante, considerata l’entità del bene in questione. L’estetica si materializza. Tutto diventa un immagine, un segno, uno spettacolo: un oggetto transestetico.

È la simulazione, insieme all’attività delle immagini, a costituire il principio organizzativo della società postmoderna. Con simulazione s’intende il modo di rappresentazione del reale che non ha però né origine, né realtà: il reale viene sostituito con i segni del reale. In un mondo formato da simulazioni e simulacri, gli individui fuggono dal deserto del reale per rifuggiarsi nell’estasi dell’iperrealtà, in cui le immagini e le virtualità dei computer, della televisione e dell’esperienza tecnologica compongono un universo più reale del reale. Persino le identità degli individui nella postmodernità e nel consumismo si formano tramite l’appropriazione di immagini e codici, usati per percepire la propria soggettività e relazionarsi con l’Altro. Il risultato? Identità fragili perse nella ricerca continua di segni di cui appropriarsi per poter esistere.

I fratelli Wachowski si sono ispirati al pensiero di Baudrillard per realizzare il film Matrix, nonostante il filosofo ne abbia disapprovato i risultati perché “Queste persone considerano l’ipotesi del virtuale come un dato di fatto e la trasformano in fantasma visibile”: 

Viviamo dunque in una civiltà in cui il canone culturale di riferimento è quello dell’immagine. Come si è giunti sino a questo punto? Qual è il significato di questo sbilanciamento del canone a favore dell’immagine invece che della parola? In Il futuro dell’immagine, Federico Vercellone ripercorre la storia di un conflitto insito nella comunicazione e nella trasmissione culturale: quello tra immagine e parola, i quali si sono da sempre contesi il ruolo di medium comunicativo di riferimento.

Come spesso accade, occorre osservare Platone per risalire all’origine di questa vicenda, essendo il primo ad aver relegato l’immagine nel territorio dell’apparenza: essa è un illusione sulla base della creazione di una terza dimensione – la profondità – che risulta in verità inesistente perché tecnicamente e artificiosamente realizzata. Non solo: nel X libro de La Repubblica, l’immagine risulta essere una copia di un’altra copia, in quanto è l’imitazione di un oggetto che riproduce a sua volta l’idea, il modello. Un’imitazione che fa appello alla parte irrazionale dell’anima.  Il meccanismo di identificazione indotto dalla mimesis non fa altro che destabilizzare la psiche del soggetto, comportando dei danni a livello morale e sociale. Insomma, con Platone si osserva – con la sua preferenza assoluta verso la parola e il discorso – l’incipit del conflitto.

Con Platone – il logos dell’immagine –  viene stralciato quasi violentemente dalla vicenda iconica per esservi riammesso a singhiozzo a tappe successive

afferma Vercellone nel suo libro. Una storia che attraversa il neoplatonismo di Plotino, passando per FichteNovalis e Hölderlin, attraversando la nascita dell’Estetica nel Settecento – in cui il conflitto viene narcotizzato, perché l’immagine viene confinata nel mondo dell’arte – e giungendo fino ai giorni nostri, in cui si tematizza la nascita della società dello spettacolo. Il tema entro cui ruota il conflitto che si scatena a più riprese nel corso della storia è la questione dell’autoriflessività dell’immagine, che si basa su un modello di riconoscimento di sé e del mondo: si guarda al sé mentre si guarda al di fuori di sé. Emerge così la possibilità di definire l’autoriflessività dell’immagine come una forma adeguata dell’autocoscienza.

Certamente si tratta di una forma diversa rispetto al logos discorsivo: il modello espressivo tipico dell’immagine incorpora al suo interno anche un modello argomentativo e i due, cooperando, realizzano una comunicazione estremamente efficace ed immediata. Il conflitto pertanto non sembra vertere sulla contrapposizione tra verità e illusione, ma tra due modalità distinte di produrre la ragione come sistema di relazioni: quella della parola, tramite una razionalità discorsiva costruita attorno all’attribuzione di un predicato ad un soggetto; e quella dell’immagine tramite

la capacità riflessiva di accogliere l’altro nel proprio riflesso per tornare su di sé

(Vercellone, Il futuro dell’immagine).

Si può prendere come punto di svolta del conflitto l’orazione ut pictura poesis presente nel Del Laoconte di Gotthold Ephraim Lessing, in cui viene dichiarata la separazione delle arti della parola da quelle figurative. Ciò che consegue a questa suddivisione delle arti conduce all’estetizzazione dell’immagine, vicenda che la trasforma in pura forma. L’immagine perde il suo essere istitutrice di mondi e portatrice di senso: il suo significato diventa meramente estetico. Questo passaggio – afferma Vercellone – costituisce la premessa della società dello spettacolo, poiché l’immagine viene privata della sua portata sacrale e questo comporterà, in seguito, l’esplosione dell’immagine estetica nei “liberi territori secolari del mondo”.

Tenendo conto di questo breve percorso, la portata pessimistica dell’improvviso primato dell’immagine nella civiltà dello spettacolo viene certamente ridimensionata: si tratta infatti dell’esito, forse provvisorio, di un conflitto che ha radici antiche. Vercellone sostiene che il carattere illusorio e derealizzante dell’immagine – osservato in primis in Platone – abbia origine nel suo essere un artificio tecnologico e non naturale. Sarebbe la tecnica la responsabile dell’accezione negativa attribuita all’immagine sin da Platone. A fondo della questione pertanto è insita la contrapposizione uomo-natura: l’uomo utilizza la propria conoscenza con scopi performativi e utilitaristici. Questo contribuirebbe ad infondere, nel corso del Novecento, un pessimismo che non ha nulla a che vedere con i reali significati e fattori che emergono dall’uso della tecnica. Perché in ogni caso, bisogna tener conto che la tecnica non è che il risultato di una tendenza presente strutturalmente nella costituzione antropologica dell’essere umano.

