Moody’s: Codacons denuncia agenzia di rating in Procura

agenpress.it 20.10.18

Agenpress. Il Codacons presenterà lunedì un esposto alla Procura della Repubblica di Roma contro l’agenzia di rating Moody’s che, come noto, ha declassato l’Italia a seguito della manovra varata dal Governo.

Quello di Moody’s è un atto a rischio illegittimità che avrà ripercussioni dirette enormi per le tasche dei cittadini italiani e dei risparmiatori – spiega il Codacons – La decisione di declassare l’Italia è stata infatti assunta prima della pronuncia ufficiale dell’Unione Europea sulla manovra del Governo e in assenza di risposte ufficiali delle istituzioni italiane ai rilievi mossi dall’Ue. A destare sospetto è proprio la tempistica seguita da Moody’s, che ha proceduto al declassamento pochi giorni prima della decisione Ue valutando quindi una manovra non formalmente definitiva.

Il declassamento si configura pertanto come un atto privato volto ad influenzare il mercato e la Commissione Europea e interferisce in un procedimento amministrativo che ha fasi ben precise, le quali non appaiono ancora concluse.

Pertanto il Codacons ha deciso di denunciare Moody’s alla magistratura italiana chiedendo di aprire una indagine penale sull’agenzia di rating. In caso di apertura di un procedimento da parte della Procura, l’associazione potrà avviare una azione collettiva a tutela dei risparmiatori e dei cittadini italiani palesemente danneggiati da un atto arbitrario assunto con una tempistica del tutto sbagliata e lesiva degli interessi del paese.

“Perfect Storm” – Il (orrendo) problema con la liquidità globale

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Scritto da Tuomas Malinen tramite GnSEconomics.com,

La liquidità del mercato è fondamentale per il buon funzionamento dei mercati dei capitali. Si è parlato molto della diminuita liquidità del mercato e del ruolo delle macchine in esso (vedi, ad esempio,  Q-review 4/2017 ,  questo  e  questo ). Questi sono sviluppi preoccupanti.

Tuttavia, mentre la liquidità del mercato è fondamentale per i mercati,  i flussi finanziari globali , ovvero la liquidità, sono anche essenziali per l’economia reale e per la crescita economica globale . La disponibilità di credito su base globale alimenta investimenti e crescita in tutto il mondo. Tali flussi finanziari sono diminuiti del  90%  durante la crisi del 2008, che si è tradotta rapidamente in una recessione globale. Gli investimenti e il consumo sono crollati quasi ovunque, ad eccezione della Cina, dove è stato promulgato un massiccio incentivo al credito.

Da allora, c’è stata una ripresa irregolare. Il credito bancario transfrontaliero non è mai stato realmente recuperato (si veda la  Q-review 1/2017 ), ma l’emissione di grandi quantità di debito pubblico e societario ha preso il suo posto. Ciò crea un grave rischio per l’economia reale globale se i mercati dei capitali fortemente sovrastimati si schiantano.

La metamorfosi della liquidità globale

Nel suo recente  rapporto trimestrale , la Bank of International Settlements, o BRI, solleva tre punti cruciali per la liquidità globale:

  1. Il debito globale espresso in dollari USA è salito al record.
  2. È aumentato il ruolo delle istituzioni non bancarie nel fornire finanziamenti.
  3. La composizione del credito internazionale si è spostata dai prestiti bancari ai titoli di debito.

In combinazione con i programmi di acquisto di attività delle banche centrali (QE), questi sviluppi hanno conseguenze di vasta portata per l’economia globale.

Attualmente, gli istituti non bancari e le famiglie al di fuori degli Stati Uniti detengono oltre 11,5 trilioni di debiti denominati in dollari, un record. Il settore “shadow banking” potrebbe presumibilmente detenere lo stesso importo. Ciò significa che tutte le politiche che influiscono sulla liquidità in dollari globali avranno un grande impatto sull’economia globale.

L’  accresciuto ruolo  delle istituzioni non bancarie nel fornire credito significa che una percentuale crescente di finanziamenti internazionali proviene da fonti non regolamentate. In effetti, questo significa che queste istituzioni, compresi i fondi del mercato monetario, le banche di investimento, ecc., Hanno involontariamente assunto rischi maggiori nelle loro pratiche di prestito rispetto alle banche commerciali. Ciò significa anche che quando si verifica la recessione, la quota di prestiti in sofferenza e / o inadempienti crescerà più in alto di prima.

Come abbiamo notato più volte (vedi, ad esempio, Q-review:  2/2013 ,  1/2016 ,  1/2017 ,  1/2018 ), i programmi di QE delle banche centrali hanno prezzi distorti e, quindi, rischi sottostanti nel mercati capitali. Inoltre, la liquidità artificiale creata da questi programmi si è estesa a titoli azionari, titoli spazzatura e persino mercati immobiliari (vedi  Q-review 1/2018). Tuttavia, i programmi di QE hanno avuto il maggiore effetto sui mercati dei titoli di Stato. I prezzi dei titoli di stato sono stati spinti verso il basso (i rendimenti sono aumentati) a livelli senza precedenti in tutto il mondo. Ciò a sua volta ha alimentato l’espansione dell’emissione di debito nei mercati internazionali del credito e ha consentito alle fonti non bancarie di accrescere il loro ruolo nell’economia. C’è stato anche un  riequilibrio  verso attività più rischiose.

I prezzi delle attività artificialmente elevati sono stati sostenuti dall’intrusione di organismi di certificazione nei mercati dei capitali pubblici, ma questo è in via di conclusione (si veda la Figura 1). La Federal Reserve ha già iniziato a ridurre il proprio bilancio (QT), che è stato uno dei motivi principali per la ritirata della liquidità globale in dollari, l’aumento dei tassi di interesse e la recente recessione nei mercati azionari emergenti e attualmente sviluppati.

Figura 1. Il bilancio congiunto della BOJ, della BCE, della FED e della PBOC è il dollaro USA e le sue previsioni. Fonte: GnS Economics, BOJ, ECB, FED, Economia del trading.

Ciò che segue l’inizio del QT globale, che sembra imminente, è una correzione caotica verso il vero pricing del rischio sul mercato (un crash). Poiché i mercati dei capitali hanno un peso maggiore della finanza globale rispetto a prima (vedi Figura 2), il loro collasso eliminerebbe immediatamente i finanziamenti a favore di aziende, famiglie e persino governi a livello globale. Una così drammatica riduzione della liquidità globale implica una recessione istantanea. Questo sarebbe seguito da un’ondata di fallimenti da parte di società “zombificate” (quelle con le strutture di capitale più deboli, dipendenti da condizioni di credito sfavorevoli per la sopravvivenza) che  accelerano ulteriormente  l’economia mondiale in una potenziale depressione.