Ma la concezione, per molti versi apocalittica, che filosofi come Baudrillard e Debord hanno avuto dell’immagine, si esaurisce con la constatazione che tali concezioni siano fondate sostanzialmente su un pregiudizio? Ovviamente no. Posto che il problema della tecnica non si dissolve certamente con questa argomentazione, occorre sottolineare che la questione dell’immagine non è relativa solamente alla sua costruzione artificiosa, ma soprattutto al motivo per il quale essa viene costruita: alle intenzioni specifiche che contraddistinguono la creazione di questi artifici tecnologici. Si tratta insomma di contestualizzarne l’artificiosità e l’utilizzo. E nella società dei consumi, la produzione delle immagini è funzionale ad un sistema di oggetti e di merci a cui è necessario attribuire dei segni e dei significati per poter essere venduti.

Entrano in gioco a questo punto le immagini, che hanno lo scopo di sedurre i consumatori e di diversificare immaterialmente le merci laddove non ci sono più differenze materiali. Il fine ultimo pertanto risulta essere la massimizzazione del profitto. L’immagine – o il segno-valore, per utilizzare il linguaggio di Baudrillard – viene costruita appositamente per rendere la merce appetibile; per conferirle un senso che altrimenti non avrebbe. Questa grande varietà di segni-valore è opera di tutta una tecnologia semiotica  che fabbrica appositamente segni, valori e narrazioni da impiantare nelle merci attraverso la pubblicità. Il problema relativo alla civiltà dei consumi non è solo la mera artificiosità dell’immagine quindi, caratteristica in qualche modo scontata in quanto prodotto dell’essere umano, bensì il motivo per cui l’immagine viene creata – ovvero, la seduzione, la vendita, il controllo – e l’artificiosa costruzione e attribuzione di un’immagine che non appartiene veramente all’oggetto: proprio come l’immagine di Chiara Ferragni non appartiene in maniera reale e autentica a quella bottiglia d’acqua.

Black Mirror – Caduta Libera

La questione non si può dire ancora conclusa però. Essendo l’immagine un logos dotato di una capacità comunicativa e autoriflessiva particolare ed efficace per la sua immediatezza; è anche una forma attraverso cui plasmare la propria identità, nonché una modalità di trasmissione culturale. E in un sistema di merci e di immagini come quello della società dei consumi, quest’aspetto viene amplificato e i valori consumistici diffusi nella società tramite le immagini delle merci. È per questo motivo che, con Bauman, si può dire che

nella società dei consumatori nessuno può diventare soggetto senza prima trasformarsi in merce

(Bauman, Consumo dunque sono).

Le immagini del consumo sono così pervasive da penetrare nella società in ogni sua parte, a tal punto che i soggetti si reificano, trasformandosi e comportandosi come le merci: il loro sogno è quello di diversificarsi e di farsi desiderare maggiormente rispetto agli altri consumatori-merce, così da non scomparire in quella massa informe di individui che compone la società.

Da questo punto di vista, Instagram è il fenomeno che riassume meglio il percorso di quest’articolo. Si tratta infatti di un mondo virtuale e iperreale in cui i soggetti si trasformano autonomamente in immagini – spesso modificate e ritoccate – le quali consentono di spettacolarizzare in modo illusorio la propria vita. Un agglomerato di foto e instastory che raccontano chi si è; quanto si vive bene; quali esperienze entusiasmanti si sono vissute. Per competere con gli altri e risultare più appetibili; per dimostrare quanto si è più popolari; per potersi vendere meglio nel mercato sociale. I like e i followers: un nuovo sistema di recensioni del prodotto in vendita. Un dispositivo che trasmette in diretta la propria vita e la rende unica, sotto lo sguardo di spettatori che sognano di divertirsi allo stesso modo. Se il simbolo della coscienza borghese era lo specchio, nel quale il soggetto vi si riflette, convinto di ottenere una vera immagine di sé; i nuovi consumatori hanno una vasta gamma di profili nei social network, in cui riflettere quel fatticcio che è la propria identità. Ma quando il telefono si spegne, cala il sipario e viene rivelata la menzogna. E allora il profilo Instagram diventa una confezione bellissima, al cui interno non c’è nient’altro che il vuoto di una normale esistenza: una merce come un’altra.

Spread alle stelle, ecco cosa temono i mercati e quali conseguenze avrà „Spread alle stelle, ecco cosa temono i mercati e quali conseguenze avrà“

Alberto Berlina today.it 19.10.18
„Riprende in massa la fuga degli investitori dai titoli italiani. Lo stesso presidente della Bce Mario Draghi ha spiegato come  il futuro “sia diventato un po’ più cupo”. All’orizzonte l’incognita downgrade: ecco come lo spread misura la febbre dei mercati“

Spread sempre più alto mentre i due vicepremier continuano a litigare sui condoni (se Di Maio accusa la Lega di aver inserito uno scudo fiscale nel Decreto Fiscale, ora Salvini boccia il condono tombale delle case abusive di Ischia vuoluto dal M5s). In attesa del vertice e del consiglio dei ministri convocato in tutta fretta dal premier Conte (che avrebbe addirittura minacciato le dimissioni) l’Italia paga il “rischio incertezza” sul terreno dei mercati finanziari.

“Guido un governo che ha finora dimostrato di saper fare squadra e sintesi e così continueremo a fare” ha spiegato il premier prima di ripartire da Bruxelles dove ha partecipato al vertice Ue.

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Ma quali sono gli effetti di uno spread così alto? A lanciare l’allarme è il presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), Antonio Patuelli che – auspicando un dialogo “costruttivo” tra il Governo italiano e l’Unione europea – spiega come la crisi di fiducia degli investitori sull’Italia produrrà gravi conseguenze per l’economia italiana e per le famiglie.

“L’ulteriore crescita dello spread peggiora le prospettive degli equilibri dei conti pubblici e complica le attività produttive tutte e gli investimenti delle famiglie e delle imprese”.

Debito ‘a scendere’, investimenti e crescita del Pil: così la manovra punta a convincere l’Europa

“Non si può rimanere indifferenti – sottolinea Patuelli – di fronte alla ulteriore crescita dello spread e non ci si deve abituare a ciò che spingerebbe l’Italia indietro rispetto alla ripresa. Pertanto – conclude – auspichiamo un più costruttivo confronto fra Autorità italiane ed europee per superare questo clima dannoso all’economia”. 