Figura 2. Prestiti bancari transfrontalieri e titoli di debito internazionali da istituzioni finanziarie non bancarie. Fonte: GnS Economics, BRI

La tempesta perfetta”

Il crollo della “bolla totale” creata dalle banche centrali minaccia quindi non solo i mercati delle attività ma anche l’economia reale. Se (quando) i mercati delle attività crollano, assisteremo a un drastico calo della liquidità globale che paralizzerà sia gli investimenti di capitale che i consumi. Una  tempesta perfetta  nei mercati dei capitali globali, nei settori bancari e, cosa più importante, è probabile che l’economia reale si sviluppi con una velocità spaventosa.

Ciò significa che potremmo dirigerci verso il più grande incidente economico della storia umana, le cui conseguenze non risparmierebbero alcun angolo dell’ordine economico globale. Questo è veramente uno scenario del nostro peggior incubo e conosciamo i creatori. I banchieri centrali ci hanno sistemato.

Maxiprocesso BpVi, tutto il vertice della banca rinviato a giudizio

il gazzettino.it 20.10.18

Maxiprocesso BpVi, Gianni Zonin  e tutto il vertice rinviato a giudizio
VICENZA – Al maxiprocesso per il dissesto della BpVi arriva la decisione del giudice Roberto Venditti che, come chiesto  dai pm Gianni Pipeschi e Luigi Salvadori, ha deciso di rinviare a giudizio gli ex vertici della Banca Popolare di Vicenza.

Si tratta dell’ex presidente Gianni Zonin; l’ex consigliere di amministrazione Giuseppe Zigliotto; gli ex vice direttoriEmanuele Giustini, Andrea Piazzetta e Paolo Marin e il responsabile dei bilanci, Massimiliano Pellegrinio. Rinviata a giudizio anche la stessa banca, accusata di responsabilità amministrativa.

Tra i nomi non figura l’ex dg Samuele Sorato, la cui posizione processuale è stata attualmente stralciata sino a dicembre per motivi di salute. Si conclude così l’udienza preliminare, che ha visto la costituzione di 350 parti civili. Probabilmente saranno molte di più in occasione della prima udienza del processo, fissata per sabato 1 dicembre alle 10 a Vicenza.

Gianni Zonin non si presenterà alla prima udienza «perché di carattere tecnico», ma è disponibile ad essere interrogato nel corso del processo perché «non si è mai sottratto, ha sostenuto numerosi interrogatori in udienza preliminare ed è disponibile a farsi sentire più avanti». Lo ha affermato oggi l’avvocato difensore dell’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, Enrico Ambrosetti, al termine dell’udienza preliminare conclusasi oggi. «Già in questa fase – ha detto Ambrosetti ai giornalisti – pensavamo di aver dimostrato che per determinati profili non era necessario il rinvio a giudizio, ma sappiamo che è difficile ottenere un non luogo a procedere in questa fase. Al processo ci batteremo – ha concluso – per dimostrare che non vi è prova alcuna rispetto alla responsabilità di Zonin».

“Spero che si possa fare giustizia e chiarezza anche se sul banco degli imputati non c’è chi doveva vigilare e non lo ha fatto – ha commentato il presidente del Consiglio regionale Veneto, Roberto Ciambetti – Le risultanze cui è giunta la Commissione speciale d’inchiesta ha portato alla luce pesanti indizi e dimostrato una singolare concatenazione di eventi che lascia oltremodo perplessi. Per questo dico che l’accusa d’aver ostacolato le autorità di vigilanza mi auguro non diventi la barricata dietro la quale celare responsabilità oggettive da parte di altri ed alti livelli. Chi doveva muoversi e difendere i risparmiatori non l’ha fatto, e non certo perché ha trovato l’ostacolo dei vertici della Popolare. Anzi: dal rileggere le carte della nostra Commissione d’inchiesta c’è da chiedersi se non vi sia stato un disegno preciso”.

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Crac Popolare di Vicenza, Zonin a processo 

mattinopadova.geolocal.it 20.10.18 Roberto Paolini 

Vicenza tutti gli imputati rinviati a giudizio per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza

VICENZA. Oggi, sabato, il Tribunale di Vicenza si è espresso sul Crac della Bpvi: ed è stato rinviato a giudizio Zonin.

Il gup Roberto Venditti è uscito dalla Camera di Consiglio alle 12.30 con la decisione di rinviare a giudizio tutti gli imputati, Gianni Zonin, Giuseppe Zigliotto, Andrea Piazzetta, Emanuele Giustini e Massimiliano Pellegrini e Paolo Marin cui si aggiunge la Banca Popolare di Vicenza, per le ipotesi di reato contestate: aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza.

Samuele Sorato la cui posizione è stata stralciata per motivi di salute tornerà in aula per l’’udienza preliminare il 20 di dicembre.


VIDEO

Vicenza, crac Popolare: l’avvocato difensore di Gianni ZoninCrac della banca Popolare di Vicenza, Enrico Ambrosetti difensore di Gianni Zonin dopo la lettura del rinvio a giudizio

La prima udienza del processo si celebrerà al Palazzo di Giustizia di Vicenza il primo di dicembre.

Nel lungo discorso pronunciato davanti al gup Roberto Venditti, Enrico Ambrosetti, legale difensore dell’ex presidente dell’istituto di credito oggi in liquidazione coatta amministrativa, ha precisato che le responsabilità di un crac di queste dimensioni non possono essere ascritte solo ai cinque imputati e che eventuali altre responsabilità andrebbero ricercate tra «Banca d’Italia, soggetti che hanno acquistato azioni per speculazione, advisor (Kpmg, ndr.)»

 

Facebook vende disabili Iraq Vet $ 300.000 in annunci, quindi elimina le sue pagine influenti

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Facebook ha vietato diverse pagine gestite da disabili dal veterano dell’Aeronautica militare Brian Kolfage, dopo aver dichiarato di aver speso $ 300.000 per la pubblicità. Il gigante dei social media ha rimosso senza preavviso la società Right Wing News  e  Military Grade Coffee Company di Kolfage   (che dona il 10% di tutti i profitti alle organizzazioni veterane), in uno sforzo a livello di sito per reprimere la “disinformazione” sulla rete.

Il solo Right Wing News aveva oltre 3 milioni di seguaci al momento del suo bando. 

Secondo il suo nuovo wesbite , Kolfage, un triplice amputato, spiega: 

Non sono un “conservatore”. Non sono un “liberale”. Sono un  americano , con credenze profonde in ciò che il nostro paese rappresenta. Ho dimostrato questo giurando di proteggere e combattere per il più grande principio americano: la libertà di parola.