Spread sfonda quota 340

rendimento tra Btp decennali e Bund hano raggiunto e superato nella giornata di venerdì quota 340 punti base per la prima volta dal 2013: i tassi retributivi dei titoli italiani hanno toccato il 3,8%, in un quadro che resta altamente volatile.

Che cosa contesta l’Europa al Governo: i tre gravi rilievi nella lettera di Moscovici

preoccupare l’Europa sono, come già spiegato più volte, i conti pubblici ed in particolare gli interventi previsti dal Def e ribaditi all’Europa dal governo italiano nel Documento Programmatico di Bilancio: la manovra ideata dal goveno ha un costo di 19,9 miliardi di euro ma sconta coperture per poco meno di 9,7 miliardi. Il maggior deficit è dunque di 10,2 miliardi, pari a 0,56 per cento del Pil, soldi che in poche parole il governo deve chiedere in prestito al mercato, lo stesso popolato da investitori che dubitano della tenuta dei conti pubblici.

Come rileva l’osservatorio sui conti pubblici le maggiori spese sono dovute principalmente alla voce “quota 100” e alla voce “reddito di cittadinanza” mentre le coperture derivano per 4 miliardi da maggiore tassazione su banche e assicurazioni e per 3,7 miliardi da tagli non identificati. E dalla tanto propagandata “pace fiscale” ci si aspettano solo 0,2 miliardi, meno che dall’obbligo di fatturazione elettronica per contrastare il “nero”. Inoltre l’annunciato taglio delle pensioni d’oro presumibilmente, verrà inserito successivamente nella legge di bilancio e il 1 miliardo di risparmio si riferiscoe all’effetto cumulato in tre anni. Le considerazioni dell’istituto guidato da Carlo Cottarelli sono quelle di una bocciatura senza pari: 

“Quindi, il grosso delle misure che aumentano la spesa corrente sono privi di coperture, e la maggiore tassazione sulle banche potrebbe avere conseguenze sull’economia perché potrebbe scaricarsi sul costo del credito per la clientela bancaria”.

 

Che cosa succede su mercati

Uno strumento finanziario ci permette di capire cosa preoccupa gli investitori in questo momento relativamente all’Italia, e soprattutto su cosa scommettono: i CDS (credit default swap) – un termine che nel 2008 era noto tanto quanto lo spread – sono una sorta di contratti di polizza assicurativa che consentono di rimborsare gli investitori nel caso in cui lo Stato cui abbiamo prestato dei soldi tramite l’acquisto di titoli (nel caso italiano Btp), non è in grado di restituire il dovuto.

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Sui mercati finanziai i CDS – come le assicurazioni – hanno un prezzo che cresce man mano che la percezione sul rischio Paese si fa elevata. Esiste inoltre un altro indice che mostrate le probabilità che l’Italia esca dall’Euro per ripagare i titoli di stato con una maneta svalutata, nel nostro caso la Lira (é lo stesso European Stability Mechanism che a fine 2012 ha messo messo nero su bianco questa ipotesi).  Le obbligazioni munite di queste clausole in circolazione sono circa 930 milioni, la quantità più elevata in Europa.

Un analisi del professore dell’Università Bocconi Marcello Minenna ripresa da Mariangella Pira per Skytg24 mette in evidenza quanto sta accadendo: semplificando i mercati temono l’uscita dell’Italia dall’eurozona e la svalutazione dei propri investimenti. E le tensioni tra i due alleati di governo Lega e 5 stelle hanno disegnato un bersaglio sui conti del Belpaese. 

Quali sono gli effetti dello spread a 300

Non a casa il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha spiegato come  il futuro “sia diventato un po’ più cupo”. Esemplificativi sono i dati della bilancia dei pagamenti della Banca d’Italia che mostrano come gli investitori stiano vendendo titoli di portafoglio italiani – solo ad agosto – per un controvalore di 17,8 miliardi di euro. (A maggio e giugno le vendite dall’estero erano pari, rispettivamente, a 24,9 e 32,9 miliardi di euro, mentre a luglio gli acquisti dall’estero erano stati pari a 8,7 miliardi di euro).

Cosa succede con lo spread a 350

Data chiava il 26 ottobre quando l’agenzia di rating Standard & Poor’s darà il suo guidizio sui conti italiani: uno spread fra 300 e 350 rispecchia secondo il quotidiano finanziario MilanoFinanza lo scenario di singolo downgrade con outlook però negativo. Se il differenziale andasse oltre quota 350, il mercato inizierebbe scontare scenari più cupi con una doppia bocciatura che farebbe cadere l’Italia dal livello di Investment Grade a quello di  junk, “spazzatura”.

Sarebbe una catastrofe: il solo Russell Ftse World Government Bond secondo l’agenzia Reuters ha  in pancia 60 miliardi di Btp e se il rating italiano finisse sotto il livello di investment grade per regolamento interno, venderebbe in automatico. 

Spread alle stelle, ecco cosa temono i mercati e quali conseguenze avrà
„Gli economisti prevedono emissioni da parte del Tesoro per 35-45 miliardi di euro l’anno nel prossimo biennio. Chi comprerà allora i titoli di Stato, visto che gli storici acquirenti di ultima istanza, le banche italiane, hanno già cominciato a vendere Btp perché stanno zavorrando i bilanci? “

 

31 anni fa oggi, “Sembrava davvero spaventoso” – La Fed ricorda “Black Monday”

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Via FederalReserveHistory.org,

Scritto da Donald Bernhardt e  Marshall Eckblad , Federal Reserve Bank of Chicago

La prima crisi finanziaria globale contemporanea si è svolta nell’autunno del 1987 in un giorno noto come “Black Monday”. 

Una reazione a catena di difficoltà del mercato ha fatto precipitare le borse globali nel giro di poche ore. Negli Stati Uniti, il Dow Jones Industrial Average (DJIA) ha perso il 22,6% in un’unica sessione di trading, una perdita che rimane il più grande declino del mercato azionario di un giorno nella storia. All’epoca, segnò anche la peggiore contrazione del mercato negli Stati Uniti dalla  Grande Depressione .