Molti americani hanno combattuto per queste libertà politiche … la libertà di parola … e ogni americano ha goduto di quelle libertà … FINO AD OGGI. L’11 ottobre 2018, Facebook ha chiuso migliaia di account Facebook per le loro opinioni politiche, dicendo in effetti che non hanno un “argomento politico legittimo”.  STOP ORA AL SOCIAL MEDIA CENSORSHIP! – Fight4freespeech.com

Kolfage afferma che il suo “reddito come padre e marito è minacciato” e che “ha investito oltre 300.000 dollari in annunci su richiesta di Facebook”, secondo Lucas Nolan di  Breitbart .  

In un post di Facebook sulla sua pagina personale, Kolfage ha scritto “Facebook ha mentito, hanno chiuso la mia pagina perché era conservatrice, potente e le elezioni sono tra 2 settimane.

Operazione Iraqi Freedom

Nel 2004, Kolfage era al suo secondo schieramento in Iraq quando la sua base aerea venne sottoposta a un attacco missilistico. Avrebbe perso entrambe le gambe e un braccio mentre un razzo da 107mm “esplose a circa un metro”, lanciandolo in aria e contro un muro di sacchi di sabbia. 

Il migliore amico di Airman Kolfage è stato gettato dal suo letto durante l’attacco. Udì le urla e corse fuori per trovare il suo amico sanguinante, mutilato e aggrappato alla vita. L’Airman e un medico si precipitarono ad aiutare l’  Airman Kolfage , che stava lottando per respirare con un solo polmone dopo che l’altro era collassato. L’amico di Brian cercò disperatamente di distogliere la sua attenzione dalla gravità delle sue ferite, ma con calma, l’Airman  Kolfage gli  assicurò che conosceva già la portata delle sue ferite e che voleva solo tornare a casa dalla sua famiglia. – Briankolfage.com 

Brian ha trascorso 11 mesi presso il centro medico Walter Reed, e sostiene che fino ad oggi è “l’Airman più gravemente ferito per sopravvivere a qualsiasi guerra”. 

Non andare piano

“Se devo entrare nel loro quartier generale e sedere lì con persone nei media, lo farò”, ha detto Kolfage dei suoi piani per combattere la decisione di Facebook. “Sarò lì a esporre tutto ciò che hanno fatto a me, alla mia famiglia e ai nostri dipendenti.Posseremo intraprendere un’azione legale se non recupereremo le nostre pagine. Si trasformerà in un disordine per loro. Penso che abbiano sottovalutato quello che hanno a che fare con, mi attacca, attacca i conservatori in generale, proprio prima delle elezioni . Mai una volta ha fatto Facebook vengono da noi a dire che c’era alcun problema con RWN o le nostre altre pagine. Mai. Ma mi è piaciuto molto prendere i nostri soldi . ” 

L’oro si sta raffreddando di nuovo?

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Scritto da John Rubino tramite DollarCollapse.com,

Il cambiamento del sentiment è ancora sottile, ma è sia reale che diffuso. Dopo alcuni anni trascurati e / o liquidati come fondamentalmente inutili, l’oro è di nuovo cool, attraendo commenti positivi nei media e aumentando l’accumulo da parte dei grandi investitori.

L’India, ad esempio, ha importato meno oro del solito nella prima parte di quest’anno, ma negli ultimi tempi ha  incrementato i propri acquisti , con le importazioni di agosto più del doppio rispetto all’anno precedente.

L’Ungheria ha appena fatto qualcosa di ancora più drammatico:

L’Ungheria aumenta le riserve d’oro 10 volte, citando problemi di sicurezza

La banca centrale ungherese ha aumentato di 10 volte le sue riserve auree, citando la necessità di migliorare la sicurezza delle sue partecipazioni, unendo i pari regionali con una proprietà relativamente elevata nell’est dell’Unione europea.

Seguendo una mossa simile da parte della Polonia, la banca centrale di Budapest detiene ora 31,5 tonnellate di metallo, portando la quota tra le riserve totali al 4,4%, in linea con la media nella regione, secondo una dichiarazione pubblicata sul suo sito web martedì.

Nel frattempo, i minatori d’oro sudafricani che dormono da tempo stanno vedendo un improvviso interesse:

Le Canarie nella miniera d’oro tornano a vivere?

Tornando alla fine del 2015 e all’inizio del 2016, abbiamo scritto un indicatore principale per le riserve aurifere, vale a dire il sottosettore del marginale – e quindi altamente sfruttato per il prezzo dell’oro – stock auriferi del Sud Africa. Il nostro esempio del tempo era Harmony Gold (HMY) (vedi “Il produttore marginale decolla” e “Il canarino nella miniera d’oro” per i dettagli).

Mentre scriviamo queste parole, qualcosa sta cucinando nelle riserve aurifere sudafricane, questo è assolutamente certo. Ecco una tabella del JSE Gold Index in termini ZAR (South African rand):

Anche se non possiamo essere sicuri del motivo per cui gli investitori si siano improvvisamente innamorati del settore dei metalli preziosi, è probabile che le scorte d’oro siano ormai così a buon mercato da essere considerate un obiettivo utile ai fini della rotazione.

E non sono solo i minatori sudafricani. I grandi nomi dell’industria stanno improvvisamente sovraperformando le azioni tecnologiche. Dal Wall Street Journal di ieri:

Gli investitori stanno scavando di nuovo l’oro

In tempi di crisi del mercato, gli investitori spesso abbracciano l’oro. E quando ciò accade, gli stock di estrazione dell’oro tendono a fare ancora meglio.

Questo è certamente stato il caso fino ad ora questo mese. I future sull’oro di New York sono aumentati di circa il 3% fino ad ottobre, contro un calo del 4% circa per l’S & P 500. Le azioni di molti dei più grandi cercatori d’oro del mondo, nel frattempo, hanno registrato guadagni a doppia cifra.

Aziende come la Barrick Gold Corp ABX di Toronto + 0,75%, AngloGold Ashanti AU del Sud Africa -0,15% e Acacia Mining sono in crescita dal 15% al ​​19% dopo un’estate livida. Il fondo quotato in Borsa dei minatori d’oro di VanEck Vectors e il fondo iShares MSCI Global Gold Miners – che tracciano gli indici delle società globali di estrazione dell’oro – sono in aumento del 9% -11% questo mese.

Le scorte di oro-minerale consentono agli investitori di raddoppiare le scommesse aumentando il prezzo dell’oro. Queste società hanno maggiori costi di investimento fisso e possono diventare molto più redditizi quando i prezzi dell’oro salgono. Molte di queste aziende pagano anche notevoli dividendi.

Un ulteriore vantaggio: le speranze di un ulteriore consolidamento si aggiungono al momento in cui Barrick Gold a settembre ha accettato di acquistare Randgold Resources Ltd. per $ 6 miliardi. Gli investitori hanno versato $ 278 milioni nell’ETF di VanEck gold miner lo scorso mese, secondo FactSet, mentre i flussi di fondi oro tracciati dall’EPFR sono saliti a un massimo di 11 settimane la scorsa settimana.