Gli eventi del Black Monday servirono a sottolineare il concetto di “globalizzazione”, che all’epoca era ancora piuttosto nuovo, dimostrando la portata senza precedenti a cui i mercati finanziari in tutto il mondo si erano intrecciati e tecnologicamente interconnessi.

Il lunedì nero ha portato a una serie di riforme degne di nota, tra cui lo scambio di disposizioni per sospendere temporaneamente gli scambi in caso di rapide vendite del mercato. Inoltre, la risposta della Federal Reserve ha creato un precedente per l’uso della “liquidità” da parte della banca centrale per arginare le crisi finanziarie.

Eventi che portano al crash

I mercati azionari hanno risalito verso l’alto durante la prima metà del 1987 . Alla fine di agosto, il DJIA aveva guadagnato il 44% nel giro di sette mesi, alimentando le preoccupazioni di una bolla immobiliare. A metà ottobre, una nube tempestosa di notiziari ha indebolito la fiducia degli investitori e portato a un’ulteriore volatilità nei mercati. Il governo federale ha rivelato un deficit commerciale più grande del previsto e il dollaro ha perso valore. I mercati iniziarono a disfarsi, preannunciando le perdite record che si sarebbero sviluppate una settimana dopo. A partire dal 14 ottobre, un certo numero di mercati ha iniziato a subire ingenti perdite giornaliere. Il 16 ottobre, le ondate di vendite rotolanti hanno coinciso con un evento noto come “triple witching”, che descrive le circostanze in cui le scadenze mensili di opzioni e contratti futures si sono verificati lo stesso giorno.Alla fine del giorno di negoziazione del 16 ottobre, che era un venerdì, il DJIA aveva perso il 4,6%. La pausa del fine settimana offriva solo una breve pausa; Il segretario al Tesoro James Baker, sabato 17 ottobre, ha pubblicamente minacciato di de-valutare il dollaro USA per restringere l’ampliamento del deficit commerciale della nazione.

Anche prima che i mercati statunitensi aprissero il commercio lunedì mattina, i mercati azionari in Asia e nei dintorni hanno iniziato a precipitare. Gli investitori aggiuntivi si sono mossi per liquidare le posizioni e il numero di ordini di vendita ha superato di gran lunga gli acquirenti disposti vicino ai prezzi precedenti, creando una cascata nei mercati azionari. Nel caso più grave, il mercato azionario della Nuova Zelanda è sceso del 60%. I commercianti hanno raccontato di aver corso l’uno contro l’altro ai box per vendere. Negli Stati Uniti, il DJIA si è schiantato alla campana iniziale e alla fine ha perso 508 punti, ovvero il 22,6 percento.

“C’è così tanta solidarietà psicologica che sembra aver funzionato sia sul lato positivo che negativo”, ha detto in un’intervista Andrew Grove, amministratore delegato della società tecnologica Intel Corp.

“È un po ‘come un teatro dove qualcuno urla’ Fuoco! ‘” (Glaberson 1987).

“E ‘stato davvero spaventoso”, ha detto Thomas Thrall, un professionista senior presso la Federal Reserve Bank di Chicago, che era poi un commerciante al Chicago Mercantile Exchange.

“Le persone hanno iniziato a capire l’interconnessione dei mercati in tutto il mondo”.

Per la prima volta, gli investitori potevano guardare in diretta televisiva come una crisi finanziaria che diffondeva il mercato sul mercato – praticamente allo stesso modo in cui i virus si muovono attraverso le popolazioni umane e le reti di computer.

“Si impara quanto siamo tutti interrelati e quanto siamo piccoli”, ha affermato Donald Marron, presidente della Paine Webber, all’epoca un’importante società di investimento.

“Da nessuna parte questo è più esemplificativo delle persone che restano svegli tutta la notte a guardare il mercato giapponese per avere un’idea di cosa potrebbe accadere nella prossima sessione del mercato di New York” (Cowen 1987).

Cosa ha causato il lunedì nero

All’indomani degli eventi del Black Monday, i regolatori e gli economisti hanno identificato una serie di probabili cause: negli anni precedenti, gli investitori internazionali erano diventati sempre più attivi nei mercati statunitensi , rappresentando parte del rapido apprezzamento pre-crisi dei prezzi delle azioni. Inoltre, un nuovo prodotto delle società di investimento statunitensi, noto come “portfolio insurance”, era diventato molto popolare. Comprendeva un ampio uso di opzioni e derivati ​​e accelerato il ritmo dell’incidente, poiché le perdite iniziali hanno portato a ulteriori cicli di vendita.

Una serie di difetti strutturali nel mercato ha esacerbato le perdite del Black Monday;negli anni che seguirono, i regolatori avrebbero affrontato questi difetti strutturali con riforme. Al momento della crisi, i mercati azionari, delle opzioni e dei futures hanno utilizzato scadenze diverse per la compensazione e il regolamento delle negoziazioni, creando il potenziale per i saldi negativi dei conti di trading e, per estensione, le liquidazioni forzate. Inoltre, le borse valori non erano state in grado di intervenire in caso di vendite di grandi volumi e di rapidi cali del mercato. Dopo il Black Monday, le autorità di regolamentazione hanno rivisto i protocolli di compensazione del commercio per portare uniformità a tutti i prodotti di spicco del mercato. Hanno inoltre sviluppato nuove regole, note come interruttori di circuito, che consentono agli scambi di interrompere temporaneamente le negoziazioni in caso di cali di prezzo eccezionalmente ampi. Ad esempio, secondo le regole attuali, la Borsa di New York interromperà temporaneamente il commercio quando  Sulla scia dell’episodio del Black Monday, i gestori del rischio hanno anche ricalibrato il modo in cui hanno valutato le opzioni.