Si noti che il WSJ si appella agli investitori per gli spiriti degli animali reclamando i vantaggi della leva dell’oro :  “Le scorte di oro-miner consentono agli investitori di raddoppiare le scommesse aumentando il prezzo dell’oro. Queste società hanno maggiori costi di investimento fisso e possono diventare molto più redditizi quando i prezzi dell’oro salgono. Molte di queste aziende pagano anche notevoli dividendi. “

Questo è il genere di cose che non è stato detto per molto tempo dai minatori d’oro, perché quando il prezzo del metallo è in declino, la leva estrema funziona al contrario per schiacciare i guadagni. Ora, tuttavia, l’altro, più felice vantaggio della spada a leva sta iniziando a tagliare.

WSJ prevede anche  un’ondata di fusioni e acquisizioni  – che è sempre eccitante perché offre un guadagno improvviso senza la lunga attesa che i guadagni si accumulino nel tempo – e poi sottolinea che i soldi si riversano negli ETF correlati, rassicurando così i nuovi investitori che non lo sono da solo, ma parte di una tendenza in crescita. Queste sono le dichiarazioni gentili che entusiasmano le persone.

Se la storia è una guida, le dinamiche di fine ciclo dovrebbero prendere il sopravvento, con una crescente volatilità che manda il capitale fuori dalle attività “a rischio” e in paradisi sicuri. Quindi aspettatevi molti più resoconti dei media che spieghino i vantaggi del denaro sonoro e i vantaggi della leva del minatore.

Carpeoro: se il governo tiene duro, l’Ue subirà una lezione

libreidee.org 20.10.18

Se non hanno scheletri negli armadi, Salvini e Di Maio possono tenere testa a Bruxelles. E se resistono, alla fine possono vincere. Letteralmente: «Se il governo tiene duro, l’Europa subirà una dura lezione». Parola di Gianfranco Carpeoro, scrittore e saggista, solitamente prudente sul governo gialloverde: un’alleanza anomala e provvisoria, costruita per fare di necessità virtù dopo lo spiazzante risultato elettorale del 4 marzo, che ha rottamato Pd e Forza Italia. Ora però le cose sono cambiate: il braccio di ferro con l’Unione Europea sul deficit al 2,4% nella previsione 2019 del Def potrebbe rappresentare una sfida estremamente seria. La prima vera crepa nel cosiddetto Muro di Bruxelles, finora intoccabile. Strano, che Di Maio litighi con Salvini proprio mentre la Commissione Ue spara contro l’Italia? Un’abile manovra per distrarre l’opinione pubblica dall’attacco dell’Ue sul deficit? «No, quello tra Salvini e Di Maio è uno scontro su una cosa importante», sostiene Carpeoro: «I 5 Stelle sono giustizialisti, mentre Salvini vuole salvare il suo elettorato – che è fatto di imprenditori, in una buona quota evasori». Carpeoro crede si sia trattato di un incidente di percorso: «Per tutelare il suo elettorato, Salvini ha deciso di dare alla “pace fiscale” una certa veste, e Di Maio non voleva. Ma la ricomporranno, questa lite».

Semplicemente, aggiunge Carpeoro in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”, i due azionisti del governo «non si sono chiariti», soprattutto perché «in questo periodo non si sono parlati, dato che Salvini è sempre in Gianfranco CarpeoroTrentino», impegnato nella campagna per le elezioni provinciali. «Alla fine, grazie a Giorgetti, il decreto sulla parte fiscale è uscito come lo voleva Salvini (e come non lo voleva Di Maio)». “Elementare”, quindi, il risentimento del leader grillino. Che però, secondo Carpeoro, è destinato a rientrare, visto che «i due ormai hanno maturato un rapporto abbastanza forte», capace di tenerli insieme. Al punto che, sempre secondo Carpeoro, i due alfieri gialloverdi sono a un passo dall’incassare un successo clamoroso: se il governo Conte non si piega al diktat di Bruxelles, potrebbe vincere. Davanti a tutta l’Europa, l’Italia dimostrerebbe che gli oligarchi della Commissione non sono imbattibilli. «Avranno la forza di tenere duro? Se non hanno scheletri negli armadi e non vengono ricattati adeguatamente, sì. E se così fosse – aggiunge Carpeoro – paradossalmente, quello che voleva fare Bettino Craxi prima di essete “archiviato” lo farebbero questi personaggi. La loro è una linea craxista, e io ne sono soddisfatto».

Da sempre convinto socialista, Carpeoro – dirigente del Movimento Roosevelt e autore di saggi illuminanti sulle tante manipolazioni del potere – insiste sul pericolo (teorico) degli “scheletri negli armadi” dei gialloverdi: «Se  ne non ne hanno, possono resistere. Se ne hanno, faranno marcia indietro». Non scordiamoci che siamo in Italia: «Da noi i dossier e gli archivi funzionano. Ricordo che, anni fa, una legge finanziaria molto importante fu cambiata perché l’allora presidente del Consiglio (non dico il nome, per evitare querele) aveva avuto la disaccortezza di non evitare che certe sue foto con una minorenne – anzi, con un congruo numero di minorenni – finissero nelle mani sbagliate». Beninteso: «Io dei fatti privati degli attuali politici non so nulla», sottolinea Carpeoro, che ribadisce: «Se non sono ricattabili, per qualunque motivo, e se tengono duro, alla fine questa battaglia la vincono, i signori Conte, Salvini e Di Maio». Nonostante gli altri possibili inciampi interni? Due nomi: il potente Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio (l’ipotetica “manina” evocata da Di Maio sul condono George Sorosfiscale) e il presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, che critica la linea dura di Salvini sui migranti. «Fico è un idealista e come tale si comporta», secondo Carpeoro. E Giorgetti? «Fa parte di un establishment sicuramente lontano da Di Maio e dallo stesso Salvini, anche se poi Salvini l’ha comunque utilizzato».

Ostacoli interni e, soprattutto, nemici esterni: come George Soros. Intervistato da un giornale israeliano, Marcello Foa avrebbe accusato Soros di “pagare” europarlamentari del Pd, salvo poi correggersi: ci sono parlamentari europei del Pd “che sostengono Soros”. «Ha fatto bene a correggersi – dice Carpeoro – perché da anni Soros non ha più bisogno di pagare, per avere favori (che infatti riceve). E vorrei precisare – aggiunge – che Foa ha detto la verità: ancora una volta, il neo-presidente della Rai l’ho trovato condivisibile e coerente». Il magnate Soros, principe della peggiore speculazione finanziaria, è notoriamente il patron di Open Society, fondazione che finanzia le Ong incaricate di trasferire in Europa i migranti africani. Buonismo ipocrita: si predica l’accoglienza di profughi che provengono da paesi che l’Europa stessa depreda. La Francia di Macron sottrae ogni anno 500 miliardi di euro a 14 sue ex colonie, ma ovviamente il cattivo è Salvini, secondo i media mainstream che “sostengono” la dottrina Soros. Quanto incide, davvero, il supermassone Soros? «Tanto», ammette Carpeoro, «ma – aggiunge – la battaglia si può vincere». Nessuno è imbattibile, neppure Soros: «E’ un figlio del potere, del dominio. Ma, a prescindere dai suoi interessi, è comunque anche lui manovrato».

Moscovici apre all’Italia anche se sulla Manovra Bruxelles ha già pronta la bocciatura. Ma il Governo non intende cambiarla

 di Alessandro Righi lanotiziagiornale.it

Moscovici

Si scandalizza per il caso della mensa di Lodi, ma fa finta di niente sui migranti scaricati al confine italiano dalla gendarmerie francese. Cioè la polizia del suo Paese. Di certo se la missione a Roma del commissario Ue al Bilancio, Pierre Moscovici, doveva servire a riportare il Governo guidato da Giuseppe Conte a più miti consigli, non può certo dirsi che sia stata un successo. è stato del resto lo stesso premier, all’indomani della lettera-ultimatum che prelude alla bocciatura della Manovra da parte di Bruxelles, a mettere le cose in chiaro, ribadendo il concetto.

“L’ho detto. Non c’è motivo di cambiare. Iniziamo, ci sediamo attorno a un tavolo con la Commissione – ha ripetuto il presidente del Consiglio -. Quella lettera, che qualcuno ha definito una bocciatura, è in realtà un inizio di un percorso. Noi risponderemo lunedì, loro delibereranno successivamente. Ci confronteremo”. Insomma, la posizione del Governo non cambia. Mentre continua a recitare, a giorni alterni, la parte del poliziotto buono e di quello cattivo, l’allegra brigata di Bruxelles. Così, se il vicepresidente della Commissione europea, Jyrki Katainen, bullizza la “Manovra del popolo”, evocando il “rischio di contagio in Europa”, tocca proprio al collega Moscovici (lo sbirro buono) allentare la pressione, assicurando, invece, che “non ci sono” rischi contagio nella zona euro dopo l’innalzamento dello spread in Italia. Che, d’altra parte, con il loro incessante bombardamento di dichiarazioni, i falchi di Bruxelles hanno a più riprese contribuito a far impennare.

Ma non è tutto. “Rispetto la legittimità del Governo italiano, che è libero di scegliere di creare un reddito di cittadinanza, eliminare la povertà. La Commissione su questo non interferisce”, è arrivato a dire, ieri, ancora Moscovici. Come se, chiedere all’Italia di mantenere il rapporto deficit-Pil all’1,6% non equivalesse a dire che il reddito di cittadinanza non si può fare. E non finisce qui. “Tutti i miei interlocutori ritengono che l’Italia debba rimanere al centro dell’Europa e che i disaccordi sul bilancio siano discussi in ambito europeo”, ha aggiunto il commissario francese. Un ambito europeo – cioè Bruxelles – dove però, da Juncker in giù, tutti i pezzi da novanta della stessa commissione Ue, quel bilancio lo hanno già stroncato da settimane. Insomma, un gioco delle parti dalla forma istituzionale che non cancella la sostanza politica: la Manovra italiana, che per la prima volta risarcisce i ceti medio-bassi dei sacrifici fatti per pagare il prezzo della crisi, deve cambiare perché nulla cambi. Come nella riedizione in chiave contemporanea del Gattopardo, di Tomasi di Lampedusa.

Di certo, le oltranziste pretese di Bruxelles hanno avuto addirittura un merito. Contribuire a ricompattare l’asse M5S-Lega ad appena ventiquattr’ore dalla più grave crisi attraversata dalla maggioranza dall’inizio dell’avventura gialloverde. “L’ho detto ai Cinque stelle: non è il caso di litigare in famiglia, visto che abbiamo tanti nemici fuori, altrimenti campa cavallo che l’erba cresce”, ha detto ieri mattina il vicepremier Matteo Salvini, alludendo evidentemente al comune nemico dell’Europa. “Se mi chiedono di scegliere tra i diritti degli italiani e i mercati, scelgo i diritti degli italiani… I mercati vogliono molto più bene a questo Governo e all’Italia di quanto lo voglia l’Europa”, ha aggiunto il parigrado Luigi Di Maio. Tutto merito della Troika.

Una crisi “asiatica” per l’Europa

comedonchisciotte.org 20.10.18

DI FEDERICO DEZZANI

federicodezzani.altervista.org

Le tensioni finanziarie attorno all’Italia sono in costante aumento: il governo “populista”, assemblato da Washington e dalla finanza internazionale, è deciso a procedere con una manovra fiscale dall’inconfondibile sapore provocatorio, così da esacerbare le tensioni europee ed accelerare il collasso dell’Unione Europea. È ormai chiaro che gli angloamericani hanno in serbo per l’Europa una crisi identica a quella asiatica del 1997: svalutazione delle monete, default pubblici e privati, recessione generalizzata, salvataggi del Fondo Monetario Internazionale, etc. L’Italia rischia di pagare un prezzo altissimo la sua funzione di “grimaldello” dell’unione monetaria.

Una crisi del 1997 tutta europea

Migliori sono le analisi, più lunga è la loro vita: se poi si riescono ad afferrare le dinamiche di fondo della politica internazionale, si possono scrivere analisi dal respiro secolare.

Nel mese di maggio, appena formatosi il governo giallo-verde, scrivemmo in articolo evidenziandone la funzione geopolitica in chiave anti-tedesca ed anti-continentale. “L’agente speciale” Steve Bannon e l’ambasciatore Lewis Eisenberg, entrambi ex-papaveri di Goldman Sachs, assemblano all’indomani delle elezioni politiche un esecutivo integralmente populista, sommando al Movimento 5 Stelle, prodotto della City sin dalle sue origini, parte della coalizione del centrodestra, la Lega Nord, col chiaro intento di trasformare l’Italia, terza economia del continente, in un grimaldello per scardinare l’eurozona: in particolare, si vuole costringere la Germania, potenza sempre più “euroasiatica”, a rivalutare la propria moneta, così da tarparle le ali. I piani del duo Bannon-Eisenberg sono perfettamente noti al presidente Sergio Mattarella, che abbozza una resistenza iniziale, salvo poi cedere, sotto la minaccia di impeachment, attacchi borsistici e pressioni internazionali.