La risposta della Fed

In una dichiarazione del 20 ottobre 1987, il presidente della Fed  Alan Greenspan ha  dichiarato: “La Federal Reserve, in linea con le sue responsabilità come banca centrale della nazione, ha affermato oggi di essere pronta a servire come fonte di liquidità per sostenere il sistema economico e finanziario” ( Carlson 2006, 10).

Dietro le quinte, la Fed ha incoraggiato le banche a continuare a prestare i loro soliti termini. Ben Bernanke , scrivendo nel 1990, ha osservato che “la concessione di questi prestiti deve essere stata una strategia di perdita di denaro dal punto di vista delle banche (e della Fed); altrimenti, la persuasione della Fed non sarebbe stata necessaria. Ma il prestito era una buona strategia per la salvaguardia del sistema nel suo complesso “ (Bernanke 1990). Secondo Bernanke, le 10 più grandi banche di New York hanno quasi raddoppiato i prestiti alle ditte di titoli durante la settimana del 19 ottobre, anche se i prestiti a scapito delle finestre non aumentavano di per sé (Garcia 1989).

Alcuni esperti sostengono che la risposta della Fed al Black Monday ha inaugurato una nuova era di fiducia degli investitori nella capacità della banca centrale di calmare le gravi recessioni del mercato.

A differenza di molte precedenti crisi finanziarie, le forti perdite derivanti dal Black Monday non sono state seguite da una recessione economica o da una crisi bancaria. L’ex vicepresidente della Fed,  Donald Kohn  , ha dichiarato: “A differenza delle precedenti crisi finanziarie, il declino del mercato azionario del 1987 non era associato a una corsa al deposito oa nessun altro problema nel settore bancario” (Kohn 2006). D’altra parte, alcuni sostengono che la risposta della Fed costituisca un precedente che ha il potenziale di esacerbare il rischio morale (Cecchetti e Disyatat 2010).

I mercati azionari hanno recuperato rapidamente la maggior parte delle loro perdite nel Black Monday. In sole due sessioni di trading, il DJIA ha guadagnato 288 punti, pari al 57 percento, della diminuzione totale del Black Monday. Meno di due anni dopo, i mercati azionari statunitensi hanno superato i massimi pre-crash.

* * *

APPALTI / DOPO 30 ANNI ARRIVA IL NUOVO CODICE O E’ IL SOLITO BLUFF?

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

“Entro novembre il codice degli appalti sarà del tutto smontato e riscritto”. Promessa del vice premier e ministro degli Interni Matteo Salvini.

Un argomento da sempre bollente, mai seriamente affrontato dalla politica di casa nostra, per evitare lacci e laccioli alle imprese amiche, a quei mattonari che per decenni hanno finanziato partiti e soprattutto correnti di partito.

La bellezza di 33 anni fa Aldo De Chiara, uno dei magistrati che più si sono impegnati su questo fronte nella città simbolo dell’abusivismo, Napoli, sottolineava: “se non si vara una legge sugli appalti seria, in grado di tener fuori le imprese di camorra, e quindi di affrontare in modo non finto la materia dei subappalti delle revisioni prezzi e quant’altro, non se ne esce. Ad aggiudicarsi gli appalti saranno sempre i più forti, i politicamente protetti e la camorra la farà da padrona nei subappalti e in tutto il vasto fronte delle forniture, che vanno dal movimento terra alle cave e al pietrisco, al calcestruzzo, al cemento e così via”.

Da allora sono passati – ripetiamo – 33 anni tondi tondi, niente è successo se non leggi e leggine, norme e regole che hanno addirittura finito per peggiorare la situazione: complicando la macchina amministrativa, a tutto vantaggio dei furbi, e allentando i controlli, invece basilari in un simile contesto popolato da mafiosi e faccendieri.

Lo si è visto in modo palese con tutti i grandi lavori pubblici, a partire dal dopo terremoto in Campania e Basilicata del 1980, passando per l’Alta Velocità, continuando con la Salerno-Reggio Calabria, proseguendo con il Mose e traversando tutte le ampie praterie dei lavori pubblici.

Nessun effettivo controllo su appalti e subappalti, varianti in corso d’opera a iosa, revisioni prezzi a go go, sorprese geologiche a piene mani: un perfetto cocktail per far lievitare i costi in modo stratosferico e rendere alcune opere praticamente “eterne”, come sta succedendo, per fare un solo esempio, con la metropolitana di Napoli, i cui lavori iniziarono addirittura nel 1976.

Entra poi in campo l’Anac, l’Autorità anticorruzioneguidata da Raffaele Cantone, che spesso e volentieri finisce per essere una realtà, ottima nelle intenzioni, ma solo sulla carta; e per non pochi casi eclatanti denunciati da gruppi e associazioni, fa orecchie da mercante. La bella foglia di fico voluta dall’ex premier Matteo Renzi per dare una verniciata di legalità al mondo dei lavori pubblici?

Raffaele Cantone. In alto Danilo Toninelli

Arriviamo ai giorni nostri. Ad agosto, il ministro per le Infrastrutture, il 5 Stelle Danilo Toninelli,  afferma che nel corso del mese di settembre il governo avrebbe cominciato a pensare ad alcune lineee guida in grado di poter aprire, poi, le consultazioni. Si punta – dice – ad una azione articolata in due fasi: in primo luogo l’approvazione di un decreto legge contenente delle modifiche delimitate e di impatto immediato, soprattutto per sbloccare alcuni cantieri strategici. Il tutto provvedendo a semplificare e accelerare le procedure”.

Quindi un vero e proprio tavolo tecnico per la prospettiva. “Il ministero delle Infrastrutture – annuncia Toninelli – lavorerà a stretto gomito con l’Anac per poter elaborare delle normative più semplici e lineari sul tema dell’affidamento degli appalti, consci del fatto che l’illegalità prolifera dove le regole sono opache e quindi di dubbia interpretazione”.

Quindi, snellire le procedure non significa affatto – secondo il ministro – abbassare la guardia sul fronte della legalità.

“La macchina degli appalti – aggiunge Toninelli – deve essere sempre più efficiente. E per questo ci vuole uno snellimento amministrativo, ad esempio sul versante delle delibere Cipe”.