Tutto procede tranquillamente nei primi mesi, finché non subentra la sessione di bilancio: il governo “populista” deve infatti iniziare ad assolvere alla sua funzione, ossia scardinare l’eurozona, di comune intensa con la finanza internazionale. Questo passaggio è molto importante e merita di essere evidenziato: i poteri finanziari che hanno formato l’esecutivo giallo-verde e ne dettano la politica economica, sono gli stessi che infieriscono (ed infieriranno sempre di più, non appena le agenzie di rating apriranno la stagione dei declassamenti) sull’Italia, per destabilizzare l’intera Unione Europea. L’esecutivo giallo-verde presenta dunque una manovra fiscale dall’inconfondibile sapore provocatorio, studiata ad hoc per esacerbare gli animi a nord delle Alpi: spesa pensionistica in deficit, condoni fiscali, reddito di cittadinanza, zero investimenti. Un pugno in un occhio, insomma, al rigore “teutonico”. La manovra fiscale non riserva sorprese: la commissione europea parla di “deviazioni senza precedenti” e, allo stesso tempo, i mercati si accaniscono contro i titoli di Stato, portando il differenziale con i bund tedeschi al massimo dal 2013.

Bisogna evidenziare, nell’escalation di tensione che contraddistingue il varo della manovra, il grande “silenzio” o addirittura la funzione di pompiere esercitata dai due grandi custodi dell’euro, Angela Merkel e Mario Draghi: è infatti chiaro che qualsiasi scontro frontale ai vertici di Italia, Germania e BCE non farebbe che precipitare la situazione, bloccando probabilmente l’accesso dell’Italia al mercato obbligazionario ed accelerando così l’euro-implosione. Spalleggiato da Washington e Londra, il governo populista procederà quindi nei prossimi mesi nella sua politica anti-europea, incurante di crolli borsistici, rendimenti di btp alle stelle e del crescente isolamento internazionale: attorno alle elezioni europee del maggio 2019, si dovrebbe essere accumulato un potenziale esplosivo sufficiente da scardinare l’attuale eurozona e gettare nel caos l’Europa, o perlomeno i sui membri più deboli.

La politica angloamericana non è infatti soltanto anti-tedesca (sebbene la Germania sia l’obiettivo numero uno dell’amministrazione Trump, come testimoniano i violenti e costanti attacchi al Nord Stream 2 e la ricostruzione dell’Intermarium a guida polacca rivolto contro Berlino e Mosca) ma anti-continentale nell’accezione più ampia possibile: l’intera regione deve essere destabilizzata il più possibile, così da minarne le fondamenta economiche e ritardarne l’inevitabile convergenza verso Russia e Cina. Finché gli angloamericani conservavano l’indiscusso primato industriale/finanziario era loro interesse sviluppare la UE/NATO come “testa di ponte” in Eurasia, ma man mano che questo primato viene meno, è loro interesse che l’integrazione europea regredisca, così da evitare la nascita di potenziali “blocchi continentali” a trazione tedesca.

Diversi elementi (il ruolo delle agenzie di rating, l’indebitamento pubblico e privato, la guerra valutaria, la portata regionale, etc.) rendono paragonabile l’attuale strategia angloamericana contro l’Europa a quella adottata contro le “Tigri asiatiche” alla fine degli anni ‘90: ci riferiamo alla crisi asiatica del 1997, che interessò Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine, Sud Corea e, di riflesso, anche la Cina ed il Giappone. Dopo aver fatto indebitare i Paesi in una valuta esterna (il dollaro nel caso dell’Asia, l’euro nel caso dell’Europa), gli angloamericani, ricorrendo al solito braccio armato della speculazione e delle agenzie di rating, obbligarono le Tigri asiatiche ad abbondare il cambio fisso col dollaro (uscire dall’euro, nel caso dei Paesi europei), generando a catena un’ondata di fallimenti privati e pubblici (la Thailandia), crolli borsistici, recessione economica, cambi di regime e smembramenti di Stati (cacciata del presidente indonesiano Suharto e indipendenza di Timor Est). Il grande regista dell’operazione terroristica-finanziaria fu George Soros1, lo stesso Soros che ormai si dice convinto che qualsiasi problema politico in uno dei maggiori Paesi europei possa innescare il collasso dell’Unione Europea e dell’euro (“everything that could go wrong has gone wrong for Europe”2).

Il ruolo di “innesco” che ebbe la Thailandia nella crisi asiatica del 1997 spetta oggi all’Italia, con la differenza che il Paese asiatico fu un attore passivo, mentre il nostro Paese sta attivamente lavorando (spronato dagli angloamericani) per gettare nel caos l’intera regione. Il commissario tedesco Guenther Oettinger, simpatico o meno, non ha certamente torto quando afferma che “l’Italia vuole distruggere l’Unione Europea3: Roma è infatti il cavallo di Troia delle potenze anglossasoni-marittime per scardinare il progetto europeo e gettare nel caos il continente. Costretta a “svalutare”, ossia ad uscire dall’euro, l’Italia andrà incontro ad un processo identico a quello subito dalla Thailandia nel 1997: crisi bancaria, default pubblico, ondata di fallimenti e violenta recessione. Come nel 1997, a quel punto l’Italia contagerà i Paesi circostanti più deboli (Grecia, Spagna, Portogallo, etc.) e potrebbe infliggere gravi danni persino al Giappone della situazione, ossia la Germania.

Si potrebbe obbiettare che è meglio un default, una violenta recessione ed una prospettiva di crescita futura, piuttosto che un’austerità senza fine. Bè, innanzitutto, per impatto a livello mondiale e conseguenze economiche, il default dell’Italia sarebbe incommensurabilmente più grave di quello thailandese e le nostre speranze di ripresa, vista la congiuntura internazionale, molto più limitate. In secondo luogo, il grande sponsor dell’austerità europea è stato il Fondo Monetario Internazionale4, basato a Washington, lo stesso che giocò un ruolo chiave nell’aggravare la crisi asiatica del 1997, imponendo le solite politiche di austerità e avanzi di bilancio.

L’Europa si dirige, in ultima analisi, verso una crisi identica a quella asiatica del 1997, che produrrà recessione e default su scala continentale, indebolendo l’intera regione a vantaggio degli USA. L’innesco della crisi sarà quasi certamente l’Italia, dove il governo “populista” sta semplicemente portando a termine l’agenda della finanza internazionale, inaugurata dal governo tecnico di Mario Monti nel 2011…

 

NOTE

La famiglia più potente della Svezia sostiene la prossima crisi globale

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Quando si tratta di famiglie che esercitano un’influenza indebita sul loro paese, i Koch, i Morgan, i DuPont, persino i Rothshild ei Bush sono impalliditi rispetto alla famiglia svedese Wallenberg.

Ecco perché: i Wallenberg sono famosi come banchieri, industriali, politici, burocrati, diplomatici; sono presenti nella maggior parte dei grandi gruppi industriali svedesi, come Ericsson, Electrolux, ABB, SAS Group, SKF, AIK, Atlas Copco e altri. Negli anni ’70, le imprese familiari di Wallenberg occupavano il 40% della forza lavoro industriale svedese e rappresentavano il 40% del valore totale del mercato azionario di Stoccolma

E ora si stanno preparando per la prossima crisi globale.

Secondo Bloomberg , la holding della famiglia Wallenberg Investor AB – che oggi detiene partecipazioni in un quinto delle società quotate nell’indice a larga capitalizzazione del paese – si sta preparando per l’inevitabile rallentamento dell’economia globale, e per farlo è necessario assicurarsi che le partecipazioni nel suo portafoglio di azioni da 372 miliardi di corone (42 miliardi di dollari) sono “agili e flessibili” quanto basta per gestire una “prospettiva modificata” dopo che gli indicatori anticipatori hanno iniziato a puntare a un ambiente di domanda più debole. Per sostenere la liquidità finché è possibile, non quando è necessario, la società ha recentemente venduto anche un prestito da € 500 milioni.

“Ci sono una serie di cose che dobbiamo guardare”, ha detto il CEO degli investitori Johan Forssell a Bloomberg in un’intervista dopo aver riportato i risultati del terzo trimestre.

” Ma io non ho una sfera di cristallo, per noi la parte più importante è che siamo preparati, ed è per questo che abbiamo emesso un grosso legame e perché lavoriamo a stretto contatto con le nostre aziende per assicurarci di essere flessibili e in grado di adattarci a diversi ambienti il ​​meglio che possiamo. “

Forssell potrebbe non avere una sfera di cristallo, ma i segnali sono chiari: il CEO ha valutato i principali indicatori economici fuori dalla Cina, dall’Europa e globalmente, osservando il recente indebolimento. È inoltre preoccupato per la domanda più debole da parte automobilistica, nonché per i rischi derivanti dalla Brexit, dall’Italia e dalle svalutazioni valutarie in Argentina e Turchia. Infine, c’è la minaccia incombente di una guerra commerciale globale in piena regola.

E a differenza della maggior parte degli investitori che continuano a “comprare il tuffo”, il direttore della più grande fortuna familiare svedese, si sta preparando al peggio.

“Con la combinazione di questi rischi, è ovviamente necessario essere preparati”, ha detto Forssell, aggiungendo che il rischio di guerre commerciali costituisce uno dei maggiori timori. Questo perché “avere un mercato aperto con il libero scambio crea efficienza ed è migliore per l’economia globale”, ha detto l’amministratore delegato.

Una guerra commerciale globale colpirebbe la Svezia in modo particolarmente duro: per la piccola economia aperta della Svezia, dove metà della produzione economica è costituita dalle esportazioni, la posta in gioco è alta.

La Svezia è sede di società globali come i produttori di veicoli Volvo AB e Volvo Cars, il gigante del mobile Ikea e il rivenditore di abbigliamento Hennes & Mauritz AB ed è un importante esportatore di automobili e camion, macchinari, prodotti di carta e cellulosa, ferro e acciaio, attrezzature tecnologiche e prodotti medici e farmaceutici.

E Investor AB detiene partecipazioni in molte di queste società quotate, che oltre a Ericsson ed Electrolux includono Atlas Copco AB, Husqvarna AB, il gigante ingegneristico svizzero-svedese ABB Ltd. e il produttore di droga svedese-svedese AstraZeneca Plc. Ha anche una serie di partecipazioni non quotate e investimenti di private equity attraverso l’EQT.

I rischi non sono solo esterni, tuttavia, con minacce alla fortuna familiare che ha origine in patria. Dopo che le elezioni di settembre in Svezia hanno dato un risultato inconcludente, con nessuno dei blocchi tradizionali che assicuravano la maggioranza a causa di un’impennata nel sostegno ai democratici svedesi nazionalisti, è stato in stallo politico.

Per Forssell – un globalista che vuole vedere un governo forte che sia in grado di prendere iniziative strutturali e creare un contesto economico favorevole – questo sviluppo rappresenta un rischio.

“Penso che più si trascina, più crea incertezza”, ha detto Forssell.

“E crea anche una situazione in cui le decisioni importanti che potrebbero dover essere prese sono rinviate e, naturalmente, ciò non è positivo.”

Forse non va bene per il Wallenberg, ma per l’ondata populista che travolge l’Europa, che oltre ai rifugiati e agli immigrati ha preso di mira coloro che hanno beneficiato a spese della classe media, è solo il risultato che ha sfidato gran parte dell’Europa per decenni . E ora i tavoli stanno girando.

Il che significa che per i Wallenberg il rischio è duplice: se l’imminente caduta globale non pregiudica la ricchezza accumulata tra le generazioni, potrebbe essere il colpo di grazia interno.

Moody’s porta l’Italia a un passo dal rating Junk, Salvini ci ride su: ‘con outlook stabile ottimo avvicinamento al derby’

Moody’s non risparmia l’Italia e come da attese taglia il rating di un gradino portandolo a Baa3 da Baa2, a un solo gradino dal rating “junk” (spazzatura). L’outlook è stato modificato in stabile. Una decisione ampiamente attesa dal mercato che però potrebbe portare lunedì a nuove tensioni sui Btp dopo che ieri lo spread era schizzato fino a 340 pb(top dal 2013) per poi ritracciare in chiusura a 312 pb. Entro lunedì l’Italia dovrà anche rispondere alla lettera della Commissione Ue. Nella serata di ieri alcune fonti hanno riportato la possibilità di una riduzione dell’obiettivo di deficit in area 2% rispetto al 2,4% indicato dal NADef.

Sono già arrivate le prime reazioni politiche al declassamento arrivato ieri sera tardi. “Siamo qui per rispondere ai problemi degli italiani – rimarca Matteo Salvini – non per far saltare i governi né per impaurirci dai giudizi delle agenzie di rating che in passato hanno clamorosamente dimostrato di fallire i loro giudizi come falliranno questa volta. E’ una buona manovra e andremo fino in fondo“.

L’Italia è un paese solido – prosegue il leader della Lega – e Moody’s indica outlook è stabile; mi dicono gli esperti che l’importante è che outlook fosse stabile. E’ un ottimo avvicinamento al derby avere un outlook stabile”.

Moody’s parla di vulnerabilità a shock economici

Gli obiettivi di deficit di bilancio significativamente più elevati del governo italiano per i prossimi tre anni manterranno il debito pubblico oltre il 130% del PIL, un livello che rende l’Italia vulnerabile ai futuri shock economici. “Nonostante un impulso di crescita di breve durata dallo stimolo fiscale, i piani economici del governo non consentiranno di affrontare la bassa crescita del paese, che tornerà al massimo al tasso tendenziale dell’1%”, rimarca l’agenzia di rating statunitense.