A proposito di grandi lavori. “Puntiamo – continua – ad una rete di tante piccole opere diffuse che servano realmente ai cittadini, limitando le priorità per opere mastodontiche dispendiose”.

Vedremo cosa succederà entro novembre e se la promessa di un nuovo codice degli appalti diventerà finalmente una realtà dopo anni di promesse & bugie.

Spread a 340, vicino a ‘nuova’ soglia pericolo. Barclays avverte su procedura di infrazione Ue

Gli analisti: “se è vero che una bocciatura del Dpb (Documento programmatico di bilancio) è stata già scontata dai mercati, è altrettanto vero che l’avvio di una procedura di infrazione …

Bruxelles anticipa la bocciatura della manovra, minacciando l’avvio di una procedura di infrazione per deficit eccessivo; il governo M5S-Lega si spacca sul decreto fiscale; e, dai dati raccolti dalla Bce, emerge che ad agosto gli investitori esteri hanno smobilizzato titoli italiani (azioni, obbligazioni e titoli di stato) per un valore di 17,9 miliardi di euro.

Rischio Italia in primo piano, tanto per cambiare:  i mercati vengono presi di mira dai sell e il peggio potrebbe ancora arrivare, sotto forma di una eventuale decisione di Bruxelles di lanciare una procedura di infrazione contro Roma.

La tensione cresce, e si fa insostenibile in queste ore in cui a rischio sembra essere la stessa stabilità del governo.

Lo spread continua così a correre, avvicinandosi alle nuove soglie pericolo che sono state individuate dagli economisti nelle ultime ore. Soglie che, se superate, potrebbero scatenare il panico sul futuro dell’Italia e sulla sostenibilità del suo debito.

Dopo essere balzato già alla vigilia, lo spread BTP-Bund stamattina è volato fino a 340 punti base. E’ evidente che il valore si discosta di poco dalla soglia di alert che è stata individuata da alcuni strategist intervistati da Reuters nelle ultime ore: non più quei 400 punti base di spread, di cui avevano parlato gli stessi funzionari del governo M5S-Lega (con il ministro per gli Affari europei Paolo Savona che si era detto certo che non si sarebbe arrivati a quel punto), ma un range compreso tra 350 e 360 punti base, a cui corrisponderebbero tassi decennali attorno al 4%.

Sarebbero questi i livelli che concorrerebbero a creare, per l’Italia, un forte balzo dei costi di rifinanziamento del debito e che, secondo gli esperti, scatenerebbero anche quell’effetto contagio in altri paesi dell’Eurozona il cui pericolo, fino a ora, sembrava essere stato accantonato.

Il punto è che, a 340 punti base – sebbene il differenziale abbia fatto ora un dietrofront – quel range individuato come pericoloso è innegabilmente più vicino.

E, visto che i tassi decennali oggi hanno superato anche il 3,8%, non c’è sicuramente da fare un grande passo neanche per centrare la soglia pericolo del 4%.

Allo spread guardano tutti, premier Giuseppe Conte compreso. Ieri, nell’annunciare di aver convocato per la giornata di domani un CdM sul decreto fiscale, Conte ha ammesso infatti di guardare “con grande attenzione” all’andamento del differenziale.

Il presidente del Consiglio ha precisato tuttavia, al tempo stesso,  di non voler dare per scontato il downgrade del debito italiano da parte delle agenzie di rating:

“Confidiamo si possa scongiurare”, ha detto.

Se si andasse verso una tregua tra Bruxelles e Roma, forse si potrebbe anche sperare in un andamento diverso del differenziale.

Ma, come ha scritto anche Barclays in una nota,intanto, “il tono generale della lettera Ue è apparso più duro rispetto a quanto noi avessimo antipato”.

Dunque? Dunque, secondo gli analisti della divisione di ricerca della banca britannica, “la Commissione Ue potrebbe essere incline ad avviare una procedura di infrazione per deficit eccessivo prima di quanto ci aspettassimo, ovvero entro il prossimo 30 novembre, rispetto alla primavera del 2019″.

Questo, perchè (Bruxelles) “potrebbe considerare la stagione attuale delle leggi di bilancio presentate dai paesi membri dell’Ue come l’ultima finestra in cui esercitare la propria azione politica, prima delle elezioni del Parlamento europeo previste per il prossimo anno.

Ora, continua la nota di Barclays se si considera che, oltre al boom dello spread e dei tassi, Piazza Affari è colpita dalle vendite, che tramortiscono soprattutto i titoli bancari (a causa della loro esposizione al debito sovrano italiano).

In più, i credit default swap (cds- contratti per assicurarsi contro il rischio di un default) a cinque anni denominati in dollari balzano ai massimi dal 2013, superando la soglia dei 290 punti.

Cosa aspettarsi?

“Crediamo che il governo italiano rigetterà qualsiasi cambiamento al Dpb che la Commissione europea dovesse raccomandare. Allo stesso tempo, non prevediamo una totale retorica anti-Unione europea. Crediamo che il governo cercherà di arrivare a quella situazione in cui manterrà comunque un atteggiamento di sfida nei confronti di Bruxelles – fattore che andrà a beneficio dei partiti di maggioranza, in vista delle elezioni europee -, riuscendo al contempo ad evitare l’escalation delle pressioni del mercato”.

Tuttavia, “i rischi che l’adozione di questa strategia di comunicazione comporta sono, a nostro avviso, elevati: di conseguenza, non escludiamo che gli attacchi verbali possano aumentare”.

La conclusione di Barclays è la seguente:

“Fino a quando le pressioni dei mercati finanziari rimarranno gestibili, riteniamo che il governo continuerà a essere fedele alla strategia di mantenere viva la tensione con le istituzioni Ue, visto che un tale approccio continua a pagare in termini di popolarità. Tuttavia, se le pressioni dei mercati finanziari dovessero essere colpite in modo significativo da una escalation, il M5S e la Lega dovrebbero decidere se cambiare la manovra nell’interesse della stabilità politica o se fare le vittime, puntando così a formare o un governo di maggioranza alternativo (a nostro avviso, sarebbe questa la preferenza del M5S) o alle elezioni anticipate (come vorrebbe la Lega)”.

Perché Di Maio spacca il governo mentre l’Ue ci bombarda?

Giorgio Cattaneo libreidee.org 19.10.18

La situazione è grave, ma non seria. Ricorda da vicinissimo quella che ispirò il noto aforisma di Flaiano, modellato su misura per la politica bizantina, a doppio fondo, della Prima Repubblica. Ricapitolando: Di Maio prima congeda il decreto fiscale “leghista” in Consiglio dei ministri, poi cambia idea e s’inventa che il documento sarebbe stato manipolato durante il viaggio verso il Quirinale. Salvini s’infuria, sapendo che le cose non stanno affatto così. E il governo rischia di spezzarsi in due, proprio nel momento più difficile, cioè l’attesissimo braccio di ferro con Bruxelles. Uno scontro annunciato da due super-nemici dell’Italia, il francese Macron che “trasloca” migranti oltre il Monginevro e spedisce addirittura i suoi soldati a fermare cittadini italiani sul suolo italiano, e il tedesco Oettinger (quello secondo cui saranno “i mercati” a insegnare agli italiani come votare) che anticipa il roboante “niet” della Commissione, affidato a Moscovici: impossibile tollerare il Def con quel 2,4% di deficit previsto per il 2019. In pratica: il governo italiano, figlio di regolari elezioni, deve subire l’affronto di un potere “alieno”. Ma, anziché fare quadrato contro gli oligarchi di Bruxelles, Berlino e Francoforte, si mette a litigare al proprio interno, proprio adesso. 

La guerra artificiosa aperta da Di Maio è un modo per evitare la guerra vera, contro le pretese di una Unione Europea ormai impresentabile ma ancora ingombrante e quasi onnipotente? Sul “Sussidiario”, Dino Iamasvili proprone una lettura solo locale Luigi Di Maiodella crisi d’ottobre: i 5 Stelle avrebbero sottovalutato le proteste della base grillina contro il simil-condono voluto dai leghisti. Fingendo di esser stato raggirato, il Di Maio “indignato” nel salotto televisivo di Bruno Vespa avrebbe un obiettivo di piccolo cabotaggio: ottenere un mini-rimpasto simbolico per salvare la faccia, ri-accreditandosi come pontefice massimo dell’antica religione anti-casta. Foss’anche, com’è possibile che il plenipotenziario di Grillo e Casaleggio si permetta di destabilizzare il governo proprio mentre “l’Europa” sta cominciando a prendere l’Italia a cannonate? C’è qualcosa che Di Maio conosce già, nella trama del film, e che agli italiani sfugge? E’ sicuro, il leader pentastellato, che la sua sarà solo una tempesta in un bicchier d’acqua? E’ certo di poter limitare la polemica a una semplice increspatura destinata a calmarsi, oppure – al contrario – scommette proprio sul crack del governo per non doversi assumere, assieme a Salvini, l’onere della sfida che attende l’Italia, sul bilancio 2019 che Bruxelles proprio non vuole digerire?

A destare perplessità è la cronologia degli eventi: la mina innescata da Di Maio rischia infatti di far saltare in aria l’unico governo capace oggi di preoccupare l’oligarchia europea che ha regnato indisturbata per un quarto di secolo, impoverendo l’intero continente. A sostegno della manovra “eretica”, considerata un affronto da Bruxelles per via di quel 2,4% di deficit (inferiore, comunque, al già assurdo 3% statuito da Maastricht su base solo ideologica, non economica) il governo gialloverde s’era speso con grande impegno, a partire dal premier Conte, col supporto dei leghisti Borghi e Bagnai, fino al memorabile discorso pronunciato al Senato da Paolo Savona: quel deficit è un primo passo verso il New Deal che serve all’Italia per risorgere. Parole pesantissime, contro l’offensiva della paura (leggasi spread) scatenata dai supremi poteri attraverso Mario Draghi, a colloquio con Mattarella e Visco. Un copione già visto mille volte. Indimenticabile la penultima, con Mattarella che stoppa Savona per sbarrargli la strada del ministero dell’economia, scatenando lo spettacolo di Di Maio: in meno di 48 ore, il Salvinileader grillino riuscì a passare dalle barricate (evocazione dell’impeachment per il presidente della Repubblica) al più classico finale “tarallucci e vino”, con tanto di inchini quririnalizi.

Non che fossero nuovi, i 5 Stelle, a certe incredibili giravolte: la più clamorosa fu quella che li portò a “tradire” l’Ukip di Farage a Strasburgo, per tentare di traslocare il gruppo parlamentare europeo (senza poi neppure riuscirci) tra gli ultra-europeisti dell’Alde, vicinissimi a personaggi del calibro di Mario Monti. Nulla di simile è mai stato messo in scena dalla Lega, euro-sodale di Marine Le Pen. Oggi Salvini ribadisce la sua eterodossia anche a Mosca, mostrandosi accanto a Putin, e soprattutto accettando, in Europa, l’abbraccio americano e neo-sovranista del primo ispiratore di Trump, quello Steve Bannon che con il suo The Movement intende fare del capo leghista la testa d’ariete con cui provare a sfondare, alle prossime europee, il Muro di Bruxelles ostinatamente difeso dai “signor no” anti-italiani. In altre parole: col pretesto del mini-condono, Di Maio tenta di sfilarsi dall’inevitabile grande battaglia all’orizzonte? Teme di scomparire, con tutti i suoi grillini, sotto il clamore delle artiglierie leghiste? Doppi fondi: i 5 Stelle sperano solo di recuperare terreno rispetto alla Lega, per poi ricominciare insieme a reggere la sfida con Bruxelles, o forse qualcuno – lassù – ha suggerito a Di Maio di affondare davvero l’unico governo di cui l’Ue abbia paura, visto che rappresenta (timidamente, virtualmente) l’unica ribellione in corso, in tutta Europa, rispetto al dogma del rigore assoluto? Comunque stiano le cose, resta una certezza: i nostri “nemici” (Draghi e Macron, Oettinger e Moscovici) stanno tutti tifando per Di Maio, nella speranza che fermi l’Italia gialloverde e il suo bilancio “eretico”.