Stimolo fiscale avrà effetti (pochi) solo nel breve

Sono quindi due i fattori chiave indicati da Moody’s per il downgrade:

1. Un indebolimento nella forza fiscale dell’Italia,con il governo che mira a deficit di bilancio più elevati per i prossimi anni rispetto a quanto ipotizzato in precedenza da Moody. Il rapporto debito pubblico/PIL dell’Italia probabilmente si stabilizzerà vicino all’attuale 130% del PIL nei prossimi anni, piuttosto che iniziare ad abbassare l’andamento come previsto in precedenza da Moody’s. Inoltre, l’andamento del debito pubblico è vulnerabile a prospettive di crescita economica più deboli, che vedrebbero il rapporto debito pubblico aumentare ulteriormente rispetto al livello già elevato.

2. Le implicazioni negative per la crescita a medio termine dello stallo dei piani di riforme strutturalieconomiche e fiscali. A parere di Moody, i piani di politica fiscale ed economica del governo non comprendono un’agenda coerente di riforme che affronti il ​​problema della bassa crescita dell’Italia. Dopo un temporaneo aumento della crescita dovuto alla politica fiscale espansiva, l’agenzia di rating si aspetta che la crescita torni al suo tasso tendenziale attorno all’1%. Anche nel breve periodo, Moody’s crede che lo stimolo fiscale fornirà un impulso alla crescita più limitato rispetto a quanto ipotizza il governo.

L’outlook stabile è motivato dal fatto che, a detta di Moody’s, l’Italia mostra ancora importanti punti di forza del credito che bilanciano l’indebolimento delle prospettive fiscali. Tali punti di forza comprendono un’economia molto ampia e diversificata con alcuni settori altamente competitivi, una solida posizione esterna con eccedenze di conto corrente consistenti superiori al 2% del PIL e una posizione di investimento internazionale equilibrata.

I rischi

Tra i fattori che potrebbero indurre a un ulteriore taglio di rating, Moody’s elenca il rischio che aumentino le probabilità che l’Italia esca dall’area dell’euro. “Sebbene attualmente molto bassa – argomenta Moody’s – la probabilità di un tale scenario potrebbe aumentare se le tensioni tra il governo italiano e le autorità europee sulla posizione fiscale dell’Italia e il suo impegno per le regole fiscali aumentassero ulteriormente, in particolare se accompagnate da un aumento del sostegno allo scontro all’interno l’elettorato italiano e/o le misure che indicavano la preparazione per una valuta parallela”.

Moody’s taglia il rating del debito in Italia a una tacca sopra Junk

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Cinque mesi dopo aver messo l’Italia in svantaggio, Moody’s ha visto abbastanza e ha tagliato il rating del debito dell’Italia a Baa3 – una tacca sopra lo status di junk .

 

Moody’s Investors Service ha declassato oggi le obbligazioni emesse dal governo italiano e in valuta estera a Baa3 da Baa2. L’outlook sulla valutazione è stato modificato in stabile, il che significa che qualsiasi downgrade a junk, nel peggiore dei casi, è stato eliminato per il momento.

Moody’s ha inoltre declassato a Baa3 da Baa2 i rating obbligazionari senior non garantiti in valuta locale e straniera. Lo shelf senior unsecured in valuta estera ei rating MTN sono stati declassati a (P) Baa3 da (P) Baa2. Il rating di carta commerciale in valuta locale dell’Italia e il rating a breve termine in valuta estera sono stati declassati a P-3 / (P) P-3 da P-2 / (P) P-2. L’outlook del rating è stabile. 
I fattori chiave per il downgrade di oggi dei rating italiani a Baa3 sono i seguenti:

1. Un indebolimento materiale nella forza fiscale dell’Italia, con il governo che mira a deficit di bilancio più elevati per i prossimi anni rispetto a quanto ipotizzato in precedenza da Moody. Il rapporto debito pubblico / PIL dell’Italia probabilmente si stabilizzerà vicino all’attuale 130% del PIL nei prossimi anni, piuttosto che iniziare ad abbassare l’andamento come previsto in precedenza da Moody’s. Inoltre, l’andamento del debito pubblico è vulnerabile a prospettive di crescita economica più deboli, che vedrebbero il rapporto debito pubblico aumentare ulteriormente rispetto al livello già elevato.

2. Le implicazioni negative per la crescita a medio termine dello stallo dei piani di riforme strutturali economiche e fiscali. A parere di Moody, i piani di politica fiscale ed economica del governo non comprendono un’agenda coerente di riforme che affronti il ​​rendimento di crescita sub-par dell’Italia su base sostenuta. Dopo un temporaneo aumento della crescita dovuto alla politica fiscale espansiva, l’agenzia di rating si aspetta che la crescita torni al suo tasso tendenziale attorno all’1%. Anche nel breve periodo, Moody’s crede che lo stimolo fiscale fornirà un impulso alla crescita più limitato rispetto a quanto ipotizza il governo.

L’outlook stabile riflette il rischio sostanzialmente bilanciato al livello di rating Baa3. Secondo Moody, l’Italia mostra ancora importanti punti di forza del credito che bilanciano l’indebolimento delle prospettive fiscali. Tali punti di forza comprendono un’economia molto ampia e diversificata, una solida posizione esterna con ingenti avanzi delle partite correnti e una posizione di investimento internazionale pressoché equilibrata. Le famiglie italiane hanno un alto livello di ricchezza, un importante cuscinetto contro gli shock futuri e anche una potenziale fonte di finanziamento per il governo.

I limiti delle obbligazioni e dei depositi in valuta estera e locale sono stati ridotti ad Aa3 rispetto al precedente Aa2. I limiti delle obbligazioni e dei depositi a breve termine in valuta estera sono rimasti invariati a Prime-1.

* * *

Per ora gli spread dei rendimenti italiani sono nella gamma “Il sostegno dell’UE sta sbiadendo” …

Abbiamo avvertito prima che questo era possibile e le implicazioni:

Come promemoria, vi è il rischio che S & P o Moody’s o entrambe le agenzie di rating possano ulteriormente declassare il rating del credito italiano più tardi oggi, sebbene se DBRS mantenga il rating investment grade BBB fino al 2019, almeno le garanzie italiane rimarranno idonee ai fini della BCE. Quindi, mentre gli spread BTP / Bund si allargheranno probabilmente in caso di downgrade, Cignarella osserva di non aspettarsi alcun taglio di capelli dalla BCE.

Ciò detto, guarda i CDS delle banche italiane: “detenere titoli in calo probabilmente peserà sulla qualità del credito delle banche, aumentando i loro costi di finanziamento”.

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