La situazione è grave, ma non seria. Ricorda da vicinissimo quella che ispirò il noto aforisma di Flaiano, modellato su misura per la politicabizantina, a doppio fondo, della Prima Repubblica. Ricapitolando: Di Maio prima congeda il decreto fiscale “leghista” in Consiglio dei ministri, poi cambia idea e s’inventa che il documento sarebbe stato manipolato durante il viaggio verso il Quirinale. Salvini s’infuria, sapendo che le cose non stanno affatto così. E il governo rischia di spezzarsi in due, proprio nel momento più difficile, cioè l’attesissimo braccio di ferro con Bruxelles. Uno scontro annunciato da due super-nemici dell’Italia, il francese Macron che “trasloca” migranti oltre il Monginevro e spedisce addirittura i suoi soldati a fermare cittadini italiani sul suolo italiano, e il tedesco Oettinger (quello secondo cui saranno “i mercati” a insegnare agli italiani come votare) che anticipa il roboante “niet” della Commissione, affidato a Moscovici: impossibile tollerare il Def con quel 2,4% di deficit previsto per il 2019. In pratica: il governo italiano, figlio di regolari elezioni, deve subire l’affronto di un potere“alieno”. Ma, anziché fare quadrato contro gli oligarchi di Bruxelles, Berlino e Francoforte, si mette a litigare al proprio interno, proprio adesso.
La guerraartificiosa aperta da Di Maio è un modo per evitare la guerravera, contro le pretese di una Unione Europeaormai impresentabile ma ancora ingombrante e quasi onnipotente? Sul “Sussidiario”, Dino Iamasvili proprone una lettura solo locale della crisid’ottobre: i 5 Stelle avrebbero sottovalutato le proteste della base grillina contro il simil-condono voluto dai leghisti. Fingendo di esser stato raggirato, il Di Maio “indignato” nel salotto televisivo di Bruno Vespa avrebbe un obiettivo di piccolo cabotaggio: ottenere un mini-rispasto simbolico per salvare la faccia, ri-accreditandosi come pontefice massimo dell’antica religione anti-casta. Foss’anche, com’è possibile che il plenipotenziario di Grillo e Casaleggio si permetta di destabilizzare il governo proprio mentre “l’Europa” sta cominciando a prendere l’Italia a cannonate? C’è qualcosa che Di Maio conosce già, nella trama del film, e che agli italiani sfugge? E’ sicuro, il leader pentastellato, che la sua sarà solo una tempesta in un bicchier d’acqua? E’ certo di poter limitare la polemica a una semplice increspatura destinata a calmarsi, oppure – al contrario – scommette proprio sul crack del governo per non doversi assumere, assieme a Salvini, l’onere della sfida che attende l’Italia, sul bilancio 2019 che Bruxelles proprio non vuole digerire?
A destare perplessità è la cronologia degli eventi: la mina innescata da Di Maio rischia infatti di far saltare in aria l’unico governo capace oggi di preoccupare l’oligarchia europea che ha regnato indisturbata per un quarto di secolo, impoverendo l’intero continente. A sostegno della manovra “eretica”, considerata un affronto da Bruxelles per via di quel 2,4% di deficit (inferiore, comunque, al già assurdo 3% statuito da Maastricht su base solo ideologica, non economica) il governo gialloverde s’era speso con grande impegno, a partire dal premier Conte, col supporto dei leghisti Borghi e Bagnai, fino al memorabile discorso pronunciato al Senato da Paolo Savona: quel deficit è un primo passo verso il New Deal che serve all’Italia per risorgere. Parole pesantissime, contro l’offensiva della paura (leggasi spread) scatenata dai supremi poteri attraverso Mario Draghi, a colloquio con Mattarella e Visco. Un copione già visto mille volte. Indimenticabile la penultima, con Mattarella che stoppa Savona per sbarrargli la strada del ministero dell’economia, scatenando lo spettacolo di Di Maio: in meno di 48 ore, il leader grillino riuscì a passare dalle barricate (evocazione dell’impeachment per il presidente della Repubblica) al più classico finale “tarallucci e vino”, con tanto di inchini quririnalizi.
Non che fossero nuovi, i 5 Stelle, a certe incredibili giravolte: la più clamorosa fu quella che li portò a “tradire” l’Ukip di Farage a Strasburgo, per tentare di traslocare il gruppo parlamentare europeo (senza poi neppure riuscirci) tra gli ultra-europeisti dell’Alde, vicinissimi a personaggi del calibro di Mario Monti. Nulla di simile è mai stato messo in scena dalla Lega, euro-sodale di Marine Le Pen. Oggi Salvini ribadisce la sua eterodossia anche a Mosca, mostrandosi accanto a Putin, e soprattutto accettando, in Europa, l’abbraccio americano e neo-sovranista del primo ispiratore di Trump, quello Steve Bannon che con il suo The Movement intende fare del capo leghista la testa d’ariete con cui provare a sfondare, alle prossime europee, il Muro di Bruxelles ostinatamente difeso dai “signor no” anti-italiani. In altre parole: col pretesto del mini-condono, Di Maio tenta di sfilarsi dall’inevitabile grande battaglia all’orizzonte? Teme di scomparire, con tutti i suoi grillini, sotto il clamore delle artiglierie leghiste? Doppi fondi: i 5 Stelle sperano solo di recuperare terreno rispetto alla Lega, per poi ricominciare insieme a reggere la sfida con Bruxelles, o forse qualcuno – lassù – ha suggerito a Di Maio di affondare davvero l’unico governo di cui l’Ue abbia paura, visto che rappresenta (timidamente, virtualmente) l’unica ribellione in corso, in tutta Europa, rispetto al dogma del rigore assoluto? Comunque stiano le cose, resta una certezza: i nostri “nemici” (Draghi e Macron, Oettinger e Moscovici) stanno tutti tifando per Di Maio, nella speranza che fermi l’Italia gialloverde e il suo bilancio “eretico”.